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As Russia Strikes Ukraine, a Cultural Symbol Catches Fire

15 Giugno 2026 ore 22:16
The latest casualty in the war is a centuries-old cathedral. President Volodymyr Zelensky called it “one of the largest Russian crimes against Christian culture.”

© Valentyn Ogirenko/Reuters

The Dormition Cathedral in Kyiv after it was hit during Russian missile and drone strikes on Monday.

As Russia Strikes Ukraine, a Cultural Symbol Catches Fire

15 Giugno 2026 ore 22:16
The latest casualty in the war is a centuries-old cathedral. President Volodymyr Zelensky called it “one of the largest Russian crimes against Christian culture.”

© Valentyn Ogirenko/Reuters

The Dormition Cathedral in Kyiv after it was hit during Russian missile and drone strikes on Monday.

Two Men Found Guilty in Arson Attacks Targeting U.K. Prime Minister Keir Starmer

15 Giugno 2026 ore 17:41
The men were convicted of conspiring to set fire to properties and a car linked to the prime minister after one of them was recruited on a Russian-language Telegram account.

© Pool photo by Carlos Jasso

Prime Minister Keir Starmer of Britain at Downing Street on Monday.

Two Men Found Guilty in Arson Attacks Targeting U.K. Prime Minister Keir Starmer

15 Giugno 2026 ore 17:41
The men were convicted of conspiring to set fire to properties and a car linked to the prime minister after one of them was recruited on a Russian-language Telegram account.

© Pool photo by Carlos Jasso

Prime Minister Keir Starmer of Britain at Downing Street on Monday.

In Latest Attacks, Russia Is Exploiting a Major Weakness for Ukraine

Ukraine is running out of American-made Patriot air-defense interceptors, and is pleading for more.

© Valentyn Ogirenko/Reuters

Ukrainian service members next to a launcher of a Patriot air-defense system, in an undisclosed location, in 2024.

Tra guerre e ‘nuovi imperi’: l’europa e la costruzione di un nuovo ordine internazionale

15 Giugno 2026 ore 10:38

L’erosione della sicurezza tra Europa e nuovi imperi. 

La guerra in Ucraina sta assumendo una dimensione sempre più critica per gli effetti che produce sull’intera architettura della sicurezza europea. Il progressivo intensificarsi di incursioni nello spazio aereo, attività militari lungo il fianco orientale della NATO, operazioni ibride e pressioni sotto la soglia del conflitto diretto segnalano la crescente erosione dei meccanismi di contenimento che, fino a oggi, hanno evitato un allargamento del conflitto oltre il teatro ucraino. Episodi come la caduta di droni in territorio romeno o il loro abbattimento nei cieli lettoni non possono essere considerati semplici incidenti tattici, ma indicano una crescente compressione delle distanze strategiche tra Russia ed Europa. In questo contesto, errori di valutazione, incidenti non controllati o dinamiche di escalation potrebbero produrre conseguenze difficilmente prevedibili. Non sorprende, quindi, che nei Paesi baltici, in Finlandia, in Polonia, in Romania e in Moldavia si sia consolidata la percezione di una minaccia crescente alla stabilità regionale. A rendere il quadro ancora più teso hanno contribuito anche le dichiarazioni dell’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, secondo cui «c’è una guerra in corso» e simili episodi continueranno a verificarsi, con la conseguenza che «i cittadini europei non dormiranno sonni tranquilli».

La questione, tuttavia, trascende il solo teatro ucraino. Dal Medio Oriente al Sahel, fino alle numerose guerre a media intensità che si sviluppano lontano dall’attenzione mediatica globale, si osserva una tendenza comune: l’indebolimento della capacità delle istituzioni multilaterali di prevenire, gestire o risolvere i conflitti. Molti dei presupposti che avevano alimentato le aspettative dell’epoca post-bipolare appaiono oggi in fase di revisione. La fiducia nell’universalizzazione delle regole internazionali, nel rafforzamento del multilateralismo, nella progressiva limitazione del ricorso alla forza e nella stabilizzazione degli equilibri strategici attraverso il controllo degli armamenti ha lasciato spazio a una realtà dominata solo dalla competizione geopolitica e dal ritorno delle logiche di potenza. Il sistema internazionale è ormai nettamente evoluto in senso sempre più competitivo e “imperiale”, dove Stati Uniti, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese agiscono come poli di potenza che ridefiniscono sfere di influenza e priorità strategiche secondo le proprie logiche di proiezione globale. La competizione tra queste potenze ha quindi ridotto gli spazi di autonomia di tutti gli altri attori, a cominciare dall’ Europa.

