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Il segreto dell’olio e della spada: la resistenza palestinese e i suoi simboli

 

di Aldo Nicosia

Il segreto dell’olio e della spada  (edizioni Q, Roma, 2026) riunisce i due lunghi racconti Il segreto dell’olio[1] (2018) e Il segreto della spada[2] (2021) , rispettivamente prima e seconda parte di una trilogia di fiction firmata dal martire palestinese Walid Daqqa (1961-2024).

L’idea di assemblarli nasce dalla constatazione che essi  sono legati da un unico filo conduttore: Jud, il ragazzino protagonista di entrambi, oltre ad altri personaggi minori. Inoltre l’olio e la spada, con i loro rispettivi segreti, sono indissolubilmente legati ed assumono nei due testi notevoli connotati simbolici.

La tematica principale de Il segreto dell’olio è l’esperienza della prigione in una situazione di opprimente occupazione  israeliana. Il segreto della spada si concentra sulla memoria storica dei profughi della nakba del 1948.

In entrambi elementi fiabeschi e realistici si intrecciano in un contesto spazio-temporale ben chiaro e definito, a dimostrazione dell’intenzione di Daqqa di lasciare alle nuove generazioni testi esteticamente godibili, ma anche utili al lettore per ricostruire eventi storici. La presenza di animali parlanti (coniglio, uccello, gatto, cane, asino, cavallo, coccodrillo)  avvicina questi due racconti ad alcuni capolavori della letteratura araba classica come Kalila wa Dimna, e alcune storie edificanti riportate dagli Ikhwan al-Safa’[3], i Fratelli della Purità.

Nei due testi di Daqqa anche gli animali e le piante patiscono l’occupazione israeliana e collaborano attivamente alle missioni di Jud, alla ricerca della libertà e verità storica.

La recentissima terza parte della trilogia, intitolata Il segreto dello spettro (2024), a differenza delle prime due, non si rivolge più ad un pubblico di adolescenti e non presenta più come personaggi né Jud, né i suoi amici, umani ed animali. L’azione viene spostata in luoghi drammaticamente connotati (celle frigorifere di ospedali, cimiteri, etc.), ponendo al centro dell’attenzione alcune figure di martiri. Così Daqqa, sicuramente sempre più amareggiato da una politica palestinese stagnante e corrotta, esprime la sua feroce critica alle autorità palestinesi del post-Oslo.

  1. Strategie di traduzione

Cosa si è  perso nella traduzione dei due racconti? Innanzitutto la freschezza e spontaneità dei dialoghi originali, espressi da animali umani e non umani, in arabo palestinese. A tal proposito, una riflessione va fatta sul registro linguistico nei dialoghi rispetto alla narrazione in terza persona. Questo elemento di discorsività è molto difficile da riprodurre nella lingua di arrivo, qualunque essa sia. Ad esempio, nella lingua italiana non si assiste alla drastica differenza di registri tra dimensione dialogica (che mima l’oralità) e quella scritta, caratteristica della situazione sociolinguistica nel mondo arabofono. Avrei potuto cercare di ricostruire tale registro con una strategia di equivalenza (ad esempio, adottando un dialetto di qualche regione italiana). Mi sono soltanto limitato a restituire alla maggior parte dei nomi degli animali presenti nei due racconti (cane, gatto, uccello, asino, coniglio, cavallo) un senso compiuto che rimanda a caratteristiche fisiche particolari o comportamentali. Nello stesso tempo, inventando un nome italiano per la maggior parte di essi, ha cercato di avvicinare il testo al lettore italiano, evitando quanto più possibile la presenza di termini stranieri.

Solo per citare qualche esempio, ho chiamato Ronfù il gatto che ronfa (“Khanfur”), Zannì il cane con una sola zanna (Abu Nab); Brunotto il coniglio che ha una pelliccia scura (Sammur);  Ràbbida la madre del coniglio, che in originale è Sari‘a (veloce, rapida), facendo anche leva sul termine inglese “rabbit”. La scelta di chiamare Petardo l’asino Burat è stata determinata dalla fusione di due termini, un sostantivo e un aggettivo, che esprimono due caratteristiche dello stesso (peto e tardo).

Sul versante diametralmente opposto, un altro elemento linguistico che si perde in traduzione è il registro elegante e classico che Daqqa adotta per Umm Rumi, l’ulivo millenario parlante di cui si discuterà più avanti. Il suo arabo, definito standard, è lo stesso del narratore onnisciente. Questa scelta sta ad indicare chiaramente il prestigio storico del personaggio albero e il suo radicamento nel territorio e nella storia della Palestina.

  1. Il concetto di prigione

La letteratura palestinese delle carceri ha prodotto resistenza e creatività con notevoli difficoltà. Spesso i racconti, i romanzi, i saggi e le poesie venivano scritti su pezzi di carta trafugati da conoscenti o complici. 

Tra gli esponenti di tale genere emergono nomi che ormai si sono imposti nel panorama culturale arabo:  Nasser Abu Srour[4], Kamil Abu Hanish, Mundhir Khalaf, Bassem Khandaqji. Quest’ultimo ha vinto nel 2024 l’International Arab Prize for Literature.

“Scrivo per liberarmi dalla prigione, nella speranza di liberarla da me stesso”: con l’epigrafe summenzionata de Il segreto dell’olio, Walid Daqqa intende operare una distinzione tra la prigione come luogo fisico e luogo mentale e  psicologico, una sorta di gabbia, senza sbarre, ma fatta di paure, abitudini, condizionamenti e pregiudizi.

Walid Nimr As‘ad Daqqa nasce nella città di Baqa Ovest, che faceva parte del distretto di Tulkarem prima della nakba del 1948. Nel 1986, all'età di 25 anni, viene arrestato con l’accusa di aver fatto parte di una cellula che avrebbe catturato e ucciso un soldato israeliano.

Nel 1999 sposa la giornalista Sana’ Salameh dentro il carcere  e per 12 anni, insieme alla moglie, lotta  per ottenere una sentenza che permettesse loro di avere figli.

Si iscrive alla Tel Aviv Open University, dove continua gli studi accademici dalla prigione. Uno dei fratelli racconta che la madre vendeva olive per pagare le tasse universitarie del figlio Walid. Deve spesso  ricorrere a presentare numerose istanze, persino alla Corte Suprema, per ottenere libri, materiale didattico e altri beni di prima necessità.

Nel 2010 consegue una laurea triennale in Studi Interdisciplinari sulla Democrazia presso la suddetta università, e nel 2016 un master in Studi Regionali  presso l'Università Al-Quds. In carcere Daqqa fa parte del personale docente e amministrativo che si occupa degli studenti detenuti iscritti ai programmi universitari dell'Università Al-Quds. Oltre che per i compagni di prigione, egli ha sempre dimostrato un particolare interesse per il mondo dell'infanzia.

Nel 2011, in occasione del quarto di secolo dalla sua prigionia, viene pubblicata una lettera intitolata "Scrivo a un bambino che deve ancora nascere", che viene  riportata in una delle appendici al libro, perché incarna in modo mirabile la sua visione della paternità negata dalle brutali autorità dell’occupazione.

Nel 2019 riesce finalmente a trafugare il suo sperma dalla prigione. Sua figlia nasce il 3 febbraio 2020, e si chiamerà Milad, che in arabo significa proprio “nascita” o “Natale”. Anche la paternità diventa per lui una forma di resistenza.

In alcuni suoi saggi[5],  Daqqa descrive la natura unica della prigione sionista, diversa da qualsiasi altra prigione nel mondo, perché il bersaglio dei carcerieri non è il corpo ma piuttosto l'anima, i sensi e la coscienza del palestinese.

Il tempo trascorso in prigione viene da lui definito "parallelo” [6], rispetto a quello vissuto al di fuori delle mura fisiche del carcere. Ma grazie alla scrittura, egli riesce a trovare non solo un mezzo di liberazione dai vincoli imposti dalla prigione, ma una sorta di riformulazione di desideri e sogni personali, che poi sono anche nazionali.

Per far capire in che modalità si attua l’oppressione del palestinese, anche fuori dal carcere, Daqqa utilizza il concetto di "kapò". Come l’ebreo collaborazionista che, in cambio dei suoi servigi, riceveva dai nazisti cibo e si risparmiava la deportazione nei campi di sterminio, a suo avviso l'Autorità Nazionale Palestinese fa la stessa operazione contro la resistenza del suo popolo[7]. Notevoli ne Il segreto dell’olio  sono due personaggi quasi archetipici, il cane Zannì (Abu Nab), e la iena Sahweil ne Il segreto della spada,  esempi della politica autodistruttiva espressa dagli accordi di Oslo.

  1. L’olio e la spada

Raccontando la storia di Jud, venuto al mondo grazie al contrabbando di sperma di un padre imprigionato, Daqqa anticipa di tre anni l’esperienza da lui vissuta con la nascita della figlia Milad, che però non riuscirà mai ad abbracciare. Nel romanzo Jud decide di far visita al padre che non ha mai incontrato in vita sua.

La svolta per mettere in atto il suo progetto arriva, grazie ad Umm Rumi, un ulivo di 1.500 anni che le autorità israeliane stanno per sradicare, insieme ad altri esemplari. Sarà lei a svelare a Jud il segreto del suo olio sacro, che è l’occultamento: se strofinato su persone o cose le rende invisibili. Con esso Jud dovrebbe curare la piaga dell’epoca, che ha due dimensioni, esteriore ed interiore:

“Prigioni, posti di blocco, muri e filo spinato tra i vari confini ne sono le manifestazioni esteriori. La dimensione interiore della piaga è la perdita della ragione e della moralità, o quella che chiamano l'ignoranza generalizzata, che è la più pericolosa e crudele delle prigioni”.

Alla seconda parte della trilogia è dedicata la ricerca del segreto interiore, che è l’opposto dell’occultamento, cioè lo svelamento. Daqqa cala questa apparente questione filosofica in una storia appassionante e coinvolgente, sia per piccoli che per grandi. Nella nuova avventura di Jud ed i suoi amici, si recupera la memoria della nakba del 1948, resa vivida dai ricordi di nonna Farida e del villaggio che ha dovuto abbandonare, con la forza. Il testo diventa così, a prescindere dai contenuti fiabeschi, un documentario e un grido di giustizia.

Grazie all’olio miracoloso che rende invisibili,  Jud torna così nei territori palestinesi occupati nel 1948, alla ricerca del segreto della spada descritta dalla nonna, che rappresenta una vera e propria “chiave” per la conoscenza delle proprie radici, l'identità e la continuità culturale da trasmettere alle nuove generazioni.

Il nome dell’ulivo, Umm Rumi, letteralmente “la madre di Rumi”, vuole alludere al mistico sufi Jalal al-Din Rumi (1207-1273), il cui pensiero è basato sulla distinzione e interdipendenza tra zahir (l'apparenza esteriore, la forma) e batin (la dimensione interiore, l’essenza). Per Rumi, come per la tradizione sufi, la vita spirituale consiste nel superare lo zahir, per raggiungere la verità interiore, la realtà nascosta  delle cose.

Se l’olio curava solo le manifestazioni esteriori della piaga del tempo, che è la perdita della libertà, con la spada egli deve occuparsi della cura della dimensione interiore della stessa piaga. Nel sufismo l’olio emerge come simbolo di fermezza, sopravvivenza e interiorità spirituale,  mentre la spada indica resistenza e legittimità.

