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La noia non basta a spiegare la violenza. Ma siamo troppo ciechi davanti alla paura del futuro di tanti adolescenti

15 Ottobre 2026 ore 18:51

«Quella notte ci siamo divertiti così. Era il mio compleanno». Lo avrebbe raccontato ai Carabinieri uno dei due ragazzi fermati per le sei aggressioni avvenute a Roma, a bordo di una microcar, nella serata tra il 4 e il 5 ottobre. Divertimento, follia, noia. Le cronache provano a dare un nome a ciò che è accaduto. Ma per chi si è trovato sulla loro strada, tra le 21,30 e l’una nei quartieri di Monteverde e Testaccio, sono state ore di paura. L’attore Davide Iacopini, a cui avrebbero sfilato la mano dal monopattino facendolo cadere, è ricoverato in terapia intensiva all’ospedale San Camillo Forlanini.

Quanto pesa la noia in un gesto di violenza? Per Stefano Laffi, sociologo e fondatore dell’agenzia Codici, che da anni studia il comportamento giovanile, la noia non basta da sola a spiegarne le origini. «Di questa vicenda mi colpisce soprattutto la mancanza di empatia: agli occhi degli aggressori, le vittime sembrano perdere la propria umanità e diventano oggetti», dice. «Questa storia interpella il mondo adulto. In quale paesaggio di possibilità chiediamo ai più giovani di immaginare il proprio futuro? Come raccontiamo l’adolescenza, il lavoro, le sfide della vita? Esiste ancora un immaginario capace di dare senso all’idea di avere 16 anni?». Lo abbiamo intervistato.

Hanno 17 e 16 anni: uno guidava, l’altro cercava di spaventare i passanti, almeno così riportano le ricostruzioni sui giornali. Li hanno chiamati «la banda della minicar», ma in realtà poi vengono descritti come «volti noti in quartiere», ragazzi «con la faccia pulita». Perché sentiamo il bisogno di tracciare un confine e di trovare una definizione, di fronte alla violenza dei giovani?

Qualche tempo fa ho fatto un lavoro di ricerca sulla rappresentazione dei ragazzi nella stampa. Mi sono chiesto: come si parla di loro? La risposta che ho trovato è una linea di confine. I bambini vengono definiti “piccoli”: suscitano tenerezza o vengono raffigurati come vittime. Con l’adolescenza, si passa dall’altra parte: quella del pericolo. Ma l’uso di termini come “banda” e “gang”, provenienti dalla criminologia, presuppone un gruppo che si ritrova per commettere reati. Io però ho dei dubbi che questi ragazzi si incontrassero con quell’intenzione: erano amici, facevano cose diverse e, tra queste, hanno anche commesso un’aggressione come quella di cui stiamo parlando. La connotazione di banda o gang richiama quel processo di semplificazione della complessità tipico delle etichette, che riducono le sfaccettature del reale e circoscrivono il fenomeno. Ci rassicurano. Che si parli di bande, minicar o di maranza, il meccanismo è simile: è come se dicessimo a noi stessi “non sono io, non è mio figlio”. Stiamo allontanando qualcosa che non vogliamo vedere mescolato alle nostre vite.

Che si parli di bande, minicar o di maranza, il meccanismo è simile: è come se dicessimo a noi stessi “non sono io, non è mio figlio”. Stiamo allontanando qualcosa che non vogliamo vedere mescolato alle nostre vite

Stefano Laffi, sociologo e ricercatore

Le etichette, quindi, raccontano più lo sguardo degli adulti che la realtà dei ragazzi?

I ragazzi sono in un’età in cui cambieranno ancora mille volte: a 16 anni qualunque etichetta rischia di essere fuori fuoco. Definirli in un certo modo può servire a deresponsabilizzare gli adulti, perché finisce per connotare le persone invece di interrogarsi sulle condizioni in cui vivono. Un conto è chiedersi come si vive a 16 anni in quel quartiere, un altro è parlare di due ragazzi “già noti nel quartiere”. Anche il riferimento alle minicar può diventare parte di questo gioco di etichettamento, rassicurante e, in qualche modo, deresponsabilizzante. La vera domanda è: quale parte abbiamo noi in tutto questo?

Vuoto, noia, voglia di divertimento. Sono queste le ragioni che possono spingere un adolescente all’aggressività?