Per una nuova responsabilità dell’Europa

Questi scenari e il ripetersi degli episodi sempre più pericolosi che si vanno registrando sui cieli e già oltre i confini dell’Europa dovrebbero indurre i leader europei a un atto di responsabilità. È questo il momento di rilanciare una riflessione politica, morale e strategica di più ampio respiro. La guerra non può diventare il nuovo orizzonte ordinario delle relazioni internazionali. Una prima prospettiva di un’Europa responsabile deve senz’altro dare priorità ad un percorso concreto di pace per l’Ucraina La contrapposizione si è fatta ancora più aperta tra Russia e Ucraina e le iniziative negoziali arretrano sugli umori di Putin, cui fa ora gioco anche il bellicismo di Trump su altri fronti. Dopo la lettera aperta di Zelensky rivolta a Putin, nella quale lo aveva invitato a considerare i suoi 73 anni e a cogliere l’opportunità di perseguire una soluzione negoziata al conflitto, il leader del Cremlino ha chiarito di non vedere, allo stato attuale, l’utilità di un vertice personale con Zelensky, ribadendo che le operazioni militari proseguiranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati da Mosca. È un segnale della persistente distanza tra le parti e della difficoltà di riattivare, nell’immediato, un canale politico diretto ad alto livello. Proprio per questo l’Europa deve promuovere senza esitare un progetto negoziale, partendo da una richiesta chiara e immediata di cessate il fuoco. La strada intrapresa dal formato E3, Francia, Regno Unito, e Germania – avallata anche da molti altri Stati Ue – è dunque quella giusta. Il vertice di Londra tra Volodymyr Zelensky, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz ha assunto perciò un significato che va oltre il sostegno all’Ucraina. Per la prima volta dopo molti mesi, l’Europa prova infatti a presentarsi non soltanto come garante militare della resistenza ucraina, ma come soggetto politico capace di formulare una proposta per l’uscita dal conflitto. I quattro leader hanno indicato alcuni punti essenziali: un cessate il fuoco immediato, l’utilizzo dell’attuale linea di contatto come base negoziale iniziale, garanzie di sicurezza credibili per Kiev, il mantenimento del congelamento degli asset russi fino a una soluzione concordata e la tutela degli interessi strategici europei. Si tratta di una piattaforma che tiene insieme il principio di realtà e il rispetto del diritto internazionale. L’Italia dovrebbe saper leggere meglio quanto sta avvenendo, non alimentando il giudizio superficiale che vorrebbe l’iniziativa di Londra soprattutto il tentativo di leader indeboliti al proprio interno di recuperare centralità sul piano internazionale. È una valutazione miope che non coglie il problema. Nel caso dell’Ucraina l’iniziativa è piuttosto il frutto del lavoro delle principali diplomazie europee, consolidatosi nel tempo e che risponde a una constatazione sempre più evidente: la sicurezza europea non può essere affrontata senza una forte assunzione di responsabilità da parte degli europei stessi. Occorre perciò puntare a ricostruire un formato E5 o E6 (con Italia, Polonia e Spagna) e concepire in termini concreti il contributo che il nostro Paese intende offrire alla costruzione di una posizione europea più coesa per l’Ucraina, e questo potrà già avvenire dai prossimi vertici, come il G7 previsto dal 15 al 17 giugno a Évian in Francia. La leadership dell’Italia ha il peso della responsabilità di unirsi senza esitazioni alla convergenza strategica di cui in questo momento ha bisogno la diplomazia dell’ Unione Europea

