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A Ceuta migliaia di bambini dormono in strada. «Il sistema di protezione è al collasso»

14 Agosto 2026 ore 16:11

A Ceuta ci sono migliaia di bambini che dormono per strada, senza una rete di accoglienza e protezione. Alcuni di loro hanno appena sette anni.  Quanti siano, per il momento, è impossibile dirlo. Molti, infatti, non sono stati identificati e registrati e potrebbero trovarsi per strada, nascosti o in altri luoghi privi delle necessarie condizioni di sicurezza.  A lanciare l’allarme è Save the Children, a  due settimane dall’inizio della crisi umanitaria, scatenata dall’arrivo di decine di migliaia di persone provenienti dal vicino Marocco, entrate via terra e via mare in pochissimi giorni. 

Un afflusso eccezionale che ha rapidamente saturato un sistema di accoglienza per i minori già caratterizzato da una capacità limitata.  Mentre l’attenzione è massima per l’allarme diffuso di una prossima imminente ondata di arrivi, un’équipe di Save the Children si trova a Ceuta, per valutare le condizioni di vita di bambini e adolescenti, individuare i bisogni di protezione più urgenti ed eventuali situazioni di vulnerabilità.

«Siamo di fronte a una situazione umanitaria che richiede risorse urgenti, come la creazione di spazi sicuri per loro», ha riferito nei giorni scorsi Jennifer Zuppiroli, esperta di migrazioni di Save the Children Spagna. 

Jennifer Zuppiroli (Save the Children Spagna) da Ceuta

«La responsabilità di proteggere questi bambini non può ricadere esclusivamente su Ceuta», ha detto. «Lo Stato deve mobilitare immediatamente le risorse necessarie affinché nessun bambino dorma per strada e Ceuta disponga del sostegno necessario per far fronte a questa emergenza». Per capire meglio la situazione attuale e le priorità di intervento, VITA ha intervistato Raul Arnaiz, direttore di programma di Save the Children in Spagna. 

Qual è oggi la situazione a Ceuta per i minori arrivati da soli?

Molto critica: tanti di loro si trovano a vivere per strada. Il sistema di protezione di Ceuta e i centri di accoglienza hanno infatti una capacità molto limitata e non riescono ad accogliere tutti i bambini e le bambine e i ragazzi e le ragazze arrivati soli. In questo momento, quindi, molti di loro sono in strada, soprattutto in alcune aree industriali, vicino ai capannoni, oppure in spazi che gli stessi abitanti di alcuni quartieri di Ceuta hanno allestito nei giorni scorsi. Vivono in condizioni molto precarie, in assenza di beni e servizi di prima necessità.

Raul Arnaiz

Dal vostro punto di vista, quali sono le priorità per garantire a questi ragazzi la protezione immediata?

Per prima cosa, bisogna identificare tutti i bambini e ragazzi che in questo momento si trovano per strada, fuori dal sistema di protezione. La seconda priorità è creare spazi fisici in cui possano essere trasferiti, per essere quantomeno al sicuro, avere un posto dove dormire e avere accesso ai servizi di base, come cibo e igiene. Poi è necessario che il sistema pubblico metta in campo misure di accoglienza e protezioni ufficiali, perché i minori possano essere registrati e poi distribuiti nelle diverse regioni o Comunità autonome — come le chiamiamo in Spagna — e verso i rispettivi sistemi di protezione. In questo momento il sistema di Ceuta è completamente collassato e incapace di far fronte alla situazione.

Quali sono gli ostacoli che oggi rallentano il trasferimento di questi minori verso altre regioni spagnole?

Il primo problema è che non esiste un numero definitivo e ufficiale: alcuni dati parlano di 1.500 minori  inseriti nel sistema di protezione, mentre diverse organizzazioni sociali e di quartiere stimano che circa 4mila bambini siano ancora al di fuori del sistema, in attesa di identificazione e indirizzamento verso risorse sicure. Sappiamo con certezza che molti in questo momento si trovano per strada e di loro non esiste alcun registro. Il secondo ostacolo ha a che fare con la volontà politica: ci sono Comunità autonome, o regioni, più disponibili ad accogliere e a farsi carico del trasferimento di questi bambini e ragazzi, ma ce ne sono anche altre meno aperte all’accoglienza. 

Ci sono gruppi particolarmente vulnerabili?

Sì, abbiamo incontrato, in questa circostanza, un numero consistente di bambine che vivono in strada. Questo ci preoccupa molto, perché le bambine sono esposte a rischi maggiori, come la tratta o lo sfruttamento sessuale, soprattutto quando non hanno praticamente nulla. Ci preoccupano anche i bambini molto piccoli, che pure vediamo vivere sulle strade di Ceuta. 

In cosa consiste, in questo momento, il vostro lavoro sul campo?

Abbiamo spostato a Ceuta un’équipe professionale che ha diversi compiti. Innanzitutto identifica i minori che si trovano per strada, per indirizzarli verso il sistema pubblico di protezione e accoglienza nei centri preposti.  La nostra équipe opera anche negli accampamenti temporanei, creati in due quartieri della città di Ceuta — spazi allestiti dagli stessi abitanti — per individuare vulnerabilità specifiche di questi bambini e ragazze. E poi realizziamo attività e laboratori, oltre che sostegno psicologico. Siamo anche al fianco delle associazioni locali e piccole realtà del territorio che stanno gestendo questi spazi temporanei e hanno bisogno di beni di prima necessità, come coperte o articoli per l’igiene.

Cosa chiedete alle istituzioni nazionali e internazionali per tutelare i bambini che vivono questa situazione?

