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Palestina e attivismo visuale. Attivare il visibile e squarciare lo sguardo coloniale

16 Agosto 2026 ore 22:00

di Gioacchino Toni

Nicholas Mirzoeff, Vedere nell’oscurità. Palestina e attivismo visuale, traduzione di Rosa Cinelli, Meltemi, Milano, 2026, pp. 162, € 15,00

Mosso dalla particolare condizione di essere ebreo e al contempo fermamente antisionista, in Vedere nell’oscurità (Meltemi, 2026), Nicholas Mirzoeff, docente di Media, Culture and Communication all’Università di New York, sostiene la necessità di contrapporre al «visibile passivo», imposto dai media ufficiali, l’attivazione di una «relazione visibile» incentrata su tre elementi: il diritto reciproco di guardare, quello di essere visti nel modo che si è scelto per sé stessi e il «diritto all’opacità», ossia di sottrarsi allo sguardo del controllo, sia esso quello maschile ed eteropatriarcale, quello bianco e colonialista o quello della sorveglianza automatizzata. Se, come afferma Silvia Federici, «la Palestina è il mondo», allora oggi, sostiene Mirzoeff, vedere la Palestina significa vedere il mondo e agire a sostegno della sua libertà.

Riflettendo sull’attivismo visuale sorto a sostegno della popolazione palestinese, lo studioso evidenzia come — nonostante i filtri imposti sul materiale proveniente da Gaza reputato “sconveniente” (ad Israele e all’intero Occidente) — le “piattaforme mediali estrattiviste” siano rimaste vittime della logica bulimica inscritta nei loro stessi codici di funzionamento, consentendo così alla popolazione mondiale di prendere visione del colonialismo. Si veda a tal proposito l’analisi proposta da Silvano Cacciari nel suo scritto Palestina, la radicalizzazione algoritmica («Carmillaonline», 14 maggio 2026).

Mentre la violenza di Stato opera per isolare ogni individuo impedendo qualsiasi forma di visione collettiva, sostiene Mirzoeff, l’adozione di un coinvolgimento attivo consente la trasformazione della dissociazione in nuove forme di associazione, come dimostrano gli accampamenti solidali con Gaza sorti in numerose università a livello planetario che lo studioso definisce espressioni embrionali di «intifada mondiale». Il supporto a Gaza attraverso i social media ha modificato in maniera tangibile le politiche visuali, dapprima tra i più giovani e poi in modo diffuso. Certo, è occorso tempo affinché la repulsione si trasformasse in azione, ma ciò è accaduto, come dimostrano le imponenti e diffuse manifestazioni in solidarietà con il popolo palestinese. Da tale contesto visuale lo studioso deriva una particolare modalità di vedere così definita e sintetizzata:

Vedere nell’oscurità comporta attivare il visibile contro lo sguardo bianco, e dominante, del colonialismo d’insediamento. L’“oscurità” è lo spazio esterno al ristretto campo dello sguardo bianco, delimitato dalla prospettiva centrale e da altre tecnologie visive incarnate oggi, in modo emblematico, dai velivoli senza equipaggio, o droni. Non corrisponde all’oscurità in senso letterale, per quanto la notte sia stata spesso una risorsa per le comunità colonizzate o ridotte in schiavitù. Consiste, piuttosto, in un vedere con entrambi gli occhi. Delinea un modo di guardare sempre relazionale, sempre diverso, sempre rivolto agli altri. Lungi dall’essere l’atto isolato di un singolo, vedere nel buio è un processo collettivo e collaborativo che custodisce una resilienza e un amore il cui nome più antico è solidarietà. Da solo non riesco a vedere nell’oscurità, ma noi, collettivamente, sì [p. 45].

Lo sguardo coloniale contemporaneo ha la sua espressione più vivida nel punto di vista zenitale del drone che, filtrato da uno schermo, giunge al militare che si mantiene a distanza di sicurezza. Uno sguardo che osserva il mondo perpendicolarmente, appiattendo le figure umane in una visione che privilegia le forme geometriche degli edifici, delle strade e degli autoveicoli. Vedere nell’oscurità, sostiene Mirzoeff, significa vedere al di fuori della cosiddetta kill box del drone, oltre il ristretto campo visivo dello sguardo colonialista. «È il modo di guardare di chi è sorvegliato, non di chi sorveglia», nei momenti in cui riesce a sottrarsi al controllo. «Vedere nel buio» è anche «un esercizio di solidarietà» che consente di, «osservare la pratica stessa del colonialismo» [p. 52].