Iran–Israele–Stati Uniti: i rischi di escalation incontrollata del conflitto

Parallelamente, il Medio Oriente dovrà rappresentare l’ altro ambito di intervento, vista l’ultima escalation dello scontro tra Stati Uniti e Iran, i nuovi attacchi iraniani sui Paesi Arabi, l’ostinazione di Netanyahu sul fronte libanese. Le interconnessioni con i fronti iraniano e  libanese, con le dinamiche della crisi palestinese e con la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo Persico stanno indirizzando il conflitto in progressiva escalation sul piano globale, con tutte le conseguenze umanitarie per i popoli della regione e le ripercussioni che in Europa i cittadini stanno pagando in termini di aumento dei costi delle materie prime e dei flussi energetici. Anche per l’imprevidibilità di Trump – che ora ha rilanciato lo scontro finale, deciso a ottenere un risultato in vista delle elezioni di midterm – la guerra non si presenta ancora come un evento lineare, ma come un processo frammentato e potenzialmente auto-rinforzante, nel quale la soglia tra contenimento e allargamento resta costantemente instabile.

L’Europa non può rimanere semplice spettatrice: dal G7 al G20, all’Onu e anche con altre intese multilaterali può promuovere un immediato cessate il fuoco tra tutte le parti coinvolte e individuare un nucleo qualificato di mediatori internazionali incaricati di guidare un processo credibile di de-escalation. Sulla questione del programma nucleare iraniano occorre affidare all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica la mediazione e le funzioni di verifica indipendente e di supervisione tecnica che le competono. Per il Libano, e in particolare per il ruolo di Hezbollah, la prospettiva di stabilizzazione richiede percorsi progressivi di disarmo verificabile e il rafforzamento del mandato delle Nazioni Unite sul terreno. In parallelo, sulla dimensione umanitaria e dei diritti fondamentali, il sistema multilaterale deve riaffermare con maggiore forza i propri strumenti di tutela, attraverso il rafforzamento degli organismi delle Nazioni Unite,  a cominciare dalle Forze di pace dell’Onu  e dall’Alto Commissario per i diritti umani, oltre che per le altre agenzie collegate.

L’Europa nella competizione tra grandi potenze

In questa prospettiva allora è bene chiarire come muoversi in Europa. Mentre Stati Uniti, Federazione Russa e Cina ridefiniscono gli equilibri globali secondo logiche di potenza e di competizione sistemica, l’Europa rischia ancora di restare priva di una chiara postura strategica autonoma. Resta un punto centrale da chiarire: come sancito dalla Costituzione, le decisioni sulla collocazione internazionale dell’Italia non possono essere prerogativa esclusiva dell’esecutivo. È necessario un dibattito più ampio che coinvolga il Parlamento, il Capo dello Stato e le altre Istituzioni di garanzia, e dunque la società civile e il mondo accademico. La comparazione con altre esperienze europee, ed anche oltre l’Europa,  evidenzia come il dibattito strategico possa essere alimentato anche a livello culturale, contribuendo a una maggiore consapevolezza collettiva delle trasformazioni in atto. Occorre prendere d’esempio quanto accaduto in Finlandia, dove lo stesso capo dello Stato Alexander Stubb ha aperto un ampio dibattito con la pubblicazione del saggio “Il triangolo del potere. Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale”. Stubb ha lanciato un monito: di fronte ad una competizione tra blocchi sempre più fluida, l’ Europa ha necessità di sviluppare la cooperazione anche oltre le tradizionali alleanze, guardando principalmente al Resto del Mondo (Canada, Giappone, Australia, etc.) e al Global South in particolare (Unione Africana, India, Brasile, paesi del Golfo, ecc.) rispetto a chi propone nuovi domini. Quest’area del mondo, da un lato percepisce ora lo sfruttamento e la “trappola del debito” cinese, dall’altro si vede alienata dagli Usa per le politiche tariffarie, le dinamiche neocoloniali delle grandi imprese, oltre che per le scelte bellicistiche di cui subisce le pesanti conseguenze umanitarie ed economiche e per  il progressivo ridimensionamento degli aiuti allo sviluppo. La crescente competizione tra blocchi e l’emergere di un “Sud globale” sempre più rilevante impongono dunque all’Europa di ripensare le proprie alleanze e le proprie priorità strategiche, superando una logica esclusivamente dipendente dalle tradizionali architetture transatlantiche. In sostanza di tratta delle stesse tesi sostenute dal premier canadese Mark Carney al Forum di Davos: le “middle powers” devono rafforzare la cooperazione tra loro e costruire nuove coalizioni fondate su interessi e valori condivisi, per evitare di essere schiacciate dalla crescente rivalità tra le grandi potenze, contribuire alla definizione di un ordine internazionale equilibrato e multipolare, premessa necessaria per promuovere concreti processi di pace.