Nella cultura palestinese, l'olio rappresenta spesso la "luce" . Nella sura coranica al-Nur (La Luce),  essa sarebbe contenuta  in una nicchia in cui si trova una lampada, che è contenuta in un cristallo, che  è come un astro brillante, il cui combustibile viene da “un albero benedetto, un olivo né orientale né occidentale, il cui olio sembra illuminare senza neppure essere toccato dal fuoco [8].

L'abbinamento olio (luce interiore/spirito) e spada (esteriorità/azione) rappresenta un equilibrio tra "purificazione" e "lotta", per raggiungere la libertà e la verità. L'olio illumina il cammino e la spada spiana la strada.

Mentre l’ulivo Umm Rumi invita il protagonista Jud, e quindi tutta la nuova generazione a “cercare l'olio nella tua mente e conoscenza per scoprire l'aspetto interiore del segreto”, nonna Farida, che non a caso porta il nome reale della madre dello scrittore, vittima della nakba, dice a lui e al suo gruppo: “Svelate la verità, la verità, miei cari. Solo se lo farete, ci sarà giustizia”.

Conclusioni

 “A volte penso alle migliaia di bambini che non sono mai usciti dai loro villaggi e dalle loro città, quasi imprigionati in una grande cella. Prendete l’esempio di Gaza. Lì una persona nasce e cresce, senza aver mai visto un altro Paese. E, per ironia della sorte, o vivi in ??riva al mare con un orizzonte aperto davanti a te, ma non puoi viaggiare, oppure vivi e muori senza aver mai visto il mare.  

Il pensiero all’infanzia palestinese è costante nell’opera di Daqqa, e queste righe, tratte da Il segreto dell’olio, mostrano come la prigione di cui parla in questo testo non è altro che “un’estensione della patria”. Il riferimento alla Striscia di Gaza, come prigione a cielo aperto, ma con l’orizzonte aperto del mare, è accostato a quello alla Cisgiordania, in cui “vivi e muori senza aver mai visto il mare”.

Proprio perché rivolti agli adolescenti, i due romanzi presentano uno stile molto fluido e semplice, ma anche pieno di metafore. Non mancano le situazioni comiche ed umoristiche, pur nell’atmosfera di suspense e di dramma costante. L’autore è molto abile a creare un ritmo sostenuto e un crescendo di emozioni, specialmente nelle parti in cui si parla dei ricordi della nonna.

Mirabile, a questo proposito, è la scena dello sradicamento degli ulivi dai loro campi, e la lirica rivisitazione di luoghi, case, balconi, porte, cristallizzati alla data del giugno 1948. Lì si avverte molta riflessione poetica e nostalgica, perché i due testi hanno un valore autobiografico e sono senz’altro ricostruiti a partire di racconti della madre e dei parenti.

Walid Daqqa muore martire in prigione dopo 38 anni di carcere e circa sei mesi dall’assedio disumano contro Gaza, nell’aprile del 2024. I suoi scritti testimoniano della sua capacità di anticipare eventi reali (ad esempio, la nascita della figlia Milad) ed affermare la propria identità culturale, per resistere all’occupazione e al genocidio.

 

[1] La prima traduzione in italiano, a cura di F. Pistono, è intitolata La storia del segreto dell’olio, Atmosphere, Roma, 2020. Nello stesso anno esce la traduzione danese Under muren, pubblicata  da Jensen & Dalgaard, ma non c’è indicazione del nome del traduttore. Di recente è stato tradotto in spagnolo e francese. El misterio del aceite, a cura di A. Martinez Castro, Editorial Verbum, Madrid (2025). La versione francese, Le secret de l’huile, è stata realizzata da N. Nakhlé-Cerruti, e pubblicata da Terrasses éditions, Parigi (2025).

[2] Rispettivamente Hikayat sirr al-zayt (2018) e Hikayat sirr al-sayf (2021), pubblicati da Tamer Insitute for Community Education, Ramallah. La terza parte della trilogia Hikayat sirr al-tayf (“La storia del segreto dello spettro”) è stata pubblicata nel n. 139 della rivista Majallat al-dirasat al-filastiniyya, estate 2024, pp. 68-88, ed è disponibile gratuitamente online al sito www.palestine-studies.org.

[3] Si tratta di un gruppo legato alla corrente islamica ismailita, dell’VIII o X secolo, il cui  insegnamento esoterico e la filosofia sono esposte in uno stile epistolario in un compendio di 52 epistole che hanno influenzato grandemente le successive enciclopedie del mondo islamico.

[4] In italiano sono disponibili le traduzioni di due romanzi: Bassem Khandaqji , Una maschera color  del cielo (trad. di B Teresi), edizioni e/o, Roma, 2024;  Nasser Abu Srour,. Il racconto di un muro (trad. di E. Bartuli). Feltrinelli, Milano, 2024. A fine 2025, entrambi gli scrittori sono stati liberati, in uno scambio di prigionieri con Israele.

[5] Walid Daqqa, Sahr al-wa’y (La fusione della coscienza), 2010, Al-Jazeera Center for Studies- Arab Scientific Publishers (Doha, Beirut), 2010.

[6] In al-Zaman al-muwazi ("Il tempo parallelo"), Daqqa introduce e sviluppa quel concetto, contrapposto al tempo sociale. Si veda l’intervista contenuta nella seconda appendice al libro,

[7] Nell'era del "coordinamento della sicurezza" il palestinese è diventato metaforicamente come un cane con una sola zanna, dopo che gli americani gli hanno spezzato le altre.

[8] Sura della Luce, v. 35. Traduzione mia.

Finisce il transito gratis a Hormuz: ecco l'accordo USA-Iran che cambierà i costi del commercio marittimo

 

Una svolta diplomatica destinata a ridisegnare gli equilibri geopolitici nel Golfo Persico. Fonti qualificate hanno rivelato modifiche cruciali e dell'ultimo minuto al testo definitivo dell'accordo tra Iran e Stati Uniti. Le nuove clausole inserite nel memorandum non solo riconoscono esplicitamente il ruolo di Teheran e di Muscat nella gestione dei servizi marittimi nello Stretto di Hormuz, ma sanciscono anche una concessione storica: per la prima volta, Washington accetta il diritto dell'Iran di riscuotere tasse sul transito navale in questa strategica via d'acqua.

Secondo quanto riferito dall'insider all'agenzia di stampa Fars News, i ritocchi finali al documento blindano la sovranità congiunta irano-omana sul corridoio marittimo. "Nelle battute finali del negoziato, il testo è stato modificato per porre un accento definitivo ed esplicito sull'esercizio della sovranità di Iran e Oman sullo Stretto", ha spiegato la fonte. Se nelle prime bozze si utilizzavano formule generiche per garantire l'autorità e le competenze tecniche di Teheran, la versione definitiva mette nero su bianco che la "futura amministrazione dei servizi marittimi nello Stretto di Hormuz" sarà "determinata" esclusivamente dai due Paesi del Golfo.

Il punto nodale dell'intesa risiede proprio nella dicitura "servizi marittimi". Con questa formula, gli Stati Uniti riconoscono di fatto il diritto di Teheran a imporre tariffe commerciali. La fonte ha poi svelato un dettaglio cronologico decisivo contenuto in un altro passaggio dell'accordo: il regime di esenzione totale dai pedaggi per le imbarcazioni durerà pochissimo.

"Questo principio viene ribadito in più punti del testo. L'Iran accetterà il passaggio gratuito delle navi per un massimo di soli 60 giorni. Ciò significa che gli Stati Uniti hanno capitolato sul principio della riscossione delle tasse, ottenendo in cambio solo una brevissima esenzione bipartita", ha sottolineato la fonte.

Scaduti i due mesi di grazia, la Repubblica Islamica darà il via al piano di monetizzazione del traffico mercantile che attraversa lo Stretto. Gli introiti — derivanti dall'erogazione di servizi legati alla sicurezza, alla navigazione, alla tutela ambientale e alle coperture assicurative — verranno interamente reindirizzati per finanziare lo sviluppo economico interno dell'Iran. Un progetto ambizioso che richiede necessariamente l'asse con l'Oman, co-detentore del controllo sulle acque di Hormuz; a questo proposito, la fonte ha concluso confermando che i canali diplomatici con Muscat sono già stati attivati con successo per garantire il pieno sostegno del Sultanato.

Pechino annuncia il fallimento della controffensiva statunitense

 

di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico

Nei media occidentali è  passata sotto silenzio la divulgazione di un fondamentale documento cinese. Si tratta di un report redatto dal CICIR - China Institutes of Contemporary International Relations (???????????) - l'istituto di ricerca del potente Ministero della Sicurezza di Stato cinese (MSS), in pratica una sorta di superministero che unisce sia i servizi esteri che quelli interni in un'unica entità, in pratica come se gli USA avessero la CIA e l'FBI unite sotto un'unica regia centralizzata.

Il titolo del documento è "La grande trasformazione globale e il percorso verso la coesistenza tra Stati Uniti e Cina” e già da questo si può desumerne l'importanza perchè il MSS cinese ha l'ambizione, già dal titolo, di inquadrare e descrivere i rapporti di forza intercorrenti tra le due superpotenze e come questi influenzeranno gli equilibri globali, che peraltro già dal titolo sono definiti come in “grande trasformazione” e dunque transizione dal momento unipolare post fine della Guerra Fredda, quando gli USA e l'Occidente ebbero l'egemonia assoluta sul mondo, ad una realtà sempre più attuale dove si delinea un diverso equilibrio di forze.

Da notare che la lente attraverso la quale il Ministero della Sicurezza di Stato cinese (MSS) inquadra questa fase storica dei rapporti internazionali è quello della “guerra prolungata” teorizzata da Mao Zedong nel testo scritto nel 1938 per descrivere la guerra con il Giappone. In questo opera, il padre della Cina Popolare teorizza tre diverse fasi nei conflitti di lunga durata: la prima, definita di “Difesa Strategica”, dove la parte più debole in conflitto assorbe l'assalto della parte più forte; la seconda, definita di “Stallo strategico”, quando l'equilibrio si sposta verso la stabilità tra le due parti in lotta e la terza parte che Mao definiva di “Controffensiva strategica” nella quale la parte precedentemente più debole – ribaltando i rapporti di forza originari – prende l'iniziativa e vince.

Da notare peraltro, che secondo Mao la fase di stallo è da considerare come il "perno dell'intera guerra"; perchè è il momento in cui la parte più debole "si trasforma da debole in forte". Si tratta – sempre secondo Mao – della fase più difficile e lunga, nella quale la parte più debole accumula silenziosamente la forza che alla fine si rivelerà decisiva.

L'utilizzo di questa visione di Mao per inquadrare i rapporti tra Cina e Russia non è peraltro ascrivibile per la prima volta al documento pubblicato dal Ministero della Sicurezza di Stato cinese (MSS); si tratta infatti di una visione ampiamente utilizzata negli scritti strategici cinesi; per esempio il CISS (Centro per la Sicurezza e la Strategia Internazionale) dell'Università di Tsinghua ha pubblicato nel 2022 un articolo, dello studioso Huang Renwei in cui si sostiene che  "la fase di stallo strategico tra Stati Uniti e Cina potrebbe durare fino a 30 anni".

Curiosamente, ma forse non troppo casualmente, è da notare come l'analista ed ex agente segreto russo Andrey Bezrukov ha dichiarato, all'ultimo Forum Economico di San Pietroburgo svoltosi appena una decina di giorni fa, che la Russia rimarrà in stato di guerra per i prossimi 20 o 30 anni, Inutile sottolineare che Russia e Cina sono alleati e che gli avversari con cui entrambi i paesi si confrontano sono gli USA e i suoi vassalli della NATO. Non pare azzardato dire, alla luce di queste dichiarazioni, che sia Mosca che Pechino vedono il confronto con gli occidentali come un percorso di lunghissima durata dove, appunto, conteranno le capacità di resilienza, il pensiero strategico e le capacità di innovare sul piano tecnologico.