Nello sguardo dall’alto del drone, manifestazione tangibile dello sguardo coloniale bianco che adotta la cosiddetta «prospettiva a volo d’uccello», è possibile individuare lo sguardo dei “superpredatori” a cui lo studioso contrappone la controvisualità dei volatili “comuni” che si muovono in forma comunitaria. «Lo stormo è l’atto di vedere nel buio», quel commons verso cui ci si muove supportati dalla «disperazione senza sconfitta». Lo stormo è la «negazione del consenso alle pratiche del genocidio».

Nel pensare di poter imporre la propria visione attraverso la reiterazione di una narrazione a proprio favore, lo Stato israeliano ha, di fatto, sottostimato come gli smartphone — diffusi nel mondo arabo, Gaza compresa, esattamente come nel mondo occidentale — possano sfuggire al suo controllo, nonostante tutti i filtri messi in atto. «I video e le fotografie visualizzati tramite lo smartphone influenzano e sono a loro volta influenzati dall’utente, che non è un osservatore disincarnato, come un drone, ma una presenza implicata e incarnata» [p. 59] capace di empatia nei confronti di chi sta subendo la violenza coloniale.

Il confluire sulle piattaforme del materiale visivo documentario prodotto a Gaza, e il suo permanervi anche solo il tempo necessario per essere scaricato e inoltrato, ha consentito che la visione e la condivisione trasformassero la dissociazione in associazione, la repulsione in azione, generando così un inedito senso di vicinanza e solidarietà.

Soffermandosi sulla, seppur breve, esperienza degli accampamenti solidali con Gaza che, a partire dall’aprile del 2024, si sono diffusi davanti alle università in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti, con l’obiettivo di chiedere conto pubblicamente agli atenei del loro sostegno diretto o indiretto a Israele, Mirzoeff riconosce loro il merito di aver reso visibile perché la Palestina, come afferma Silvia Federici, «è il mondo». Tali presidi hanno indubbiamente squarciato la «realtà bianca» capitalista permettendo il manifestarsi di un attivismo visuale anticoloniale.

A partire da Occupy Wall Street, nel 2011, i presidi sono stati luoghi ad altissima visibilità, caratterizzati da un modo di vedere reciproco e diretto. Prima di tutto, i manifestanti hanno collocato i propri corpi nello spazio pubblico, rivendicando il diritto di essere visti. In questo spazio urbano riconquistato, solitamente saturo di sorveglianza, i partecipanti hanno messo in comune il loro diritto di guardare, di vedere e di essere visti. Fino a quel momento nonluoghi anonimi, intitolati a qualche donatore dimenticato, gli spazi diventavano così luoghi di assemblea, di dibattito o di presidio. Rispetto alle mobilitazioni del passato, questa ondata di solidarietà con Gaza ha rivendicato anche il diritto all’opacità [p. 124].

Con una certa dose di ottimismo, al pari di Nasser Abourahme1, anche Mirzoeff, guarda alla «disperazione senza sconfitta» dei campi profughi e ai relativi commons, come a una possibile «linea di fuga» in cui, nonostante tutto, sperimentare la prefigurazione di una società decolonizzata. Analogamente, sempre con ottimismo, anche nell’esperienza degli accampamenti solidali Mirzoeff coglie la prefigurazione di una vita comunitaria svincolata dalle logiche dello sfruttamento capitalista.

Insomma, in Occidente si è dovuta attendere la visibilità delle fasi più cruente di un genocidio in atto affinché tornassero, per una breve stagione, a riempirsi le piazze. È stata necessaria l’insopportabilità del sangue, delle macerie, della tracotanza e dell’ignavia illimitate della politica. Un ultimo sussulto di umanità, più che di coscienza politica — per quanto ogni opzione di cambiamento radicale dell’esistente non possa che scaturire dal risveglio di quel che ancora resta di umanità in un mondo, soprattutto occidentale, che secolo dopo secolo ha introiettato come universo valoriale l’individualismo più cinico, la competitività e lo sfruttamento indiscriminato dei propri simili e dell’ambiente.