La noia può certamente essere una componente, così come l’ebbrezza, l’adrenalina e l’emozione che un gioco può dare. Ma non credo che basti a spiegare l’origine della violenza. Di questa vicenda mi colpisce soprattutto la mancanza di empatia. All’una di notte in una minicar, l’auto può trasformarsi in una sorta di capsula che ti isola dall’esterno, puoi arrivare a colpire qualcuno senza pensare che sia una persona, che soffrirà, che proverà dolore e subirà le conseguenze di quello che, per te, è soltanto uno scherzo. È un aspetto che forse ha a che fare anche con i processi di formazione. Che rapporto hanno questi ragazzi con il proprio corpo e con quello degli altri? Si è prodotta una sorta di anestesia? Gli adolescenti oggi ci restituiscono spesso la sensazione di non essere visti né riconosciuti. Non trovano occasioni di ascolto e valorizzazione, a scuola e nello spazio pubblico. Com’è possibile che nessuno si sia accorto della noia e del vuoto che descrivono? Mi chiedo se, in questi casi, non entri in gioco anche il divertimento di compiere un gesto estremo davanti a qualcuno: la presenza dell’altro può alimentare la violenza, trasformarla in una prova da superare o in una scena da mettere in atto.

Molti adolescenti vivono un’angoscia profonda: la sensazione di abitare un mondo che non li vede, non li accoglie e non offre opportunità, ma soltanto beni materiali. Buttarsi nella vita può diventare spaventoso quando si ha paura del futuro

Stefano Laffi, sociologo e ricercatore

Ma non ci avevano insegnato a stare nella noia, a praticare il vuoto, perché è proprio lì che può nascere la creatività? Quando e perché la noia smette di essere un’alleata e diventa una nemica?

Dalle ricerche sulle esperienze di vita sappiamo che le condizioni di maggiore benessere e di flow si raggiungono quando c’è un equilibrio tra la sfida che si affronta e le abilità che si mettono in campo. In adolescenza, questo stato può nascere attraverso attività sportive ed espressive: suonare, cantare, disegnare, fare sport. Esperienze che contrastano il vuoto esistenziale. Ho l’impressione che questi ragazzi cercassero una qualche forma di sfida, una possibilità di vivere un’intensità che non avevano trovato altrove, attraverso una deviazione che non è stata intercettata o accolta in altro modo. Se allarghiamo lo sguardo, però, è vero che molti adolescenti vivono un’angoscia profonda: la sensazione di abitare un mondo che non li vede, non li accoglie e non offre opportunità, ma soltanto beni materiali. Intorno a loro si addensano crisi climatiche, catastrofi annunciate e scenari cupi. Buttarsi nella vita può diventare spaventoso quando si ha paura del futuro.

Che cosa intende?

Se raccontiamo un mondo che ci rende impotenti, ci inchioda alla paura e ci dice che non possiamo fare nulla, come possiamo chiedere ai ragazzi di impegnarsi nello studio, nel lavoro, nelle relazioni? Per investire nel presente bisogna riuscire a immaginare un futuro, pensarsi capaci di costruire legami, realizzare desideri, trovare un posto nel mondo. Ma se non riusciamo a immaginare nulla oltre il presente, quanto diventa difficile investire energie e attenzione negli altri? Mi chiedo allora in che misura episodi come questo ci restituiscano anche una mancanza di senso: un mondo che ti lascia impotente, un futuro incerto, la difficoltà di credere che l’impegno possa fare la differenza. È come se, tra la noia e la disperazione, si aprisse uno spazio che può essere riempito anche da gesti estremi. Chi riesce a trovare una causa collettiva, invece, può trovare anche un “noi”: un gruppo con cui reagire a un presente che nega diritti, immaginare azioni possibili e costruire speranza e progettualità. Forse a questi ragazzi è mancato proprio questo: un “noi” in cui riconoscersi, capace di dare senso all’esperienza e di aprire possibilità per il futuro.

Episodi come questo ci restituiscono anche una mancanza di senso: un mondo che ti lascia impotente, un futuro incerto, la difficoltà di credere che l’impegno possa fare la differenza. È come se, tra la noia e la disperazione, si aprisse uno spazio che può essere riempito anche da gesti estremi

Stefano Laffi, sociologo e ricercatore

«Non sono una madre perfetta e non pretendo di esserlo», ha detto la mamma di uno dei due ragazzi in un’intervista su Repubblica. «Ma non accetto l’idea che ogni errore di un figlio sia automaticamente la prova del fallimento dei suoi genitori. I nostri figli crescono dentro una società, non soltanto dentro una famiglia. E tutti dovremmo interrogarci sul mondo che stiamo consegnando loro». Se crescere un figlio è una responsabilità che va oltre le mura di casa, quale parte di responsabilità spetta a tutti noi?