Questi bambini sono arrivati a Ceuta, che è parte del territorio spagnolo, ma questo non è un problema di Ceuta: è una realtà che deve essere affrontata dallo Stato spagnolo e anche dall’Europa. Per questo, chiediamo che venga rispettata la normativa internazionale, che i bambini e le ragazze siano riconosciuti come soggetti di protezione, che vengano accolti in luoghi realmente protettivi per loro e che i casi di ricongiungimento familiare siano gestiti con tutte le garanzie legali e sempre, ovviamente, mettendo al primo posto l’interesse superiore del minore.

Esiste davvero un allarme per una possibile, imminente nuova ondata di arrivi? 

Girano voci su un possibile nuovo arrivo di persone migranti tra Ceuta e Melilla il 15 agosto o nei giorni successivi, ma nessuno ci ha comunicato nulla in tal senso, né ufficialmente né in via ufficiosa, perciò non posso confermare che si tratti di un allarme reale.  Ma l’allarme a Ceuta esiste già: la sua popolazione di 80mila abitanti è raddoppiata in una notte, con l’arrivo di altre 80mila persone. Il sistema di protezione e accoglienza è collassato, generando una situazione complicata e di grande vulnerabilità, che riguarda anche tanti minori in strada. Insomma, l’allarme esiste già adesso: non riesco a immaginare cosa potrà accadere, se ci saranno nuovi arrivi. 

Foto apertura Ana López per Save the Children, Video fornito da Save the Children. Foto interna fornita dall’intervistato

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Ruti Baidach, la rabbina che resta accanto ai palestinesi sotto attacco

14 Agosto 2026 ore 13:04

«Sei anni fa, durante la pandemia, decisi di andare a visitare una piccola comunità beduina a cui l’esercito stava demolendo tende e infrastrutture. Rimasi sconvolta: un bulldozer passava sopra le tende e tutto ciò che contenevano, sopra grandi cisterne d’acqua, impianti solari, sacchi di mangime per le pecore. In poche ore l’intera vita di una comunità era stata distrutta». Inizia così la testimonianza di Rabbi Ruti Baidach, rabbina laica-umanista che dirige il consiglio direttivo di Rabbis for Human Rights: un’organizzazione umanitaria israeliana formata da 170 fra rabbini, studenti rabbinici e educatori. Il suo scopo è difendere i diritti dei palestinesi nei Territori occupati, delle minoranze, dei migranti e dei gruppi più vulnerabili. Opera con oltre mille volontari provenienti da Israele e da tutto il mondo, impegnati in quella che definiscono “presenza protettiva”: accompagnano i pastori palestinesi, sostengono le attività agricole, contribuiscono al ripristino dei terreni e delle fonti d’acqua e si impegnano in attività educative

VITA ha potuto ascoltare la sua testimonianza durante un incontro online con attivisti e supporter organizzato da Tzedek, una rete israeliana che cerca di contrastare la violenza dei coloni e lo sfollamento delle comunità palestinesi in Cisgiordania, dove la violenza sta aumentando in modo proporzionale in questa aggressiva campagna elettorale, guidata soprattutto dai ministri ed esponenti più estremisti della coalizione di governo: Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che continuano a sottolineare l’urgenza di una “remigrazione” dai Territori palestinesi. 

Solo nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati più di mille attacchi contro le comunità palestinesi della Cisgiordania. Negli ultimi tre anni quasi 4mila palestinesi sono stati cacciati dalle loro case e 38 comunità hanno dovuto abbandonare le proprie terre dopo il 7 ottobre 2023

Secondo i dati citati dalla moderatrice della riunione in videocall, Inbal Arnon della rete Tzedek, solo nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati più di mille attacchi contro le comunità palestinesi della Cisgiordania. Negli ultimi tre anni quasi 4mila palestinesi sono stati cacciati dalle loro case e 38 comunità hanno dovuto abbandonare le proprie terre dopo il 7 ottobre 2023. Rabbi Ruti Baidach ha raccontato: «Ricordo una giovane madre allontanarsi dietro quello che restava di una cisterna d’acqua devastata per asciugarsi una lacrima, lontano dallo sguardo del marito e dei suoi bambini e giovani donne con le mani che tremavano in modo incontrollabile. Non sono più riuscita a lasciare sole quelle famiglie. All’inizio aiutavo a ricostruire le recinzioni per le pecore, portavo vestiti, un nuovo cane da pastore. Parlavo con le madri, bevevamo il tè, cercavamo di capire come aiutare i bambini, portavo telefoni che le donne potessero usare quando restavano sole nell’accampamento mentre gli uomini erano fuori a pascolare le greggi».

Rabbi Ruti Baidach, classe 1967, è nata e cresciuta con l’occupazione contro cui si è sempre battuta. Ma ha scoperto una rete di israeliani che accompagnavano i pastori palestinesi ogni mattina nella Valle del Giordano, quando i pascoli erano diventati un campo di battaglia. «Sono stata accolta in un gruppo che oggi si chiama Jordan Valley Activists. Nell’estate del 2023, prima del 7 ottobre, la pressione esercitata dagli avamposti dei coloni sulle comunità di pastori stava già aumentando rapidamente, incoraggiata dal governo israeliano. Entrai in un altro gruppo i cui membri dormivano in una comunità nella regione di Binyamin, in Cisgiordania». 