Ciò che rende particolarmente importante il documento redatto dal  Ministero della Sicurezza di Stato cinese (MSS), al di là dei formalismi teorici, è che si afferma  che “la concorrenza USA-Cina è passata dallo stallo preliminare del primo mandato di Trump a una nuova fase di stallo globale”. Insomma, la valutazione dei servizi segreti cinesi è che la prima fase delineata da Mao – quella della difesa strategica – è da ritenersi definitivamente conclusa dopo anni di offensiva americana: la guerra commerciale del primo mandato di Trump, l'embargo tecnologico e la costruzione di alleanze di Biden (peraltro fase questa ancora in svolgimento durante il presente mandato di Trump) e i dazi del 145% annunziati dal Tycoon newyorkese nel 2025 dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, non hanno piegato la Cina Popolare che, anzi, ha assorbito gli assalti di Washington uscendo dalla fase di Difesa Strategica per arrivare alla fase di Stallo Strategico, ovvero quella fase nella quale i contendenti in conflitto si affrontano da pari.

Una visione questa che – di fatto – coincide con quella statunitense considerato che la Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti  definisce la relazione tra i due Paesi come "quasi pari" e lo stesso Trump definisce le relazioni diplomatiche tra Pechino e Washington con il termine "G2" per non dire poi del Segretario di Stato USA Rubio che ha dichiarato come i rapporti di forza tra le due superpotenze abbiano raggiunto il "punto di stabilità strategica". Inutile sottolineare come un simile sbocco – ormai accettato da entrambi i contendenti – è da ritenersi come un grande risultato per Pechino ed una grave sconfitta per Washington indipendentemente dal modo in cui si tenti di mascherarla.

 

Dunque, in definitiva, la notizia clamorosa è che gli analisti dei servizi segreti cinesi considerano la violenta aggressione agli interessi della Cina Popolare, posta in essere dagli USA con la finalità di reprimere l'ascesa del dragone nell'agone mondiale come definitivamente fallita.

Sempre secondo il MSS di Pechino, in questa seconda fase di Stallo Strategico dove i due contendenti hanno sono in sostanziale parità e ognuno può infliggere danni all'avversario ma non è in grado di piegarlo definitivamente, è necessario trovare uno standard di coesistenza per mitigare i rischi di un conflitto aperto e distruttivo per entrambi.  Gli analisti cinesi individuano sei diversi passaggi per raggiungere questo risultato che possiamo così riassumere:

  1. a) Un nuovo posizionamento per le relazioni tra Stati Uniti e Cina nel quale entrambe le parti devono chiarire all'altro le proprie linee rosse e, nel rispetto di queste, provino a cooperare;
  1. b) Raggiungere nuovi progressi tra Pechino e Washington sulla questione di Taiwan partendo dal presupposto che per la Cina la riunificazione delle due sponde dello Stretto di Taiwan è un’inevitabilità storica;
  1. c) USA e Cina devono mantenere aperti i canali di comunicazione è l' “infrastruttura” per la gestione di una relazione tra i due paesi deve essere ulteriormente arricchita con nuovi canali standardizzati e accessibili pariteticamente ad entrambe le parti;
  1. d) Ampliare le aree di cooperazione “pratica” che al di là delle dichiarazioni di facciata consentano ad entrambe le parti di avere benefici;
  1. e) Costruire un quadro di riferimento per la prevenzione dei rischi così da riuscire a mantenerli nell'alveo del gestibile e del prevedibile;
  1. f) Consolidare nuove basi di amicizia tra i popoli. Secondo il MSS il fondamento delle relazioni tra Stati Uniti e Cina risiede nei popoli e conseguentemente entrambi i paesi devono ampliare gli scambi e la cooperazione nell'istruzione nella cultura e nello sport, rimuovendo gli ostacoli pratici alla circolazione delle persone, come le restrizioni sui visti e sui voli, e creando piattaforme più istituzionalizzate per lo scambio tra i popoli.

Conclusioni

Per la verità questo framework elaborato dagli analisti del Ministero della Sicurezza di Stato cinese (MSS) con il quale si vorrebbe gestire la nuova fase di stallo strategico appare più che come un percorso praticamente perseguibile, come una agenda dei buoni propositi se non direttamente un libro dei sogni. La verità è che sia il riarmo giapponese, di Taiwan, delle Filippine e il partenariato strategico tra Malesya e USA annunciato l'anno scorso, oltre alle continue scaramucce legate alle contese territoriali tra questi paesi e la Cina, attestano inoppugnabilmente che l'orizzonte della guerra mondiale a pezzi si sta sempre di più spostando verso l'estremo oriente.

 

Il tempo dei buoni propositi è ancora lontano e le relazioni tra USA e Cina saranno misurate con il peso delle armi per altri anni ancora.

 

Il patto segreto nel Golfo: gli Emirati pagano miliardi all'Iran per salvare il Paese dai bombardamenti

 

Un clamoroso retroscena diplomatico e finanziario sta ridisegnando i rapporti di forza nel Golfo Persico. Gli Emirati Arabi Uniti hanno versato miliardi di dollari all'Iran per mettere in sicurezza il proprio territorio e scongiurare potenziali attacchi nemici. La rivelazione, diffusa dall'agenzia Reuters, evidenzia una radicale inversione di marcia per Abu Dhabi, che fino a poco tempo fa aveva mantenuto la linea più intransigente contro Teheran, spingendo persino la Casa Bianca a prolungare le operazioni militari contro la Repubblica Islamica.

Secondo fonti regionali, le finanze emiratine hanno già erogato 3 miliardi di dollari nelle casse di Teheran, ma la cifra complessiva dell'accordo potrebbe salire a 10 miliardi, con alcune proiezioni che ipotizzano un tetto finale di ben 20 miliardi di dollari.

Questo scenario certifica non solo il pragmatico cambio di rotta degli Emirati, ma anche la posizione di forza con cui l'Iran sta uscendo dalla recente crisi bellica.

Dalla linea dura ai canali segreti: il dietrofront di Abu Dhabi

Durante le fasi calde del conflitto, gli Emirati Arabi Uniti si erano schierati attivamente al fianco di Stati Uniti e Israele, partecipando a decine di raid aerei contro obiettivi iraniani. Non solo: Abu Dhabi aveva tentato di ostacolare la mediazione del Pakistan per la fine delle ostilità, arrivando a esigere da Islamabad l'immediato saldo dei debiti contratti come ritorsione per aver ospitato i colloqui di pace (costringendo l'Arabia Saudita a intervenire con un prestito d'emergenza a favore del governo pakistano).

In parallelo, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si era recato in visita ufficiale negli Emirati in pieno periodo di guerra. Un viaggio culminato, come rivelato da Middle East Eye (MEE), nella creazione di un fondo d'investimento congiunto per lo sviluppo e l'acquisto di armamenti avanzati.

Tuttavia, la diplomazia sotterranea ha rapidamente cambiato binario:

  • Incontri ad alto livello: La scorsa settimana, lo sceicco Tahnoun bin Zayed al-Nahyan (consigliere per la sicurezza nazionale emiratino e vice governatore di Abu Dhabi) ha ospitato nella sua residenza privata una delegazione dei Pasdaran (il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche), nonostante questi ufficiali siano colpiti da severe sanzioni statunitensi.

  • Missioni diplomatiche: Secondo Bloomberg, delegati emiratini hanno avviato colloqui diretti a Teheran nel corso della settimana per disinnescare la tensione ed evitare il coinvolgimento del Paese in una nuova ondata di raid.

La strategia della sicurezza: perché Abu Dhabi ha pagato

Mentre Stati minori o economicamente più fragili della regione – come Bahrein, Kuwait e Giordania – sono stati pesantemente colpiti dalle rappresaglie iraniane in risposta alle offensive americane, gli Emirati Arabi Uniti sono riusciti a rimanere indenni negli ultimi giorni, preservando la propria stabilità economica e un fragile cessate il fuoco.

"Il governo emiratino ha cercato una garanzia assoluta per blindare i propri confini e i propri asset strategici dalle piogge di missili" ha confermato una fonte diplomatica a MEE.

Non è ancora del tutto chiaro se i miliardi finora versati provengano dai fondi sovrani di Abu Dhabi o dallo sblocco di asset finanziari iraniani che gli Emirati avevano minacciato di congelare all'inizio della guerra (senza mai dare seguito pubblico all'ultimatum).

L'interdipendenza economica e il fattore Washington

Gli Emirati Arabi Uniti rappresentano da decenni il polmone finanziario e commerciale della Repubblica Islamica, un legame economico che ha sempre superato le storiche rivalità geopolitiche, alimentato anche dai massicci investimenti iraniani nel settore immobiliare di Dubai e Abu Dhabi.

Esfandyar Batmanghelidj, CEO della Fondazione Borsa e Bazar, ha commentato su X la valenza strategica di questa mossa:

"Bisogna ricordare che gli Emirati sono il partner commerciale più importante dell'Iran. 'Sbloccando' o trasferendo questi fondi, Abu Dhabi si assicura implicitamente che una fetta importante di quel denaro tornerà a essere spesa all'interno dell'economia emiratina, accelerando l'interdipendenza commerciale bilaterale."

L'accordo di fatto permette all'Iran di incassare i proventi richiesti per interrompere le ostilità, consentendo contemporaneamente all'amministrazione Trump di sostenere pubblicamente di non aver sborsato un solo dollaro dei contribuenti americani per il cessate il fuoco. Un ex funzionario dell'intelligence statunitense ha inoltre sottolineato a MEE come, data la pervasiva rete di monitoraggio americana nel Golfo, sia di fatto impossibile che Washington fosse all'oscuro dei summit segreti nella foresteria dello sceicco Tahnoun.

Lo scacchiere regionale verso la tregua

Questo travaso di liquidità si inserisce in un quadro temporale cruciale: Stati Uniti e Iran sono infatti in procinto di siglare un memorandum d'intesa di 60 giorni per avviare i negoziati ufficiali sulla gestione dello Stretto di Hormuz e sul programma nucleare.

Il pragmatismo emiratino non è isolato. Nei giorni scorsi, indiscrezioni del Washington Post avevano segnalato la temporanea chiusura della raffineria di Ras Laffan in Qatar, interpretata come un compromesso con Teheran per evitare attacchi alle infrastrutture energetiche (sebbene Doha abbia formalmente smentito ogni coordinamento diretto con il governo iraniano).

Sabotarono fabbrica dei droni usati da Israele a Gaza: stangata da oltre 20 anni di carcere per quattro attivisti nel Regno Unito

 

Il 12 giugno , quattro attivisti antigenocidi di Palestine Action sono stati condannati a pene detentive complessive di oltre 20 anni per aver sabotato un impianto israeliano per droni nel Regno Unito nel 2024.

Il giudice Jeremy Johnson ha affermato che un "fattore aggravante" nella sua decisione di incarcerare gli attivisti è stato il loro "legame con il terrorismo".

Nell'agosto del 2024, i quattro attivisti hanno fatto irruzione nel centro di ricerca e sviluppo di Elbit Systems a Filton, vicino a Bristol, causando danni per oltre 1 milione di sterline (1.342.000 dollari) nel tentativo di chiuderlo.

La struttura svolge attività di ricerca e sviluppo per droni quadricotteri tattici multirotore prodotti per le forze armate britanniche e la NATO. Elbit produce gli stessi droni in Israele per l'impiego a Gaza. 