  1. N. Abourahme, Revolution after revolution: The commune as line of flight in Palestinian anticolonialism, in «Critical Times», vol. 4, n. 3, 2021. 

RANUCCI vs VANNACCI

16 Agosto 2026 ore 21:26

RANUCCI vs VANNACCI

di Giovanna Canzano

16 agosto 2026

Molto rumore per nulla per parlare solo di Ranucci, Lavitola e la soap opera che ormai da giorni gli gira intorno.

Altre novità verranno svelate nei prossimi giorni oppure tutto finirà con la lieve condanna di Lavitola (peraltro già di casa nelle patrie galere)?

Ne siamo sicuri?

Oppure tutto continuerà ancora per settimane ad occupare le prime pagine dei TG, dei Giornali e dei video su Youtube?

Ma, a chi ha giovato il rivelare i particolari dell’attentato? Non certo a Lavitola che ‘poverino’, è il solo che ha dovuto perdere un pezzo di libertà! E, Ranucci perderà la conduzione del suo ‘REPORT’? O, si è dovuto solo ‘sdoganare’ la verità sull’attentato per non attribuirlo ai soliti malviventi importanti o casarecci? Questo dubbio che girava ancora per aria avrebbe potuto ostacolare cosa? Avrebbe reso la figura di Ranucci nebulosa nei tanti commenti di chi avrebbe dovuto fidarsi del giornalista non più come reporter, ma per un ruolo più importante dove ogni personaggio viene rivoltato come un calzino. Cosa ci si aspetta adesso da Ranucci uscito candido senza macchie da questa simpatica soap opera?

Forse, direi, un ruolo politico!

Perché proprio di un personaggio così tanto chiacchierato per le sue inchieste ne abbiamo bisogno?

Forse si, forse la sinistra cercava e ha trovato in Ranucci un uomo che gioca fuori dagli schemi e si rimette in campo personalmente ogni volta che tira un colpo.

Ecco, è fatto. Ranucci è in tutti i media ad accogliere esclamazioni e consensi ogni volta che la sua bocca si apre per sillabare una parola. Un uomo con grinta e voglia di battersi per le sue idee…

Ops… ma chi ci ricorda questo tipo di personaggio? L’alter ego che la sinistra odia… il Vannacci nazionale!

I giochi sono fatti (forse suona meglio in francese)…

Dopo le feste di ferragosto, quando la temperatura diventerà accettabile e le vacanze saranno ormai cosa fatta, la sinistra avrà un nome, la destra che ha giocato in vantaggio (?) già c’è l’ha, continueranno a riscaldare le temperature di un lungo e non caldissimo autunno.

giovanna@giovannacanzano.it

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Promozione della lettura: idee, progetti e iniziative per far circolare i libri

16 Agosto 2026 ore 21:27

Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura

Leggere è spesso un gesto individuale. Un libro si apre in silenzio. Una persona entra in una storia, incontra un’idea, cambia prospettiva oppure semplicemente trascorre qualche ora altrove. Ma la promozione della lettura comincia davvero quando quell’esperienza individuale smette di restare isolata. Un lettore consiglia un libro a un amico. Una libreria organizza una presentazione. Un gruppo di lettura trasforma un romanzo in una discussione. Un blogger pubblica una recensione. Un podcast intervista un autore. Una biblioteca costruisce un percorso tematico. Un editore mette in relazione un libro con una comunità interessata a quel tema. Il libro comincia a circolare.

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Coppa delle Coppe: Dal 17 al 22 agosto la MKF Saronno difende il titolo fra Bollate e Caronno

16 Agosto 2026 ore 19:50

La MKF Saronno del presidente Massimo Rotondo da lunedì 17 a sabato 22 agosto sarà impegnata fra Bollate e Caronno, dove difenderà il titolo della Coppa delle Coppe vinta lo scorso anno a Parigi.

La A.B. Caronno Softball semifinalista della Coppa Italia 2025 ospiterà la competizione continentale organizzata dalla WBSC Europe Softball, alla quale partecipano le seguenti formazioni:

Crazy Chicklets (Austria), Beveren Lions (Belgio), Wesseling Vermins (GER), Sparks Haarlem Honk- en Softbal (Olanda), Eagles Praha (Rep. Ceca), Viladecans (Spagna) e Zürich Barracudas (Svizzera), oltre ovviamente alla Rhea Caronno ed il Saronno Softball Baseball ASD.

