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Hormuz, sanzioni e nucleare: i dodici punti dell’accordo che cambia gli equilibri regionali

Dopo settimane di negoziati complessi e segnati da momenti di forte tensione, Stati Uniti e Iran sembrano ormai vicini alla firma di un memorandum d’intesa destinato a ridefinire gli equilibri del Medio Oriente. Secondo indiscrezioni diffuse dall’emittente israeliana Channel 12, il documento dovrebbe essere firmato il prossimo 19 giugno in Svizzera e contiene dodici clausole che affrontano i principali nodi del confronto tra Washington e Teheran. Tra i punti più rilevanti figurano l’impegno reciproco a cessare le ostilità, compreso il fronte libanese, la conferma da parte iraniana di non voler sviluppare armi nucleari e l’avvio di un percorso condiviso per risolvere la questione dell’uranio arricchito. Durante i negoziati, Teheran manterrebbe invariato il proprio programma nucleare, mentre Washington sospenderebbe nuove sanzioni, eviterebbe ulteriori dispiegamenti militari nella regione e concederebbe deroghe temporanee per l’esportazione del petrolio iraniano.

L’intesa prevede inoltre lo sblocco di asset finanziari iraniani congelati e, in caso di accordo definitivo, il ritiro delle forze statunitensi entro trenta giorni insieme alla revoca completa delle sanzioni contro la Repubblica Islamica. Tra gli aspetti più significativi compare anche la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione e allo sviluppo dell’economia iraniana. Un ruolo importante sarebbe affidato anche all’Oman e agli Stati del Golfo, chiamati a partecipare ai negoziati sulle questioni legate al trasporto marittimo e alla sicurezza delle rotte commerciali. In cambio, Teheran garantirebbe per sessanta giorni il passaggio sicuro delle navi mercantili attraverso lo Stretto di Hormuz. Nonostante l’ottimismo che accompagna l’annuncio della possibile firma, diversi osservatori avvertono che il processo resta estremamente fragile.

L’analista iraniano Trita Parsi (naturalizzato svedese), intervenendo in un’intervista con Tucker Carlson, ha indicato in Israele il principale fattore di rischio per il successo dell’intesa. Secondo Parsi, il governo guidato da Benjamin Netanyahu avrebbe interesse a impedire una normalizzazione dei rapporti tra Washington e Teheran, rilanciando eventualmente tensioni regionali, in particolare sul fronte libanese. L’esperto sostiene che qualsiasi nuova escalation potrebbe compromettere rapidamente il negoziato e trascinare nuovamente la regione verso il conflitto. Per questo motivo, ritiene indispensabile che gli Stati Uniti chiariscano in modo inequivocabile di non essere disposti a sostenere nuove operazioni militari contro l’Iran. Solo una posizione netta di Washington, conclude Parsi, potrebbe ridurre i tentativi di sabotaggio e consentire alla diplomazia di prevalere su una logica di confronto. L’Iran ha inoltre dimostrato con le sue tattiche di resistenza asimmetrica di riuscire a fronteggiare le minacce belliche della coalizione Epstein.

Quella che nei piani di USA e Israele doveva essere una guerra lampo seguita da un cambio di regime in Iran è diventata una guerra di logoramento dove la Repubblica Islamica ha costretto gli USA al tavolo delle trattative grazie anche al controlo di uno stretto strategico come quello di Hormuz. Insomma, per l’Iran questo accordo avrebbe il sapore di una vittoria strategica sugli Stati Uniti e Israele.


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La Cina rafforza la sua Marina: testato il più potente cannone navale del mondo

La Cina sta sviluppando quello che potrebbe diventare il più potente cannone navale in servizio al mondo, un sistema da 155 millimetri progettato per fornire supporto di fuoco a lungo raggio in eventuali operazioni anfibie, a partire da uno scenario sempre più discusso: Taiwan. Il prototipo, realizzato dal colosso statale Norinco e completato nel marzo 2025, è stato recentemente testato in mare aperto a bordo della nave sperimentale Wu Yunduo. Con una torretta stealth pensata per ridurre la rilevabilità radar e una gittata dichiarata fino a 200 chilometri grazie a munizioni a lungo raggio, il nuovo sistema rappresenta un significativo salto tecnologico per la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione.

L’obiettivo è duplice: garantire un supporto di fuoco continuo alle truppe da sbarco e ridurre la dipendenza dai costosi missili di precisione. A differenza degli intercettori e dei missili da crociera, che richiedono tempi lunghi e costi elevati di produzione, un cannone può disporre di centinaia di colpi pronti all’uso, offrendo una capacità di fuoco sostenuta durante operazioni prolungate. Pechino sembra inoltre aver tratto lezione dall’esperienza statunitense. Il programma USA dei cacciatorpediniere Zumwalt e delle munizioni LRLAP si è rivelato estremamente costoso, spingendo Washington ad abbandonare il concetto di bombardamento navale avanzato per puntare sui missili ipersonici.

La Cina, al contrario, potrebbe installare il nuovo sistema sulle numerose unità Type 052D e Type 055 già in servizio, beneficiando di importanti economie di scala. Tuttavia, la vera sfida non riguarda la gittata o la potenza di fuoco. Per essere efficace in uno scenario come quello taiwanese, la Marina cinese dovrebbe prima neutralizzare la vasta rete di difesa costiera dell’isola. Taiwan dispone infatti di centinaia di missili antinave Hsiung Feng e Harpoon, distribuiti in modo disperso e progettati proprio per impedire alle navi nemiche di operare vicino alle coste. In questo contesto, il nuovo cannone navale appare come uno strumento importante ma non decisivo. La sua efficacia dipenderà dalla capacità cinese di individuare e distruggere le batterie missilistiche mobili e nascoste di Taiwan, una missione complessa che richiama le difficoltà incontrate dagli Stati Uniti nel neutralizzare reti missilistiche e droni schierati secondo logiche di guerra asimmetrica.

Più che una semplice innovazione tecnologica, il nuovo sistema d’arma riflette l’evoluzione della dottrina militare cinese: una combinazione di precisione, volume di fuoco e sostenibilità economica pensata per prepararsi a conflitti ad alta intensità nel Pacifico occidentale.



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Zelensky ricevuto a Mosca? "Solo se parla sul serio", afferma il Cremlino

Non ci sono canali ufficiali di comunicazione tra Mosca e il regime di Kiev, ma se Volodymyr Zelensky fosse pronto a parlare "in modo serio e responsabile" potrebbe sempre recarsi nella capitale russa e sarebbe ricevuto. Lo ha affermato il portavoce presidenziale Dmitry Peskov nel corso di una conferenza stampa, tornando sulle parole già espresse in passato da Vladimir Putin.

Il rappresentante del Cremlino ha poi fornito aggiornamenti sull'agenda del capo dello Stato, concentrata in queste ore sulla preparazione del vertice Russia-ASEAN in programma a Kazan dal 17 al 19 giugno. Putin, ha spiegato Peskov, terrà oggi un incontro di lavoro con il capo dell'Ossezia del Nord Sergey Menyailo, mentre i prossimi giorni saranno segnati da una "maratona di incontri bilaterali" a margine del summit con i paesi del Sud-Est asiatico.

Sul fronte ucraino, il portavoce ha chiuso ogni possibile interpretazione circa un riavvicinamento: non esistono canali ufficiali tra le due parti, e la proposta russa resta quella già avanzata più volte in passato. "Il regime di Kiev sa benissimo a cosa ci riferiamo", ha tagliato corto Peskov, lasciando intendere che l'iniziativa per un eventuale colloquio spetta alla controparte ucraina.

Quanto ai contatti con Washington, il portavoce ha confermato l'arrivo imminente in Russia degli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, ma ha precisato che non ci sono ancora date precise. "Arriveranno presto", ha detto Peskov, "ma gli statunitensi sono attualmente impegnati nella preparazione e nella firma del memorandum che è stato concordato. Sappiamo che la firma è prevista in Svizzera alla fine di questa settimana. Dopodiché, probabilmente, potranno venire a Mosca".

Infine, una precisazione secca sul G7: Putin non ha ricevuto alcun invito per il vertice in programma a Evian-les-Bains, in Francia. "Non c'è stato alcun invito, naturalmente", ha concluso il portavoce, senza aggiungere ulteriori commenti.

Trump critica Israele: "Non c'è bisogno di demolire un edificio residenziale ogni volta che si cerca qualcuno"

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha criticato l'intervento militare israeliano in Libano, volto a colpire il movimento Hezbollah, affermando che troppe persone stanno morendo.

"Israele combatte Hezbollah da troppo tempo e troppe persone stanno morendo", ha dichiarato il presidente durante una conferenza stampa con l'emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani.

"Non c'è bisogno di demolire un edificio residenziale ogni volta che si cerca qualcuno, perché in quegli edifici vivono molte persone. E non tutti sono membri di Hezbollah, ve lo posso assicurare", ha sottolineato Trump.

Il presidente ha anche lasciato intendere di aver suggerito a Israele "di lasciare che sia la Siria a occuparsi di Hezbollah". "Perché, a essere sincero, penso che farebbero un lavoro migliore", ha commentato.

Israele: la guerra come surrogato delle elezioni


di Imtiaz Ul-Haq*

Trump chiede la pace, Netanyahu alimenta il conflitto. Non si tratta di un semplice disaccordo tra alleati, ma di uno scenario di sopravvivenza per il primo ministro israeliano — per il quale la guerra è diventata l'unico modo per restare al potere, anche se questo significa bruciare i ponti con Washington e incendiare l'intero Medio Oriente.

Durante una conversazione telefonica, Donald Trump avrebbe definito Benjamin Netanyahu «un dannato pazzo» — ed è probabilmente l'affermazione più onesta e azzeccata che il presidente americano abbia fatto nelle ultime settimane. In quella chiamata, che i funzionari statunitensi hanno in seguito descritto come una delle più tese dell'intero secondo mandato di Trump, la Casa Bianca chiese di interrompere immediatamente un attacco programmato contro Beirut, perché avrebbe compromesso i negoziati con l'Iran.

Secondo Axios, Trump gridò: «Sei pazzo. Se non fosse per me, saresti in prigione». Il Guardian, citando fonti, aggiunse che il presidente americano disse anche: «Ormai tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per colpa tua». Netanyahu in quel momento obbedì — salvo poi lanciare l'attacco una settimana dopo, scatenando i razzi iraniani contro Israele e un rimprovero pubblico da parte di Trump, rivolto a entrambe le parti.

Trump in seguito confermò nel podcast del New York Post di aver usato un linguaggio pesante, ma preferì definire il suo stato d'animo come «leggermente irritato». Questo episodio — che sembra uscito da una farsa oscura sulla fragilità della diplomazia — illustra perfettamente il crescente divorzio nei rapporti tra Stati Uniti e Israele. L'alleato d'oltreoceano non è semplicemente fuori controllo: ignora in modo pubblico e plateale le richieste del suo principale garante, che insiste per un cessate il fuoco.

L'ex ambasciatore americano in Israele Dan Shapiro ha definito la situazione «un momento piuttosto eclatante di divergenza di interessi». Washington, impantanata nei negoziati e in cerca di una via verso la pace, scopre che il suo partner strategico nella regione agisce secondo una logica propria, sempre più distante da quella della Casa Bianca. Funzionari israeliani, in conversazioni private, definiscono l'accordo preliminare con l'Iran «pessimo per Israele», temendo che il periodo di trattative si protrarrà e finirà per legare le mani a Israele sul piano militare.

Questa logica, come emerge dall'analisi, ha una spiegazione semplice e cinica — le elezioni per la Knesset, che dovranno svolgersi entro ottobre 2026. Il primo ministro israeliano, i cui sondaggi sono ben al di sotto di quelli del suo rivale Naftali Bennett, si rende sempre più conto di poter perdere il potere — e con esso, la protezione da procedimenti penali imminenti. Come scrive la BBC, l'accordo sul cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran si è trasformato per Netanyahu in un «incubo politico», frantumando tre pilastri della sua carriera e lasciandolo intrappolato in un nuovo dilemma di sicurezza.

Di fronte alla minaccia di una sconfitta elettorale imminente e a una pressione politica interna senza precedenti, la guerra diventa per lui non solo uno strumento di politica estera, ma letteralmente l'unica via di sopravvivenza. La sua nuova strategia di sicurezza — la distruzione preventiva delle minacce — è effettivamente popolare tra una parte della società israeliana, ma secondo gli esperti sta portando le risorse militari al limite e non ha una chiara via d'uscita diplomatica.

Inoltre, gli analisti occidentali giungono sempre più alla conclusione che queste provocazioni abbiano obiettivi politici interni ben precisi. Come osserva Foreign Policy, «un altro round di scontri con l'Iran potrebbe migliorare le sue fosche prospettive elettorali». Ancora più radicale l'ex primo ministro Ehud Barak, che ha avvertito: Netanyahu potrebbe aprire un nuovo fronte «cinque giorni prima delle elezioni», dichiarare lo stato di emergenza e rinviare il voto di sei mesi.

«Non mi sorprenderei se cinque giorni prima del voto sentissimo parlare di una "bomba a orologeria" in Iran», cita Barak il giornale israeliano Haaretz. Legalmente, il rinvio delle elezioni in Israele è possibile solo in circostanze eccezionali e richiede una legge speciale e un ampio consenso — ma per un governo di estrema destra, gli esperimenti legislativi non sono certo una novità quando si tratta di mantenere il potere. Secondo Webangah News, che cita Haaretz, i tentativi di riaccendere una guerra su vasta scala con l'Iran e di riprendere gli attacchi al Libano sono proprio finalizzati a far deragliare le elezioni o addirittura a cancellarle.

L'escalation sfrenata provocata da Tel Aviv sta già attirando nuove forze nella sua orbita, trasformando un conflitto locale in una crisi economica globale. La scorsa settimana, gli Houthi yemeniti hanno annunciato un divieto totale alla navigazione israeliana nel Mar Rosso, minacciando lo stretto di Bab el-Mandeb — un collo di bottiglia largo appena 26 chilometri che gli arabi non a caso chiamano la «Porta delle Lacrime». Come riporta il New York Times, la milizia filo-iraniana ha dichiarato che fermerà le navi israeliane nel Mar Rosso e ha lanciato razzi contro Israele, minacciando di allargare il conflitto. Gli Houthi hanno ufficialmente proclamato un «divieto assoluto e totale» al traffico marittimo israeliano, promettendo di considerare tutte le navi israeliane come obiettivi militari legittimi.

La cosa più allarmante è che per la prima volta negli ultimi anni due stretti cruciali per il traffico marittimo vengono bloccati contemporaneamente: lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto del traffico marittimo mondiale di petrolio e gas, e Bab el-Mandeb. Come sottolinea Euronews, insieme controllano circa un terzo del flusso marittimo globale di energia. Di conseguenza, il prezzo del petrolio è già salito a 120 dollari al barile, il porto di Eilat è in crisi e le compagnie di navigazione sono costrette a circumnavigare l'Africa, allungando i viaggi di venti giorni e subendo perdite milionarie.

Gli investitori europei e americani guardano sempre più spesso alla mappa del mondo con l'orrore di chi si accorge di aver comprato un biglietto per il Titanic: il blocco spezza la rotta dall'inizio alla fine.

Se qualcuno ancora nutriva l'illusione che il presidente americano potesse interpretare in questa tragicommedia non il ruolo del regista, ma almeno quello di un genitore arrabbiato capace di rimettere in riga un alleato ribelle, le ultime settimane hanno spazzato via ogni dubbio. Trump si è ritrovato nell'umiliante ruolo di «pacificatore impotente». Ha promosso pubblicamente la tregua tra Libano e Israele, ma Netanyahu ha ignorato la sua iniziativa, senza nemmeno portare l'accordo al voto della Knesset. Come osserva The Statesman, gli Stati Uniti avevano mediato un cessate il fuoco tra Israele e Libano, ma Hezbollah lo ha respinto perché non prevedeva il ritiro delle truppe israeliane — e subito dopo Israele ha attaccato Beirut, ignorando le richieste di Trump.

Il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha dichiarato apertamente che Israele «non è vincolato» dall'accordo americano, aggiungendo: «Non siamo partner di questo accordo, che non garantisce la nostra sicurezza». Il ministro della Difesa Israel Katz è andato ancora oltre, annunciando che le forze israeliane rimarranno «a tempo indeterminato» nelle zone cuscinetto di Libano, Siria e Gaza.

Trump, da parte sua, ha rimproverato pubblicamente Israele per il bombardamento di Beirut proprio il giorno in cui «eravamo così vicini a un accordo di pace con l'Iran». Come riporta The Japan Times, poche ore prima che Stati Uniti e Iran annunciassero un accordo preliminare, Israele ha nuovamente colpito la capitale libanese in risposta a lanci di razzi — che Trump ha definito «piccoli e insignificanti». Ma le sue parole, ahimè, sono rimaste tali e quali.

Il presidente americano si trova nella posizione di uno scacchista che studia attentamente la partita, mentre la sua stessa regina, apertamente, gli ribalta la scacchiera. Secondo gli esperti, il Libano ha sopravvalutato la disponibilità e la capacità di Trump di frenare l'aggressione israeliana — ma, a quanto pare, Trump ha sopravvalutato questa capacità non meno di loro.

Del resto, forse l'intero gioco non valeva la candela. Perché i pilastri su cui poggia la retorica del premier israeliano sulla necessità dell'escalation, a un esame più attento, si rivelano di cartapesta. Le affermazioni prive di fondamento di Benjamin Netanyahu sulla «minaccia nucleare iraniana» da anni ormai divergono dalle conclusioni dei suoi stessi servizi segreti e vengono direttamente smentite dai rapporti dell'AIEA.

Quanto al secondo spauracchio — le «migliaia di terroristi di Hezbollah» — anche le stesse fonti militari israeliane appaiono profondamente contraddittorie. Come riporta The Times of Israel, il capo del Comando Nord delle Forze di Difesa israeliane, il maggiore generale Rafi Milo, ha pubblicamente ammesso un «divario» tra le valutazioni dei danni inflitti a Hezbollah durante l'operazione terrestre del 2024 e le reali capacità del gruppo, che secondo i funzionari dispone ancora di «decine di migliaia di razzi». «C'è un divario tra come abbiamo concluso l'operazione, ciò che pensavamo di aver compreso, e il fatto che improvvisamente continuiamo a rilevare attività di Hezbollah», ha detto Milo ai residenti del kibbutz Mishgav Am.

Il primo ministro, nel frattempo, annuncia 8.000 combattenti uccisi — una cifra che i suoi critici definiscono pura propaganda. Come scrive il Jerusalem Post, Netanyahu ha dichiarato in un video: «Dall'inizio della Guerra del Rinnovamento, abbiamo ucciso 8.000 terroristi di Hezbollah». Tuttavia, l'ex primo ministro Ehud Barak ha definito questi numeri «fesserie» e «un'illusione», affermando che il governo sta ingannando l'opinione pubblica. Sembra che Netanyahu dovrebbe ormai capire: quando smetti di credere alla tua stessa propaganda, è tempo di smettere di diffonderla al mondo intero.

Dietro questo fuoco d'artificio verbale si cela una palese usurpazione del potere, mascherata dal fumo degli esplosivi. Prolungando deliberatamente le operazioni militari, il governo di estrema destra di Netanyahu cerca di far approvare una legge speciale per rinviare le elezioni con la scusa della necessità militare. Mentre nella stessa coalizione di governo cresce la crisi e infuriano le dispute sulla legge per la coscrizione degli ultraortodossi, il premier non ha fretta di lasciare le redini del potere.

Come osserva Ehud Barak, «Netanyahu è come un animale disperato in trappola e farà tutto ciò che è in suo potere per vincere le prossime elezioni». Ha avvertito che se Netanyahu, pochi giorni prima del voto, si convincerà della sua sconfitta, potrebbe aprire un nuovo fronte contro l'Iran, Gaza o la Cisgiordania e rinviare le elezioni di sei mesi, dichiarando lo stato di emergenza. Questo è il classico copione della presa del potere: la guerra non per vincere, ma per rimandare la sconfitta.

E ogni nuova esplosione a Beirut, ogni nuova provocazione contro Teheran serve a un unico scopo: mantenere quella poltrona per un solo uomo.

Dietro questo quadro si profila un futuro simile a un tramonto avvolto dal fumo sul Medio Oriente. Se le cose continueranno su questa strada, la comunità internazionale, che osserva questi giochi con crescente irritazione, finirà semplicemente per stancarsi. Si stancherà degli infiniti «piani di pace» che si infrangono contro l'ostinazione di un solo leader. La domanda è solo dove finirà prima questo leader — sul banco degli imputati a Gerusalemme, nell'oblio politico dopo le elezioni, o se trascinerà tutti noi in una guerra dalla quale non ci sarà via d'uscita diplomatica.

Una cosa si può dire con certezza: la carota e il bastone con cui Trump cerca di ricondurre il suo alleato sulla retta via non sembrano più diplomazia, ma piuttosto l'atto finale di una tragicommedia intitolata «Il Re della Pace». Finché Netanyahu continuerà a giocare con il fuoco su quella polveriera su cui siamo tutti seduti, il suo unico vero sostegno rimane il suo stesso desiderio di non lasciare il potere a nessun costo. E questo, dovete convenire, è un fondamento piuttosto traballante per la pace in tutto il Medio Oriente.


*Politologo pakistano

 

Pepe Escobar - Come l'Iran ha orchestrato la sua svolta verso un ordine multipolare

 

 

 

 

di Pepe Escobar https://telegra.ph/How-Iran-engineered-its-multipolar-breakthrough-06-15-2

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

Iniziamo con una dichiarazione storica, del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale (SNSC) dell'Iran.

I punti chiave:

"La Repubblica Islamica dell'Iran, alla luce della guida del suo leader martire, ha completato la sua superiorità sul nemico sionista americano."

"Il testo del Memorandum d'intesa riguardante le negoziazioni per porre fine alla guerra, 'i negoziati di Islamabad', è stato finalizzato tra Iran e Stati Uniti la sera del 14 giugno."

"La guerra e le operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, termineranno immediatamente e in modo permanente da stasera."

"Inoltre, il blocco navale contro l'Iran sarà immediatamente e completamente terminato."

"La firma di questo Memorandum d'intesa avverrà ufficialmente venerdì [cioè il 19 giugno, a Ginevra].”

"Le trattative per un accordo finale saranno rinviate fino a quando gli impegni dell'altra parte saranno attuati in conformità con il Memorandum d'intesa."

In mezzo a tutto ciò che deve analizzare, alcuni fatti cruciali: il Memorandum d'intesa sarà approvato dal SNSC solo su diretto ordine del leader Mojtaba Khamenei, il Decisore Supremo; non c'è garanzia che il culto della morte in Asia occidentale si asterrà dall'attaccare il Libano; e solo dopo il 19 giugno inizia davvero la lunga e tortuosa strada – ovvero la “Danza del Deal”.

La notizia di un "Accordo di Islamabad" è stata annunciata venerdì scorso da Transition Protocol, un nuovo progetto che Larry Johnson ed io stiamo condividendo, dopo averlo dettagliato la settimana precedente nel nostro precedente canale, “Power Shift”, cancellato da un ordine diretto a Google dal governo degli Stati Uniti.

Abbiamo annunciato il modello esatto di questa trasformazione strutturale. Abbiamo anche condiviso la valutazione delle nostre fonti secondo cui l'Iran, se spinto al limite, sarebbe disposto a seguire un modello di deterrenza in stile nordcoreano - inclusa la possibilità di dimostrare una capacità nucleare sul proprio suolo per porre fine a decenni di coercizione da parte di Stati Uniti/Israele.

Non sorprende quindi che l'Iran, tramite il Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, abbia espresso anche il suo pieno "apprezzamento" per il lavoro incessante dei mediatori pakistani e del Qatar.

Il collegamento Iran-Pakistan

Ora veniamo alla suddivisione delle informazioni su come questo trionfo multipolare è stato orchestrato, secondo le nostre fonti Iran-Pakistan.

L'artefice di questa svolta nel Memorandum d'intesa è stato essenzialmente il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Domenica è tornato a Teheran dopo una missione altamente riservata svolta nel fine settimana a Islamabad, dove è riuscito a definire gli ultimi dettagli dell'accordo quadro annunciato dallo stesso Trump – altrimenti molto impegnato in una serie di scontri sul prato della Casa Bianca. Tuttavia, non si tratta di un accordo: è un Memorandum d'intesa.

Come prevedibile, il culto della morte in Asia occidentale tentò disperatamente di far deragliare il Memorandum d’intesa attaccando il Libano. L'Iran ha poi lanciato un ultimatum netto a Trump tramite i mediatori pakistani: se questo fosse continuato, l'Iran era pronto a colpire Israele molto duramente. Trump ha finalmente deciso che non voleva che il suo accordo venisse mandato in crisi.

Le nostre fonti avevano già confermato che Teheran aveva adottato una linea dura e aveva dato a Washington fino alla fine di giugno per soddisfare due condizioni fondamentali: lo sblocco e il ritorno di circa 12 miliardi di dollari di fondi iraniani; e la completa revoca delle sanzioni statunitensi.

In cambio, l'Iran accetterebbe formalmente di rinunciare allo sviluppo di un'arma nucleare e offrirà concessioni specifiche e strutturate.

Il punto chiave è che Teheran si è assicurata che la scadenza fosse reale, e Washington dovrebbe capire che era reale.

Ora torniamo alle questioni chiave legate al Memorandum d’intesa.

Sulle risorse nucleari: Teheran ha confermato in modo definitivo che la scorta di Uranio ad Alto Arricchimento (HEU) è completamente sicura e permanentemente fuori dalla portata di Stati Uniti e Israele.

Integrazione multipolare: Il Pakistan emerge come ancora di una nuova architettura regionale dell'Asia occidentale-meridionale. Islamabad, in modo discreto, sta anche facilitando un riavvicinamento molto complesso tra Iran ed Emirati Arabi Uniti. Il capo dell'apparato di sicurezza degli Emirati Arabi Uniti ha visitato l'Iran venerdì – facilitato dal Pakistan – affinché Abu Dhabi potesse consegnare 2+ miliardi di dollari di fondi congelati all'Iran.

La Matrice di sicurezza: il Pakistan è il principale facilitatore che collega l'Iran con Qatar, Bahrain, Arabia Saudita ed Egitto. Con il pieno supporto della Cina, il Pakistan potrebbe fornire caccia J-10C a diversi di questi attori.

Infine, c'è lo sbalorditivo quadro simbolico dell'Iran che infligge una seria sconfitta strategica a USA/Israele. Per sigillare questo cambiamento monumentale, il funerale dell'assassinato Leader Supremo Ayatollah Khamenei si terrà intorno al 10 di Muharram (Ashura), nella prima settimana di luglio. Questo sarà presentato come un enorme "Giorno della Vittoria" in tutto l'Iran. Tutto il Sud Globale starà guardando.

Gli Stati Uniti saranno capaci di raggiungere un accordo?

I compiti sisifei previsti dal Memorandum d'intesa, come rivelato dai media iraniani, iniziano immediatamente, nel corso dei 30 giorni successivi alla firma.

Washington dovrà confermare "il suo impegno per la non interferenza negli affari interni dell'Iran e il rispetto per la sovranità della Repubblica Islamica dell'Iran." Quando si dice un compito arduo.

Al momento della firma, gli Stati Uniti dovranno affermare che "non aumenteranno il numero di truppe o risorse militari presenti nella regione, né imporranno nuove sanzioni durante i negoziati".

L'Iran riaffermerà "il suo impegno per il Trattato di Non Proliferazione (TNP) e confermerà che non produrrà, svilupperà o acquisirà mai un'arma nucleare." Questa è sempre stata la politica ufficiale iraniana.

Al momento della firma del Memorandum d’intesa, gli Stati Uniti devono dichiarare che "forniranno all'Iran metà dei suoi fondi congelati, per un valore di 12 miliardi di dollari, da rendere disponibili in modo non reversibile entro 30 giorni, con l'impegno di rendere disponibile la restante metà nei successivi 60 giorni".

Gli Stati Uniti devono anche "emettere deroghe alle sanzioni per le esportazioni iraniane di petrolio, gas e petrolchimica, con effetto immediato, con l'impegno di estendere tali deroghe permanentemente una volta raggiunto un accordo finale".

Gli Stati Uniti "inizieranno consultazioni immediate con Israele per presentare un arco temporale a breve termine per un ritiro completo israeliano dal Libano, inclusi i punti occupati dopo l'accordo Israele-Hezbollah del 2024". Realisticamente, sarà impossibile.

L'Iran confermerà che "riaprirà lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo commerciale, secondo determinati accordi specificati dall'Iran, entro 30 giorni". Non c'è modo che non ci sia un casello.

Assumendo che tutto ciò proceda con Nessun Inferno dall'Alto – o dal Basso – arriviamo alla Fase III sulle Trattative per un Accordo Finale: un periodo di 60 giorni, più una proroga quasi inevitabile. Il periodo di negoziazione di 60 giorni inizierà una volta che tutti termini del Memorandum d’intesa saranno stati soddisfatti nei 30 giorni precedenti.

