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Ho visto un’intervista dell’ex procuratrice Cpi: così Israele l’avrebbe intimidita per le indagini sulla Palestina

17 Giugno 2026 ore 07:16

di Maria Grazia Sanna

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un’intervista rilasciata ad Al-Jazeera della ex Procuratrice della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda. L’intervista rivela in modo diretto come il governo israeliano e il suo servizio di intelligence, il Mossad, abbiano sfruttato la sorveglianza occulta, tattiche di imboscata e minacce dirette alla sicurezza contro la Procuratrice in uno sforzo pluriennale per costringere la Corte ad abbandonare le indagini sui crimini di guerra in Palestina.

La premessa che Bensouda fa all’inizio del suo racconto è altrettanto interessante, in quanto spiega che la CPI (inglese ICC) si scontra regolarmente con la resistenza di diversi Paesi a causa dell’estrema delicatezza delle indagini che riguardano quasi sempre: crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità. Tutto normale, dunque. Ma alcuni casi come quello d’Israele sono leggermente più “normali” di altri!

La procuratrice descrive come dopo l’apertura dell’inchiesta sulla Palestina nel 2015, siano iniziate forti e continue intimidazioni contro la sua persona e la sua famiglia. Le definisce “dapprima subdole e malcelate”, tipo quando due individui non identificati si sono recati presso la sua abitazione privata (allora nella città olandese de L’Aia) per recapitare una busta con dentro 500 dollari. Questo, secondo il parere degli investigatori, fu un messaggio più che un vero e proprio tentativo di corromperla: sappiamo dove vivi e conosciamo i tuoi movimenti.

Un controllo della sicurezza interno alla stessa corte internazionale rivelò che l’auto utilizzata durante la visita domiciliare era stata noleggiata in aeroporto e che i numeri di telefono forniti dagli individui provenivano da Israele. Nonostante ciò le autorità olandesi non avviarono alcuna indagine formale.

Dopo il fatto della busta, Bensouda fu in seguito vittima di un’imboscata in un hotel di New York in cui si trovava per lavoro, dove l’ex capo del Mossad israeliano, Yossi Cohen, le si presentò di persona inaspettatamente. Questo di Cohen fu il primo di una serie di incontri che, da tentativo amichevole iniziale di “conquistarla”, si trasformarono in minacce esplicite contro la persona fisica di Bensouda e la sua famiglia. Il punto cruciale di questi incontri fu sempre lo stesso: la richiesta diretta di interrompere l’indagine sulla Palestina.

Nonostante le intimidazioni e la successiva imposizione di severe sanzioni statunitensi nei suoi confronti nel 2020, Bensouda ha sempre sostenuto di aver svolto il suo lavoro senza timori né favoritismi. Ha intenzionalmente tenuto nascoste le minacce al personale della corte penale per evitare il panico sul posto di lavoro e ha sottolineato di non aver ricevuto alcun supporto di sicurezza aggiuntivo significativo dal governo olandese, nonostante avesse segnalato gli incidenti.

Il messaggio di Bensouda attraverso la sua intervista è chiaro: quello che è successo a lei è un precedente molto grave e prova che, di fronte a intimidazioni e minacce che valicano ogni confine territoriale, nessuno può sentirsi sicuro.

Oggi alla direzione del Mossad non c’è più Cohen ma Roman Gofman, assoldato da Ben-Gvir e dalle idee talmente estremiste da aver già provocato un’ondata di dimissionari al suo interno.

Rimane solo una domanda da porsi: cosa succederà d’ora in poi a chiunque, svolgendo il proprio lavoro, si metta in futuro ad indagare sui crimini commessi in Palestina? Quanto ai vari governanti in Europa e nel resto del mondo, questa storia infila certo una piccola pulce nell’orecchio di tutti noi: non sarà mica che i nostri politicanti hanno paura di minacce e intimidazioni subite e di cui, a differenza dell’eroica Bensouda, temono di parlare? Giusto un pensiero strisciante…

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Dai media alle urne: l’ascesa di Vannacci conviene a tutti, tranne che alla sinistra

16 Giugno 2026 ore 16:46

di Serena Poli

I media e la politica italiana hanno un talento veramente degno di nota, quando si tratta di improbabili personaggi in cerca d’autore: il talento pernicioso di trasformarli in interlocutori degni di nota. È successo in passato, con parabole diverse ma dinamiche simili. Oggi accade di nuovo attorno alla figura di Roberto Vannacci.