Ai ragazzi chiediamo continuamente un esercizio di immaginazione: proiettarsi in avanti su ciò che ancora non c’è e fare delle scelte. Ma l’immaginazione non è mai del tutto libera. Quando devo scegliere una scuola, per esempio, provo a immaginarmi in quella situazione, come se avessi un simulatore di volo che mi permetta di sperimentare in anticipo le diverse possibilità. Ma quel simulatore, con le sue immagini e i suoi scenari, da dove viene? Dalle notizie che ascoltiamo, dalle serie che guardiamo, dalle storie che ci raccontiamo. Se lo sfondo narrativo in cui ci muoviamo è quello della fine del mondo, della minaccia e della catastrofe, questo immaginario finisce per colonizzare anche la nostra capacità di pensare il futuro. Mi chiedo se, in questo scenario, non diventi più difficile proiettarsi nella vita. E se, invece, non si finisca per ripiegare sullo svago, sul disimpegno, su forme di abbrutimento o su una ricerca di visibilità nello spazio pubblico. Non perché i ragazzi non abbiano desideri, ma perché fanno fatica a trovare un orizzonte dentro cui collocarli. Credo che dovremmo interrogarci sui materiali culturali che offriamo ai ragazzi, sulle storie che raccontiamo e sui modelli di vita che rendiamo desiderabili. Perché l’immaginazione ha bisogno di un paesaggio su cui proiettarsi e un futuro in cui valga la pena investire.

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L’accessibilità fa viaggiare l’Italia: 38,6 milioni di presenze e investimenti in crescita

15 Ottobre 2026 ore 17:04

Quasi 10 miliardi di euro. È l’impatto economico complessivo del turismo accessibile in Italia. Lo dice il Rapporto dell’IsITT, l’Istituto italiano per il turismo per tutti, associazione nata nel 2009 come naturale evoluzione naturale dell’impegno della Consulta per le Persone in Difficoltà – Cpd. Realizzato con il contributo di Fondazione Crt, è stato presentato al Ttg Travel Experience di Rimini: integra dati economici, analisi delle imprese e approfondimenti sulle opportunità offerte dalle nuove tecnologie.

Ne emerge la fotografia di un mercato in espansione e aperto a nuovi investimenti. Secondo Ivana Jelinic, amministratore delegato di Enit, l’Agenzia nazionale del Turismo, «l’accessibilità nelle nostre destinazioni, nei luoghi e nelle imprese visitati dai turisti, anche quelli con difficoltà permanenti o temporanee, è alla base della crescita sostenibile del comparto turistico italiano».

La presentazione del Rapporto dell’IsITT al Ttg Travel Experience.

I numeri

Nove milioni di arrivi, 38,6 milioni di presenze e un valore aggiunto diretto stimato in 5,3 miliardi di euro. Il turismo accessibile è un settore da 9,8 miliardi di euro nel suo insieme. Una componente sempre più rilevante per l’economia e la competitività del sistema turistico italiano. L’accessibilità, quindi, non rappresenta più soltanto un segmento specialistico dell’offerta, ma una leva strategica di sviluppo, innovazione e qualità dell’accoglienza.

Lo studio si è avvalso delle ricerche di Srm – Centro Studi e Ricerche sulla dimensione economica, imprenditoriale e organizzativa, e di Intesa Sanpaolo Innovation Center, focalizzate sul ruolo dei dati, della tecnologia e dell’innovazione. Mette a disposizione un patrimonio di informazioni utili a comprendere l’evoluzione del turismo accessibile e a orientare le scelte di imprese, destinazioni e istituzioni.

Imprese: più selettive, più consapevoli

Uno dei cambiamenti più significativi registrati riguarda l’approccio delle imprese. Il confronto tra il 2025 e il 2026 evidenzia il passaggio da un interesse diffuso per il settore a una maggiore selettività, accompagnata però da un rafforzamento degli investimenti da parte delle aziende più impegnate. La quota di strutture ancora in fase di valutazione cresce dal 9,5% al 21,1%, mentre diminuisce quella delle imprese già attive o impegnate in percorsi di investimento. Parallelamente, tra le aziende orientate all’accessibilità, la percentuale di chi ha investito negli ultimi tre anni sale dal 79,6% all’84,5%, mentre quella di chi prevede nuovi investimenti nel prossimo triennio passa dal 67,5% al 74,2%. Un segnale che racconta un mercato in fase di maturazione: diminuisce l’interesse generico, ma aumenta la determinazione di chi riconosce nell’accessibilità un fattore concreto di competitività.