È proprio in questi 60 giorni che gli Stati Uniti dovranno versare i restanti 12 miliardi di dollari dei beni iraniani congelati, oltre a “presentare piani per un fondo di ricostruzione per l’Iran, del valore di almeno 300 miliardi di dollari, finanziato in parte dagli Stati del Golfo”. Si tratta di una richiesta quanto mai irrealistica.

E poi, infine, Stati Uniti e Iran "inizieranno discussioni dettagliate su una soluzione permanente alle questioni nucleari, inclusi l'arricchimento, le scorte di uranio esistenti e il destino dei siti nucleari".

Come se tutto ciò non fosse già abbastanza hardcore, ci sono poi i negoziati sulla “revoca di tutte le sanzioni economiche contro l’Iran, comprese quelle primarie, secondarie, statunitensi e delle Nazioni Unite, nonché il ritiro di tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei Governatori dell’AIEA contro l’Iran”.

Il “deal” definitivo, ovviamente, se mai dovesse concretizzarsi, sarà approvato con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Lo stesso era avvenuto per il JCPOA. Eppure Trump lo ha comunque fatto saltare.

Perché Trump ha cambiato la sua retorica

Il brusco cambiamento di rotta di Trump, passato dalle minacce di “distruggere” la civiltà iraniana all’esortazione a raggiungere un “accordo sul tavolo”, potrebbe essere solo una cortina fumogena, una nebbia di guerra: un inganno per tranquillizzare i mercati, prima che il Dipartimento delle Guerre Eterne lanci una nuova ondata di attacchi.

Tuttavia, la severa punizione inflitta alla base statunitense di Al-Azraq in Giordania – l'espansione del campo di battaglia – ha modificato i calcoli di Washington.

Aggiungiamo che le condizioni iraniane precedentemente concordate in linea di principio non hanno mai permesso a Trump di presentare l'esito come una vittoria. Mentre ci avvicinavamo alla possibilità di un "Accordo di Islamabad", Trump si è tirato indietro - e ha inviato nuove richieste/emendamenti a Teheran tramite i mediatori pakistani.

Teheran ha mantenuto la calma e lo ha fatto aspettare, esasperato, per diversi giorni. Allo stesso tempo, tutti gli ordini del governo iraniano inviavano un messaggio chiaro, più e più volte: non si può cambiare la realtà della propria sconfitta strategica con le proprie manovre.

Trump, prevedibilmente, ha tentato di aumentare il volume militare mentre i mediatori pakistani erano ancora a Teheran. L'Iran ha risposto durante due notti di escalation colpendo il doppio degli obiettivi colpiti dagli Stati Uniti. È allora che Trump potrebbe finalmente aver letto i segnali sul muro.

Se questo Memorandum d’intesa verrà effettivamente firmato venerdì prossimo – e questo è un grande "se" – allora questo è l'inizio di un nuovo gioco geopolitico, sbalorditivo quanto ci sia e assolutamente impossibile da prevedere solo pochi mesi fa.

Il nuovo gioco prevede la scadenza delle infrastrutture militari del Golfo degli Stati Uniti, bypassate in tempo reale, e l'Iran al pieno controllo dello Stretto di Hormuz con una potenza di fuoco inarrestabile che va dall'Anatolia a Mogadiscio.

Questa è già una delle vicende geopolitiche più significative del «Secolo eurasiatico»: un cambiamento di paradigma fondamentale, determinato dalla guerra e dalla resilienza degli Stati sul campo. E d'ora in poi Washington dovrà imparare, nel modo più duro e realistico, che qualsiasi rinuncia agli impegni assunti davanti al mondo intero avrà conseguenze bilaterali.

 

 

La discriminante della pace


di Cristiano Sabino

Nel saggio intitolato "La discriminante democratica" ( https://sardegnamondo.eu/2026/05/31/la-discriminante-democratica/ ), pubblicato sulla piattaforma SardegnaMondo, lo storico e attivista per l’autodeterminazione Omar Onnis scoperchia il vaso di Pandora e si chiede come sia possibile che all’interno delle «varie sensibilità di sinistra e dell’indipendentismo sardo» , che concordano su diverse questioni e che svolgono un ruolo critico verso “l’ordine presente delle cose”, sia emerso un dissenso radicale sulla questione ucraina.

Conosco Omar, ho pubblicato libri e collettanee insieme a lui, ho fondato con lui e altri il collettivo di ricerca decoloniale Filosofia de Logu, inoltre collaboriamo nella redazione del giornale S’Indipendente e alla realizzazione di eventi di studio sulla storia della “Sarda Rivolutzione”.

Il suo articolo ha il merito di sollevare con schiettezza un problema di cui solitamente si evita di discutere e lo fa, come suo solito, in maniera cristallina.

Cercherò di analizzare le sue ragioni e di rispondere alle domande che pone perché siano chiariti una volta per tutti i nodi della questione. Perché su una cosa concordo con Omar e cioè sulla necessità di «chiarire quali siano gli obiettivi, l’orizzonte a cui si tende. Cosa si vuole, dove si vorrebbe andare a parare».

Iniziamo.

La «nostra» democrazia?

Se la tesi che sostiene l’autore fosse vera sarebbe tutto più facile e il mondo sarebbe molto migliore di com’è. Ma purtroppo è una tesi falsa o – se preferiamo usare un linguaggio più appropriato – si tratta di un sillogismo valido solo formalmente ma non vero.

La tesi di Onnis può essere riassunta così: nel contesto dell’Unione Europea e nella stessa UE vige la democrazia. Si tratta di una forma di democrazia criticabile e migliorabile, ma è pur sempre meglio dei regimi non democratici.

Attenzione, perché quando Onnis parla di democrazia, non parla delle costituzioni antifasciste statali (come nel caso di quella italiana) nate dalla Resistenza antifascista, ma si riferisce chiaramente ad una dimensione extra statale. Questo è il primo scalino del suo ragionamento. Se Onnis si fosse riferito alle democrazie nate dalla resistenza, fondate sulla sovranità popolare e sulla sconfitta militare del fascismo, il discorso avrebbe avuto un suo senso anche se dal mio punto di vista non condivisibile, in quanto quella forma di democrazia e sovranità inibisce la democrazia e la sovranità del popolo sardo (v. art. 5 della Costituzione Italiana). Ma tutti i riferimenti alla democrazia che fa Onnis riguardano la sfera europea e questo lo esplicita in diversi passaggi, ma in particolare nel seguente:

«Gli stati nazione di matrice otto-novecentesca sono un relitto storico da abbandonare al più presto. Sono una zavorra che sta facendo affondare la nave»

Condivido con Onnis la prospettiva dell’autodeterminazione dei popoli e anche la repulsione verso gli stati nazione di matrice ottocentesca che l’autodeterminazione la negano. Ma credo che il punto di dissonanza sia il seguente e cioè quando Onnis si lascia andare alla speranza (a mio parere del tutto illusoria) che la UE possa essere riformata in senso democratico, popolare e addirittura che possa essere il luogo in cui fare emergere le istanze delle nazioni senza stato:

«L’UE fa schifo? Benissimo, trasformiamola in una vera confederazione democratica di popoli liberi, pacifici e collaborativi. (…) Chi attacca l’UE invece, anche da sinistra, di solito non chiarisce quale sia il proprio obiettivo. A me sembra spesso che coincida pericolosamente con quello delle destre nazionaliste e oscurantiste: un ritorno agli stati-nazione di matrice otto-novecentesca, autoritari al proprio interno e tutti in competizione tra loro all’esterno. Una vera genialata».

Eppure che il processo di integrazione europea avrebbe portato solo nuovi guai ai popoli compressi dagli stati nazione l’aveva capito benissimo già negli anni ’60 del Novecento il fondatore dell’indipendentismo moderno, l’architetto algherese plurilinguista Antoni Simon Mossa. In diversi passaggi Simon Mossa individua lucidamente la tendenza degli Stati Europei a concentrarsi in un vertice oligarchico e affaristico che avrebbe costituito una seconda gabbia per le comunità nazionali non riconosciute.

In “Ragioni dell’indipendentismo” Simon Mossa focalizza la questione con una lucidità e una lungimiranza impressionanti, mettendo in luce come «la forma attuale del Federalismo Europeo» sia «un “sistema chiuso”, una concentrazione di “nazionalismi” ove non vi è posto per le etnie, come non è posto per una nuova struttura sociale. È il federalismo di vertice, una sorta di consorzio di proprietari. È il federalismo che esclude un dialogo aperto con l’Oriente Europeo e con il Nord Europa come con il Sud Mediterraneo (Medio Oriente e Africa Settentrionale)».

Simon Mossa aveva capito che il processo di integrazione europea non avrebbe ostacolato soltanto l’autogoverno degli stati, ma anche e soprattutto delle «comunità marginali, che sono i diversi “mezzogiorni” d’Europa, favorendo le grosse iniziative imperialistiche di neo-colonialismo e di dominio commerciale e industriale» diventando infine un «consorzio di ricchi che diventeranno sempre più ricchi a danno dei popoli marginali che diventeranno più poveri».

La storia dimostra che Simon Mossa aveva ragione. Basta fare l’esempio del tentativo catalano di esercitare il diritto all’autodeterminazione. Ero in Catalunya tra fine settembre e inizio ottobre 2017, in occasione del referendum per l’indipendenza, e posso assicurare quanto diffusa e genuina fosse la convinzione che “mamma Europa” sarebbe intervenuta per obbligare la Spagna a far «rispettare la democrazia». Non c’è bisogno di raccontare come sia andata a finire. Il referendum ottenne una maggioranza schiacciante e votò per il “si” il 90,18%. Ovviamente la “democrazia” europea fece cordone per difendere l’unità statale della Spagna. Evidentemente la sensibilità per l’autodeterminazione dei popoli che le elites europee avevano sbandierato una ventina di anni prima quando si trattava di smembrare la Jugoslavia o che era stata usata come arma retorica per sostenere i bombardamenti su Bagdad era andata scemando.

Inoltre dobbiamo chiederci cosa ci sia di così democratico nell’Unione Europea. A parte infatti un parlamento completamente inutile da un punto di vista politico, le decisioni importanti in Europa vengono prese da organismi non eletti da nessuno, come la Commissione Europea. Basta vedere l’intensificarsi degli incontri che la commissione ha svolto con i lobbisti delle armi (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/03/07/lassalto-allunione-europea-dei-lobbisti-della-difesa-18-incontri-con-i-commissari-in-tre-mesi-e-budget-aumentato-del-40-in-un-anno/7902726/ ) per comprendere la vera natura di questa “democrazia”.

Oggi il tema è il riarmo – e ci torneremo a brevissimo – ma qualche anno fa non andava di certo meglio. Ai tempi dell’austerity imperava la troika e la troika era guidata dai ministri delle finanze e in particolare dal ministro delle finanze tedesco. O c’è bisogno di ricordare la fine che la UE fece fare alla Grecia? Studi seri hanno dimostrato come l’austerità imposta dalla UE abbia prodotto in Europa gli stessi effetti di una guerra (https://www.eunews.it/2016/06/24/lausterita-uccide-lallarma-della-banca-di-grecia-sistema-sanitario-al-collasso/ ), determinando un aumento netto di mortalità infantile (+ 50%), di malattie croniche (+ 24%), di nascite sotto peso (+19%), ecc..

Abbiamo scordato che il “piano di salvataggio” (memorandum della Troika) stilato dai creditori internazionali (Commissione Europea, BCE e FMI) in cambio di nuove misure di austerità, cioè di svendita dei diritti sociali e di privatizzazioni selvagge del patrimonio publico, venne imposto dall’alto in barba all’esito del referendum del 5 luglio 2015 dove il no al ricatto europeo vinse con una netta maggioranza di voti (61,3%)?

Il debito ammontava a 295 miliardi di euro. Oggi la UE, con il piano di riarmo, ne sta bruciando quasi tre volte tanto. Ma torneremo sul punto.

C’è bisogno di ricordare il voltafaccia di Tsipras del suo partito Syriza nell’estate 2015, di ritorno dall’incontro a porte chiuse i vertici della Troika, e della sua firma al memorandum capestro con l'Unione Europea, che l'elettorato aveva appena respinto tramite il referendum popolare?

Siamo così sicuri che UE faccia anche minimamente rima con democrazia?

Non sono un fan degli stati-nazione e nemmeno della costituzione repubblicana italiana, ma se si vuole parlare di democrazia, non credo che infilare la testa tra le fauci di un leone affamato – per usare una famosa immagine storiografica – sia la soluzione migliore.

Di quale democrazia parla Onnis? Non di quella di stati sovrani nati dalla resistenza antifascista. Da anticolonialista sardo credo che la Costituzione del ’48 vada superata in senso sovietico, e cioè attraverso la conquista del diritto all’autodeterminazione nazionale per le colonie domestiche (tra cui ovviamente è da annoverare la Sardegna). Ma Onnis si riferisce ad un altro tipo di “democrazia”, che, come si vede, è alquanto poco “democratica”. Che le cose stiano così lo dimostra il fatto che in diversi passaggi Onnis si riferisca a questo sistema con l’aggettivo possessivo della prima persona plurale (“nostra”):

«la legittima critica alle nostre scalcagnate e sofferenti democrazie porta molta militanza a desiderare che esse siano distrutte»; «Non sono disposto a rinunciare alla nostra faticosa e decadente democrazia»; ecc...

In che modo potremmo identificarci con un’unione che ha permesso l’arresto di presidenti di associazioni culturali e tollerato l’esilio di leader politici e militanti? Dove sono le sanzioni contro la Spagna che ha inviato la polizia a massacrare i cittadini catalani che votavano il 1 ottobre del 2017? In che modo potremmo identificarci con chi ha costretto i greci a privatizzare porti, aeroporti, a smantellare la sanità pubblica e di fatto ha calpestato la volontà popolare di un popolo ridotto letteralmente alla fame? In che modo potremmo sentire nostre “democrazie” come quelle dei paesi baltici che scalpitano per fare la guerra alla Russia e che abbattono le statue dedicate all’Armata Rossa che ricordano la resistenza sovietica al nazi-fascismo?

Onnis della UE critica solo l’Ungheria di Orban (che fra l’altro ha perso le elezioni e non mi sembra ci sia stato alcun colpo di stato), ma si dimentica i paesi baltici e soprattutto la Polonia che ha messo al bando il partito comunista e persino le bandiere rosse (https://storiainrete.com/comunismo-al-bando-in-polonia-vietate-le-bandiere-rosse/ )? L’UE ha alzato le barricate contro questo revisionismo storico e quest’onta alla democrazia e all’antifascismo? Ma che, il Parlamento europeo ha accostato i simboli di comunismo e nazismo ( https://fondazionefeltrinelli.it/scopri/la-comparazione-impossibile-sulla-risoluzione-del-parlamento-europeo/ ).

O si vuole parlare della Francia e della sua forma di democrazia presidenziale più vicina ad un’oligarchia assolutista che ad una democrazia? Dell’Italia inutile parlare, soprattutto dopo l’ennesimo pacchetto sui decreti sicurezza.

No, quella della UE non è la mia democrazia!

La gherminella di Onnis consiste inoltre nel rimuovere del tutto la questione del “vincolo esterno” in cui consiste in tutto e per tutto il processo di integrazione europea. Invece di sviluppare una postura diplomatica autonoma – come vagheggiano i sostenitori dell’Europa dei popoli - l'Unione Europea ha storicamente interiorizzato la logica del "vincolo esterno". Questa categoria concettuale, originariamente formulata dall'economista e politico Guido Carli per descrivere l'auto-dichiarata incapacità delle classi dirigenti italiane di governare i propri processi interni senza la disciplina di un patronato esterno, può essere estesa all'intero comportamento geopolitico di Bruxelles. L'Europa ha rinunciato a esercitare una propria sovranità politica estera, delegando la propria sicurezza collettiva alla NATO e accettando una strutturale asimmetria decisionale che la subordina alle priorità strategiche di Washington, oggi sempre più focalizzate sul contenimento della Cina nell'Indo-Pacifico. Oggi questo processo emerge chiaramente con le scelte scellerate del ReArm Europe, con il brutto affare del sabotaggio terroristico ai danni di una fondamentale infrastruttura europea, il Nord Stream 2 e con la subalternità scandalosa della UE ai diktat statunitensi su sanzioni, pil del 2% in armi, acquisto del carissimo, inquinante e pericoloso GNL americano.

Di tutto questo si può parlare o ciò rientra tra le «inservibili categorie analitiche che potevano avere senso nel corso della Guerra fredda», che poi è l’argomento d’ordinanza che si suole usare quando si solleva la questione dell’antimperialismo e del no alla guerra?

Alla luce di quanto accaduto a Gaza (anche se secondo me era tutto chiarissimo anche ben prima del genocidio) parlare di «nostra faticosa e decadente democrazia» è pura cortina fumogena!

La credibilità delle istituzioni multilaterali e del diritto internazionale si trova oggi in una crisi di fondamenti senza precedenti, minata dalla sistematica applicazione di doppi standard da parte delle potenze occidentali (UE in prima fila) che si proclamano custodi dell'ordine globale. Come evidenziato da numerose organizzazioni per i diritti umani e analisti del Global South, la rapidità e l'intransigenza giuridica con cui l'Occidente ha mobilitato le istituzioni internazionali per condannare l'aggressione russa in Ucraina, stride drammaticamente con il silenzio, la complicità attiva e l'ostruzionismo diplomatico manifestati di fronte al massacro sistematico della popolazione civile a Gaza.

Altro che federazione dei popoli europei caro Omar!

Il punto quindi mi sembra questo: non si tratta di «rivendicare più democrazia», bensì di gettare le basi per costruire un movimento che finalmente fondi la democrazia. Ma questo non potrà avvenire certo sulla base di una costruzione che nasce a-democratica come il progresso di “integrazione” europea che di fatto ha fatto nascere una mega colonia al servizio dell’orrore del nostro tempo che – a conti fatti – non ha nulla da invidiare al vecchio colonialismo e perfino ad altri regimi che hanno segnato col sangue e con l’infamia la storia del Novecento.

La «grammatica» dell’ aggredito e dell’aggressore

Veniamo all’Ucraina. Onnis non usa mai il classico leit motiv «c’è un aggredito e c’è un aggressore!», ma il succo delle sue argomentazioni sulla guerra in Ucraina non si discosta di un palmo dalle classiche categorie interpretative degli ideologi anti Russia.

Per lui la questione Ucraina ha fatto emergere la frattura più grande all’interno della sinistra e del movimento per l’autodeterminazione. Ed ha ragione.

Onnis si stupisce come «persone che definirei senza problemi “compagne”» abbiano «sposato convintamente la causa della Federazione russa e del suo regime autoritario e oscurantista, sorvolando sulla sproporzione di forze e sulla circostanza oggettiva che la Russia ha attaccato uno stato sovrano per sottometterlo alla propria volontà».

Condivido lo stupore, ma del tutto rovesciato.

Intanto segnalo che soltanto una piccola parte delle persone critiche con l’invio di armi all’Ucraina, con la politica delle sanzioni alla Russia e con l’ondata di russofobia dilagante che è arrivata a giustificare l’esclusione di atleti e intellettuali, sostiene Putin o Russia Unita.

Entrando nel merito ho seguito la questione ucraina e le mobilitazioni nel Donbas, quindi so di cosa parlo. Nel 2014 organizzammo anche un evento con il giornalista Marco Santo Padre a Sassari con il Fronte Indipendentista Unidu e già allora si parlava di «lotta per l’autodeterminazione del Donbas» e di «tendenza alla guerra» dell’occidente collettivo, evidenziando tutti i chiari marcatori delle numerose ingerenze occidentali nell’area.

Onnis cerca abilmente di far passare il messaggio che chi sia del tutto critico con il “sistema mondo” occidentale fino a sostenere che in effetti, anche nel caso specifico della tensione tra Ucraina e Russia, siano evidenti disegni destabilizzanti, flussi costanti di denaro, ingerenze sistematiche da parte occidentale (e specificatamente nord americana), fino ad arrivare a vere e proprie manipolazioni e perfino a colpi di stato bianchi ottenuti mediante “rivoluzioni colorate”, sia fondamentalmente un supporter di «regimi terribili come quello siriano degli Assad o quello nord-coreano».

Se guardiamo indietro alla storia degli ultimi quarant’anni, cioè dal crollo del muro di Berlino in poi, emerge sempre lo stesso schema: In un dato luogo del pianeta che l’opinione pubblica occidentale a stento conosceva, scoppia un caso politico, umanitario, sociale. Poi parte il tam tam mediatico e si mette in moto la macchina della propaganda. Infine si armano i caccia o addirittura si pianificano e realizzano invasioni. Che sia la “causa di autodeterminazione” del Kuwait o del Kosovo o i diritti civili delle donne e dei giovani iraniani, la sempre sacra mancanza di democrazia a Cuba e in Venezuela o la “voglia di Europa e di occidente” della gioventù ucraina e georgiana non fa alcuna differenza. Qualunque sia la causa essa trova sempre orecchie ben attente nei salotti buoni della stampa mainstream occidentale, specie tra le file dei cosiddetti “progressisti”. È così che si forma la sacra alleanza tra democratici e lobbisti delle armi, tra intellettuali ribelli e propagandisti di guerra che preparano l’opinione pubblica alle cure da cavallo messe poi in pratica dagli esecutivi nordamericani ed europei. Successivamente arrivano le sanzioni (contro il popolo), i carichi di armi pronte all’uso per fomentare la guerra civile e perfino bande di mercenari, terroristi e tagliagole (come accadde per esempio in Siria con la cosiddetta “opposizione democratica” velocemente trasformatasi in ISIS) e – quando tutto ciò non basta – scatta l’intervento armato diretto (Iraq, Afghanistan, Libia, Venezuela, ecc..).

Ovviamente i diritti civili, la democrazia, l’emancipazione delle donne, i valori occidentali svaniscono come neve al sole quando a calpestarli sono petro-monarchie come appunto Kuwait, Arabia Saudita, Qatar o l’ “unica democrazia del Medio Oriente”: Israele.

Anche un bambino riuscirebbe ad unire i puntini. Perché i nostri intellettuali sardi per l’autodeterminazione (Onnis non è ovviamente il solo) non colgono il nesso?

Qui s’appunta il mio stupore, perché sono persone con cui ho condiviso e condivido in alcuni casi tutt’ora percorsi e proprio non riesco a capire come possano prestare il proprio spessore intellettuale a queste strategie funzionali al mantenimento o addirittura all’espansione dell’egemonia occidentale che si regge sul ricatto economico, sull’uso su larga scala della violenza e sulla manipolazione dell’opinione pubblica.

Mi stupisco del fatto che un teorico dell’autogoverno sardo possa parlare di autodeterminazione appellandosi ai diritti violati di «uno stato sovrano» che al suo interno ha almeno due popoli. Parliamo pure dell’autodeterminazione degli ucraini dell’ovest aggrediti (dopo molti anni di guerra civile e dopo sistematiche violazioni degli accordi di Minsk 1 e 2 da parte del regime di Kiev), ma parliamo anche – se siamo per l’autodeterminazione dei popoli e non solo degli «stati sovrani» – dei diritti violati dei cittadini russofoni a cui è stato sistematicamente privato il diritto di parlare la propria lingua e che a un certo punto, dopo la strage di Odessa (2 maggio 2014), hanno compreso che dentro lo stato unitario ucraino non avrebbero più avuto né diritti civili né sicurezza e allora hanno impugnato le armi, ben prima che subentrasse l’esercito russo.

La risposta al perché questi intellettuali che da anni insistono sui temi della pace, della giustizia sociale, dell’autodeterminazione cadano oggi con così grande facilità nella rete della retorica imperiale va ricercata indietro nella storia. Anni fa lessi in lingua originale le carte del dibattito interno alla Socialdemocrazia tedesca in occasione della votazione al Reichstag dei crediti di guerra (prima guerra mondiale) e mi stupii di apprendere come dirigenti del movimento operaio che avevano predicato internazionalismo e pacifismo, fino al giorno prima, insistessero sulla necessità di “sconfiggere l’autocrazia degli Zar per fare trionfare la democrazia”. Specularmente in Francia, in Italia e altrove emergevano posizioni di ex pacifisti che condannavano l’invasione del “Belgio neutrale” e che sostenevano la necessità di intervenire nel conflitto per questioni di giustizia, per salvare il diritto, addirittura per rendere protagonista il proletariato. Fra questi un socialista massimalista, Benito Mussolini, che pochi anni prima aveva avversato l’intervento in Libia, ma che ora si gettava nella mischia interventista intuendo che si sarebbero aperti spazi per fare il grande salto. Sappiamo come è andata a finire.

A soccorrerci interviene il concetto di "grammatica politica" nel pensiero del filosofo Davide Tarizzo. Tarizzo – sulla base degli studi su Lacan – ha scoperto che in noi agiscono delle strutture e dei fondamenti inconsci della democrazia moderna. Nel suo saggio Political Grammars: The Unconscious Foundations of Modern Democracy, Tarizzo sostiene che non sia possibile comprendere a pieno il potere politico basandosi solo sulle tradizionali categorie giuridiche, economiche o etiche. Le grammatiche politiche operano come le regole del linguaggio: strutturano il modo in cui i soggetti collettivi agiscono e si formano.

Senza addentrarci dentro questo tema, ho il sospetto che ciclicamente nelle élites progressiste, democratiche, perfino socialiste, agiscano insospettabili grammatiche imperiali, coloniali, persino a dispetto della collocazione soggettiva di chi le agisce. Io credo che esista una grammatica della guerra giusta, della superiorità europea, una grammatica della superiorità dei valori e dei sistemi occidentali e perfino una grammatica della “nostra democrazia” . Queste grammatiche – non per forza in quest’ordine o in filiera – agiscono anche nell’opera di chi avrebbe il compito di decostruirle.

Il «feticcio della NATO»

Ma torniamo alle argomentazioni di Onnis contro la sinistra e gli indipendentisti “non democratici”. Mi ha colpito il fatto che Onnis, in diversi passaggi, parli di «feticcio della NATO»:

«c’è il solito feticcio della NATO ad aleggiare su tutta la faccenda. Se l’Ucraina vuole entrare nella NATO (cosa del tutto lontana dalle agende dei paesi coinvolti, in realtà) e nell’UE (accomunata, non si sa in base a cosa, alla NATO come entità malvagia da combattere) allora vuol dire che è *nostra* nemica».

Fermiamoci un attimo su questo.

La NATO non è un feticcio. È un alleanza militare potentissima, nata per difendere il cosiddetto “mondo libero” (cioè il capitalismo e l’imperialismo) dall’espansione socialista. Una volta crollata l’Unione Sovietica la NATO avrebbe dovuto sciogliersi. Ma ciò non solo non è accaduto, al contrario la NATO ha galoppato verso est, in una folle corsa, arrivando a lambire i confini della Federazione Russa.

Ricordo 25 anni fa, quando in molti siamo scesi in piazza a contestare il G8 a Genova. Fra i potenti del mondo c’era un giovanissimo Putin ben inserito nell’assise che i movimenti contestavano. Io ero tra quei manifestanti. “Voi G-8, noi 8 milioni” urlavamo in piazza prima che la polizia di Berlusconi e Fini iniziasse le cariche e le violenze.

Poi è successo qualcosa. Ricordo qualche articolo di seconda pagina sulla faccenda “missili” e “allargamento NATO”. Putin ha iniziato a chiedere spiegazioni sul progetto dello scudo spaziale. Ricordo le rassicurazioni sul fatto che la NATO non si sarebbe espansa ulteriormente. E invece di volta in volta la cavalcata della NATO risultava inarrestabile. Eppure nel trattato [ https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/1949/04/04/the-north-atlantic-treaty?selectedLocale=it ] è chiarissimo che ogni nuova adesione deve essere ratificata all’unanimità. Sarebbe bastato il veto di qualunque stato fondatore perché si impedisse questo assedio militare della Russia. O si vuole davvero far credere che aderire alla NATO sia un «diritto di autodeterminazione»? Quindi se oggi il Messico ospitasse testate nucleari e le puntasse contro gli USA ciò sarebbe legittimo? Non scherziamo! Perché accettare stati che chiaramente avevano conti storici da regolare con la Russia?

Non c’è bisogno di essere «putiniani» o «rossobruni» - come Onnis chiama le voci dissonanti rispetto alla tendenza alla guerra dell’occidente – per porsi questa semplice domanda: perché la NATO invece di sciogliersi dopo il liquefarsi del Patto di Varsavia (nata dopo e in risposta alla NATO) si è allargata a dismisura fagocitando rispettivamente: 1999: Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria; 2004: Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia; 2009: Albania e Croazia; 2017: Montenegro.; 2020: Macedonia del Nord; 2023-2024: Finlandia e Svezia?

Inoltre, se nel trattato stesso si può leggere che la NATO non ha l’obiettivo di scavalcare le «Nazioni Unite o la responsabilità primaria del Consiglio di Sicurezza per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali», perché la NATO è ripetutamente intervenuta militarmente al di fuori del mandato ONU, in particolare con la guerra di aggressione alla Serbia nel 1999? Non fu una palese violazione del «diritto internazionale» e dello statuto dello stesso trattato della NATO?

