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Il padre di Ilaria Sula risponde a Vannacci: “Femminicidio e omicidio sono ben diversi. Porti rispetto per mia figlia e per le altre donne uccise”

14 Giugno 2026 ore 14:50

Il femminicidio non esiste, non serve un reato specifico”. È uno dei cavalli di battaglia di Roberto Vannacci, che all’assemblea di Futuro nazionale, oggi a Roma, ha portato sul palco e alla conoscenza dei media. Ma alle parole dell’europarlamentare, interpellato dall’Ansa, ha risposto Flamur Sula, il papà di Ilaria Sula, la studentessa 22enne uccisa lo scorso anno a Roma dall’ex fidanzato e trovata in una valigia abbandonata in un dirupo a ridosso di una strada provinciale nel comune di Poli: “Nostra figlia ci è stata portata via senza un perché, senza un motivo. Femminicidio e omicidio sono due cose ben diverse. Le leggi devono essere severe per chi fa del male alle donne. Solo chi ci passa può capire cosa vuol dire, parlare per gli altri è troppo facile”.

Ogni settimana, racconta il papà di Ilaria, lui e la moglie tornano nel luogo in cui è stato ritrovato il corpo della figlia. Lì hanno realizzato una lapide con la foto della ragazza e una dedica per lei: “Bisogna portare rispetto a mia figlia e a tutte le altre donne che per colpa di un uomo non ci sono più. Stiamo le ore a piangere e a parlare con lei. Si dice che con il tempo il dolore diminuisce ma non è così, anzi – prosegue – il dolore aumenta, si sente ancora di più la mancanza e si realizza che a casa Ilaria non tornerà mai più. Non c’è notte che mia moglie non chiama Ilaria nel sonno o che la cerca per casa. È un dolore inimmaginabile che non finirà mai”.

Alle dichiarazioni di Vannacci, a poche ore di distanza dal suo intervento dal palco, sono seguite le prese di posizione delle associazioni che si battono per i diritti delle donne. “Vannacci nega il femminicidio perché il suo obiettivo è negare ciò che il femminismo ha svelato: la violenza maschile contro le donne che è paradigma della normalizzazione della disparità di potere e della sottomissione nei privilegi di altri. L’obiettivo è disumanizzare, ritornare alla forza e agli eroi, sdoganare la violenza, confondere le persone, non avere una analisi condivisa legittimare le disparità”. A dirlo è Elisa Ercoli, presidente Differenza donna che considera “la gravità delle sue dichiarazioni totale, pari alla responsabilità di chi nega le vittime di mafia nella loro specificità”. “Un progetto disumano proprio della manosfera a servizio del necrocapitalismo – prosegue – un capitalismo senza limiti, senza mediazioni, senza umanità. Il suo disegno ci è molto chiaro e lo combatteremo tutte e tutti insieme. Donne, giovani, migranti e comunità LGBTQI+ assieme agli uomini che hanno compreso quanto il patriarcato sia orrendo anche per le loro vite, insieme ci contrapporremo a questo disegno di miseria che vuole disintegrare la nostra democrazia. La risposta più utile – conclude – è creare comunità dialoganti in cui rafforzarci e unirci contro un nemico pericoloso che con le nostre pratiche fermeremo”.

A intervenire anche Cristina Carelli, presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. “Dopo decenni passati a spiegare la natura della violenza maschile alle donne, dobbiamo ancora leggere dichiarazioni come questa. Vannacci è ovviamente libero di pensare quello che vuole. La questione che ci preoccupa è che una fetta della società ascolta le sue parole e le fa proprie. La deriva fascista della società, pericolosa per le libertà di tutte e tutti, è una vera maledizione per la libertà delle donne, per il contrasto alla violenza e per un futuro in cui i diritti siano effettivamente rispettosi delle differenze”.