Le truppe israeliane spesso utilizzano i droni per uccidere uomini, donne e bambini palestinesi con colpi diretti alla testa e al petto.

Elbit produce anche i droni Hermes per Israele, utilizzati per la sorveglianza e per condurre attacchi aerei contro i civili a Gaza e in Libano.

Durante l'irruzione nella struttura di Filton, gli attivisti hanno utilizzato un furgone penitenziario riadattato come ariete per sfondare i cancelli di sicurezza dell'edificio. 

Utilizzando mazze e piedi di porco, hanno distrutto spazi interni, computer e componenti di droni militari. Durante lo scontro, gli attivisti si sono scontrati con il personale di sicurezza del sito e con la polizia intervenuta per sedare l'irruzione.

Il giudice ha condannato Samuel Corner, 23 anni, a un totale di sette anni e otto mesi di reclusione per i due reati, affermando che si è reso protagonista di un comportamento "estremo e gratuito" colpendo un agente di polizia con una mazza.

Leona Kamio, 30 anni, e Charlotte Head, 30 anni, sono state condannate a cinque anni di reclusione, mentre Fatema Zainab Rajwani, 21 anni, è stata condannata a quattro anni e otto mesi. Dopo il rilascio, tutte e tre trascorreranno un altro anno in libertà vigilata.

La sentenza di venerdì è arrivata un mese dopo che tutti e quattro erano stati condannati per danneggiamento doloso presso la Woolwich Crown Court. Il gruppo era stato precedentemente assolto dall'accusa di furto con scasso aggravato.

Gli attivisti erano spinti dal genocidio in corso da parte di Israele contro i palestinesi a Gaza, che andava avanti da 10 mesi prima del loro raid e che ha causato almeno 72.600 morti palestinesi, secondo quanto riportato dal Ministero della Salute di Gaza.

Alcune stime indipendenti del numero delle vittime sono di gran lunga superiori.

In seguito, Palestine Action è stata messa al bando in base alla legge antiterrorismo del Regno Unito. Tuttavia, l'Alta Corte di Londra ha dichiarato illegittima la decisione. Il gruppo rimane fuorilegge in attesa dell'appello del governo, previsto per lunedì.

L'affermazione del giudice riguardo a un "collegamento terroristico" tra gli attivisti ha suscitato condanna e derisione da parte di gruppi per i diritti umani e sostenitori di alto profilo.

Un gruppo di 100 personalità pubbliche, tra cui la scrittrice Sally Rooney, l'attivista Greta Thunberg e l'attore Steve Coogan, ha firmato una lettera aperta a sostegno degli attivisti contro il genocidio.

"I danni dolosi non sono mai stati trattati come atti di terrorismo all'interno del sistema giudiziario del Regno Unito, ed è pericoloso considerarli la stessa cosa", ha affermato Kerry Moscogiuri, amministratore delegato di Amnesty International UK.

"È del tutto sproporzionato punire i manifestanti per danni arrecati a terzi come se fossero terroristi, una condanna che li segnerà per il resto della loro vita."

Mentre era in corso la lettura della sentenza, la polizia ha arrestato oltre 100 persone che si erano radunate all'esterno nell'ambito di una più ampia manifestazione a sostegno di Palestine Action e dei quattro attivisti incarcerati.

La Russia sfida le sanzioni: asse economico e tecnologico sempre più stretto con il Sud-Est asiatico

 

di Daniele Lanza

Grande occasione per la Federazione Russa, che è riuscita nell’intento di incrementare  gli scambi con i paesi ASEAN (Associazione delle nazioni del sud-est asiatico): al prima posto tra le priorità stabilite dal capo di stato russo il quale si è assunto la responsabilità di proporre un partenariato equo in in ogni sua parte. In pratica, nessuna traccia di neocolonialismo, espansione aggressiva di capitali, acquisizioni e sequestri di beni: massimo riguardo sulla natura equa di sviluppo del partenariato.

Il filippino Ferdinand Marcos alla guida dell’ ASEAN, sarà l'ospite d'onore del vertice di Kazan, cui gli osservatori di svariati altri paesi parteciperanno: grande è l’interesse per l’evento dal momento che Brunei, Vietnam, Indonesia, Cambogia, Laos, Malesia, Myanmar, Singapore, Tailandia, Filippine e Timor Est guardano all’Eurasia russa per opportunità di partenariato di lungo termine in settori come sicurezza, commercio, investimenti e altre forme di cooperazione. Il vertice Russia-ASEAN previsto per la prossima prossima settimana si prospetta pertanto molto ricco di attesa e riflessione per il futuro.

La Russia – occorre ricordare - è leader mondiale in materia di tecnologia nucleare tramite la società Rosatom che costruisce circa l'80% delle centrali nucleari su scala mondiale. Fattore nevralgico se si considera che negli ultimi anni si è registrata una domanda particolarmente elevata di tecnologie di questo genere si osserva tra le maggiori economie dell'ASEAN, ovvero Indonesia e Malesia. A tal proposito, di recente a margine del Forum sull’energia in Malesia, è stato creato un memorandum di cooperazione con il Centro energetico dell’ASEAN, dove ci si focalizza sul nucleare in quanto  motore della sicurezza nell’areaasiatica alla luce della crisi del Medio Oriente e dei problemi potenziali di carenza energetica che ne derivano.

In questo contesto i porti dell’estremo oriente russo al confine con Cina, Corea e Giappone risultano quindi essere un fondamentale hub logistico e di trasporto sicuro tanto per i paesi dell’organizzazione quanto – in generale - come corridoio di transito tra Europa e Asia. I flussi di risorse energetiche russe, ormai respinte dall'occidente vengono pertanto indirizzate a tutti quei paesi facenti parte ad organizzazioni che intrattengono relazioni con Mosca, come il SCO, il BRICS e per l’appunto l’ASEAN.

Da notare che il vertice di Kazan ha avviato anche la creazione di un’alleanza multilaterale tra Russia e paesi Asean nel campo dell’esplorazione dello spazio a scopi pacifici: la Roscosmos Corporation in primo luogo è pronta ad offrire le sue soluzioni tecnologiche per lo sviluppo di programmi spaziali nazionali a favore dei propri partner, inclusa la formazione dei cosmonauti e la produzione di satelliti per comunicazioni e telerilevamento. Oltre a questo, nell’ambito del Business Forum dedicato, verranno prese in considerazione opportunità di sviluppo nel campo della tecnologia dell’informazione e dell’intelligenza artificiale: piani per le tecnologie finanziarie e costruzione delle “città intelligenti” del 21° secolo (in tal senso vale la pena di ricordare cove Mosca risulti al secondo posto nella classifica mondiale di tali città in base a criteri di governance urbana, stile di vita, accessibilità ai trasporti, ambiente imprenditoriale innovativo e aree di sviluppo sostenibile, tra cui qualità dell’aria, parchi e risorse idriche, gestione dei rifiuti ed efficienza energetica).

Da ricordare ancora come l'odierno programma dell'ASEAN preveda lo sviluppo di progetti nel campo della cooperazione tecnico-difensiva: i paesi del sud-est asiatico costituiscono quasi il 50% del totale dell’export militare russo senza contare che le questioni di sicurezza nella regione indo-pacifica – che include gli stretti di Malacca e Taiwan – determinano la necessità di un ampio partenariato di difesa internazionale cui la partecipano gli stati SCO e BRICS. Infine la cooperazione sul piano culturale e turistico, della quale si nota lo sviluppo: Il flusso turistico tra sud-est asiatico e area russa nei primi 9 mesi del 2025 ha raggiunto i 2,5 milioni di persone, tornando quasi ai livelli pre-Covid, mentre la previsione per l'anno in corso è di oltre 3 milioni di turisti che viaggeranno dalla Russia verso i paesi dell'ASEAN (flusso che l'Europa ha perso ormai da tempo, per via di politiche sui visti sempre più restrittive).

PIL in crescita dello 0,5%, ma tra dazi USA e nodi PNRR il futuro economico italiano resta un'incognita

 

Le stime sono ormai unanimi: il Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano è dato in lievissima crescita almeno per il prossimo biennio, incluso il 2027. Tuttavia, alcuni istituti — come Banca d'Italia nelle sue proiezioni macroeconomiche di giugno 2026 — ritengono che i dati economici miglioreranno davvero solo nel 2028. Questo scenario resta comunque subordinato all'assenza di nuove crisi energetiche o conflitti bellici, fattori da cui dipende strettamente l'andamento della nostra economia.

Le statistiche attuali parlano di un aumento del PIL fermo a mezzo punto percentuale. Si tratta di un'analisi in cui ci siamo imbattuti più volte in questi anni: a frenarci sono l’indebolimento della domanda interna, il rincaro dell’energia, l'impennata dell'inflazione e prezzi al consumo cresciuti oltre le previsioni. Secondo gli economisti, infatti, la stabilità dei prezzi, delle materie prime e delle fonti energetiche resta la condizione ottimale per qualsiasi crescita economica.

A essere rigorosi talvolta ci si guadagna: uno sguardo più severo verso i ritardi e le contraddizioni del sistema Italia non guasterebbe, specie in una fase in cui l'inflazione sale a causa dei venti di guerra. Parliamo comunque di ipotesi provvisorie, destinate a essere riviste alla luce dei periodici bollettini congiunturali.

Volendo essere ottimisti (o provocatori) sulla base dei dati Istat, potremmo persino ipotizzare uno 0,1% in più di crescita. Restano, in ogni caso, decimali poco incoraggianti. La nostra economia fluttua in un clima di profonda incertezza, stretta tra le tensioni internazionali, i costi delle materie prime e un costo del denaro più alto del previsto, che continua a penalizzare sia le imprese sia le famiglie.

Cosa spinga Banca d'Italia (e non solo) a indicare il 2028 come l'anno della grande ripresa sfugge alla nostra comprensione. Soprattutto se si considerano i cronici ritardi italiani sul fronte delle energie rinnovabili — acuiti da un Governo tentato dal nucleare — e i progetti del PNRR che continuano a incontrare troppi ostacoli. Il nostro tessuto produttivo saprà davvero adeguarsi alla transizione digitale ed energetica nei tempi e nei modi previsti?

Dalla risposta a questa domanda dipendono i dati economici futuri, compresi quelli del 2028. Il quadro attuale d'altronde parla chiaro: l'andamento delle esportazioni non è esaltante, pesano le politiche dei dazi imposte dall'alleato statunitense e si avverte la crisi di quei pochi settori in cui il Made in Italy eccelle ancora. Se le importazioni — specialmente di materie prime e prodotti ad alta tecnologia — dovessero aumentare, non solo la domanda interna si indebolirebbe ulteriormente, ma si aggraverebbe la nostra dipendenza dall'estero. Senza contare i dati sull'occupazione, la cui espansione nel prossimo triennio è tutt'altro che scontata.

Non c'è molto da essere ottimisti. Forse l'analisi dei numeri dovrebbe essere accompagnata da quelle valutazioni ampie ed esaustive che un tempo i centri studi erano in grado di offrire. Viene da chiedersi: la crisi italiana non sarà mica segnata anche dalla decadenza dei suoi stessi centri studi?

Accordo USA-Iran dopo 100 Giorni di Guerra. Cosa Sappiamo?

 

L’Iran e gli Stati Uniti hanno siglato un'intesa cruciale per la sottoscrizione di un memorandum d’intesa, ponendo fine a un conflitto devastante che si protraeva da oltre cento giorni. Secondo le prime dichiarazioni rilasciate da Teheran, l'accordo estende i suoi effetti anche al Libano, teatro dal 2 marzo scorso di una violenta campagna di bombardamenti da parte delle forze israeliane.

