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La notizia della morte del settore pubblico è esagerata. Possiamo (e dobbiamo) pensarlo

Per decenni abbiamo assistito al funerale annunciato dello Stato. Dalle privatizzazioni degli anni Ottanta fino alle politiche di austerità successive alla crisi del debito sovrano, il rumore di fondo è rimasto sostanzialmente invariato: il mercato è il motore dello sviluppo, mentre il settore pubblico è un residuo del Dopoguerra, un’istituzione superata e incapace di stare al passo con un mondo che cambia rapidamente ed in modo difficilmente decifrabile.
Il capitale contro lo Stato di Massimo Florio parte però da una domanda tanto semplice quanto provocatoria: se lo Stato si sta davvero ritirando, perché i dati raccontano una storia diversa? Da qui l’autore ci presenta la questione dello Stato proponendo una rilettura del suo ruolo non come semplice regolatore dell’economia capitalista, ma come soggetto costituito dalla collettività dei cittadini, capace di plasmare e direzionare le economie nazionali agendo come protagonista nella vita degli individui e nelle sfide dei nostri tempi.

Florio analizza le economie dei paesi più avanzati e mostra un generale aumento del rapporto spesa pubblica/Pil negli ultimi 80 anni, con una stabilizzazione intorno al 40% negli ultimi 20 anni. Questa spesa, già corposa, è destinata inevitabilmente ad aumentare per via dell’invecchiamento della popolazione, con conseguenze sulla spesa pensionistica e sul servizio sanitario, ma anche per la necessità di fare fronte alla crisi ambientale e contrastare i suoi effetti.
Guardando all’occupazione, nei paesi OCSE circa un occupato su cinque lavora nel settore pubblico. Il tasso di crescita dell’occupazione nel pubblico è addirittura maggiore che nel privato, 1,6% contro 1,1%. Un recente rapporto Ocse segnala che 126 delle 500 imprese più grandi al mondo sono partecipate dallo Stato così come un’impresa gigante su quattro.
Lo Stato è dunque ancora presente in misura rilevante nella produzione, nell’occupazione, nella regolazione e nella redistribuzione della ricchezza. Ciò che si è progressivamente indebolito è la sua capacità di orientare l’economia verso obiettivi collettivi e di agire come soggetto strategico dello sviluppo. La finanza pubblica è spesso mal spesa e risponde a dinamiche clientelari che favoriscono la retorica di chi preme per la ritirata del settore pubblico allo scopo di conquistare nuove fette di mercato e opportunità di rendita.

Il libro è composto da tre blocchi che offrono una trattazione chiara del rapporto tra Stato e capitalismo nelle sue declinazioni presenti e passate e nella formulazione di futuri alternativi. Una prima parte, “Lo Stato del presente”, è dedicata all’analisi dello Stato moderno, alla sua definizione e ad una rapida analisi della composizione della spesa pubblica. Questa parte del libro fornisce solide basi analitiche al lettore per lo sviluppo dei capitoli successivi. Nella seconda parte, intitolata “Lo Stato alla deriva”, Florio analizza in particolare i due principali modelli antagonisti al liberismo americano, quello sovietico e quello cinese, analizzandone debolezze e punti di forza. In “Lo Stato che verrà” infine, vengono proposte una serie di riforme di lungo termine per trasformare lo Stato affinché esso venga rinforzato per favorire una maggiore partecipazione pubblica e democratica nell’economia per guidare gli obiettivi di lungo termine. Il cuore del libro risiede proprio in questa ridefinizione del ruolo dello Stato.
Il settore pubblico non è soltanto un insieme di amministrazioni che erogano servizi o gestiscono trasferimenti. È anche un produttore di conoscenza, un coordinatore di investimenti e un soggetto economico capace di perseguire obiettivi che il mercato, lasciato a sé stesso, fatica a realizzare.

Uno dei principali punti di forza del volume è la sua capacità di distinguere tra retorica e realtà. Florio mostra come molte delle narrazioni che hanno dominato il dibattito economico degli ultimi decenni abbiano avuto un impatto senza però produrre quella radicale ritirata dello Stato spesso annunciata. Il Washington Consensus e le politiche neoliberiste di Reagan e Thatcher, la “terza via” di Blair e Clinton e il capitalismo oligopolistico delle Big Tech dell’era Trump vengono analizzate come momenti diversi di uno stesso processo: il tentativo da parte delle élite di ridefinire il rapporto tra capitale e potere pubblico.