Carelli prova a spiegare a Vannacci che “definire femminicidio l’uccisione di una donna motivata dal suo essere donna non significa attribuire un valore diverso alla vita delle vittime, né creare gerarchie nel dolore. Significa, al contrario, riconoscere una specifica matrice culturale e sociale della violenza di genere, individuata da studi, organismi internazionali e istituzioni come un fenomeno distinto che richiede strumenti di prevenzione e contrasto adeguati. Per questo la scelta di utilizzare il termine femminicidio rappresenta una decisione politica consapevole: riconoscere che esiste una violenza che colpisce le donne proprio in quanto donne e che tale violenza affonda le proprie radici in rapporti di potere, discriminazioni e stereotipi ancora presenti nella nostra società. Negare l’importanza di questa definizione significa oscurare la natura del fenomeno e indebolire il percorso culturale che negli ultimi anni ha contribuito a portare nel dibattito pubblico e politico una violenza per anni chiusa nel privato”.

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Abortire in Italia è un percorso a ostacoli. Se sei straniera, lo è molto di più

14 Giugno 2026 ore 09:07

di Obiezione Respinta*

Negli ultimi anni con Obiezione Respinta abbiamo accompagnato persone con vario background migratorio nella loro esperienza di interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Ne è emerso un quadro chiaro: il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non è in grado di garantire un acceso libero, sicuro e gratuito all’aborto, tanto meno per chi vive già in condizioni di marginalità, all’incrocio di disuguaglianze di genere, provenienza, classe, salute. Ci siamo continuamente trovate all’interno di percorsi a ostacoli e corse contro il tempo.

Il problema è innanzitutto strutturale. La legge 194 che regola l’interruzione di gravidanza in Italia concepisce l’aborto come un’eccezione da limitare più che come un diritto da garantire. La legge lega l’accesso all’aborto a condizioni specifiche – pericolo per la salute fisica o psichica, difficoltà economiche o sociali – senza contemplare la possibilità che una persona semplicemente non desideri diventare genitore. A questo si aggiungono numerosi altri ostacoli: la “settimana di riflessione” dopo aver ottenuto il certificato IVG, l’obiezione di coscienza praticata da circa il 65% del personale medico e la presenza delle associazioni antiabortiste nei consultori e negli ospedali. In molte strutture vengono inoltre richiesti passaggi non previsti dalla legge, come l’ascolto del battito fetale nel momento dell’ecografia, causando ulteriori ritardi e disagi. In un percorso sanitario vincolato ai tempi come quello dell’IVG, ogni limite può compromettere concretamente l’accesso alle cure.

Per le persone straniere, questi problemi si moltiplicano. Il primo scoglio è capire a quale assistenza sanitaria si abbia diritto, orientandosi tra iscrizioni al SSN, codici sanitari, documenti amministrativi e regolamenti regionali spesso opachi.

Le persone provenienti da Paesi UE ed extra-UE che soggiornano in Italia per motivi di lavoro hanno diritto all’iscrizione obbligatoria e gratuita al SSN. Chi accede con permessi di soggiorno per motivi di studio o religiosi può iscriversi al SSN, ma lo deve fare a pagamento, al costo di 700 euro, con procedure burocraticamente complesse e con la validità dei servizi per l’anno solare. Chi si trova in Italia per soggiorni di breve durata (fino a 3 mesi) per motivi di turismo, affari o altre ragioni temporanee può accedere alle prestazioni sanitarie, che sono generalmente a pagamento secondo le tariffe previste dal Servizio Sanitario Regionale, salvo il diritto alle cure urgenti ed essenziali (art. 36 del T.U. n. 286/98). Ci si può anche affidare ad un’assicurazione privata, che tuttavia non sempre copre le prestazioni relative all’IVG. L’aborto, dunque, non viene sempre riconosciuto come prestazione urgente o essenziale ai fini dell’esenzione, nonostante le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si configura perciò come questione economica oltre che sanitaria.

