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Yemen, gli Emirati tornano a pagare le milizie contro gli Houthi: l’Arabia Saudita dà la copertura aerea

17 Ottobre 2026 ore 15:59

ADEN — Gli Emirati Arabi Uniti tornano nella guerra dello Yemen. Hanno ripreso a pagare le Brigate dei Giganti, la milizia che avevano addestrato e finanziato per anni e che è considerata la più efficace fra le forze che combattono gli Houthi nel sud del Paese, riferisce il Guardian citando fonti yemenite. In cambio l’Arabia Saudita garantirà la copertura aerea.

È un’intesa raccontata da chi sta sul terreno, non annunciata dalle capitali: né Riad né Abu Dhabi hanno commentato. È però il primo segnale concreto di riavvicinamento fra i due Paesi del Golfo dopo mesi di dissensi sul futuro dello Yemen. A gennaio gli Emirati avevano chiuso le operazioni e tagliato i fondi ai loro alleati, e i sauditi erano arrivati a bombardare forniture d’armi emiratine destinate ai separatisti del Sud.

La notizia arriva nelle ore più dure per il governo riconosciuto. Giovedì cinque missili hanno colpito il palazzo presidenziale di al-Maashiq, ad Aden, la capitale provvisoria: 5 morti e 16 feriti, fra cui guardie e impiegati civili. Il primo ministro Shaya al-Zindani era nel complesso ed è rimasto illeso; due delle sue guardie del corpo sono morte. È il primo attacco di questo tipo sulla sede del governo.

Venerdì altri due missili sono caduti sull’aeroporto di Aden, a circa 500 metri da un aereo della compagnia Yemenia pronto a decollare per Il Cairo. Nessun ferito, ma è il secondo attacco allo scalo in meno di una settimana. «Una minaccia diretta alla vita dei passeggeri e degli equipaggi», ha detto il ministro dell’Informazione Moammar al-Eryani.

Il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, ha rivendicato di aver colpito il «quartier generale delle operazioni militari saudite» ad Aden, nel quadro della politica dichiarata di colpire «i rinforzi sauditi ovunque si trovino». L’agenzia Saba, controllata dal movimento, parla di un comando gestito da ufficiali sauditi e, per l’aeroporto, di obiettivi nel campo militare di Badr, adiacente alla pista. Riad accusa l’Iran di aver «incoraggiato» l’escalation; Teheran respinge «ogni accusa di aver avuto un ruolo nelle operazioni yemenite» e offre i propri buoni uffici.

La guerra riaperta a settembre

La tregua del 2022 è saltata quest’estate. A settembre gli Houthi hanno lanciato un’offensiva lampo sulla costa del Mar Rosso, hanno preso il porto di Mocha e le alture che dominano il Bab al-Mandab, lo stretto che chiude il Mar Rosso a sud, e hanno annunciato il blocco delle navi saudite. Per Riad quella rotta è diventata vitale da marzo, quando l’Iran ha chiuso Hormuz e il Regno ha dirottato parte dell’export di petrolio verso il Mar Rosso attraverso l’oleodotto Est-Ovest.

Il 4 ottobre il presidente del Consiglio di comando presidenziale, Rashad al-Alimi, ha lanciato l’operazione «Alba dello Yemen» per riprendere Sanaa con copertura aerea saudita, i primi raid del Regno ammessi dal 2022. Mocha non è stata riconquistata. Taiz, terza città del Paese, è di fatto assediata: la strada per Aden è tagliata e il prezzo della benzina è triplicato in una settimana, racconta Al Jazeera. Gli Houthi rispondono sul territorio saudita: 20 attacchi sull’aeroporto di Riad dal 1° ottobre, secondo il portavoce della coalizione, con 19 morti e 364 feriti negli scali del Regno. L’inviato Onu Hans Grundberg ha parlato al Consiglio di sicurezza di ritorno alla «guerra totale».