Il compromesso, frutto della mediazione diplomatica condotta da Pakistan e Qatar, riceverà il sigillo dell'ufficialità venerdì prossimo a Ginevra, in Svizzera.

L’impatto sui mercati e sulla sicurezza globale è immediato. Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato la riapertura a tutti i mercantili dello Stretto di Hormuz – nevralgico snodo energetico finora di fatto bloccato dall'Iran – a partire da venerdì. Parallelamente, Teheran ha comunicato l'immediata revoca dell'assedio navale statunitense sui propri scali portuali. Le ostilità erano divampate il 28 febbraio scorso a seguito di raid condotti da Stati Uniti e Israele contro il territorio iraniano, nel pieno delle trattative sul dossier nucleare, innescando una severa crisi energetica su scala mondiale.

Di seguito, la mappatura completa dell'intesa e le reazioni dei principali attori geopolitici.

Le dichiarazioni ufficiali di Washington e Teheran

Il segretariato del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ha confermato la cessazione immediata delle attività belliche su ogni teatro operativo:

"In virtù delle intese raggiunte, i combattimenti e le manovre militari su tutti i fronti, Libano incluso, si fermano in modo definitivo e immediato a partire da questa notte. Contestualmente, decade il blocco navale ai danni dell'Iran."

La nota precisa che la firma formale del Memorandum d'intesa (MOU) avverrà venerdì 19 giugno, specificando che "i negoziati per un trattato definitivo saranno congelati fino a quando la controparte non avrà adempiuto pienamente agli obblighi preliminari".

Sul fronte americano, il presidente Donald Trump ha affidato a un post sulla propria piattaforma Truth Social il suo commento trionfale, focalizzandosi sulla distensione economica:

“L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è concluso. Congratulazioni a tutti! Autorizzo la libera navigazione e l’apertura dello Stretto di Hormuz e, simultaneamente, la rimozione del blocco navale statunitense. Navi di tutto il mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!”

A fargli eco, il vicepresidente JD Vance ha parlato ai microfoni di Fox News descrivendo l'inizio di una "nuova era" per la regione, ascrivendo il successo alla strategia diplomatica di Trump con le monarchie del Golfo. Vance ha comunque ribadito la linea rossa di Washington: "Possiamo affermare con assoluta certezza che l'Iran non disporrà mai di un arsenale nucleare".

A Teheran, il viceministro degli Esteri per gli affari legali e internazionali, Kazem Gharibabadi, ha spiegato all'agenzia Tasnim che la transizione verso l'accordo definitivo richiederà un percorso di 60 giorni. Questo lasso di tempo servirà all'Iran per verificare il reale adempimento degli impegni statunitensi: lo stop alle ostilità, lo sblocco dei beni finanziari iraniani congelati e la fine delle restrizioni marittime.

La genesi diplomatica: chi ha sbloccato lo stallo?

Il primo annuncio ufficiale della distensione è giunto domenica tramite la piattaforma X da parte del premier pakistano Shehbaz Sharif, il quale ha coordinato i colloqui indiretti tra le diplomazie di Washington e Teheran. Sharif ha confermato la formula del "cessate il fuoco definitivo su tutti i fronti", Libano compreso.

Anche il ministero degli Affari Esteri del Qatar ha espresso profonda soddisfazione, definendo lo sblocco dello Stretto di Hormuz un pilastro fondamentale per la stabilità e la ripresa economica globale. Il primo ministro qatariota, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha espresso gratitudine a Islamabad e ai partner regionali. Tra questi, il premier pakistano ha rivolto un ringraziamento speciale ai leader di Arabia Saudita e Turchia per il loro rilevante contributo strategico dietro le quinte.

Nel frattempo, un segnale simbolico è arrivato dall'ambasciata iraniana in Turchia, che ha pubblicato su X la foto della bandiera nazionale issata su un promontorio dello Stretto di Hormuz, accompagnata dalla didascalia: "Benvenuti nella nuova era del Medio Oriente".

I dettagli dell'intesa: cosa prevede la bozza

Secondo i dettagli trapelati tramite l'agenzia di stampa iraniana Mehr, il testo preliminare si articola in 14 punti chiave. Le clausole principali includono:

  • Cessazione immediata e permanente dei combattimenti (inclusi i fronti libanesi).

  • Revoca totale del blocco navale entro un termine massimo di 30 giorni.

  • Ritiro progressivo delle forze militari statunitensi dislocate nelle aree limitrofe ai confini iraniani.

  • Sospensione delle sanzioni sull'esportazione di greggio iraniano.

  • Sblocco di 24 miliardi di dollari di asset finanziari iraniani congelati all'estero (metà dei quali dovrà essere svincolata come prerequisito prima dell'avvio dei tavoli tecnici).

  • Finestra di 60 giorni per negoziare i dettagli definitivi sul dossier nucleare.

Fonti diplomatiche sottolineano inoltre un cruciale compromesso politico: i capitoli relativi al programma missilistico di Teheran e al supporto iraniano ai network di resistenza regionali sono stati completamente espunti dall'agenda dei negoziati per facilitare il consenso. Al momento, i network internazionali (tra cui Al Jazeera) specificano di non aver ancora verificato in modo indipendente l'interezza dei 14 punti diffusi dai media iraniani.

Cosa succederà adesso?

La macchina diplomatica è già operativa. Nel corso di questa settimana sono calendarizzati diversi tavoli tecnici bilaterali per definire i dettagli applicativi del memorandum. La data chiave da monitorare è venerdì 19 giugno, quando le delegazioni ufficiali si riuniranno a Ginevra per la formale cerimonia di firma, dando ufficialmente il via ai 60 giorni di verifica e transizione verso la pace definitiva.

È ora che il G7 si svegli dalla sua «illusione di leadership» | Editoriale del Global Times

 

 

Editoriale del Global Times - 15 giugno 2026*

 

Il vertice del Gruppo dei Sette (G7) si terrà dal 15 al 17 giugno a Évian-les-Bains, ai piedi delle Alpi francesi, nota anche come la città di Évian. Ancor prima della sua apertura, il vertice ha già suscitato una valanga di polemiche e critiche, rivelando profonde divisioni e un innegabile declino all’interno del blocco occidentale. Anche tra i cittadini dei paesi del G7, il G7 viene spesso descritto come un club di nazioni ricche “ipocrita”, ‘egoista’ e “distaccato dal mondo”. Sullo sfondo di profondi cambiamenti nel panorama globale e della tendenza accelerata verso la multipolarità, il G7 ha sempre più messo in luce i suoi problemi cronici di posizionamento errato, distorsione cognitiva ed erosione funzionale.

I paesi del G7 stanno affrontando una crescita economica stagnante, livelli di debito in aumento, una competitività industriale in calo, una frammentazione sociale sempre più profonda e pressioni crescenti dovute all’invecchiamento della popolazione. Curare la “malattia del G7” richiederebbe un rimedio potente. Tuttavia, persistono attriti tra i suoi Stati membri, con la fiducia nei confronti degli Stati Uniti tra i paesi europei che scende a un minimo storico. Di conseguenza, gli stessi membri del G7 faticano a raggiungere un consenso condiviso, figuriamoci a prescrivere rimedi adeguati.

Si prevede che il vertice di quest’anno non solo fallirà, per il secondo anno consecutivo, nel rilasciare un comunicato congiunto, ma diventerà anche uno dei vertici con il “minimo comune denominatore” della sua storia.

In un momento in cui sia la loro forza che la loro coesione sono in declino, il G7 non solo non riflette sulle proprie carenze, ma cerca invece di prescrivere rimedi agli altri. Secondo quanto riportato dai media europei, il vertice ha già informalmente stabilito di “dare la colpa alla Cina” come minimo comune denominatore, inserendo al contempo nell’agenda questioni quali i cosiddetti squilibri commerciali, la ‘sovraccapacità’, le alleanze sui minerali critici e la “riduzione dei rischi”.

Senza dubbio, affrontare le sfide che il mondo si trova ad affrontare oggi – che si tratti della ristrutturazione delle catene industriali, della sicurezza energetica o della stabilità finanziaria globale e della governance climatica – non può avvenire senza la partecipazione della Cina e degli altri paesi del Sud del mondo. Pertanto, la piattaforma di discussione non dovrebbe essere una ristretta cerchia dominata da una manciata di paesi sviluppati, ma piuttosto un meccanismo di cooperazione multilaterale più equo e rappresentativo.

Dall’inizio di questo secolo, il panorama globale ha subito cambiamenti storici irreversibili. La Cina è rimasta la seconda economia mondiale ed è da tempo un motore della crescita economica globale. Potenze emergenti come India, Brasile e Indonesia sono cresciute rapidamente, e l’ascesa collettiva delle economie emergenti rappresentate dai paesi BRICS ha fondamentalmente infranto il vecchio ordine del dominio occidentale sul mondo.

Oggi, i paesi del Sud del mondo, con le loro vaste popolazioni, i mercati in espansione e il forte potenziale di sviluppo, sono diventati una forza portante nella promozione della crescita globale. In questo contesto, un gruppo che rappresenta meno del 10% della popolazione mondiale e la cui quota del PIL globale continua a diminuire cerca ancora di posizionarsi come “leader mondiale”, tentando persino di presentare i propri interessi come “regole internazionali”. Questo è ovviamente difficile da adattare alle esigenze attuali.

Da un lato, il G7 ha una “illusione di leadership”; dall'altro, il gruppo sta affrontando un senso di ansia e impotenza sempre più profondo. Sotto la doppia pressione di entrambi, il G7 ha scelto di scaricare la colpa sulla Cina per sviare le tensioni interne, sottrarsi alle proprie responsabilità e radunare gli alleati in cricche esclusive.

Ogni membro nutre la propria agenda: alcuni cercano di monopolizzare il discorso sugli affari internazionali, mentre altri mirano a trarre vantaggi geopolitici in acque agitate.

In realtà, molti dei problemi del G7 derivano dalla sua percezione errata della Cina e dalle sue politiche nei suoi confronti. È come essere malati e prescrivere medicine agli altri: il risultato è prevedibile. Le sfide globali che il mondo deve affrontare oggi hanno da tempo superato la capacità di qualsiasi singolo blocco o “meccanismo a cerchio ristretto”. La Cina ha già offerto la sua ricetta per affrontare le carenze in materia di pace, sviluppo, sicurezza e governance: promuovere un mondo multipolare equo e ordinato e una globalizzazione economica inclusiva e universalmente vantaggiosa.

Speriamo che il G7 possa risvegliarsi dalla sua “illusione di leadership” – abbracciando una maggiore apertura e inclusività invece dell’isolamento autoimposto; perseguendo una cooperazione più vantaggiosa per tutti piuttosto che una rivalità a somma zero; e rafforzando la collaborazione multilaterale invece di ricorrere al dominio unilaterale – in modo da svolgere un ruolo costruttivo nella salvaguardia della pace e nella promozione dello sviluppo. Detto questo, siamo anche consapevoli che svegliare qualcuno che finge di dormire non è un compito facile.

 

* Fonte originale: https://www.globaltimes.cn/page/202606/1363540.shtml

(traduzione de l'AntiDiplomatico)

Lo “spirito di Shanghai” continua a risuonare dopo 25 anni

 

Il 15 giugno 2001, i leader di Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan si sono riuniti a Shanghai per annunciare la fondazione di una nuova organizzazione regionale nell'area eurasiatica. Lo scrive oggi ZHAO JIA sul China Daily.