Particolarmente interessante è l’attenzione dedicata alle imprese pubbliche. Contro il luogo comune che associa automaticamente proprietà privata ed efficienza, l’autore mostra come molte imprese a controllo pubblico continuino a occupare posizioni strategiche nei mercati internazionali e possano rappresentare strumenti essenziali per affrontare sfide di lungo periodo, dalla transizione ecologica alla politica industriale. Tra le più grandi imprese pubbliche nel mondo, la maggior parte opera nei settori petrolifero, minerario, della raffinazione e dell’energia, nei servizi di pubblica utilità, nelle costruzioni e nella finanza. In Italia, ad esempio, sono casi di successo internazionale e ad elevato impatto occupazionale Enel e Eni nel settore dell’energia, Poste Italiane nelle comunicazioni e Ferrovie dello Stato nei trasporti. 

L’idea fondamentale è il bisogno di sottrarre al mercato ambiti e settori ritenuti strategici per welfare e democrazia, per un corretto funzionamento della vita pubblica. Come proposto dal Forum Disuguaglianze e Diversità, all’interno di queste imprese è necessaria la presenza di consigli del lavoro e della cittadinanza, per favorire e stimolare la partecipazione nelle decisioni collettive, invece di un approccio verticale in cui la produzione non risponde alle necessità delle persone che la generano e i luoghi in cui questi processi avvengono. È in questo contesto che la democrazia economica prende piede. Come scrive Florio, essa è “la capacità di discutere obiettivi, strumenti, risultati e influire sulle decisioni, contro i poteri che intendono svuotare la sfera pubblica per sostituirvi la volontà distruttiva dell’oligarchia”. La questione dell’allargamento della democrazia risulta quindi strettamente legata alla necessità di maggiore proprietà pubblica della produzione. Vi è il bisogno di allargare la platea di partecipanti alle decisioni sulla gestione delle imprese, in quanto le conseguenze del loro operare sono collettive.

Il libro ripropone questioni essenziali per la politica economica. In questo contesto un tema centrale diventa quello della direzionalità: chi decide gli obiettivi dell’economia? Chi orienta gli investimenti? Chi controlla le infrastrutture strategiche, la produzione di conoscenza e le grandi reti che organizzano la vita economica? È nell’ultima parte che il libro assume il suo carattere più originale, formulando proposte e prospettive sul futuro.
Florio propone di pensare a uno “Stato post-capitalista”, che dovrebbe rispondere a bisogni ed interessi collettivi e che quindi non sia terreno di conquista delle élite economiche che usano le politiche e l’intervento pubblico per sostenere i propri interessi privati. 

In virtù della partecipazione collettiva e del suo peso nell’economia, questo nuovo modello di Stato può svolgere un ruolo proattivo di imprenditore ed innovatore sociale. In aggiunta, si pone in primo piano l’annesso concetto di “modo di produzione pubblico”. L’idea è che esistano attività, conoscenze e forme di cooperazione che possono essere organizzate secondo finalità collettive anziché esclusivamente votate al profitto e all’interesse dei detentori di capitale. Le imprese a missione pubblica, il controllo democratico di infrastrutture strategiche, la produzione di conoscenza come bene comune e la valorizzazione della ricchezza pubblica rappresentano alcuni degli strumenti attraverso cui questa trasformazione verso uno Stato al di là del suo ruolo attuale potrebbe realizzarsi.


Il libro propone una visione profondamente politica e partecipativa del cambiamento, offrendo al lettore speranza e possibili alternative per sentirsi in prima linea nel processo di trasformazione. Lo Stato post-capitalista immaginato dall’autore è uno strumento attraverso cui la collettività può organizzare e valorizzare la propria conoscenza.
Da qui deriva l’importanza attribuita all’intelligenza sociale, alla partecipazione democratica e ai territori. Le comunità locali non vengono considerate semplici destinatarie dei servizi pubblici, ma contesti in cui si accumulano conoscenze, competenze ed esperienze indispensabili per affrontare problemi complessi. La capacità dello Stato di innovare dipende quindi dalla sua capacità di dialogare con queste realtà e di trasformarne il patrimonio di conoscenza in azione collettiva.

Il merito de Il capitale contro lo Stato è quello di mettere in discussione una delle convinzioni più radicate degli ultimi decenni, la sua ambizione di immaginare una nuova funzione statale all’interno delle economie contemporanee.
Il contributo più profondo del volume risiede nella capacità di restituire un orizzonte di possibilità al dibattito pubblico. In un’epoca dominata dalla percezione che non esistano alternative, Florio ricorda che le istituzioni economiche sono costruzioni storiche e sociali e che, proprio per questo, possono essere trasformate e plasmate dagli individui che le abitano attraverso una ritrovata e nuova coscienza di classe.

Due presentazioni del volume a Roma e Milano:

Venerdì 19 giugno, ore 18:00
a Milano presso Casa della Cultura, Via Borgogna 3
Martedì 23 giugno, ore 18:00
a Roma presso la libreria Feltrinelli, Largo di Torre Argentina 5/A

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