Per una governance della pace: Mediterraneo, Europa e architetture multilaterali

In tale scenario, l’Italia può ambire a svolgere un ruolo di media potenza responsabile, valorizzando la propria tradizionale funzione di ponte economico, politico e culturale nel Mediterraneo allargato. Questa postura implica però una chiara assunzione di responsabilità europea e il superamento di derive antieuropee che, indebolendo la coesione dell’Unione, riducono la capacità complessiva dell’Europa di incidere sulle trasformazioni dell’ordine internazionale. La costruzione di una strategia esterna coerente richiede infatti una maggiore integrazione politica e una visione condivisa dei beni strategici europei, a partire dalla stabilità regionale e dalla difesa del diritto internazionale.

Su questa base, l’ipotesi di una iniziativa diplomatica strutturata assume una rilevanza crescente. In presenza di una domanda diffusa di riduzione dell’escalation globale, l’Europa potrebbe farsi promotrice di una Conferenza internazionale per la pace, concepita non soltanto come tavolo negoziale tra Stati, ma come spazio politico più ampio di ridefinizione delle condizioni della convivenza internazionale. In concreto, una Conferenza per la pace può nascere da una iniziativa congiunta dei Capi di Stato e di Governo europei che poi si estenda ai Paesi del Mediterraneo, cerniera tra Nord e Sud del mondo, e farsi proposta globale coinvolgendo gli altri continenti nel contesto delle Nazioni Unite.  L’obiettivo potrebbe puntare dunque alla definizione di una Carta della pace, intesa come documento al tempo stesso normativo e programmatico. Essa potrebbe includere principi essenziali quali la cessazione delle ostilità e l’avvio di negoziati nei principali teatri di crisi, il divieto dell’aggressione come strumento di politica internazionale, la riduzione progressiva degli arsenali e il rafforzamento dei regimi di non proliferazione, insieme al consolidamento della diplomazia preventiva e dei meccanismi di cooperazione allo sviluppo. In questo quadro rientra anche la gestione delle dinamiche migratorie, che non può essere affrontata esclusivamente in chiave securitaria, ma richiede politiche di investimento nei Paesi di origine, sostegno ai processi di stabilizzazione e una valutazione realistica del contributo dei lavoratori migranti alle economie europee.

Un ulteriore asse di questa prospettiva riguarda il dialogo tra tradizioni religiose e culturali, che può contribuire alla costruzione di un linguaggio condiviso della pace. Il coinvolgimento delle leadership religiose, in particolare, può rafforzare la dimensione etica della cooperazione internazionale, favorendo la creazione di reti di fiducia transnazionali. In questa direzione si inserisce l’idea più volte richiamata da Papa Leone XIV: «Se volete la pace, preparate istituzioni di pace….  la costruzione della pace è un compito affidato a tutti».

