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Restare umani nell’era dell’AI

12 Ottobre 2026 ore 16:31

Si è svolto il 12 ottobre, al Teatro Nazionale di Firenze, il convegno “Restare umani nell’era dell’AI”, focalizzato sull’impatto dell’intelligenza artificiale nella società. Una mattinata che ha visto la partecipazione di circa trecento persone, per riflettere sulle implicazioni etiche e pratiche dell’intelligenza artificiale.

Stefano Massini

L’iniziativa, promossa da Unicoop Firenze, ha messo a confronto esperti e accademici per indagare il futuro del sapere, dell’informazione, dell’ambiente e dell’economia nell’era digitale.

Tra gli ospiti intervenuti Stefano Massini, scrittore e direttore artistico del Teatro della Toscana, che ha aperto la mattinata dopo i saluti della presidente del Consiglio di Sorveglianza Daniela Mori. Massimo Bray, direttore dell’Enciclopedia Treccani, ha parlato delle “Parole dell’IA”, mentre Veronica Neri, professoressa di Etica della comunicazione Università di Pisa, ha portato una riflessione su “Etica e deontologia nell’IA“. Tra gli ospiti anche Stefano Mancuso, professore di neurobiologia vegetale Università di Firenze, che ha parlato di “Intelligenza naturale: dalle piante agli uomini“. L’economista Leonardo Becchetti, professore di Economia Università di Tor Vergata, ha fatto un intervento su IA e mondo del Lavoro dal titolo “L’IA ucciderà il lavoro?“.

La mattinata si è conclusa con una tavola rotonda moderata dalla giornalista Marianna Aprile, che ha condotto anche la mattinata, con Alberto Puliafito, giornalista, e Salvatore Borghese, analista di Youtrend, che hanno portato una riflessione su “Gli italiani e l’IA“.

I video degli interventi sono disponibili nella playlist dedicata sul canale Youtube di Unicoop Firenze. Per accedere cliccare sul pulsante che trovate qui sopra.

Galleria fotografica

Alcune immagini del convegno.

Massimo Bray
Veronica Neri
Leonardo Becchetti
Stefano Mancuso
Marianna Aprile con Alberto Puliafito e Salvatore Borghese

Leonardo becchetti in dialogo con Marianna Aprile

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NEL 2025 PIANTATI CIRCA 3,7 MILIONI DI ALBERI NELLE FORESTE ITALIANE

