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Quanto è trendy il forno di comunità: il pane che rigenera legami

14 Agosto 2026 ore 07:30

C’è un tempo dell’attesa che non appartiene alla frenesia quotidiana, ma al ritmo lento del lievito che cresce e del calore che trasforma la farina. Attorno al forno a legna di Rigenera, l’azienda agricola della cooperativa sociale Nazareth alla periferia di Cremona, questo tempo si è trasformato in uno spazio politico e umano di rara densità. La cooperativa sociale che gestisce il luogo nasce storicamente con una vocazione chiara e strutturata verso l’accoglienza dei migranti, il lavoro socio-educativo con gli adolescenti e la ricerca di risposte innovative ai bisogni dell’abitare. Negli ultimi anni, tuttavia, il perimetro delle attività si è allargato verso l’agricoltura sociale e l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, in particolare detenuti ed ex detenuti, trovando nell’acquisto e nel restauro di una vecchia casa padronale il proprio baricentro fisico e simbolico.

C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
NELL’ITALIA DEI PAESI-PERSONA

La ristrutturazione della cascina ha seguito una doppia direttrice progettuale: al piano superiore sono stati ricavati alloggi protetti dedicati alle persone accolte nei diversi percorsi della cooperativa, mentre il piano terra è stato interamente pensato come presidio comunitario. Una cucina capiente, ampie sale per incontri e un giardino attrezzato con zona barbecue costituiscono la cornice logistica. È in questo contesto che si è deciso di installare un forno a legna, avviando un’iniziativa apparentemente semplice ma rivoluzionaria nelle sue implicazioni: il forno di comunità. L’intenzione di fondo era evitare che l’azienda agricola rimanesse un luogo confinato ai soli addetti ai lavori o agli utenti dei servizi, aprendola invece alle visite, alla frequentazione libera e allo scambio quotidiano con l’intera cittadinanza.

La democrazia della farina

Ogni sabato mattina un gruppo di volontari accende il fuoco e prepara le braci. Chiunque lo desideri può presentarsi con il proprio impasto, portando pane, pizze o biscotti da cuocere negli spazi condivisi. Tuttavia, il valore profondo dell’esperienza risiede in tutto ciò che accade a margine della cottura. I tempi morti necessari alla lievitazione e il monitoraggio del calore diventano l’occasione per sostare, conoscersi e superare quella distanza diffidente che spesso separa la cittadinanza dalle realtà del Terzo settore dedicate all’emarginazione. «Poter ospitare tutti insieme, sia persone migranti che residenti, per fare qualcosa insieme diventa uno spazio molto normalizzante per tutti», racconta Giusi Biaggi, direttrice generale della cooperativa sociale Nazareth. «È uno spazio di grande parità: attorno al pretesto del pane ciascuno porta la sua storia, la sua narrazione e le sue tradizioni. In questo contesto tutti diventano semplicemente dei fornai».

È uno spazio di grande parità: attorno al pane ciascuno porta la sua storia, la sua narrazione e le sue tradizioni. In questo contesto tutti diventano semplicemente dei fornai

Giusi Biaggi, direttrice generale della cooperativa sociale Nazareth

La cooperativa, spesso etichettata nell’opinione pubblica locale come la cooperativa dei migranti per via delle sue origini storiche, ha trovato nel forno uno strumento straordinario di normalizzazione e pari dignità. Attorno alla pala si incrociano le ricette delle mamme e delle donne pakistane con le tradizioni panificatrici delle diverse regioni d’Italia portate dai residenti di lunga data. La curiosità per le tecniche di impasto altrui sostituisce il pregiudizio e il pane si conferma un linguaggio universale, presente in ogni cultura e capace di restituire ad ognuno una parola e una competenza da condividere su un piano di assoluta parità. «Il pane è davvero qualcosa che unisce», aggiunge Biaggi. «È un diffuso in tutte le culture, quindi tutti hanno qualcosa da dire, da fare o da cucinare su questo tema».

La 24 ore di pane

L’impatto del forno ha rapidamente travalicato l’appuntamento del fine settimana, diventando un pretesto educativo permanente per le scuole di ogni ordine e grado del circondario, dagli asili nidi fino alle scuole secondarie di primo grado. Bambini e studenti vengono accolti in cascina per sporcarsi le mani di farina, imparare i segreti della panificazione e comprendere il valore dell’agricoltura sociale. Parallelamente, lo spazio è diventato un punto di approdo per le altre realtà del consorzio cooperativo, ospitando gli utenti dei centri diurni, gli anziani delle rsa e le persone seguite dalle comunità terapeutiche in momenti di festa e laboratori integrati.

In occasione del primo anniversario del forno di comunità, la cooperativa ha promosso la “24 ore di pane”. Si è trattato di un’intensa due giorni che ha intrecciato un convegno tematico, momenti di spiritualità, spettacoli dal vivo, workshop pratici sulla pasta madre e spazi di conviviale condivisione del cibo dalla colazione alla cena.