Il ritorno dei soldi emiratini rimette in campo l’unica forza di terra che negli anni scorsi aveva fatto arretrare gli Houthi, in un momento in cui l’aviazione saudita da sola non ha riaperto né Mocha né la strada di Taiz. Per Thomas Juneau, esperto di Medio Oriente all’Università di Ottawa, l’escalation serve agli Houthi ad accumulare leva negoziale con Riad e a consolidare «il loro potere dentro lo Yemen».

L’intesa non scioglie il nodo del Sud. I separatisti del Consiglio di transizione hanno chiesto questa settimana un referendum sulla secessione, per tornare ai confini dello Stato che esistette fino al 1990; né Riad né Abu Dhabi hanno risposto. Il loro leader, Aidarous al-Zubaidi, vive ad Abu Dhabi da gennaio, dopo il fallito tentativo di prendere il controllo del Sud, e non ha contatti diretti con i sauditi. I suoi uomini non hanno ancora accettato di combattere oltre i vecchi confini. Dall’intensificarsi degli scontri oltre 200.000 persone hanno lasciato le loro case.

Iran, i Pasdaran rivendicano la mina contro una superpetroliera nello stretto di Hormuz: «Lo stretto è chiuso»

17 Ottobre 2026 ore 14:00

TEHERAN — Più di due milioni di barili di greggio in fiamme in mezzo allo stretto di Hormuz. Così la marina dei Guardiani della rivoluzione, i Pasdaran, il corpo militare che in Iran risponde direttamente alla Guida suprema, ha descritto sabato mattina la sorte di una superpetroliera che, secondo il comunicato, ha urtato una mina mentre tentava «un passaggio non autorizzato» ed è stata avvolta da «una massiccia esplosione e un incendio violento».

La rivendicazione, diffusa dai media statali iraniani e ripresa dall’agenzia France Presse, non dice dove sia avvenuto l’urto, non dà il nome della nave, la bandiera, l’armatore, né una parola sull’equipaggio. L’agenzia semiufficiale Fars ha pubblicato un video girato di notte, con lo scafo illuminato dalle fiamme. Il comando americano per il Medio Oriente, il Centcom, e l’agenzia marittima britannica che registra gli incidenti nel Golfo non hanno confermato l’episodio.

Il meccanismo che quel comunicato racconta è ormai la routine dello stretto dall’inizio della guerra fra Iran e Stati Uniti, il 28 febbraio. Teheran dichiara chiuso il passaggio obbligato per il greggio del Golfo; Washington lo dichiara aperto e lo scorta; le petroliere tentano il transito spegnendo i sistemi di localizzazione; i Pasdaran le colpiscono. La nave di sabato, dice il comunicato, «ha tentato di attraversare lo stretto con il sostegno degli Stati Uniti, disattivando tutti i sistemi di tracciamento».

Il linguaggio è quello delle ultime settimane. «Lo stretto di Hormuz è chiuso, e la conseguenza di sfidare le regole iraniane è bruciare nel fuoco della fiducia nell’esercito terrorista Usa», recita il testo rilanciato dall’agenzia semiufficiale Tasnim. La tv di Stato Press TV parla di un transito protetto dall’«esercito contrabbandiere» americano.

La risposta di Washington era arrivata in anticipo. Venerdì l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, aveva detto: «Sia chiaro, lo stretto di Hormuz è controllato dagli Stati Uniti e dai nostri partner regionali, non dall’Iran. Resta aperto agli affari». Il comando americano sostiene da mesi che le navi continuano a passare «nonostante l’aggressione ingiustificata» dei Pasdaran.

Dieci navi in una settimana

I numeri raccontano un’escalation. Secondo l’agenzia marittima britannica, almeno dieci navi sono state attaccate dentro o vicino allo stretto da domenica, il massimo settimanale dall’inizio del conflitto; dal 1° ottobre gli attacchi sono 23, quasi il doppio della media dei mesi precedenti. Venerdì due mercantili sono stati colpiti al largo di Jubail, il grande porto petrolchimico saudita sul Golfo, uno da un razzo anticarro sparato da un barchino: «danni al quarto di poppa sinistro, equipaggio incolume», secondo il rapporto.

