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L’ascolto non va in vacanza: Telefono Azzurro risponde anche a Ferragosto. Quasi 300 chiamate al giorno

13 Agosto 2026 ore 13:12

Ferragosto è per molti sinonimo di vacanze, partenze, giornate in famiglia e momenti di pausa. Ma per un bambino o un adolescente che si sente solo, in difficoltà o in pericolo, il bisogno di essere ascoltato non si ferma. Per questo Telefono Azzurro continua a essere presente anche durante l’estate e nei giorni festivi, garantendo ascolto, orientamento e protezione ogni giorno dell’anno. Le linee 19696, 114 Emergenza Infanzia e 116000 Bambini Scomparsi sono operative 24 ore su 24, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno.

«Essere presenti significa esserci quando un bambino o un adolescente ha bisogno di parlare, quando si trova in una situazione di difficoltà o di pericolo, ma anche quando una famiglia cerca un confronto e non sa a chi rivolgersi», afferma Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro. «Anche nei giorni di festa il nostro compito non cambia: ascoltare, accogliere e, quando necessario, attivare una rete di protezione. Perché il bisogno di aiuto non conosce stagioni, orari o giorni festivi».

L’estate non significa necessariamente una pausa dalle situazioni di disagio. Tra il 1° maggio e il 23 luglio 2026, i servizi monitorati da Telefono Azzurro hanno ricevuto 24.859 conversazioni, con una media di 295,9 al giorno. Nelle ultime quattro settimane considerate il volume medio settimanale è cresciuto del 23,9% rispetto alle prime quattro.

Dietro questi numeri ci sono bambini, adolescenti e famiglie che hanno cercato qualcuno dall’altra parte dell’ascolto. Il servizio 19696, in particolare, ha raccolto 19.064 conversazioni nel periodo considerato. Un bisogno che si manifesta anche attraverso i canali digitali: chat e WhatsApp hanno concentrato l’80% delle conversazioni, confermando quanto sia importante poter scegliere modalità di contatto accessibili e vicine alla quotidianità dei più giovani.

Oggi dare continuità all’ascolto significa anche proteggere bambini e adolescenti negli spazi digitali, dove sempre più spesso si intrecciano relazioni, esperienze e situazioni di rischio. Telefono Azzurro ha recentemente ottenuto da Agcom la designazione di “Trusted Flagger”, rafforzando il proprio ruolo nella tutela dei minori online. Grazie a questo riconoscimento, Telefono Azzurro può segnalare contenuti pericolosi direttamente alle piattaforme digitali, in Italia e all’estero, contribuendo a rendere più rapida ed efficace la loro rimozione.

Tra gli strumenti concreti a disposizione di Telefono Azzurro c’è anche Take It Down, un servizio gratuito creato dal NCMEC (National Center for Missing & Exploited Children), l’organizzazione statunitense che si occupa di prevenire lo sfruttamento e l’abuso di minori. Grazie allo status di Trusted Flagger, può essere utilizzato dalla Fondazione per aiutare ragazzi e famiglie a far rimuovere immagini o video intimi diffusi online senza il loro consenso.

Ernesto Caffo, psichiatra e fondatore e presidente di Fondazione sos Il telefono azzurro

«Dietro ogni richiesta di aiuto c’è una storia che merita di essere ascoltata e una persona che non deve sentirsi sola – conclude Caffo –. Il nostro impegno è fare in modo che ogni bambino e ogni adolescente sappia che, anche a Ferragosto, anche quando sembra che tutti siano in vacanza, c’è qualcuno pronto a rispondere. La protezione dei più giovani non può avere pause».

Ecco le linee di Telefono Azzurro sempre attive:

19696 – linea di ascolto e consulenza per bambini e adolescenti, attiva 24 ore su 24;
114 Emergenza Infanzia – servizio di emergenza per situazioni di pericolo o grave difficoltà che coinvolgono bambini e adolescenti, attivo 24 ore su 24;
116000 Bambini Scomparsi – numero europeo dedicato ai casi di bambini e adolescenti scomparsi, attivo 24 ore su 24.