12 Ottobre 2026 ore 14:59

Quasi 3,7 milioni di alberi e arbusti messi a dimora, il 17% in piu’ rispetto al 2024, su una superficie superiore a 5.300 ettari. E’ il bilancio della forestazione italiana nel 2025, secondo la sesta edizione dell’Atlante delle Foreste, realizzato da Legambiente e AzzeroCO2 con il supporto tecnico della Compagnia delle Foreste per Il Sole 24 Ore. Il rapporto, basato sull’analisi di 260 nuovi progetti distribuiti sul territorio nazionale, stima in circa 28 milioni di euro all’anno il valore dei servizi ecosistemici potenzialmente generati dai nuovi impianti. A trainare la crescita sono soprattutto le Citta’ metropolitane, grazie ai finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), mentre resta aperta l’incognita sulle risorse disponibili dopo la conclusione del programma. Il Trentino-Alto Adige si conferma per il terzo anno consecutivo la regione con il maggior numero di alberi piantati, oltre 840 mila, grazie agli interventi di ripristino delle superfici danneggiate dalla tempesta Vaia e dalle infestazioni di bostrico. Al secondo posto sale per la prima volta la Sicilia, con oltre 600 mila piante, seguita da Lombardia, con piu’ di 479 mila, e Piemonte, con oltre 469 mila. Sono invece nove le regioni che nel 2025 non hanno finanziato nuovi impianti attraverso gli strumenti ordinari delle politiche forestali regionali: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Marche e Molise. Per molte di queste il ritardo e’ legato alla mancata attivazione dei nuovi strumenti di sviluppo rurale. Per la Sardegna, invece, i dati risultano indisponibili per il quinto anno consecutivo. Il contributo piu’ significativo alla crescita arriva dalle Citta’ metropolitane, che hanno messo a dimora 1,48 milioni di alberi e arbusti attraverso il PNRR, oltre quattro volte il volume registrato nell’edizione precedente dell’Atlante. Torino guida la classifica con oltre 455 mila piante, seguita da Roma con piu’ di 414 mila. Insieme rappresentano il 59% del totale delle Citta’ metropolitane. Seguono Reggio Calabria, con 261 mila alberi, e Catania, con 118 mila. Segnali di ripresa arrivano anche dalle imprese private, che hanno finanziato la messa a dimora di 69.510 alberi, il 70% in piu’ rispetto al 2024. La superficie interessata e’ cresciuta da 42,7 a 174 ettari. Il recupero resta tuttavia parziale rispetto ai livelli raggiunti tra il 2021 e il 2023. Dal 2022, primo anno direttamente confrontabile con le rilevazioni successive, l’Atlante documenta complessivamente oltre 12 milioni di alberi e arbusti piantati su 16.889 ettari. Il rapporto evidenzia pero’ un problema strutturale: la forestazione italiana cresce soprattutto quando sono disponibili finanziamenti straordinari, per poi rallentare al loro esaurimento. Con la conclusione del PNRR, il rischio e’ una brusca diminuzione dei nuovi impianti e la mancanza di risorse per la manutenzione degli alberi gia’ piantati. “La forestazione in Italia e’ in crescita, come testimoniano i dati aggiornati del nostro Atlante delle Foreste”, afferma Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente. “Ma accanto ai dati positivi emerge un quadro di ombre: la forestazione non puo’ vivere di soli fondi straordinari come il PNRR, ormai alle battute finali”. Secondo Sandro Scollato, amministratore delegato di AzzeroCO2, la gestione del verde pubblico deve diventare parte della programmazione ordinaria dei Comuni, con finanziamenti continuativi anziche’ interventi legati alle emergenze. La sfida riguarda anche gli obblighi europei. La Nature Restoration Law prevede che entro il 2030 non si registri una perdita netta di spazi verdi urbani e copertura arborea rispetto al 2024, per avviare dal 2031 una tendenza all’aumento. L’Italia dovra’ tradurre questi obiettivi nel Piano nazionale di ripristino della natura, la cui bozza e’ stata trasmessa alla Commissione europea il 25 settembre 2026. Per Legambiente e AzzeroCO2, senza una programmazione stabile e risorse dedicate, il record di nuovi alberi rischia di rimanere un risultato temporaneo, anziche’ rappresentare l’inizio di una crescita duratura del patrimonio verde italiano.

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STUDIO DIMOSTRA CAUSE ANTROPICHE PER RISCALDAMENTO GLOBALE

12 Ottobre 2026 ore 14:52

Le basi scientifiche che dimostrano l’origine antropica del riscaldamento globale sono oggi più solide e verificabili di quanto non fossero quindici anni fa. A confermarlo è un’ampia revisione pubblicata sulla rivista Earth’s Future, coordinata dal professor Benjamin Santer dell’Università dell’East Anglia e realizzata insieme a ricercatori del Massachusetts Institute of Technology, della Colorado State University e dell’Università di Edimburgo. Il lavoro risponde in modo diretto ai tentativi dell’amministrazione statunitense di mettere in discussione il nesso tra emissioni e alterazioni ambientali, ribadendo la validità della determinazione con cui nel 2009 l’Agenzia per la Protezione Ambientale definì i gas serra una minaccia per la salute pubblica. Lo studio analizza oltre tre decenni di ricerche basate sulla cosiddetta “impronta climatica”, un metodo che isola le variazioni provocate dalle attività industriali rispetto ai cicli naturali della Terra. Secondo gli autori, le critiche sollevate in un recente rapporto del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti non tengono conto né dei dati consolidati né dei progressi metodologici compiuti dal 2009 a oggi. A questo si aggiunge l’evidenza termica: gli ultimi diciassette anni hanno fatto registrare i periodi più caldi della storia delle rilevazioni strumentali, rendendo il segnale dell’impatto umano ancora più netto rispetto alla variabilità del sistema. “Le evidenze scientifiche pubblicate dopo la dichiarazione del 2009 sono ancora più solide di allora, le prove sono inconfutabili”, spiega Santer. “La nostra analisi suggerisce che il crescente numero di dati rafforza la necessità di politiche volte a limitare le emissioni e a gestire i rischi legati al Clima. Questa è una scienza scomoda per chi punta sui combustibili fossili, perché collega le emissioni ai danni alla salute, al pianeta e all’economia”, aggiunge. Le tecniche di rilevazione permettono oggi di tracciare l’influenza antropica su scala annuale, stagionale e decennale, documentando cambiamenti che vanno dagli strati alti dell’atmosfera fino ai fondali marini. Un filone centrale dell’analisi riguarda il legame tra gas serra e frequenza degli eventi meteorologici estremi, come ondate di calore prolungate, alluvioni, incendi e perdite nei raccolti agricoli. “Numerosi studi condotti nel mondo hanno rafforzato la certezza circa l’impatto dei cambiamenti climatici causati dall’uomo”, sottolinea Susan Solomon, docente di Studi Ambientali al Mit. “Questi lavori mostrano che molti aspetti del Clima, monitorati in modo indipendente, sono stati alterati in maniera fisicamente coerente, dalla sommità della stratosfera alle profondità degli oceani”, spiega. Anche l’attribuzione dei singoli fenomeni meteo all’accumulo di anidride carbonica ha raggiunto un grado di precisione finora inedito. Come evidenzia Gabi Hegerl dell’Università di Edimburgo, sono stati messi a punto metodi in grado di valutare come i gas serra abbiano modificato l’intensità di un singolo evento osservato sul territorio. Per i ricercatori, l’eventuale cancellazione delle basi legali che riconoscono i gas serra come un pericolo sanitario rischia di indebolire l’intero impianto normativo di tutela ambientale, esponendo la popolazione a rischi crescenti proprio nel momento in cui i dati confermano l’urgenza di limitare l’uso dei combustibili fossili.