Pastori, famiglie e comunità sotto pressione

Dopo aver ricordato il brutale deterioramento delle condizioni nei Territori occupati, la moltiplicazione dei nuovi avamposti illegali dei coloni che considerano sacro il compito di cacciare i palestinesi dalla loro terra, ha raccontato alcuni gravi episodi a cui ha assistito recentemente: «Una volta ho accompagnato un pastore terrorizzato mentre faceva pascolare il suo gregge a cento metri da casa. Una settimana dopo sono tornata e ho trovato la sua tenda bruciata. Era fuggito con la moglie e i figli piccoli. Queste aggressioni fanno parte della pulizia etnica nella zona di Hamam al-Malih», ha detto, riferendosi alla piccola comunità palestinese del nord della Valle del Giordano, progressivamente svuotata nel 2026 dopo ripetuti attacchi dei coloni, minacce e pressioni che hanno obbligato le famiglie a lasciare la propria terra. «La notte di Purim ho dormito in un accampamento palestinese a soli 200 metri da un avamposto di coloni dove si stava svolgendo una festa e la gente si ubriacava. Accanto a me c’erano alcuni giovani palestinesi che sarebbero rimasti all’erta per tutta la notte. Dovevano proteggere le loro famiglie dalla violenza sapendo che, se avessero risposto con la violenza, avrebbero potuto passare anni in una prigione israeliana. Naturalmente con il rischio di subire torture». E poi ha rammentato con dolore quella mattina in cui è arrivata in una piccola comunità solo poche ore dopo un pogrom, così lo ha definito, che aveva incluso abusi sessuali e il furto del bestiame da parte dei coloni. Tutti gli uomini erano stati portati via durante la notte, perché bisognosi di assistenza medica. «Mi ritrovai con donne e bambini che non avevo mai incontrato, sole e terrorizzate dopo gli orrori che avevano subito nella notte. Da allora siamo rimasti molto legati, vado a trovarli ogni settimana». 

Far sentire la loro voce

Ruti Beidach racconta questi episodi in una conferenza online con attivisti, supporter dell’organizzazione (la cui filosofia si basa sulla convinzione che gli ebrei hanno l’obbligo di protestare contro qualsiasi ingiustizia inflitta a qualunque essere umano e di impedirla ogni volta che sia possibile) perché sa che la presenza protettiva non basta a salvare le comunità palestinesi ma può frenare la violenza dei coloni, mobilitando l’opinione pubblica in Israele e nel resto del mondo.  «L’esercito israeliano può demolire gli accampamenti e confiscare attrezzature essenziali, comprese le cisterne d’acqua nel pieno dell’estate, ma noi possiamo stare accanto a loro e far sentire la loro voce. Sono due cose che non smetteremo mai di fare», spiega a chi, collegato, le chiede cosa si può fare dall’Europa o dagli Stati Uniti, per fermare il terrorismo dei coloni. 

«Non li lasceremo soli nella loro sofferenza e continueremo a raccontare al mondo la loro situazione per creare una mobilitazione internazionale», spiega addolorata ma convinta che questo sia il dovere di ogni ebreo, nella speranza che alle elezioni del 27 ottobre 2026 ci possa essere un cambiamento politico. «Se il cambiamento atteso ci sarà, poi dovremo continuare a chiedere riparazione e giustizia nei confronti del popolo palestinese poiché questa violenza è legata al progetto di espansione degli insediamenti ed è il risultato inevitabile di un sistema in cui una popolazione gode di ampi diritti e privilegi mentre a un’altra vengono negati i diritti fondamentali».

In apertura, una delle attività in Cisgiordania dell’organizzazione umanitaria Rabbis for Human Rights. (Fotografie di Jacob Lazarus)

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L’Inferno Verde: il campo di concentramento di Clevelândia (1924-1926)

14 Agosto 2026 ore 10:00

Il filosofo camerunense Achille Mbembe ha definito la necropolitica come quelle politiche e azioni create dallo Stato per determinare quali individui debbano vivere e quali individui debbano morire. La necropolitica stabilisce zone di morte, dove individui sovversivi, corpi non docili e idee pericolose vengono confinati e lì lasciati morire. I campi di concentramento e i campi profughi, ad esempio, sono esempi di necropolitica.

La Colonia Penale di Clevelândia (Oiapoque – Brasile) funzionò tra il 1924 e il 1926, sotto il governo autoritario di Arthur Bernardes (1922-1926). In questo periodo furono inviati sul posto i nemici di Arthur Bernardes, oltre a detenuti comuni arrestati per furti, vagabondaggio ecc. Furono inviati anche operai anarchici.

Tra il 1924 e il 1926 furono mandate a Clevelândia circa 1.300 persone. Circa 700 di esse morirono. A titolo di confronto, durante la dittatura civile-militare (1964-1985), circa 450 persone scomparvero o furono uccise, secondo la Commissione Nazionale della Verità.

La repressione seguiva una “scala” che avrebbe portato a Clevelândia: gli oppositori di Bernardes venivano perseguitati e arrestati in commissariati precari. Poi venivano messi nelle stive delle navi che seguivano rotte esclusive create per il trasporto dei prigionieri verso l’Oiapoque. Le stive delle navi erano vere e proprie prigioni sul mare e riproducevano gli ambienti sporchi dei commissariati. Era solo l’inizio di una situazione futura ancora peggiore: Clevelândia, l’Inferno Verde.

I libertari inviati a Clevelândia furono: Domingos Passos, Domingos Braz (italiano), Pedro Augusto Motta, Nino Martins, Nicolau Paradas (spagnolo galiziano), Thomaz Derliz Borche (afro-uruguaiano), José Batista da Silva, Antônio Salgado, Fernandes Varella, Biofilo Panclastra (colombiano), José Nascimento Alves, Antônio da Costa, Manoel Ferreira Gomes (portoghese), Pedro Carneiro, tra gli altri.