Se alla pubblicazione del suo primo libro si fosse scelta la via della cronaca marginale, quel testo intellettualmente misero e stilisticamente dozzinale sarebbe rimasto confinato nelle nicchie cui era destinato. Invece, la grancassa mediatica lo ha pompato, ne ha moltiplicato gli estimatori e ha costruito il personaggio. Il risultato è l’ennesimo figlio del sistema che si vende come eroe antisistema. Una narrazione che attecchisce su un elettorato incattivito da continui tradimenti, prima di Salvini, poi di Meloni. Anche lui è destinato a tradire, perché la propaganda va sempre a cozzare con la realtà di governo (ma tutto questo Alice non lo sa).

Domandiamoci allora: a chi giova questo fenomeno? La risposta è semplice: a tutti, tranne che alla sinistra.

Fa comodo alla destra di governo, guidata da una Giorgia Meloni le cui aspirazioni incendiarie sono state castrate dalla realpolitik. Alla fine, non senza irritarla profondamente, il signor Vannacci le strapperà diversi punti percentuali, forse costringendola addirittura a elezioni anticipate. Ma sarà comunque accolto in coalizione, anche perché consentirà al prossimo eventuale governo, sempre probabilmente a trazione Meloni, di spostare l’ago ancora più a destra. Stesse promesse, stessa fine impietosa: l’unica cosa che guadagneremo (si fa per dire) sarà un dibattito politico e sociale ancor più retrivo, violento e trogloditico di quello attuale.

Ma l’avanzata di Vannacci piace anche al centro politico. Non in chiave antimeloniana ma in chiave anti-sinistra. La speranza, nemmeno troppo segreta, è che uno spostamento ulteriore dell’asse politico verso la destra più radicale possa spaventare a tal punto l’elettorato progressista da costringerlo, ancora una volta, a turarsi il naso “contro gli estremismi”, includendo ovviamente anche quello (immaginario, almeno in Italia) di sinistra. A personaggi come Renzi non interessa essere ‘alternativa’ (quel treno è già passato), interessa il diritto di veto: al momento opportuno, smetterà di pompare Vannacci come sta facendo adesso e inizierà ad agitare lo spauracchio dell’orco nero al governo per incassare la sua personale quota di potere e limitare così qualunque azione redistributiva in caso di vittoria alle elezioni.

In questo scenario, le prospettive future appaiono fosche ma prevedibili. Se Forza Italia deciderà che stare al potere con un alleato ‘disturbante’ è comunque preferibile all’opposizione, assisteremo probabilmente a un nuovo governo Meloni con una più forte componente estremista incarnata da FN… inteso come Futuro Nazionale, non come Forza Nuova, anche se la differenza non si vede.

L’altro scenario vedrebbe la vittoria di una coalizione che difficilmente sarà in grado di fare qualcosa di sinistra. Ora, il bistrattato cittadino progressista potrebbe trovarsi a sperare che il campo largo vinca con la legge elettorale in cantiere, nella vana fantasticheria che il premio di maggioranza possa ridurre il peso della componente centrista.

Ma gli accordi sui numeri si fanno prima, dunque non si lasci tentare, lo sventurato elettore, perché la sinistra che non ha il coraggio di fare la sinistra è destinata a rivivere la storia di un secolo fa: forze moderate che si ergono a unico argine e che finiscono col favorire l’ascesa della destra più reazionaria. Solo che, un secolo fa, quell’errore di calcolo nacque dalla presuntuosa convinzione di poter ‘istituzionalizzare l’estremismo’; oggi invece i nostri liberali, senza nemmeno preoccuparsi di nasconderlo, preferiscono arginare ogni minimo sentore di sinistra piuttosto che l’estrema destra.

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Nordio, non basta citare il Codice Rocco per rivalutare il fascismo

16 Giugno 2026 ore 12:22

di Roberto Celante

Dopo l’uscita della Premier Meloni sulla censura antifascista, ecco il ministro Nordio, che sottolinea la paternità fascista dell’attuale codice penale. È evidente che, per fermare a tutti i costi l’emorragia di consensi verso Futuro nazionale, la destra di governo stia perdendo serenità di giudizio.