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EUROPA: UN SETTEMBRE CON CALDO DA RECORD E SICCITA’

12 Ottobre 2026 ore 14:47

In tutta Europa, il mese di settembre ha mantenuto le condizioni di caldo e siccità insolite che avevano caratterizzato l’estate. È stato il terzo settembre più caldo per l’Europa nel suo complesso, mentre l’Europa occidentale ha registrato il settembre più caldo (a pari merito). Una diffusa siccità ha persistito in gran parte dell’Europa occidentale e centrale e in alcune aree dell’Europa orientale, intensificandosi in diverse regioni rispetto ad agosto. Le prolungate condizioni di siccità si sono riflesse anche in portate fluviali eccezionalmente basse. In alcuni tratti dei fiumi Reno, Danubio, Vistola e del bacino Garonna-Dordogna si sono registrati livelli minimi record per il mese di settembre, causando disagi alla navigazione, all’approvvigionamento idrico e all’agricoltura in diversi paesi. Le precipitazioni di fine mese hanno portato un certo sollievo a livello locale, mentre condizioni più umide della media hanno interessato alcune aree dell’Europa settentrionale e nord-orientale e la Turchia.

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CATANIA, GETTA 4 GATTINI IN UNA COLONIA FELINA: DENUNCIATO DAI CARABINIERI

12 Ottobre 2026 ore 12:06

Quattro gattini abbandonati e in condizioni di malnutrizione hanno trovato una seconda possibilità grazie all’intervento dei carabinieri della stazione di Riposto, in provincia di Catania, che hanno individuato il responsabile del loro abbandono e permesso ai piccoli di ricevere le cure necessarie. La vicenda è emersa dopo una segnalazione dei volontari di una colonia felina i quali, arrivati in struttura di buon mattino, avevano trovato i quattro gattini all’interno. Per comprendere chi avesse abbandonato gli animali, i carabinieri hanno acquisito le immagini dei sistemi di videosorveglianza della zona, grazie alle quali hanno ricostruito l’accaduto. In particolare, dalla disamina dei video, i militari hanno individuato un uomo che, giunto a bordo di un’auto, aveva prelevato dal bagagliaio i quattro animali per poi lanciarli all’interno della struttura, a quell’ora chiusa. Si tratta di un 76enne straniero, residente a Riposto, che è stato denunciato per abbandono e maltrattamento di animali. I quattro gattini, affidati ai volontari della colonia felina, sono stati immediatamente sottoposti alle cure necessarie e attendono ora di trovare una famiglia disposta ad accoglierli.

(Foto CC Catania)