Un quarto di secolo dopo, l'Organizzazione di Cooperazione di Shanghai — l'unica organizzazione internazionale che prende il nome da una città cinese — è cresciuta ben oltre il suo iniziale focus sulla sicurezza, diventando la più grande organizzazione regionale del mondo. Oggi, la SCO conta 10 Stati membri, due Stati osservatori e 15 partner di dialogo, riunendo paesi che rappresentano quasi la metà della popolazione mondiale e circa un quarto dell’economia globale.

Descrivendo la SCO come una “grande famiglia”, il presidente Xi Jinping ha sempre attribuito grande importanza allo sviluppo dell’organizzazione. Ha partecipato a ogni vertice della SCO da quando è entrato in carica, condividendo visioni, proponendo iniziative chiave e promuovendo sforzi congiunti per portare avanti lo Spirito di Shanghai. «Una causa giusta trova grande sostegno, e un viaggio con molti compagni arriva lontano», ha detto Xi, citando un antico proverbio cinese, al vertice della SCO del 2023, sottolineando che lo sviluppo dell’organizzazione è in linea con la tendenza dei tempi e va nella direzione del progresso umano.

Lo Spirito di Shanghai, prosegue il China Daily, caratterizzato da fiducia reciproca, vantaggio reciproco, uguaglianza, consultazione, rispetto per le diverse civiltà e ricerca dello sviluppo comune, è rimasto al centro delle osservazioni di Xi sulla SCO.

“Lo Spirito di Shanghai, superando concetti obsoleti come lo scontro di civiltà, la Guerra Fredda e la mentalità a somma zero, ha aperto una nuova pagina nella storia delle relazioni internazionali e ha ottenuto un crescente sostegno da parte della comunità internazionale”, ha affermato Xi.

Yermek Kosherbayev, ministro degli Esteri del Kazakistan, ha affermato in un articolo firmato in occasione del 25° anniversario della SCO che “la risorsa più grande dell'organizzazione rimane il suo approccio costruttivo e pragmatico alla cooperazione, fondato sui principi universali di uguaglianza e reciproco vantaggio, senza il predominio di alcuna ideologia”.

Questo approccio, noto come Spirito di Shanghai, ha dimostrato la resilienza, l'efficacia e il valore duraturo dei meccanismi multilaterali sviluppati nell'ambito della SCO, ha affermato.

Yang Jin, ricercatore associato presso l’Accademia cinese delle scienze sociali, ha affermato che lo Spirito di Shanghai non è uno slogan astratto, ma un insieme di principi collaudati nella pratica della SCO. In un momento in cui persistono l’unilateralismo e il pensiero egemonico, la fiducia politica tra i paesi della SCO ha fornito una base importante per la cooperazione a lungo termine dell’organizzazione, ha affermato.

L’SCO è stata inizialmente istituita per affrontare sfide comuni in materia di sicurezza. Nel corso del tempo, è rimasta salda nel suo impegno a promuovere un ambiente pacifico e stabile che sostenga lo sviluppo di tutti i suoi Stati membri.

Xi ha sempre sottolineato la necessità di rafforzare il collegamento tra la cooperazione di alta qualità nell’ambito della Belt and Road e le strategie di sviluppo dei paesi dell’SCO e le iniziative di cooperazione regionale, nonché gli sforzi per facilitare il commercio e gli investimenti e mantenere stabili e fluide le catene industriali e di approvvigionamento.

Tale cooperazione ha prodotto risultati tangibili. I dati ufficiali hanno mostrato che la Cina ha raggiunto, in anticipo rispetto al previsto, l’obiettivo di portare il proprio commercio cumulativo con gli altri paesi della SCO a oltre 2,3 trilioni di dollari, mentre sono stati messi in funzione quasi 14.000 chilometri di rotte di trasporto terrestre internazionali tra gli Stati membri.

Al di là della cooperazione regionale, il ruolo della SCO si è esteso anche alla governance globale.

In occasione della riunione “SCO Plus” tenutasi a Tianjin lo scorso anno, Xi ha affermato che la SCO, guidata dallo Spirito di Shanghai, è diventata sempre più un catalizzatore per lo sviluppo e la riforma del sistema di governance globale.

Durante la riunione ha presentato l’Iniziativa sulla governance globale, invitando l’organizzazione a dare l’esempio nella sua attuazione, a contribuire con la forza della SCO alla pace e alla stabilità mondiali e a dimostrare la responsabilità della SCO nel promuovere l’apertura e la cooperazione globali.

La crescente influenza dell'organizzazione ha attirato l'attenzione anche al di fuori della regione. Un rapporto pubblicato a marzo dall'ISEAS-Yusof Ishak Institute di Singapore ha affermato che il vertice di Tianjin ha segnato un rafforzamento delle relazioni tra il Sud-Est asiatico e la SCO, con alcuni paesi della regione che considerano l'organizzazione come una rete economica utile in un contesto di turbolenze geopolitiche.

Il segretario generale della SCO Nurlan Yermekbayev è stato citato dai media kazaki mentre affermava che altri 20 paesi hanno espresso interesse a cooperare con l'organizzazione, un altro segno del suo crescente appeal.

Wang Wen, decano del Chongyang Institute for Financial Studies presso l'Università Renmin della Cina, ha affermato che il ruolo della Cina nella SCO riflette il suo approccio più ampio alla governance globale: sostenere la riforma del sistema internazionale attraverso il dialogo e aiutare la SCO a fungere da piattaforma basata sul consenso che dia ai paesi, specialmente a quelli di piccole e medie dimensioni, più spazio per la cooperazione senza costringerli a schierarsi.

FONTE: https://www.chinadaily.com.cn/a/202606/15/WS6a2f319ba310986e2b45fd81.html

Il futuro del gasdotto russo "Power of Siberia 2"

 

di Marinella Mondaini per l'AntiDiplomatico

 

Gli accordi tra Russia e Cina per la realizzazione del nuovo gasdotto russo "Power of Siberia 2" (Forza della Siberia 2") sono in fase finale. Si tratta del gasdotto principale precedentemente noto come progetto «Altaj», destinato all'esportazione di gas naturale russo dalla Siberia occidentale alla Cina. L'obiettivo principale del gasdotto "Power of Siberia 2" è quello di reindirizzare verso l'Asia i volumi di gas che in precedenza venivano forniti all'Europa. Va detto che la Russia fornisce già il gas alla Cina attraverso il gasdotto “Power of Siberia-1, in base a un contratto trentennale. Le consegne sono iniziate nel 2019. Ora si prevede che un secondo corridoio, la Rotta dell'Estremo Oriente, sarà presto operativo. Gazprom e CNPC sono impegnate in trattative avanzate al riguardo. Secondo l'agenzia di stampa TASS, Gazprom ha raggiunto un accordo con la China National Petroleum Corporation (CNPC) per aumentare le forniture complessive di gas attraverso queste due rotte. Il progetto "Power of Siberia 2" permetterebbe a Pechino di tutelarsi dall'instabilità in Medio Oriente e dalle tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti, attualmente il maggiore esportatore mondiale di GNL. L'avvio del gasdotto "Power of Siberia 2" consentirà alla Russia di raddoppiare quasi le sue esportazioni di gas verso la Cina. A differenza del primo Power of Siberia, che riceveva gas dai giacimenti della Siberia orientale, il nuovo gasdotto collegherà la Cina con i giacimenti della penisola di Yamal nella Siberia occidentale. Si tratta degli stessi giacimenti che in precedenza rifornivano l'Europa. Gazprom ha già chiarito che il combustibile fornito tramite il gasdotto “Power of Siberia 2 sarà più economico per la Cina rispetto al gas russo precedentemente spedito in Europa.

Alexej Miller, presidente del consiglio di amministrazione di Gazprom , ha definito questo progetto "il più grande, esteso e impegnativo progetto nel settore del gas al mondo". Il futuro gasdotto “Power of Siberia-2” si estenderà per oltre 4.000 chilometri. Inizierà a nord del Circolo Polare Artico e terminerà vicino alle megalopoli della costa orientale cinese. In Russia, il gasdotto si snoderà per 2.600 chilometri attraverso le foreste siberiane, per poi attraversare quasi 1.000 chilometri attraverso le steppe della Mongolia. Il gasdotto trasporterà gas dai giacimenti della Siberia occidentale attraverso la Mongolia fino alla Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang in Cina e poi a Shanghai. Gazprom e la cinese CNPC hanno firmato un memorandum d'intesa giuridicamente vincolante sulla costruzione del gasdotto stesso e del gasdotto di transito Soyuz Vostok, lungo circa 950 chilometri, attraverso la Mongolia, nel settembre 2025, a seguito di colloqui tra i leader di Russia, Cina e Mongolia a Pechino. A pieno regime, il gasdotto “Power of Siberia-2” sarà in grado di pompare fino a 50 miliardi di metri cubi di gas all'anno. Questa quantità è paragonabile alla capacità del gasdotto Nord Stream 1, attualmente in disuso, che corre lungo il fondale del Mar Baltico dalla Russia alla Germania.

Per fare un confronto, rappresenta circa un terzo di tutte le esportazioni di gas russo verso l'Europa prima del conflitto in Ucraina. A maggio, il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha annunciato che Mosca e Pechino avevano raggiunto un accordo su questioni chiave riguardanti il tracciato e la costruzione del gasdotto “Power of Siberia 2”, sebbene non fosse ancora stata definita la tempistica precisa per la sua realizzazione. In seguito alla visita del presidente russo Vladimir Putin in Cina, il Cremlino ha confermato che le parti avevano raggiunto un'intesa su molti dettagli fondamentali del progetto. Boris Titov, presidente della sezione russa del Comitato russo-cinese per l'amicizia, la pace e lo sviluppo e rappresentante presidenziale speciale per le relazioni con le organizzazioni internazionali ai fini del raggiungimento degli obiettivi di uno sviluppo stabile, ha dichiarato che «la stampa ha scritto molto su “Power of Siberia 2”, che non è ancora stato firmato. Ma posso dirvi, anche se non mi occupo direttamente della questione, ciò che so in qualità di copresidente del Comitato di amicizia russo-cinese: il problema risiede nelle difficoltà tecniche. Non è una questione di prezzo, come hanno scritto molti media, secondo cui non riusciamo a concordare il prezzo. Non è questo il punto. Il problema è più di natura logistica. Si tratta di prendere la decisione giusta sul tracciato di questo gasdotto". Secondo Titov, come riporta la TASS, in questo caso due aspetti sono strettamente correlati: occorre scegliere l'opzione ottimale sia in termini di costi di costruzione sia dal punto di vista della sicurezza e dell'affidabilità del percorso. «Per questo motivo la questione è oggetto di discussione e nessuno ha mostrato particolare fretta durante l'incontro tenutosi a Pechino. Si tratta di un aspetto operativo che verrà risolto a breve, ma nessuno ha fretta”. https://tass.ru/ekonomika/27750175

Il progetto “Power of Siberia 2” non solo rafforzerà l'alleanza economica tra Russia e Cina, che si sono avvicinate a seguito delle sanzioni occidentali contro la Russia, ma potrebbe anche ridisegnare radicalmente la mappa dei flussi globali di gas per i prossimi dieci anni, secondo quanto riportato da Bloomberg. La posizione della Russia come fornitore di gas è destinata a rafforzarsi sempre di più, ha dichiarato a @SputnikLive il vice direttore dell’Istituto nazionale per l’energia della Federazione Russa, Alexander Frolov. «Il gas è una fonte energetica comoda e accessibile. Le fonti rinnovabili presentano molte sfumature: per la produzione solare c’è l’ora del giorno, per quella eolica la presenza stessa del vento e così via. Le centrali nucleari e a carbone non consentono di modificare in modo produttivo i volumi di produzione in tempi brevi. Il gas, invece, offre la possibilità di gestire in modo estremamente efficiente la distribuzione irregolare dell'energia, ad esempio su base giornaliera". Il combustibile blu è necessario e la sua domanda è in crescita, osserva Frolov. “L'Europa rifiuta il gas russo, che ci riesca o meno è un'altra questione.