Il roster delle atlete neroazzurre rispetto al campionato di Serie A1 è stato rinforzato dalla presenza degli esterni, che hanno già vinto la Coppa delle Coppe lo scorso anno, Emma Fagioli proveniente dal Macerata e Sofia Fabbian in prestito dal Castelfranco. Dalla stessa società proviene anche la lanciatrice statunitense Olivia Rose Bruno, alla prima apparizione in maglia saronnese.

Gli accoppiamenti delle finali di sabato 22 agosto saranno stabiliti dalla classifica della prima fase, che vedrà tutte le compagini iscritte al torneo affrontarsi in un girone all’italiana con incontri di sola andata.

Questo il programma delle gare della MKF Saronno:
17/08/2026
ORE 09.30 a Bollate | Viladecans – MKF Saronno
ORE 14.30 a Caronno | MKF Saronno – Wesseling Vermins
18/08/2026
ORE 15.00 a Caronno | MKF Saronno – Beveren Lions
19/08/2026
ORE 15.00 a Caronno | MKF Saronno – Crazy Chicklets Wiener Neustadt
ORE 20.00 a Caronno | MKF Saronno – Caronno
20/08/2026
ORE 20.00 a Caronno | Eagles Praha – MKF Saronno
21/08/2026
ORE 09.30 a Bollate | Sparks Haarlem – MKF Saronno
ORE 15.00 a Caronno | Zürich Barracudas – MKF Saronno
sabato 22/8/2026 le finali in base alla classifica
A Caronno
ORE 18:00 finale per il bronzo
ORE 20:30 finale per l’oro

ph Lorenzo Stoppani

 

Saronno Softball Baseball Asd

Fabrizio Campagnano
Ufficio stampa
cell: +39-331.366.34.17

email: saronnosoftballbaseball@gmail.com

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“Genocidio ecologico”: Israele dichiara guerra alle foreste del Libano

16 Agosto 2026 ore 18:50

Sebbene le operazioni militari attive di Israele nel Libano meridionale siano cessate a metà giugno, la situazione nel sud rimane tutt’altro che tranquilla dopo la conclusione di un accordo quadro di cessate il fuoco.

di Leonid Tsukanov

15 agosto 2026

Gli abitanti del luogo ritengono che i disastri siano opera dell’esercito israeliano, che si sta creando una “zona sicura”. Queste convinzioni sono condivise da vigili del fuoco, ambientalisti e organizzazioni per i diritti umani, i quali accusano gli israeliani sia di aver commesso un genocidio ambientale contro il loro vicino arabo, sia di aver tentato di minare la motivazione della popolazione in esilio a tornare alle proprie case.

Tuttavia, giocare con il fuoco in questo modo rischia di ritorcersi contro Israele a lungo termine.

Non è più una coincidenza

Dalla metà dell’estate, gli incendi nel Libano meridionale si sono ripresentati con una regolarità invidiabile, divorando ogni volta aree sempre più vaste . Inoltre, i nuovi focolai si verificano in genere in zone remote con terreni impervi, il che ne rende difficile lo spegnimento rapido.

Di conseguenza, gli agenti atmosferici devastano vaste aree, danneggiando gli ecosistemi locali per le generazioni a venire.

Secondo gli analisti di Lighthouse Reports, dalla metà di giugno 2026, oltre il 20% dei terreni agricoli e delle foreste del Libano meridionale è stato distrutto o gravemente danneggiato dagli incendi. Ciò include boschi secolari di querce e pini da frutto, che fungono da barriera naturale, sia sanitaria che ecologica, per gli insediamenti abitativi.

Gli attivisti locali citano cifre ancora più deprimenti. In particolare, secondo le stime di Hussein Fakih , capo del Servizio di Protezione Civile di Nabatieh , le cui unità hanno partecipato allo spegnimento dei più grandi incendi a luglio e agosto, la furia degli elementi in alcune zone vicine alla linea del fronte ha lasciato circa il 40% del territorio devastato dalle fiamme.

Sia gli agricoltori che i vigili del fuoco sono convinti che i disastri siano principalmente causati dall’uomo. Ciò è dovuto in parte al fatto che, nonostante modelli climatici relativamente simili, i disastri naturali hanno colpito a malapena altre parti del paese, mentre il sud “brucia frequentemente e intensamente”.