In conclusione, sul piano storico le grandi conferenze internazionali dimostrano come dopo grandi fasi di conflitto sistemico sono seguiti i momenti di ridefinizione dell’ordine globale. Dalle esperienze europee dell’età moderna fino ai negoziati del secondo dopoguerra, la diplomazia multilaterale ha rappresentato uno strumento essenziale di ricostruzione della legalità internazionale. L’Europa, in particolare, porta con sé la memoria delle più alte forme di distruzione politica e militare del Novecento, ma anche l’esperienza unica di un processo di integrazione fondato sulla progressiva sostituzione della forza con la regola. È proprio questa traiettoria storica a conferire al continente una responsabilità specifica nella fase attuale. La sfida consiste nel trasformare nuovamente la competizione tra attori in forme regolamentate di cooperazione, rafforzando gli strumenti del diritto internazionale e contenendo le dinamiche di militarizzazione delle crisi. In ultima analisi, abbiamo ancora una traccia da percorrere, che rimane un riferimento universale: la Carta delle Nazioni Unite, nata dopo le grandi tragedie di due guerre mondiali. È il caso di richiamare i suoi passi salienti, che sintetizzano gli impegni fondamentali assunti alle Nazioni Unite: gli Stati  furono infatti  «decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona, nell’eguaglianza dei diritti di uomini e donne e delle nazioni grandi e piccole». E ancora «a creare le condizioni per mantenere la giustizia e il rispetto degli obblighi internazionali, a promuovere il progresso sociale e un più elevato tenore di vita, a praticare la tolleranza e vivere in pace in rapporti di buon vicinato, a unire le forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale». Occorre che questa scelta trovi finalmente attuazione concreta, grazie a un’azione politica responsabile e lungimirante dei suoi leader: è questa l’unica via possibile perché dall’Europa parta una risposta credibile, senza ulteriori rinvii, alla domanda di pace dell’umanità

After Russia Attacks Kyiv With Missiles and Drones, Historic Orthodox Cathedral Burns

15 Giugno 2026 ore 14:25
A bishop reported that many holy items had been recovered from the church, at the site of the Perchersk monastery, a revered place for the Ukrainian and Russian Orthodox faiths.

© Evgeniy Maloletka/Associated Press

A fire at the Dormition Cathedral in Kyiv, Ukraine, on Monday after a Russian attack.

Il futuro del gasdotto russo "Power of Siberia 2"

 

di Marinella Mondaini per l'AntiDiplomatico

 

Gli accordi tra Russia e Cina per la realizzazione del nuovo gasdotto russo "Power of Siberia 2" (Forza della Siberia 2") sono in fase finale. Si tratta del gasdotto principale precedentemente noto come progetto «Altaj», destinato all'esportazione di gas naturale russo dalla Siberia occidentale alla Cina. L'obiettivo principale del gasdotto "Power of Siberia 2" è quello di reindirizzare verso l'Asia i volumi di gas che in precedenza venivano forniti all'Europa. Va detto che la Russia fornisce già il gas alla Cina attraverso il gasdotto “Power of Siberia-1, in base a un contratto trentennale. Le consegne sono iniziate nel 2019. Ora si prevede che un secondo corridoio, la Rotta dell'Estremo Oriente, sarà presto operativo. Gazprom e CNPC sono impegnate in trattative avanzate al riguardo. Secondo l'agenzia di stampa TASS, Gazprom ha raggiunto un accordo con la China National Petroleum Corporation (CNPC) per aumentare le forniture complessive di gas attraverso queste due rotte. Il progetto "Power of Siberia 2" permetterebbe a Pechino di tutelarsi dall'instabilità in Medio Oriente e dalle tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti, attualmente il maggiore esportatore mondiale di GNL. L'avvio del gasdotto "Power of Siberia 2" consentirà alla Russia di raddoppiare quasi le sue esportazioni di gas verso la Cina. A differenza del primo Power of Siberia, che riceveva gas dai giacimenti della Siberia orientale, il nuovo gasdotto collegherà la Cina con i giacimenti della penisola di Yamal nella Siberia occidentale. Si tratta degli stessi giacimenti che in precedenza rifornivano l'Europa. Gazprom ha già chiarito che il combustibile fornito tramite il gasdotto “Power of Siberia 2 sarà più economico per la Cina rispetto al gas russo precedentemente spedito in Europa.