Che si tratti di una propria iniziativa autonoma, o di una strategia di FdI, l’affermazione di Nordio mira senz’altro a solleticare l’orgoglio della minoranza di italiani che si sente tuttora custode di un’ideologia “perseguitata” da ottant’anni di democrazia. Il Guardasigilli ammicca a chi ritiene che il fascismo non sia stato altro che una fase come un’altra della storia d’Italia, caratterizzata da una gestione efficiente della cosa pubblica, e che si concluse anzitempo, per un errore di calcolo nella fatale scelta dell’alleanza militare. L’affermazione di Nordio lusinga chi ritiene che la democrazia, da ottant’anni a questa parte, sia stata soltanto una zavorra per le potenzialità del Paese, perché ingesserebbe le istituzioni, abortirebbe le riforme necessarie, frenerebbe lo sviluppo economico.

La narrazione di certi revisionisti odierni racconta di una “dittatura all’acqua di rose, perché, se non protestavi, nessuno ti toccava”. In compenso, fu avviata l’elettrificazione delle ferrovie; fu realizzata la prima autostrada; furono bonificate intere province; fu superata la crisi del ’29; furono edificati migliaia di alloggi di edilizia popolare e centinaia di edifici pubblici; furono rese pubbliche le assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro e contro le malattie dei lavoratori, nonché il trattamento pensionistico; furono risolti i conflitti sociali con il sistema corporativista; fu innovata la scuola; furono riformati i codici civile e penale, nonché i rispettivi codici di procedura.

E c’era “ordine”: almeno, questa era la percezione della società dell’epoca, che pare fosse lieta di poter “dormire con la porta aperta”, anche se in realtà le carceri non erano meno affollate di quelle di oggi. E c’era “la certezza della pena”, anche se, nel 1937, in occasione della nascita di Vittorio Emanuele di Savoia, nipote del Re Imperatore, il fascismo concesse un’amnistia (dalla quale furono comunque esclusi i “pericolosissimi” detenuti politici), utile proprio a sfoltire la popolazione carceraria.

Al di là di questi ultimi miti sfatati, nonché dell’immane tragedia della guerra, e a parte i nostalgici per sentito dire, in molti potrebbero essere tentati dall’apprezzare le realizzazioni positive del regime, sopra citate. Ebbene, è abbastanza “normale” che, con vent’anni a disposizione ed esercitando il potere assoluto, il fascismo abbia avuto la possibilità di realizzare anche cose positive e l’abbia fatto. Ma la domanda è: a quale prezzo? Possiamo dire che sia accettabile barattare la propria libertà con uno stato più efficiente? Quanto vale la libertà di manifestazione del pensiero, senza timore di ritorsioni? Sì può pensare di scambiare la libera informazione con la propaganda? Il tutto, in cambio di alcuni vantaggi materiali, anche se mai sperimentati prima?

Sono queste le domande che dobbiamo porci, come cittadini consapevoli dei diritti e dei doveri di cui siamo portatori, secondo quanto previsto dalla Costituzione, quando sentiamo esaltare i risultati del regime, quando assistiamo a tentativi di revisionismo.

Quindi, ministro Nordio, il Codice Rocco del 1930 (che, peraltro, come le è ben noto, oggi risulta rimaneggiato rispetto alla stesura originale, perché molte norme sono state nel frattempo espunte o modificate dal Parlamento, ed altre dichiarate incostituzionali dalla Consulta), non è stato affatto un lascito tale da consentire di rivalutare il fascismo, né lo sono le altre realizzazioni positive del regime, perché la libertà e la democrazia sono beni insostituibili, inalienabili, inestimabili.

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Il Bari Pride 2026 dedicato ad Ambra Dentamaro, ragazza trans uccisa nel 2018: una storia mai risolta

16 Giugno 2026 ore 07:13

di Rosamaria Fumarola

Gli organizzatori del Pride che si è tenuto a Bari in un clima festoso e come sempre di grande partecipazione hanno inteso dedicare quest’anno la manifestazione ad Ambra Dentamaro, una donna transessuale ammazzata nel 2018 in una strada adiacente il lungomare, il cui assassino non è stato mai trovato.

Ambra non aveva completato il percorso anche legale che avrebbe fatto di lei una donna a tutti gli effetti e pur avendo un lavoro la sera si prostituiva. La sua è una storia di disinteresse e di imbarazzo della cosiddetta società civile barese, che in ogni sua componente non ha mostrato alcun impegno per la ricerca del responsabile della sua morte. Le indagini, ad esempio, condotte in modo superficiale, con errori macroscopici che forse persino un bambino avrebbe saputo evitare, hanno inizialmente trascinato in giudizio un individuo sulla base di indizi che portavano in una diversa direzione. Una difesa lineare è riuscita a smantellare la tesi accusatoria e a restituire la libertà ad un innocente.