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MERCATI DEL TORINESE, IN VENDITA ANIMALI FERITI E MALATI

12 Ottobre 2026 ore 10:18

‘Non in vendita’, il gruppo di cui fa parte anche l’organizzazione torinese ‘Animal’, insieme a Mi Manda Rai 3, ha reso pubbliche le immagini che documentano le condizioni degli animali vivi venduti nei mercati settimanali. In particolare, nel corso del 2025 e del 2026, sono stati sottoposti a indagine dagli animalisti i mercati di Ivrea e Rivarolo Canavese, gli unici in cui attualmente sono ancora presenti animali vivi. “Sono state trovate quaglie ferite, un pollo apparentemente agonizzante, uccelli esposti al sole con temperature superiori ai 37 gradi o un coniglio acquistato e lasciato per oltre mezz’ora in una scatola presso il banco di frutta e verdura adiacente – segnalano gli animalisti – al mercato di Ivrea, un operatore ha estratto alcuni esemplari di trota da una vasca d’acqua e li ha colpiti ripetutamente con un oggetto metallico fino a provocarne la morte. È stata inoltre documentata, in entrambi i mercati, la presenza di uova e altri prodotti di origine animale accanto agli animali vivi, nonché resti di carne fresca conservati in contenitori non protetti”. Secondo ‘Non in vendita’, gli elementi documentati sollevano interrogativi rilevanti sia sul piano del benessere animale sia sotto il profilo igienico-sanitario e della sicurezza alimentare. “Una realtà che non può più essere ignorata. Chiediamo alla Regione Piemonte di intervenire e di vietare immediatamente la vendita di animali vivi nei mercati”.

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Chi rompe e chi paga

12 Ottobre 2026 ore 07:13

A ll’inizio hanno pensato a un terremoto. L’impatto cinetico del cedimento delle pareti strutturali del Langtang Lirung, nel distretto nepalese di Rasuwa, ha scaricato al suolo un’energia tale da generale un segnale sismico equivalente a un terremoto di magnitudo 5.2. È la mattina del 26 agosto 2026, sono le 8 e 37 (in Italia sono quasi le cinque del mattino) e dalle pareti del monte si staccano 20 milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio. È come se tutto il materiale necessario a riempire 20 volte lo stadio di San Siro precipitasse in verticale, a una velocità di quasi 200 chilometri all’ora.

Questa miscela fluida e iperconcentrata di roccia polverizzata, ghiaccio e acqua arriva nei fiumi Lhende Khola, Bhote Koshi e Trishuli. Alle 8 e 44 (ora locale) le telecamere di sorveglianza del confine tra Cina e Nepal registrano l’arrivo della massa. L’accumulo dei detriti sbarra temporaneamente il Bhote Khoshi creando un invaso provvisorio. Alle 9 cede. Il suo improvviso crollo provoca un’onda di piena alta tra gli 8 e i 10 metri, come un palazzo di tre piani. La piena si è originata sul versante cinese, per poi riversarsi con furia nel territorio nepalese attraverso la gola del fiume. In soli trenta minuti il livello del fiume Trishuli, nella località di Galchhi, si innalza di 9 metri.

Il bilancio umano e materiale è devastante: 1.377 le vittime confermate, più di 1.500 i dispersi lungo l’intero bacino idrografico. I flussi detritici hanno travolto insediamenti e valichi di confine, spazzando via oltre un decimo della capacità idroelettrica nazionale e distruggendo per oltre il 90% il grande impianto Upper Trishuli-1. La stima complessiva delle perdite economico-infrastrutturali ha rapidamente superato i 5 miliardi di dollari.

Secondo il ministro degli Esteri nepalese Shisir Khanal è come “uno tsunami calato dall’Himalaya”. La risposta delle istituzioni del Paese è immediata. I ministeri delle Finanze e dell’Ambiente scrivono una lettera congiunta indirizzata ai vertici delle Nazioni Unite: servono 20 milioni di dollari e vanno presi dal Fund for Responding to Loss and Damage (FRLD), il fondo multilaterale istituito per sostenere le nazioni vulnerabili travolte dagli impatti climatici irreversibili.

La catena dell’Himalaya è il “Terzo polo” idrico della Terra, ma sulle sue vette le temperature crescono al doppio della velocità della media globale.
La cifra è poco più che simbolica, drammaticamente irrisoria rispetto a un conto di danni economico-infrastrutturali che supera i 5 miliardi di dollari. Il suo valore è tutto politico e concettuale: “Le grandi economie inquinanti devono svegliarsi e accettare una responsabilità condivisa”, ha spiegato Khanal.

È il disastro di un singolo Paese, ma è anche un evento simbolo di uno dei temi al centro del dibattito internazionale sulla crisi climatica: quello della giustizia climatica. Il Nepal da solo contribuisce a meno dello 0,1% delle emissioni di gas serra. Eppure è esposto in prima linea alle conseguenze del riscaldamento globale: la crisi climatica qui arriva sempre in maniera distruttiva, tanto più perché i suoi effetti si abbattono su un contesto già fragile di partenza. La catena dell’Himalaya è il “Terzo polo” idrico della Terra, ma sulle sue vette le temperature crescono al doppio della velocità della media globale: i ghiacciai fondono rapidamente, la montagna è destabilizzata. La richiesta dei ministri nepalesi non è di aiuti umanitari per affrontare l’emergenza: è un risarcimento per un Paese che sta pagando le conseguenze di un processo che non ha innescato né alimentato.