Alexej Miller, presidente del consiglio di amministrazione di Gazprom , ha definito questo progetto "il più grande, esteso e impegnativo progetto nel settore del gas al mondo". Il futuro gasdotto “Power of Siberia-2” si estenderà per oltre 4.000 chilometri. Inizierà a nord del Circolo Polare Artico e terminerà vicino alle megalopoli della costa orientale cinese. In Russia, il gasdotto si snoderà per 2.600 chilometri attraverso le foreste siberiane, per poi attraversare quasi 1.000 chilometri attraverso le steppe della Mongolia. Il gasdotto trasporterà gas dai giacimenti della Siberia occidentale attraverso la Mongolia fino alla Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang in Cina e poi a Shanghai. Gazprom e la cinese CNPC hanno firmato un memorandum d'intesa giuridicamente vincolante sulla costruzione del gasdotto stesso e del gasdotto di transito Soyuz Vostok, lungo circa 950 chilometri, attraverso la Mongolia, nel settembre 2025, a seguito di colloqui tra i leader di Russia, Cina e Mongolia a Pechino. A pieno regime, il gasdotto “Power of Siberia-2” sarà in grado di pompare fino a 50 miliardi di metri cubi di gas all'anno. Questa quantità è paragonabile alla capacità del gasdotto Nord Stream 1, attualmente in disuso, che corre lungo il fondale del Mar Baltico dalla Russia alla Germania.

Per fare un confronto, rappresenta circa un terzo di tutte le esportazioni di gas russo verso l'Europa prima del conflitto in Ucraina. A maggio, il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha annunciato che Mosca e Pechino avevano raggiunto un accordo su questioni chiave riguardanti il tracciato e la costruzione del gasdotto “Power of Siberia 2”, sebbene non fosse ancora stata definita la tempistica precisa per la sua realizzazione. In seguito alla visita del presidente russo Vladimir Putin in Cina, il Cremlino ha confermato che le parti avevano raggiunto un'intesa su molti dettagli fondamentali del progetto. Boris Titov, presidente della sezione russa del Comitato russo-cinese per l'amicizia, la pace e lo sviluppo e rappresentante presidenziale speciale per le relazioni con le organizzazioni internazionali ai fini del raggiungimento degli obiettivi di uno sviluppo stabile, ha dichiarato che «la stampa ha scritto molto su “Power of Siberia 2”, che non è ancora stato firmato. Ma posso dirvi, anche se non mi occupo direttamente della questione, ciò che so in qualità di copresidente del Comitato di amicizia russo-cinese: il problema risiede nelle difficoltà tecniche. Non è una questione di prezzo, come hanno scritto molti media, secondo cui non riusciamo a concordare il prezzo. Non è questo il punto. Il problema è più di natura logistica. Si tratta di prendere la decisione giusta sul tracciato di questo gasdotto". Secondo Titov, come riporta la TASS, in questo caso due aspetti sono strettamente correlati: occorre scegliere l'opzione ottimale sia in termini di costi di costruzione sia dal punto di vista della sicurezza e dell'affidabilità del percorso. «Per questo motivo la questione è oggetto di discussione e nessuno ha mostrato particolare fretta durante l'incontro tenutosi a Pechino. Si tratta di un aspetto operativo che verrà risolto a breve, ma nessuno ha fretta”. https://tass.ru/ekonomika/27750175

Il progetto “Power of Siberia 2” non solo rafforzerà l'alleanza economica tra Russia e Cina, che si sono avvicinate a seguito delle sanzioni occidentali contro la Russia, ma potrebbe anche ridisegnare radicalmente la mappa dei flussi globali di gas per i prossimi dieci anni, secondo quanto riportato da Bloomberg. La posizione della Russia come fornitore di gas è destinata a rafforzarsi sempre di più, ha dichiarato a @SputnikLive il vice direttore dell’Istituto nazionale per l’energia della Federazione Russa, Alexander Frolov. «Il gas è una fonte energetica comoda e accessibile. Le fonti rinnovabili presentano molte sfumature: per la produzione solare c’è l’ora del giorno, per quella eolica la presenza stessa del vento e così via. Le centrali nucleari e a carbone non consentono di modificare in modo produttivo i volumi di produzione in tempi brevi. Il gas, invece, offre la possibilità di gestire in modo estremamente efficiente la distribuzione irregolare dell'energia, ad esempio su base giornaliera". Il combustibile blu è necessario e la sua domanda è in crescita, osserva Frolov. “L'Europa rifiuta il gas russo, che ci riesca o meno è un'altra questione.