La parte libanese accusa Israele dell’incidente, sostenendo che il suo esercito lancia regolarmente munizioni incendiarie contro le foreste locali. Solo nel mese di agosto, gli osservatori hanno documentato almeno tre casi di droni israeliani che hanno sganciato munizioni incendiarie su aree boschive nel sud del Paese. Inoltre, l’artiglieria israeliana ha periodicamente bombardato le foreste con proiettili al fosforo bianco.

Sono stati inoltre registrati numerosi casi di soldati israeliani che hanno lanciato razzi luminosi durante le ore diurne per appiccare a distanza incendi a erba secca e piccoli cespugli nella “zona grigia”.

E sebbene tali incidenti vengano ripetutamente liquidati come “accidentali”, la parte israeliana ostacola apertamente i vigili del fuoco nell’operato dei soccorsi. Ad esempio, l’11 agosto, le squadre locali della protezione civile intervenute in seguito all’impatto di un razzo di segnalazione sono state colpite da un drone israeliano.

Alberi morti

Tra gli abitanti del sud, l’attuale ondata di conflitti è stata opportunamente soprannominata la “guerra agli oliveti”. Oltre alle foreste, anche gli oliveti, un tesoro nazionale, vengono distrutti in massa dagli incendi.

Secondo le ultime stime, la superficie totale dei terreni di questa categoria distrutti e danneggiati dagli incendi supera già i mille ettari (circa il 5% della superficie totale degli oliveti nel sud).

Considerato che l’ulivo è una pianta perenne e che la distruzione anche di un solo oliveto maturo priva gli agricoltori locali di una fonte di reddito per diversi anni a venire, la distruzione dei loro oliveti lascia anche una parte significativa degli abitanti dei villaggi di confine senza la motivazione a tornare nei loro insediamenti abbandonati.

In questo modo, Israele incontrerà meno resistenza quando in seguito “recupererà” i territori abbandonati e li trasformerà in una “cintura di sicurezza” permanente lungo i confini.

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) respingono, come prevedibile, le accuse, definendole “falsa propaganda” e “macchinazioni di Hezbollah”. Allo stesso tempo, gli alti ufficiali militari libanesi non nascondono il fatto di non considerare le aree economiche meridionali territorio inviolabile.

Secondo una direttiva emessa dallo Stato Maggiore israeliano alla fine di maggio 2026, all’esercito è stato concesso il diritto di disboscare foreste e terreni agricoli vicino al confine qualora questi vengano utilizzati dal nemico per spostamenti clandestini, sorveglianza e installazione di infrastrutture.

In altre parole, Israele può facilmente giustificare qualsiasi rivendicazione da parte libanese come necessità operativa.

Un gioco pericoloso

D’altro canto, questo gioco letterale con il fuoco nasconde un pericolo anche per chi lo organizza. Controllare gli elementi non è sempre possibile.

Ad esempio, il 12 agosto, uno degli incendi, causato dal lancio di munizioni incendiarie israeliane, si è improvvisamente propagato nel territorio dello Stato ebraico, nella zona del torrente Snir, e si è esteso a tal punto che è stato necessario inviare sei aerei antincendio dello squadrone specializzato Elad per spegnerlo.

Per i coloni locali, che conducono una vita prevalentemente agricola, il fuoco non è meno pericoloso che per gli abitanti del Libano meridionale. Pertanto, reagiscono negativamente a qualsiasi tentativo da parte delle autorità di cimentarsi nella guerra ibrida, temendo che prima o poi il fuoco raggiunga le loro case.

Con Israele che si appresta ad affrontare difficili elezioni parlamentari, in cui è in gioco la carriera politica dell’attuale Primo Ministro Benjamin Netanyahu , il diffuso malcontento tra gli abitanti del nord, già risentiti nei confronti del governo per i numerosi errori commessi nella regione di confine, potrebbe complicare la campagna elettorale per i partiti di governo.

Hezbollah lo sa bene. Pertanto, non ha fretta di unirsi alla guerra contro gli agrumeti e di appiccare incendi vicino agli insediamenti israeliani, sperando evidentemente di giocare questa carta vincente più vicino a ottobre, al fine di convertire al massimo il malcontento dei coloni del nord in voti di protesta.