L’esperienza di Cremona mostra come l’agricoltura sociale possa superare l’approccio puramente assistenziale per farsi generatrice di welfare culturale e di comunità. Trasformando un alimento primario in un’occasione di incontro informale, Rigenera continua a dimostrare che impastare insieme non è soltanto un atto gastronomico, ma la forma più concreta ed efficace per impastare nuove relazioni sociali.

In apertura, il forno di Rigenera La fotografia è stata fornita dall’intervistata

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Riccardo Luna e il feed della paura: «Così gli algoritmi riscrivono la realtà»

12 Agosto 2026 ore 17:00

Sua mamma ha paura di uscire di casa, perché il cellulare le dice che la città in cui vive non è sicura. Il figlio al contrario la informa che i dati mostrano che nella città in questione si registra un calo dei reati. Ma le notifiche di Facebook sono più credibili. Perché «gli algoritmi basati sull’engagement hanno scoperto presto che a una certa età l’emozione più forte che provi è la paura, causata da una mancanza di sicurezza». Lui – il figlio – lo sa bene, dato che è uno dei migliori giornalisti italiani, specializzato in innovazione tecnologica. Per esempio è stato il primo direttore dell’edizione italiana di Wired, nonché promotore della candidatura di Internet al Premio Nobel per la Pace nel 2009 e pure “Digital Champion” del governo italiano dal 2014 al 2016. Riccardo Luna oggi è editorialista del Corriere della Sera; oltre a leggerlo possiamo anche ascoltarlo in Fly Me to the Moon, il podcast che racconta le idee sul futuro degli innovatori italiani.

Non sappiamo se sua mamma abbia letto l’ultimo libro Qualcosa è andato storto. Come i social network e l’intelligenza artificiale ci hanno rubato il futuro (Solferino, 2025). Noi lo abbiamo fatto, perché Luna racconta la storia dei social network, analizzando quando e perché hanno smesso di connettere le persone e come sono diventati strumenti delle big tech per massimizzare il profitto, speculando sulle emozioni degli utenti.

Cosa è andato storto da quando il web era una grande comunità fino ad arrivare alle paure infondate di sua madre?

In due parole: il modello di business. È stata una sete di profitto senza limiti da parte delle grandi aziende che gestiscono i social ad aver corrotto quella che resta una formidabile invenzione: Internet resta, come disse Rita Levi Montalcini, la più grande invenzione del Novecento. E il web è stato il dono di un singolo, Tim Berners Lee, a tutti noi, affinché il mondo fosse migliore. Poi, quando qualche miliardo di persone si è ritrovata nei social, in Silicon Valley è stato deciso di affidare quello che vediamo ogni giorno ad algoritmi che non si preoccupano di premiare la verità, la serietà, il rispetto reciproco, ma che incentivano i nostri lati peggiori, le nostre paure, la nostra rabbia, il narcisismo. E lo fanno per una ragione semplice e persino banale: perché in questo modo le big tech guadagnano di più. E noi tutti perdiamo qualcosa di fondamentale. Direi la felicità. Un certo modo di stare al mondo.

Può approfondire il tema degli anziani online? Si parla sempre dei rischi per i giovani, ma una categoria generazionale, peraltro molto ampia, è ugualmente esposta.

Gli anziani sono diventati utenti dei social in massa in un momento storico preciso: durante il Covid. Prima di allora gli utenti over65 erano pochissimi. Con la pandemia e il lockdown tutti hanno scoperto le meraviglie della rete e hanno capito che, tramite i social, potevano combattere uno dei mali del nostro tempo: la solitudine. Solo che gli algoritmi basati sull’engagement hanno scoperto presto che a una certa età l’emozione più forte che provi è la paura causata da una mancanza di sicurezza. Il feed dei contenuti degli anziani è spaventoso: ci sono solo omicidi, furti, rapine e immigrazione incontrollata. Tutto esagerato e spesso falso, ma verosimile. Questo fatto ha cambiato il modo di vedere il mondo di milioni di persone anziane, il loro modo di vivere, il loro modo di votare. E alla fine ha cambiato il mondo in peggio. L’allarme sicurezza, sebbene tutti gli indicatori dicano che non siamo mai stati tanto sicuri, ha innescato una serie di chiusure che stanno rendendo la convivenza nelle nostre città sempre meno facile.

Adesso cosa deve andare nella giusta direzione? E come?

La risposta è complessa, perché complessa è la situazione in cui ci troviamo. C’è un tema di tenuta della democrazia proprio nel Paese, gli Stati Uniti, che vantano la più antica democrazia del mondo. Senza l’amplificazione della rabbia, operata dai social, il populismo non avrebbe mai raggiunto queste dimensioni. Sarà possibile tornare indietro? Le elezioni di midterm sono il primo banco di prova. C’è un tema di sovranità tecnologica europea senza la quale non c’è nessuna sovranità: oggi gli Stati Uniti possono spegnere a piacimento una delle loro tecnologie e lasciarci al buio. È perciò urgente che l’Unione Europea costruisca una filiera industriale digitale, dal cloud all’intelligenza artificiale. E c’è infine un tema che riguarda la scuola e le famiglie.