La vicenda è permeata da grande drammaticità anche per il coinvolgimento di quest’uomo, che nulla aveva in comune con l’individuo ripreso dalle videocamere, mentre si allontanava trascinando la macchina in panne dal vicolo in cui l’assassinio era stato compiuto. Quanto ad Ambra, ciò che di lei si sa è emerso dalle testimonianze delle sue amiche, alcune delle quali prostitute e da quanto dichiarato dal padre e dalla madre. In genere sul piano umano persino per chi è autore di un omicidio esiste il riscatto, che la narrazione amorevole dei parenti garantisce.

Nel caso di Ambra ciò che è apparsa evidente è stata la vergogna per quella vita nonché per quella morte. I volti dei genitori sono apparsi blerati nelle registrazioni del processo mandate in onda in tv. Un’amica della vittima ha raccontato che pur avendo incominciato il percorso per il cambiamento di sesso, Ambra lo aveva interrotto e addirittura si era fatta estrarre le protesi al seno prima impiantate, secondo la testimone per garantire una minore esposizione alla famiglia con cui viveva.

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Le incertezze nelle parole proferite dalla madre hanno poi definitivamente avvalorato questa tesi. Le colleghe peraltro non lesinavano di aggredirla verbalmente e fisicamente a causa, pare, delle tariffe concorrenziali delle prestazioni offerte. La sua vita è finita in un vicolo, dove qualcuno l’ha accoltellata, qualcuno che è poi tornato alla sua esistenza di sempre, forse ai suoi affetti, al suo lavoro e che da quella notte in silenzio gongola per aver conservato integra la libertà.

Qualche giorno fa durante una conferenza stampa, gli organizzatori del Pride barese hanno dichiarato, con un intervento sintetico, di voler dedicare ad Ambra la manifestazione di quest’anno. Di lei non hanno raccontato granché, ma è stato un modo per impedire che la sua storia fosse dimenticata. Tuttavia i suoi genitori hanno ritenuto indispensabile intervenire per prendere le distanze da un uso della memoria della figlia che, a loro dire, Ambra stessa avrebbe disapprovato.

Fa specie che questa famiglia preferisca l’oblio alla verità e si faccia oggi portavoce di intenzioni che nessuno può sapere davvero se la giovane uccisa in quel vicolo così vicino al mare avrebbe condiviso.

Assente è stato un intervento della famiglia perché si indagasse seriamente sulla morte di Ambra, assente l’impegno delle forze dell’ordine per la ricerca del colpevole, assente l’interesse della società civile perché si facesse chiarezza su quest’omicidio. Certo timida la presenza di chi ha condiviso con Ambra lo stesso mondo, la stessa rete sociale, timida ma pur sempre presenza e che oggi dopo troppo tempo interroga Bari sulla sua morte. Perché soffocarne la voce?

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Ricevuto — 15 Giugno 2026 Stampa Nazionale

Prima donna a Palazzo Chigi: basta variare il genere per cambiare volto al potere?

15 Giugno 2026 ore 18:40

di Nicolantonio Agostini

Nei giorni scorsi, intervenendo in Parlamento, Giorgia Meloni ha rivendicato con orgoglio un primato storico: la prima donna a guidare il governo italiano è stata espressa dalla destra. Si tratta senza dubbio di una novità importante. Ma il valore simbolico delle “prime volte” non dovrebbe impedire una domanda più scomoda: più donne al potere significano davvero meno corruzione, più cooperazione e più merito? Una parte della ricerca scientifica sembrerebbe suggerirlo. Diversi studi hanno evidenziato una correlazione tra maggiore presenza femminile nelle istituzioni e minori livelli di corruzione percepita. In media, le donne mostrano livelli leggermente più elevati di empatia e una maggiore sensibilità alle norme sociali, caratteristiche che possono favorire cooperazione, trasparenza e attenzione al bene collettivo.

Ma questo effetto non è automatico. E soprattutto non dipende soltanto dal genere di chi governa.