Fonte: Regnum.ru

Traduzione: Sergei Leonov

 
 
 

Commissione investigativa: le forze armate ucraine hanno attaccato un centro commerciale a Donetsk con droni stranieri.

16 Agosto 2026 ore 17:06

Durante un massiccio raid contro un centro commerciale nel quartiere di Kuibyshevsky a Donetsk, le forze ucraine hanno utilizzato droni d’attacco di fabbricazione straniera, secondo quanto riportato dal Comitato investigativo.

Gli esperti hanno determinato l’origine dei droni che hanno distrutto l’edificio del negozio Galaktika. RIA Novosti riferisce che il personale militare ucraino ha utilizzato droni stranieri per attaccare .

“Sono stati rinvenuti frammenti di quelli che si ritiene essere droni d’attacco di tipo aeronautico, di fabbricazione straniera”, ha dichiarato un portavoce delle autorità inquirenti.

I detriti rinvenuti sul luogo dell’incendio saranno sequestrati e inviati per analisi specifiche. Gli inquirenti intendono determinare l’esatto tipo di ordigno esplosivo utilizzato. Un sopralluogo ha confermato la completa distruzione del centro commerciale a seguito di un attacco di vaste proporzioni.

Sopping Centere a Donetsk colpito da droni ucaini

Il giorno prima, il sindaco della città, Alexey Kulemzin, aveva segnalato un incendio di vaste proporzioni. L’edificio dell’ipermercato aveva preso fuoco a seguito di un attacco mirato da parte di droni ucraini.

Come riportato dal quotidiano Vzglyad, l’ipermercato di materiali edili Galaktika, nel quartiere Kuibyshevsky di Donetsk, è andato completamente distrutto in seguito a un attacco di un drone ucraino.

Le forze militari ucraine hanno già attaccato quest’area della città utilizzando dei droni.

Rodion Miroshnik, ambasciatore plenipotenziario del Ministero degli Esteri russo, ha definito gli attacchi dei droni ucraini contro i civili un crimine di guerra.

Fonte: VZGLYAD

Traduzione: Sergei Leonov

 
 
 

L’asse Mosca – Pechino risponde all’Impero nei fronti del Pacifico

 

di Alex Marsaglia

 

La Terza Guerra Mondiale a pezzi, che non è altro che il conflitto imperialista in estensione verso le formazioni sociali che non si sono ancora assoggettate al totalitarismo neoliberista che domina l’Occidente, sta saldando i suoi fronti riscaldandosi anche sul Pacifico. Abbiamo visto nei mesi scorsi la fredda accoglienza riservata al Presidente americano in visita a Pechino, dopo aver promosso una politica di guerra commerciale ed economica sempre più aggressiva. Ma a preoccupare, in Europa come in Asia, è il crescente militarismo degli alleati statunitensi. Il Giappone è spinto al riarmo al punto da mettere in discussione i “Tre principi non nucleari”, sta destabilizzando le relazioni internazionali create nel Pacifico dopo la Seconda Guerra Mondiale e viene chiaramente percepito dall’asse Mosca-Pechino come una minaccia dalla quale tutelarsi saldando sempre di più l’alleanza. Così nel mese di Luglio Russia e Cina hanno accelerato il passo, avviando un’esercitazione navale congiunta in cui le marine dei due Paesi hanno stabilito delle rotte di pattugliamento nella parte occidentale e settentrionale del Pacifico, proprio per arginare le mire imperialiste e colonialiste dei kamikaze locali pronti ad essere scagliati dall’Impero contro i loro confini legittimi.

Il crescendo delle tensioni nelle ultime settimane è però stato notevole, quasi esponenziale. La NATO stessa, sconfinando dai propri ambiti geografici di competenza ha direttamente chiamato in causa la Cina, accusandola di essere “un facilitatore decisivo della guerra in Ucraina”. La Cina, dal canto suo, nella prosecuzione dei piani di innovazione tecnologica dell’apparato militare ha testato un missile balistico a capacità nucleare, come già fatto in precedenza nel 2024 e per questo è stata nemmeno tanto indirettamente attaccata dalle organizzazioni internazionali filo-occidentali per aver “minato la pace nell’area”. La dichiarazione congiunta della Conferenza per il Disarmo dell’11 Agosto (https://geneva.usmission.gov/2026/08/11/joint-statement-on-notifications-of-ballistic-missile-launches/), firmata anche dall’Italia, ha condannato tali test missilistici innescando la risposta piccata della Repubblica Popolare.