Ma il mondo non gira attorno all'Europa. La Cina ha ampliato i contratti con Gazprom sia per il ”Power of Siberia“ che per un gasdotto non ancora costruito. Che cos'è questo, se non un indicatore della domanda reale?” (https://t.me/sputniklive/113717) Alcuni in Europa non nascondono preoccupazione per la scelta di aver rifiutato il gas russo, scelta guidata dalla più ottusa russofobia. Peter Magyar ha affermato che l'Europa ricomincerà ad acquistare gas dalla Russia non appena la guerra in Ucraina sarà finita. Intanto acquistano gas dagli americani a prezzo, come minimo triplicato, rispetto a quello russo - di cui godevano prima. E continuano ad affossare le proprie economie con le loro politiche miopi e antipopolari. 

Prima di salutare Trump, Gabbard ha fatto due regali a un’unità dell’intelligence russa

15 Giugno 2026 ore 04:45

Negli ultimi giorni da direttrice dell’Intelligence nazionale degli Stati Uniti, Tulsi Gabbard ha messo a segno due mosse che, per coincidenza o no, vanno dritte a vantaggio della stessa unità dell’intelligence militare russa (Gru), la 29155, già nota per operazioni di destabilizzazione in Europa.

Gabbard, ex deputata del Partito democratico diventata uno dei simboli del mondo Maga, lascerà l’incarico il 30 giugno. La motivazione ufficiale, comunicata al presidente statunitense Donald Trump in una lettera (conclusa con «With love and aloha»), è personale: il marito Abraham ha una forma rara di tumore osseo e lei intende dedicarsi a lui. Ma dietro le dimissioni c’è anche un’altra storia. Negli ultimi mesi Gabbard era stata progressivamente esclusa dai dossier più sensibili – come le operazioni all’estero e la gestione dei conflitti regionali – a vantaggio della Central Intelligence Agency guidata da John Ratcliffe. Le sue posizioni pubbliche sul fascicolo iraniano, in contrasto con la linea della Casa Bianca, avevano già incrinato il rapporto con Trump. Tra il momento dell’annuncio delle dimissioni e l’uscita effettiva, Gabbard ha però trovato il tempo per due iniziative ad alto impatto.

La prima: venerdì il suo ufficio ha pubblicato un comunicato su un programma decennale di finanziamento americano a oltre 120 laboratori biologici in più di 30 Paesi, inclusa l’Ucraina. Il testo segnala che alcuni di questi impianti, in piena guerra, sarebbero a rischio di compromissione da parte russa. Gabbard lo ha presentato come «intelligence inedita», accusando l’amministrazione Biden e figure come Anthony Fauci di aver mentito sull’esistenza di questi programmi.

Il problema è che non c’è nulla di nuovo, né di segreto. Si tratta del programma Cooperative Threat Reduction, avviato a metà anni Duemila per metter in sicurezza laboratori di epoca sovietica in Ucraina e altrove – impianti ucraini, gestiti da personale ucraino, dediti a sorveglianza epidemiologica di base. L’ambasciata statunitense a Kyjiv ne parla apertamente da anni e la Defense Threat Reduction Agency pubblica documenti sul programma. Nessuna struttura ucraina ha la classificazione BSL-4, il livello più alto di contenimento biologico; solo poche sono BSL-3. Sembra una teoria del complotto presentata come intelligence, con l’Ucraina al centro dell’intera operazione.

Chi ha festeggiato è stato Kirill Dmitriev, l’inviato economico del leader russo Putin che da mesi cura i rapporti con l’amministrazione Trump. Su X ha scritto che la Russia diceva la verità sui biolaboratori mentre lo «Stato profondo» e i media tradizionali lo negavano. Per Mosca, l’endorsement della struttura che coordina l’intelligence americana uscente vale più di anni di propaganda di Russia Today.