I comportamenti sociali sono il risultato dell’interazione tra predisposizioni individuali e ambiente. Esistono donne altamente cooperative e donne fortemente competitive o autoritarie, così come esistono uomini molto orientati alla collaborazione. Il punto decisivo è il contesto. Nei sistemi più gerarchici e competitivi non emergono necessariamente le persone più empatiche o trasparenti. Emergono quelle più compatibili con le logiche dominanti del sistema. In altre parole, le donne che raggiungono il vertice non sono automaticamente portatrici di modelli politici più cooperativi: spesso sono quelle che hanno saputo adattarsi meglio alle regole già esistenti.

Il caso italiano appare istruttivo. Il governo Meloni ha fatto del merito uno dei propri slogan più ricorrenti. Eppure, sul piano normativo, il bilancio appare più ambiguo. L’abolizione del reato di abuso d’ufficio e l’indebolimento delle norme sul traffico di influenze illecite vanno nella direzione opposta rispetto al rafforzamento degli strumenti di prevenzione della corruzione.

Ma non si tratta soltanto di leggi. Anche i messaggi politici contano. Quando Meloni arriva a definire le tasse una forma di “pizzo di Stato”, contribuisce ad alimentare una visione conflittuale del rapporto tra cittadini e istituzioni. E quando il ministro della Giustizia Carlo Nordio sostiene che esistano “mazzette modeste” sostanzialmente tollerabili, il confine tra legalità e illegalità rischia di diventare meno netto. In un contesto del genere, parlare di meritocrazia e di lotta alla corruzione diventa difficile. Perché il merito non può prosperare dove le regole sono percepite come negoziabili e la trasparenza non rappresenta una priorità. Senza controlli efficaci e responsabilità istituzionale, il merito resta uno slogan più che un criterio reale di selezione.

È qui che emerge il vero paradosso. Mentre si celebra, giustamente, la conquista simbolica della prima donna a Palazzo Chigi, si rischia di attribuire al genere qualità che appartengono invece alle istituzioni. La ricerca suggerisce che le donne possono contribuire a ridurre la corruzione e favorire la cooperazione, ma soprattutto quando operano all’interno di sistemi che premiano trasparenza, responsabilità e rispetto delle regole.

La lezione è semplice: non basta cambiare il volto del potere per cambiare il funzionamento del potere. Se davvero vogliamo meno corruzione, più cooperazione e più merito, la questione decisiva non è chi governa, ma quali regole vengono rafforzate e quali, invece, vengono progressivamente indebolite.

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Cosa manca per poter definire Futuro Nazionale un chiaro progetto di ricostituzione del partito fascista?

15 Giugno 2026 ore 17:29

di Massimo Santantonio

Per anni abbiamo assistito a manifestazioni con saluti romani e richiami diretti al fascismo, come quelle di Acca Larenzia, a Roma. Abbiamo preso atto del fatto che la magistratura le abbia la maggior parte delle volte considerate legali, perché – semplifico intenzionalmente senza entrare nel merito della nostra legislazione – quello che non si può fare non è manifestare quel genere di opinioni, bensì ricostituire il partito fascista. Quindi il Presidente del Senato può tranquillamente definire “adulatori” quanti lo apostrofano come fascista, ed esibire orgogliosamente un busto di Mussolini tenuto in casa. Benissimo.

Adesso però mi sembra che le cose siano cambiate. E brutalmente. Vannacci occhieggia chiaramente al fascismo, così come molti (tutti?) i personaggi di un certo rilievo che lo stanno seguendo. Nel programma, a parte gli ovvi richiami nostalgici orgogliosamente rivendicati, scorgo quello che può essere il fascismo nel Terzo Millennio: cose vecchie, come la discriminazione delle minoranze, il razzismo, l’avversione per la stampa libera, l’identità cristiana, e cose che non potevano esistere un secolo fa, come la questione dei migranti e della paventata “sostituzione etnica”.

Cosa manca per poter definire Futuro Nazionale un dichiarato progetto di ricostituzione del Partito Fascista? La camicia nera al posto di giacca e cravatta? Le ronde per bastonare gli immigrati o comunque quanti tra loro, prima, seconda o terza generazione che siano, non appaiano aver “assimilato” la nostra cultura?