Ma il mondo non gira attorno all'Europa. La Cina ha ampliato i contratti con Gazprom sia per il ”Power of Siberia“ che per un gasdotto non ancora costruito. Che cos'è questo, se non un indicatore della domanda reale?” (https://t.me/sputniklive/113717) Alcuni in Europa non nascondono preoccupazione per la scelta di aver rifiutato il gas russo, scelta guidata dalla più ottusa russofobia. Peter Magyar ha affermato che l'Europa ricomincerà ad acquistare gas dalla Russia non appena la guerra in Ucraina sarà finita. Intanto acquistano gas dagli americani a prezzo, come minimo triplicato, rispetto a quello russo - di cui godevano prima. E continuano ad affossare le proprie economie con le loro politiche miopi e antipopolari. 

"Pride in genocide": no al Pinkwashing di Israele

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

Da decenni Israele vende al mondo un’immagine di sé che è falsa. Lo Stato che occupa, espropria e oggi stermina un popolo si è presentato come un avamposto di civiltà: liberale, tollerante, moderno. Non è un’operazione recente: nasce con lo Stato stesso. Fin dalla sua fondazione in Palestina, come progetto di colonialismo di insediamento di stampo occidentale, la narrazione dominante è stata quella di pionieri che costruivano un paese nel deserto e lo rendevano un giardino, mentre la Palestina era già una nazione prospera e sviluppata sul piano politico, economico e culturale. La storia reale è stata soppressa, nascosta e poi riscritta per fabbricare una narrazione falsa.

L’affermazione secondo cui i coloni sionisti avrebbero “fatto fiorire il deserto” è uno dei cliché israeliani più riconoscibili, forse secondo solo allo slogan “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Secondo questo mito, la Palestina era una distesa desolata e trascurata, redenta solo dall’ingegno dei coloni. È un topos coloniale e orientalista: le terre non europee dipinte come vuote e abbandonate, che solo i “civilizzatori” bianchi sarebbero capaci di trasformare in un paradiso fertile. Lo stesso stereotipo ha alimentato per secoli il colonialismo europeo, legittimando la “scoperta” di terre presunte vuote e la violenza contro i popoli indigeni e le loro terre. Eppure basta uno sguardo alla geografia per smentirlo: gran parte della Palestina faceva parte di quella che è conosciuta come la Mezzaluna Fertile.

Il pinkwashing è l’ultima versione di questa stessa operazione. Tra le strategie più utili a Israele negli ultimi decenni vi è stata quella di spacciarsi per un paese moderno e simil-occidentale, e i diritti gay sono diventati lo strumento per farlo: Israele come unico rifugio dei diritti LGBTQ+ e della società aperta in Medio Oriente. Quell’immagine non è mai stata innocente, neutrale o oggettiva. Né vera. È sempre stata un’arma, costruita sui più vecchi stereotipi orientalisti, che dipinge gli israeliani come occidentali illuminati e gli arabi e i musulmani come arretrati, violenti e irrimediabilmente intolleranti. Ha alimentato l’islamofobia per disegno politico e fabbricato uno scontro di civiltà che non è mai esistito, cosicché ogni critica ai crimini israeliani potesse essere ribaltata in un attacco alla civiltà stessa, e ogni gesto di solidarietà con i palestinesi in un tradimento del progresso. È questa la trappola in cui la questione del Pride e della Palestina è stata deliberatamente collocata: una contraddizione fabbricata, in cui si dovrebbe scegliere tra i diritti LGBTQ+ e un popolo sotto occupazione. Le organizzazioni queer palestinesi rifiutano da anni questa impostazione, sostenendo che la scelta sia falsa dalle fondamenta: la liberazione queer e quella palestinese sono inseparabili, procedono mano nella mano. Un paese non può mostrarsi faro di progresso mentre viola i diritti di un popolo che esso stesso occupa, opprime e massacra.

Due organizzazioni palestinesi, Aswat e Al-Qaws, sono state centrali nello sviluppo e nell’avanzamento della comprensione della politica del pinkwashing: una critica ben concepita e strutturata, elaborata sia a livello locale che globale, nelle strade come nei forum internazionali, fino a diventare un linguaggio adottato dalle realtà queer di tutto il mondo. Questa critica non è nata all’esterno della politica queer ma al suo interno, da attivisti e attiviste che hanno rifiutato la scelta artificiale tra la propria identità e il proprio popolo. Ed è una critica che, occorre dirlo con chiarezza, non ha nulla a che vedere con i diritti LGBTQ+ in quanto tali. Ciò che le organizzazioni queer palestinesi denunciano quando parlano di pinkwashing non è l’esistenza di quei diritti, né il loro valore, ma il modo in cui vengono strumentalizzati: branditi da Israele per apparire ciò che non è, una società libera, aperta e civile, e per occultare la realtà di un popolo a cui ogni diritto viene negato. La contraddizione è proprio questa: uno Stato che si proclama paladino dei diritti di alcuni mentre occupa, opprime e massacra un intero popolo. La critica non è dunque affatto rivolta contro i diritti LGBTQ+, ma contro l’uso dei diritti LGBTQ+ come alibi politico per la violenza di Stato: contro l’uso di alcuni diritti come bandiera per coprire la negazione di tutti i diritti di un altro popolo.

Come spiega Ghadir Shafie, cofondatrice di Aswat, il Centro Femminista Palestinese per le Libertà Sessuali e di Genere: “La liberazione queer e la liberazione palestinese non sono lotte parallele che procedono l’una accanto all’altra, ma la stessa lotta: inseparabile, indivisibile e impossibile da mettere in sequenza”.

Shafie descrive la condizione concreta da cui questa critica è nata: “Le persone queer e LGBTQIA+ palestinesi sono tra le minoranze emarginate più discriminate al mondo, e affrontano molteplici livelli di oppressione: come palestinesi che vivono sotto l’apartheid israeliano, il colonialismo di insediamento e l’occupazione; come donne e persone trans che vivono in società sessiste, violente, militariste e patriarcali; e come queer nel contesto del pinkwashing e dell’omofobia”.

Questa distinzione è essenziale. Il dibattito non riguarda il fatto che le minoranze sessuali e di genere meritino diritti, riconoscimento e protezione. Riguarda piuttosto la possibilità che tali diritti vengano mobilitati e sfruttati per prevenire e ostacolare una legittima critica di uno Stato in ambiti diversi, più ampi e molto più gravi. In altre parole, la controversia riguarda la legittimità, la fondatezza stessa di questa immagine. È una contraddizione insostenibile rappresentare due cose opposte allo stesso tempo: i diritti LGBTQ+ per gli ebrei israeliani e, simultaneamente, l’annientamento del popolo palestinese attraverso la pulizia etnica e il genocidio.

Il termine pinkwashing descrive l’uso dell’inclusione LGBTQ+ come fonte di legittimità politica in discussioni che riguardano in realtà occupazione, guerra e violenza, esclusione e potere. Non nega l’importanza dei diritti LGBTQ+, ma si interroga su ciò che accade quando tali conquiste vengono separate dal contesto politico più ampio nel quale operano. E il contesto è un’occupazione che perdura da 78 anni e un genocidio in corso.

“L’intera narrazione del pinkwashing è profondamente radicata nel colonialismo e nell’apartheid israeliani”, osserva Shafie. “Una delle sfide principali del nostro lavoro di organizzazione, oltre alla frammentazione politica, sociale e geografica, è costruire una narrazione capace di parlare a tutti i palestinesi, di trovare ciò che abbiamo in comune, e di non separarci ulteriormente dalla lotta per la giustizia e per la pace”. Per le organizzazioni queer palestinesi, il problema non è la visibilità LGBTQ+ in sé, ma il modo in cui tale visibilità può essere utilizzata per separare i diritti di una comunità dalla realtà politica vissuta da un’altra: la realtà di un popolo oppresso sotto un regime di apartheid, di fronte a una società che commette i crimini più efferati e gode dei privilegi dello Stato che quel sistema razzista impone. Come sarebbe possibile separare le due società, quella del colonizzato e quella del colonizzatore, quando la prima è privata dei diritti fondamentali mentre la seconda si vanta di goderli tutti?

Gli Stati cercano sempre più la propria legittimità non solo attraverso la forza militare o la forza economica, ma anche attraverso il soft power e il riconoscimento morale. I diritti umani, l’uguaglianza di genere, gli impegni ambientali e l’inclusione LGBTQ+ sono diventati importanti fonti di prestigio internazionale, e una cartina di tornasole per giudicare il livello di progresso e di civiltà.

Uno Stato non può proteggere i diritti di una popolazione mentre nega diritti fondamentali a un’altra. Non può celebrare la diversità mantenendo altrove sistemi di esclusione e commettendo i crimini più atroci. Non può essere conosciuto per la propria tolleranza mentre esercita forme di dominio, oppressione e violenza contro altri. Come può uno Stato come Israele essere celebrato? Non può. E non deve esserlo.

Il pinkwashing rappresenta una politica della sostituzione morale. Un ambito di progresso diventa uno scudo contro l’esame critico in un altro. E nulla di tutto questo esiste per caso.

Questa strategia ha una storia ben documentata. Nel 2005 il Ministero degli Esteri israeliano, l’Ufficio del Primo Ministro e il Ministero delle Finanze, in consultazione con dirigenti del marketing americani, lanciarono Brand Israel, una campagna governativa concepita per ridefinire l’immagine del paese, da Stato militarista ed etno-religioso che occupa una nazione e viola il diritto internazionale, a società moderna, cosmopolita e progressista. Già nel 2010 la promozione di Tel Aviv come destinazione globale del turismo gay era diventata un pilastro centrale di quella strategia, sostenuta da un investimento dedicato di circa 88 milioni di dollari. La reputazione di Tel Aviv come rifugio queer del Medio Oriente, in altre parole, non è nata spontaneamente: è stata progettata, finanziata e amministrata come strumento di politica estera e come arma propagandistica. Hasbara.

Il caso più recente rende questa architettura visibile con una franchezza quasi inedita. Per il giugno 2026 è in programma sulle rive del Mar Morto il festival Pride Land, presentato dagli organizzatori come il più grande festival LGBTQ+ mai realizzato in Medio Oriente: quattro giorni, quindici alberghi, una “Pride City” temporanea di palchi, spiagge attrezzate e intrattenimento continuo, promosso direttamente dal Ministero degli Esteri israeliano. Gli stessi organizzatori descrivono il progetto come un “sionismo attivo” volto a rafforzare lo status di Israele come centro liberale attraverso l’industria del turismo. Il Mar Morto si trova in Cisgiordania, territorio palestinese occupato secondo il diritto internazionale, e le infrastrutture turistiche offerte come sede del festival sono state costruite attraverso decenni di insediamento ed espropriazione. Un festival dei diritti, promosso da uno Stato, su terra occupata, mentre a Gaza il genocidio continua: è la politica della sostituzione morale resa letterale. È un mondo distopico, una cacotopia: il peggior luogo possibile, post-apocalittico. È difficile concepire qualcosa di più mostruoso: una “città dell’orgoglio” eretta su terra espropriata, sui corpi e sui villaggi palestinesi, una pista da ballo a poche decine di chilometri da un popolo affamato e sterminato nel più grande campo di concentramento a cielo aperto, in diretta mondiale. Non è soltanto ipocrisia, la più grande delle ipocrisie. È l’oscenità di una celebrazione costruita sopra un genocidio, un’assurdità che nessun linguaggio promozionale può normalizzare.