Il portavoce del Ministero degli Esteri Guo Jiakun ha risposto rilevando che la dichiarazione congiunta che invocava il Codice di condotta dell’Aia e alludeva al test missilistico cinese “è stata motivata esclusivamente da ragioni politiche”, mettendo a nudo l’utilizzo strumentale delle organizzazioni internazionali fatto dall’Occidente, aggiungendo che “la Cina esorta i paesi interessati a smettere di abusare dei meccanismi multilaterali di controllo degli armamenti”. Il riferimento al “doppio standard” è poi immancabile, visto che Stati come l’Ucraina non solo sono liberi di armarsi, ma vengono armati dall’Occidente stesso per offendere ben più che per difendersi. E così viene fatto anche sul fronte del Pacifico, dove le esercitazioni con i sudditi dell’Impero si svolgono regolarmente: della primavera scorsa quella congiunta tra Stati Uniti e Giappone e i piani di riarmo proseguono spediti in Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Quest’ultimo lo scorso Maggio ha approvato un piano di spesa di oltre 25 miliardi di dollari, di cui oltre 11 miliardi solo in acquisti di armamenti statunitensi. Mentre la Corea del Sud, dei tre, è il Paese con la maggior spesa militare e sta svolgendo in questi giorni un’esercitazione congiunta con gli Stati Uniti.

Viceversa, se la Cina e la Russia osano promuovere esercitazioni militari congiunte, come hanno fatto in maniera sempre più continuativa negli ultimi anni e svolgono test missilistici, vengono immediatamente riprese da queste cosiddette organizzazioni internazionali che con le loro strutture ramificate monitorano la situazione all’unico fine di mantenere lo status quo occidentale e promuovere gli interessi dell’imperialismo americano nell’area.

La Russia e la Cina alleate nel fronteggiare l’imperialismo espansionista statunitense, stanno poi procedendo in concerto sul fronte del Pacifico, smascherando tutte le manipolazioni del caso. Così nelle stesse ore in cui la Cina rispondeva alla Conferenza per il Disarmo, il Presidente Putin si è recato in visita alla flotta, accogliendo la dettagliata relazione del comandante Viktor Liina che ha stabilito come l’offensiva espansionistica dell’imperialismo sia in pieno dispiegamento a livello globale: “le forze della NATO sono coinvolte nella politica regionale dell’area del Pacifico e la situazione si sta complicando”, inoltre nella zona “si stanno formando nuove alleanze ostili, che sono elementi della NATO, ma sotto una diversa veste”. Insomma, l’imperialismo ha attivato i proxy ed è pronto ad utilizzare i propri sudditi per scagliarli contro l’asse Mosca-Pechino. La prontezza e la piena operatività della flotta russa sul Pacifico, che come ha spiegato il comandante Liina “ha condotto un’analisi dettagliata del traffico marittimo nell’area” è però un’ottima notizia, poiché come ha annunciato il 12 Agosto Putin: “La Russia risponderà in modo speculare ai tentativi dei paesi occidentali di sequestrare navi mercantili russe”, chiarendo che “i tentativi di alcuni stati di limitare la navigazione delle navi russe sono pirateria e rapina”. Questo significa che, in assenza di organizzazioni internazionali in grado di far rispettare i più basilari principi del diritto marittimo, la Russia agirà “in modo speculare” e lo farà laddove farà più male, cioè nel Pacifico. La crisi dello Stretto di Hormuz ha infatti colpito maggiormente le ex “Tigri asiatiche” fortemente dipendenti dal petrolio e dal gas mediorientale, le quali si trovano ora aggrappate agli approvvigionamenti che giungono proprio dagli Stati Uniti. Come ha ribadito il Vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo Dmitrij Medvedev, chiosando l’annuncio di Putin: “adottando un approccio simmetrico, la Russia ha il diritto di attaccare qualsiasi nave mercantile di paesi nemici, sia nelle nostre acque che in quelle internazionali”. Lo scontro indiretto tra superpotenze passerà ad un livello successivo, in cui non vi sarà ancora lo scontro diretto tra eserciti, ma giungerà allo scontro diretto tra eserciti e beni, merci ed interessi delle superpotenze che dunque si scambieranno colpi diretti potenzialmente in tutto il globo senza riserva alcuna. Difficilmente la Russia sarebbe stata a guardare a lungo mentre veniva attaccata ormai quotidianamente sul proprio territorio e in tutto il globo e questo annuncio è prodromico alla risposta globale che attuerà. In tutto questo il diritto internazionale resta all’angolo come longa manus degli interessi occidentali, un regolatore impotente. La Repubblica Popolare cinese, da par suo, ha già chiarito i conti in merito al disarmo promosso dalle organizzazioni internazionali, avendo avuto l’esempio storico dell’Unione Sovietica in cui questo ha operato a senso unico.