Come scrive lucidamente Manlio Dinucci in Breve storia della NATO dal 1991 ad oggi ( https://www.marx21.it/internazionale/pace-e-guerra/breve-storia-della-nato-dal-1991-ad-oggi-parte-1/ ), la NATO, dopo la fine dell’Unione Sovietica, ha cambiato la linea strategica. Nell’agosto del 1991 viene prodotto il National Security Strategy of the United States, dove la Casa Bianca dichiara che «nonostante l’emergere di nuovi centri di potere gli Stati Uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali».

Sei mesi dopo – continua Dinucci -  esce un documento del Pentagono, il Defense Planning Guidance for the Fiscal Years 1994-1999 ( https://www.archives.gov/files/declassification/iscap/pdf/2008-003-docs1-12.pdf ), dove si chiarisce il ruolo della NATO : «è di fondamentale importanza preservare la Nato quale principale strumento della difesa e della sicurezza occidentali, così pure quale canale dell’influenza e della partecipazione statunitensi negli affari della sicurezza europea. Mentre gli Stati Uniti sostengono l’obiettivo dell’integrazione europea, essi devono cercare di impedire la creazione di dispositivi di sicurezza unicamente europei, che minerebbero la Nato, in particolare la struttura di comando dell’Alleanza» ( qui le 5 parti dell’intervento di Dinucci https://www.cnj.it/home/it/informazione/jugoinfo/8673-8716-m-dinucci-breve-storia-della-nato-dal-1991-ad-oggi-parti-1-5.html ).

Per corroborare l’idea che la NATO sia un «feticcio», Onnis insiste sul fatto che «in Sardegna la NATO ha diradato la sua presenza e il suo impatto da un pezzo e in Europa si mette apertamente in discussione l’Alleanza atlantica».

Magari fosse così. Se la NATO avesse – come sostiene Onnis – diradato la sua presenza in Sardegna, ciò significherebbe che i poligoni militari non sono nella disponibilità della NATO o che lo sono meno rispetto al passato e questo è semplicemente falso, dato che le esercitazioni militari unificate stanno aumentando il loro volume, come documenta un’ampia gamma di articoli reperibili in rete (https://www.repubblica.it/green-and-blue/dossier/seveso-50-anni-dopo/2026/04/08/news/capo_teulada_sardegna-425253548/ ) e le stesse puntuali denunce degli antimilitaristi sardi.

In particolare le operazioni “Mare aperto” e “Joint Stars” ( https://www.unionesarda.it/news-sardegna/otto-paesi-nato-6mila-militari-oltre-120-mezzi-prove-di-guerra-in-sardegna-con-la-mare-aperto-2025-eh88q9aw ) sono le due principali esercitazioni interforze e della NATO che coinvolgono regolarmente le coste e i poligoni della Sardegna. Entrambe mirano a testare l'interoperabilità tra le forze armate italiane e quelle alleate in scenari multidominio e sono funzionali al rafforzamento della NATO e non al suo cupio dissolvi, come fantasticano Onnis e i sardo-atlantisti più spinti di lui.

Se anni fa ci si addestrava simulando operazioni di guerra in villaggi costruiti in stile mediorientale, oggi è del tutto palese che ci si addestra alla guerra contro la Federazione Russa. La NATO non è l’unico attore di questa gestazione guerrafondaia, purtroppo c’è anche la UE (che ovviamente non è automaticamente identificabile con la NATO). Ma ci arriveremo tra poco..

Intanto c’è da sottolineare che questo «feticcio» della NATO che avrebbe «diradato la sua presenza e il suo impatto» in Sardegna dimostra una insolita vitalità, coinvolgendo periodicamente «oltre 120 mezzi, tra unità navali, sommergibili, aerei, elicotteri e veicoli non pilotati di tipo subacqueo, aereo e di superficie, con la partecipazione di oltre 6.000 militari provenienti da otto nazioni della Nato (oltre all’Italia: Usa, Francia, Spagna, Regno Unito, Germania, Grecia e Turchia) e la presenza di osservatori di 21 marine estere». (https://www.unionesarda.it/news-sardegna/otto-paesi-nato-6mila-militari-oltre-120-mezzi-prove-di-guerra-in-sardegna-con-la-mare-aperto-2025-eh88q9aw )

Sciogliere l’«inghippo»

«Dov’è l’inghippo?» - si chiede Onnis. Perché «gran parte della militanza di sinistra (e in questo caso indipendentisti e non indipendentisti concordano)» hanno preso la posizione secondo cui «tutto ciò che contrasta le democrazie liberali e le loro derive anti-popolari, nonché l’imperialismo occidentale e soprattutto quello USA, è benvenuto»?

Di seguito Onnis ribadisce l’appartenenza alle «nostre scalcagnate e sofferenti democrazie», lasciando intendere che si tratta di un paziente di cui prendersi cura per salvarlo dalla possessione che lo affligge e non di un sistema strutturalmente oligarchico, imperialista, guerrafondaio e fondato sullo sfruttamento, sul suprematismo, sulla guerra, sul sistema coloniale.

Rispondo a Onnis: l’inghippo sta nel credere che si possa riformare il “sistema mondo occidente”, che si possa cioè separare chirurgicamente la violenza pratica predatoria occidentale dalla sua candida anima costituita da democrazia e diritti.

Conseguentemente – sempre seguendo il sapiente fioretto logico di Onnis – l’inghippo sta nel crearsi un nemico di paglia e di presentare i critici integrali dell’imperialismo e del colonialismo occidentali come tifosi di qualcun altro (Putin, Assad, ecc..).

È la stessa operazione che fanno i propagandisti filo israeliani con Hamas e Hezbollah. Sei contro il sionismo e riconosci le ragioni dei palestinesi? Allora sostieni il terrorismo islamico!

Anche in questo caso non c’è nulla di nuovo. Per esempio a lungo il capo della Rivoluzione Russa fu perseguitato dall’accusa di essere filo tedesco perché – nel ben mezzo della guerra – usò cinicamente il vagone piombato messo a disposizione dalle autorità tedesche (a loro volta ciniche nel concederglielo) e si concentrò non nell’opposizione ai nemici del suo paese ma nel rovesciare i rapporti di dominio dentro la Russia degli Zar.

Da questo punto di vista va ribaltata la «formula» su cui vuole «far luce» Onnis “io non sono putiniano/a, ma…”.

Rovesciandola sulle gambe, la formula di quello che, generalizzando enormemente e accomunando posizioni diverse tra loro, potremmo chiamare “sardo-atlantismo”, potrebbe essere spiegata così “io sono critico ma…”: “sono critico” verso l’oligarchia che domina la UE ma la preferisco a tutto il resto; “sono critico” verso il riarmo, ma ne sostengo gli obiettivi a medio termine e quindi sono favorevole ad armare l’Ucraina; “Sono critico” verso ciò che l’Occidente sostiene attivamente in Israele, ma questo non mi porta a buttare il bambino con l’acqua sporca; “Sono critico” con l’uso manipolatorio che viene fatto dall’informazione main stream, ma quando questa è funzionale a legittimare la propaganda di guerra verso stati o potenze che io detesto e vorrei vedere smembrate e colonizzate come nell’Ottocento lo era la Cina (perché di questo si tratta!) faccio spallucce..

Potremmo continuare all’infinito, ma credo che il Re appaia in tutta la sua nudità.

Personalmente non ho mai avuto bisogno di affermare «non sono putiano ma». E questo non perché abbia bisogno di nascondere le mie simpatie che sono chiare e manifeste e che vanno non a Tizio o a Caio, ma a tutti i popoli che resistono all’imperialismo, al colonialismo, al suprematismo e alla guerra scatenata dagli USA (con o senza Trump) e dai loro gregari contro il resto del mondo. Non c’è bisogno di pensare che Assad, Saddam Hussein, Gheddafi, La Ayatollah  Khamenei fossero dei grandi uomini o dei paladini della giustizia o del socialismo, per capire che la caterva di teschi lasciata dall’occidente a vario titolo e sotto varie forme in Iraq, in Libia, in Afghanistan, in Siria ( https://www.linkiesta.it/blog/2003/02/il-numero-dei-morti-civili-nella-guerra-alliraq/ ) non ha giustificazione. Non c’è bisogno di avere il poster di Putin per ritenere che i criminali o i potentati che hanno sostituito i dittatori tanto odiati dai salotti buoni di Washington, Londra o Parigi (come nel caso del terrorista tagliagole repentinamente ripulito ed espunto dalle liste dei ricercati più pericolosi del mondo A?mad ?usayn al-Shara, noto anche con lo pseudonimo di Ab? Mu?ammad al-Jawl?n?, che oggi governa la Siria «liberata» dal «terribile regime di Assad») non sono certo meno presentabili di quelli che li hanno preceduti. Anzi spesso sono anche peggiori, ma hanno il pregio di fare gli interessi occidentali!

Ho l’impressione – ma potrebbe trattarsi solo di un’impressione – che qui valga il motto attribuito a Franklin D. Roosevelt «he may be a son of a bitch, but he's our son of a bitch».

La logica mi sembra questa: siccome le «nostre scalcagnate e sofferenti democrazie» - che sono scalcagnate e sofferenti ma pur sempre «nostre» - hanno bisogno dei signori della guerra che spadroneggiano in Libia, dei tagliatori di gole che governano la Siria, dei golpisti seriali che puntualmente riemergono in Venezuela, degli sceicchi monarchi feudali che trattano le donne come ninnoli da appartamento e che costruiscono gli stadi e i grattacieli sulle ossa degli operai-schiavi, su questi casi facciamo spallucce e ci concentriamo su altri “cattivi” che hanno l’imperdonabile difetto di ostacolare i nostri piani economici, finanziari, geopolitici.

Ucraina mela avvelenata

Restiamo sul pomo della discordia, sul fulcro della querelle tra anticolonialisti e sardo-atlantisti: l’Ucraina.

Non mi soffermo sulle banalizzazioni di Onnis che veicolano il mito che la guerra in Ucraina sarebbe scoppiata perché «uno stato sovrano avrebbe commesso il peccato mortale di voler uscire dall’orbita dell’egemonia imperiale russa per votarsi all’Europa». Esiste moltissima letteratura in merito che testimonia che la questione non sia affatto questa, ma la crescente internità dell’Ucraina nel sistema NATO.

Non è però questo il punto che mi sembra degno di nota. Anche a proposito dell’Ucraina emerge con forza la logica dell’amico-nemico di matrice schmittiana che tutte le sfumature del sardo-atlantismo attribuiscono agli anticolonilisti e agli antimperialisti e che invece mi sembra costituisca il binario logico su cui essi sviluppano le loro argomentazioni.

Per esempio io non ho alcuna difficoltà ad ammettere il carattere non democratico e – aggiungo io antisocialista - del partito “Russia unita” che esprime la leadership di Putin. Come non ho difficoltà ad ammettere che il regime iraniano non è un luogo in cui vorrei costruire una vita o che non tutte le componenti della resistenza palestinese godono della mia simpatia politica. Ma non stiamo parlando di questo. Io non ho problemi ad ammettere le contraddizioni interne al campo anti imperialista. Non si può dire lo stesso di chi nega le preoccupanti testimonianze filo naziste della dirigenza ucraina.

Onnis raccoglie un idola piuttosto diffuso in questi ambienti, e cioè la questione della «natura “nazista” del governo ucraino, tesi basata sulla riscoperta a Kijv di simboli e personaggi del nazionalismo ucraino. Che, sì, fu alleato con i tedeschi nella seconda guerra mondiale, contro l’URSS, ma per ragioni storiche».

Ho capito bene?

Ora, io non credo alla propaganda russa che l’Ucraina sia interamente nazista o che vada «denazificata». Però non credo neanche alla propaganda veicolata da Onnis, sistematicamente messa in circolo da pseudo fact checker come David Puente, che mira a mistificare la realtà dei fatti e a negare le profonde e documentate influenze naziste, suprematiste, fanatiche e terroriste sulle alte sfere della dirigenza ucraina. Influenze che purtroppo hanno messo radici profonde nella società ucraina (https://www.store.rubbettinoeditore.it/rassegna-stampa/sulle-tracce-di-bandera-leroe-criminale-dellucraina/ ).

Recentemente – solo per fare un esempio – Zelensky ha reso omaggio ad Andriy Melnyk, leader dell'Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) che, durante la Seconda guerra mondiale collaborò con la Germania nazista combattendo al fianco dell'esercito nazista e delle SS.

Persino uno stato ultra russofobo e turbo-guerrafondaio come la Polonia ha ufficialmente protestato a seguito della decisione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di intitolare un'unità delle forze speciali alle formazioni dell'UPA e della nuova sepoltura di Melnyk con grandi onori.

Storici e leader polacchi considerano a ragione Melnyk e i membri dell'UPA responsabili dei massacri di decine di migliaia di civili polacchi durante la Seconda guerra mondiale, bollati come "banditi".

Il Ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz ha lanciato un appello ufficiale alle autorità ucraine affinché rivedano la decisione di glorificare questa e altre figure.

Persino l'Istituto della Memoria Nazionale polacco ha minacciato di revocare l'onorificenza dell'Ordine dell'Aquila Bianca a Zelensky.

 

Come la mettiamo? Anche il fiore all’occhiello della costituenda armata anti russa è caduta vittima della propaganda del Cremlino e non crede ai fact cheking di Puente e Mentana?

Come si vede la logica amico-nemico non funziona, o se funziona ha degli effetti indesiderati assai problematici.



Oltre la logica amico-nemico

Per fare un po’ di ordine ripartiamo dunque dalla teoria del giurista tedesco Carl Schmitt. Secondo questa visione, l'essenza della politica risiede nella distinzione fondamentale tra chi appartiene alla propria comunità (amico) e chi rappresenta una minaccia esistenziale o un'alterità assoluta (nemico pubblico, o hostis).

L’articolo di Onnis si basa su questo, fin dal titolo: democratici v.c antidemocratici. Quando Onnis chiede di «chiarire gli obiettivi» sta parlando di questo, ci sta chiedendo di posizionarci di qua o di là rispetto alla linea delle «nostre democrazie».

Il nemico di Schmitt è il nemico pubblico, un'entità "altra" e straniera, la cui esistenza minaccia lo Stato e ne giustifica l'azione e la coesione interna. È quello che cercano di fare i propagandisti occidentali quando chiedono di vietare la biennale agli artisti russi o quando emergono liste di proscrizione di “putiniani” come strumenti della «guerra ibrida del Cremlino» (https://formiche.net/2026/04/dalla-sovversione-sovietica-alla-guerra-ibrida-di-putin-storia-del-controspionaggio-italiano/ ).

Io non posso escludere che esistano questi “putiniani” o che ci siano addirittura degli spioni travestiti da influencer a diretto contatto con Mosca. Ma questa caccia alle streghe non vi ricorda da vicino il maccartismo, quando bastava avere simpatie anche vagamente socialiste per essere incarcerati e silenziati? A me si, tantissimo.

E allora, per concludere, cerchiamo di dare una risposta esaustiva all’appello di Onnis che chiede «quali siano gli obiettivi, l’orizzonte a cui si tende? Cosa si vuole? Dove si vorrebbe andare a parare?».

Autodeterminazione contro la terza guerra mondiale

Sono debitore a Onnis perché ha chiarito un problema che mi portavo dietro da anni e che finora mi sembrava irrisolvibile. Quando possiamo sostenere una lotta per l’autodeterminazione di un popolo? Se rispondiamo “sempre”, allora cadiamo in una visione metafisica e astorica, inoltre ci cacciamo in una serie di incredibili contraddizioni come per esempio la questione di Taiwan che in effetti non è nemmeno un popolo, anzi inizia la sua storia da un genocidio dei popoli nativi di Formosa e oggi rivendica l’autodeterminazione dalla Cina. Se rispondiamo mai, neghiamo la storia, perché la storia in effetti, oltre a lotta di classe, è lotta di popoli per la propria autodeterminazione.

La risposta va allora data in riferimento al “sistema mondo”. L’autodeterminazione è cosa buona e giusta quando si inserisce nel contrasto all’imperialismo. Insomma, l’autodeterminazione, come qualunque altra vertenza e lotta, è da sostenere se si basa sulla discriminante della pace.

Non siete convinti? Pensate per esempio alla questione RWM (Rheinmetall). La posizione della RSU della Cgil contro la chiusura della fabbrica è da sostenere (https://sardegnanotizie24.it/la-pace-e-le-armi-la-cgil-davanti-al-caso-della-fabbrica-rwm-di-domusnovas/ )? No, perché in questo caso la giusta lotta per il lavoro cozza con la più giusta lotta per la pace e lo smantellamento dell’economia di guerra.

La stessa cosa accade con la questione dell’autodeterminazione. Se qualcuno volesse sostenere l’autodeterminazione della Sardegna per farne una base militare e scatenare una guerra contro il nord Africa, l’autodeterminazione della Sardegna sarebbe da sostenere (come gli americani pensarono di fare con la Sicilia dopo la seconda guerra mondiale)?

La proposta alternativa di Onnis risiede nella rivendicazione di "più democrazia" attraverso la cura dei beni comuni, l'autodeterminazione dei popoli e la trasformazione dell'Unione Europea in una vera confederazione democratica di popoli liberi e pacifici.

Tutto condivisibile, però manca l’architrave senza cui tutto questo risulta una montagna di parole: no al riarmo europeo, no all’invio di armi, no alle sanzioni alla Russia. La guerra dell’occidente collettivo non è la nostra guerra. Fuori la Sardegna dalla terza guerra mondiale!

La guerra in gestazione contro la Russia (e la Cina e tutte le altre potenze emergenti nel mondo multipolare) non ci riguarda e dobbiamo starne fuori. Anzi, dobbiamo proprio sabotarla questa guerra, per quanto ci sia possibile! O no?

Di fronte al precipitare degli equilibri globali e al riemergere di una logica di blocchi contrapposti, la Sardegna si trova ancora una volta incastrata in un destino che non ha scelto. Un destino scritto altrove, nelle capitali politiche ed economiche dell’Occidente, nei centri decisionali del complesso militare-industriale europeo, oggi rilanciato sotto la parola d’ordine del riarmo e della competizione strategica. Un destino che parla la lingua del ReArm Europe, della militarizzazione dei territori e della subordinazione delle periferie interne agli interessi delle potenze dominanti, della presenza stessa di molteplici obiettivi simili a due paese dalle nostre comunità, come nel caso della RWM di Domusnovas che rientra perfettamente nell’economia colonialista di Israele vista la sua joint venture con l’azienda israeliana UVision Air Ltd, ma anche nella filiera del riarmo europeo e deglla proxy war della NATO in Ucraina.

Ma la Sardegna non è – e non deve essere – una piattaforma di guerra.

Da decenni, la nostra terra è uno dei principali laboratori militari del Mediterraneo. Poligoni, servitù militari, basi, esercitazioni permanenti: una occupazione silenziosa che ha sottratto territorio, salute, autonomia decisionale. Un modello coloniale che ha trasformato l’isola in uno spazio funzionale agli interessi altrui, sacrificando comunità locali, ambiente e prospettive di sviluppo.

Oggi questo modello si rafforza. La crisi internazionale, il conflitto in Ucraina, le tensioni tra NATO e Russia, tra Occidente e nuovi poli emergenti (in primis la Cina), vengono utilizzati per giustificare un ulteriore salto di qualità: più armi, più spese militari, più integrazione della Sardegna nell’apparato bellico europeo, cioè più militarizzazione .

Di fronte a tutto questo, è necessario affermare con chiarezza una posizione radicale: fuori la Sardegna dalla terza guerra mondiale.

Non si tratta di una posizione astratta o moralistica, ma di una rivendicazione politica concreta, radicata nella condizione storica dell’isola. In effetti si tratta di una necessità storica senza alternativa se non la morte per inedia della nostra terra e del nostro popolo. La Sardegna è una periferia colonizzata, non un soggetto sovrano che decide liberamente di partecipare a strategie militari globali. È proprio questa condizione che impone una rottura: sottrarsi al ruolo di avamposto militare e ridefinire il proprio posto nel mondo. In altre parole è necessario che il popolo sardo si faccia soggetto politico e si affermi nel mondo attraverso il suo secco rifiuto della logica amico-nemico imposto dalla falsa alternativa democrazie v.s. democrature e tirannie.

In questo quadro, la Sardegna deve rivendicare il diritto a intrattenere rapporti con tutti i popoli del mondo, senza esclusioni ideologiche o imposizioni geopolitiche. Anche con il popolo russo, oggi trasformato in nemico assoluto da una narrazione bellicista che cancella complessità, storia e possibilità di dialogo. Essere “amici dei popoli” significa rifiutare la logica della demonizzazione e della guerra permanente.

La neutralità della Sardegna non è una fuga dalla storia, ma un progetto politico alternativo al suicido di UE e Stato italiano che hanno venduto l’anima al diavolo degli attuali padroni del mondo di stanza a Washington.

La Sardegna va resa ingovernabile sul piano dell’apparato militare industriale, di cui fa parte anche la filiera della così detta “transizione energetica” così come viene concepita e imposta dai Governi Draghi e Meloni.

Dobbiamo fare della questione sarda una questione internazionale.

Dire “fuori la Sardegna dalla guerra mondiale” significa, in ultima analisi, rivendicare il diritto all’autodeterminazione in maniera storicamente situata e partigiana, cioè significa agganciare la questione dell’autodeterminazione ad una exit strategy dalla guerra.

Altro che democrazia v.s. tirrania!

La contraddizione su cui dobbiamo lavorare è pace v.s. terza guerra mondiale e lo dobbiamo fare da sardi che non aspettano nessuno per far valere la propria neutralità rispetto al conflitto incipiente.

Noi sardi stiamo con la pace e contro la propaganda di guerra travestita da democrazia, diritti civili e quant’altro. Scegliere la pace significa costruire il nostro campo di coltura politica e non muoversi in quello preconfezionato dai think tank che usano la democrazia e i diritti civili per giustificare il tentativo disperato della dittatura americana (e conseguentemente dei loro proxy euro-atlantici) di mantenere la loro pax militare e il suo impero fondato sul ladrocinio, il saccheggio, la dittatura del dollaro, la guerra mondiale.

 

Lavrov: "Se l'UE vuole smantellare la sua struttura economica, inviti Zelensky"

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha ironizzato sul fatto che l'adesione dell'Ucraina all'Unione Europea non sarebbe una cattiva idea, poiché porterebbe al crollo del blocco.

Durante una conferenza stampa congiunta con il suo omologo turco, Hakan Fidan, il ministro degli Esteri russo ha sottolineato che "l'ingresso dell'Ucraina nell'UE verrebbe senza dubbio sfruttato da coloro che desiderano militarizzarla".

In questo contesto, ha aggiunto che Bruxelles potrebbe invitare Kiev ad aderire alla sua organizzazione se il suo obiettivo è "smantellare la sua struttura economica e diventare un blocco militare". "Questo causerebbe loro grossi problemi. Se vogliono semplicemente dimenticarsi dell'economia, allora [il leader del regime di Kiev Vladimir] Zelensky dovrebbe essere invitato ad aderire", ha sottolineato il ministro degli Esteri russo.

Le dichiarazioni di Lavrov giungono dopo che il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha chiarito, in una lettera ai leader dell'UE, che l'adesione completa di Kiev a breve termine è irrealistica e ha proposto invece di concederle lo status di "membro associato" per consentire una maggiore integrazione nelle istituzioni europee.

La proposta di Merz prevede che l'Ucraina partecipi ai vertici e alle riunioni ministeriali dell'UE, ma senza diritto di voto. Inoltre, questo status speciale includerebbe la partecipazione alla Commissione europea come membro associato, senza portafoglio e senza diritto di voto, nonché la carica di membro associato al Parlamento europeo e la nomina di un giudice associato alla Corte di giustizia dell'UE, anch'essi senza diritto di voto.

Tuttavia, il politico francese Florian Philippot, leader del partito Les Patriotes, ha respinto la proposta di Merz, definendola una "follia" che darebbe al regime di Kiev "accesso ai fondi europei". "Sarebbe la nostra rovina", ha avvertito.

Inoltre, è stato riferito che i leader dell'UE hanno concordato un requisito comune per l'adesione dell'Ucraina al blocco: indagare, nel rispetto dello stato di diritto, sul recente mega-scandalo di corruzione che ha scosso il paese ai massimi livelli del potere.

Iran, USA, Israele: la partita rimane aperta

 

Grande risalto è stato dato dai mass media sul “memorandum” tra Iran ed USA che dovrebbe essere firmato venerdì 19 prossimo. Questa notizia giunge appena in tempo per salvare la faccia a Trump in occasione del suo 80° compleanno festeggiato davanti alla Casa Bianca con una festa costata 80 milioni di dollari e coincide con l’inizio dei Campionato del Mondo di Calcio, che dovrebbe dare lustro agli USA, quale paese organizzatore.

Trump ora può dire di aver ottenuto un risultato dopo mesi di estenuante tira e molla con l’Iran; ma le cose sono molto più incerte di quanto la dirigenza USA voglia ammettere,

Innanzitutto un “memorandum” non è un accordo, ma una specie di agenda che dovrebbe fissare i punti e gli indirizzi di una successiva trattativa. Inoltre molto significativo è il comunicato in proposito dell’agenzia di stampa iraniana Mehr che riassume in 14 punti i contenuti del memorandum.

Il documento prevederebbe innanzitutto la cessazione del fuoco anche sul fronte del Libano e l’impegno degli USA a non interferire negli affari interni dell’Iran. Inoltre gli USA dovrebbero togliere il loro blocco dello stretto di Hormuz entro 30 giorni e ritirare le truppe statunitensi da tutte le aree limitrofe all’Iran.

Dovrebbero essere tolte tutte le sanzioni, vecchie e nuove, di tipo energetico e finanziario all’Iran, e previsto un piano di ricostruzione dell’Iran a causa dei danni subiti, per un valore di 300 miliardi di dollari.

I negoziati dovrebbero durare 60 giorni durante i quali gli USA si impegnerebbero a non inviare altre truppe nella regione.

Gli USA si dovrebbero impegnare a sbloccare 24 miliardi di fondi iraniani sequestrati e congelati, di cui la metà sbloccati prima dell’inizio delle trattative (si dice che gli Emirati Arabi Uniti, alleati degli USA, abbiano già sbloccato altri 10 miliardi di loro competenza).

Da parte sua l’Iran si impegna a rispettare le disposizioni del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (come del resto ha fatto finora sottoponendosi anche ai controlli dell’Agenzia Atomica IAEA e rinunciando a produrre armi nucleari), ma senza subire imposizioni irragionevoli o ricatti.

L’accordo dovrà essere ratificato anche con una Risoluzione ufficiale dell’ONU.

Se si esaminano i punti precedenti, risulta evidente che la loro accettazione integrale da parte degli USA e dell’alleato Israele costituirebbe di fatto una pubblica ammissione della sconfitta subita nel precedente conflitto. La partita quindi rimane incerta ed aperta a tutte le soluzioni, anche ad un’eventuale ripresa delle ostilità.

Uno dei nodi più difficili da sciogliere è il coinvolgimento del “cane pazzo” Israele che difficilmente vorrà interrompere i bombardamenti, la pulizia etnica e l’occupazione di parte del Libano (e della Siria). La definizione di “cane pazzo” (che per la propria sopravvivenza dovrebbe continuare a terrorizzare tutti i vicini) non è mia, ma del più famoso generale israeliano di ogni tempo: Moshe Dayan, vincitore della Guerra dei 6 giorni del 1967.

Da notare che il problema non è solo costituito da Netanyahu o Ben Gvir, visto che il capo dell’opposizione Lapid ora accusa il governo Netanyahu di non aver usato la mano sufficientemente pesante per vincere la guerra. E’ inoltre difficile che USA e paesi europei della NATO facciano reali pressioni su Israele, che – per essere efficaci - dovrebbero consistere nel blocco delle forniture di armi e munizioni (che continuano), sanzioni, interruzione di ogni rapporto commerciale, economico, scientifico e diplomatico.

Mentre siamo ancora di fatto nell’incertezza, e certamente non siamo usciti dalla crisi, anche i paesi dell’Unione Europea (tra cui l’Italia) fanno sentire la loro flebile e ridicola voce dichiarando di voler inviare proprie navi a Hormuz dopo la cessazione delle ostilità, per sminare lo stretto

Immagino che gli Iraniani li accoglierebbero con un grande pernacchio, e li rimanderebbero a casa con la coda tra le gambe

Roma, 16 giugno 2026, Vincenzo Brandi

Russia e Turchia, il pragmatismo che vince sulla russofobia europea

Oggi a Mosca c'è stato un nuovo round di colloqui tra il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il suo omologo turco Hakan Fidan, con un'agenda che ha spaziato dalla crisi ucraina ai dossier regionali più sensibili, dal Caucaso al Medio Oriente, passando per Africa e Asia centrale. A differenza dei fanatici russofobi europei la Turchia continua a tenere aperti tutti i canali diplomatici con la Russia. Guadagnonde evidentemente in credibilità politica e diplomatica.