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA

Le aziende più orientate all’accessibilità mostrano una maggiore attenzione alla formazione del personale, alla digitalizzazione, all’organizzazione dei servizi e all’integrazione con il territorio. «La tecnologia si conferma un fattore abilitante, ma non una risposta automatica ai bisogni di accessibilità», si legge in una nota stampa. «Dalla qualità e dall’aggiornamento delle informazioni all’interoperabilità delle piattaforme, dalla possibilità di prenotare in autonomia alla mobilità e ai sistemi di orientamento, il vero valore dell’innovazione risiede nella sua capacità di migliorare concretamente l’esperienza di viaggio».

Le prossime sfide

Restano alcune criticità strutturali: la frammentazione delle informazioni, la distanza tra accessibilità dichiarata e accessibilità effettivamente verificabile, la discontinuità dei servizi, la necessità di competenze diffuse e la difficoltà di trasformare le innovazioni sperimentali in soluzioni adottate su larga scala. Per affrontare queste sfide, il Rapporto richiama l’importanza di una governance più integrata delle destinazioni, capace di mettere in relazione operatori turistici, istituzioni, tecnologie, infrastrutture e bisogni dei viaggiatori.

Il Rapporto 2026 si inserisce nel percorso avviato con il Torino Manifesto on Tourism for All 2025, riprendendone i principi e confrontandoli con le nuove evidenze economiche, organizzative e tecnologiche. Da questa riflessione emerge una prospettiva strategica: passare da analisi occasionali a un sistema continuativo di conoscenza e monitoraggio. In questa direzione si colloca l’ipotesi di istituire un Osservatorio IsITT sul turismo accessibile, per integrare dati quantitativi e qualitativi, definire indicatori confrontabili nel tempo e mettere a disposizione strumenti utili per investimenti, politiche e strategie. «I dati mostrano che l’accessibilità non è più un tema marginale, ma una componente della qualità e della competitività del turismo», dichiara Daniela Broglio, presidente di IsITT. «Il nostro obiettivo è mettere in relazione evidenze, innovazione e bisogni delle persone per capire dove sta andando il settore e contribuire a orientarne lo sviluppo».

In apertura, fotografia di Queensland Australia su Unsplash. La fotografia nel testo è di Ufficio stampa IsITT

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Irap e non profit, dalla Lombardia parte l’allarme: «Occorre sciogliere il nodo dei “de minimis”»

13 Ottobre 2026 ore 08:46

L’esenzione dall’Irap riconosciuta dalle singole regioni agli enti del Terzo settore può rientrare nel regime degli aiuti “de minimis”? È un quesito tecnico ma di impatto, che sta suscitando grande preoccupazione. La questione riguarda molte regioni, ma in Lombardia ci si sta iniziando a muovere in modo da risolvere una volta per tutte la questione: se si trova una strada, potrebbe essere poi un modello per tutti.

Il motivo è un passaggio contenuto nella Manovra di Bilancio 2026-2028 con cui la Regione ha confermato l’esenzione dall’imposta per le organizzazioni di volontariato, le ex Onlus e le cooperative sociali. «Si tratta di una misura che in Lombardia esiste da oltre 20 anni», spiega Massimo Ramerino, vicepresidente Associazione generale cooperative italiane – Agci Imprese sociali e responsabile operativo regionale, «e che ha consentito la stabilizzazione di prezzi più bassi. Per questo, oggi la preoccupazione c’è. Se venisse confermata l’ipotesi di un onere per l’Irap, potremmo avere due conseguenze: prezzi bassi e insostenibili nell’erogazione di servizi in appalto non modificabili alla luce dell’attuale Codice e innalzamento delle rette per i cittadini nei servizi in accreditamento o concessione». Per la cooperazione sociale, aggiunge Marta Battioni, responsabile Dipartimento Welfare di Legacoop Lombardia e vice presidente vicaria Legacoopsociali, «si tratta di una difficoltà ulteriore per la sostenibilità delle nostre imprese, in una fase in cui già si registrano importanti aggravi economici».