Esistono poi codici specifici per situazioni di particolare vulnerabilità: il codice STP (“Straniero Temporaneamente Presente”) e il codice ENI (“Europeo Non Iscritto”). Il codice STP garantisce alle persone straniere in condizione di irregolarità l’accesso alle cure urgenti ed essenziali e continuative, inclusa l’interruzione volontaria di gravidanza secondo le modalità previste dal Servizio Sanitario Nazionale. Il codice ENI riguarda invece cittadine e cittadini dell’Unione Europea non iscritti al SSN e privi di copertura sanitaria, che si trovano in condizioni di difficoltà economica, e consente l’accesso alle prestazioni sanitarie urgenti ed essenziali.

Reperire informazioni corrette è difficile per chiunque e, per una persona straniera, orientarsi tra codici, uffici, iscrizioni e strutture può diventare quasi impossibile, data la diffusa assenza di traduttori nei presidi medici.

Crediamo che parte della soluzione risieda nella possibilità di avere sul proprio territorio consultori realmente accessibili (dovrebbe essercene uno ogni ventimila abitanti, secondo la legge 405/1975), servizi a bassa soglia, mediazione culturale e informazioni chiare e in diverse lingue sui siti ufficiali. Applicare infine le linee di indirizzo sulla RU486 (2020) anche nei consultori faciliterebbe enormemente l’accesso all’aborto alle persone straniere, al di là del loro status giuridico, del loro ISEE e della loro condizione migratoria.

Durante i nostri accompagnamenti, siamo riuscite a ovviare al problema economico attraverso raccolte fondi, grazie alla solidarietà e mutuo aiuto della nostra comunità. Abbiamo fatto da traduttrici, spiegato il senso dei documenti, accompagnato in auto alle strutture sanitarie più vicine. Tuttavia, non siamo un servizio sanitario e non vogliamo sostituirci a esso. Le pratiche di mutuo aiuto che costruiamo servono a condividere informazioni, esperienze e strumenti concreti di supporto, trasformando l’esperienza abortiva in un terreno di rivendicazione politica. Aborto, contraccezione e salute sessuale e riproduttiva continuano a essere trattati come temi eccezionali o moralmente controversi: sono invece aspetti fondamentali della vita e dell’autonomia delle persone. È anche nostro compito rendere visibili i corpi che questo sistema lascia indietro.

*Obiezione Respinta è un’associazione transfemminista nata a Pisa che pratica accompagnamento all’IVG

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Aborto farmacologico a domicilio, il caso della clinica Mangiagalli: nel 2025 il 95% delle IVG gestito da casa

14 Giugno 2026 ore 09:07

L’aborto farmacologico a domicilio fino alle 9 settimane dall’inizio di gestazione è ancora molto poco diffuso in Italia, nonostante il ministero della Salute lo indichi come via preferenziale fin dal 2020. La Clinica Mangiagalli, dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, lo consente dal 2020 e i dati relativi al servizio ne dimostrano l’efficacia, la sicurezza e il gradimento da parte delle utenti: sul totale delle IVG (interruzioni volontarie di gravidanza) farmacologiche del 2025, il 95% è stato effettuato in regime domiciliare (nel 2024 era stato il 93%), secondo i dati raccolti nella relazione interna annuale che monitora il servizio.

I vantaggi evidenziati dalla de-ospedalizzazione dell’IVG farmacologica sono la riduzione dei tempi di attesa tra il rilascio del certificato ed IVG e l’incremento del numero di IVG farmacologiche, che nel 2025 sono state il 62% sul totale (la media nazionale è del 59% secondo i dati più recenti disponibili, cioè quelli del 2023, con una forte variabilità regionale). Il tasso complessivo di complicanze è stato lievemente inferiore (0,35%) rispetto a quello già noto in letteratura. Il fallimento della terapia medica (con la persistenza dell’embrione in utero e necessità di intervento chirurgico) sono stati 2 su 705, come nella media.

“La pandemia di Covid-19 ha agito come catalizzatore per l’adozione del metodo farmacologico domiciliare. Durante il periodo critico, le uniche persone in fila erano le donne che richiedevano l’interruzione di gravidanza. Questa situazione ha spinto a implementare un sistema telefonico di screening e a rendere il processo più efficiente per sgravare il pronto soccorso e gestire meglio il flusso di pazienti. L’emergenza ha accelerato l’approvazione di un unico protocollo, valido anche per l’aborto spontaneo entro le nove settimane, semplificando ulteriormente le procedure” spiega a ilfattoquotidiano.it Sarah Salmona, responsabile del servizio IVG presso la Clinica.