La partita si gioca sul prezzo: ogni nave colpita è un messaggio ai mercati prima ancora che a Washington. Il Brent ha chiuso venerdì a 109,86 dollari al barile, in rialzo del 3,7%, al massimo dal 19 maggio; il greggio americano Wti ha superato i 101 dollari, con un balzo del 10% in una settimana. Noleggiare una petroliera dal Golfo alla Cina costa fino a un milione di dollari al giorno, ha detto a Cnbc il direttore di Lloyd’s List, la bibbia dell’informazione marittima.

Sul fronte politico Teheran tiene chiusa anche la porta negoziale. Il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Mohsen Rezaei, ha definito «insufficiente» la risposta americana alle sette condizioni presentate all’Assemblea generale dell’Onu e ha escluso trattative. Il presidente Masoud Pezeshkian, venerdì in visita in Armenia, ha negato che l’Iran cerchi l’atomica e ha definito «ingiustificabili» le sanzioni. Il Qatar continua a fare da mediatore.

Il portavoce dell’esercito iraniano, Mohammad Akraminia, ha fissato venerdì su X la condizione per riaprire il passaggio: «Se gli Stati Uniti lasciano la regione, lo stretto di Hormuz riaprirà. Se non se ne va, lo cacceremo».

Cisgiordania, la fotografa del Washington Post pestata dai coloni ha 4 vertebre rotte. Netanyahu: «fatti poco chiari»

17 Ottobre 2026 ore 11:43

Aggiornato alle 11:43

RAMALLAH — Heidi Levine, 64 anni, fotoreporter americana del Washington Post, è stata trasferita dall’ospedale governativo di Ramallah al Beilinson di Petah Tikva, alle porte di Tel Aviv, con quattro vertebre rotte, una costola fratturata, lacerazioni su tutto il corpo e un dito aperto fino all’osso che ha richiesto un intervento alla mano. È il bilancio, aggiornato stamattina, del pestaggio subito ieri negli uliveti di Abu Falah, villaggio palestinese a nord-est di Ramallah, da parte di un gruppo di coloni israeliani.

Mentre il bollettino medico si aggravava, l’ufficio del premier Benjamin Netanyahu ha definito «poco chiari» i fatti e ha parlato di uno «scontro» durante il quale la fotografa «sarebbe stata aggredita». Il direttore esecutivo del Washington Post, Matt Murray, ha risposto che «alcuni fatti non sono né in discussione né poco chiari» e il giornale ha inviato una lettera formale al governo israeliano. Il Dipartimento di Stato americano chiede «indagini, arresti e condanne». Nessun arresto è stato annunciato.

L’aggressione è cominciata venerdì verso le 8:30 (le 7:30 in Italia). Circa 80 uomini vestiti di nero, molti col volto coperto, sono scesi da una collina sopra i terrazzamenti dove gli abitanti raccoglievano le olive; alcuni portavano taniche di carburante, altri fionde per le pietre, e almeno uno, armato, ha sparato, riferisce Reuters, che aveva una propria inviata sul posto. Olivi e automobili sono stati incendiati. Levine indossava elmetto e giubbotto antiproiettile con la scritta Press davanti e dietro.

«Mi hanno attaccata, buttata a terra. Per fortuna avevo giubbotto ed elmetto, altrimenti probabilmente non sarei qui, perché continuavano a prendermi a calci», ha raccontato dal letto d’ospedale. I calci, stima, sono stati una cinquantina in dieci minuti. Le hanno strappato le macchine fotografiche, la borsa e il telefono. «Non ho visto nessuno che provasse a fermarli», ha aggiunto. E sui responsabili: «Non saranno processati, ne sono sicura». In un video girato sul posto da un giornalista americano indipendente la si sente ripetere a terra: «Morirò», «hanno preso tutto».

Lo stesso giornalista ha detto alla Cnn: «Temevo che l’avrebbero uccisa»; a farle scudo, secondo lui, sono stati alcuni giovani palestinesi. Un videoblogger israeliano presente ad Abu Falah descrive i colpi di bastone e sostiene che i soldati arrivati poco prima «stavano spalla a spalla con i coloni», venuti dall’avamposto di Meshulash. Il figlio della fotografa ha parlato al Jerusalem Post di lacerazioni a gambe, fianco e glutei e di un taglio profondo alla mano sinistra.