Pedro Motta, Nicolau Paradas, Nino Martins, José Maria Fernandes Varella e José Alves do Nascimento morirono a Clevelândia, o nel tentativo di fuggire dal luogo. L’anarchico Fernandes Varella arrivò a inviare lettere al giornale anarchico A Plebe, raccontando le pessime condizioni del luogo e la propria agonia. Varella sarebbe morto pochi giorni dopo questa dichiarazione.

A Clevelândia ammalarsi era quasi una certezza di morte. Alcune testimonianze affermavano che medici e infermieri iniettassero, in modo arbitrario, chinino nei corpi dei detenuti. Oltre alla denutrizione, i detenuti soffrivano e morivano di tubercolosi, malaria e dissenteria. L’anarchico afro-indigeno Domingos Passos inviò anch’egli lettere alla stampa operaia raccontando torture, pestaggi e negligenze. Domingos Passos riuscì a fuggire e ad arrivare vivo a Belém do Pará.

Uno dei sopravvissuti, l’anarchico italiano Domingos Braz, descrisse i tipi di prigionieri rinchiusi a Clevelândia: Disgraziati mendicanti per l’infamia di essere vecchietti, invalidi, respinti e derisi dalla società, perché qui non esistono ricoveri che li accolgano; innumerevoli figli del popolo confusi tra i vagabondi (…) per l’inconcepibile delitto di non avere risorse per comprare la propria libertà agli agenti che li hanno arrestati; e diversi sindacalisti e anarchici. A PLEBE. n. 245. Data: 12/02/1927.

Nella stessa lettera, Braz descrive l’ambiente mortifero di Clevelândia: L’Oiapoque è un luogo privo di risorse mediche. Gli stessi precetti sanitari e igienici sono sconosciuti. Gli infelici deportati dormono in gruppi di cento e più individui. Baracche sporche e disgustose coperte di tavole o di paglia sopra e ai lati – questo è l’alloggio. La febbre palustre, la dissenteria, la gastroenterite trovano in loro un vasto e ampio campo di propagazione, facendo impunemente vittime quotidiane. A tutto ciò si aggiungono l’alimentazione carente, inadeguata e irregolare e, nella maggior parte dei casi, priva di qualsiasi condimento. A PLEBE. n. 245. Data: 12/02/1927.

I condannati di Clevelândia non furono giustiziati immediatamente. Furono lasciati soffrire sotto gli occhi dell’amministrazione del luogo. Morirono poco a poco a causa di malattie, maltrattamenti, fame, lavori estenuanti e tristezza.

Carlos Ferreira de Araujo Junior

 

RIFERIMENTI

KARLLOS, Jr. Brasil Negro Insurgente. Ed. Monstro dos Mares. 2025

MBEMBE, Achille. Necropolítica: biopoder, soberania, estado de exceção, política da morte. Traduzione di Renata Santini. São Paulo: N-1 edições, 2018.

PLEBE, A. n. 245. Data: 12/02/1927.

RODRIGUES, Edgar. Companheiros. História do Movimento Anarquista no Brasil.

SAMIS, Alexandre. Clevelândia: anarquismo, sindicalismo e repressão política no Brasil.

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Questa stilista siciliana vuole portare il suo marchio di abiti da sposa in tutto il mondo

14 Agosto 2026 ore 08:00

Contenuto tratto dal numero di luglio 2026 di Forbes Small Giants. Abbonati!

La Sicilia liberty dei Florio, il Gattopardo, la plumeria sui balconi di Palermo, il cinema romantico, le donne di famiglia che sapevano cucire, ricamare, lavorare a maglia. L’immaginario di Morena Fanny Raimondo proviene da dimensioni meravigliose: un archivio sentimentale e visivo che diventa impresa, collezione, posizionamento. A Palermo, nel suo atelier di abiti da sposa, la fondatrice del marchio More disegna vestiti “per donne che vogliono riconoscersi”. Naturali, come dice lei, rappresentate senza essere trasformate, ma “valorizzate” nella loro essenza.

La storia di More

La moda è arrivata molto presto, in casa. Raimondo cresce in una famiglia di donne che cucivano – la bis nonna era sarta –, ricamavano, lavoravano a maglia: gesti quotidiani, più che professioni. “Da bambina osserva gli abiti negli armadi, disegna vestiti, si perde nei costumi delle fiabe e del teatro”. Avrebbe voluto frequentare il liceo artistico, sceglie invece lo scientifico. Quella deviazione, racconta, le ha dato struttura. 

Prima di More, la stilista sperimenta tre scuole diverse: il Polimoda di Firenze, il cinema, l’alta gamma. Nei laboratori del lusso, da modellista, ha appreso la disciplina che porta un disegno a stare in piedi: “la modellista è l’unica che può dire allo stilista che una cosa non si può fare”. 

Nel 2015 sceglie di tornare a Palermo. Lascia il lavoro da dipendente, usa la buona uscita per partire e ricominciare da zero, da sola, con le proprie forze. Dopo undici anni, More ha un laboratorio, uno showroom, due dipendenti e l’obiettivo di aumentare la forza lavoro e conquistare altri mercati. Sono circa cento i capi prodotti all’anno, tra spose seguite direttamente in atelier, abiti distribuiti in punti vendita selezionati e capi stampa: pochi volumi e alto contenuto sartoriale. 

Il mercato

Il prezzo va dai 4mila ai 10mila euro. Una fascia frutto di una scelta consapevole: il lusso accessibile, la sartorialità per una clientela disposta a investire su un oggetto simbolico. “Non abbiamo i prezzi da Dior, ma lavoriamo su un prodotto di qualità artigianale, fatto sulla persona”.