Un nodo normativo che rischia di costare caro

Facciamo un passo indietro, anzi due. Irap è l’acronimo di Imposta regionale sulle attività produttive: è un tributo locale istituito nel 1997, il cui gettito viene destinato alle Regioni essenzialmente per finanziare la spesa sanitaria. Tutte le attività produttive pagano l’Irap, che siano imprese, enti o professionisti, ma con una base imponibile che viene calcolata in modo diverso a seconda della natura del soggetto. Diverse regioni (non tutte e con modalità differenti) hanno previsto da anni una esenzione o una agevolazione riconosciuta a chi produce e vende sì bene e servizi, ma lo fa per scopi sociali. In Lombardia, per esempio, l’esenzione dall’Irap nasce con la legge regionale 10 del 2003 e ha esentato le Onlus. All’epoca le cooperative sociali ne beneficiavano in quanto Onlus di diritto. Ma con l’entrata a regime della riforma del Terzo settore e la definitiva scomparsa della qualifica di Onlus, dal 1° gennaio 2026 è venuto meno il presupposto giuridico sul quale quella disciplina era costruita: una questione di nomi e definizioni, perché quelle realtà hanno continuato a fare quello che facevano prima.

Il tema riguarda quegli enti che svolgono attività commerciale: organizzazioni iscritte al Runts, i cui ricavi derivanti da attività commerciali (tariffe, servizi a pagamento, vendite) superano le entrate di natura non commerciale (donazioni, quote associative, contributi pubblici) nel corso dello stesso anno fiscale. Un rsa gestita da una fondazione, per esempio, o un’associazione teatrale che vende i biglietti per i suoi spettacoli. La qualifica non dipende da cosa fa l’ente, ma da come si finanzia, cioè se il suo motore economico principale per coprire i propri scopi sociali è o non è la vendita di beni o servizi sul mercato.

La Regione Lombardia così è intervenuta per mantenere le regole esistenti, prima con la legge regionale 2 del 2023 e poi con la legge regionale 20 del 2025: con quest’ultima ha confermato l’esenzione per cooperative sociali, organizzazioni di volontariato ed ex Onlus, ma solo in via transitoria e sperimentale per il 2026 e il 2027. Una norma salutata con favore dal Terzo settore, pur nella consapevolezza dei suoi limiti e del fatto che occorre fare un ulteriore salto, per garantire a tutti gli Enti di Terzo settore l’esenzione dall’Irap, in tutte le Regioni d’Italia e per togliere il limite dei de minimis a tale esenzione. Un nodo di cui anche il Governo è perfettamente consapevole.

«Il problema ha due livelli», spiega Maria Grazia Campese, presidente di Confcooperative Federsolidarietà Lombardia. «Il primo è la scadenza. Chiediamo che la misura diventi strutturale, perché le cooperative sociali sono imprese ad altissima intensità di lavoro e l’Irap pesa direttamente sul costo dei servizi. Se l’esenzione venisse meno, quel costo finirebbe nelle tariffe pagate dalla pubblica amministrazione, nelle rette pagate dalle famiglie, oppure andrebbe a discapito dei margini già minimi delle cooperative. In pratica la Regione recupererebbe come imposta quello che poi pagherebbe come maggior costo dei servizi che essa stessa finanzia».

Il secondo livello è più tecnico. La nuova norma dice esplicitamente che l’esenzione opera “nei limiti del de minimis”. Si tratta della norma dell’Unione Europea che consente agli Stati membri di concedere alle imprese aiuti pubblici di modesta entità senza dover prima richiedere l’autorizzazione alla Commissione europea. Il tetto massimo di contributi ricevibili da una singola impresa per non essere considerati aiuto di Stato si calcola su una finestra mobile di tre anni. Il superamento della soglia comporta la revoca o il recupero delle somme eccedenti con l’aggiunta di sanzioni e interessi.

«Nella legge “storica” del 2003 questa clausola non c’era», continua Campese. «Il riferimento viene dal Codice del Terzo settore. L’articolo 82 consente alle Regioni di ridurre o esentare l’Irap per gli enti del Terzo settore, comprese le cooperative sociali. L’articolo 88 riconduce queste agevolazioni ai regolamenti europei sugli aiuti di Stato in regime di de minimis per cui l’Irap non pagata va conteggiata nel plafond triennale di ogni cooperativa, insieme a contributi e altre agevolazioni. È un cambio di natura importante: per due decenni la stessa esenzione non è mai stata trattata come aiuto».