Che l’Italia sia, e sia sempre stata, densamente popolata da fascisti o comunque persone non antifasciste (differenza assai tenue) l’abbiamo sempre saputo. Un elettorato disposto a spostarsi da un partito all’altro a seconda del fatto che in questo o quello trovino un leader forte, un “conducator“, che incarni i loro pensieri. È stato Berlusconi, che pur dichiarandosi antifascista ha sdoganato un partito neofascista i cui leader erano freschi dall’aver rievocato, con canti e saluti romani, la marcia su Roma. Poi Salvini, ora Meloni, i cui partiti hanno sempre incluso esponenti di spicco e organizzazioni giovanili con idee razziste e fasciste, dai Bossi e Borghezio a Lollobrigida che onora la tomba del boia Graziani. Il prossimo sarà Vannacci. E Vannacci non ha proprio remore di alcun tipo o facciate “democratiche” da mantenere.

Nel secolo scorso l’Italia si è difesa dalla cosiddetta “minaccia comunista” con la strategia della tensione. Anche con stragi che, a quanto ho potuto leggere, erano spesso orchestrate dai nostri Servizi in ossequio all’Alleanza Atlantica ed eseguite da fascisti, e che hanno causato più vittime del terrorismo estremista. Pagine vergognose, per le quali nessun “servitore dello Stato” ha mai pagato o si è mai scusato con i parenti delle vittime.

Ora, nel 2026, può un cittadino democratico sperare che uno Stato, ricostituito dopo la tragedia del fascismo e della guerra, lo difenda di fronte al crescere di una forza esplicitamente neofascista, anche se dovesse raccogliere un ampio consenso tra i nostri connazionali? Oppure la colpevole – o compiaciuta – tolleranza, stratificatasi negli ultimi decenni, per le idee e le manifestazioni fasciste ha generato un mostro troppo grande? Un mostro che non si ha il coraggio di affrontare temendo conseguenze?

Possono le istituzioni italiane, cioè del Paese che – oltre a propugnare in nome del sovranismo un conflitto mondiale che ha causato decine di milioni di morti – ha “inventato” una dittatura sanguinaria, presto copiata da tanti altri Paesi come la Germania, la Spagna, la Grecia, il Portogallo, non contrastare lo sviluppo di un nuovo Partito Fascista?

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Presidente Meloni, l’Italia è fieramente antifascista: lo accetti o si dimetta

15 Giugno 2026 ore 13:02

di Roberto Celante

La fiera “Più libri più liberi” chiederà agli editori di sottoscrivere una dichiarazione di antifascismo per partecipare all’edizione 2026. “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”. Così ha commentato Giorgia Meloni sui social, concludendo: “La censura è incompatibile con qualsiasi società democratica”.

In realtà, è il fascismo ad essere incompatibile la democrazia, proprio perché non ammetteva alcun dissenso: aveva dichiarato decaduti i deputati appartenenti agli altri partiti, che aveva sciolto, così come i sindacati; aveva chiuso alcune testate giornalistiche ed imposto la censura preventiva a quelle superstiti; aveva istituito un Tribunale Speciale per condannare gli antifascisti al confino e al carcere; aveva assassinato gli avversari più irriducibili, in Italia e all’estero. Aveva dichiarato guerra al mondo intero, mandando a morire centinaia di migliaia di giovani e aveva portato il conflitto sul suolo nazionale, distruggendo un intero Paese. Questo fu il fascismo, ed è per questo che la XII^ Disposizione transitoria e finale della Costituzione ne vieta la riorganizzazione.

Sarebbe già questa una spiegazione sufficiente. La Premier, tuttavia, ha citato la libertà di pensiero, riconosciuta dall’art. 21 Cost., pur dovendo sapere che esso non tutela qualunque manifestazione del pensiero, a prescindere dal contenuto.

La legge, infatti, punisce le fattispecie di vilipendio (artt. 278 e 290 c.p.), così spiegate nientemeno che dalla Cassazione: “Quando la manifestazione di pensiero sia diretta a negare ogni rispetto o fiducia all’istituzione, inducendo i destinatari al disprezzo o alla disobbedienza, non può parlarsi di mera critica bensì di condotta vilipendiosa” (Cass. Pen. Sez. I, sentenza n. 7386/1978).

L’art. 302 c.p. punisce l’istigazione a commettere alcuno dei delitti contro la personalità dello Stato puniti con l’ergastolo o con la reclusione. Contrariamente rispetto alle istigazioni per crimini comuni, all’art. 302 c.p. la tutela penale è anticipata al livello del pericolo astratto che si verifichi quanto atteso dalla condotta istigatrice, per la gravità delle possibili conseguenze.

