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Polemiche sulla nuova pubblicità di iPhone. Ma a uscirne vincitrice è sempre Apple

17 Agosto 2026 ore 18:25

di Marco Marangio

Il marketing non va mai in vacanza. Soprattutto a Milano e soprattutto quando si tratta di Apple. La vicenda è ormai nota a tutti: la Casa del “melafonino” è uscita in comunicazione con un maxi-cartellone in via Melchiorre Gioia. Il claim della campagna è uno dei suoi più noti: “Relax, it’s iPhone” che in italiano è da sempre stato tradotto con “Tutto ok, è un iPhone”.

Fin qui non ci sarebbero stati problemi. Eppure il punto critico della campagna non è tanto nel claim, quanto piuttosto nella sua controparte visual: un bambino tiene in mano un iPhone, visivamente sporco perché “vissuto” proprio tra le mani di un “infante”.

È proprio in questo contesto che si è sviluppata tutta la vicenda di critica e di contestazione. A muoversi, prima fra tutte, è stata Marina Terragni, Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza del Comune di Milano. Terragni ha dapprima accolto le segnalazioni dei cittadini e poi si è mobilitata in via ufficiale segnalando lo spot alle autorità competenti, come Agcom.

Il resto si sa. La prima percezione sociale che si è avuta, si è soffermata sul suo aspetto più evidente: la nocività del “baby sitting elettronico”. Mettere un bambino di due anni dinanzi ad uno schermo vuol dire normalizzare un processo, di per sé, discutibile e controverso. Come controversa è stata la scusa ufficiale di Apple, il cui intento non era comunicare una forma di baby sitting elettronico, quanto piuttosto evidenziare una delle caratteristiche fondamentali del marchio: la robustezza del dispositivo.

Qui risiede uno dei punti fallaci della comunicazione di Apple. Veicolare un messaggio è uno dei punti più importanti e delicati di una campagna marketing di questo tipo. Soprattutto quando la campagna è legata in modo indissolubile alla sua controparte visuale, oltre che al suo claim.

La pubblicità non viene interpretata soltanto sulla base degli intenti dell’azienda, ma anche attraverso il contesto sociale e culturale nel quale viene esposta. Questo perché una pubblicità di tale livello non è solo una semplice pubblicità: è una pubblicità che entra nella società.

Nonostante tutto e al netto delle polemiche, anche eccessive, che sono state mosse, chi ne esce ugualmente vincitrice è sempre Apple. Grazie alle discussioni nate attorno alla vicenda, la campagna è passata dalla sua dimensione fisica e cartellonistica ad una dimensione social, divenendo virale. Insomma, “nel bene e nel male, purché se ne parli” per dirla alla Wilde. Per tutto il resto, potremmo parafrasare lo stesso claim Apple, affermando che è “tutto ok: è marketing!”.

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AI Slop Is Everywhere. Spotify, LinkedIn and Others Have Had Enough.

17 Agosto 2026 ore 17:36
Spotify, LinkedIn and others are trying to dig out of a digital sewage heap full of low-quality content made with artificial intelligence.

© Lia Sued C.

Addio a Rossella Diaco, la voce di Isoradio morta a 65 anni

17 Agosto 2026 ore 15:50

È morta questa mattina dopo una breve malattia Rossella Diaco, 65 anni, una delle voci di Isoradio. Lo comunica la Rai in una nota, in cui si legge: “Programmista multimediale in organico da oltre quindici anni a Isoradio, precedentemente al CIS e a Rai International, è stata una professionista che si è sempre dedicata con passione al suo lavoro nei canali di pubblica utilità. Anche negli ultimi mesi di malattia ha saputo essere la donna forte, coraggiosa e determinata che negli anni i suoi colleghi hanno conosciuto”. L’azienda conclude facendo le condoglianze ed esprimendo vicinanza a tutta la famiglia della giornalista e in particolare alla figlia Federica.

Lo scorso 27 luglio Diaco aveva deciso di raccontare la sua malattia con un post sul suo profilo Facebook, in cui scriveva: “Terapie andate male, forze che diminuiscono, la mia vita mi manca, il vostro affetto si sente sempre, lo sento anche se non scrivo”. I funerali si svolgeranno mercoledì mattina alle 10.30 a Roma presso la parrocchia Sacri Cuori di Gesù e Maria.

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Il Tempo pubblica i costi di Report: “Stipendi faraonici”. Gli inviati: “Falso, quereliamo”. Floridia (M5s): “Atto grave, si vuol screditare il programma”

