Il Regno Unito attraversa da quasi un decennio, o meglio dalla fatidica, insensata ed inattesa Brexit, un periodo d’instabilità politica senza precedenti. La sequela dei primi ministri è lunga
come i titoloni di una “soap opera” e con questi le alchimie politiche e gl’equilibrismi di un delicato impianto semi costituzionale che ormai non si regge quasi più sui suoi piedi.
E’ ormai prossima la fase finale della crisi del governo Starmer, eletto più per disarcionare i rapaci conservatori che per convinzione. A questi è molto probabile che segua una decisa sterzata a sinistra da parte dei Labouristi che avrebbero determinato d’affidarsi ad un sindaco relativamente poco competente, Andy Brunham, ma espressione di una “nord” operaio, o preteso tale, che dalla fine della rivoluzione industriale ai giorni nostri, non ha più davvero giocato alcun ruolo politico e sociale nel regno, fatta eccezione per una “riserva di caccia”, una riserva elettorale non dissimile a quella di cui godevano notabili e boiardi democristiani nel sud del nostro paese.
A dir la tutta, Starmer e la sua vice Reeves pagano il dazio della loro incompetenza ideologica oltre che di un granitico distacco nei confronti del popolo che, nelle sue numerose declinazioni
sociali, ha vissuto una continua erosione sociale ed economica. I due in fatti hanno non soltanto introdotto numerose misure legislative palesemente illiberali, vedasi le “crociate” contro i coltivatori diretti e più di recente i proprietari di casa: ma lo hanno finito per fare grossolanamente, senz’alcuna attenzione alle conseguenze dirette di talune politiche né alla normazione diretta, spesso difficilmente comprensibile ed attuabile.
Ancor di più, Starmer s’è intestato toni decisamente roboanti contro l’immigrazione di ultima generazione, quella cui in large ha garantito ancora una qualche dinamica positiva al prodotto
interno lordo. Starmer è stato singolarmente il comunicatore più anti immigrazione che la destra all’opposizione potesse render plauso adottando al contempo politiche ideologicamente
di estrema sinistra fino a quasi ad una vera e propria spoliazione sociale. Quel che è di là da venire probabilmente finirà per farci rimpiangere persino questo governicchio di simil-dissidenti, lo stesso che ha apertamente condannato Israele.
In fatti il Regno che è in fase di smembramento può ragionevolmente attendersi di attraversare i prossimi due anni erigendo le barricate di una versione redatta del bolscevismo per poi doverle ardere non appena a N 10 sarà giunto Nigel Farage, una sorta di” ducetto” del tutto sprovvisto di qualunque abilità intellettuale od orizzonte politico internazionale. E’ quasi del tutto paradossale che il paese più liberale sia appresti a divenire il più illiberale, quello più convintamente europeista, ed in fondo quello che del progetto europeo ha beneficiato massimamente, abbia del tutto abdicato sprezzantemente al suo ruolo, quello più strenuamente antifascista stia per transitare dal dirigismo “sovietico” dei labouristi al qualunquismo “neofascista” di Reform.
Se il Regno Unito fosse cartina di tornasole del declivio occidentale, quello per cui i cinesi stanno per soppiantare le famose ed iper efficienti fabbriche giapponesi sul suolo britannico, è forse verosimile che la nostra metà del mondo stia per entrare in un vortice politico i cui opposti, extra parlamentari, oltre le sgualcite “costituzioni” nazionali, s’attraggano
pericolosamente.
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