La versione di Netanyahu

Il comunicato del premier, diffuso venerdì sera, afferma che «Israele condanna senza riserve la violenza contro chiunque, ebrei, arabi, cristiani o giornalisti» e che «i responsabili saranno chiamati a rispondere». Su X lo stesso ufficio parla però di «domande serie ancora aperte»: 200 palestinesi contro una quarantina di coloni, oggetti lanciati «da entrambe le parti», fuochi d’artificio contro «giovani ebrei». L’esercito dice di aver disperso lo scontro con mezzi antisommossa, di aver sparato colpi in aria e poi contro un sospetto che correva verso i soldati con «un oggetto affilato». Polizia e forze armate hanno aperto indagini e promettono di trattare il caso «con la massima serietà».

Il contrasto tra le due versioni è diventato una questione tra Washington e Gerusalemme a dieci giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre, e la partita si gioca anche nel Congresso americano. Il deputato democratico Jamie Raskin ha definito l’attacco «inconcepibile» e ha ricordato che Donald Trump ha revocato le sanzioni ai coloni violenti decise da Joe Biden; il senatore Andy Kim cita «notizie di un attacco coordinato» e del mancato intervento dei soldati; Ro Khanna chiede lo stop agli aiuti usati per le attività degli insediamenti. La Foreign Press Association, che riunisce i corrispondenti stranieri in Israele, invita il comandante militare della Cisgiordania a «smettere di cercare scuse e fare il proprio lavoro».

Il pestaggio di Levine è uno dei circa 24 attacchi ai raccoglitori di olive registrati venerdì dalla Mezzaluna Rossa palestinese, con 20 feriti in almeno otto villaggi del nord della Cisgiordania. Dieci giorni prima il fotografo dell’Afp Jaafar Ashtiyeh era stato picchiato col calcio dei fucili ad Aqraba, episodio che Levine aveva raccontato in un articolo per il Post. A Turmus Ayya, dove l’esercito dice che gli aggressori erano fuggiti prima dell’arrivo delle truppe, il sindaco riferisce auto bruciate tra gli ulivi: «Non è rimasto nulla di intatto».

L’ufficio Onu per gli affari umanitari ha contato oltre 1.600 attacchi di coloni da gennaio ad agosto; dall’inizio della stagione delle olive un palestinese è stato ucciso e più di 2.500 ulivi o piantine sono stati danneggiati. Per nessuno di questi episodi, come per quello di Abu Falah, è stato finora annunciato un arresto.

L’Iran guida i missili degli houthi sull’Arabia Saudita, scrive il Wall Street Journal. Teheran nega

17 Ottobre 2026 ore 06:24

Aggiornato alle 06:24

RIAD — Dietro i missili che da due settimane cadono sugli aeroporti dell’Arabia Saudita c’è una mano iraniana: secondo il Wall Street Journal, Teheran passa agli houthi, il movimento yemenita che controlla Sanaa, dati di puntamento e intelligence per colpire il Regno. Riad lo dice apertamente da giorni. «Pensiamo che l’escalation degli houthi in questa fase del conflitto sia incoraggiata dall’Iran», ha detto il vice ministro degli Esteri saudita Rayed Krimly, aggiungendo che Teheran continua ad armare e addestrare il gruppo.

L’Iran nega. «La Repubblica islamica respinge ogni affermazione secondo cui abbia avuto un ruolo nelle operazioni yemenite», ha detto venerdì il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei: gli houthi «agiscono secondo i propri interessi e le proprie valutazioni». Nella stessa dichiarazione Teheran si offre come mediatore, «sempre pronta a usare i suoi buoni uffici per porre fine alle ostilità». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi aveva già telefonato domenica al collega saudita, il principe Faisal bin Farhan, per proporre un dialogo; secondo il vice ministro Saeed Khatibzadeh, Riad non ha risposto.