Il modello Mangiagalli potrebbe essere adottato facilmente da qualunque ospedale. La prassi ancora largamente diffusa, infatti, è quella di far tornare la donna in struttura sia per il primo farmaco (mifepristone) che per il secondo farmaco (prostaglandine), cioè quello che provoca l’espulsione (solo nel 3-4% dei casi l’aborto avviene con il solo mifepristone entro le successive 12 ore dall’assunzione).

Nella procedura attuata dalla Mangiagalli, il primo farmaco viene somministrato nella struttura e le prostaglandine sono utilizzate dalla persona a casa propria. Un’ulteriore caratteristica positiva del servizio in Mangiagalli è che l’intera procedura è gestita non in clinica, dove si svolgono solo le IVG chirurgiche, ma al consultorio di via Pace, poco distante. Uno screening accurato, che prevede anche la mediazione interculturale, consente di verificare l’esistenza di condizioni idonee alla somministrazione domiciliare e di dare alla persona tutte le informazioni necessarie a gestire autonomamente la procedura. “Il counselling è la parte più importante del nostro lavoro – spiega Massimo Destro, ginecologo del consultorio di via Pace. – Il medico non deve essere superficiale, deve accertarsi che la paziente abbia ben compreso le istruzioni. Per esserne certo, io faccio scrivere alla paziente stessa le istruzioni di cosa fare nel secondo giorno a casa, in modo che sappia esattamente quello che succede. E deve esserci un approccio non giudicante, consapevole che la donna ha fatto la sua scelta e che sta vivendo un momento che può essere complicato”.

Facendo parte dello stesso ente, il consultorio di via Pace è collegato all’ospedale anche sotto il profilo amministrativo. Dato che la Regione Lombardia non ha approvato alcun provvedimento amministrativo per consentire a consultori e ambulatori di somministrare i farmaci – come invece hanno fatto l’Emilia-Romagna e, di recente, la Campania – abbiamo cercato di capire quale strada abbia percorso il consultorio di via Pace.

“L’attuale regolamentazione in Lombardia richiede, per la procedura IVG, la creazione di una cartella clinica ospedaliera, il che impedisce ai consultori di gestire l’aborto farmacologico” – spiega Edgardo Somigliana, primario di ginecologia presso la clinica. – “Nel nostro caso, abbiamo classificato alcune stanze del consultorio come stanze ospedaliere. In questo modo il consultorio è integrato con l’ospedale, operando formalmente in stanze ospedaliere dedicate, considerate come un day hospital clinico. Questa anomalia virtuosa ci consente di aprire la cartella clinica in consultorio ed offrire l’opzione domiciliare”.

Il principale ostacolo alla gestione consultoriale e alla possibilità di autosomministrarsi le prostaglandine a casa è, dunque, di tipo regolamentatorio. La questione dei rimborsi delle prestazioni gioca un ruolo determinante e per comprenderla bisogna addentrarsi per qualche passo nei meandri burocratici. Mentre le prestazioni ospedaliere sono rimborsate sulla base del cosiddetto “DRG”, Diagnosis-Related Group (Raggruppamenti Omogenei di Diagnosi), le prestazioni erogate dai servizi territoriali sono rimborsate sulla base di un altro provvedimento amministrativo, definito “nomenclatore tariffario”. Si tratta in entrambi i casi di strumenti classificatori che attribuiscono un prezzo a ciascuna prestazione e i prezzi sono definiti periodicamente dalla giunta regionale. Se la Regione non indica nel nomenclatore tariffario le prestazioni per l’aborto farmacologico (non solo i farmaci, ma anche l’assistenza), il consultorio non ha il canale burocratico per agire. Anche se, in realtà, il quadro amministrativo già consentirebbe alle ATS, le Aziende territoriali sanitarie entro cui sono organizzati ed integrati ospedali e servizi territoriali, di prendere qualche iniziativa: “Il progetto regionale di integrazione del fascicolo socio-sanitario con la cartella clinica elettronica potrebbe rappresentare una svolta futura”, spiega la dottoressa Salmona.