Il mercato, intanto, cambia. Il bridal sente la contrazione dei matrimoni, l’incertezza economica, la prudenza nei consumi, le tensioni geopolitiche che si riflettono anche sulle scelte intime. “La moda è un po’ lo specchio della società”. Il pubblico si restringe, la fascia media soffre, la grande distribuzione entra anche nell’abito da sposa. Eppure, nella sua lettura, proprio qui si apre uno spazio.  “Chi decide di sposarsi lo vuole fare con grande qualità”. La nuova sposa ha aspettative alte. “I grandi brand hanno costruito per anni il racconto del giorno speciale, dell’unicità, dell’abito come memoria. Ora quel racconto chiede coerenza”. 

Il servizio è parte imprescindibile dell’esperienza. La prova, l’orlo, la madre, le amiche, le nonne, talvolta le bisnonne. In atelier si entra dentro una dinamica familiare, carica di attese, che Raimondo conosce alla perfezione. “L’abito da sposa è un simbolo, la prova è un rito che si ricorda per sempre”. 

Da Palermo a tutto il mondo

Il set scelto dalla stilista è Palermo, destinazione gettonata per i matrimoni, come tutta l’isola. Qui le spose arrivano da tutta Italia: alcune prendono l’aereo per fare l’abito direttamente in location. Fuori dall’Italia, i vestiti sono arrivati in Grecia, Spagna, America; il più lontano fino a Washington. “E oggi siamo anche a Shangai”.

L’estero è una frontiera ancora in costruzione per More. Oggi non rappresenta il core business, ma la direzione è già prestabilita da una contradditoria tendenza del mercato. “Credo che il mio design sia più riconosciuto e apprezzato all’estero che in Italia”. Per la founder è un paradosso: molti atelier italiani vendono brand stranieri, mentre in Oriente, ad esempio lo stile italiano ha ancora una forza di attrazione molto rilevante.

L’identità siciliana

La Sicilia è parte dell’identità di More. Non stiamo parlando dell’isola da cartolina. Morena Fanny si lascia ispirare dalla Palermo liberty, letteraria, botanica. Non è un caso che la plumeria, o frangipane, pianta esotica che ha trovato casa a Palermo intorno al ‘700, sia nel logo del marchio: un fiore semplice e allo stesso tempo elegante, dal sapore intenso e memoria d’infanzia. Anche il nome More gioca su due livelli: il nomignolo con cui tutti la chiamano e il “di più” inglese. Un invito a scoprire cosa c’è dietro le apparenze. “C’è sempre qualcosa in più da scoprire. Proprio come in una matrioska: collezione, simbolo, racconto, tessuto”. 

Ogni collezione richiede circa sei mesi. Si parte da un ideale di donna, e poi arriva il resto: “Si fanno i primi fitting, si controllano vestibilità, pesantezza dell’abito, scollature, costruzione e coerenza complessiva. La collezione deve essere creativa ma anche strutturata, perché deve rispondere alle esigenze del mercato e della piccola rete di rivenditori”. La stilista presenterà l’ultima collezione a settembre, a Palermo: “Sarà corale, capace di parlare a più donne”.

Morena sfoga la creatività soprattutto nell’uso dei tessuti, nella ricerca di materiali, disegni e lavorazioni particolari. I fornitori sono italiani, francesi e spagnoli: da loro ricerca pizzi, sete, lavorazioni, microfibre riciclate, cotoni organici, materiali innovativi e sostenibili. “L’obiettivo è tenere insieme savoir-faire italiano, tradizione e artigianato con una visione innovativa sulla fibra e sulla struttura dell’abito”.

Il cinema resta il punto di partenza e di arrivo di ogni creazione. La narrazione, la memoria, il costume come linguaggio capace di raccontare una persona prima ancora delle parole. Questa l’unicità del marchio More.

L’articolo Questa stilista siciliana vuole portare il suo marchio di abiti da sposa in tutto il mondo è tratto da Forbes Italia.

Politiche antimigratorie nell’Argentina di Milei

di: iene
13 Agosto 2026 ore 20:38

Traduzione degli articoli
Argentina endurece su ley migratoria: Milei expulsará y prohibirá la entrada a quienes “agravien” al país
Expulsiones exprés: alerta migrante ante el DNU 681

Il presidente dell’Argentina, Javier Milei, ha vietato, con un decreto legge, l’ingresso nel Paese agli stranieri che abbiano offeso gli argentini, nonché la loro espulsione qualora si trovino già sul territorio.

Il Governo argentino prosegue la sua denuncia contro una presunta campagna “anti-Argentina” dopo i Mondiali di calcio di quest’anno. Il decreto, pubblicato questo giovedì (30 Luglio, ndt) sul Bollettino Ufficiale, modifica la Ley de Migraciones (trad.: Legge sull’Immigrazione) e introduce nuovi articoli per negare l’ingresso nel territorio argentino e revocare i permessi di soggiorno già concessi.

In questo provvedimento il Governo afferma che negli ultimi tempi «sono aumentati considerevolmente i messaggi di odio e gli atti di ostilità e disprezzo rivolti specificamente contro il popolo argentino, la sua cultura e la sua identità nazionale». Aggiunge che tali comportamenti rappresentano «un rischio per tutti gli argentini» e incidono «sulle condizioni di convivenza armoniosa e di pace sociale.»

L’Esecutivo chiarisce che «in nessun caso potranno rientrare» in queste disposizioni «quelle espressioni di dissenso ideologico o di critica politica, accademica o civica che costituiscano un legittimo esercizio dei diritti sanciti dalla Costituzione». Poche ore prima della pubblicazione del decreto, l’Ufficio del Presidente ha diffuso un comunicato in cui sottolineava che «la difesa della nazione, dei suoi cittadini e dei suoi simboli non è negoziabile».