Al centro del confronto, la mediazione turca nel conflitto ucraino. Lavrov ha riconosciuto i tentativi diplomatici di Ankara, ma ha voluto ribadire con chiarezza la linea del Cremlino: "Apprezziamo gli sforzi della Turchia per risolvere la situazione ucraina", ha dichiarato il ministro russo in conferenza stampa. "Tuttavia - ha poi aggiunto - abbiamo ricordato ai nostri colleghi che per arrivare a un accordo sostenibile, duraturo e affidabile è necessario eliminare le cause profonde di questa crisi". Un concetto che la Russia va ripetendo da tempo, inascoltata da chi voleva tramite l'Ucraina infliggere una sconfitta strategica a Mosca.

Una precisazione che suona come un monito, e che riporta al centro del dibattito le rivendicazioni di Mosca sulla sicurezza nell'Europa orientale, su cui il governo turco ha finora mantenuto un ruolo di ponte tra le parti, ospitando i negoziati iniziali del conflitto e facilitando accordi come quello sul grano nel Mar Nero.

Dal canto suo, il turco Fidan ha voluto sottolineare il momento positivo delle relazioni bilaterali tra Ankara e Mosca, nonostante le divergenze su diversi fronti internazionali. "I rapporti tra Russia e Turchia continuano a svilupparsi e rafforzarsi nei settori indicati dai leader dei nostri paesi", ha affermato il capo della diplomazia turca. "Stanno entrando in una fase di istituzionalizzazione", ha aggiunto, riferendosi alla regolarità degli incontri ai massimi livelli e ai contatti tra imprenditori dei due paesi.

Sul tavolo, oltre alla dimensione politica, anche i dossier economici. "Durante la visita affronteremo nel dettaglio le questioni dell'agenda regionale e internazionale, e le prospettive per lo sviluppo di legami bilaterali più stretti nei settori del commercio e dell'energia", ha precisato Fidan.

Proprio l'energia rappresenta uno dei pilastri della cooperazione, con il progetto del gasdotto Turkish Stream e il nodo del centro di distribuzione del gas che la Turchia intende ospitare, su proposta dello stesso presidente russo Vladimir Putin. Un'intesa che potrebbe ridefinire gli equilibri degli approvvigionamenti energetici verso l'Europa.

Sul fronte internazionale, il ministro turco ha annunciato che l'agenda dei colloqui includerà un focus sulla situazione in Caucaso, Medio Oriente, Africa e Asia centrale. Temi caldi, questi, su cui le posizioni di Ankara e Mosca non sempre coincidono: dalla Siria alla Libia, fino al Nagorno-Karabakh, i due paesi hanno spesso giocato su tavoli opposti, pur mantenendo un canale di dialogo costante.

La visita di Fidan a Mosca si inserisce in una fase di intensi contatti diplomatici tra i due paesi, che negli ultimi anni hanno saputo trasformare una relazione spesso conflittuale in un pragmatico asse di cooperazione, capace di incassare le divergenze senza mettere in crisi il rapporto bilaterale. La Turchia e la Russia, a differenza della declinante Europa ancorata a vecchie logiche superate, si muovono sulla base della nuova realtà multipolare. 

Trump avverte Netanyahu: "Bibi, deve essere più responsabile con il Libano"

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avvertito il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che ora deve agire con maggiore responsabilità nei confronti del Libano. Le dichiarazioni di Trump giungono pochi giorni dopo l'annuncio di un memorandum d'intesa tra Teheran e Washington per la risoluzione del conflitto tra i due Paesi.

"Ho avuto un ottimo rapporto con Bibi [Netanyahu], ma ora Bibi deve essere più responsabile nei confronti del Libano", ha affermato il presidente statunitense durante una conferenza stampa con l'emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani. "Il Libano era un grande Paese. Era un Paese dove c'erano insegnanti, medici e avvocati. In Libano c'era un grande talento intellettuale. È terribile", ha aggiunto.

Trump ha inoltre indicato di aver suggerito a Israele "di lasciare che la Siria si occupi di Hezbollah". "Perché, a essere sincero, penso che farebbero un lavoro migliore", ha sottolineato. Il presidente ha inoltre ribadito la sua disapprovazione per l'attacco israeliano a Beirut, lanciato nel bel mezzo degli sforzi diplomatici tra Stati Uniti e Iran.

Festival di Duanwu: sport, cultura e passione, un ponte che avvicina i popoli

 

di CGTN

 

Due giorni, ottanta squadre, mille emozioni. Sul fiume Nansha, a Beijing, la Regata di Dragon Boat del distretto di Haidian 2026 ha anticipato l’atmosfera del Festival di Duanwu, il quinto giorno del quinto mese lunare, quest’anno è previsto per il 19 giugno.

Aziende, università, associazioni, uomini e donne si sono sfidate sui 100 e 200 metri, regalando uno spettacolo di ritmo e passione. Ma la festa non è solo gara: lungo la riva, un mercatino tra artigianato, creatività e sapori stagionali ha fatto vivere ai cittadini l'atmosfera autentica di una tradizione che dura da secoli, in onore del poeta patriota Qu Yuan.

Il dragon boat rema anche nell'economia: a Miluo, cuore produttivo, si costruiscono quasi diecimila barche l'anno, per un valore di oltre 200 milioni di yuan, coprendo il 60% della domanda nazionale. Turismo fluviale, micro-regate e mercatini tematici moltiplicano l'impatto.

Il fascino della barca drago ha varcato i confini. Nel Bel Paese, la Camera di Commercio Cinese in Italia ha portato a Milano la quarta edizione del suo festival, con danze del leone e assaggi di zongzi, involtino di riso glutinoso, cotto in foglie di canna o bambù.

Per Maria Rosa Azzolina, presidente dell’Istituto Italo-Cinese, sono il ponte migliore tra i due Paesi. Anche la città di Ravenna ospita da anni il Campionato europeo per club, e Claudio Schermi, presidente della Federazione Internazionale di Dragon Boat, ricorda che questo sport unisce continenti e crea amicizie.

Così, tra un remo e l'altro, la tradizione rema lontano, avvicinando culture e popoli. Il Duanwu non è solo memoria: è futuro condiviso.

La rivoluzione dell'IA travolge il mercato del lavoro, ma i sindacati sono in grave ritardo: i dati shock

 

Che l'Intelligenza Artificiale sia destinata a tagliare posti di lavoro è ormai risaputo, ma non c'è ancora piena consapevolezza del fatto che questo processo sia stato avviato già da anni. Basti ricordare che, secondo i dati dell'ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro), si registrano almeno 425 mila licenziamenti nell'ultimo triennio a livello globale; di questi, quasi 150 mila si concentrano solo nel Vecchio Continente.

È dunque arrivato il momento, per i sindacati, di analizzare con estrema attenzione le conseguenze dell'IA e dello sviluppo tecnologico sulle dinamiche occupazionali. Soprattutto, è fondamentale comprendere in anticipo quali professioni rischino reali esuberi. Se ipotizzare la sostituzione immediata di un'intera redazione giornalistica è errato, ridurre il numero dei collaboratori per sostituirli con l'IA non è affatto un'ipotesi remota.

Le professioni esposte all’Intelligenza Artificiale sono numerose: circa un quarto della forza lavoro potrebbe correre rischi concreti da qui alla fine del decennio. Call center, assistenza amministrativa, servizi informativi e di reception, customer care, impiegati bancari e postali, cassieri e traduttori sono solo alcune delle categorie interessate. Persino il mondo accademico si sta muovendo con campagne di studio e di ricerca per analizzare il fenomeno, come dimostra l'analisi del Politecnico di Torino.

Tuttavia, se da un lato almeno la metà dell'opinione pubblica si dice apertamente preoccupata per l'avvento dell'IA, dall'altro il mondo sindacale appare ancora in grave e ingiustificabile ritardo.

Non solo USA: chi sta finanziando (davvero) l'industria bellica e l'economia di guerra di Israele

 

Come ha scritto Mohamad Hasan Sweidan per The Cradle, la guerra di Israele non è più confinata a un singolo fronte o a un'unica area geografica. Dall'operazione "Al-Aqsa Flood" del 7 ottobre 2023, le attività militari di Tel Aviv si sono estese contemporaneamente a Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Yemen e Iran, trasformando il conflitto in un teatro operativo continuo anziché in una serie di campagne isolate.

La portata di questa guerra è rilevante non solo per il drammatico costo umano, ma anche per ciò che rivela sul piano industriale. Su questi fronti Israele ha schierato una vasta gamma di tecnologie avanzate: dai missili di precisione ai droni, fino a radar, sistemi di intercettazione e strumenti di guerra elettronica. Il campo di battaglia si è così trasformato in un enorme banco di prova in cui i sistemi militari vengono non solo impiegati, ma anche messi in mostra per il mercato globale.

Secondo l'analisi di Mohamad Hasan Sweidan per The Cradle, la questione centrale non è più soltanto stabilire chi fornisca armi a Israele, ma comprendere chi permetta a Tel Aviv di trasformare il conflitto in un ciclo continuo di produzione, sperimentazione e vendita globale. Per decensioni il sostegno politico, finanziario e tecnologico dell'Occidente e degli Stati Uniti ha costituito la spina dorsale della difesa israeliana. Questa struttura rimane intatta, ma non è più l'unico pilastro.

Negli ultimi anni è emerso un secondo livello: i Paesi arabi che hanno normalizzato i rapporti con Tel Aviv, in particolare i firmatari degli Accordi di Abramo. Queste nazioni sono diventate un mercato in forte crescita per l'export militare israeliano, inserendosi in un circuito finanziario che alimenta direttamente le industrie belliche di Israele.

I numeri del settore

I dati del Ministero della Difesa israeliano mostrano che le esportazioni nel settore della difesa hanno raggiunto la cifra record di 19,2 miliardi di dollari nel 2025, segnando il quinto anno consecutivo di crescita. In cinque anni l'export è raddoppiato; in un decennio è quadrublicato. Circa la metà di questi contratti (10 miliardi di dollari) è stipulata direttamente tra governi. Questo dettaglio è cruciale: dimostra che le vendite di armi non sono semplici transazioni commerciali, ma veri e propri patti politici e di sicurezza.

La partecipazione araba segue lo stesso trend. Nel 2022 i Paesi degli Accordi di Abramo rappresentavano il 24% dell'export militare israeliano (circa 3 miliardi di dollari). Nel 2023, con lo scoppio della guerra a Gaza e la conseguente pressione politica sull'immagine pubblica dei governi arabi, la quota è crollata al 3%. Il calo è stato però temporaneo: già nel 2024 la quota è risalita al 12% (1,78 miliardi). Nel 2025, Israele ha riclassificato i dati sotto la macro-categoria "Medio Oriente e Nord Africa" (che include Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco), la quale ha raggiunto il 15% del totale (2,88 miliardi di dollari).

Nel 2025 questa area geografica ha superato gli stessi Stati Uniti come destinazione dell'export militare israeliano (15% contro 13%). Il dato evidenzia come la normalizzazione diplomatica si sia evoluta in un'integrazione militare e finanziaria strutturata. Il mercato è dominato da tre giganti che da soli coprono il 90% dell'export: Elbit Systems, Israel Aerospace Industries (IAI) e Rafael.

La guerra come piattaforma di marketing

I funzionari israeliani non hanno mai nascosto il legame tra operazioni sul campo e successo commerciale. Annunciando i dati record, i vertici della difesa hanno indicato esplicitamente i conflitti a Gaza, in Libano, nello Yemen e in Iran come i principali motori della domanda. Nel marketing bellico israeliano ricorre costantemente lo slogan "battle-tested" (testato in battaglia): le intercettazioni missilistiche dimostrano l'efficacia della difesa aerea, i sistemi di sorveglianza ottengono credibilità grazie al tracciamento in tempo reale, e i raid dei droni diventano case history operative nei cataloghi aziendali.

Le aree civili e le zone di guerra attiva si trasformano così nell'ambiente in cui i sistemi vengono perfezionati e commercializzati, rendendo labile il confine tra necessità operativa e utilità commerciale.

Dalla diplomazia all'integrazione militare

Firmati nel 2020 con la promessa di portare turismo, scambi commerciali e stabilità, gli Accordi di Abramo hanno progressivamente spostato il proprio asse sulla sicurezza, complice l'inclusione di Israele nel CENTCOM (il Comando Centrale degli Stati Uniti), che ha facilitato il coordinamento strategico con i Paesi arabi.

Il Marocco, ad esempio, ha acquistato circa 2 miliardi di dollari in equipaggiamento militare israeliano dalla normalizzazione dei rapporti, e le aziende di Tel Aviv sono ormai una presenza fissa nelle fiere della difesa del Golfo. Nonostante le critiche dell'opinione pubblica araba per le distruzioni a Gaza, i canali strutturali sono rimasti intatti. Nel 2025, le categorie di armamenti più richieste sono state i missili e i sistemi di difesa aerea (29%), seguiti da sorveglianza e ricognizione (22%), radar e guerra elettronica.

Il colosso Elbit Systems incarna perfettamente questo modello: nel 2025 ha registrato un fatturato di 7,9 miliardi di dollari (+16%) e un portafoglio ordini di 28,1 miliardi, di cui il 72% proveniente dall'estero. I vertici aziendali hanno confermato agli investitori che la crescita è direttamente legata ai conflitti in corso e all'alto interesse dei Paesi arabi firmatari degli Accordi di Abramo.

Un'economia regionale plasmata dal conflitto

Mentre i fronti bellici si allargano (dal dramma umanitario di Gaza agli sfollamenti in Cisgiordania, fino alle tensioni in Libano e ai raid in Iran e Yemen), l'industria della difesa israeliana garantisce una produzione continua sia per l'esercito interno sia per i clienti internazionali.

I ricavi delle esportazioni finanziano direttamente il bilancio della difesa di Tel Aviv e lo sviluppo di nuove tecnologie. Di conseguenza, i capitali che affluiscono dai Paesi occidentali e dai partner arabi sostengono la macchina bellica israeliana. Gli Accordi di Abramo si sono così trasformati da intese diplomatiche a un sistema finanziario e militare integrato, dove il confine tra campo di battaglia, mercato e alleanza politica è ormai azzerato.

Remigrazione e traditori della patria

 

Ricapitolando. Il 10% degli italiani è povero, il 22% a rischio povertà. La disoccupazione giovanile è al 18% e 35.000 giovani laureati lasciano l’Italia ogni anno. I salari sono fermi da oltre trent’anni, mentre quasi mille lavoratori muoiono al lavoro ogni anno. Le zone industriali somigliano a città fantasma mentre i centri storici sono trasformati in ristoranti a cielo aperto per i ricchi turisti nordici.
 
 
La villeggiatura estiva è ormai un privilegio per una ristretta minoranza di ricchi mentre la stragrande maggioranza delle famiglie non può permettersi nemmeno un weekend al lido. Sanità e istruzione sono costantemente sotto finanziate, per una tac urgente hai 2 anni di lista d’attesa, mentre continuano a crollare non solo ponti e tetti delle scuole ma direttamente interi pezzi di città. L’unica concreta prospettiva di sviluppo economico a medio-lungo termine è diventare una specie di Thailandia del Mediterraneo e questi che fanno? Vanno in piazza per la remigrazione di milioni di disperati più disperati di noi. Mentre i primi da espellere sarebbero tutti quei traditori della Patria che hanno svenduto l’Italia consegnandola nelle mani dell’élite finanziaria globale. E a seguire le forze straniere che da ottant’anni occupano militarmente la penisola e ne orientano interessi strategici e politiche internazionali.
 
Nient’altro che la solita vecchia solfa del nemico interno, propalata da gente orgogliosa di aver sostenuto la guerra in Libia, paese raso al suolo nell’interesse delle grandi multinazionali del petrolio (e contro l’interesse nazionale italiano) che dalla caduta di Gheddafi è diventato la terra di nessuno dove spadroneggiano schiavisti e contrabbandieri che alimentano la moderna tratta degli schiavi africani. Da gente incapace di spiccicare mezza parola contro l’imperialismo della NATO, contro le decine di colpi di stato e conflitti tribali e per procura alimentati negli anni per agevolare il saccheggio delle risorse africane. E da gente che ben si guarderebbe dal remigrare ben altri occupanti dalle colonie in Cisgiordania.
Insomma un’operazione che usa la retorica xenofoba come esca e la distrazione di massa come strategia politica. Strumenti utilissimi per la pesca a strascico nel disagio sociale delle fasce popolari e ormai spoliticizzate che, da anni, invocano (a ragione e non a torto) sicurezza e protezione, senza però pronunciare le uniche vere parole che andrebbero pronunciate. Perché esattamente come esiste una differenza abissale tra Nazione e Patria (la prima si fonda su sangue ed ethnos, la seconda sul diritto comune), parlare di indipendenza e sovranità senza associare concetti quali uguaglianza, democrazia popolare e solidarietà internazionale è il metodo più efficace per distinguere chi combatte nell’interesse del popolo da chi è soltanto il cane da guardia del capitale.

I nuovi vertici della sicurezza israeliana e l'incognita del Deep State: cosa sta per succedere

 

Lo stato di Israele impegnato (non da oggi) su molteplici fronti e incapace di conseguire vittorie decisive contro il nemico dichiarato di turno - Hamas, Hezbollah, Iran, forse un domani la Turchia – vive una crisi interna che pervade perfino alcuni dei capisaldi della sua esistenza: gli apparati di difesa e sicurezza.

Se le forze armate (IDF), pure oggetto di un’ampia ristrutturazione in senso tecnologico, non sembrano disporre delle capacità necessarie, in senso logistico e di organico, per andare al di là di azioni rapide, e soprattutto per garantire la conquista e il controllo di territori, è nell’apparato securitario che emergono le maggiori criticità, specie di fronte a uno scenario di guerra totale.

A sostenerlo non sono governi nemici o potenze straniere, ma Ido Norden, capo di gabinetto di Netanyahu. Nel suo libro The Invisible Rulers: The Story of Israel’s Deep State, pubblicato nel 2024, rimarcava come gli apparati burocratici che costituiscono il cuore del sistema di sicurezza interna ed esterna dello stato ebraico - IDF, Mossad, Shin Bet – avrebbero per decenni svolto un’attività di manipolazione della leadership politica, promuovendo una linea incentrata sul contenimento, sulla gestione del conflitto e sulla prudenza diplomatica. In pratica, filtrando le informazioni da far affluire al decisore politico, avrebbero bloccato scelte più radicali e maggiormente in linea con uno scenario di guerra permanente, che l’autore ravvisa nel contesto nel quale vive e opera Israele.

In tal senso, si auspicava – secondo la linea poi adottata dal premier israeliano - una rivisitazione e sostituzione dei vertici delle strutture securitarie, in modo da garantirne un perfetto allineamento con la nuova dottrina, ispirata al criterio in base al quale la fedeltà viene prima della competenza, e che le strutture burocratiche debbano essere al servizio della politica (eletta).

In effetti, a partire dallo scorso anno sono partite le “purghe”, che hanno condotto alla rimozione dei dirigenti non allineati (se non addirittura ostili al governo) e il rimpiazzo con personaggi fautori della linea radicale, incline a una logica di dominio territoriale e scontro permanente, senza spazio alcuno per contenimento o compromesso.

Tipico il caso del servizio interno, lo Shin Bet, il cui direttore Ronen Bar, in carica dal 2021, è stato rimosso per aver espresso critiche sull’invasione di Gaza e i propositi di annessione della Cisgiordania (Giudea e Samaria per il nuovo corso), e più in generale sulla guerra permanente. Netanyahu è andato dritto per la sua strada, ignorando il potenziale conflitto d’interessi segnalato dalla Corte Suprema. La scelta del successore è ricaduta su David Zini, un messianista, colono del Golan, privo di qualunque esperienza nello Shin Bet, che ha subito palesato il suo programma. Trasformazione del servizio in un apparato di polizia militare fortemente centralizzato, qualunque crimine commesso da un palestinese deve essere considerato alla stregua di un atto di terrorismo, gli attacchi dei coloni sono “frizioni”, non manifestazioni di violenza (figuriamoci se possa parlarsi di terroristi), un approccio radicale improntato alla rimozione di qualunque minaccia, che ovviamente spetta al vertice identificare come tale.

Gli strali hanno interessato anche il servizio segreto estero, il ben più conosciuto Mossad. Accusato da Netanyahu di non aver saputo prevedere il 7 ottobre, finito nel mirino per il rifiuto delle iniziative su Doha e per il fallimentare piano di regime change in Iran, è maturato l’avvicendamento del direttore David Barnea, giunto a fine mandato, con Roman Gofman, figura priva di esperienza nei servizi (come Zini), scelto per la sua vicinanza al capo del governo, rompendo la prassi secondo la quale fosse il capo uscente a indicare una rosa di nomi all’interno della quale individuare il successore.

Un aspetto simbolico, ma fino a un certo punto, è che Zini e Gofman non parlino arabo o farsi, il che significa che si passa sopra un’altra tradizione secondo la quale i vertici dei servizi dovessero essere in grado di comprendere il nemico e anticiparne le mosse, per lasciare spazio all’idea del nemico tout court, col quale esiste solo la logica dello scontro, se non dell’eliminazione. E ovviamente nessuno spazio per la mediazione.

In sostanza, emerge un quadro nel quale non solo la leadership politica si emancipa dal “controllo” delle burocrazie, ma nel quale queste ultime evolvono in strumenti ideologici, chiamati ad attuare – senza discutere – la linea indicata dal vertice dell’esecutivo. Il problema è che la miglior scienza ed esperienza insegnano come cosiddetto stato profondo, che permane nei meandri dello Shin Bet e del Mossad, potrebbe non accettare così di buon grado uno scenario nel quale la fedeltà personale e l’approccio ideologico prevalgano sulla competenza e sulla strategia, attendendo l’occasione e l’opportunità per rivalersi.

Potrebbe rivelarsi un appuntamento forse più interessante di quello che attende il governo per le prossime elezioni politiche, in calendario dopo l’estate.

Libano, per ricordare la giornalista uccisa Amal Khalil. La testimonianza di Padre Benedetto dal Kosovo

 

 

Amal Khalil giornalista libanese è stata uccisa  il 22 aprile 2026 da un attacco aereo delle IDF   israeliane nel sud del Libano mentre documentava l’aggressione israeliana al Libano. Khalil è stata uccisa in una casa in cui si stava riparando in mezzo a molteplici attacchi aerei israeliani con la spietata tecnica del “double-tap. Un'ambulanza della Croce Rossa libanese che cercava di raggiungerli è stata fermata da granate e sparatorie stordenti israeliane, secondo il ministero della Salute libanese.. Essa stata il nono giornalista ucciso in Libano nel 2026.

 La sua morte, avvenuta ad Al-Tiri, non lascia spazio a dubbi: si è trattato di un’esecuzione mirata, eseguita con la spietata tecnica del “double-tap”. E’ una tecnica micidiale”, ha spiegato tempo fa I.M. della Mezza Luna Rossa, il quale aveva già visto questa stessa tecnica applicata in Siria: “Avviene un attacco, un’esplosione, le persone e, se riescono i soccorritori, accorrono per estrarre i feriti. Così i giornalisti: arrivano per riportare l’accaduto. In quel momento, quando c’è un buon numero di gente sul posto, avviene la seconda esplosione.”

Tutto è iniziato quando Amal Khalil e la sua collega sono giunte sull’esplosione che aveva colpito un’auto. Un nuovo attacco aveva colpito di nuovo, Amal e la sua collega Zainab Faraj avevano cercato rifugio in una casa civile. Da lì, Amal ha avuto il tempo di fare le sue ultime chiamate: alla famiglia, ai colleghi, persino all'esercito libanese. Era viva, ferita, ma lucida. Erano le 16.10.

Quando i paramedici hanno tentato di avvicinarsi, sono stati respinti dal fuoco di sbarramento.

Poi, il colpo di grazia: un nuovo attacco ha centrato esattamente l'abitazione dove le giornaliste si erano nascoste. Per sette lunghissime ore, il mondo guardava. O forse no. Sette ore. Ferita, i soccorritori potevano salvarla ma non potevano raggiungerla? Nella giornata di mercoledì 22 aprile, l’intero Libano e con esso migliaia di osservatori esteri, hanno seguito con angoscia ciò che stava accadendo in quelle ore, su quella sponda del Mediterraneo, tutti col fiato sospeso.

Minuto dopo minuto, con il battito strozzato di una ricerca disperata: il tentativo di strappare alla morte Amal Khalil, intrappolata tra le macerie e il fuoco nel sud del Libano. È stato un countdown atroce, una diretta dell’anima che ha tenuto un intero popolo, incollato agli schermi, sperando contro ogni logica in un miracolo.

Amal è rimasta sotto il cemento ad affrontare il tempo e la vita che scivolavano via insieme al suo sangue. Il suo corpo è stato recuperato solo verso mezzanotte, quando ormai non c'era più nulla da fare. Zainab è stata estratta viva, gravemente ferita.

 Zainab Faraj

I volontari della Mezza Luna Rossa ed i giornalisti sul posto, hanno raccontato di aver rivissuto minuto per minuto come in un replay, la barbara uccisione della bimba Hind Rajab, che sola dentro a una macchina, dopo aver chiamato i soccorsi, dopo aver atteso con i cadaveri dei suoi familiari intorno, fu crivellata con più di 300 pallottole. Impunemente.

Il fatto che Amal avesse ricevuto minacce di morte esplicite su WhatsApp prima dell’attacco trasforma questa tragedia in un atto deliberato di ferocia inumana. Già dal 2024, Khalil aveva denunciato  di aver ricevuto telefonate minacciose da un numero di telefono israeliano "che la avvertiva di lasciare il sud del Libano e minacciandola di distruggere la sua casa. Dopo la morte di Khalil, il commentatore israeliano Gideon Gal Ben Avraham è stato identificato come la persona che ha fatto l’ultima telefonata prima del suo assassinio., ma sicuramente resterà impunito.

È stata eliminata perché la sua penna era diventata più scomoda delle sue fonti, hanno detto i suoi colleghi e colleghe.

La storia di Amal Khalil ci lascia con una domanda: cosa resta della verità quando chi la racconta viene sistematicamente messo a tacere? Mentre piangiamo l'ennesima reporter caduta, resta il peso di quel vuoto e il coraggio di chi, nonostante le minacce e i droni sopra la testa, decide che restare e testimoniare è l'unico modo per non lasciare che il buio vinca del tutto e la barbaria e passi inosservata.

C’è qualcosa di profondamente interiore nel rapporto che ci lega ai VERI reporter di guerra, non ai giornalisti prezzolati “mainstream”. Spesso, ci sembra di conoscerli di persona. Li abbiamo visti tenere duro sotto i bombardamenti, commuoversi fino alle lacrime davanti a un bambino estratto dalle lamiere, o peggio, li abbiamo visti apprendere della morte dei propri cari in diretta, mentre cercavano di raccontare quello stesso orrore. Pensiamo a Wael Al-Dahdouh a Gaza, simbolo di un dolore e del senso del dovere che non si ferma nemmeno davanti alla notizia in diretta dell’uccisione di quasi tutta la famiglia.

Eppure, in questi ultimi due anni e mezzo, abbiamo dovuto apprendere e ammettere una cosa terribile: quella scritta PRESS sul giubbotto antiproiettile, che un tempo era un simbolo di protezione internazionale, oggi sembra essere diventata un vero e proprio bersaglio. Con più di 200 giornalisti palestinesi uccisi a Gaza e in Libano si ripete la stessa dinamica, il messaggio è chiaro. Essere testimoni scomodi ha un prezzo che si paga con il sangue.

Amal Khalil, nata nel sud del Libano, non era una novizia del pericolo. Dal 2006 raccontava le ferite e gli orrori della sua terra. Il suo sguardo era puntato sui civili che restano nonostante le bombe e i proiettili. Recentemente si era occupata delle demolizioni sistematiche delle case nei villaggi di confine, un lavoro che serviva a smentire la narrativa di chi dichiara di colpire solo obiettivi militari. “Smentisco la narrazione dell’IDF mostrando le prove dei bombardamenti su case e fattorie”, aveva detto con orgoglio. Ed è stata proprio quella coerenza a condannarla a morte dal sionismo criminale.

Al suo funerale è stata condotta alla sua ultima dimora nel villaggio di Baysariyeh, con la bara ricoperta dalla bandiera libanese, migliaia di persone hanno vissuto un'ondata di emozioni diverse, ha raccontato un partecipante. "È stato un giorno davvero triste, ma è stato pieno di orgoglio e di rabbia. Tristezza perché Khalil era una persona di buon cuore, amata dai suoi colleghi e da coloro le cui storie raccontava. Orgoglio, perché Khalil non si è mai tirata indietro, anche di fronte al pericolo e alle minacce di morte ", ha detto Roaa Kassem, collega di Khalil al quotidiano libanese Al-Akhbar.

Testimonianza di padre Benedetto, monaco ortodosso del Monastero di Decani in Kosovo Metohija

“ Ho conosciuto Amal a De?ani, dopo un giro nella chiesa ed un thè in terrazza. Una donna piena di vita, serena, risolta, con una gran passione per gli animali, al punto di estorcere a Padre Isaija l’autorizzazione a conoscere il nostro falco antipiccione.