Adeguarsi alle linee di indirizzo ministeriali favorendo l’IVG farmacologica in consultorio avrebbe importanti ricadute positive sulla prevenzione. “Un aspetto importante è la disponibilità della contraccezione post-aborto. Abbiamo rilevato che la contraccezione è più richiesta dalle donne che hanno vissuto l’aborto farmacologico a casa. Il modello integrato permette di fornire spirali e dispositivi sottocutanei gratuiti per le donne che rientrano nei protocolli, come le minorenni o le indigenti, e che hanno aperto la cartella consultoriale. La pillola viene somministrata il giorno stesso dell’assunzione del secondo farmaco, il misoprostolo. Questo sottolinea l’importanza di un servizio olistico che include sia l’interruzione di gravidanza che la prevenzione di future gravidanze indesiderate”, commenta Beatrice Tassis, ginecologa responsabile di struttura del consultorio di via Pace.

Un questionario predisposto dallo staff per sondare l’esperienza delle pazienti riguardo all’aborto farmacologico domiciliare ne dimostra il gradimento. “La ricerca, svolta tra il 2020 e il 2022 su circa 200 casi, ha mostrato un’ottima soddisfazione da parte del 90% delle donne, sia per il dolore fisico che psicologico. Le pazienti si sono sentite ben preparate, le informazioni ricevute hanno corrisposto alla loro esperienza e tornerebbero a scegliere questa modalità”, commenta Salmona.

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Diritti in Italia, così dieci anni di “imbuto legislativo” hanno bloccato le riforme: “Politica incapace di tradurre le domande sociali”

14 Giugno 2026 ore 09:07

In Italia, negli ultimi dieci anni, abbiamo assistito a un “imbuto sui diritti” che, legislatura dopo legislatura, si è ristretto sempre di più. A mettere in fila i dati e ad analizzarli in chiave femminista e intersezionale, è il report “Cittadinanze sospese. Indagine tra riconoscimento formale ed esercizio effettivo dei diritti in Italia”. Promosso da Semia Fondo Delle Donne e curato da Giulia Marchese, Marta Nicolazzi, Aurora Perego e Massimo Prearo, è stato presentato il 9 giugno alla Casa internazionale delle donne di Roma, alla presenza della presidente Barbara Leda Kenny. Nei giorni in cui il senatore di Forza Italia Francesco Silvestro viene indagato per violenza sessuale a Palazzo Madama e il collega di Fdi Roberto Menia aggredisce in aeroporto una coppia gay, a fare luce sullo stato del dibattito pubblico e politico sui diritti è lo studio promosso dal primo fondo femminista italiano. Che ha deciso, come raccontato dalla presidente Paola Di Leo, “di supportare il movimento con dati azionabili”: “La sensazione è che ciò che era acquisito sia tornato a essere fragile. E i dati ci mostrano un quadro ancora più preoccupante”. In questo, “l’occhio del movimento femminista è attento”. Da qui la scelta di rivolgersi all’esterno, come ribadito anche dalla consigliera di Semia Camilla Speriani: “Se c’è una forza che i populismi non sono riusciti a fermare è la società civile. Che deve presidiare i momenti in cui si formano le decisioni” e “creare una base di conoscenza condivisa là dove è terreno di contesa”.

L’imbuto normativo

All’interno del report, si analizza per la prima volta l’intero ciclo di vita di 1224 atti legislativi su tre legislature consecutive (dalla XVIIesima alla XIXesima). E il risultato è sconfortante: “Nel 2013 la conversione era intorno al 25%, nell’attuale siamo arrivati intorno all’1,4”, ha dichiarato la data scientist Marchese. “La legislazione sui diritti viene lasciata morire. L’inerzia è il meccanismo di funzionamento del sistema”. E qui emerge il paradosso, come si legge nel report: “L’Italia non mostra un drammatico deficit di consenso sui diritti e nemmeno una scarsa iniziativa legislativa”. Ma piuttosto “un deficit nella capacità di tradurre domande sociali legittime e condivise in norme effettive”.