Foto apertura Unsplash

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Ai Act, nuovi obblighi di trasparenza e formazione: ecco cosa cambia

13 Agosto 2026 ore 12:00

un’altra parte dell’Ai Act, il Regolamento Ue 2024/1689, è entrata in vigore, dal 2 agosto. «Ho l’impressione che poche persone se ne siano accorte. Riguarda anche il Terzo settore», dice Alberto Almagioni, consigliere Associazione italiana fundraiser – Assif. Con queste nuove norme «diventano applicabili anche gli obblighi di trasparenza previsti dall’articolo 50 dell’Ai Act. Non riguardano solo chi sviluppa sistemi di intelligenza artificiale, ma anche chi li utilizza».

Che cosa, precisamente, è entrato in vigore dal 2 agosto dell’Ai Act?

Sono importanti due aspetti. Il primo è l’entrata in vigore dell’articolo 50 dell’Ai Act, ovvero l’obbligo di trasparenza che, dal punto di vista etico, dovrebbe esserci da sempre, però ovviamente conviene normarlo. Quindi, d’ora in avanti tutto ciò che è prodotto con intelligenza artificiale richiede una valutazione rispetto al fatto che sia comunicato o meno. Ci sono degli elementi che obbligatoriamente dobbiamo comunicare, ad esempio la creazione di immagini o di video, ce ne sono altri che non lo sono. Se elaboro un testo con l’utilizzo di uno strumento di intelligenza artificiale, siccome la responsabilità redazionale è mia, nel momento in cui lo pubblico posso anche non dire che è costruito con intelligenza artificiale. La norma obbliga a essere trasparenti: un’immagine, per quanto perfetta, è palesemente figlia di uno strumento di Ai. Mentre per l’origine di un testo è più difficile dimostrare che sia al 100% frutto dell’intelligenza artificiale o sintetica.

Nel Terzo settore parliamo spesso di fiducia. Forse dovremmo ricordarci che la trasparenza nell’uso dell’intelligenza artificiale non è soltanto un obbligo europeo. È una naturale conseguenza della relazione di fiducia che chiediamo alle persone di costruire con noi

Alberto Almagioni, consigliere Associazione italiana fundraiser – Assif

Peraltro, già molte piattaforme tendono a etichettare in automatico. Se si pubblica su Facebook, su LinkedIn, su Instagram una immagine fatte con l’intelligenza artificiale, viene etichettata anche se non lo si fa spontaneamente con un’indicazione. Adesso questa cosa è un obbligo, non è più una scelta della piattaforma e ha molto a che fare col tema della responsabilità, col fatto di scegliere che cosa pubblicare e cosa non pubblicare. Questo primo tema della trasparenza è fondamentale, anche perché poi su questo si innestano altri discorsi.

Quali altri discorsi?

Per rispondere faccio un esempio. C’è un caso famoso di Amnesty International, che nel 2023 ha rimosso dai propri canali social alcune immagini generate con l’intelligenza artificiale usate per illustrare la repressione delle proteste in Colombia del 2021. L’organizzazione aveva avuto grossi problemi con quelle immagini, per questo ritirò la campagna. Ovviamente la scelta era stata fatta a fin di bene, per tutelare la riservatezza di chi manifestava, ma questo fatto ha comportato nei lettori una caduta di credibilità della notizia. Si può pensare che, se è finta l’immagine, è finta anche la notizia, che nel momento in cui è manipolata una foto, si ha la percezione di essere manipolati. Quindi, il tema della trasparenza è strettamente collegato alla fiducia, alla credibilità.

La seconda parte dell’Ai Act che è entrata in vigore, invece, cosa riguarda?

Con il “Digital Omnibus”, il pacchetto di semplificazione normativa dell’Unione Europea entrato in vigore il 27 luglio 2026, viene fissata al 2 agosto la parte di vigilanza sul titolo 4 dell’Ai Act, che introduce il principio della Ai Literacy. Riguardo la formazione, al contrario di quello che succede con altri strumenti, non c’è un obbligo specifico. Se si cerca un corso che certifichi la formazione sull’Ai rispetto all’articolo 4, non esiste perché non esiste una certificazione. Ciò che il legislatore intelligentemente ha previsto è che la formazione non è qualcosa che compri, ma è un processo, e bisogna garantire che quel processo stia avvenendo.