Come ha scritto Shafie su Mondoweiss: “Durante il mese del Pride, le persone queer palestinesi guardano le bandiere arcobaleno israeliane innalzarsi su città costruite sulle rovine del nostro popolo, e si sentono dire che questo è progresso. Ma questo pinkwashing serve soltanto a ripulire l’immagine di Israele mentre il genocidio infuria. Non lasciatevi ingannare”.

La questione non riguarda dunque l’esistenza della legislazione israeliana in materia di diritti LGBTQ+. Riguarda il motivo per cui tali conquiste compaiono ripetutamente in discussioni che riguardano occupazione, espansione degli insediamenti, blocco, violenza militare, la distruzione di Gaza e il genocidio. I critici del movimento anti-pinkwashing lo descrivono spesso come ostile alle comunità ebraiche; i sostenitori replicano che la critica alle politiche dello Stato israeliano non dovrebbe essere confusa con l’ostilità verso gli ebrei. Queste accuse di antisemitismo vengono usate come arma per silenziare chi dissente e chi condanna il crimine dei crimini, il genocidio. E non funzionano più.

La distruzione di Gaza ha reso queste domande inaggirabili. Il genocidio è visibile: documentato, trasmesso in diretta streaming, sotto gli occhi di tutti, innegabile. Non si può permettere che venga mascherato dal pinkwashing, e il mondo sta iniziando a rifiutarlo categoricamente. Molte organizzazioni LGBTQ+ europee che in passato consideravano la Palestina una questione periferica hanno iniziato a vedere la neutralità stessa come una scelta politica. L’International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association ha respinto la candidatura dell’Aguda, l’organizzazione ombrello della comunità LGBTQ israeliana, a ospitare il proprio congresso mondiale a Tel Aviv, e l’ha sospesa dalla propria organizzazione. Migliaia di artisti queer si sono impegnati a non esibirsi in Israele, e numerose organizzazioni Pride in Europa e Nord America hanno escluso gli sponsor complici dei crimini commessi a Gaza e nel resto della Palestina. “No Pride in Genocide”, come ha dichiarato il coordinatore della Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele, è diventato lo slogan queer globale.

La risposta più visibile a Pride Land porta proprio questo nome. Mentre il Ministero degli Esteri israeliano promuove la sua città dell’orgoglio sulle rive del Mar Morto, Queer Cinema for Palestine, un movimento globale di solidarietà nato dal rifiuto di separare l’orgoglio dalla giustizia, coordina quest’anno quasi trecento proiezioni in sessanta paesi e cinque continenti sotto lo slogan No Pride in Genocide. Due geografie dello stesso mese di giugno: da una parte un festival di Stato su terra occupata, dall’altra una comunità queer mondiale che sceglie di guardare verso Gaza e di non distogliere lo sguardo. È la stessa scelta che le organizzazioni queer palestinesi compiono da decenni, rifiutando di lasciare che la libertà di alcuni venga costruita sull’annientamento di altri. No Pride in Genocide non è soltanto uno slogan: è il rifiuto di dividere la giustizia in compartimenti separati.

CIABATTE E GINOCCHIERE

 

di Alessandro Mariani

 

Nel nostro tragicomico bipolarismo, accade che una metafora, azzeccata ed icastica come poche altre, susciti un vibrante coro di sdegno, per cui se si ode a destra uno squillo di tromba a sinistra risponde uno squillo. Così, a reti televisive unificate, sui giornalacci della destra e sui giornaloni che fanno il verso a sinistra si condanna la “caduta di stile” di Francesco Silvestri, deputato dei 5 stelle.  Sallusti gli dà del cretino (“Libero” 13 giugno 26) che tanto alle querele ci è abituato, mentre qualcuno chiede persino provvedimenti disciplinari. Oibò, ma cosa ha detto costui?

Semplicemente la verità sullo stato di asservimento che dall’ultimo dopoguerra contraddistingue la politica italiana e che incidentalmente oggi vede Giorgia Meloni Presidente del Consiglio: “Lei non ha raddrizzato la schiena nei confronti di Netanyahu e Trump, ma ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda!”. Poche parole per condensare quanto detto e fatto dal nostro governo negli ultimi mesi; quando suol dirsi il dito nella piaga…

Risparmio l’elenco dei lapidatori, di quanti cioè nelle parole di Silvestri hanno ravvisato i retaggi del più becero maschilismo.  Di tutt’altro avviso invece è Marco Travaglio che centra il bersaglio fin dal titolo (Cfr. “L’Ordine della Ginocchiera”, il Fatto Quotidiano, 13.06.26). Per il direttore dell’unico quotidiano che sta in piedi senza finanziamenti pubblici le parole di Silvestri non contenevano alcun riferimento sessista, diversamente rispetto ad altre ben più volgari e gratuite espressioni che abitualmente risuonano nell’emiciclo. Ben detto penso, ben gli sta a questa ciurma di asessuati ossessionati dal sesso…chapeau! Io avrei detto più o meno le stesse cose, solo che lui ha impiegato meno parole per dirle meglio…ubi maior minor cessat.

Poi arriva il truce generale che fa il verso al duce e, per una volta che la dice giusta, riparte il coro delle anime belle contro chi “per interessi di bottega” difende “la frase incivile e sessista sulle ginocchiere” (R. Grassi, “il Corriere della sera” 14 giugno, Le ginocchiere del Generale), spingendosi ad usare “il sessismo di sinistra” (M. Ajello , “Il Messaggero”). Ma è soprattutto dai fogliacci della destra che parte l’attacco più violento “Libero”, “Il Giornale”, “il Tempo” (mentre “La Verità” si mantiene, come al solito, con un piede in due scarpe) tanto che passando in rassegna le prime pagine si ha l’impressione che Vannacci sia più pericoloso di Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli messi insieme. E come da copione Calenda parte in lancia e resta, mentre Renzi osserva i movimenti di truppa, e scalda i muscoli in vista di un pareggio auspicato, altrettanto quanto il prossimo inciucio.

Che paese meraviglioso! Poi cadiamo dalle nuvole e facciamo finta di indignarci quando il peggior esponente della ribalta internazionale dice che siamo diventati il paese delle ciabatte.

Il Cremlino rivela i dettagli della conversazione tra Putin e Trump

 

Il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov ha rivelato i dettagli della conversazione telefonica di domenica tra Vladimir Putin e Donald Trump, durata circa un'ora.

Durante la chiamata, il presidente russo si è congratulato con Trump per il suo ottantesimo compleanno, manifestando rispetto per le sue qualità e per la sua capacità di «incassare i colpi», superare con successo gli ostacoli e «raggiungere con tenacia i propri obiettivi». Secondo Ushakov, Trump si è commosso per le parole, ha ringraziato e ha sottolineato che Putin è stato il primo a chiamarlo alla Casa Bianca. Da parte sua, il presidente statunitense si è congratulato con Putin per la «Giornata della Russia», celebrata lo scorso 12 giugno, e ha trasmesso i saluti della first lady, Melania.

Tra gli argomenti affrontati figurava il memorandum d'intesa che gli Stati Uniti stanno preparando per firmare con l'Iran, nel tentativo di porre fine al conflitto armato ormai giunto al suo quarto mese. Secondo Ushakov, Trump ha dichiarato a Putin che «l'accordo è vicino» e che «conta sul fatto che i risultati di questi negoziati difficili, ma alla fine coronati da successo, possano essere resi pubblici già oggi», riconoscendo tuttavia che il percorso verso il patto con Teheran era complicato e che c'erano «molti ostacoli», non solo da parte della leadership iraniana.

«Da parte nostra, è stata espressa soddisfazione per il fatto che, a quanto pare, si sta riuscendo a sedare un conflitto che avrebbe potuto incendiare l'intera regione e oltre», ha riferito il consigliere di Putin.

Putin ha colto l'occasione per sottolineare che i recenti attacchi contro obiettivi civili in Russia da parte del regime di Kiev non contribuiscono alla risoluzione del conflitto. Ha inoltre affermato che se Volodymyr Zelensky desidera incontrarlo, può farlo a Mosca.

Entrambi i leader hanno concordato che Steve Witkoff e Jared Kushner, inviati speciali del governo statunitense, si rechino in Russia «nel prossimo futuro».

Capo negoziatore Iran: La tattica del «poliziotto buono e poliziotto cattivo» di Stati Uniti e Israele è ormai superata

 

La strategia diplomatica del «poliziotto buono e poliziotto cattivo» adottata da Stati Uniti e Israele, che consente il proseguimento degli attacchi israeliani, è ormai superata. A dichiararlo domenica è stato il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, poco dopo un attacco mortale a Beirut sud che ha ucciso almeno tre persone.

L'attacco israeliano è avvenuto alla vigilia di un atteso accordo tra Stati Uniti e Iran, che Teheran ha a lungo insistito dovesse includere la fine delle ostilità in Libano. Secondo quanto riferito, l'accordo proposto è stato visto da molti funzionari israeliani come una capitolazione nei confronti dell'Iran.

«L'invasione sionista di Dahiyeh ha dimostrato ancora una volta che all'America manca la volontà di adempiere ai propri impegni o la capacità di farlo», ha detto Ghalibaf su X. «Dando il via libera al regime, non si possono ottenere concessioni. Il gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo è superato. Se non si ha la volontà e la capacità di adempiere ai propri obblighi, non è possibile parlare di andare avanti».

Secondo l'agenzia di stampa statale libanese NNA, l'attacco israeliano ha ucciso almeno tre persone e ferito altre 15. L'IDF ha affermato di aver preso di mira un centro di comando di Hezbollah.

«L'attacco non sarebbe dovuto accadere», ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump su Truth Social, invitando Hezbollah e Israele a porre fine ai loro scambi di rappresaglie. «Siamo molto vicini a un accordo che porterà la pace nella regione, compreso il Libano, e tutte le parti dovrebbero fare un passo indietro», ha scritto.

Poche ore dopo, il Ministero degli Esteri iraniano ha condannato l'attacco come una violazione sia della sovranità libanese che dell'«intesa di cessate il fuoco» dell'8 aprile tra Teheran e Washington. Ha sostenuto che gli Stati Uniti hanno «responsabilità diretta» per le azioni di Israele e ha avvertito che l'attacco potrebbe avere gravi conseguenze per la pace e la sicurezza nella regione.

Lo stato dei negoziati

Appena il giorno prima, Trump aveva annunciato che domenica gli Stati Uniti e l'Iran avrebbero siglato un accordo per riaprire lo Stretto di Hormuz e decidere il destino delle scorte di uranio arricchito di Teheran. Tuttavia, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei aveva dichiarato sabato che l'accordo «non avverrà domani», senza escludere che «potrebbe avvenire nei prossimi giorni». Il Ministero degli Esteri iraniano ha inoltre sottolineato che il materiale fissile e il programma nucleare del paese non sarebbero stati discussi in questa fase e che i negoziati si sarebbero concentrati sulla fine delle ostilità e «sulle questioni relative al Libano».

All'inizio di giugno, Iran e Israele si sono scambiati attacchi di rappresaglia per la prima volta da quando è stato raggiunto il cessate il fuoco. L'escalation ha fatto seguito a un attacco israeliano sulla zona sud di Beirut.

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