Cosa chiedono le centrali cooperatove

Le centrali lombarde dell’Alleanza delle Cooperative sostengono che l’esenzione Irap non dovrebbe ricadere nel de minimis. «Secondo il diritto europeo non ogni trattamento fiscale differenziato costituisce un aiuto di Stato», dice Campese. «Perché lo sia, serve tra le altre cose un vantaggio selettivo, cioè un beneficio dato a qualcuno rispetto ad altri soggetti che si trovano in una situazione comparabile. Con la Comfort letter del 7 marzo 2025, la Commissione europea ha riconosciuto che i regimi fiscali di enti del Terzo settore e imprese sociali non sono selettivi. La ragione è che questi soggetti si trovano in una situazione giuridica di fatto diversa da quella delle imprese lucrative: gli utili sono vincolati all’interesse generale, il patrimonio è indivisibile e va devoluto, il capitale non può essere remunerato liberamente. La Commissione richiama la sentenza Paint Graphos della Corte di giustizia, che riguardava proprio il regime fiscale delle cooperative. Le cooperative sociali hanno tutte queste caratteristiche, in forma anche più rigorosa. Siamo consapevoli che la Comfort letter riguarda nello specifico le imposte sui redditi, ma chiediamo un approfondimento tecnico e istituzionale che valuti la possibilità di applicare all’Irap la stessa logica, leggendo l’esenzione come un trattamento coerente con la natura soggettiva degli enti e non come un aiuto. Del resto, nei documenti di bilancio la stessa Regione Lombardia dichiara di avere in corso un approfondimento sulle agevolazioni alla luce dei riscontri della Commissione europea».

Siamo consapevoli che la Comfort letter riguarda nello specifico le imposte sui redditi, ma chiediamo un approfondimento tecnico e istituzionale che valuti la possibilità di applicare all’Irap la stessa logica, leggendo l’esenzione come un trattamento coerente con la natura soggettiva degli enti e non come un aiuto

Maria Grazia Campese, presidente di Confcooperative Federsolidarietà Lombardia

In subordine, se si dovesse confermare che la misura resta nel campo degli aiuti di Stato, le centrali chiedono che si possa applicare almeno il regime previsto per i servizi di interesse economico generale (Sieg), facendo quindi riferimento al tetto di 750mila euro nel triennio invece di 300mila o ancor meglio alla decisione europea 2025/2630 del 16 dicembre 2025 sui servizi di interesse economico generale. «Per i servizi sociali, non prevede tetti di importo e alleggerisce i controlli proprio per gli enti obbligati per legge a reinvestire gli utili», conclude Campese.

Non c’è una “restituzione di massa” in arrivo

«Non c’è una “restituzione di massa” in arrivo», chiarisce Campese. «L’esenzione al momento è confermata e il nuovo regime vale per il 2026 e il 2027. Il primo momento in cui il problema diventa concreto sarà quindi la dichiarazione Irap relativa al 2026, che si presenta nel 2027. Il rischio vero è un altro, ed è più subdolo. Per una cooperativa di medie dimensioni l’Irap esentata può valere decine di migliaia di euro l’anno. Se occupa gran parte del plafond, la cooperativa rischia di non poter più accedere ad altri aiuti: contributi regionali, bandi, sgravi. Inoltre, se un nuovo aiuto porta a superare il tetto, la regola europea esclude dalla copertura l’intero nuovo aiuto, non solo la parte che eccede. Per questo in via prudenziale consigliamo di considerare il tetto da 300mila euro e di monitorare la posizione cooperativa per cooperativa».

Confcooperative Federsolidarietà Lombardia ha avviato una rilevazione in tutta la regione, attraverso le federazioni territoriali e le società di servizi. «Per ogni cooperativa stiamo ricostruendo tre cose: il valore dell’Irap teoricamente dovuta, cioè il beneficio effettivamente ricevuto; gli altri aiuti “de minimis” già ottenuti negli ultimi tre anni; l’eventuale appartenenza a una “impresa unica”, cioè a un gruppo di imprese collegate, perché in quel caso il plafond si calcola sul gruppo e non sulla singola cooperativa. Solo così potremo dire con serietà quante cooperative sono esposte e per quali importi».

Marta Battioni (Legacoop Lombardia) riflette: «I dati parziali per ora in nostro possesso ci inducono prima di tutto a chiedere quanto meno di poter accedere al limite massimo, più alto, riferito al de minimis». Anche Agci non ha al momento un numero certo per quantificare il rischio per le sue aderenti, «ma le cooperative con una certa dimensione di ricavi, direi oltre i 10 milioni di fatturato annuo, superano quasi certamente la soglia», spiega Ramerino, «quindi i servizi dove si potrebbero avere conseguenze sono presumibilmente molti, dato che sono centinaia i milioni di ricavi in Lombardia per servizi alla persona erogati da cooperative sociali che hanno dimensioni medio grandi».