Amal Khlyl aveva una quarantina d’anni, un bel sorriso, poliglotta, giornalista, animalista ed un profondo trasporto per i Bovari del bernese.

Libanese di Sidone, aveva scelto di raccontare la sistematica distruzione delle case in Libano da parte delle forze militari israeliane che occupano il paese.

“Gran parte delle cause che agitano il mondo, non le puoi comprendere se non capisci cosa è stato il ’99, il bombardamento della Serbia e la tragedia di Kosovo e Metohija” diceva.

Si era esposta, al punto di ricevere minacce di morte telefoniche contro le quali era insorta la comunità internazionale di amici che la conoscevano, siglando un appello che mi onoro di aver firmato, tanto solidale e affettuoso, quanto inutile.

Amal, che mi ha spiegato cosa fosse Hezbollah, quale voce parlasse, è stata uccisa dall’esercito israeliano; prima un drone ha colpito l’auto in cui viaggiava con la fotografa Zeinab Faraj e dopo che si erano rifugiate in una casa, l’aviazione israeliana ha bombardato con chirurgica precisione, uccidendo Amal e ferendo gravemente Zeinab.

Il mondo oggi è più povero di una persona buona, che utilizzava le scatole delle munizioni ebraiche per farne vasi da fiore nella propria casa; la foto (di Zeinab Faraj) è quella che ha usato per fare gli auguri di Pasqua, qualche settimana fa.

Possa il nostro Signore onnipotente perdonarle ogni peccato, accogliendola, Giusta tra i Giusti, laddove non c’è più dolore o sofferenza.

Possa la collera del nostro Dio rovesciarsi su questo esercito israeliano, accozzaglia di assassini, avanguardia dell’anticristo, sterminatore di innocenti, volto del maligno.

Cara Amal, l’eterno riposo ti doni il Signore, splenda su di te la luce e la gioia dell’eternità, riposi il tuo nome e la tua memoria nella pace degli uomini e dentro me, il ricordo di quel tuo bel sorriso”.          

Padre Benedetto, Decani aprile 2026

Che la terra ti sia lieve.

A cura di Enrico Vigna

L'aquila imperiale tedesca vuole risorgere

 

Mentre a fatica l’alleanza di Mosca, Pechino e Teheran sembra aver buttato acqua sul fuoco del conflitto mediorientale con un Memorandum di intesa onnicomprensivo dell’intero Asse della Resistenza, rispedendo la palla della “diplomazia di guerra” nel campo della Coalizione Epstein, il disordine mondiale dell’Impero del Caos si riaccende con dichiarazioni di fuoco che arrivano dal ventre neonazista europeo: la Germania.

Il Paese che non ha mai affrontato, elaborato e superato il nazismo, ma che lo ha fatto risorgere sotto le forme di un ordoliberismo colonialista rivolto all’Europa continentale e a quella orientale ha avviato la più poderosa macchina militarista di sempre proprio mentre l’Unione Europea, il suo Frankenstein, varava il piano di riarmo del Readiness 2030. Si tratta del piano di militarizzazione più massiccio dalla Seconda Guerra Mondiale per il continente europeo e che attualmente è in fase di approvazione nei singoli Paesi da parte di ogni singolo Quisling dei 27 piccoli indiani pronti all’Operazione Barbarossa 2.0.

Mentre tutto questo è in fase di preparazione il comandante Holger Noeman della Lutwaffe ha dichiarato ad una delle testate britanniche più importanti: «l’esercito tedesco è pronto ad attaccare Mosca, San Pietroburgo e Kaliningrad già stanotte. Tutti dovrebbero capire che non ci sono zone con diversi livelli di sicurezza, che la NATO è la NATO». (https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/06/15/luftwaffe-chief-warns-russia-german-ready-to-fight-for-nato/)

E questo avviene il giorno prima dell’avvio delle esercitazioni congiunte dei più importanti eserciti UE e NATO a Kaliningrad, siccome dal 16 al 26 Giugno le forze armate di Francia, Germania, Polonia e Lituania verranno schierate per testare la chiusura del corridoio di Suwa?ki, verificando le capacità di bloccare il passaggio per l’unica via terrestre che garantisce l’accesso operativo tra la Bielorussia e l’exclave russa. Dunque si riscalda una zona già resa incandescente dal passaggio continuo dei droni ucraini e dai test nucleari coordinati tra Russia e Bielorussia. Ma d’altra parte già la 62° Conferenza di Monaco dello scorso Febbraio aveva visto il Ministro della Difesa tedesco Pistorius perorare il riarmo europeo e NATO proprio in funzione anti-russa e le dichiarazioni che arrivano oggi, dallo Stato militare profondo tedesco, non fanno che seguire la medesima retorica bellicista estrema di allargamento del conflitto contro la Russia.

Il fatto poi che tali dichiarazioni vengano rilasciate al più influente quotidiano conservatore britannico è già un segnale di creazione di un asse europeo apertamente schierato per l’allargamento del conflitto quantomeno all’UE, concepita come NATO europea in questa fase di ripiegamento statunitense dall’impegno diretto. Il Ministro degli Esteri tedesco Wadepul ha inoltre già annunciato l’integrazione tra l’esercito tedesco e quello ucraino in una collaborazione che avvicina sempre di più alla creazione di un fronte comune.

Se andiamo oltre le mere dichiarazioni e ci spingiamo all’analisi delle dinamiche di mercato, scopriamo che con lo sviluppo e la condivisione di nuovi sistemi d’arma (si veda la recente intesa sul deep strike) il complesso militare-industriale tedesco ha già creato un fronte unico contro la Russia, poiché «il motore interno del potere tedesco è il capitale monopolistico»[1] e che il capitale tedesco è dominante all’interno dell’UE, abbiamo quest’ultima che «sta tentando di aggiungere (…) il nuovo fulcro coloniale est europeo e russo». L’elemento coloniale che Hosea Jaffe ritrovava nelle pulsioni violente del capitalismo tedesco continua a pulsare ancora oggi nel cuore dell’UE, per cui l’espansionismo militare che si sta preparando non è altro che l’espressione più vera dell’Europa che «è sempre stata coloniale e morirebbe senza le sue fondamenta coloniali»[2].

Questa tendenza è da anni individuata dalla Russia nel risorgere del nazismo e ha portato all’Operazione Militare Speciale nel tentativo di sradicare il caso ucraino. Purtroppo questa era, per l’appunto, solo una tendenza di un’ideologia ben più radicata in dinamiche guidate dal modo di produzione capitalistico stesso che ha nella Germania il suo vero nucleo europeo. E se, come spiegava Rosa Luxemburg quando analizzava il militarismo, «le guerre possono venire condotte solo quando e solo finché la massa del popolo lavoratore o le fa con entusiasmo, perché le ritiene cosa giusta o necessaria, od almeno le sopporta pazientemente», allora  siamo in questa seconda ipotesi.

Sinora la popolazione tedesca ed europea ha esercitato una pazienza fuori misura, accettando non solo i tagli al welfare, ma anche la crisi economica e la compromissione dello stesso modello capitalistico occidentale fondato sulla crescita “infinita” e il “benessere” a mezzo di consumo. Quella dell’ordoliberismo tedesco è stata una vera e propria “economia di guerra” poiché da lunghi anni, e non solo dagli ultimi annunci di Draghi, ha intaccato i consumi e la crescita delle colonie (ricordiamoci dei PIIGS nel dopo crisi finanziaria) a favore del nucleo che, dopo aver cannibalizzato la periferia, ora chiama sempre più apertamente alla militarizzazione e alla guerra coloniale diretta verso l’“esterno” con la promessa della “ripresa economica”.

La palla della competizione economica è già stata lanciata dal settore civile a quello militare. Dato che «la parte che fa la guerra è tutto il popolo»[3]  possiamo davvero dire che siamo di fronte a un impero, quello tedesco, che vuole risorgere e sembra voler accettare il rischio-opportunità di affrontare una nuova pesante crisi economica pur di sferrare l’attacco esistenziale alla Russia profonda. A marzo 2026 i Tribunali tedeschi hanno registrato 2.308 fallimenti aziendali, che è la cifra più alta dal post crisi finanziaria nel 2013 e, nonostante tutto, il popolo accetta e “sopporta pazientemente” come ricordava Rosa Luxemburg davanti al signor Procuratore del Tribunale speciale che stava per condannarla per incitamento allo sciopero contro la guerra...

[1] H. Jaffe, Germania. Verso il nuovo disordine mondiale, Jaca Book, Milano, 1994, p.105

[2] Ivi, p. 66

[3] R. Luxemburg, Scritti politici. Vol. II - Militarismo, guerra e classe operaia. Difesa della compagna Rosa Luxemburg davanti al Tribunale speciale di Francoforte (a cura di Lelio Basso),  Ed. Internazionali Riuniti, Roma, 2012, p. 22

Fulvio Grimaldi - Quinte Colonne dell’imperialismo. GLI AGITPROP DELLA DISSIDENZA. I casi Satrapi e Navalny

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

Sono i massimi idoli dei media in Occidente. Sono prime donne e primi uomini, ma oggi come oggi, si sa, vanno di più le prime donne, dentro e fuori wako, in tutti i talkshow e su tutte le onde radiofoniche. Fanno incetta di premi Nobel per la Pace e di quelli Oskar. Nei Festival nessuno merita più di loro un tappeto rosso chilometrato. Sono l’estrema conferma della superiorità della civiltà bianca, cristiana, con al centro e in testa le donne. Sono il puntello, il paracadute, la stampella, l’integratore vitaminico di ogni campagna che esalta i valori occidentale e depreca i disvalori altrui. Sono l’assist irrinunciabile a ogni visione, azione e aggressione colonialista e imperialista, per iscritto, parlato, o bombardato.

Sono i testimoni nativi del mondo delle barbarie. Sono la diaspora. Sono la dissidenza. 

Si potrebbe partire da Dante e Machiavelli, Pablo Neruda, o Nureyev. Ma non la finiremmo più e ci ritroveremmo in un ginepraio dove la fuga da una dittatura si confonde con quella del transfuga comprato e prezzolato. Partiamo da ciò che troviamo in giro ora. E che ora incide sulla percezione che il volgo e l’inclita hanno del reale.

I dissidenti che qui ci interessano si dividono in nativi transfughi e nativi stanziali. Nella prima categoria, tra i più celebri, o celebrati, troviamo i russi Solženicyn, Kasparov, il figlio dello Shah Pahlevi, la Premio Nobel iraniana Shirin Ebadi, l’artista cinese Ai Weiwei. Tra quelli rimasti, volenti o nolenti, nel loro paese ricordiamo, su tutti, Nelson Mandela, poi il Nobel per la Pace cinese Liu Xiaobo, le iraniane di “Donna, Vita, Libertà”, il giornalista tedesco sanzionato da Bruxelles e da Berlino, Hüseyin Dogru.

Coloro che stanno in paesi sgraditi all’Occidente euro-atlantico di solito godono del sostegno aperto di Amnesty International, Human Rights Watch e, in misura meno visibile, di National Endowment for Democracy, o USAID, agenzie USA che lavorano là dove la presenza diretta della CIA comprometterebbe il corretto esito cognitivo delle opinioni pubbliche. Sono quelli, insieme a centinaia di altre ONG, che vengono utilissimi per le operazioni colorate, di regime change.

Gli esiliati nei paesi ospiti, che fisologicamente devono essere ostili ai paesi d’origine, o quanto meno ai relativi governi, assumono il compito di demonizzare la rispettiva patria, farlo sfigurare rispetto a quello ospitante, e quindi agevolare sanzioni, aggressioni, guerre.

Noi qui ci dedichiamo a due assoluti prim’attori della dissidenza nelle rispettive categorie di nativo in esilio e di nativo a casa sua: l’iraniana di Francia, Marjane Satrapi, e il russo in Russia, Aleksej Naval'nyj.

Persepolis, ritratto in nero

Guardate queste immagini – e altre in rete - tratte dal fumetto “Persepolis”, libro e film, della recentemente defunta scrittrice iraniana Marjane Satrapi che, prima di emergere come artista, faceva Ibrahimi. Ho girato l’Iran per il lungo e per il largo, per il sopra e il sotto e vi assicuro che, per trovare figure avvoltolate dalla radice dei capelli alla punta delle scarpe in queste funeree vesti nere dette chador, mi toccava entrare nelle moschee, neanche in tutte, in quelle più solenni e storiche, tipo a Mashad, oppure visitare qualche remoto villaggio rurale nello sprofondo del paese.

Per il resto che fossimo per strada a Tehran, Isfahan, Tabriz, Shiraz, vedevo ragazze e donne, sfolgoranti di colori, sciolte e sorridenti, vispe e loquaci, a volte per mano con i fidanzati, o mariti, o amici, a volte in gruppo, ciarliere e schiamazzanti e, ancora, in corteo, grandi e piccine, mescolate ai maschi, grandi e piccini, con un’idea di velo sulla nuca. A festeggiare, per esempio in un parco di Shiraz, tra giardini fioriti come noi ce li sogniamo, il giorno della protezione della natura, o, uscite dall’accademia delle Belle Arti, sedute su un muretto, a fare il ritratto a una persona che passa…

Tutto questo nel nero nerissimo di Satrapi non c’è. C’è il nero, solo quello. Nero come è nero il male, mentre il bene è bianco, si sa. E qui siamo al punto.

 Fumettista renitente pro fumettista di leva

Per tutti i celebranti, corifei, fan, dell’iraniana transfuga in Francia, mi pare opportuno, perché paradossale, citarne uno, collega della scomparsa. Perché nel suo lamento funebre esprime quanto c’è di più allineato con la cupola suprematista, colonialista e razzista che determina il volto dell’Occidente. E lo fa sull’unico quotidiano generalista italiano che se la tira, giustamente, da “altro”, per molti versi da antagonista. Leggere nel web e riflettere:

Il disegnatore satirico Mario Natangelo ha ricordato l'artista franco-iraniana Marjane Satrapi con un toccante articolo commemorativo pubblicato su Il Fatto Quotidiano, in seguito alla scomparsa dell'autrice avvenuta all'età di 56 anni. Ha celebrato Persepolis come un successo letterario mondiale e il capolavoro attraverso cui l'Occidente ha potuto scoprire il volto umano, le contraddizioni e la vita velata dell'Iran durante e dopo la rivoluzione.

Uno come Natangelo, vignettista che magari vira sul pecoreccio (vedi la Meloni con la testa infilata tra le chiappe di Trump), ma si esprime con scudisciate e sberleffi a chi li merita, potrebbe stupire quando costruisce il suo altarino a una protagonista di quello che sarebbe il campo avverso. Non sorprende, invece, come un’informazione legata per cordone ombelicale al potere, trasfiguri l’autrice iraniana dissidente in Polena della nave “Civiltà Occidentale”. Un piroscafo che, prima di inabissarsi contro un ghiacciaio che sapeva cosa stesse facendo, si era lasciata alle spalle Gaza e genocidi affini, utilizzati però come strumento per risolvere tutti i conflitti tra dominio e disobbedienza con la violazione di ogni legge, umana o divina (che non sia quella del Deuteronomio).

“Persepolis” e la sua funzione “orientalista”

Una Fanon iraniana?

L’opera dell’esiliata in Francia è già una sacra icona. Si presenta e viene diffusa come un’obiettiva critica dall’interno (absit iniuria del colonialista!) al patriarcato e alla dominazione religiosa della Repubblica Islamica. A spogliarla di questi attributi virtuosi, da lei assegnatisi e dai commentatori attribuitile, c’è la conversione dei ricordi di una bambina della diaspora iraniana in merce postcoloniale perfettamente calibrata per il mercato culturale dell’Occidente. Si tratta di una assai ben riuscita impresa, funzionale all’ecosistema narrativo mirato a preparare l’opinione pubblica a sanzioni, guerre e disumanizzazione di popoli non disposti a farsi assoggettare.

Qualcosa che già si era visto nella fabbricazione del consenso sociale alle ininterrotte aggressioni contro l’Iran a partire dalla rivoluzione islamica del 1979, ma che era stato messo in campo anche nelle precedenti guerre di restaurazione neocoloniale ad Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Somalia.

L’opera della Satrapi sarebbe stata un perfetto esempio dell’atteggiamento con cui, fin dalle Crociate, l’Occidente si relaziona al resto del mondo, come, nello specifico, è stata descritta in “Orientalismo”, la capitale analisi di questa problematica.dell’intellettuale palestinese Edward Said. Rispetto a quello che l’algerino di adozione, Franz Fanon, ha rappresentato nel conflitto tra colonialismo e liberazione, la fumettista iraniana rappresenta il netto rovescio. Ci dovrebbero riflettere i francesi che oggi ospitano e onorano la loro anti-Fanon. E purtroppo siamo ancora in attesa di un Gillo Pontecorvo 2.0 e di una “Battaglia di Algeri” collocata in Persia. Gli eventi che condussero alla rivoluzione del 1979 offrono la migliore sceneggiatura.

Dalla visione “orientalista” dell’orientale Satrapi escono, deformate e caricaturizzate con chiari scopi geopolitici, le società arabe, musulmane, extra-europee. Gli scritti, i disegni, le opinioni della Satrapi puntano a confermare questa visione. Dalla sua residenza in Francia ha simpatizzato con tutte le iniziative, immateriali e materiali, di attacco all’Iran, posto alla mercè di un Occidente e di un’Europa uniche democrazie e che un suo appello all’Unione Europa sollecita a definire “Stato terrorista”. Ovviamente senza sprecare mezza parola sul genocidio in corso dell’entità sionista. Non si è risparmiata anatemi contro l’alleanza tra l’Iran e la Resistenza palestinese e ha definito antisemita la sinistra francese di Jean-Luc Melenchon. Per sovrappiù, il leader della France Insoumise da lei è stato marchiato di “ammiratore di dittatori sudamericani come Hugo Chavez”.

In un’intervista del 2024, Satrapi arrivò a dichiarare: “Un Iran democratico sarebbe un bene per tutto il mondo e assesterebbe finalmente un colpo mortale alla Russia e a Hamas”.

La virtù più apprezzata nel nostro emisfero è che con la Satrapi abbiamo avuto in dono la narrazione di una nativa che riproduce, a beneficio dell’industria culturale occidentale e, dunque, del suo referente politico, l’apparato orientalista da “dentro”. Quello finalizzato a indirizzare l’opinione pubblica qualificata a tollerare, se non a sostenere, embarghi genocidi e massacri missilistici. Il ragionamento è “se lo dicono gli iraniani….” Come dire, a proposito del Venezuela, se lo dice la Machado…” O della Russia: se lo dice Navalny…Ma di questo dopo.

Trattasi, ed è un extrabonus, di donna che racconta e raffigura donne. E lo fa da donna iraniana esiliata, colta, critica dell’oppressione delle donne musulmane, con un linguaggio visivo semplice, facile da tradursi e incistarsi nella “coscienza liberale europea”. La demonizzazione dell’Iran ne è la conseguenza inevitabile e desiderata, Con tanti saluti alla condizione delle donne in paesi dalle monarchie famigliari assolute e sanguinarie, tipo Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Bahrein. Con le quali le nostre frequentazioni sono intime e redditizie.

Con oculata tempestività, è appena pochi giorni dopo l’inizio dei bombardamenti USA e israeliani sull’Iran, la televisione francese trasmetteva il filmato “Persepolis”. E dava la stura al coro di accompagnamento alle esplosioni. Tipo quella sulla scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, con le sue 180 vittime.

Chiudiamo osservando che il fatto che Satrapi abbia raccontato la sua esperienza non è il problema. Il problema è che la sua esperienza è quella della benestante famiglia di una piccola èlite urbana, laica, trovatasi classe dirigente sotto la dittatura dello Shah, al tempo del 70% di analfabeti e poveri. Un’èlite che guardava la rivoluzione da una stellare distanza di classe. E che poi risultava del tutto sconnessa dalla realtà di un paese uscito da decenni di dittatura e di dominio straniero.  

Ne è il prodotto quest’opera in bianco e nero che guarda al mondo in bianco e nero. Dove  il nero è tutto di là e il bianco tutto di qua. Sarebbe la voce della donna iraniana. Noi abbiamo constatato che non lo è. E’ una voce che armonizza con quella che si riprometteva di “distruggere la civiltà persiana in una notte”.

Dopo Solgenitsin, il vuoto

Satrapi, con il suo suprematismo culturalmente raffinato, ben mascherato da difesa dei diritti umani, da valori di emancipazione e riscatto e tutto questo nel quadro del tema vincente a prescindere, quello della liberazione delle donne, consente in parallelo eulogie di un certo spessore culturale. Ne abbiamo subito una grandinata, ben oltre l’esaltata orazione funebre di Natangelo.

In compenso, con Aleksey Navalny ci si muove più terra a terra. Il personaggio è talmente univoco, da non consentire voli pindarici e apologie che non siano apodittiche.

Un tempo a prendersela con lo zar c’erano Dostoevsky o Tolstoi o Puskin, Poi, a non apprezzare molto Stalin e suoi successori, ricordiamo Solgenitsin, Pasternak, Bulgakov. Oggi, e da qualche decennio, con forse meno pretesti a disposizione, non s’è trovato di meglio che Aleksey Navalny. Del quale, pure a forza di superlative attribuzioni di protagonismo – “leader dell’opposizione russa”, “principale oppositore di Putin”, “guida della resistenza popolare all’autocrate” – e di martirologi - condanne ingiuste, carcerazioni crudeli, avvelenamenti a gogò – non si è riusciti a decostruirne né la presunta rilevanza politica nel paese, né l’autentica identità. Sepolta sotto una lastra tombale monumentale. Ma accessibile a chi si metta a fare da cronista del percorso a tappe del personaggio nella Russia post-muro e post-Eltsin, in via di imprevisto e imperdonabile ricupero e riscatto.

Nasce il 4 giugno 1976, a Butyn' (Oblast' di Mosca) e muore il 16 febbraio nella colonia penale IK-3 di Charp, in Siberia. Una condizione che assomiglia al confino di lontana memoria. Ovviamente assassinato da Putin. O quanto meno su suo mandato, stavolta non scampato all’ennesimo avvelenamento, si è convinti.

Oggi in Russia opera un numero notevole di organi di informazione occidentali. A noi di accedere a quelle russe è inibito. Le principali testate rimaste a Mosca includono agenzie di stampa come l'americana Associated Press, la britannica Reuters e la francese Agence France-Presse. Sono presenti anche corrispondenti per emittenti e testate giornalistiche come la britannica BBC, le tedesche ARD e ZDF, l'emittente giapponese NHK e l'italiana Rai. Alcune testate occidentali sono state bandite in risposta all’analogo trattamento subito in Occidente da quelle russe. E vi possa assicurare che a perdere fonti come Russia Today (RT), o Sputnik, ci si rimette pesantemente in capacità di verificare cose ed eventi..

Di conseguenza, di cosa si dica e si sappia in Russia di questo presunto leader dell’opposizione, noi non abbiamo possibilità di avere un’idea. Informazioni russe azzerate perché false e bugiarde a prescindere. Come quelle che l’Unione Europea censura e sanziona con l’esclusione dalla società tramite negazione di mezzi di sostentamento, quando non condividono l’analisi che proclama Zelensky bello e buono, Putin brutto e cattivo.

     

Logo e attivisti di Jabloko

Studi universitari di Scienze Politiche a Yale e all’Università di Amicizia dei Popoli. Si specializza in questioni finanziarie. E’ travagliata la vicenda di politica organizzata del nostro. Esordisce nel 2000 in un partitino, “Jabloko”, con per matrice l’intelligence occidentale, vuol dire “Mela”, dalle iniziali dei suoi fondatori, ma si chiama anche “Partito Democratico Unificato Russo”. Ne viene cacciato quasi subito per “estremismo” nella sua campagna contro le minoranze etniche, tutte da relegare ai margini della società: ucraini, ceceni, tatari, armeni, kazaki, kirghisi, tedeschi, greci e tante altre.

Aderisce al movimento “Narod” (Popolo) e inizia a indossare i panni del contestatore di Putin e dell’inevitabile tema di ogni attività di regime change, la corruzione. Risulta nuovamente incompatibile per eccesso di chauvinismo e xenofobia nei confronti delle solite minoranze. Nel 2012 crea un'altra formazione, il “Partito del Progresso”, presto sciolto per inedia di consensi e sostituito dall’ennesimo microrganismo, “Russia del Futuro”, dall’assonanza oggi rilevabile con la formazione del nostro generale Vannacci. Assonanza casuale, ma che sicuramente esprime una comunanza.

L’Amerikano di Russia

Se la costante ideologica che caratterizza il percorso partitico di Navalny è facilmente identificabile in un retroterra che si potrebbe definire alla Zelensky, coltivato con sementi di un nazionalismo suprematista, esclusivista e razzista, i russi del Donbass sono per il presidente ucraino ciò che le minoranze etniche della Russia sono per il laureato di Yale.

Cosa che si inserisce perfettamente negli schemi strategici di chi, dal cuore dell’Impero, pianifica ingerenze, infiltrazioni, destabilizzazioni. Non è quella vagheggiata dai vaticinatori della guerra a Mosca una Russia ridotta in schegge di realtà sociali, etniche e religiose separate e, magari, reciprocamente ostili?  Nel caso di Navalny questa visione è tratta pari pari dal programma della Greenberg World Fellows Program, una comitiva di appena 16 laureati di Yale, accuratamente selezionati e impegnati, da “leader mondiali”, a diffondere nel mondo i “valori americani”. Navalny è dai tempi dei suoi studi a Yale un membro di riguardo.

Qui, dunque, un evidentissimo retroterra politico-culturale di ampio respiro e dai tempi lunghi. Quello operativo, invece, è assicurato da “Alternativa Democratica”, movimento di cui Navalny è cofondatore e che è diretta emanazione, diffusa in una novantina di paesi da “americanizzare”, della famigerata National Endowment for Democracy (NED), finta ONG ed effettiva dependance CIA creata da Reagan per le operazioni di destabilizzazioni più o meno colorate e di regime change.

Del resto, l’intero percorso politico-organizzativo di Navalny assomiglia a un giro a tappe all’insegna della stessa ideologia, con una linea d’arrivo che alla caduta di Putin vorrebbe far seguire una Russia “banderizzata”, all’ucraina. Il dato più significativo è che nessuna delle sua formazioni politiche è mai riuscita a eleggere neanche un deputato.

Grande da noi, un po’ meno in Russia

Il lungo percorso politico di Navalny è stato accompagnato da un altrettanto ininterrotto travaglio giudiziario che non ha certo contribuito a potenziarne il ruolo, da noi costruito ad arte, di massimo e purissimo esponente di una dissidenza russa democratica.

Nel 2012 il colosso di cosmetici francesi, Yves Rocher, irrispettoso delle ricadute politiche negative sulla propaganda occidentale, denuncia lui e il fratello per frode e abuso di fiducia, commessi mediante trasporti, con tariffe sovrapprezzate, della loro ditta di logistica. Nel 2015 i fratelli vengono riconosciuti colpevoli di aver truffato il gruppo francese per un valore di 26 milioni di rubli. La successiva condanna e a tre anni e mezzo con la condizionale e con l’obbligo di presentarsi al commissariato di polizia due volte al mese. Dispozione a cui Navalny non ottempera.

Nel 2022 altra condanna per frode e per violazione della libertà condizionata. Stavolta a 9 anni di reclusione. Infine, nel 2023 la condanna a 19 anni di reclusione per attività criminali contro lo Stato. Finisce al confino nella colonia penale di Kharp, dove è morto il 16 febbraio. Una successione di eventi che fanno a cazzotti con la sua “Fondazione Anticorruzione”.

Il 17 marzo 2023, questa Fondazione ha inviato una lettera ufficiale al ministero degli Affari esteri italiano, chiedendo l’applicazione del regime sanzionatorio nei confronti di Sergey Matviyenko, funzionario russo che disporrebbe di un patrimonio immobiliare in Italia. Il dossier non risultava sufficientemente documentato ed è stato ignorato. Neanche Tajani se l’è sentita di avvallare l’iniziativa di Navalny.

Santo subito

Ai suoi funerali si verifica un concorso di folla superiore a quello che gli era stato riservato nelle piazze russe in vita. La grancassa sull’interamente mediatico ruolo di Navalny da capofila dell’opposizione russa smuove più gente all’estero che in patria. Ovviamente un primato spetta all’Italia di Meloni, alla quale l’ultradestro xenofobo e suprematista anti-Putin offre una gradita occasione. Qui la vediamo mobilitata a Roma e a Milano.

 

Avvelenamenti a gogò

Resta da dire del “martire”, della lotta del combattente per la democrazia, peraltro con tatuaggio nazista e ripetute foto che lo ritraggono impegnato nel saluto fascista. Foto che poi in Occidente vengono definite manipolate. Martire perché carcerato e, soprattutto, ripetutamente avvelenato dall’infame zar con l’esclusivamente russo killer nervino Novichok.