17 Agosto 2026 ore 13:53

Stipendi faraonici e spese incredibili, ecco quanto ci costa Report“. Il quotidiano Il Tempo, di proprietà del deputato della Lega Antonio Angelucci, alimenta la campagna contro il programma d’inchiesta pubblicando un documento interno Rai con una serie di importi in euro, presentati come “l’elenco completo dei compensi percepiti dai trenta giornalisti e autori negli ultimi tre anni”. Sulla base di quei numeri, il giornale diretto da Daniele Capezzone afferma che alcuni di loro “preso abitualmente più di centomila euro l’anno, con casi che hanno superato facilmente i duecentomila fino a toccare i trecentomila euro”, citando volti noti come Giulia Innocenzi, Giorgio Mottola e Bernardo Iovene. Una ricostruzione smentita dagli inviati del programma, che annunciano querela contro Il Tempo e “tutte le testate che riprenderanno le informazioni false e scorrette pubblicate”: “Le somme indicate sono scorrette e artatamente aumentate e non indicano affatto la retribuzione individuale dei singoli inviati ma il totale delle spese sostenute per la realizzazione dei singoli servizi. I giornalisti e le giornaliste di Report hanno per la maggior parte contratti di lavoro autonomo a partita Iva con la Rai e, in base al modello produttivo della trasmissione, autoproducono i propri servizi, pagando dunque di tasca propria i costi di trasferta, di montaggio e tutte le altre spese vive necessarie a condurre per mesi un’inchiesta”, sottolineano in un comunicato.

“Le somme pagate per i servizi giornalistici”, spiegano, “vanno dunque solo in parte a pagare i compensi dei giornalisti, una gran parte copre le spese di produzione già sostenute dagli inviati. Grazie a questo modello produttivo, che scarica i costi vivi sui giornalisti, in questo modo li abbatte. Report è la trasmissione di approfondimento giornalistico meno costosa della prima serata Rai, con circa 150mila euro a puntata, altre nella stessa fascia e sulla stessa rete arrivano a costare il doppio. Se qualcuno intende occuparsi davvero di compensi faraonici in Rai, deve indirizzare l’attenzione ad altri giornalisti, graditi alla politica, che negli ultimi anni sono stati messi alla guida di trasmissioni rivelatesi fallimentari”, concludono gli inviati. Una replica che Capezzone definisce” scombiccherata e controproducente”: “Questi signori si arrampicano sugli specchi parlando di lordo e netto e di spese sostenute. Tutti concetti già spiegati oggi nei nostri articoli. La realtà è che molti di loro incassano più dell’appannaggio annuale spettante al presidente della Repubblica (il quale, meritoriamente, se l’è anche ridotto). Il resto non merita commenti. Solo risposte e approfondimenti in Commissione di Vigilanza”. Sulla vicenda interviene anche il conduttore Sigfrido Ranucci – nella bufera per il caso Lavitola – denunciando la “grave diffusione di un documento interno strategico per l’azienda, visto che rende pubblici i costi di una produzione di punta della Rai come Report. Presenteremo denuncia anche al Comitato etico su chi in Rai abbia fornito al tempo tale documentazione sensibile”, annuncia.

Sullo stesso aspetto batte il consigliere d’amministrazione Rai Roberto Natale, eletto dal Parlamento in quota centrosinistra: “I dati sui compensi dei collaboratori di Report pubblicati oggi da Il Tempo sono di straordinaria gravità. Non certo per gli importi: le cifre comprendono – come sempre per i freelance – i costi di trasferta, di ripresa e montaggio, e solo per ignoranza della materia o per malafede si può evitare di evidenziarlo. La gravità sta nel fatto che la Rai lasci uscire dati riservati che nemmeno a noi consiglieri di amministrazione viene consentito di conoscere”, denuncia. “Dall’inizio del mandato”, spiega Natale, “abbiamo ripetutamente chiesto di poter accedere ai compensi dei collaboratori Rai, ma ci è stato sempre opposto un presunto dovere aziendale di riservatezza. In presenza di questa grave violazione, chiedo all’amministratore delegato un intervento immediato e rigoroso, se necessario investendo la Commissione stabile per il Codice etico attiva in questi giorni. È urgente sapere a quale direzione sia da far risalire la fuga di dati e quali sanzioni verranno adottate. Altrimenti sarà confermato il sospetto che parti dell’azienda stiano contribuendo impunemente a una massiccia campagna di discredito“.

In difesa della trasmissione si schiera anche Barbara Floridia, ex presidente della Commissione di Vigilanza Rai dimessasi a luglio (dopo quasi due anni di boicottaggio dei lavori dell’organo da parte del centrodestra). “La pubblicazione dei costi di Report è un atto grave per due motivi”, afferma la senatrice M5s. “Il primo è che è chiaro l’intento diffamatorio portato avanti dai giornali di Angelucci con l’obiettivo di screditare una delle trasmissioni più importanti del servizio pubblico e puntare alla rimozione del suo conduttore. Ma soprattutto la domanda è: come è possibile che dati che per altre trasmissioni erano stati richiesti in via ufficiale dalla Commissione di Vigilanza Rai non siano mai stati messi a disposizione del Parlamento mentre adesso sono nelle mani di un giornale, di proprietà di un parlamentare di maggioranza, che li usa per attaccare Report? Una cosa è certa: tutta questa situazione conferma che le dimissioni in blocco da parte delle opposizioni erano l’unica strada possibile di fronte a un uso sprezzante delle istituzioni e del servizio pubblico da parte della maggioranza”. Sulla stessa linea gli altri ex rappresentanti M5s in Commissione di Vigilanza, secondo cui l’obiettivo dell’articolo del Tempo è “screditare la trasmissione e il suo conduttore per indebolire entrambi, troppo scomodi per il potere del mondo di Giorgia”.

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