Cosa sono la scienza del clima e la scienza dell’attribuzione
Quando avviene la catastrofe non piove, il cielo è terso e non ci sono sollecitazioni sismiche di nessun tipo. A differenza dei classici disastri idrogeologici monsonici, dove l’innesco atmosferico è diretto e misurabile, qui siamo di fronte a una cascata di pericoli multipli il cui combinato disposto rende la catastrofe del Langtang Lirung non solo un evento che resterà inciso nella storia del Nepal, ma anche uno snodo epistemologico per la climatologia contemporanea. Per capire cosa sia successo bisogna “guardare” sotto la superficie della roccia, dove il permafrost agisce da millenni come una vera e propria colla naturale. Ad altissima quota, infatti, è proprio questo ghiaccio invisibile, fino a pochi decenni fa ritenuto eterno, a saldare i versanti montuosi e a mantenere stabili le pareti rocciose. Questo almeno è accaduto negli ultimi millenni.

Quando le temperature medie salgono in modo costante per decenni, però, il calore penetra lentamente nel cuore della montagna. Il ghiaccio sotterraneo inizia a fondere e si trasforma in acqua liquida. Quest’acqua si infiltra nelle microfessure della roccia, aumenta la pressione interna e riduce drasticamente l’attrito che tiene insieme il versante. È come se quelli che conosciamo come giganti di roccia e di ghiaccio fossero in realtà giganti pieni d’acqua, il cui volume si sta espandendo. La montagna appare solida ed eterna fino al momento esatto in cui raggiunge il punto di rottura e cede di schianto, liberando in pochi secondi milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio.

Ecco perché il disastro del Nepal spiazza le spiegazioni intuitive. Non c’è un “innesco” atmosferico immediato come una pioggia battente o un temporale estivo eppure il legame con il riscaldamento globale c’è lo stesso. Ed è precisamente a questo incrocio che si misura la differenza tra due strumenti concettuali: la scienza del clima e la scienza dell’attribuzione.

La regione dell’Himalaya, dal cui equilibrio idrico dipende la vita di circa due miliardi di persone, si sta scaldando a un ritmo fino al 50% più rapido rispetto alla media globale.
La scienza del clima (climate science) osserva il pianeta con un orizzonte ad ampissimo raggio: il suo oggetto di studio sono sistemi complessi su scale temporali decennali, secolari e millenarie. Analizza i trend strutturali di fondo come l’effetto serra, i cicli biogeochimici, la circolazione atmosferica e l’evoluzione della criosfera, fornendo la cornice fisica globale dentro la quale si svolgono le trasformazioni dell’antropocene. Guardando all’Himalaya dal punto di vista della scienza del clima, il quadro che emerge è quello di un’accelerazione drammatica. La regione, dal cui equilibrio idrico dipende la vita di circa due miliardi di persone, si sta scaldando a un ritmo fino al 50% più rapido rispetto alla media globale. Ad altitudini superiori ai 4.000 metri, la risposta delle temperature al riscaldamento globale è ancora più marcata a causa dei fenomeni di amplificazione legati all’elevazione.

Sotto questa spinta termica decennale, i meccanismi di stabilità delle montagne nepalesi sono stati progressivamente intaccati. Nell’arco di soli trent’anni i ghiacciai del Nepal hanno perso oltre un terzo del loro volume complessivo, ritirandosi e assottigliandosi a ritmi mai registrati prima. L’impatto più insidioso riguarda la degradazione termica del permafrost d’alta quota. Con l’innalzamento delle temperature estive e l’ampliamento dello “strato attivo” (la frazione superficiale di suolo roccioso che attraversa continui cicli di gelo e disgelo), l’acqua liquida penetra in profondità nelle fratture. Il ghiaccio profondo, fondendosi, perde la sua capacità di coesione meccanica, aumentando il rischio di disastri come quello dell’agosto 2026. Tutto ciò aiuta a comprendere come il Langtang Lirung non abbia ceduto per un imprevisto evento isolato, ma perché decenni di riscaldamento costante ne hanno sistematicamente minato la struttura interna.

Se la scienza del clima individua il quadro generale e le tendenze strutturali di fondo, la scienza dell’attribuzione (attribution science) è come la lente d’ingrandimento e lo strumento diagnostico di precisione della climatologia contemporanea. Nata all’inizio degli anni Duemila, questa branca specialistica ricerca il ruolo effettivo delle emissioni antropiche nel rendere ogni evento specifico più o meno probabile e più o meno violento.