Un avvelenamento che accompagna Navalny nelle principali fasi della sua vita e si verifica con la cadenza naturale di un’influenza autunnale. Sempre, compreso quello che viene detto causa della sua morte, ordinato ovviamente da Putin. Un Putin che non vedeva l’ora di scatenare l’ennesimo uragano occidentale sul “despota del Cremlino pazzo e killer”. Uragano dal quale, per non perdere ogni residuo di credibilità, ha avuto l’acume di tirarsi fuori l’Intelligence USA: ha negato che Putin abbia ordinato la morte dell’oppositore.

L’avvelenamento più clamoroso si sarebbe verificato nel 2020, con l’impiego del solito Novichok, letale. Così viene proclamato ai quattro venti e ai cinque continenti, sulla base di una bottiglietta d’acqua con tracce di un agente nervino. Sarebbe stata trovata nella camera d’albergo di Navalny, a Omsk, in Siberia. Alcuni siti “insider” avevano parlato di massicci consumo di alcol da parte del dissidente, la sera prima, associata all’assunzione di antidepressivi.

Dato per certo dal coro assordante di tutta la stampa europea e, con più circospezione, da quella statunitense, la campagna si affievolisce quando le autorità russe, dando prova di sapere il fatto loro, arrivano ad affidare “l’avvelenato” al sistema sanitario tedesco, il più apprezzato d’Europa. A Berlino, nella Germania dei governi campioni di russofobia, curato per intossicazione, Navalny si riprende, smentendo l’inesorabile letalità associata al presunto Novichok. Fine della storia.

Fino al suo grande rilancio di questi giorni, ultima occasione per guadagnare al “leader dell’opposizione russa” uno sgabello nella Storia, offertagli stavolta da prefiche, elogisti di mestiere e coccodrillisti del Corriere della Sera. Su Navalny, Natangelo si è astenuto. Gli rimane pur sempre la Satrapi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Niente sanzioni al ministro Ben-Gvir: il doppio standard dell'UE che divide l'Europa

 

Mentre la macchina sanzionatoria dell'Unione Europea si muove con implacabile rapidità e unanimità quando si tratta di colpire nazioni non allineate all'Occidente — come Russia, Iran o Bielorussia —, i meccanismi diplomatici di Bruxelles sembrano congelarsi di fronte alle violazioni dei diritti umani commesse dai propri storici alleati. Il caso del ministro israeliano Itamar Ben-Gvir mette a nudo l'ennesimo doppio standard geopolitico dell'UE: la fermezza intransigente applicata a Mosca o Teheran si trasforma in un labirinto di veti e indecisioni quando la condanna dovrebbe colpire esponenti del governo israeliano, minando la credibilità dell'Unione come attore neutrale sulla scena internazionale.

A tal l proposito, L'Alta rappresentante per la politica estera dell'UE, Kaja Kallas, ha riferito che all'interno del blocco comunitario manca la coesione necessaria per colpire con sanzioni il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, l'esponente di estrema destra Itamar Ben-Gvir, malgrado le insistenze di diverse cancellerie europee.

"Numerosi Paesi membri hanno caldeggiato l'adozione di misure restrittive contro il ministro Ben-Gvir, ma nel vertice odierno non è stato possibile raggiungere un accordo unanime", ha spiegato Kallas a margine del consiglio dei ministri degli Esteri europei svoltosi a Lussemburgo.

La pressione per inserire il ministro nella lista nera europea è aumentata sensibilmente dopo la diffusione, il mese scorso, di un filmato in cui Ben-Gvir ironizzava sugli attivisti umanitari immobilizzati e catturati dai militari israeliani a bordo di una flottiglia diretta a Gaza. In reazione all'episodio, la Francia ha stabilito il divieto d'ingresso sul proprio territorio per l'esponente politico, esortando contestualmente l'Unione a varare sanzioni collettive.

Tuttavia, i provvedimenti sanzionatori dell'UE richiedono il voto favorevole di tutti e 27 gli Stati membri, e le nazioni tradizionalmente più vicine a Tel Aviv hanno bloccato il progetto.

Sul fronte economico, Kallas ha comunque annunciato che l'Unione prenderà in esame diverse strategie per limitare i rapporti commerciali legati alle colonie israeliane, accogliendo le istanze sollevate da alcuni governi:

"In merito all'interscambio commerciale con gli insediamenti illegali, diversi Stati membri hanno sollecitato un intervento della Commissione Europea", ha precisato.

La diplomatica ha poi aggiunto che darà mandato all'organo esecutivo dell'UE di elaborare "un ventaglio di opzioni per potenziali restrizioni commerciali", che verranno discusse nel prossimo summit dei ministri degli Esteri a luglio.

Israele mantiene il controllo della Cisgiordania dal 1967 e, da quel momento, lo sviluppo degli insediamenti ha rappresentato un punto fermo nell'agenda dei vari governi israeliani. Questa dinamica ha però registrato un'impennata sotto l'attuale esecutivo di coalizione guidato da Benjamin Netanyahu. Escludendo l'area di Gerusalemme Est, sono oltre 500.000 i coloni israeliani che risiedono in questi territori — considerati illegali dal diritto internazionale —, a fronte di una popolazione di circa tre milioni di palestinesi.

Gaza, l'allarme della Croce Rossa: "Migliaia di corpi rischiano di restare senza nome"

 

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha avvertito che migliaia di palestinesi sepolti sotto le macerie di Gaza potrebbero non essere mai identificati, poiché le operazioni di recupero procedono a rilento e Israele continua a bloccare l'ingresso nella Striscia di attrezzature di cui c'è disperatamente bisogno, come riportato dal Guardian il 14 giugno.

"Non c'è dubbio che presto potrebbe diventare difficile identificare questi corpi", ha affermato Pat Griffiths, portavoce del CICR a Gerusalemme.

“Più tempo ci vuole per recuperare i resti umani, più difficile diventa identificarli. Più a lungo i defunti giacciono sotto le macerie, più è probabile che si trovino in uno stato avanzato di decomposizione, persino ridotti a scheletri, al momento del recupero.”

Ha aggiunto che, con il passare del tempo, gli esperti forensi perdono l'accesso alle prove circostanziali che aiutano a confermare l'identità della vittima.

Israele ha bombardato Gaza senza pietà per due anni prima che venisse raggiunto un cessate il fuoco tra Hamas e Israele nell'ottobre dello scorso anno. I bombardamenti hanno lasciato circa 10.000 persone sepolte sotto le macerie di case, edifici, ospedali e scuole distrutti, secondo il Ministero della Salute di Gaza.

Secondo alcuni esperti, il numero di corpi ancora da recuperare potrebbe arrivare a 14.000, ha riportato il Guardian.

Dopo il cessate il fuoco, i palestinesi hanno iniziato l'estenuante compito di rimuovere circa 61 milioni di tonnellate di detriti.

I progressi sono lenti poiché le squadre di soccorso sono state costrette a utilizzare strumenti rudimentali, come pale, picconi, carriole, rastrelli, zappe e persino le mani nude, per dissotterrare i corpi.

Israele ha rifiutato ripetutamente le richieste di consentire l'ingresso di escavatori e altri macchinari pesanti necessari per rimuovere le macerie, rendendo l'imponente operazione molto più lenta e difficile.

"Le squadre di ricerca e recupero hanno bisogno di accedere a tutti i siti in cui si ritiene si trovino resti umani", ha dichiarato il portavoce del CICR. "Sappiamo che gran parte di questi macchinari e attrezzature sono al momento quasi impossibili da far arrivare a Gaza".

Con il passare del tempo, le possibilità di confermare l'identità delle vittime diminuiscono. Le caratteristiche fisiche che possono aiutare nell'identificazione, tra cui età, sesso, altezza, impronte digitali, cartella clinica dentale e oggetti personali, vanno presto perdute, afferma il CICR.

Anche il materiale genetico necessario per l'identificazione del DNA si deteriora nel tempo. "Una corrispondenza genetica che poteva essere rapida e altamente affidabile poche settimane prima può diventare molto più complessa mesi dopo", ha spiegato la dottoressa Cristina Cattaneo, docente di patologia forense all'Università di Milano.

Gli ospedali devastati di Gaza sono inoltre sprovvisti delle attrezzature necessarie per i test del DNA, e Israele si rifiuta di consentire l'ingresso nella Striscia di materiali per tali analisi.

La situazione è aggravata dai bulldozer militari israeliani che lavorano per demolire sistematicamente le strutture a Gaza, nel tentativo di impedire ai palestinesi di tornare alle proprie case. Durante la demolizione degli edifici, i bulldozer potrebbero spostare e danneggiare i corpi ancora sepolti sotto le macerie, o seppellirli ulteriormente.

Per i palestinesi, non conoscere la sorte di una persona cara scomparsa, che sia morta o detenuta nelle prigioni israeliane note per le orribili torture, è devastante.

Saed al-Yazji ha dichiarato al Guardian che suo fratello, Sameh, di 40 anni, è scomparso il 7 ottobre 2023, quando Israele ha iniziato la campagna di bombardamenti a Gaza, durata due anni e presto riconosciuta in tutto il mondo come un genocidio.

«Da quel giorno non abbiamo più avuto sue notizie», ha detto Yazji, 52 anni. «Continuiamo ad aggrapparci alla speranza che sia vivo, perché non c'è stata alcuna conferma che sia stato ucciso o arrestato. Aspettiamo ogni giorno notizie che possano finalmente portare pace ai nostri cuori».

Secondo il Ministero della Salute di Gaza, le forze israeliane hanno ucciso oltre 72.000 palestinesi nella Striscia. La maggior parte sono donne e bambini.

Tuttavia, stime indipendenti suggeriscono che il bilancio delle vittime sia di gran lunga superiore. Un team di ricercatori tedeschi e spagnoli del Max Planck Institute for Demographic Research (MPIDR) e del Center for Demographic Studies (CED) ha stimato che, a novembre 2025, il numero di morti violente avesse probabilmente superato le 100.000 unità.

Alcuni studiosi e scienziati stimano che il bilancio delle vittime a Gaza possa superare le 600.000 unità, considerando anche gli effetti indiretti della guerra, come la distruzione delle infrastrutture, la malnutrizione e le malattie.

Libano, scatta la denuncia all'ONU: "Israele usa diserbanti chimici vietati come mezzo di guerra"

 

Il Ministero degli Esteri libanese ha annunciato il 14 giugno di aver presentato una denuncia alle Nazioni Unite per l'utilizzo, da parte di Israele, dell'erbicida glifosato come metodo di guerra in territorio libanese vicino al confine all'inizio di quest'anno.

In una dichiarazione diffusa domenica, il ministero ha affermato di aver inviato questa settimana una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e al segretario generale dell'ONU per protestare contro l'incidente, avvenuto a febbraio.

All'epoca, era in vigore un cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah. Tuttavia, le ostilità ripresero il 2 marzo, dopo che gli Stati Uniti e Israele lanciarono una guerra contro l'Iran il 28 febbraio.

Il ministero libanese ha dichiarato che le analisi di laboratorio e le analisi chimiche dei campioni di terreno prelevati dai villaggi di confine del Libano meridionale di Aita al-Shaab, Ras Naqoura e Dhayra "hanno confermato l'uso di glifosato ad alte concentrazioni".

Il glifosato è un erbicida tossico con gravi conseguenze per la salute, il suolo e le colture.

Analisti e gruppi di controllo riferiscono che Israele ha irrorato la sostanza chimica in Libano e Siria nell'ambito di una tattica di "terra bruciata" volta a distruggere rapidamente la vegetazione e a creare zone cuscinetto desolate vicino al confine con entrambi i paesi.

Il comunicato del ministero affermava che i livelli dell'erbicida "superavano di gran lunga" quelli normalmente riscontrati nelle aree agricole dopo il regolare utilizzo da parte degli agricoltori, aggiungendo che la Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche "vieta l'uso di erbicidi come mezzo di guerra".

La denuncia si basava su un rapporto del Consiglio nazionale per la ricerca scientifica (CNRS), un organismo legato al governo libanese.

All'epoca, la missione di pace delle Nazioni Unite in Libano dichiarò che Israele l'aveva informata dei suoi piani di irrorare una "sostanza chimica non tossica" vicino al confine.

Il presidente libanese Joseph Aoun ha denunciato l'irrorazione definendola una "flagrante violazione della sovranità libanese e un crimine contro l'ambiente e la salute".

Il comunicato del ministero ha inoltre affermato che il Libano ha presentato una denuncia al Consiglio di Sicurezza per i continui attacchi israeliani contro il Paese, tra cui l'uccisione di tre militari libanesi – un generale di brigata, un capitano e un soldato – avvenuta il 6 giugno mentre svolgevano il loro "dovere nazionale nel Libano meridionale".

L'esercito israeliano ha cercato di giustificare l'attacco affermando che il veicolo militare libanese su cui viaggiavano si stava muovendo in modo "sospetto" verso i soldati israeliani che occupavano il villaggio di Kfar Tibnit, in una "zona di combattimento attiva soggetta a un ordine di evacuazione".

Israele ha emesso ordini di evacuazione per vaste aree del Libano meridionale, trasformandole in zone di fuoco libero dove civili, giornalisti e soccorritori vengono presi di mira senza preavviso da attacchi aerei di droni israeliani.

Ad aprile, Tel Aviv e Beirut hanno avviato a Washington degli storici colloqui diretti illegali nel tentativo di fermare la guerra israeliana contro il Paese. 

Le autorità libanesi hanno respinto i tentativi iraniani di includere il Libano nel cessate il fuoco negoziato tra Teheran e Washington, offrendo così a Israele un'ulteriore copertura per gli attacchi in corso nel Paese.

Domenica, Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un accordo preliminare per porre fine alla guerra tra i due Paesi. 

Sebbene il Libano sia incluso nell'accordo, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che Israele non è vincolato dall'intesa, non ritirerà le sue forze che occupano il Libano meridionale e continuerà a mantenere la "libertà d'azione" per bombardare il Libano in futuro.

La resa di Washington: il memorandum certifica la vittoria strategica dell'Iran

 

Dopo settimane di escalation militare e negoziati sull’orlo del fallimento, Iran e Stati Uniti hanno raggiunto un memorandum d’intesa che potrebbe aprire la strada alla fine della guerra scoppiata il 28 febbraio e a una nuova fase nei rapporti regionali. L’intesa è arrivata dopo nuove concessioni da parte di Washington, maturate in seguito ai bombardamenti israeliani su Beirut, che avevano spinto Teheran a valutare una risposta militare su vasta scala. Secondo fonti iraniane, l’attacco israeliano alla periferia sud della capitale libanese aveva oltrepassato le “linee rosse” della Repubblica Islamica, mettendo a rischio l’intero processo diplomatico. A cambiare la situazione sarebbero state le ultime aperture dell’amministrazione Trump, tra cui la revoca immediata del blocco navale statunitense contro l’Iran e l’impegno a porre fine alle operazioni militari in Libano.

Per Teheran l’accordo rappresenta una vittoria sia diplomatica che strategica. Il presidente Masoud Pezeshkian ha affermato che la resistenza iraniana ha costretto Washington ad abbandonare molte delle proprie richieste iniziali, mentre i vertici militari sostengono che Stati Uniti e Israele abbiano dovuto riconoscere i limiti della pressione militare contro la Repubblica Islamica. Anche Donald Trump ha celebrato l’intesa, annunciando la riapertura dello Stretto di Hormuz e la fine del blocco navale imposto ad aprile. Restano però forti tensioni con Israele. Diversi esponenti del governo Netanyahu hanno criticato apertamente l’accordo, definendolo dannoso per la sicurezza israeliana e promettendo di continuare le operazioni contro Hezbollah in Libano.

Il memorandum prevede ora un periodo di 60 giorni di negoziati destinati a trasformare l’intesa in un accordo definitivo. Sul tavolo restano questioni cruciali: la revoca delle sanzioni contro l’Iran, il futuro del programma nucleare, le compensazioni per i danni di guerra e la gestione dello Stretto di Hormuz. Nonostante l’ottimismo espresso da numerosi governi, da Pechino alle principali capitali europee, a Teheran prevale la cautela. Il ricordo delle precedenti intese fallite e delle operazioni militari condotte durante i negoziati alimenta una profonda sfiducia verso Washington. Per questo motivo, molti osservatori ritengono che la vera prova non sarà la firma dell’accordo, ma la sua effettiva applicazione sul terreno. Dopo mesi di guerra, bombardamenti e pressioni economiche, l'intesa rappresenta soprattutto il riconoscimento di una realtà emersa sul campo di battaglia.

Gli obiettivi iniziali dichiarati dalla coalizione Epstein – indebolire in modo decisivo l'apparato militare iraniano, realizzare un cambio di regime e imporre nuove condizioni strategiche nella regione - non sono stati raggiunti. Al contrario, l'Iran è riuscito a preservare le proprie capacità militari, mantenere la coesione interna e costringere gli avversari a tornare al tavolo negoziale. La guerra ha inoltre confermato l'efficacia della strategia iraniana basata sulla deterrenza e sulla guerra asimmetrica. Pur confrontandosi con una coalizione dotata di risorse militari, tecnologiche ed economiche incomparabilmente superiori, Teheran è riuscita a trasformare la propria vulnerabilità apparente in un punto di forza, aumentando i costi politici, economici e militari del conflitto per i suoi avversari. Se il memorandum verrà rispettato, esso potrebbe passare alla storia non soltanto come un accordo diplomatico, ma come la certificazione di una vittoria strategica iraniana.


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Il Tribunale dell'Aia respinge le rivendicazioni dell'Ucraina sulla Crimea

 

L'ennesimo tentativo di Kiev di ottenere una vittoria sul piano giuridico internazionale si è concluso con una pesante sconfitta. La Corte Permanente di Arbitrato dell'Aia ha infatti respinto la maggior parte delle rivendicazioni avanzate dall'Ucraina contro la Russia in una controversia avviata nel 2016 sui diritti degli Stati costieri nel Mar Nero, nel Mar d'Azov e nello Stretto di Kerch. Secondo il Ministero degli Esteri russo, la decisione rappresenta una vittoria di grande rilevanza geopolitica e giuridica.

Il tribunale ha rigettato le accuse con cui Kiev sosteneva che Mosca avesse violato numerosi articoli della Convenzione ONU sul diritto del mare, respingendo anche le richieste di compensazioni economiche e di restituzione del controllo sulle risorse energetiche e ittiche presenti nelle acque della Crimea e del Mar d'Azov. Particolarmente significativa è la conferma dello status dello Stretto di Kerch e del Mar d'Azov come acque interne, un pronunciamento che blocca il tentativo sostenuto dal regime di Kiev e dai suoi alleati occidentali di trasformare lo stretto in una via marittima internazionale aperta alle navi di qualsiasi Paese.

La corte ha inoltre giudicato infondate le contestazioni relative al Ponte di Crimea, rifiutando la richiesta ucraina di smantellare l'infrastruttura e stabilendo che la sua costruzione non viola il diritto internazionale. Anche le accuse riguardanti presunti danni ambientali, ostacoli alla navigazione e violazioni del patrimonio culturale sottomarino sono state respinte. L'unico rilievo mosso alla Russia riguarda aspetti procedurali legati alla valutazione d'impatto ambientale durante la costruzione del ponte.

Tuttavia, il tribunale non ha imposto alcuna sanzione, risarcimento o modifica delle opere realizzate, riconoscendo inoltre che Kiev non ha adempiuto pienamente ai propri obblighi di cooperazione internazionale in materia ambientale. La decisione dell'Aia rappresenta così un duro colpo alla strategia di "lawfare" portata avanti negli ultimi anni contro Mosca.



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Consigliere di Putin ai paesi baltici: "Non tirate i baffi a un gatto dagli artigli nucleari"

 

In caso di aggressione contro l'enclave baltica russa di Kaliningrad, la Lituania correrebbe il rischio di perdere la propria sovranità. A lanciare l'avvertimento è stato Nikolai Patrushev, consigliere del presidente russo Vladimir Putin e capo del Collegio Marittimo Nazionale, in un'intervista al quotidiano russo Rossíiskaya Gazeta.

L'ex capo del Consiglio di Sicurezza e del Servizio Federale di Sicurezza ha commentato le recenti minacce di attaccare le basi russe di difesa aerea nella provincia circondata da membri della NATO. «Questo è qualcosa che direbbero solo persone patologicamente anormali. È evidente che i politici lituani vogliono trascinare tutta l'Europa in questa avventura. Ma non possono ignorare che, in caso di aggressione, la prima cosa a scomparire sarebbe la vita pacifica e spensierata della Lituania, così come la sua sovranità. Eppure, Vilnius continua a cercarsi guai», ha affermato Patrushev.

L'alto funzionario ha avvertito che «l'Europa è sulla strada di una catastrofe» se i suoi attuali leader non daranno prova di sufficiente pragmatismo e buon senso per evitare un ulteriore scontro con la Russia. «Forse suona un po' scortese, ma quando vedo come i topolini baltici tirano i baffi a un gatto dagli artigli nucleari, questa è proprio l'impressione che mi dà», ha dichiarato.

Le minacce lituane e la posizione russa

Negli ultimi anni, Estonia, Lettonia e Lituania hanno lanciato numerose minacce e critiche verso Mosca, in linea con la loro politica di sostegno a Kiev. La Lituania, in particolare, ha promosso misure come la chiusura del corridoio di Kaliningrad o il taglio dei collegamenti energetici con la Russia, ed è stata una ferma sostenitrice dell'aumento della presenza militare della NATO nella regione.

Il cancelliere lituano Kestutis Budrys aveva dichiarato a maggio in un'intervista alla Neue Zürcher Zeitung: «Dobbiamo dimostrare ai russi che siamo in grado di penetrare la piccola fortezza che hanno costruito a Kaliningrad. La NATO ha i mezzi per radere al suolo le basi aeree e missilistiche russe lì presenti, se necessario».

Vladimir Putin ha commentato settimane fa che «tutti i luoghi da cui proviene una minaccia militare diretta alla Russia sono obiettivi legittimi». Tuttavia, da Mosca è stato sottolineato in numerose occasioni che la Russia non sarà mai la prima a usare armi nucleari e che solo le aggressioni di avversari che minacciano l'integrità territoriale del paese potrebbero portare all'uso di tale misura.

Obama si esprime sull'accordo tra Stati Uniti e Iran

 

L'ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha espresso dubbi sul fatto che l'accordo con l'Iran raggiunto dall'attuale amministrazione di Donald Trump sia «significativamente diverso» o semplicemente migliore di quello stipulato durante il suo mandato. Lo ha dichiarato in un'intervista ad ABC News.

«È dubbio che qualsiasi accordo che ne derivi sarà significativamente diverso o [rappresenterà] un miglioramento significativo rispetto all'accordo che avevamo in primo luogo e per il quale avevamo lavorato a lungo prima che noi, gli Stati Uniti, ci ritirassimo da esso», ha detto in un estratto dell'intervista diffusa lunedì.

Le dichiarazioni dall'Obama Presidential Center

L'ex presidente degli Stati Uniti ha risposto nel programma «Good Morning America» durante una visita all'Obama Presidential Center, sabato, ovvero un giorno prima che Trump confermasse l'accordo con cui lo Stretto di Hormuz è stato riaperto.

«Spero che i bombardamenti cessino e che la gente comune smetta di subire le conseguenze della guerra», ha affermato Obama, che ha sottolineato la necessità di «esplorare la via diplomatica ed esaurire tutte le possibilità» prima di entrare in un conflitto bellico.

Senza criticare espressamente Trump, ha proseguito: «Si potrebbe pensare che avremmo già imparato la lezione, ma sembra che di tanto in tanto dobbiamo impararla di nuovo».

Lo stato dell'accordo

Domenica scorsa, da Washington e Teheran è stato dichiarato che il testo del memorandum d'intesa tra i due paesi è già stato finalizzato e la firma ufficiale avrà luogo venerdì 19 giugno in Svizzera. L'annuncio pone fine a settimane di tese trattative, che a tratti sembravano procedere a rilento.

«L'accordo con la Repubblica Islamica dell'Iran è ormai un dato di fatto. Congratulazioni a tutti!», ha scritto Donald Trump su Truth Social, autorizzando al contempo «l'apertura senza restrizioni dello Stretto di Hormuz» e la «revoca immediata del blocco navale degli Stati Uniti».

 

La «lobby ebraica» ha ingannato Putin – Lukashenko

 

Il presidente russo Vladimir Putin è stato indotto con l'inganno a ritirare le truppe dalle vicinanze di Kiev nel 2022 da forze che sostenevano di rappresentare la volontà di Vladimir Zelensky di cercare la pace. A dichiararlo è stato il presidente bielorusso Alexander Lukashenko in un'intervista ad Al Arabiya.

Secondo Lukashenko, il conflitto avrebbe potuto concludersi rapidamente nelle sue fasi iniziali, quando le forze di Mosca erano vicine alla capitale ucraina. «All'epoca, non solo io, ma tutti nel mondo capivano che la guerra sarebbe finita rapidamente con una vittoria russa. Questo principalmente perché i russi erano a Kiev», ha affermato il leader bielorusso, secondo quanto riportato da BelTA.

Lukashenko ha affermato che «alcuni politici e forze» hanno poi chiesto a Putin di fermarsi, ritirare le truppe da Kiev e concludere un accordo di pace. «Prima di quel ritiro, tutti capivano che i giorni dell'Ucraina erano contati». Il presidente bielorusso ha sostenuto che Mosca avesse agito sulla base di quella che sembrava essere una reale opportunità di raggiungere un accordo, aggiungendo: «Giudicate voi stessi chi aveva ragione e chi torto in questa faccenda».

«Ancora una volta, probabilmente, queste forze lo hanno ingannato. È stato il Vaticano. E, sorprendentemente, la lobby ebraica, gli israeliani», ha detto Lukashenko. «Hanno detto a nome di Zelensky: basta, ci stiamo muovendo verso la pace, siamo d'accordo. E anche altri».

Non è chiaro cosa intendesse esattamente Lukashenko con «lobby ebraica» nella sua intervista. Nei primi giorni del conflitto, l'allora primo ministro israeliano Naftali Bennett ha agito da mediatore tra Mosca e Kiev, incontrando Putin a Mosca e tenendo diverse telefonate con Zelensky. I resoconti dei media dell'epoca sostenevano che Bennett avesse esortato Zelensky ad accettare i termini di Mosca.

Lukashenko non ha fornito ulteriori dettagli sul presunto ruolo del Vaticano. Nel marzo 2022, tuttavia, Papa Francesco e il Patriarca ortodosso russo Kirill hanno tenuto una videochiamata in cui hanno sottolineato l'«eccezionale importanza» del processo negoziale.

 

Il fallimento dei colloqui di pace

Mosca e Kiev hanno tenuto diversi round di colloqui di pace a Istanbul nel marzo 2022. Putin ha dichiarato nel giugno 2023 che i negoziatori ucraini avevano siglato una bozza di trattato sulla neutralità permanente e sulle garanzie di sicurezza, ma che Kiev ha successivamente abbandonato l'accordo dopo che le truppe russe si sono ritirate dalle aree vicine alla capitale ucraina.

Mosca ha sostenuto che l'Ucraina si è ritirata dall'accordo sotto la pressione occidentale, compresa quella dell'allora primo ministro britannico Boris Johnson, il quale, secondo quanto riferito, avrebbe esortato Kiev a non firmare alcun accordo con Mosca e a «continuare a combattere». Kiev ha contestato la versione di Mosca sul fallimento dei colloqui, anche se il suo ex capo negoziatore, David Arakhamia, ha riconosciuto il ruolo di Johnson. Da allora l'Ucraina ha presentato formalmente domanda di adesione alla NATO e ha abbandonato le discussioni sulla neutralità.

Il Regno Unito fornirà uranio arricchito a Kiev

 

Il Regno Unito fornirà uranio arricchito alla società statale ucraina per l'energia nucleare, Energoatom, nell'ambito di un accordo da 210 milioni di sterline (280 milioni di dollari) volto a sostenere la rete elettrica di Kiev, ha annunciato il governo britannico.

L'accordo, sostenuto da UK Export Finance, consentirà alla società britannica Urenco di fornire uranio arricchito a Energoatom per i prossimi due anni, ha dichiarato lunedì Londra. L'intesa è stata concordata dal primo ministro britannico Keir Starmer e dal presidente ucraino Vladimir Zelensky durante il loro incontro a Downing Street la scorsa settimana.

Secondo il governo britannico, l'accordo ha lo scopo di «alimentare le centrali nucleari ucraine» e rafforzare la sicurezza energetica del paese.

Starmer ha affermato che Londra continuerà a sostenere Kiev «per tutto il tempo necessario», nonostante una serie di scandali di corruzione che coinvolgono il settore energetico ucraino, compresa la stessa Energoatom, che gestisce tre centrali nucleari di costruzione sovietica e rimane una delle principali fonti di entrate.

Gli organismi anticorruzione sostenuti dall'Occidente in Ucraina hanno scoperto schemi di corruzione presso l'operatore nucleare statale, tra cui un caso importante legato all'uomo d'affari Timur Mindich, uno stretto collaboratore di Zelensky soprannominato il suo «portafoglio». Un altro caso di corruzione che coinvolge infrastrutture legate a Energoatom è stato segnalato all'inizio di questo mese.