Dei 1224 atti analizzati, solo 137 sono arrivati all’esito finale: l’11,2% del totale. Non solo: “La capacità del Parlamento di tradurre in norma le proposte si contrae nel tempo: dal 6,5% della XVII legislatura all’1,4% della XIX”, scrive il report. Diverso è l’esito dei 107 strumenti governativi: nell’oltre il 94,4 per cento dei casi (101), sono arrivati alla fine, dimostrando quella che Marchetti definisce “un’asimmetria strutturale” tra esecutivo e Parlamento.

Inoltre, continua lo studio, “il sistema non è neutro rispetto al segno politico dei provvedimenti. Gli atti restrittivi, pur essendo molto meno numerosi, arrivano più spesso all’esito finale: il 17,6% di questi diventa legge, quasi il doppio degli espansivi (10,3%). Il vantaggio dipende dal peso del canale governativo. Dei 27 provvedimenti restrittivi approvati, 25 sono decreti dell’esecutivo”. La Lega risulta il partito più attivo in proporzione ai seggi, e quello che ha fatto maggiori proposte restrittitive. Fdi e Fi occupano una posizione intermedia, mentre Pd e M5s sono quasi completamenta sul fronte espansivo. “Sotto il governo Meloni“, continua l’analisi, “il volume degli atti parlamentari raggiunge il massimo storico, mentre la capacità del Parlamento di trasformarli in legge scende a uno dei livelli più bassi”.

La situazione dell’Italia

Lo studio analizza poi, la posizione dell’Italia nei vari indici che ne misurano l’avanzamento sul fronte dei diritti. Ad esempio, per quanto riguarda l’uguaglianza di genere, l’Italia ha segnato miglioramenti. Una tendenza “quasi interamente riconducibile a una dimensione formale, ovvero all’aumento del numero di donne nelle cariche di potere formale nella sfera economica (+18 punti) e sociale (+17.5), mentre la loro presenza nella sfera politica resta invariata e al di sotto della media europea”. E questo nonostante la conquista di avere due donne in posizioni apicali: la prima presidente del Consiglio (Meloni) e la prima leader del principale partito di opposizione (Schlein). Il miglioramento nell’accesso a posizioni di potere, scrivono ancora i ricercatori, “non è necessariamente associato a un miglioramento equivalente in altre dimensioni cruciali”, dal tasso di occupazione al divario retributivo.

Uno dei punti critici per l’Italia, inoltre, è la tutela della saluta sessuale e riproduttiva. Secondo l’European Abortion Policies Atlas, “tra il 2021 e il 2025 ha perso circa tredici punti nell’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza”. E sull’accesso alla contraccezione si è fermata al 62,7%, ben sotto Paesi come Francia (97,9%) e Germania (78,6%). Per quanto riguarda le persone migranti e rifugiate, l’Italia è “tra i dodici Paesi che hanno peggiorato le proprie politiche nel periodo considerato (2020-2023)” e a pesare soprattutto è stata l’approvazione del decreto Cutro. Viene poi definita “scoraggiante” l’analisi delle politiche LGBTQIA+. L’edizione 2025 della Rainbow Map assegna all’Italia solo 24 punti su 100, l’unico paese dell’Europa Sud e Occidentale con un indice al di sotto del 30%. Non va meglio per le persone con disabilità: gli indicatori di inclusione danno all’Italia un punteggio medio di 5,5 su 10 nel 2024 e nel 2025. E, infine, ben il 67,7% delle persone con disabilità grave tra i 15 e i 64 anni è fuori dalla forza lavoro.