La scienza dell’attribuzione calcola l’incidenza delle emissioni antropiche nell’intensità e probabilità di un determinato evento. Uno strumento rivoluzionario, impiegato sempre più di frequente anche nelle aule di tribunale.
Lo fa impiegando modelli computazionali complessi e simulazioni controfattuali. Attraverso i supercomputer, la comunità scientifica ricostruisce due mondi paralleli: da un lato il mondo reale, caratterizzato dall’attuale concentrazione di gas serra nell’atmosfera; dall’altro un mondo ipotetico (controfattuale), esattamente identico al nostro ma del tutto depurato dalle emissioni prodotte dalla rivoluzione industriale a oggi. Facendo girare decine di migliaia di volte le simulazioni meteorologiche in entrambi gli scenari, la scienza dell’attribuzione è in grado di calcolare in termini matematici e probabilistici l’impronta dell’uomo sul singolo evento estremo.

È uno strumento rivoluzionario, di una portata tale da avere un ruolo di protagonismo crescente nelle aule di tribunale. Lo fa attraverso tre livelli di attribuzione. La warming attribution (attribuzione del riscaldamento) dimostra il nesso causale diretto tra l’accumulo dei gas serra prodotti dall’uomo e l’innalzamento delle temperature medie globali e regionali. È il pilastro che conferma che il riscaldamento non è frutto di semplici fluttuazioni naturali ma diretta conseguenza delle azioni del genere umano negli ultimi secoli. La event attribution (attribuzione degli eventi estremi) calcola quanto il riscaldamento globale abbia modificato la frequenza o l’intensità di uno specifico disastro (un’ondata di caldo, un uragano, un’alluvione). È il campo di ricerca di consorzi come il World Weather Attribution, capace di stabilire se una pioggia record sia stata resa in una certa percentuale più intensa a causa delle emissioni. La source attribution (attribuzione delle fonti), infine, traccia e quantifica la responsabilità individuale dei singoli attori, siano essi grandi Stati inquinatori o colossi dei combustibili fossili, assegnando a ciascuno una percentuale precisa del totale delle emissioni storiche cumulative. È dall’intreccio di questi tre livelli che la scienza dell’attribuzione trasforma il cambiamento climatico da minaccia astratta a realtà empiricamente misurabile, creando un ponte ineludibile tra la fisica dell’atmosfera e la responsabilità giuridica.

Il collasso del Langtang Lirung dell’agosto 2026 rientra nei disastri criosferici “a cielo sereno”. Il fattore scatenante non è stato un evento meteorologico specifico, bensì un aumento costante delle temperature che ha minato la stabilità della montagna fino al punto di rottura.
Come questo ponte funzioni nella pratica lo dimostra il confronto tra due catastrofi che hanno segnato il recente passato del Nepal. Nel settembre 2024, quando piogge monsoniche record hanno devastato la valle di Kathmandu, World Weather Attribution, attraverso i classici modelli di event attribution ha certificato che il riscaldamento globale aveva reso quelle precipitazioni estreme il 10% più intense e il 70% più probabili. Il collasso del Langtang Lirung dell’agosto 2026 appartiene a una categoria diversa e più complessa: quella dei disastri criosferici “a cielo sereno”. Se per il 2024 la scienza dell’attribuzione ha potuto misurare l’impatto dell’evento meteorologico istantaneo, per il 2026 essa rivela la warming attribution di lungo periodo: l’aumento costante delle temperature che mina la stabilità della montagna fino al punto di rottura.

Giustizia climatica e responsabilità storiche
Quando la scienza riesce a misurare e quantificare i nessi causali legati agli eventi climatici, questi passano dall’ambito della fisica dell’atmosfera a quello dell’etica e del diritto, mostrando la natura politica della crisi climatica attraverso un altro strumento concettuale: quello della giustizia climatica. Al centro di questo paradigma c’è il principio cardine delle Responsabilità comuni ma differenziate (CBDR, Common But Differentiated Responsibilities), sancito nel 1992 dal Vertice della Terra di Rio de Janeiro. Il principio afferma che anche se la salvaguardia del sistema globale è un dovere condiviso di tutta la comunità internazionale, la responsabilità originaria del riscaldamento ricade invece sui Paesi industrializzati visto che, per più di due secoli, hanno costruito la propria prosperità economica sulla combustione massiccia dei fossili.