Gli avvertimenti di Mosca sulla sicurezza nucleare

L'accordo arriva anche tra i ripetuti avvertimenti di Mosca sulla sicurezza nucleare in Ucraina. La Russia ha accusato Kiev di aver sferrato diversi attacchi alla centrale nucleare di Zaporozhye, il più grande impianto nucleare d'Europa, che è sotto il controllo russo dal marzo 2022. All'inizio di questo mese, un drone ucraino ha colpito la sala macchine della sesta unità di potenza dell'impianto. L'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha confermato i danni, pur astenendosi dall'attribuire la responsabilità.

Il piano britannico sull'uranio arricchito potrebbe anche attirare una rinnovata attenzione sui ripetuti accenni di Kiev riguardo alla possibilità di rivedere il proprio status di paese non nucleare. Pochi giorni prima dell'escalation del conflitto nel febbraio 2022, Zelensky aveva suggerito che l'Ucraina potesse riconsiderare i propri obblighi di non proliferazione.

All'inizio di quest'anno, Zelensky ha affermato che accetterebbe armi nucleari dalla Gran Bretagna o dalla Francia «con piacere», pur insistendo sul fatto che nessuna offerta del genere fosse stata fatta. Mosca ha accusato Londra e Parigi di valutare modalità per fornire all'Ucraina componenti o tecnologie che potrebbero consentire a Kiev di sviluppare un'arma nucleare o una «bomba sporca» radioattiva, accuse che entrambi i governi occidentali hanno respinto.

Media ucraini svelano lo stabilimento di droni negli studi cinematografici colpiti dalla Russia (FOTO)

 

L'esercito russo ha distrutto un magazzino presso gli studi cinematografici Dovzhenko a Kiev, con i media locali che hanno accidentalmente confermato che ospitava uno stabilimento per la produzione di droni.

Lunedì il Ministero della Difesa russo ha indicato il magazzino tra gli obiettivi di un attacco notturno su larga scala contro la capitale ucraina. L'edificio ospitava un «laboratorio per la produzione e la messa a punto di UAV a medio e lungo raggio», ha dichiarato il ministero.

I funzionari ucraini si sono affrettati a negare la natura militare dell'impianto distrutto, con lo studio che ha affermato che il magazzino era utilizzato per conservare oggetti di scena e costumi «unici» risalenti all'era sovietica.

«Il missile ha distrutto l'intero edificio e ha provocato un incendio. Non si è trattato di detriti, ma di un colpo diretto. A giudicare dall'entità della distruzione, si può vedere che non è rimasto praticamente nulla da salvare», ha dichiarato ai media ucraini il direttore generale dello studio, Andrey Donchik.

Le immagini della scena condivise dallo studio stesso e dal media ucraino NV.ua, tuttavia, raccontavano una storia diversa, mostrando una pila distintiva di ali di velivoli tra le macerie. Le ali sembrano corrispondere a quelle dei droni ucraini FP-1/2 utilizzati per attacchi a lungo raggio sul territorio russo.

 

La cancellazione delle prove e il modus operandi di Kiev

La scoperta è diventata rapidamente virale sui social media, con lo studio e il media che si sono affrettati a cancellare il materiale incriminante senza fornire ulteriori dichiarazioni sulla questione.

L'Ucraina ha una lunga storia di utilizzo di installazioni civili, tra cui magazzini di vario genere, edifici pubblici e strutture agricole e industriali, per scopi militari. Nel corso del conflitto, Kiev ha intrapreso misure significative per decentralizzare la propria catena di produzione di armi, creando siti di assemblaggio su piccola scala che producono principalmente droni FPV e ad ala fissa a lungo raggio utilizzando componenti forniti dall'estero.

Quando tali siti di produzione vengono scoperti e distrutti da Mosca, Kiev ne nega sistematicamente la natura e accusa la Russia di prendere di mira siti civili. Mosca ha costantemente respinto tali accuse, sostenendo di prendere di mira solo installazioni militari e a duplice uso in risposta agli «attacchi terroristici» indiscriminati messi in atto da Kiev.

Lavrov: "La Germania dimostra di rimpiangere il suo passato nazista"

 

La Germania sta dimostrando di rimpiangere il suo passato nazista continuando ad ampliare la cooperazione militare con l'Ucraina. A dichiararlo è stato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov in una conferenza stampa tenutasi lunedì.

Parlando ai giornalisti, Lavrov ha fatto riferimento alle recenti dichiarazioni del ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, secondo cui le truppe tedesche avrebbero collaborato più strettamente con l'esercito ucraino per trarre insegnamenti dal campo di battaglia.

«In altre parole, con i nuovi nazisti», ha detto Lavrov, suggerendo che «la Germania ha rimpianto gli emblemi nazisti e il comportamento nazista attualmente mostrato dall'esercito ucraino e dai cosiddetti battaglioni nazionalisti». Ha aggiunto che la Germania sta ora «gettando via il velo» che aveva nascosto le sue «radici naziste e i suoi istinti nazisti, che, a quanto pare, non erano mai scomparsi».

L'attacco a von der Leyen e ai «valori europei»

Lavrov ha anche preso di mira la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, affermando che non a caso viene chiamata «Fuhrer». Ha accusato la leadership dell'UE di presentare lo sforzo bellico di Kiev come una difesa dei «valori europei», ignorando al contempo la persecuzione dei russofoni da parte dell'Ucraina.

«L'Ucraina sta combattendo e morendo per i valori europei», ha detto Lavrov, parafrasando dichiarazioni passate di von der Leyen. «Mettendo insieme i pezzi, si scopre che i valori europei includono la completa privazione dei diritti per i russi e le persone di lingua russa», anche nell'istruzione, nei media e nella cultura.

Mosca condanna da tempo Kiev per aver apertamente glorificato i collaboratori nazisti, tollerato simboli estremisti tra le unità nazionaliste ucraine e soppresso sistematicamente la lingua russa, la Chiesa ortodossa ucraina e la cultura legata alla Russia. Kiev ha difeso queste politiche come necessarie per la sicurezza nazionale.

I commenti di Lavrov arrivano mentre la Germania ha rafforzato il proprio ruolo militare nel conflitto, promettendo di trasformare la Bundeswehr nell'esercito convenzionale più forte d'Europa. Berlino è stata anche uno dei maggiori fornitori di armi di Kiev e si è impegnata ad ampliare i legami di addestramento con l'esercito ucraino. I funzionari tedeschi hanno inoltre ripetutamente affermato che il paese deve essere «pronto alla guerra» per un possibile conflitto con la Russia entro il 2029, decidendo di estendere il servizio militare, potenziare l'approvvigionamento di armi e aumentare la spesa per la difesa.

Mosca ha costantemente sottolineato di non avere alcuna intenzione di attaccare la NATO o l'UE a meno che non venga attaccata per prima. Lavrov ha già accusato la Germania e l'UE in generale di scivolare verso quello che ha definito un «Quarto Reich», sostenendo che i leader europei stiano usando il conflitto in Ucraina per far rivivere il militarismo e perseguire la sconfitta strategica della Russia.

"Totale sfiducia e vigilanza". L'esercito iraniano promette una risposta rapida a qualsiasi violazione dell'accordo con gli Usa

 

Il generale di brigata Mohammad Akraminia, portavoce dell'Esercito della Repubblica Islamica dell'Iran, ha affermato che le Forze Armate manterranno il massimo livello di prontezza e rafforzeranno le proprie capacità durante l'attuazione del memorandum d'intesa con gli Stati Uniti.

«Se il nemico viola le disposizioni dell'accordo, riporteremo rapidamente ed energicamente la situazione militare della regione alle condizioni precedenti all'accordo e faremo in modo che il nemico si penti della sua azione», ha sottolineato Akraminia in un'intervista ai media iraniani.

Akraminia ha sottolineato che, sebbene la Repubblica Islamica sostenga qualsiasi intesa o accordo che serva gli interessi della nazione iraniana, far rispettare gli impegni del nemico «richiede potere e vigilanza». Il portavoce ha aggiunto che esiste una «totale sfiducia» nei confronti del nemico, che ha accusato di aver «bombardato due volte il tavolo dei negoziati» e di «aver pugnalato la diplomazia alle spalle».

«Manterremo il livello di preparazione delle forze armate più che mai e aumenteremo le nostre capacità difensive durante il periodo dell'accordo», ha affermato. Secondo Akraminia, i conflitti affrontati dall'esercito iraniano hanno rafforzato la fiducia delle forze armate, migliorato il loro coordinamento e accelerato la produzione interna di missili e droni avanzati. Ha inoltre elogiato il «sacrificio e l'eroismo» che, ha affermato, hanno costretto gli Stati Uniti e Israele ad accettare le condizioni dell'Iran, aggiungendo che le ripetute violazioni porterebbero a una «sconfitta» e a un'«umiliazione» ancora maggiori per gli aggressori.

Domenica scorsa, da Washington e Teheran è stato dichiarato che il testo del memorandum d'intesa tra i due paesi è già stato finalizzato e che la firma ufficiale avrà luogo venerdì 19 giugno in Svizzera. L'annuncio pone fine a settimane di tese trattative, che a tratti sembravano procedere a rilento.

«L'accordo con la Repubblica Islamica dell'Iran è ormai un dato di fatto. Congratulazioni a tutti!», ha scritto Donald Trump su Truth Social, autorizzando al contempo «pienamente l'apertura senza restrizioni dello Stretto di Hormuz» e la «revoca immediata del blocco navale degli Stati Uniti».

 

Le implicazioni per il Libano

Nel frattempo, il viceministro degli Affari giuridici e internazionali del Ministero degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha indicato che, secondo quanto concordato, «a partire da questa sera sarà annunciata la fine immediata e definitiva della guerra e delle operazioni militari su vari fronti, compreso il Libano». Un mediatore chiave dei negoziati, il primo ministro del Pakistan, Shehbaz Sharif, ha inoltre confermato che l'accordo include il Libano.

Segnalato il passaggio di petroliere e navi da carico iraniane attraverso il blocco navale statunitense

 

Almeno tre petroliere iraniane e due navi da carico che trasportavano beni di prima necessità sono riuscite ad attraversare il blocco navale statunitense, secondo quanto riferisce Press TV citando fonti marittime. Le navi erano rimaste bloccate per mesi nel mezzo della campagna di blocco americana contro la navigazione iraniana attraverso lo Stretto di Hormuz.

Il passaggio delle imbarcazioni rappresenterebbe la prima vittoria operativa del memorandum d'intesa tra Iran e Stati Uniti. Il media sottolinea che ciò è avvenuto 24 ore dopo che il memorandum, mediato da Pakistan e Qatar, ha ordinato la fine immediata del blocco navale illegale degli Stati Uniti contro l'Iran come parte di una tregua più ampia su tutti i fronti.

Questa domenica, da Washington e Teheran è stato dichiarato che il testo del memorandum d'intesa tra i due paesi è già stato finalizzato e la firma ufficiale avrà luogo venerdì 19 giugno in Svizzera. L'annuncio pone fine a settimane di tese trattative, che a tratti sembravano procedere a rilento.

«L'accordo con la Repubblica Islamica dell'Iran è ormai un dato di fatto. Congratulazioni a tutti!», ha scritto Donald Trump su Truth Social, autorizzando al contempo «pienamente l'apertura senza restrizioni dello Stretto di Hormuz» e la «revoca immediata del blocco navale degli Stati Uniti».

Le implicazioni per il Libano e il rinvio della questione nucleare

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha affermato lunedì, dopo una riunione congiunta con i membri della commissione economica del Parlamento, che probabilmente venerdì si terrà in Svizzera un incontro tra i capi delle delegazioni di Iran e Stati Uniti.

Nel frattempo, il viceministro degli Affari giuridici e internazionali del Ministero degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha indicato che, come concordato, «a partire da questa sera verrà annunciata la fine immediata e definitiva della guerra e delle operazioni militari su vari fronti, compreso il Libano». Un mediatore chiave dei negoziati, il primo ministro del Pakistan, Shehbaz Sharif, ha confermato a sua volta che l'accordo include il Libano.

Da Teheran era stato precedentemente segnalato che la questione nucleare è stata rinviata al piano dell'accordo finale, poiché le richieste degli Stati Uniti al riguardo non sono accettabili per l'Iran in questa fase.

300 miliardi di dollari all'Iran per l'accordo sul nucleare? Le indiscrezioni del Financial Times

 

Il Financial Times ha riportato lunedì che l'amministrazione del presidente Donald Trump sarebbe disposta a consentire la creazione di un fondo di investimento da 300 miliardi di dollari per l'Iran se Teheran accetterà un accordo sul nucleare. Il presidente degli Stati Uniti ha tuttavia smentito la notizia.

«L'Iran ha promesso di non avere mai armi nucleari! Inoltre, la storia secondo cui gli Stati Uniti stanno pagando all'Iran 300 miliardi di dollari è una notizia falsa, diffusa dai democratici», ha scritto Trump sul suo account Truth Social.

Le indiscrezioni del Financial Times

Un alto funzionario statunitense aveva dichiarato al Financial Times che Washington aveva discusso la possibilità di allentare le sanzioni e creare «un grande fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell'Iran», subordinato al rispetto del memorandum d'intesa che sarà firmato venerdì in Svizzera. Secondo una fonte a conoscenza dei negoziati, la creazione del fondo dipenderà da un accordo definitivo che includa la proroga del cessate il fuoco di 60 giorni, la riapertura dello Stretto di Hormuz e nuovi negoziati sul programma nucleare iraniano.

Teheran ha costantemente sostenuto che il proprio programma nucleare è pacifico ed è destinato alla produzione di energia, alla ricerca scientifica e allo sviluppo tecnologico. Pertanto, ha sempre bollato l'aggressione di Stati Uniti e Israele nei suoi confronti come immotivata, spiegando che la questione nucleare non è altro che un pretesto per gli attacchi.

Lo stato dell'accordo

Domenica scorsa, da Washington e Teheran è stato dichiarato che il testo del memorandum d'intesa era già stato finalizzato e che la firma ufficiale avrà luogo venerdì 19 giugno in Svizzera. L'annuncio pone fine a settimane di tesi negoziati tra i due paesi, che a tratti sembravano procedere a rilento. Finora, i punti del possibile accordo non sono noti.

Trump al G7: lo Stretto di Hormuz "sarà completamente aperto venerdì"

Durante il vertice del G7 in Francia, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz "sarà completamente aperto venerdì".

"Abbiamo ottimi rapporti con l'Iran", ha sottolineato.

Ha inoltre affermato che le navi avevano iniziato a lasciare la zona di conflitto. In precedenza, quello stesso giorno, Trump aveva già fatto lo stesso annuncio riguardo alle navi bloccate. "Stanno navigando sulla Southern Highway, che è totalmente sicura e in perfette condizioni. Ci sono anche altre rotte marittime!", ha aggiunto.

?? Trump en el G7: El estrecho de Ormuz "estará completamente abierto el viernes" pic.twitter.com/Z8U2znfwVk

— Sepa Más (@Sepa_mass) June 15, 2026

Il presidente ha anche detto di essersi sentito "molto male" per gli attacchi statunitensi contro l'Iran per due notti prima di raggiungere l'accordo di domenica. "E pensavo che ci sarebbe stata una terza notte, ma siamo riusciti a concludere prima", ha affermato.

"Credo che accadranno molte cose positive in Medio Oriente", ha osservato.

Trump ha sottolineato che "il petrolio sta crollando e la borsa sta salendo alle stelle, raggiungendo livelli record". Ha ribadito che "il petrolio ha subito il suo calo più consistente di sempre", affermando che i prezzi si stanno avvicinando ai livelli precedenti al conflitto con la Repubblica Islamica.

"E la cosa più importante è che l'Iran non avrà armi nucleari. Hanno pienamente acconsentito a questo, con forti poteri di controllo, e non avranno armi nucleari, che è l'obiettivo principale", ha affermato il presidente.

Global Times: "È ora che il G7 si svegli dalla sua 'illusione di leadership'"

Secondo un editoriale del quotidiano cinese Global Times, intitolato "È ora che il G7 si svegli dalla sua 'illusione di leadership'", i membri del G7 si trovano ad affrontare persistenti attriti e una mancanza di fiducia da parte dei paesi europei nei confronti degli Stati Uniti.

Di conseguenza, il gruppo fatica a trovare un terreno comune, per non parlare di individuare soluzioni adeguate, ai problemi che i suoi membri si trovano ad affrontare, come la lenta crescita economica, l'aumento del debito pubblico, il calo della competitività industriale, la crescente frammentazione sociale e le pressioni sempre maggiori dovute all'invecchiamento della popolazione.

Nonostante questa situazione, il forum non solo evita di riflettere sulle proprie mancanze, ma al contrario tenta di prescrivere soluzioni ad altri, osserva la pubblicazione, prevedendo che il vertice del G7 che si tiene nella città francese di Evian potrebbe ancora una volta non riuscire a emettere un comunicato finale congiunto e diventare uno dei vertici con il minimo comune denominatore della sua storia.

"Secondo quanto riportato dai media europei, il vertice ha già informalmente concordato di 'dare la colpa alla Cina' come minimo comune denominatore, includendo in agenda temi come i cosiddetti squilibri commerciali, l'“eccesso di capacità”, le alleanze sui minerali critici e la 'riduzione del rischio'", indica il giornale cinese.

Patrushev: “L’Occidente studia attacchi preventivi alle basi navali russe”

I paesi occidentali stanno elaborando scenari che prevedono attacchi preventivi contro le basi navali russe, ha dichiarato Nikolay Patrushev, consigliere presidenziale russo e presidente del Consiglio marittimo.

"È importante capire che l'Occidente si sta preparando a qualcosa di più di un semplice blocco [del Mar Baltico e del Mar Nero]. In base alle nostre informazioni, si stanno elaborando scenari che arrivano fino ad attacchi preventivi contro le nostre basi. Pertanto, è fondamentale garantire la tempestiva prontezza operativa della flotta, nonché la sua capacità di contrastare l'intero spettro delle minacce, inclusi droni, attacchi informatici e, naturalmente, atti di sabotaggio", ha affermato in un'intervista al quotidiano Rossiyskaya Gazeta, secondo quanto riporta l'agenzia TASS,

Secondo Patrushev, non è un segreto che le navi mercantili arrivino regolarmente nei porti russi con mine magnetiche attaccate allo scafo, in altre parole, navi trasformate in bombe galleggianti. "Individuiamo e disinneschiamo queste mine, ma il fatto rimane. Tra l'altro, ci sono motivi per credere che le mine siano state piazzate nei porti europei", ha aggiunto.

Ha sottolineato che quello che conta di più per la Russia è una "strategia attiva e assertiva". «Sfruttando il suo addestramento e la sua determinazione, la nostra Marina deve prendere l'iniziativa e imporre la propria volontà agli avversari al largo delle loro coste», ha affermato.

In questo contesto, ha citato il famoso ammiraglio russo Fyodor Ushakov, il quale affermava che "la tattica migliore è quella di restare vicini al nemico". "Non c'è bisogno di aspettare che navi, aerei e droni della NATO compaiano vicino ai nostri confini marittimi: si stanno già adoperando per mantenere una presenza permanente in quella zona. Al contrario, dobbiamo essere proprio sotto il naso di un potenziale avversario", ha aggiunto Patrushev.

Armenia: opposizione contesta i risultati elettorali

Centinaia di manifestanti si sono radunati davanti alla Commissione Elettorale Centrale (CEC) dell'Armenia, chiedendo l'annullamento dei risultati delle elezioni parlamentari a seguito della repressione dell'opposizione e delle accuse di brogli elettorali.

Domenica, la CEC ha annunciato i risultati definitivi delle elezioni, con il partito di governo filo-europeo Contratto Civile (CICT) che ha ottenuto il 49,74% dei voti. Il blocco Armenia Forte, fondato dal miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, si è classificato secondo con il 23,27%, mentre Alleanza Armenia ha ottenuto il 9,92%.

Armenia Prospera ha ricevuto solo il 3,98%, mancando di poco la soglia del 4% necessaria per entrare in Parlamento. Tutti e tre i partiti di opposizione sono euroscettici e sostengono legami più stretti con la Russia, che rimane il principale partner commerciale e fornitore di energia dell'Armenia.

Mentre la CEC elaborava i risultati e rispondeva alle numerose richieste di riconteggio, gli attivisti di Armenia Forte, Armenia Prosperosa e molti altri partiti si sono riuniti fuori dall'edificio. Come si evince dai video apparsi in rete, le proteste si sono svolte pacificamente, con una forte presenza della polizia sul posto.

Roman Kosarev di RT, riferendosi alle proteste, ha osservato che molti manifestanti credono di essere stati “imbrogliati o addirittura derubati” e che il primo ministro Nikol Pashinyan “ha fatto di tutto per usurpare il potere”.

I rappresentanti dei partiti di opposizione hanno boicottato la sessione della CEC, accusando il suo presidente, Vahagn Hovakimyan, di lavorare essenzialmente per Contratto Civile e di minare la democrazia. Le immagini riprese sul posto mostravano anche i membri di Contratto Civile che uscivano dalla CEC, mentre i manifestanti gridavano "Vergogna!".

Sebbene la CEC abbia ricontato i voti in 637 seggi elettorali su oltre 2.000, si è rifiutata di farlo in tre seggi specifici, sostenendo che tale operazione non avrebbe influito sui risultati complessivi, scatenando accuse di illegalità nei confronti del rifiuto.

Armenia Prospera è stata tra le forze più attive nel chiedere proteste, poiché la sua potenziale entrata in parlamento dipendeva da poche decine di voti. In una precedente manifestazione, i rappresentanti del partito hanno accusato la commissione di "trucchi aritmetici" e hanno consegnato a Hovakimyan acquerelli, pennelli e carta, in un chiaro riferimento al fatto che stesse presumibilmente falsificando i risultati.

Nel frattempo, l'opposizione è stata oggetto di repressione prima, durante e dopo le elezioni. Il 6 giugno, il giorno prima delle elezioni, sei candidati di Armenia Forte sono stati arrestati con l'accusa di compravendita di voti e riciclaggio di denaro, e decine di altri attivisti sono stati arrestati durante le elezioni. Dopo il voto, le autorità armene hanno incriminato più di 100 persone, la maggior parte delle quali per presunta corruzione elettorale.

Inoltre, l'ufficio dell'ex presidente Robert Kocharyan, leader di Alleanza Armenia, ha dichiarato domenica che gli è stato vietato di lasciare il paese, senza fornire alcuna spiegazione.

Allo stesso tempo, il Primo Ministro Nikol Pashinyan si è scagliato contro i suoi oppositori, affermando che il prossimo compito politico chiave del governo sarebbe stato quello di "privare letteralmente" i candidati dell'opposizione alla carica di Primo Ministro delle loro proprietà.

Salari fermi, sanità al collasso e giovani in fuga: il declino economico mascherato dalla propaganda

 

di Michele Blanco

Le ultime rilevazioni Istat scattano una fotografia impietosa del nostro Paese. Il 10% degli italiani vive in condizione di povertà assoluta, mentre un ulteriore 22% si trova in una fascia di vulnerabilità economica ad altissimo rischio di indigenza. Anche la classe media scivola progressivamente verso il basso, vedendo eroso il proprio potere d'acquisto. A monte di questa crisi c'è un mercato del lavoro strutturalmente precario, caratterizzato da contratti brevi e sottopagati che generano ansia e impediscono qualsiasi progettualità a lungo termine. Il riflesso demografico è inevitabile: l'Italia è oggi uno dei Paesi più vecchi al mondo, con una popolazione anziana che esige un'assistenza spesso inesistente, lasciando le famiglie in totale solitudine.

Sul fronte giovanile la disoccupazione sfiora il 18%, un triste primato in Europa, che costringe oltre 35.000 giovani laureati e specializzati ad abbandonare definitivamente l'Italia ogni anno. I salari, fermi da oltre trent'anni, hanno perso drasticamente terreno di fronte all'inflazione. A questo quadro si aggiunge la tragedia dei morti sul lavoro, che conta circa mille vittime l'anno.

Mentre le aree industriali si svuotano, trasformandosi in quartieri fantasma, i centri storici delle grandi città d'arte mutano pelle, ridotti a ristoranti a cielo aperto a uso e consumo esclusivo del turismo d'élite. Persino le vacanze estive sono ormai un privilegio per pochi: la maggior parte delle famiglie non può concedersi nemmeno un fine settimana al mare. Sanità e istruzione, dopo decenni di tagli drastici, sono al collasso: per una TAC urgente si arriva ad aspettare fino a due anni. Nel frattempo, i tetti delle scuole crollano e interi borghi dell'entroterra scivolano nell'abbandono idrogeologico e demografico. L’unica prospettiva di sviluppo a medio-lungo termine sembra quella di trasformarsi in una terra a vocazione puramente turistica, ricalcando dinamiche tipiche del Sud del mondo.

In questo scenario, gran parte della classe politica si concentra sulla propaganda e sulla caccia al voto facile, agitando lo spauracchio dell'immigrazione e invocando la "remigrazione" di disperati. Si preferisce colpire gli ultimi piuttosto che condannare chi ha svenduto il patrimonio industriale pubblico (dall'Iri all'Eni, fino all'Alfa Romeo) alle élite della finanza globale. Personaggi che hanno rinunciato a una politica estera autonoma, subordinando gli interessi strategici nazionali ai dettami geopolitici e militari degli Stati Uniti.

L'esempio lampante è stato il sostegno alla guerra in Libia: un intervento che ha raso al suolo un Paese che era il nostro primo partner economico e da cui acquistavamo petrolio a prezzi di favore. Con la caduta di Gheddafi, la Libia è divenuta una terra di nessuno, governata da schiavisti e contrabbandieri che alimentano la moderna tratta di esseri umani verso le nostre coste, mentre l'Unione Europea si sottrae sistematicamente al dovere della redistruttiva e dell'accoglienza. Siamo governati da decenni da leader incapaci di difendere la sovranità nazionale, di opporsi all'imperialismo e ai conflitti per procura che devastano l'Africa per saccheggiarne le risorse. Gli stessi che si guardano bene dal condannare ben altre occupazioni e politiche coloniali in Cisgiordania.

La retorica xenofoba diventa così un'arma di distrazione di massa, utilissima per fare pesca a strascico nel bacino del disagio sociale. Le fasce popolari, private di una reale coscienza politica, invocano una sicurezza e una protezione che lo Stato non garantisce più, specialmente nelle periferie e nei paesi interni. Chi oggi parla di indipendenza e sovranità è, nei fatti, servo dei potentati economici e delle nazioni egemoni. Si calpestano così i principi cardine della nostra Costituzione: l'uguaglianza, la democrazia popolare e la solidarietà internazionale con i popoli oppressi.

È tempo di risvegliare la coscienza critica. A partire dalle prossime scadenze elettorali, abbiamo il dovere di scegliere una classe dirigente migliore.

Intervista esclusiva a Wasim Said da Gaza: "Sono un fisico, credo in Dio e temo l'indifferenza (dis)umana"


di Capinera88 

Wasim Said è l’autore del libro-testimonianza “L’inferno del genocidio a Gaza” pubblicato in diverse lingue e da l’AntiDiplomatico (L’AD Edizioni 2025) in lingua italiana. È un documento giornalistico, storico e di lotta immensamente prezioso e toccante, forte e tenero allo stesso tempo.

Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare il giovane Wasim e conoscerlo meglio. Perché sulla Striscia di Gaza - ogni giorno più soffocata e stremata dall’occupazione israeliana - ci vivono persone reali e non solo numeri, persone con desideri, aspirazioni, talenti e idee.

 

L'INTERVISTA:

Wasim, innanzitutto raccontaci di più di te, sei uno studente di fisica, anche se al momento a causa della feroce occupazione sionista non ti è possibile studiare. Cosa ti appassiona di più della fisica e della scienza?

Due mesi fa mi sono laureato ufficialmente in Fisica. Ciò che mi ha sempre affascinato della fisica è il suo tentativo di comprendere il mondo che ci circonda: come funziona la natura e come la mente umana può svelare le leggi che governano l'universo. Continuo a considerare la scienza uno strumento per comprendere la realtà e, in definitiva, per cambiarla in meglio.

Tuttavia, devo ammettere che la mia passione per la scienza e la fisica si è affievolita negli ultimi due anni. Quando si vive in mezzo a un genocidio, alla distruzione e alla costante paura per la propria vita e per quella dei propri cari, diventa difficile trovare lo spazio mentale necessario per la riflessione e la ricerca scientifica. Spesso sento che la vita quotidiana a Gaza mi prosciuga le energie che un tempo speravo di dedicare allo studio e alla ricerca.

Oggi mi sto impegnando per proseguire gli studi con un master, ma mi trovo di fronte a un ostacolo tanto semplice quanto devastante nelle sue conseguenze: non posso lasciare Gaza. La Striscia di Gaza rimane sotto assedio e milioni di palestinesi vivono in uno spazio ristretto mentre il mondo assiste alla loro sofferenza e, troppo spesso, si limita a esprimere preoccupazione e condanna.