L’episodio che ha cambiato la scala della guerra resta quello di sabato 10 ottobre al King Khalid International di Riad: 13 morti secondo l’ultimo bilancio, oltre 300 feriti, scalo chiuso. È l’attacco più sanguinoso subito dall’Arabia Saudita da oltre un decennio. Tra le vittime quattro sauditi e due bangladesi; le altre venivano da Stati Uniti, Egitto, Giordania e altri Paesi arabi. Era il terzo colpo allo stesso aeroporto in una settimana, dopo i due di giovedì 8 che avevano ucciso tre persone e cancellato centinaia di voli; nei giorni precedenti erano stati colpiti anche gli scali di Abha, Jizan e Najran.

Il portavoce militare houthi Yahya Saree rivendica e definisce gli aeroporti «obiettivi legittimi», in risposta ai raid sauditi sullo Yemen. Donald Trump, domenica, ha letto l’offensiva come Riad: gli houthi «sono riemersi, probabilmente su istigazione dell’Iran», ha detto, «cercando deliberatamente di far salire il prezzo del petrolio prima delle elezioni Usa». Gli Stati Uniti, ha aggiunto, «potrebbero» unirsi alla ritorsione saudita.

Medina e Aden

Giovedì la coalizione a guida saudita ha annunciato l’intercettazione di un missile da crociera nella regione di Medina, senza indicarne la provenienza. Gli houthi, che avevano promesso di risparmiare le città sante di Mecca e Medina, hanno negato: «Non abbiamo condotto alcuna operazione verso il territorio saudita oggi», ha detto Saree, parlando di «una menzogna sfacciata e sfrontata».

Venerdì sera due missili hanno raggiunto l’aeroporto di Aden, la città del sud dove ha sede il governo yemenita riconosciuto e sostenuto da Riad. Nessuna vittima, secondo la polizia; un responsabile della sicurezza e un controllore di volo hanno detto all’Associated Press che è stata colpita un’area dello scalo che ospita un reparto militare governativo. Gli houthi rivendicano, parlando di un comando saudita e di un deposito di armi. Il giorno prima un attacco con missili e droni al palazzo presidenziale di Aden aveva ucciso cinque persone, tra cui due uomini della scorta del primo ministro Shaya Al-Zindani.

Sul terreno la guerra continua a Marib, la provincia orientale del petrolio: il portavoce militare governativo rivendica «guadagni territoriali» con copertura aerea e oltre 430 combattenti houthi «neutralizzati» in 24 ore. Gli houthi contano 65 raid sauditi in un giorno su Sanaa e altre province; il ministero della Sanità da loro controllato parla di 120 morti dal 3 settembre. Il round attuale è cominciato il mese scorso, quando i ribelli hanno occupato aree chiave sullo stretto di Bab el-Mandeb, la rotta del greggio del Golfo, e il 5 ottobre le forze governative hanno lanciato l’offensiva su Sanaa. Una guerra riaperta per riprendere uno stretto si combatte ora negli aeroporti della capitale saudita.

Il Regno si chiude. Il vertice tra Unione europea e Paesi del Golfo in Arabia Saudita è rinviato «per la sicurezza delle delegazioni», ha detto il segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo. Londra sconsiglia i viaggi non essenziali a Riad; Washington vieta ai dipendenti federali di avvicinarsi a meno di 30 chilometri dal confine yemenita. Il Six Kings Slam di tennis, che doveva portare Alcaraz e Djokovic a Riad la prossima settimana, slitta al 27 dicembre; il derby dell’Al Nassr di Cristiano Ronaldo con l’Al Ahli è rinviato a marzo. Nello stretto di Hormuz l’agenzia marittima britannica ha contato 10 attacchi a navi in una settimana, una affondata, e ammette di non riuscire a censirli tutti.

«Gli houthi sono il proxy più potente della rete iraniana, senza dubbio», dice Mohammed Al-Basha, fondatore della società americana di analisi del rischio Basha Report. Saree ha ripetuto l’avvertimento: «Le operazioni verso le profondità saudite continueranno nei prossimi giorni». Compagnie aeree e viaggiatori, dice, non usino gli scali e lo spazio aereo sauditi, con la sola eccezione di Mecca e Medina.

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