Milei insiste su una presunta campagna «anti-Argentina»

«Chi attacca la Repubblica Argentina non è benvenuto nel nostro Paese», ha affermato il governo di Milei. Questa decisione fa seguito alle denunce dello stesso esecutivo riguardo una presunta «campagna anti-Argentina» scaturita dalle critiche formulate sui social network dopo la finale dei Mondiali, in cui l’Argentina ha perso contro la Spagna.

Milei ha affermato che lo scorso 26 Luglio il governo brasiliano avrebbe finanziato parte di questa presunta campagna, con l’appoggio del Messico e del Partito Democratico degli Stati Uniti. La presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, ha negato l’esistenza di una campagna del suo governo contro l’Argentina.

Mercoledì (29 Luglio, ndt) il ministro degli Esteri argentino Pablo Quirno ha citato, nell’ambito di questa presunta campagna, i post di personaggi quali la cantante spagnola Rosalía, giunta oggi (30 Luglio, ndt) a Buenos Aires per iniziare il tour di concerti in Argentina, e gli attori Samuel L. Jackson e Javier Bardem. Le critiche diffuse sui social da parte di questi personaggi, che l’algoritmo ha contribuito a rendere virali, erano incentrate sulle accuse di razzismo e presunti favori arbitrali a favore dell’Argentina durante i Mondiali.

Analisi e impatto della Ley de Migraciones

Il Governo, tramite il Decreto de Necesidad y Urgencia (trad.: Decreto di Necessità e Urgenza (DNU)) n. 681/2026, ha modificato in modo sostanziale la Ley de Migraciones n. 25.871. La nuova normativa autorizza la Dirección Nacional de Migraciones (trad.: Direzione Nazionale delle Migrazioni (DNM)) a revocare i permessi di soggiorno ed espellere dal Paese i cittadini stranieri accusati di incitamento all’odio o di aver offeso i simboli nazionali. La normativa ha suscitato una reazione immediata e uno stato di allerta presso le comunità di migranti e le organizzazioni per i diritti umani – che mettono in guardia contro la discrezionalità, l’incostituzionalità e l’uso politico della misura.

ANRed ha parlato con Iber Mamani, esponente di spicco della comunità boliviana in ambito migratorio, e con il dottor Acosta, avvocato penalista con studio a Villa Celina, una delle zone con la maggiore concentrazione di popolazione migrante dell’area metropolitana [di Buenos Aires].

Il migrante come «carne da cannone» e il bavaglio istituzionale

Da una prospettiva territoriale, Iber Mamani ha sottolineato che l’attuazione del decreto genera uno stato di vulnerabilità e incertezza tra le persone migranti. Secondo lui, il presidente Javier Milei «sta sfruttando la campagna anti-argentina per far credere di essere un difensore della patria, ma allo stesso tempo si contraddice quando promuove una legge per l’extranjerización1 delle terre».

Per il militante sociale, la misura va oltre la presunta tutela della sovranità e il decreto d’urgenza viene utilizzato per stigmatizzare le comunità, usandoli come «carne da cannone» di fronte all’erosione politica e sociale del governo. «Tra gli obiettivi di questo decreto vi è quello di mettere un bavaglio a quanti di noi militano per i diritti umani e denunciano il vero razzismo e la xenofobia presente in Argentina», ha affermato Mamani.

Ambiguità giuridica: il pericolo della libera interpretazione

L’inquietudine a livello territoriale su chi e come verrà applicata la nuova normativa trova eco nell’analisi giuridica. Il dott. Acosta ha avvertito della mancanza di precisione tecnica nella stesura del testo ufficiale. «La legge, con questa modifica, non specifica azioni particolari e lascia che tale criterio sia lasciato all’interpretazione della DNM e, eventualmente, dei giudici,» ha spiegato.

Riguardo al peso che la DNM acquisisce con questa norma, il giurista ha precisato: «Sì, il DNU intende dare lo status di sentenza definitiva alle deliberazioni dell’ente preposto per la migrazione. Ma la legge ci fornisce gli strumenti per esercitare la nostra difesa, poiché potremmo trovarci di fronte a un errore dell’autorità migratoria e chiederne quindi la revisione.»

Di fronte a un’accusa formale, l’autorità valuterà se la condotta dello straniero rientri nella definizione di «odio», un termine ampio che comprende concetti quali avversione, disprezzo o fobia, secondo quanto stabilito dalla RAE (Real Academia Española). Per quanto riguarda l’oltraggio ai simboli nazionali, il penalista ha chiarito che non si tratta di un reato nuovo nell’ordinamento giuridico: «L’articolo 222 del Codice Penale argentino prevede già una pena detentiva da 1 a 4 anni per chi offende la bandiera; semplicemente ora viene applicato alla legge sull’immigrazione tramite il DNU».

Giusto processo, difesa e incostituzionalità

Di fronte alla possibilità che lo Stato applichi sanzioni amministrative ed espella le persone dal Paese, Acosta ha rassicurato che le garanzie del giusto processo rimangono in vigore. In caso di una notifica, lo straniero ha il diritto di conoscere nei dettagli l’accusa — data, ora e azione specifica — per esercitare la propria difesa, poiché spetta allo Stato l’onere della prova.

«Gli strumenti che la legge continua a fornirci sono gli stessi: la presentazione di un ricorso gerarchico o diretto2 al DNM e, eventualmente, la richiesta di revisione giudiziaria», ha spiegato. Un punto chiave per rassicurare le comunità è che l’espulsione non diventa automaticamente definitiva: la presentazione di un ricorso sospende la decisione della DNM fino alla sua risoluzione definitiva.