La reazione più dura, però, è arrivata da dentro il movimento Maga. Laura Loomer, la stessa che pochi giorni prima aveva anticipato in esclusiva le dimissioni di Gabbard, ha attaccato frontalmente i colleghi che hanno applaudito alla pubblicazione del documento, accusandoli di farsi usare dalla Russia mentre Mosca offre armi nucleari all’Iran. Ha poi sottolineato che proprio i media russi, gli stessi che diffondono teorie del complotto su Trump, stavano celebrando l’operato di Gabbad, definendo la cosa privo di autocoscienza. Lo scontro si inserisce in una frattura più ampia nel campo trumpiano, dove alcune voci – Marjorie Taylor Greene è tra le più citate dai media russi nelle ultime settimane assieme a Tucker Carlson – vengono presentate da Mosca come interlocutori privilegiati, in contrapposizione proprio a Loomer, che dal canto suo è una delle voci più filoisraeliane e anti Cremlino dell’ecosistema Maga.

C’è poi il filo che lega tutto: l’unità 29155. Un’inchiesta di The Insider dell’anno scorso ha documentato come proprio questa unità delle operazioni ibride del Gru – la stessa dietro l’avvelenamento di Sergej Skripal e numerose operazioni di destabilizzazione in Europa – abbia costruito da zero la narrazione dei biolaboratori segreti in Ucraina, diffondendola attraverso una rete di siti e giornalisti compiacenti, e l’abbia poi fatta arrivare fino a Gabbard, che la ripeteva già in un’intervista a Carlson nel marzo 2024, ben prima di diventare direttrice dell’Intelligence nazionale.

Ed è qui che la seconda mossa di Gabbard si incastra con la prima. Il giorno precedente al comunicato sui biolaboratori, l’ufficio di Gabbard ha revocato due valutazioni dell’intelligence community dell’era Biden sulla cosiddetta sindrome dell’Avana, ovvero gli anomalous health incident che da anni colpiscono diplomatici, funzionari e militari americani con sintomi neurologici acuti. In un memo di due pagine ai parlamentari, Gabbard ha scritto che quelle valutazioni non rispettavano gli standard della comunità: esclusione selettiva di prove, omissione di informazioni rilevanti sulle fonti, eccessiva dipendenza da uno studio medico definito eticamente discutibile. La revoca era stata richiesta a gran voce dal presidente della commissione Intelligence della Camera, Rick Crawford, e arriva dopo mesi di scontro interno.

Il punto è che quelle due valutazioni erano state messe in discussione proprio sulla base delle prove, raccolte da giornalisti investigativi, che indicavano la responsabilità dell’unità 29155 in attacchi a energia diretta contro personale americano. Gabbard ha quindi corretto un errore dell’intelligence riconoscendo il ruolo della 29155 nella sindrome dell’Avana, e il giorno dopo ha amplificato un’operazione di disinformazione costruita dalla stessa identica unità. Un cortocircuito che sembra un regalo continuo al Cremlino.

Resta da capire chi guiderà ora l’Intelligence nazionale. Trump ha prima affidato l’incarico ad interim a Bill Pulte, il responsabile dell’agenzia federale per i mutui, privo di qualunque esperienza in materia di sicurezza nazionale – una scelta che la legge richiederebbe diversa, e che ha incontrato opposizione bipartisan al Congresso, complicando già il dibattito sul rinnovo di uno strumento di sorveglianza post 11 settembre scaduto per la prima volta dalla sua creazione. Di fronte alle resistenze parlamentari, Trump ha poi virato su Jay Clayton, procuratore federale per il distretto sud di New York, vicino al presidente e raccomandato per il ruolo dal capo della Agency, Ratcliffe. La scelta conferma la traiettoria degli ultimi mesi: Langley, non il direttore dell’Intelligence nazionale, resta il centro decisionale dell’intelligence americana, e il nuovo direttore arriva con la benedizione di Langley più che con un profilo da analista.

L'articolo Prima di salutare Trump, Gabbard ha fatto due regali a un’unità dell’intelligence russa proviene da Linkiesta.it.

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