Cosa pensa l’opinione pubblica

Se il sistema legislativo rallenta e arranca sui diritti, sul fronte opposto l’opinione pubblica si dimostra paradossalmente più favorevole a interventi estensivi. Anche se, come osservato da Prearo – ricercatore in Scienza politica all’università di Verona -, “non c’è un miglioramento negli anni” e varia la posizione a seconda dei temi. Ad esempio, “circa la metà della popolazione sostiene l’uguaglianza formale tra uomini e donne negli ambiti più visibili della vita pubblica”. Sull’aborto, “i dati IPSOS mostrano che il 70% è totalmente favorevole”. Ma non solo: “Un’ampia maggioranza della popolazione (70%) si dichiara per la libertà di vita delle persone LGBTQIA+. Ma, al tempo stesso, “quasi un quarto di persone hanno un atteggiamento o contrario o indifferente”. La percezione dei migranti rimane uno dei temi più problematici: tra il 40% e il 50% della popolazione ha posizioni indefinite, una quota molto più alta rispetto ad altri temi. “In linea di principio”, ha continuato Prearo in conferenza stampa, “le persone rispondono in maniera positiva, ma le cose cambiano quando si fanno domande sulla prossimità”. Nel 2023 più di un rispondente su quattro si è detto a disagio “se una persona rom avesse una carica politica di rilievo, uno su tre se fosse un collega, quasi uno su due se avesse una relazione sentimentale con la propria prole”. Seguono, in ordine decrescente di ostilità media, persone LGB, persone di fede musulmana e minoranze etniche o razziali, con percentuali dal 12% al 29% di disagio.

Le esperienze vissute e quelle (non) raccontate

Infine, per quanto riguarda i dati sulle esperienze vissute delle discriminazioni, il report ricorda la più recente indagine ISTAT (2025), secondo cui una donna su tre, tra i 16 e i 75 anni, ha dichiarato di aver subito almeno un episodio di violenza fisica o sessuale nel corso della vita. “Ma su questo”, osserva Prearo, “i dati italiani non esistono. Sono frammentati, fatti da associazioni e movimenti. Molto disparati perché le istituzioni italiane non li raccolgono in maniera massiccia, permanente e continuativa”. E’ il caso ad esempio delle persone con disabilità: “E’ molto difficile trovare rilevazioni che interrogano loro e non i caregiver”.

In generale, osserva il report, “le esperienze di marginalizzazione che emergono dai dati rivelano forme diffuse di ostilità quotidiana” e “la natura sommersa di queste forme di discriminazione le rende ardue da intercettare con gli strumenti istituzionali tradizionali”. Da segnalare anche il problema del “under-reporting”: “Il livello di discriminazione dichiarata nelle indagini generaliste è sistematicamente inferiore a quello che emerge quando si coinvolge direttamente la popolazione esposta”. Per colmare tutte queste lacune, i ricercatori e le ricercatrici hanno messo in fila e analizzato i dati. Perché, scrivono, per “superare la sospensione della cittadinanza, serve non solo un impegno legislativo, ma anche un profondo lavoro culturale e un monitoraggio indipendente capace di rendere visibili le discriminazioni che ancora oggi restano sommerse”.

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Censimento dei senza fissa dimora, gli esperti bocciano il conteggio Istat: “Così si torna indietro di trent’anni”

14 Giugno 2026 ore 09:07

La rilevazione nazionale delle persone senza dimora promossa da Istat si è svolta tra il 26 e il 29 gennaio 2026, divisa tra conteggio visivo e interviste di approfondimento. Sono state censite 10.037 persone in 14 capoluoghi. “Tutti contano”, diceva lo slogan scelto dalla Federazione degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) per la rilevazione. Ma ora, in fase di verifica del percorso, gli addetti ai lavori si confrontano sui limiti della ricerca. Esperti, operatori e la stessa fio.PSD spiegano perché, a loro modo di vedere, quel dato vada preso con le pinze: “Riguarda soprattutto persone in strada e dormitori di primo livello, non è confrontabile con le precedenti indagini e rischia di diventare un riferimento fragile per politiche, risorse e scelte amministrative”. Le perplessità sono state condivise durante il primo incontro pubblico di presentazione dei risultati in Liguria, organizzato a Genova da San Marcellino giovedì scorso.