Sebbene l’avvocato abbia respinto l’ipotesi che il decreto violi la libertà di espressione — dato che esclude esplicitamente la critica dei cittadini e il dissenso ideologico —, ha sottolineato che questa è la principale strategia di difesa legale nel ricorso di incostituzionalità presentato contro il DNU. «Vi è una posizione quasi unanime di costituzionalisti e avvocati difensori secondo cui non vi era né la necessità né l’urgenza tali da giustificare l’emanazione di un decreto del genere. Questa legge non segue l’iter previsto dalla nostra Costituzione, ovvero attraverso il Congresso», ha concluso.

La resistenza continua: dai quartieri ai tribunali internazionali

Di fronte all’entrata in vigore della nuova norma, la risposta sul territorio si articola come la continuazione di un piano di lotta preesistente. Mamani ha spiegato che la resistenza comunitaria si sta costruendo «giorno dopo giorno con l’impegno militante» a partire dalla condanna del decreto 366/2025 – normativa che ha dato il via alle modifiche restrittive della Ley de Migraciones.

Di fronte a questo nuovo attacco istituzionale, le organizzazioni hanno deciso di mantenere e rafforzare il proprio piano d’azione su due fronti simultanei.

A livello locale, hanno intensificato le politiche di informazione, consulenza e accompagnamento nelle procedure di regolarizzazione attraverso il sistema RaDEx.3

A livello internazionale, hanno riattivato le rivendicazioni presentando denunce, richieste di relazioni e istanze di audizioni dinanzi agli organismi internazionali per i diritti umani, in attesa di una presa di posizione ufficiale che fermi le misure attuate dall’Esecutivo.

Note del blog

1È un processo socio-economico dove i beni o le risorse di un paese passano sotto il controllo o la proprietà di entità straniere. Questi beni possono includere imprese, terreni, risorse naturali, immobili e altro ancora. Tale processo si può manifestare in vari modi come l’acquisizione di imprese locali da parte di società straniere, l’acquisto di terreni da parte di investitori stranieri o lo sfruttamento delle risorse naturali da parte di aziende internazionali.

2Impugnazione di un qualsiasi atto amministrativo dinanzi all’organo superiore gerarchico dell’autorità che lo ha emanato.

3Il RaDEx (Radicación a Distancia de Extranjeros) è il sistema utilizzato dalla Dirección Nacional de Migraciones argentino che permette agli stranieri di iniziare le pratiche per la residenza temporanea o permanente nel Paese sudamericano.

Politiche antimigratorie nell’Argentina di Milei ©, .

Colombia: «Bambini in pericolo tra scuole crollate, famiglie divise e gruppi armati»

13 Agosto 2026 ore 12:49


I danni del terremoto aggravano una situazione umanitaria già complessa, in un territorio in cui forte è anche la presenza di gruppi armati: Chocó e Buenaventura sono le aree – già vulnerabili – più colpite dal sisma in Colombia, in cui si contano ancora vittime, feriti, sfollati e dispersi, con i numeri che aumentano di ora in ora. 

È qui che si sta concentrando l’intervento di Unicef, rivolto in particolare a bambini e adolescenti, che vivono sulla propria pelle non solo danni e perdite, ma anche l’interruzione di servizi essenziali come la scuola, la separazione dalle famiglie e l’aumento dei rischi per la salute e la sicurezza.

Ne parliamo con Paola Franchi, Head of Child Protection dell’Unicef Colombia Country Office, che da lì ci racconta la situazione che ha davanti agli occhi. 

Innanzitutto i numeri: qual è al momento il bilancio dei danni? 

Lo Stato colombiano sta ancora valutando l’impatto complessivo del terremoto. Secondo le ultime informazioni disponibili, almeno 181 persone hanno perso la vita, 184 risultano ancora disperse e oltre 2.700 sono rimaste ferite. Nelle aree più remote, come il Chocó sulla costa del Pacifico, le difficoltà di accesso limitano la possibilità di valutare l’entità dei danni. Sappiamo che nelle aree più densamente popolate, tra cui Cali e Pereira, due grandi città qui in Colombia, l’impatto è stato particolarmente grave. Migliaia di famiglie sono state sfollate e stanno trovando riparo presso parenti, in spazi comunitari o nei centri di accoglienza allestiti in questo momento dalle autorità locali. 

Come state garantendo la sicurezza del personale di Unicef? 

Al momento non abbiamo segnalazioni di personale Unicef direttamente colpito dal terremoto. Sul territorio ci sono gli operatori umanitari che portano avanti le operazioni di ricerca e soccorso – al momento le più urgenti – e di assistenza alle comunità colpite. Nel Chocó, dove abbiamo un ufficio, tutto il personale è al sicuro, anche se l’ufficio ha riportato dei danni. Unicef e i suoi partner stanno adottando tutti i protocolli di protezione già previsti, perché il personale possa continuare a operare nelle condizioni di maggiore sicurezza possibile, continuando a garantire assistenza essenziale alle popolazioni, alle famiglie e ai bambini colpiti.

Paola Franchi, Unicef Colombia

Dal vostro punto di vista, quali sono le ricadute più gravi che il terremoto può avere su bambini e ragazzi?

Chiaramente, dopo un disastro di questa portata, i bambini affrontano sfide grandissime. Al momento non sono ancora disponibili i dati disaggregati sul numero di bambini coinvolti, ma l’esperienza dimostra che sono tra i gruppi più vulnerabili in situazioni di emergenza e questo, come Unicef, lo abbiamo visto anche in Venezuela. Oltre ai bisogni immediati più fisici, molti bambini stanno vivendo un forte stress emotivo: sicuramente avranno bisogno di sostegno psicosociale per affrontare le conseguenze del disastro. Lo stesso vale per i loro genitori.