Da questa sproporzione nasce un’asimmetria del rischio. Paesi come il Nepal, che come abbiamo visto ha contribuito in misura minima alle emissioni serra globali, sono esposti in prima linea a traumi ambientali irreversibili e improvvisi. Lo stesso avviene per i piccoli Stati insulari minacciati dall’innalzamento dei mari. In entrambi i casi, le popolazioni di queste aree subiscono le conseguenze più severe di un modello di sviluppo da cui non hanno tratto beneficio.

C’è il rischio che la finanza d’emergenza trasformi il disastro climatico nell’ennesimo indebitamento. Per questo le comunità chiedono che le risorse a cui accedere non siano aiuti umanitari o beneficenza ma riparazioni dirette per i danni subiti.
C’è il lato geopolitico della vicenda, e poi c’è la realtà delle comunità locali. Tra le vallate travolte dal fango, la devastazione dei terreni agricoli di sussistenza si intreccia a un dramma burocratico: le persone disperse sono tantissime e, se non c’è un corpo, non c’è un certificato di morte. Senza un certificato di morte, la famiglia della persona scomparsa non può accedere al sussidio di emergenza, all’eventuale eredità o ai titoli dei terreni da coltivare. È in questo solco che si innesta la mobilitazione dal basso guidata dall’Unione dei contadini nepalesi (ANPFA, All Nepal Peasants’ Federation, affiliata a Via Campesina) con la campagna Grants, Not Loans (“Sussidi, non prestiti”). La denuncia riguarda il rischio che la finanza d’emergenza, erogata sotto forma di crediti, trasformi il disastro climatico nell’ennesimo indebitamento del Paese. Le comunità chiedono che le risorse a cui stanno accedendo e accederanno non siano aiuti umanitari o beneficenza ma riparazioni dirette per i danni subiti.

Perdite e danni
Quanto accaduto in Nepal è solo l’ultimo caso di una sequela di rimostranze che parte da lontano e che ha portato, dopo trent’anni di pressioni diplomatiche del Sud globale, al Fondo multilaterale per la risposta alle perdite e ai danni (FRLD). Raggiunto con un accordo alla COP27 di Sharm el-Sheikh e reso operativo alla COP28 di Dubai, il Fondo fin dalla sua genesi si è scontrato con una profonda frattura concettuale tra Nord e Sud del mondo. Per i Paesi industrializzati e i grandi emettitori storici, deve operare su base volontaria in base alla “solidarietà globale”. Le nazioni vulnerabili invece esigono che chi ha provocato i danni abbia anche l’obbligo di ripararli, e che i trasferimenti finanziari non siano dunque un gesto di solidarietà ma riparazioni esigibili per i danni ingiustamente subiti. A questa frattura concettuale si aggiunge poi un dato matematico: a fronte di impegni finanziari promessi dai Paesi sviluppati per circa 822 milioni di dollari, la cassa effettivamente versata nei conti ammonta appena a una cifra compresa tra i 400 e i 449 milioni.

In questi anni la pressione dei Paesi travolti dalle catastrofi è cresciuta a ritmi vertiginosi. Sono già 119 le nazioni vulnerabili che hanno presentato formale richiesta di assistenza, per un totale che supera i 2,8 miliardi di dollari. Questo sbilanciamento impressionante ha spinto il segretariato del Fondo a lanciare un allarme: senza un afflusso massiccio e continuo di nuove risorse, la liquidità rischia di azzerarsi del tutto entro il 2027. In questo contesto, la domanda avanzata dal Nepal arriva come un test per misurare la reale reattività dell’infrastruttura finanziaria globale. Il Fondo saprà erogare risorse con la tempestività richiesta da shock improvvisi ed estremi? Su questa capacità di intervento immediato si gioca la credibilità dell’intero sistema.

Giustizia climatica e aule di tribunale
La debolezza apparente o effettiva del Fondo multilaterale ha spinto molte comunità ed economie vulnerabili a cercare giustizia nelle aule giudiziarie aprendo, ormai da un decennio, la stagione delle climate litigation (cause climatiche). Da un lato ci sono le azioni risarcitorie contro i grandi colossi industriali, come quella promossa dalla guida alpina peruviana Saúl Luciano Lliuya contro la multinazionale tedesca RWE. Lliuya chiedeva che RWE pagasse lo 0,38% dei costi di messa in sicurezza del suo Paese dal rischio di esondazione del lago glaciale Palcacocha; una quota corrispondente al contributo stimato dell’azienda alle emissioni storiche globali. Nel maggio 2025, la Corte d’appello di Hamm ha rigettato la richiesta risarcitoria nel merito, valutando che il rischio di crollo sulla casa del singolo agricoltore avesse una probabilità troppo bassa (circa l’1%). Tuttavia, i giudici tedeschi hanno stabilito un principio giuridico rivoluzionario: le grandi imprese possono essere civilmente responsabili dei danni ambientali provocati all’estero, poiché le emissioni di CO₂ generano un rapporto di “vicinato globale”.