Nessuno chiede che le persone che lavorano per te o con te abbiano un certo livello di formazione, ma che abbiano una formazione adeguata. Questo è il vero problema perché per “adeguata” si intende che tenga dentro anche tutti i temi dell’etica. L’articolo 4 non dice semplicemente che bisogna imparare a usare questi strumenti, ma dice che le organizzazioni devono garantire che le persone che li utilizzano abbiano competenze adeguate, tenendo conto del ruolo che ricoprono, del contesto in cui operano e dei possibili impatti. Per me i due articoli si parlano. L’articolo 50 ci dice: siate trasparenti. L’articolo 4 ci dice: imparate. Siamo di fronte ad una sfida.

Quale sfida?

La vera sfida è passare dall’uso dell’Ai alla sua governance. Più o meno a distanza di 40 anni dall’introduzione della mail siamo arrivati all’esistenza, almeno nelle grandi organizzazioni, di un’infrastruttura It e di qualcuno che la governi. L’Ai lo richiede, solo che non abbiamo 40 anni di tempo perché questa è una rivoluzione davvero veloce. Nel Terzo settore parliamo spesso di fiducia: delle persone che donano, di chi si rivolge ai nostri servizi, delle comunità con cui lavoriamo. Forse dovremmo ricordarci che la trasparenza nell’uso dell’intelligenza artificiale non è soltanto un obbligo europeo. È una naturale conseguenza della relazione di fiducia che chiediamo alle persone di costruire con noi.

Quello che il Terzo settore fa quando chiede sostegno economico per una causa non deve essere manipolare né convincere, ma deve essere raccontare, testimoniare e rendere partecipe la persona, che fa una libera scelta. Quindi, il rispetto della normativa e la fiducia si legano tantissimo. Ce lo insegnano i vari casi mediatici. Se qualcosa di sbagliato emerge da una grande, piccola, media organizzazione, il rischio reputazionale ci riguarda tutti. Se domani qualcuno utilizza gli strumenti dell’Ai in modo inadeguato, anche per ingenuità a volte, perché si ha uno strumento che non si sa come funziona e si vuole testarlo, si rischia di creare un problema non solo per quella azienda.

L’importanza di conoscere la normativa e la fiducia sono due temi strettamente collegati, che viaggiano insieme dal Dgpr Act, che disciplina i dati personali e la loro protezione, al Services Act, che disciplina i servizi digitali. Tutte le nuove normative europee che non sono prescrittive, ma che danno degli indicatori per vivere in un mondo più giusto, se vogliamo usare un termine ottimista, si muovono nella stessa direzione dell’Ai Act. L’intelligenza artificiale ha una capacità manipolatoria altissima in termini di convincimento perché riesce a personalizzare, a leggere segnali che sono più difficili da analizzare massivamente. La normativa è un ottimo strumento per creare un’idea di governance.

In apertura, fotografia di Beatriz Cattel Lyca su Unsplash

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Dalla leucemia alla sfida dello Stretto: a nuoto, nel segno della ricerca

12 Agosto 2026 ore 21:03

Buongiorno signor Bertolucci, sono il suo medico di famiglia. Le sue analisi riportano valori anomali, compatibili con un problema epatologico. Le consiglio di andare da uno specialista». Immaginate di ricevere una telefonata del genere nel bel mezzo di una riunione di lavoro: «Io, il medico di famiglia, neanche sapevo di averlo. A 36 anni non pensi che ti possa servire». Federico Bertolucci, ingegnere energetico lucchese, racconta così la diagnosi ricevuta dopo una serie di esami di routine: leucemia mieloide cronica. Oggi la malattia è in remissione e ha deciso di attraversare lo Stretto di Messina a nuoto.

La partenza in trenta alle prime luci dell’alba di giovedì 13 agosto da Torre Faro, a Messina, per raggiungere a larghe bracciate Cannitello, una frazione di Villa San Giovanni, a Reggio Calabria. Poco più di tre chilometri da percorrere in un’ora e mezza circa, correnti permettendo. Questo l’oggi, le cui motivazioni hanno radici profonde, ma non tanto lontane nel tempo.