Vilipendio ed istigazione sono, quindi, forme di manifestazione del pensiero che si pongono al di fuori della tutela costituzionale, per l’intrinseca astratta pericolosità che le connota. Per la stessa ratio, identico trattamento è riservato alla condotta di apologia di fascismo, reato introdotto dalla c.d. “Legge Scelba” (L. 645/1952), che all’art. 4 punisce l’apologia del fascismo, ovvero la condotta di chi fa propaganda per la riorganizzazione del disciolto partito fascista, e di “chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.

Eppure, l’art. 21 Cost. è lungo, ma non c’è un solo comma che stigmatizzi espressamente il vilipendio verso gli organi costituzionali, l’istigazione a commettere reati contro l’assetto democratico della Repubblica e l’apologia del fascismo. Il limite si ricava dal sistema democratico e libertario edificato dalla Costituzione, che sarebbe a rischio, se fosse riconosciuta la libertà di manifestare un pensiero non solo incompatibile con la democrazia e le libertà garantite dalla Costituzione, ma anche suscettibile di diffondersi e scatenare condotte pericolose, volte a destabilizzare, svilire o rovesciare l’assetto democratico della Repubblica.

L’ideologia fascista, quindi, non può avere cittadinanza in un ordinamento democratico, né ha tutela costituzionale, perché essa rappresenta un pericolo per la sopravvivenza della democrazia e di tutti i diritti costituzionali. Ecco perché la Repubblica italiana è fieramente antifascista: se ciò disturba la Premier, che ha giurato sulla Costituzione, non le resta che rassegnare rapidamente le proprie dimissioni.

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L’ “inflazione di Hormuz” si può combattere col rialzo dei tassi? Ho i miei dubbi

15 Giugno 2026 ore 12:08

di Riccardo Capanna

Il rialzo dei tassi è una scelta che potrà portare a danni politici non irrilevanti, e perciò è una scelta squisitamente europea.
Secondo la teoria economica, quando c’è un periodo di alta inflazione le banche centrali devono alzare i tassi d’interesse per far diminuire il denaro in circolazione e, di conseguenza, il suo costo. Affermare con orgoglio di “non essere mai un sostenitore dell’aumento dei tassi”, come ha fatto il ministro Tajani, dunque, è stupido e antieconomico.

Basta leggere le notizie per sapere, infatti, che a causa della guerra in Iran l’inflazione ha già toccato il 3% ed è prevista in aumento. Per la Bce, che per mandato deve puntare esclusivamente al target di un’inflazione al 2%, era una scelta obbligata aumentare il costo del denaro. Poi, ci si può chiedere se, al di là dell’inflazione, la stretta sui prestiti avrà altri effetti. E meno prestiti uguale meno crescita, il che può essere un duro colpo a un’economia già stagnante come quella europea.

Quello della crescita, però, non è l’ambito di cui si deve occupare la Bce. Allora vale la pena chiedersi: l’“inflazione di Hormuz”, ossia uno shock di offerta, si può combattere in questo modo? Se l’aumento dei prezzi fosse dovuto al troppo denaro in circolazione, infatti, la soluzione sarebbe a occhi chiusi l’aumento dei tassi. Ma l’inflazione di Hormuz è diversa: dipende dal costo delle materie prime in un mercato esterno a quello europeo, e per giunta di merci, come l’elettricità e la benzina, con una bassa elasticità (la cui domanda, cioè, non diminuisce all’aumentare del prezzo). È della stessa natura di quella del 2022, quando non a caso il rialzo dei tassi non contribuì alla diminuzione dell’inflazione (piuttosto, evitò il peggio, ovvero che aumentasse ancor di più).

Se non sono la panacea per l’inflazione, maggiori tassi d’interesse di riferimento faranno contenti gli istituti bancari, che emetteranno, come già nel 2022, meno prestiti e alzeranno i prelievi su quelli già in essere. Tra il 2022 e il 2024, in questo modo, in Italia le banche avevano incassato 112 miliardi di profitti, mentre nel sistema erano immessi 60 miliardi in meno rispetto agli anni precedenti.

In conclusione, si può dire che questo rialzo dei tassi, sia pur fatto con il buon proposito di abbassare l’inflazione, rimpinguerà le tasche dei banchieri, mentre le famiglie, le aziende e l’economia avranno meno liquidità e, in definitiva, meno soldi. Però tutto seguendo le regole europee!