I servizi essenziali sono garantiti in questo momento?

Chiaramente non sono ancora accessibili nelle zone più colpite. Ci sono danni alle infrastrutture che hanno reso difficile, per esempio, l‘accesso ad acqua potabile, elettricità, istruzione, servizi di protezione, servizi di assistenza sanitaria basica e telecomunicazione. La difficoltà di connessione a Internet e la dispersione geografica di queste comunità stanno anche ostacolando la valutazione dei bisogni e la distribuzione degli aiuti.

Proprio Unicef ha fatto sapere che circa 800 scuole sarebbero state colpite. Conferma questo dato?

Ora le autorità stimano che siano 1.058 le scuole colpite dal terremoto: ci preoccupa molto l’interruzione delle attività didattiche, anche perché le scuole sono luoghi protetti e sicuri per i bambini. L’entità dei danni è ancora in fase di valutazione, però il fatto che le scuole siano state danneggiate non compromette quindi solo il diritto dei bambini all’istruzione, ma accresce anche i pericoli, soprattutto in zone già colpite da un lungo conflitto armato, in cui gli stessi bambini erano esposti al rischio di reclutamento, violenza fisica e psicologica. Quindi, per noi, ripristinare l’accesso alle scuole è fondamentale per garantire la protezione dei bambini.

Quali sono le zone più vulnerabili in questo momento?

La zona pacifica del Chocó e Buenaventura, perché hanno una limitata capacità istituzionale, sono poco accessibili e soffrono per la presenza di gruppi armati: per questo, Unicef è presente in queste zone da molto tempo, per far fronte alla crisi umanitaria che in questi territori era già grave. Ora però il terremoto rende queste popolazioni, per lo più afrocolombiane e indigene, ancora più vulnerabili. Per questo, abbiamo deciso di concentrare il nostro intervento qui, piuttosto che nelle grandi città: perché queste ultime, pur essendo state colpite dal sisma, hanno un migliore accesso ad assistenza e servizi. 

Quali aiuti sta fornendo concretamente Unicef alla popolazione?

Per rispondere ai bisogni più urgenti, stiamo fornendo kit per l’igiene (anche mestruale e della famiglia) e serbatoi per lo stoccaggio dell’acqua. Stiamo inoltre collaborando con l‘Istituto colombiano per il benessere familiare, per capire insieme quali siano le necessità. Crediamo che sia prioritario ricongiungere i bambini alle famiglie da cui alcuni sono stati separati con il sisma e garantire a loro un adeguato sostegno psicologico.  Se saranno allestite strutture per l’accoglienza delle persone sfollate, sarà importante creare al loro interno spazi in cui i bambini possano avere accesso al gioco, al sostegno psicosociale ed eventualmente anche all’istruzione.

Come proseguirà l’intervento di Unicef nelle prossime fasi dell’emergenza?

In stretto coordinamento con le autorità nazionali e locali e con i partner umanitari, continuiamo a valutare l’evoluzione dei bisogni e siamo pronti ad aumentare gli interventi nel territorio, per garantire ai bambini e alle famiglie l’accesso a un’assistenza che garantisca loro protezione, sostegno e accesso ai servizi essenziali.

Qui il link per sostenere il lavoro di Unicef

Tutte le foto sono di Augusto Pinedo per Unicef

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Nepal, Consolato al lavoro per il rimpatrio delle salme degli alpinisti italiani

A seguito del ritrovamento dei corpi degli alpinisti italiani Marco Di Marcello e Markus Kirchler, la Farnesina continua a prestare assistenza ai familiari. Un funzionario del Consolato Generale d’Italia a Calcutta, competente per il Nepal, è tuttora presente a Kathmandu per assistere le famiglie e seguire con le Autorità nepalesi le procedure per il rimpatrio delle salme o delle ceneri, secondo la volontà dei familiari.

Sin dalla scomparsa dei connazionali nel novembre 2025, il Consolato Generale, in stretto raccordo con la Farnesina e con il supporto del Consolato Generale Onorario a Kathmandu, ha seguito le attività di ricerca e mantenuto costanti contatti con le Autorità nepalesi e le agenzie di soccorso. La Sede consolare si è attivata, in particolare, per facilitare le operazioni sul terreno e accelerare il rilascio dei necessari permessi di volo per le ricerche, intervenendo anche sugli aspetti organizzativi e amministrativi connessi alle operazioni di soccorso. L’Unità per la Tutela degli Italiani all’Estero della Farnesina ha mantenuto un costante raccordo con le famiglie, fornendo assistenza e assicurando la tempestiva condivisione con la Sede consolare e le Autorità competenti di ogni informazione utile alle ricerche.

Dopo la sospensione delle operazioni, determinata dalle condizioni climatiche e del manto nevoso, l’azione della rete diplomatico-consolare è proseguita per favorire la ripresa delle ricerche non appena le condizioni lo avessero consentito. Il Console Generale reggente si è recato più volte in Nepal, anche nei mesi di gennaio, aprile e maggio 2026, affrontando direttamente la questione con le Autorità locali e sollecitando ogni possibile sforzo per il rintraccio e il recupero dei connazionali. Alla ripresa delle operazioni nell’agosto 2026, il Consolato Generale ha assicurato nuovamente una presenza sul posto, con l’invio a Kathmandu di un proprio funzionario per seguirne direttamente gli sviluppi.

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