La Lombardia diventi un modello per tutto il Paese

Il “caso Lombardia” sui de minimis in realtà è una questione che riguarda tutta Italia. «L’Irap è un tributo regionale, ma il vincolo del de minimis nasce dal Codice del Terzo settore, quindi il tema ha rilevanza nazionale. Con la fine della qualifica di Onlus ogni Regione ha dovuto ripensare le proprie agevolazioni, e ciascuna lo ha fatto in base al proprio contesto. La Lombardia ha scelto la continuità: ha confermato l’esenzione piena per tutte le cooperative sociali, riconoscendo il valore dei servizi che garantiscono sul territorio. È una base solida da cui partire», conclude Campese. «Il carattere transitorio e sperimentale del biennio 2026-2027 può diventare un’opportunità: abbiamo due anni per costruire insieme un modello stabile, che possa fare da riferimento anche per le altre regioni. La Lombardia ha già avviato un approfondimento sulle agevolazioni alla luce dei riscontri della Commissione europea, e può contare su un sistema di cooperazione sociale tra i più ampi e strutturati del Paese. Anche il contesto europeo va in questa direzione: sia la Comfort letter sulle imposte sui redditi sia la nuova decisione sui servizi di interesse economico generale valorizzano il vincolo legale di reinvestire gli utili. Chiediamo di verificare se la stessa logica possa valere per l’Irap. La nostra proposta è che la Lombardia si faccia promotrice di questo percorso. Prima di tutto per dare certezza alle proprie cooperative, ma anche perché una soluzione costruita qui, solida sul piano europeo, potrebbe essere portata in Conferenza delle Regioni come modello per tutti».

Fotografia di Nellie Adamyan su Unsplash

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Social procurement, si può fare

12 Ottobre 2026 ore 15:17

La chiamano “scelta responsabile” o “sconfinamento”. Qualcuno la definisce “leva strategica” e altri osservano senza sentirsi ancora pronti. Il social procurement o approvvigionamento sociale è l’approccio messo in atto da un’organizzazione pubblica o privata quando decide di utilizzare il proprio potere d’acquisto non soltanto per ottenere beni e servizi, ma anche per generare un impatto sociale. Si può tradurre in più azioni: nella scelta dei fornitori (quando l’azienda acquista prodotti e servizi da imprese o cooperative sociali, realtà del Terzo settore o aziende che favoriscano l’inclusione lavorativa o abbiano una missione di impatto sociale) ma anche nella stesura di un bando (quando un ente inserisce clausole sociali nei processi di selezione delle forniture). Attenzione: il principio economico del miglior rapporto qualità-prezzo resta sempre valido, ma si integra anche il criterio della capacità di produrre un valore aggiunto per la collettività.

In Piemonte esiste già una casa comune del social procurement. È nata a giugno 2024 in seno a Torino Social Impact, la rete che coinvolge oltre 450 partner per promuovere l’economia sociale, e ha preso la forma di un portale sperimentale per favorire il potenziale di collaborazione ancora inespresso tra imprese profit e organizzazioni non profit. Oggi quel progetto è maturo per compiere un passo di consapevolezza in più. O meglio, due.

Una sperimentazione sul campo

«A maggio e giugno scorso, abbiamo avviato due percorsi, rivolti rispettivamente al settore pubblico e a quello privato, che ci consentono di sviluppare una sperimentazione sul campo», spiega Raffaella Scalisi, advisor di Torino Social Impact. «Dopo due anni di divulgazione e formazione, abbiamo capito quanto sia fondamentale per le imprese sociali dialogare direttamente con le aziende ed entrare nelle logiche del procurement, una funzione cruciale caratterizzata da processi, procedure e strumenti gestionali molto strutturati. Pensare che basti invitare le aziende ad avvicinarsi al social procurement sarebbe ingenuo: bisogna comprenderne i meccanismi e conoscere il linguaggio».

Si parla spesso della difficoltà delle imprese sociali nel dialogare con il mercato profit, ma non è solo questo il punto: «Non basta preparare le imprese sociali, occorre anche costruire un confronto con le aziende, intercettarne le esigenze e le modalità operative. Per questo siamo molto contenti che Unione Industriali abbia scelto di accompagnarci in questo percorso di collaborazione, sostenuto dalla Camera di commercio e dalla Fondazione Compagnia di San Paolo».