Tutto ha inizio nel marzo 2024, in un periodo della vita di Federico in cui la spensieratezza non lasciava altro spazio, oltre al lavoro, alla pallanuoto che praticava agonisticamente, ai viaggi e agli amici. Oltre al matrimonio che si sarebbe, e che si è, celebrato il successivo settembre. «Quando mi ha chiamato il medico, neanche avevo il suo numero salvato», ricorda, «quindi la notizia è arrivata come un temporale in piena estate. Gli ho detto subito: «Ma no, forse ha sbagliato, io sto bene». Mi rispose: «Non ti preoccupare, ma fai questo approfondimento». Ho così cominciato questo viaggio, all’inizio al buio, in cui ho avuto la fortuna di essere seguito e sostenuto dai medici del reparto di Ematologia dell’Ospedale di Pisa, e dall’Ail di Pisa che mi ha aiutato a metabolizzare la malattia e a essere di aiuto, con la mia storia, per altri pazienti. Mi hanno rassicurato che potevo tenere a bada la malattia grazie a un farmaco frutto di quella ricerca che ringrazio sempre perché sta andando avanti».

Federico Bertolucci.

Come può cambiare la vita una malattia come questa?

Sicuramente ti spoglia di quella invincibilità che ci contraddistingue da giovani, quella che ti fa spaccare il mondo. Riconsideri tutto, stando attento alle cose che stai facendo. Se prima il tuo obiettivo era far carriera, costruirti una vita, pensare a cose, diciamo, futili, ti trovi a dovere fare i conti con analisi, terapie, attesa di risultati. Tanto mi ha aiutato l’Ail anche in un percorso psicoterapeutico per intraprendere questa nuova vita, che alla fine è diventata parte di me, nel senso che andiamo a braccetto insieme, conviviamo e stiamo bene.

Come e quanto è stato importante fidarsi?

Per me non è stato facile affidarmi totalmente perché sono una persona che tende ad avere il controllo su tutto. Ho però capito che dovevo fidarmi e affidarmi. Come quando sei su un aereo, ti metti a sedere e ti fidi della competenza del pilota, della competenza degli ingegneri che hanno costruito quell’aeromobile, e vai.

Federico Bertolucci.

Quanto è importante la famiglia per affrontare tutto questo?

Se una persona si ammala, si ammala anche la famiglia. Nonostante vivano le paure tanto quanto le vivi tu, i familiari devono tenere duro. Non possono farti vedere che cedono anche loro. Fondamentale è il sostegno degli affetti. Loro sono quelli che ti conoscono, sanno chi sei, quali sono le tue debolezze, le tue fragilità, i tuoi punti di forza. Non possono essere considerati semplici spettatori.

E condividere con chi sta vivendo la stessa esperienza?

All’inizio ho avuto l’occasione, grazie ad Ail, di incontrare pazienti con la mia stessa patologia. Un’esperienza importante.

Andando all’oggi, che cosa rappresenta questa sfida?

Da sportivo, ho deciso di rendere merito al percorso che ho fatto partecipando a un’impresa sportiva. La voglio dedicare prima di tutto a me stesso, a Federico Bertolucci. Mentre parliamo al telefono, sono qui davanti allo Stretto. Vedo questo mare blu, oscuro e bellissimo. Quella parte più oscura rappresenta quello che ho vissuto e che mi ha accompagnato in questi anni, quindi lo voglio attraversare e superare. Voglio unire le due sponde: il mio ieri, pre-marzo 2024, con quello che sono oggi. Accettare e unire queste due vite, comprendendo che ci sono percorsi di vita che si devono affrontare inevitabilmente, un po’ come hanno fatto Scilla e Cariddi. E poi, voglio celebrare il fatto che mi è tornata la voglia di continuare a fare sport agonistico. Devo ringraziare anche una persona che ho conosciuto proprio quando stavo cercando di ottenere il certificato agonistico. Felice Bombaci è un uomo originario di Messina, che ha combattuto per oltre 25 anni con la mia stessa malattia ed è un punto di riferimento nazionale per il supporto e l’ascolto dei malati onco-ematologici. Mi ha motivato, riaccendendo in me quella luce che si era spenta. Ha contribuito a farmi decidere di dedicare questa impresa a chi, purtroppo, questo mare non riesce a superarlo perché non tutte le patologie sono uguali e non tutti i percorsi sono felici come il mio. Anche a loro penserò quando le bracciate si faranno più pesanti.

Le fotografie sono di Giulia Buscemi

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