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La pubblicità che esalta l’alcol dovrebbe essere vietata

15 Giugno 2026 ore 07:56

di Claudio Trevisan

Il vino e gli altri alcolici sono importanti per la cultura italiana visto che sono legati alla socializzazione/divertimento e sono delle eccellenze del Made in Italy, con milioni di consumatori in Italia oltre all’estero. Il settore vale sempre di più economicamente e beneficia lo Stato/genera occupazione/valorizza il territorio. Purtroppo, il consumo degli alcolici ha anche un altissimo costo sociale/economico per noi. Attualmente, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, i consumatori a rischio sono circa 8 milioni di persone inclusi circa 780.000 “consumatori dannosi” (presentano un danno organico/psichico conclamato). I decessi correlati all’alcol (droga psicoattiva legale) nel 2023 erano 17.000 circa (morti per cirrosi epatica/incidenti stradali/suicidi/omicidi/sindrome psicotica).

La dipendenza da alcol è riconosciuta come una malattia cronica dal sistema sanitario italiano, visto che ha basi biologiche (modifica il cervello), andamento cronico/recidivante e criteri diagnostici oggettivi, che richiede trattamento medico e psicologico. Non è un “vizio”.

I segnali precoci della dipendenza da alcol vengono spesso sottovalutati. L’evoluzione è graduale e passa da uso sociale, a uso rischioso, a perdita di controllo iniziale fino alla dipendenza conclamata. I primi segnali possono essere quello di bere più spesso, usarlo per gestire emozioni, perdere leggermente il controllo, iniziare a cambiare abitudini sociali e “difensività” (minimizza/evita il tema) quando qualcuno fa notare i cambiamenti. In questa prima fase si potrebbe intervenire più facilmente e prevenire la dipendenza vera e propria.

Per superare la negazione, chi gli è più vicino (+ un professionista), dovrebbe utilizzare il “colloquio motivazionale” tramite un linguaggio empatico centrato sull’impatto concreto dei comportamenti: “Mi preoccupa vederti così” descrivendo fatti concreti per esempio: “I tuoi amici ti hanno portato a casa perché non stavi in piedi”/“la polizia ti ha ritirato la patente” e: “Come sarebbe la tua vita fra un anno se nulla cambiasse?” etc. Si dovrebbe offrire una soluzione, per esempio, “andiamoci insieme dal medico o ad Alcoholics Anonymous/al Club Alcologici Territoriali (che offrono anonimato, supporto tra pari e continuità)”. Inoltre, i familiari dovrebbero seguire il metodo CRAFIT/CRAFT per non alimentare involontariamente il comportamento, comunicare senza scontri e fornire supporto non complice.

Cosa fanno negli altri paesi? In Svezia/Norvegia usano l’intervento precoce con screening sistematico durante visite mediche con questionari per intercettare il problema; in Germania/Paesi utilizzano supporto medico/psicoterapia e in Portogallo/Canada riducono il danno con obbiettivi graduali. I sistemi con i risultati migliori combinano l’intervento precoce, approccio motivazionale, sostegno familiare e continuità terapeutica.

Purtroppo, le persone con problemi di dipendenza in Italia non possono essere obbligate ad accettare le cure (almeno che non ci sia una incapacità grave). Secondo me quelli che, causa l’alcol, hanno avuto problemi con la giustizia, (non solo quelli in carcere), per risse, patente ritirata etc. o problemi di salute, dovrebbero essere obbligati per legge, in quanto senza piena capacità di intendere e volere, ad accettare le necessarie cure/terapie e relativi controlli nel lungo periodo.

Il proibizionismo della droga alcol NON è una soluzione, (vedi esperienza USA), ma a mio parere quelli che fanno i profitti con l’alcol dovrebbero essere costretti a versare parte dei loro profitti in fondi di compensazione per poter coprire i costi per le relative cure/danni/prevenzione. La pubblicità che esalta l’alcol dovrebbe essere vietata.

Comunque, se tu (sì, tu) hai avuto problemi legati all’alcol non aspettare, (prima che hai un’altra ricaduta), fai il passo più importante cioè ammetti a te stesso/a di avere bisogno di aiuto (non vergognarti è una malattia), e poi nell’anonimato contatta chi ti potrà aiutare. Non aspettare! Ti vogliamo bene.

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