Dall’altro lato, la pressione giudiziaria si è rivolta direttamente contro la condotta degli Stati inquinatori. Nei tribunali nazionali, la storica sentenza Urgenda del 2019 in Olanda ha costretto per la prima volta un governo a tagliare le emissioni a tutela dei diritti alla vita, seguita dalla Corte Costituzionale tedesca nel caso Neubauer (2021) sulla tutela delle generazioni future. Davanti agli organi dell’ONU, la denuncia degli indigeni delle isole dello Stretto di Torres ha portato nel 2022 alla condanna dell’Australia perché l’inazione climatica veniva ritenuta una violazione del loro diritto alla cultura, mentre la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (KlimaSeniorinnen v. Svizzera, 2024) ha stabilito che l’inazione climatica statale costituisce una violazione diretta dei diritti umani.

Le cause climatiche degli ultimi anni hanno stabilito che l’inazione climatica costituisce una violazione dei diritti umani, che le imprese possono essere ritenute responsabili dei danni prodotti all’estero dalle emissioni, e che la mancata mitigazione di queste è un illecito internazionale.
La vera svolta sistemica è arrivata però dalle iniziative coordinate degli stessi Stati vulnerabili. Sotto la spinta di Vanuatu all’Assemblea generale ONU, della commissione degli Stati insulari COSIS (guidata da Tuvalu e Antigua & Barbuda) e della richiesta congiunta di Colombia e Cile, la questione è approdata alle massime corti internazionali. Tra il 2024 e il 2025, i pareri consultivi del Tribunale internazionale per il diritto del mare (ITLOS, International Tribunal for the Law of the Sea), della Corte interamericana (IACtHR, Inter-American Court of Human Rights) e della Corte internazionale di giustizia (ICJ, International Court of Justice) hanno tracciato una linea: la mancata mitigazione delle emissioni non è un’omissione politica, ma un illecito internazionale che impone un obbligo rigido di riparazione integrale e risarcimento finanziario agli Stati lesi.

Un nuovo paradigma di giustizia climatica
La catastrofe del Langtang Lirung ha prodotto effetti che si estendono ben oltre la devastazione fisica. È come se l’intera massa di acqua, roccia e ghiaccio precipitata per oltre un chilometro si fosse schiantata anche sull’architettura del diritto internazionale climatico così come lo conosciamo. Per decenni la risposta ai disastri nei Paesi in via di sviluppo si è configurata come solidarietà volontaria. Il collasso del permafrost himalayano infrange questo schema paternalistico e dimostra che i danni subiti dal Sud globale sono esternalità negative di processi che sono avvenuti altrove.

La montagna non può più essere raccontata come un fondale inerte o uno scenario: è uno spazio dinamico e reattivo, attraversato da tensioni fisiche, economiche e giuridiche.
Se i fondi multilaterali come l’FRLD rischiano la paralisi per il costante deficit di risorse e le resistenze storiche dei grandi emettitori, la via giudiziaria sta tracciando un nuovo orizzonte normativo. Per la cultura contemporanea e la divulgazione scientifica, la lezione è altrettanto radicale. La montagna non può più essere raccontata come un fondale inerte o uno scenario: è uno spazio dinamico e reattivo, attraversato da tensioni fisiche, economiche e giuridiche. Le infrastrutture che abbiamo costruito per gestirla, da quelle concettuali a quelle fisiche, sono modellate su metriche ormai inservibili, concepite per un pianeta che non esiste più. In questo senso allora la sfida non è più, soltanto, intervenire mitigando la crisi climatica e riconvertendo le nostre società. Né è più sufficiente adattare fisicamente i territori agli impatti che, come stiamo vedendo, arriveranno. Serve uno scarto concettuale, un salto molto più ambizioso per costruire un’infrastruttura politica e legale capace di trasformare le evidenze della fisica in riparazioni vincolanti per chi quelle trasformazioni le ha innescate. Non si tratta, ci insegnano i contadini nepalesi, di prestiti o di generosità, ma di riparazioni e giustizia.

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