Iran, i Pasdaran rivendicano la mina contro una superpetroliera nello stretto di Hormuz: «Lo stretto è chiuso»
TEHERAN — Più di due milioni di barili di greggio in fiamme in mezzo allo stretto di Hormuz. Così la marina dei Guardiani della rivoluzione, i Pasdaran, il corpo militare che in Iran risponde direttamente alla Guida suprema, ha descritto sabato mattina la sorte di una superpetroliera che, secondo il comunicato, ha urtato una mina mentre tentava «un passaggio non autorizzato» ed è stata avvolta da «una massiccia esplosione e un incendio violento».
La rivendicazione, diffusa dai media statali iraniani e ripresa dall’agenzia France Presse, non dice dove sia avvenuto l’urto, non dà il nome della nave, la bandiera, l’armatore, né una parola sull’equipaggio. L’agenzia semiufficiale Fars ha pubblicato un video girato di notte, con lo scafo illuminato dalle fiamme. Il comando americano per il Medio Oriente, il Centcom, e l’agenzia marittima britannica che registra gli incidenti nel Golfo non hanno confermato l’episodio.
Il meccanismo che quel comunicato racconta è ormai la routine dello stretto dall’inizio della guerra fra Iran e Stati Uniti, il 28 febbraio. Teheran dichiara chiuso il passaggio obbligato per il greggio del Golfo; Washington lo dichiara aperto e lo scorta; le petroliere tentano il transito spegnendo i sistemi di localizzazione; i Pasdaran le colpiscono. La nave di sabato, dice il comunicato, «ha tentato di attraversare lo stretto con il sostegno degli Stati Uniti, disattivando tutti i sistemi di tracciamento».
Il linguaggio è quello delle ultime settimane. «Lo stretto di Hormuz è chiuso, e la conseguenza di sfidare le regole iraniane è bruciare nel fuoco della fiducia nell’esercito terrorista Usa», recita il testo rilanciato dall’agenzia semiufficiale Tasnim. La tv di Stato Press TV parla di un transito protetto dall’«esercito contrabbandiere» americano.
La risposta di Washington era arrivata in anticipo. Venerdì l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, aveva detto: «Sia chiaro, lo stretto di Hormuz è controllato dagli Stati Uniti e dai nostri partner regionali, non dall’Iran. Resta aperto agli affari». Il comando americano sostiene da mesi che le navi continuano a passare «nonostante l’aggressione ingiustificata» dei Pasdaran.
Dieci navi in una settimana
I numeri raccontano un’escalation. Secondo l’agenzia marittima britannica, almeno dieci navi sono state attaccate dentro o vicino allo stretto da domenica, il massimo settimanale dall’inizio del conflitto; dal 1° ottobre gli attacchi sono 23, quasi il doppio della media dei mesi precedenti. Venerdì due mercantili sono stati colpiti al largo di Jubail, il grande porto petrolchimico saudita sul Golfo, uno da un razzo anticarro sparato da un barchino: «danni al quarto di poppa sinistro, equipaggio incolume», secondo il rapporto.
La partita si gioca sul prezzo: ogni nave colpita è un messaggio ai mercati prima ancora che a Washington. Il Brent ha chiuso venerdì a 109,86 dollari al barile, in rialzo del 3,7%, al massimo dal 19 maggio; il greggio americano Wti ha superato i 101 dollari, con un balzo del 10% in una settimana. Noleggiare una petroliera dal Golfo alla Cina costa fino a un milione di dollari al giorno, ha detto a Cnbc il direttore di Lloyd’s List, la bibbia dell’informazione marittima.
Sul fronte politico Teheran tiene chiusa anche la porta negoziale. Il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Mohsen Rezaei, ha definito «insufficiente» la risposta americana alle sette condizioni presentate all’Assemblea generale dell’Onu e ha escluso trattative. Il presidente Masoud Pezeshkian, venerdì in visita in Armenia, ha negato che l’Iran cerchi l’atomica e ha definito «ingiustificabili» le sanzioni. Il Qatar continua a fare da mediatore.
Il portavoce dell’esercito iraniano, Mohammad Akraminia, ha fissato venerdì su X la condizione per riaprire il passaggio: «Se gli Stati Uniti lasciano la regione, lo stretto di Hormuz riaprirà. Se non se ne va, lo cacceremo».