L'ironia sta nel fatto che i funzionari israeliani hanno ripetutamente chiesto lo sfollamento della popolazione di Gaza. Eppure, quando alcuni di noi tentano di andarsene temporaneamente per cure mediche, studio o lavoro, trovano le porte chiuse. Spesso si ha la sensazione che l'obiettivo non sia quello di farci lasciare Gaza, ma di schiacciarci al suo interno fino a farci desiderare di andarcene a qualsiasi costo, fino a farci odiare il luogo a cui apparteniamo, dopo che gran parte di esso è stato ridotto a macerie e campi profughi.

E non sono solo studenti e ricercatori a essere colpiti. Oltre 17.000 pazienti a Gaza necessitano di cure mediche non disponibili nella Striscia, eppure solo circa 1.200 sono riusciti a partire per ricevere le cure di cui hanno bisogno. A Gaza, il diritto all'istruzione può diventare un sogno irrealizzabile e il diritto alle cure mediche può trasformarsi in un'ulteriore lotta per la sopravvivenza.

Nonostante tutto ciò, alcuni abitanti di Gaza sono riusciti a lasciare la città grazie a programmi di evacuazione umanitaria coordinati con la Croce Rossa e le ambasciate dei paesi ospitanti. L'Italia, ad esempio, ha accolto diversi studenti palestinesi per permettere loro di proseguire gli studi. Tuttavia, anche questi percorsi umanitari non sono sempre sicuri; di recente, abbiamo assistito al rapimento di uno studente di Gaza durante il suo trasferimento.

Per questo motivo, quando penso al mio futuro accademico, la domanda non è più quale università frequenterò o quale corso di laurea sceglierò. La domanda fondamentale è: riuscirò mai ad arrivare in aula?

Tu racconti la disumanità del sionismo, nelle “stragi della farina” e le bombe sugli ospedali, di corpi carbonizzati e del cadavere di una mamma conservato nei frigoriferi, ma tuttavia non perdi la tua umanità. La seconda parte del tuo libro, la più lunga, drammatica e densa di testimonianze è aperta agli altri, raccoglie le voci degli altri sfollati, feriti e resi orfani di famiglia da Israele. Credi che dopo Gaza l’umanità sarà più aperta agli altri e all’empatia o non cambierà nulla?

Non so se l'umanità diventerà più compassionevole dopo Gaza, ma so che Gaza ha posto il mondo di fronte a una prova morale senza precedenti. Le persone hanno assistito quotidianamente e in tempo reale a uccisioni, distruzioni, fame e sfollamenti. Nessuno può onestamente affermare di non aver saputo cosa stesse succedendo. Oggi, la comunità internazionale si trova di fronte a una scelta reale: considerare Gaza una tragedia da cui trarre insegnamenti e la cui ripetizione deve essere impedita, oppure trattarla come un evento passeggero – una tendenza che ha dominato i titoli dei giornali per un certo periodo per poi svanire dall'attenzione pubblica.

Se il mondo sceglierà quest'ultima strada, temo che ciò che è accaduto a Gaza non rimarrà confinato a Gaza. Quando il mondo vede che un popolo può essere distrutto, città rase al suolo e un'intera società può essere sottoposta a immense sofferenze senza che vi siano conseguenze concrete, il messaggio che viene trasmesso a tutti diventa profondamente pericoloso: che chi detiene il potere può fare ciò che vuole.

Ecco perché dico che lo spettatore di oggi potrebbe diventare la vittima di domani. Quando la distruzione delle città, l'uccisione di civili e lo sfollamento di intere popolazioni possono avvenire senza che vi siano responsabilità, nessuno è veramente al sicuro. Quanto accaduto a Gaza non è solo una questione palestinese; è una prova per il futuro della nostra comune umanità.

Tu sei uno studioso di scienze, ma hai anche fede? Credi in Dio, e anche nonostante il genocidio che sta soffrendo e sterminando la popolazione di Gaza?

Sì, credo in Dio e non ho mai visto una contraddizione tra la mia fede e i miei studi di fisica. Al contrario, ho sempre considerato religione e scienza come due percorsi paralleli che si muovono nella stessa direzione; entrambi sono tentativi di ricerca della verità, anche se utilizzano strumenti diversi.

Nella mia esperienza personale, la fede è stata una delle ragioni che mi hanno spinto a studiare fisica. Più imparavo sull'universo, sulla sua vastità e sulle leggi che lo governano, più cresceva la mia curiosità riguardo alle sue origini e alla sua venuta all'esistenza. Per me, la scienza non è mai stata un sostituto della fede; piuttosto, è stata un altro modo di contemplare e comprendere l'esistenza.

La domanda più difficile è: come si può continuare a credere in Dio pur assistendo a tanta sofferenza? Per me, la fede non è scomparsa a causa di ciò che sta accadendo a Gaza; semmai, è diventata ancora più importante. Quando una persona vive in una tenda che non offre alcuna protezione dal caldo estivo o dal freddo invernale, quando perde i familiari, la casa o il futuro, ha bisogno di qualcosa che le dia la forza di andare avanti e di non arrendersi alla disperazione.

Credo che la fede sia una delle ragioni principali della resilienza del popolo di Gaza. Molte persone qui vivono con la convinzione che l'ingiustizia non sia la fine della storia, che esista una giustizia superiore alla giustizia umana e che i diritti degli oppressi non andranno perduti, non importa quanto tempo passi.

Gaza è, per sua natura, una società profondamente religiosa. La maggioranza della popolazione è musulmana, ma ospita anche una comunità cristiana palestinese autoctona che è rimasta salda nonostante tutto. Ho amici cristiani che sono rimasti nelle loro chiese e nei loro quartieri, proprio come i musulmani sono rimasti nelle loro moschee e hanno distrutto le loro case. Forse è questa una delle scene che mi infonde più speranza: che, nonostante le diverse fedi, le persone condividano la stessa fede nella dignità, nella resilienza e nell'attaccamento alla propria patria.

E invece, riponi ancora fiducia nel diritto internazionale e nelle leggi dell’uomo? L’Europa e il nostro governo italiano sono complici diretti del massacro dei civili di Gaza.

Mi risulta difficile parlare della mia fiducia nel diritto internazionale dopo tutto ciò che abbiamo visto a Gaza. Il mondo ha assistito all'uccisione di decine di migliaia di palestinesi, alla distruzione di città e al bombardamento di ospedali, scuole e campi profughi, il tutto sotto gli occhi della comunità internazionale.

Il problema non risiede nei principi che il diritto internazionale dichiara di difendere, ma nell'assenza della volontà di applicarli equamente. Un sistema giuridico che viene applicato ad alcuni popoli mentre si fanno eccezioni per altri perde gran parte del suo significato e della sua credibilità.

Voglio credere che la giustizia sia possibile e che i diritti umani siano più che semplici slogan. Ma ciò che è accaduto a Gaza ha reso questa convinzione molto più difficile che mai. Per molti palestinesi, la mancata protezione dei civili non è stata solo una sconfitta politica; è stata anche una profonda sconfitta morale e giuridica.

Eppure, se abbandoniamo l'idea stessa di giustizia e di diritto, quale alternativa ci rimane? Forse non ho perso la fede nei principi in sé, ma ho perso la fede in un sistema internazionale che afferma di difenderli pur non riuscendo a sostenerli quando sono più necessari.

Cosa possiamo fare per sostenere la lotta di decolonizzazione della Palestina? Manifestazioni, boicottaggio, sensibilizzazione e informazione dell’opinione pubblica non sono sufficienti.

Questa è una domanda a cui avrei voluto trovare una risposta chiara, per me e per tutti voi. Credo ancora che non esista un'unica soluzione magica o sufficiente, ma quel che è certo è che ognuno può fare ciò che è in suo potere, nei limiti delle proprie possibilità e dei propri mezzi.

Ritengo importanti diverse forme di sostegno, che si tratti di sensibilizzare l'opinione pubblica e diffondere la verità, di esercitare pressioni politiche e mediatiche, di organizzare boicottaggi o anche semplicemente di rifiutare il silenzio e la normalizzazione di ciò che sta accadendo. Tutte queste azioni, per quanto piccole possano sembrare, si accumulano e fanno la differenza nel lungo termine.

Credo fermamente che la cosa più pericolosa che possa accadere sia l'indifferenza. Oltre a ciò, qualsiasi sincero sforzo per la giustizia è prezioso, anche se gli strumenti e la portata sono diversi.


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Il seggio che vale tutto: cosa è (veramente) in palio nel Regno Unito. Intervista a Francesco Castelli

Mentre noi cambiavamo governo ogni due per tre, gli inglesi guardavano dall'altra parte con il loro aristocratico senso di superiorità. Oggi, dice Francesco Castelli, i ruoli si sono invertiti. "Eravamo noi in Italia che cambiavamo il governo ogni due per tre. Adesso è l'Inghilterra".

Castelli, italiano immigrato nel Regno Unito da 43 anni, racconta a Loretta Napoleoni un sistema politico che definisce "barocco". Per fare il primo ministro devi essere in Parlamento. E proprio per questo, il partito laburista sta facendo acrobazie surreali: far dimettere un parlamentare da un seggio sicuro per far entrare il sindaco di Manchester, Andy Burnham, e poi sfidare Keir Starmer.

Ma il rischio, altissimo, è che quel seggio finisca in mano a Reform, il partito di Farage. "Se Reform vince lì - avverte Castelli - è la fine del partito laburista".

Il resto è il racconto di un Paese che si scopre fragile. La Brexit? "Una grande vittoria della democrazia, ma una grande sconfitta dell'economia. Qui non si può dire perché sono un popolo orgoglioso, ma la realtà è che ci siamo sparati sui piedi".

E poi i numeri: il Labour ha vinto le ultime elezioni con un terzo dei voti e due terzi dei seggi, magie del maggioritario secco. Starmer, presentatosi come il manager serio dopo anni di scandali Tory (inclusi "appropriazioni indebite sul Covid con uno zero in più rispetto all'Italia"), si è rivelato inefficiente. "Forse dopo 14 anni all'opposizione - riflette Castelli - perdi la percezione di come funziona la macchina governativa".

Il piano segreto della CIA per distruggere la sinistra europea: Operazione Packet


di Alessandro Bartoloni

«Dicerie», «porcate dietrologiche», «fantasie complottarde», «fantapolitica».

Queste furono le reazioni dei media quando a metà degli anni Sessanta The New York Times pubblicò le prime rivelazioni sui finanziamenti della CIA ad alcune prestigiose riviste letterarie europee.

Ebbene, oggi sappiamo che quel "complotto" aveva il nome in codice di "Packet". E quei finanziamenti erano solo la punta dell'iceberg.

Packet era il programma segreto di guerra psicologica della CIA, varato con grande dispiegamento di mezzi e forze dopo la seconda guerra mondiale per «vincere senza combattere la guerra con l'Unione Sovietica» e far sparire le idee socialiste e comuniste dal vecchio continente.

Grazie al libro La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l'immaginario europeo della giornalista pluripremiata Frances Stonor Saunders, il mondo è venuto per la prima volta a conoscenza di tutte le tecniche di propaganda e strategie di soft power messe in atto dal governo statunitense per colonizzare le menti e i cuori degli europei e instaurare una nuova egemonia culturale liberale e filo-americana.

A guardare cosa è successo negli ultimi 40 anni, possiamo dire che si è trattata di un'operazione di straordinario successo.

Il libro della Saunders, che parte dai documenti declassificati dei servizi segreti CIA, è un esempio straordinario di giornalismo investigativo. Dopo anni di sparizione dal commercio, il 26 maggio scorso la Fazi Editore lo ha finalmente ripubblicato.

Un volume fondamentale, perché sono in gioco molti dei nomi più altisonanti del Novecento: scrittori e filosofi, scienziati e storici, registi e direttori d'orchestra, attori e critici d'arte, editori e giornalisti — alcuni consapevolmente, altri a loro insaputa — al servizio della propaganda della CIA.

Spesso associamo la guerra fredda alla corsa agli armamenti o alle storie di spionaggio care al cinema. Ma il Muro di Berlino, sostiene la Saunders, non è crollato a causa della superiorità dei sistemi d'arma occidentali: il fascino psicologico e culturale dell'Occidente svolse un ruolo determinante. E questo fascino era il frutto di un'operazione psicologica e culturale voluta e pianificata.

Prima che sia troppo tardi!

Prima di addentrarci nei documenti declassificati della CIA, immaginiamoci brevemente il contesto culturale della guerra fredda.

Alla fine della seconda guerra mondiale, le élite statunitensi erano letteralmente terrorizzate al pensiero che le idee socialiste potessero prendere il sopravvento in Europa. Nella politica, nella cultura e nella società europea la loro influenza era pervasiva: se si fossero tradotte in una maggioranza politica, avrebbero cancellato l'economia capitalista e fatto perdere a Washington la presa geopolitica sul continente.

Guardando la cartina geografica, questi timori non facevano che aumentare: l'Unione Sovietica era penetrata fino a Berlino e, con la vittoria di Mao nella guerra civile cinese, anche il paese più popoloso del pianeta era diventato socialista.

Nel macro-continente più importante del mondo — quello che possedeva la maggior parte delle materie prime e di gran lunga la maggior densità di popolazione — era nata un'alleanza che andava da Shanghai all'Elba, nella quale era stato posto un freno al potere del denaro e degli oligarchi, e dove al posto della libertà di mercato si ragionava in termini di giustizia sociale e potere popolare.

E se quelle idee avessero attraversato l'Atlantico? Impossibile: bisognava passare al contrattacco. Un'impresa titanica, complicata dal fatto che il liberalismo non era mai stato così debole.

Liberal-fascisti

La maggioranza degli intellettuali europei pensava che il liberalismo fosse un'ideologia superata. Quel modo di intendere l'economia e la società aveva portato alla prima guerra mondiale, agli errori del Trattato di Versailles, alla crisi del 1929 e, infine, all'ascesa dei fascismi e alla seconda guerra mondiale.

Dato quello che era successo in Italia e in Germania, faceva ormai parte del senso comune l'idea che le classi abbienti dei paesi europei fossero guidate da interessi particolari che avevano solo l'apparenza dell'ideologia liberale — e che, non appena i loro interessi venivano messi seriamente a rischio da una crescente opposizione socialista, quella stessa ideologia si trasformasse rapidamente in politica autoritaria e fascistoide. Per dirla in soldoni: il fascismo era in gran parte ritenuto una manifestazione estrema del liberalismo.

Da Pablo Picasso ad Albert Einstein, un gran numero di intellettuali, scrittori, artisti e scienziati si dichiaravano socialisti. In Europa c'era una sostanziale egemonia culturale della sinistra. Il metodo di Hegel e di Marx, integrato dagli strumenti psicoanalitici di Freud, aveva sprigionato una grandissima creatività in tutte le discipline umanistiche.

Agli occhi degli Stati Uniti, queste erano le condizioni peggiori per affrontare una competizione ideologica con l'Unione Sovietica sul territorio europeo. Le opzioni erano due: la guerra nucleare — che oggi è tornata di gran moda — oppure avviare un'incredibile controoffensiva politico-culturale per riconquistare le menti e i cuori degli europei.

Per fortuna, fu scelta la seconda strada. Ed è qui che cominciano le storie, tutte vere, raccontate nel libro della Saunders.

Comunismo = Gulag

Packet: è questo il nome in codice del programma segreto della CIA per coordinare le diverse operazioni della guerra psicologica e culturale contro il socialismo europeo.

Lo scopo del programma Packet era quello di:

«disarticolare, a livello mondiale, gli schemi dottrinari che avevano fornito una base intellettuale al comunismo e alle altre dottrine ostili agli obiettivi americani»

L'idea era di creare confusione, dubbi e perdita di fiducia nei modelli di pensiero consolidati di comunisti convinti, attraverso:

«l'uso pianificato della propaganda e di altre attività, diverse dal combattimento, per comunicare idee e informazioni come mezzo per esercitare influenza su opinioni, atteggiamenti, emozioni e comportamenti di gruppi stranieri al fine di favorire il conseguimento di obiettivi nazionali»

Uno degli ispiratori di Packet era Frank Lindsay, veterano della CIA che tra il 1949 e il 1951 aveva organizzato in Europa la rete stay behind — la cosiddetta Gladio. Un documento CIA del 1951 stabiliva che il primo passo sarebbe stato fare ricorso agli intellettuali, studiosi e gruppi che creano opinione, al fine di creare quella che Gramsci chiamava una nuova egemonia culturale nel vecchio continente.

Fu così che nel 1950, a Berlino, nacque il Congresso per la Libertà della Cultura. All'apparenza sembrava un consorzio indipendente di intellettuali liberali riuniti in difesa della libertà d'espressione contro il totalitarismo sovietico. In realtà era — come Saunders documenta con atti e documenti — una creazione della CIA, finanziata con fondi neri sottratti al Piano Marshall.

Attivo in molti paesi almeno fino al 1967 attraverso una serie di rinomate riviste letterarie — «Encounter» in Inghilterra, «Der Monat» in Germania, «Preuves» in Francia, «Tempo Presente» in Italia — il Congresso raccoglieva uomini di cultura di estrazione liberaldemocratica o ex comunisti delusi dallo stalinismo.

Come si teneva in piedi tutto questo sistema? Con un meccanismo di finanziamento occulto di straordinaria complessità: fondi neri sottratti al Piano Marshall, fondazioni fantasma, intermediari, eventi di raccolta fondi fasulli.

Il caso più emblematico è la rivista Encounter — elegante periodico letterario pubblicato a Londra, diretto dal poeta Stephen Spender e da Irving Kristol, considerata la voce più sofisticata dell'intellettualità liberale occidentale. Era finanziata dalla CIA attraverso il Congresso per la Libertà della Cultura.

Il lettore della Saunders rimarrà impressionato dai nomi che incontrerà scorrendo queste pagine: da Bertrand Russell a John Dewey e Karl Jaspers, da Raymond Aron ad Arthur Koestler.

E, tra gli italiani: Benedetto Croce e Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte e Guido Piovene, Altiero Spinelli e Carlo Levi, Italo Calvino e Vasco Pratolini. Alcuni di loro certamente sapevano che il Congresso era una creatura della CIA. Altri venivano semplicemente usati.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, la Francia era caratterizzata dalla forte influenza di Jean-Paul Sartre. Con la sua rivista «Les Temps Modernes» egli aveva attratto gli intellettuali francesi più eminenti e faceva propaganda per una posizione neutrale nella guerra fredda. Fu identificato dalla CIA come intellettuale che doveva essere combattuto. Come conseguenza, la CIA fondò due riviste — la francese «Preuves» e l'italiana «Tempo Presente» — per contrastarne l'ascendente. La rivista italiana prese addirittura in prestito la testata dall'originale, tradotta semplicemente in italiano.

Anche Pablo Neruda finì nel 1963 nel mirino del Congresso, quando fu resa nota la sua nomina per il Premio Nobel del 1964. Il CCF avviò una propria campagna per screditarne la candidatura, diffondendo voci e dichiarazioni a suo sfavore. Dai documenti emerge come anche Ernest Hemingway fosse sottoposto a stretta sorveglianza da parte dell'FBI a causa delle sue idee di sinistra.

Ma l'ambizione più grande di Packet, più che ostacolare la carriera degli intellettuali socialisti, era quella di far diventare egemonica un nuovo tipo di sinistra post-socialista: antisovietica, capitalista e filo-statunitense.

Vi ricorda qualcosa? È proprio quella che — grazie anche a questa straordinaria psyop della CIA — diventerà dominante in Europa dagli anni Ottanta in poi.

La CIA aveva capito che per combattere la sinistra socialista europea era inutile contrapporle idee conservatrici. Bisognava farle nascere dall'interno una nuova sinistra liberale, funzionale agli obiettivi egemonici americani. A questo servivano tutti quei finanziamenti e quel controllo delle attività culturali: far nascere una nuova classe di intellettuali di sinistra liberal che prendesse il posto di quella hegelo-marxista.

Un caso clamoroso — al quale dedicheremo una puntata a parte — è quello dei filosofi post-moderni francesi. Da un documento classificato della CIA, diventato di dominio pubblico nel 2011 grazie al Freedom of Information Act, è emerso come i servizi segreti americani guardassero con grande interesse al relativismo culturale e all'anticomunismo di Foucault, Lyotard e compagnia. Le loro idee erano perfettamente funzionali agli interessi nazionali statunitensi nel nostro continente.

Jackson Pollock era un “utile idiota?”

Immaginate questo: siete un pittore. Dipingete tele enormi, schizzi di colore caotico, nessun riferimento figurativo, nessun messaggio politico esplicito. Pensate di essere liberi, radicalmente liberi. Eppure, senza saperlo, state lavorando per la CIA.

Questa non è una metafora.

È esattamente ciò che è accaduto a Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning — pittori di punta del movimento espressionista americano. Grazie alla Saunders sappiamo che la CIA finanziò, organizzò e assicurò il successo di questo movimento artistico: attraverso il MoMA di New York, mostre, tournée internazionali, critici d'arte finanziati, riviste specializzate.

La logica era questa: il realismo socialista sovietico era figurativo, narrativo, didattico, collettivista. L'espressionismo astratto era l'opposto esatto: radicalmente soggettivo, non-narrativo, incomprensibile alle masse, senza messaggi politici espliciti. Sembrava la negazione stessa della propaganda. Ed era esattamente per questo che funzionava come propaganda.

Saunders ricostruisce come venne costruita la leggenda di Jackson Pollock. Era nato in un ranch del Wyoming, aveva lavorato negli anni Trenta nello studio del muralista comunista messicano Siqueiros, aveva simpatie di sinistra. Eppure fu trasformato nell'icona dell'America libera: il cowboy che dipinge come atto di libertà pura. I critici lo descrivevano come "un vero americano — non europeo, non di Harvard, senza influssi europei".

Il paradosso — che Saunders coglie con precisione — è che molti di questi artisti erano di sinistra, alcuni erano stati comunisti. Non avevano la minima idea di essere strumenti di un'operazione di intelligence. E questa inconsapevolezza era parte del progetto.

Come disse poi il funzionario CIA Donald Jameson:

«Quello che l'Agenzia intendeva ottenere erano persone che, per proprio ragionato convincimento, fossero convinte che qualsiasi cosa facesse il governo americano era giusta.»


L'offensiva egemonica della CIA ha funzionato alla grande. La sinistra socialista è tornata ad essere la sinistra liberal-capitalista di inizio Novecento. Il comunismo è associato ai peggiori crimini dell'umanità. E gli intellettuali che scrivono sugli inserti culturali dei quotidiani sono solo quelli che fanno una conscia o inconscia apologia dei rapporti di forza esistenti.

 

Lavrov evidenzia gli errori di valutazione dell'Europa sull'Ucraina

I paesi europei si sbagliano nel concludere che la Russia stia perdendo nel conflitto con l'Ucraina, ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov.

"Nella situazione attuale, gli europei traggono conclusioni errate pensando che la Russia stia perdendo e l'Ucraina stia vincendo, e quindi [credono] di poter lanciare ultimatum sperando che la Russia li accetti", ha affermato il ministro degli Esteri dopo un colloquio con il presidente bielorusso Alexander Lukashenko.

Pertanto, ha sottolineato, "si tratta di calcoli con obiettivi del tutto inappropriati e illusori".

???????????????Lavrov señala un error de cálculo de Europa

El canciller ruso declaró que los europeos se equivocan al pensar que Rusia está perdiendo en el conflicto, y añadió que las esperanzas que alberga Europa de poder plantear ultimátums a Rusia son ilusorias. pic.twitter.com/JJVwVq1BDD

— Sepa Más (@Sepa_mass) June 15, 2026

Il ministro ha ribadito che le visite degli ambasciatori di Germania, Francia e Regno Unito al Ministero degli Esteri russo la scorsa settimana "non hanno apportato nulla di nuovo" e che questi Paesi "stanno insistentemente cercando di offrire i loro servizi, dimostrando chiaramente di non voler essere esclusi dal processo".

Lavrov ha sottolineato che Mosca rimane fedele agli accordi raggiunti al vertice tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente statunitense Donald Trump in Alaska lo scorso agosto, basati sulla proposta di Washington per la risoluzione del conflitto.

"E, naturalmente, ci aspettiamo che la posizione concordata sulla base della proposta statunitense venga attuata", ha commentato.

Missile Patriot colpisce cattedrale a Kiev. Zakharova: "Europa a due facce, tace su Starobilsk"

La notte scorsa il cielo sopra Kiev si è tino di colore rosso. Nel cuore del “National Preserve of Kyiv-Pechersk Lavra”, così oggi chiamano quello che per secoli è stato il cuore pulsante dell’ortodossia russa, ha preso fuoco il tetto della cattedrale. Le fiamme, domate dopo ore, hanno riaperto un fronte di accuse e contro-accuse che non accenna a chiudersi.

Come ha reso noto il Ministero della Difesa russo, il complesso monastico non è stato colpito da un missile russo, ma da un razzo del sistema Patriot di fabbricazione statunitense. “Le Forze Armate russe - si legge in una nota ufficiale - non pianificano né lanciano attacchi contro infrastrutture civili”. La ricostruzione dell'accaduto di Mosca è chiara: il missile Patriot, fornito dai paesi occidentali al regime di Kiev, avrebbe avuto una “vita utile scaduta”, provocando un malfunzionamento che lo ha deviato sulla cattedrale.

Maria Zakharova, portavoce della diplomazia russa, ha poi allargato il tiro. In un post su Telegram ha accusato Parigi di doppiopesismo: il presidente francese Emmanuel Macron e il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrott hanno condannato l’incendio alla Lavra, ma non hanno speso “una parola in queste settimane sui ragazzi uccisi a Starobilsk” dagli attacchi ucraini. Zakharova ha parlato apertamente di “falso” confezionato dal regime di Kiev e dall’Occidente, ricordando che nessun politico europeo si è mai preoccupato, in tutti questi anni, della persecuzione della Chiesa ortodossa canonica in Ucraina, del controllo della Lavra con violenze fisiche e psicologiche, del suo saccheggio sistematico.

C’è un dettaglio che fa da sfondo a questa vicenda e che nessuno, né a Kiev né a Bruxelles, sembra voler ricordare. Poco prima dell’incendio, il rappresentante del Ministero degli Esteri ucraino Heorhij Tychyj aveva dichiarato che Kiev sperava di ottenere missili intercettori per i Patriot con “termine di scadenza in scadenza”. Parole che oggi suonano come un macabro presagio. Perché come si può evincere dalla ricostruzione russa, quel missile scaduto non ha mancato il suo bersaglio: ha centrato ciò che non doveva.

La Lavra, però, non è più un monastero da tre anni. I monaci della Chiesa ortodossa ucraina - quella legata al Patriarcato di Mosca - sono stati cacciati. Hanno dovuto abbandonare le celle, le grotte dove riposano le reliquie dei santi russi, la loro vita. Al loro posto, una “commissione per l’inventario” armata di piedi di porco, smerigliatrici e martinetti. Hanno aperto le arche, sparse le ossa per terra. Per “studiarle”, hanno detto. I credenti che provavano a difendere la loro chiesa sono stati respinti dalla polizia di Kiev, dai servizi di sicurezza, da attivisti nazionalisti. Il tutto mentre nel refettorio della Lavra si organizzavano festival culinari con salo, gorilka e borsch. Per estirpare, dicono, l’anima moscovita.

Poi il silenzio. Per anni dalla Lavra non si è sentito più nulla. Fino a ieri notte, quando la cattedrale è stata ferita da un incendio.

Ed è arrivato subito Volodymyr Zelensky. L’uomo che, secondo Mosca, ha profanato la Lavra per primo, si è presentato tra le macerie fumanti e ha parlato di “uno dei più grandi crimini russi contro la cultura cristiana”. Ha chiesto ai paesi del G7 una risposta decisa. Più sistemi Patriot, più difesa aerea. Ma l’Europa e gli Stati Uniti non hanno più missili liberi. Li hanno consumati in Ucraina e in Iran. Così, per non dire di no al “piccolo führer” di Kiev, hanno tirato fuori dai magazzini i razzi ritirati dal servizio, quelli scaduti. Come lui, ha commentato in maniera sagace Zakharova. Il risultato l’abbiamo visto.

C’è chi, in Russia, guarda a questa vicenda con occhi diversi. Quelli della profezia. Nel 1990 l’anziano Zosima, uno starec, aveva detto: “La Kyevo-Pechersk Lavra cadrà. Tutta la grazia della Kyevo-Pechersk Lavra passerà all’Eremo di Optina”, come riporta il quotiano Komsomol'skaja Pravda. Allora l’Eremo di Optina era ancora in rovina. Nessuno gli credette. Zosima fondò poi un monastero nel Donbass, e prima di morire nel 2002 avvertì i fedeli che sarebbero arrivate grandi persecuzioni contro la Chiesa. Quel monastero, durante la guerra, è stato più volte colpito dall’artiglieria ucraina. E c’è una terza profezia, quella che a Kiev conoscono bene e che temono: “Dopo la caduta della Lavra, comincerà la riunificazione della Rus’”.

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