Quale?

La pandemia di ansia e insicurezze che vivono gli adolescenti va affrontata, partendo da un presupposto indiscutibile: per quanto a volte i loro comportamenti ci appaiano sbagliati e ingiustificabili, non è colpa loro quello che è accaduto. Siamo noi ad aver dato loro troppo presto uno smartphone e degli account social. Se ci dimentichiamo questo peccato originale non troveremo alcuna soluzione.

Magnifica Humanitas è un documento formidabile, lo dico da laico. Ancora una volta la Chiesa cattolica si dimostra il migliore think tank del mondo

Riccardo Luna

Paolo Benanti nella postfazione del suo libro parla di «cambio di paradigma antropologico» e Luca Sofri nella prefazione scrive: «Ogni cambiamento porta con sé una perdita». Dunque a cosa non possiamo rinunciare per restare umani?

Io non vorrei rinunciare a Internet, al web e neppure ai social, sebbene pretenda algoritmi più responsabili e attenti al benessere delle persone. Ma non rinuncio nemmeno all’intelligenza artificiale che si sta rivelando uno strumento straordinario per amplificare le nostre capacità. Resta però un tema di regole: il controllo finale di queste tecnologie non può restare nelle mani di tre o quattro individui privati sulla faccia della Terra. Regole, trasparenza ed etica sono fondamentali.

Qual è allora il confine tra l’Ai che serve le persone e l’Ai che le manipola?

L’Ai sta entrando nel mondo del lavoro più velocemente di quanto venga detto e l’impatto sarà enorme. Si tratta di gestire le conseguenze che in qualche caso saranno positive in altri no. Il primo problema che vedo è sull’ingresso nel mondo del lavoro dei più giovani. Oggi per moltissime professioni intellettuali i chatbot svolgono tutte quelle mansioni che prima venivano affidate ai neo-assunti. Ma i chatbot le fanno prima e meglio. Ci saranno ancora neo assunti? Per fare cosa? D’altro canto l’Ai usata bene è un moltiplicatore di conoscenza ed efficienza che non ha eguali: ci si attendono grandi cose sul fronte della ricerca scientifica e per la creazione di nuovi farmaci.

Quale tipo di informazione può ancora essere un bene pubblico o comunque un servizio nell’era degli algoritmi e dell’Ai?

Io penso che la crisi che stiamo vivendo non debba farci perdere la necessaria passione per l’innovazione, per la capacità di noi esseri umani di immaginare un cambiamento che migliorerà la vita di milioni di persone. Abbiamo bisogno di storie così: storie di persone che hanno a cuore una innovazione che fa bene a tutti, non solo al conto in banca di qualcuno.

C’è stato il primo caso in Italia di dipendenza da Ai. Come inquadra questo fenomeno?

Anche qui: è una conseguenza della malafede di certe aziende, del loro voler mettere il profitto davanti a tutto. Non era necessario progettare questi chatbot in modo che assomigliassero a degli esseri umani, che parlassero come noi, simulando emozioni e compiacendoci a ogni passo. E stato fatto per aumentare la nostra dipendenza da questi strumenti, per tenerci agganciati più a lungo. Anche se questo in alcuni casi, nei casi dei soggetti più fragili, genera una dipendenza patologica.

Papa Francesco nel 2014 ha definito Internet «un dono di Dio». Negli ultimi anni del suo pontificato ha invece denunciato la «distorsione collettiva della realtà» prodotta dai social e la «dissolvenza dei volti» quando l’altro viene ridotto a nemico. E oggi il nuovo Papa ci ha scritto una enciclica. L’ha letta? Cosa ne pensa?

Magnifica Humanitas è un documento formidabile, lo dico da laico. Ancora una volta la Chiesa cattolica si dimostra il migliore think tank del mondo. Nel 2015 Papa Francesco racchiuse il senso della sfida del cambiamento climatico con la Laudato Si; adesso Papa Leone spiega i rischi e le opportunità dell’intelligenza artificiale con una chiarezza e una profondità che fin qui non aveva avuto nessuno. Come tutti i documenti della Chiesa, l’impatto di questa enciclica non si misurerà in giorni o mesi, ma in anni: ci vorrà del tempo per vedere se e come Papa Leone sarà riuscito a rimettere al centro delle nostre strategie la magnifica umanità invece del mero profitto di pochi. Ma nel frattempo è importante che quel documento ci sia. Consente ai tanti che hanno capito che qualcosa è andato storto di dire: “Lo dice anche il Papa, dobbiamo cambiare qualcosa”.

Nella fotografia in apertura, Riccardo Luna. (La fotografia è stata fornita dall’intervistato)

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