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Ucraina, nel mirino dell’anti-corruzione un altro fedelissimo di Zelensky: “Il vicepremier Kuleba comprò una casa senza redditi leciti sufficienti”

17 Giugno 2026 ore 13:59

Un altro uomo di fiducia di Volodymyr Zelensky finisce nel mirino delle autorità anti-corruzione ucraine. La Procura Specializzata Anticorruzione (Sapo) ha chiesto la confisca di beni immobili per 5 milioni di grivne (circa 96 mila euro) a Oleksiy Kuleba, attuale vice primo ministro per la Rigenerazione e ministro dello Sviluppo delle Comunità e dei Territori. Si tratta, ha spiegato la procura in una nota, di un appartamento e un posto auto che il politico ha comprato a Kiev. L’acquisto sarebbe avvenuto “tramite la sorella” nel 2021, quando Kuleba ricopriva il ruolo di primo vice capo dell’Amministrazione municipale della capitale. Nel 2023, poi, dopo che Zelensky lo aveva promosso a vice capo del proprio Ufficio di presidenza, Kuleba “ha provveduto alla stipula dei contratti di compravendita dei beni, alla loro registrazione statale e alla stipula di contratti di servizio, coinvolgendo il proprio autista“. L’analisi dei redditi e delle spese ufficiali di Kuleba e della sua famiglia ha dimostrato che questi “non disponevano di redditi legali sufficienti per l’acquisizione di tali beni”. Per questo il Sapo ne ha chiesto la confisca al Superiore Tribunale Anticorruzione.

Kuleba è strettamente legato a Zelensky ed è considerato un membro fidato e di spicco della squadra del presidente. Il loro legame politico e professionale è consolidato da diversi anni attraverso i ruoli di massima fiducia che Zelensky gli ha affidato. Nel febbraio 2022 lo ha nominato governatore dell’Oblast di Kiev, delegandogli la gestione della regione proprio nei giorni più critici dell’invasione russa. Nel gennaio 2023, poi, lo ha chiamato al suo fianco promuovendolo a numero due del proprio ufficio. In questo ruolo Kuleba ha lavorato a strettissimo contatto con il leader ucraino e con il potente capo dell’ufficio, Andriy Yermak, arrestato e poi rilasciato per il suo coinvolgimento nell’inchiesta “Midas” che a partire dal novembre 2025 ha terremotato il governo. Durante il grande rimpasto del settembre 2024, infine, Zelensky lo ha promosso a vicepremier, affidandogli il coordinamento di molti programmi infrastrutturali e di ricostruzione.

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Nucleare Iran, il piano Usa per disarmare Teheran: investimenti per 300 miliardi. “Li metterebbero i Paesi arabi del Golfo”

17 Giugno 2026 ore 08:23

Venerdì 19 giugno sul tavolo a Lucerna non ci sarà soltanto la “pagina e mezzo” piena di indicazioni generiche alla base del memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran. Ci saranno anche possibili investimenti per centinaia di miliardi. Se Teheran accetterà di porre fine alla guerra e definire nuovi limiti al proprio programma nucleare, Washington sarebbe pronta a sostenere la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione economica dell’Iran. La cifra, trapelata alla fine della scorsa settimana da fonti coinvolte nei negoziati e riportata da diversi media americani e israeliani, è stata confermata nelle ultime ore da J.D. Vance.

Intervistato da CBS News, il vicepresidente Usa ha però cercato di neutralizzare quello che per Donald Trump potrebbe trasformarsi in boomerang in politica interna. “Gli iraniani non riceveranno mai un centesimo del denaro dei contribuenti statunitensi, punto”, ha detto Vance a CBS Mornings. Quando gli è stato chiesto se il memorandum tra Washington e Teheran prevedesse un fondo da 300 miliardi di dollari, Vance ha risposto: “Questo è il tipo di finanziamento a cui potrebbero avere accesso, erogato dalla Gulf Coast Coalition, a patto che rispettino i loro obblighi”.

La precisazione è tutt’altro che secondaria. Il fondo non sarebbe composto da risorse federali americane, ma da investimenti privati, fondi sovrani e capitali provenienti dai paesi del Golfo, con Washington impegnata soprattutto nel ruolo di garante politico e diplomatico dell’operazione. In altre parole, non si tratterebbe di un nuovo Piano Marshall finanziato con soldi pubblici Usa, ma di un enorme veicolo di investimento internazionale destinato a rendere di nuovo appetibile l’economia iraniana dopo la guerra.

La distinzione è fondamentale per Trump. Fin dal primo mandato il tycoon aveva attaccato il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015, accusando l’amministrazione Obama che lo aveva firmato di avere garantito enormi benefici economici alla Repubblica islamica in cambio di limitazioni insufficienti al programma nucleare di Teheran. Il tycoon ha più volte ironizzato sui “pallet di contanti” spediti a Teheran per indicare il pagamento previsto dall’intesa di circa 1,7 miliardi legato alla risoluzione di una controversia finanziaria risalente all’epoca dello Scià. Il trattato prevedeva anche lo sblocco di circa 100 miliardi di asset congelati all’estero, dei quali all’Iran sarebbe arrivato circa il 50%. Accettare ora un accordo che garantisca agli ayatollah 300 miliardi pubblici sarebbe quindi un impensabile autogol. Da qui la necessità di costruire un meccanismo e una narrativa diversi.

Secondo quanto emerso finora, a mettere gran parte delle risorse dovrebbero essere i paesi arabi del Golfo, gli stessi che per decenni hanno considerato la Repubblica islamica il loro principale rivale strategico della regione. Le risorse verrebbero erogate soltanto a fronte del raggiungimento di specifici obiettivi tra i quali il recupero o il trasferimento dell’uranio arricchito accumulato negli ultimi anni, nuovi limiti al programma nucleare e l’accettazione di meccanismi di verifica internazionale.

Il piano iraniano presenta analogie con i progetti elaborati dall’entourage di Trump – in primis dall’inviato Steve Witkoff e dal genero Jared Kushner, entrambi immobiliaristi – per la ricostruzione di Gaza, dove l’idea è quella di mobilitare capitali privati, fondi sovrani del Golfo e investimenti infrastrutturali su larga scala, utilizzando lo sviluppo economico come strumento di stabilizzazione. Con una differenza sostanziale: senei progetti elaborati per la Striscia gli investimenti dovrebbero accompagnare una riorganizzazione della sua governance e un coinvolgimento di attori esterni nella gestione del territorio – Emirati Arabi e Turchia su tutti – nel caso iraniano l’obiettivo sarebbe reintegrare una potenza già esistente nell’economia regionale.

Se dovesse essere confermato, il fondo costituirebbe uno dei più grandi programmi di ricostruzione mai concepiti per il Medio Oriente e andrebbe ad aggiungersi a circa 25 miliardi di dollari di investimenti congelati che potrebbero essere sbloccate nell’ambito dell’intesa. Si tratterebbe però anche uno dei più grandi paradossi dell’era Trump: il presidente che per anni ha denunciato gli incentivi economici concessi da Barack Obama all’Iran si troverebbe oggi a promuovere il più vasto piano di rilancio mai offerto a Teheran. Una prospettiva che non può piacere all’alleato Israele.

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