Maurizio Bergamaschi, ordinario di sociologia all’Università di Bologna e riferimento sull’operare con persone senza dimora da oltre trent’anni, riconosce il valore teorico dell’operazione: “Inserire le persone senza dimora nel censimento permanente significa riconoscere che quella condizione è un dato strutturale, non è un’emergenza”. Ma il risultato è a suo parere “una rappresentazione riduttiva e stereotipata” del fenomeno, “perché hanno scelto di non considerare accoglienze di secondo livello, comunità, appartamenti protetti, alloggi assistiti e percorsi abitativi”. Il risultato è “un sottodimensionamento importante” in termini numerici, ma soprattutto un passo indietro a livello culturale: “Ci abbiamo messo 30 anni per superare una definizione che limitava la condizione senza dimora alla mera assenza di una casa, a favore di una concezione più complessa”.

I numeri emersi contano 2.621 persone senza dimora a Roma, segue Milano con 1.641, poi Torino (1.036), Napoli (1.029), Genova (803), Palermo (611) e Bologna (597). L’ultima rilevazione, nel 2011, riguardava 158 città e aveva utilizzato altri criteri, i dati emersi non sono quindi confrontabili. A Genova una ricerca del 1996, riferita solo a persone italiane, contava 1.150 persone in contatto con le strutture Massoero, San Marcellino e Caritas e ne stimava altre 704 in città. Il nuovo conteggio Istat ne indica 803 in tutto, stranieri compresi. Gli addetti ai lavori si interrogano sulle ragioni di una differenza così marcata, che risulta poco plausibile.

Bergamaschi, che fa parte del comitato scientifico della Federazione, precisa che gli esperti avevano “fatto una serie di osservazioni sull’intero impianto della ricerca e in particolare sull’articolazione del questionario”, ma “nulla di quello che abbiamo proposto è stato recepito da Istat”.

Le critiche arrivano anche da fio.PSD, che pure ha reso possibile la rilevazione. Marzio Mori, membro del consiglio direttivo e direttore della Caritas diocesana di Firenze, ricostruisce così la scelta: “Istat è un gigante con le sue modalità, davvero poco flessibile. Potevamo scegliere se starci o non starci. Abbiamo scelto di starci”. Le organizzazioni che animano fio.PSD, in fase di verifica, hanno denunciato un approccio “estrattivista” nelle modalità di svolgimento della rilevazione: persone senza dimora considerate “come meri oggetti di indagine statistica”. La scelta di Istat di limitarsi alle prime due categorie Ethos, la classificazione europea dell’esclusione abitativa, “restituisce una visione stereotipata del fenomeno, appiattendo una realtà complessa e multidimensionale”. Contestati anche il questionario “lungo, invasivo” e con domande “poco rispettose”, comunicazioni deboli o tardive, criteri difformi tra città.

Per Danilo De Luise, responsabile dei servizi alla persona di San Marcellino, è una questione di sguardo. Lo mostra la storia delle donne senza dimora: “Quando non c’erano servizi dedicati sembravano pochissime; poi abbiamo cominciato a vederne molto di più”. Non erano aumentate all’improvviso: “Vuol dire semplicemente che non eravamo capaci a guardare”.

Il Comune di Genova accoglie le osservazioni e l’assessora Cristina Lodi parla di uso ponderato dei dati: “Non è solo il numero dei posti per dormire o meno, ma anche capire i profili di cui stiamo parlando, per offrire una presa in carico appropriata alle esigenze reali, che non sono omogenee”. Così Elisa Malagamba, dirigente comunale: “Istat è la più autorevole fonte italiana” e, se non si segnalano adeguatamente i limiti di quei dati, “abbiamo un problema, perché quei numeri verranno usati da qui a chissà quando”.

Le osservazioni andrebbero accolte e integrate alla lettura della rivelazione, chiude Mori, “perché da questi dati nascono le politiche”. Per questo gli addetti ai lavori chiedono a Istat di recuperare il confronto con chi lavora sul campo. Un dato fragile può essere peggio del vuoto che pretende di riempire.

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