Social procurement pubblico

Il percorso nasce nell’ambito del Piano per l’Economia sociale Torino 2030 come laboratorio territoriale, in collaborazione con il progetto europeo Proseco, di cui Torino Social Impact e la Città di Torino sono partner. «La sperimentazione è rivolta a tutte le stazioni appaltanti, pubbliche amministrazioni, enti strumentali, società partecipate, università e centrali uniche di committenza interessate a integrare appalti sociali, clausole sociali e criteri premiali di impatto sociale nelle proprie procedure di acquisto», prosegue Scalisi. «È un tema complesso, applicabile a diverse tipologie di procedure. Richiede la capacità di trovare il giusto equilibrio tra le opportunità offerte dal mercato e i requisiti richiesti, perché vincoli eccessivi rischiano di ridurre il numero degli operatori disponibili e di rallentare l’attività della pubblica amministrazione. È un aspetto importante, su cui ci concentreremo, tenendo conto anche della revisione del quadro normativo sugli appalti, avviato dalla Commissione europea per valorizzare maggiormente la sostenibilità sociale nelle procedure pubbliche».

Il nostro Codice mette già a disposizione diversi strumenti: «L’obiettivo è approfondirne la conoscenza per utilizzarli al meglio, con il supporto di giuristi ed esperti di impatto sociale, affinché il social procurement diventi una pratica ordinaria e non un esperimento isolato. Dall’altro lato, puntiamo a promuovere il confronto tra i soggetti responsabili delle procedure, creando occasioni di collaborazione per individuare insieme le modalità più efficaci di applicazione della normativa».

L’iniziativa si articola in tre fasi, suddivise in quattro incontri tra la fine del 2026 e il primo semestre del 2027. Tra un incontro e il successivo è previsto un accompagnamento individuale da parte del team di progetto, che coinvolge diversi esperti: Sergio Foà, docente di Diritto pubblico all’Università di Torino, la ricercatrice Valentina Galliano e Tommaso Tropeano, research fellow del Politecnico di Milano e advisor Torino Social Impact.

E privato

«Per il social procurement privato, entreremo direttamente nelle aziende», spiega Scalisi. «Dopo un primo confronto più ampio, tre aziende (Xori Group, Comau e Italgas, nda) hanno scelto di proseguire in tutte le fasi del percorso. Si tratta di un gruppo ristretto, selezionato da Unione Industriali sulla base di una sensibilità già maturata sul tema, una propensione a svilupparlo e una significativa capacità industriale e di acquisto. In queste settimane si svolgeranno i primi incontri di initial development: tre ore dedicate a ciascuna azienda, a partire da una valutazione iniziale.
Per ogni fase è prevista una checklist di domande elaborata a partire dalla letteratura scientifica sulle partnership tra profit e non profit, nell’ambito di una ricerca condotta dal Politecnico di Torino e con il contributo di una dottoranda per monitorare e verificare sia gli aspetti esecutivi sia quelli relazionali, valutandone l’impatto».

Uno dei focus group realizzati a maggio nell’ambito delle attività di Torino Social Impact sul social procurement.

L’obiettivo in questo caso è quello di sviluppare e testare modelli di collaborazione tra imprese profit e imprese sociali capaci di generare valore economico, organizzativo e sociale in modo concreto. «Non si tratta soltanto di divulgazione o formazione, ma di una vera e propria analisi della supply chain per l’individuazione di ambiti di fornitura adatti al social procurement e della conseguente modellizzazione dello strumento all’interno delle procedure aziendali. Le imprese partecipanti saranno accompagnate da un gruppo di esperti attraverso un percorso personalizzato.

Per Luca Rollino, ceo di Xori Group, si tratta di «un’opportunità di valore strategico. Crediamo che la competitività passi dall’innovazione della supply chain e dalla capacità di generare un impatto reale sul territorio. Grazie a questa collaborazione, rafforziamo il nostro percorso Esg integrando le imprese sociali nei processi di acquisto per trasformarli in una leva di valore condiviso». Gli esperti coinvolti in questo caso sono sei: Alessandra Quarta, docente di Diritto privato all’Università di Torino, Tommaso Tropeano, research fellow al Politecnico di Milano e advisor Torino Social Impact, Francesca Montagna, docente in Ingegneria gestionale e della produzione del Politecnico di Torino e tre tre membri dell’associazione Manager non profit (Giulio Prandi, Maurizio Natta e Giacomo Vessia).

In apertura, uno dei due focus group che realizzati da Torino Social Impact nell’ambito delle attività sul social procurement. Le fotografie sono state fornite da Torino Social Impact

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