Quando la transizione verde prende fuoco: il paradosso della rete elettrica dal Mediterraneo alla Sardegna

 

di Francesco Santoianni

 

Da qualche settimana un caso greco sta facendo scuola tra chi si occupa di gestione del rischio: gran parte degli incendi più devastanti dell'estate 2026 non sarebbe partita da un fulmine, da una sigaretta o da un piromane, ma da un cavo elettrico vecchio, mal mantenuto, che ha ceduto sotto il caldo e il vento. È un caso di scuola perché mette insieme tre elementi che, in teoria, dovrebbero remare nella stessa direzione — la transizione energetica, la prevenzione del rischio incendio, la finanza pubblica — e che invece, nella pratica, finiscono per remare l'uno contro l'altro. E non è un problema solo greco: guardando ai dati di quest'estate, lo stesso schema si ritrova, con varianti locali, in Sicilia, in Calabria e in Sardegna.

La Grecia: il 75% degli ettari bruciati parte dai tralicci

Secondo i dati preliminari della Direzione Investigativa sui Reati di Incendio Doloso della Grecia, ripresi da Politico e da Brussels Signal, gli incendi finora attribuiti a guasti della rete elettrica avrebbero prodotto circa il 75% della superficie bruciata nel Paese nel 2026. Le due fiamme più gravi di fine luglio — nell'Attica occidentale e a Creta — hanno distrutto oltre 14.500 ettari e causato quattro morti, e in entrambi i casi i vigili del fuoco hanno indicato come causa un guasto alla rete.

Il paradosso, spiegato bene anche da EU Alive, è che la parte di rete elettrica coinvolta corre quasi sempre in superficie, attraverso boschi sempre più secchi e aree rurali sempre più spopolate: bastano poche scintille in una giornata di vento per innescare un incendio che nessuno controlla più. Il WWF Grecia, citato da Spotmedia, ha calcolato che già nel 2025 sei dei dieci incendi maggiori erano partiti dalla rete elettrica, per il 55% della superficie bruciata quell'anno.

Il punto politicamente scomodo, però, è un altro: negli stessi anni in cui la rete elettrica greca accumulava un arretrato di manutenzione — accumulato nel tempo, aggravato dagli otto anni dei tre programmi di aggiustamento economico applicati tra il 2010 e il 2018.— Bruxelles celebrava la Grecia come un campione della transizione energetica, grazie a oltre 1,8 GW di nuovo fotovoltaico collegato alla rete solo nel 2025. Il gettito di CO2 evitata da quei pannelli rischia però di essere azzerato, se non superato, dalle emissioni degli incendi provocati dalla stessa rete che nessuno ha mai davvero messo in sicurezza.

L'Italia non è un'eccezione: Sicilia e Calabria in prima fila

Chi pensa che si tratti di un problema tutto greco farebbe bene a guardare i dati italiani. Secondo il dossier L'Italia in fumo di Legambiente, ripreso da Telemia, nel 2025 la Calabria ha registrato 603 incendi per quasi 17mila ettari bruciati, seconda in Italia solo dietro la Sicilia.

In Sicilia il problema si è manifestato quest'estate in una forma gemella a quella greca: non solo incendi, ma un collasso parallelo della rete di distribuzione. Come racconta MeridioNews sulla base di un'analisi del Sole 24 Ore, tre città siciliane sono in testa alla classifica nazionale per interruzioni di energia elettrica, e la causa principale — spiega un docente di Sistemi Elettrici dell'Università di Palermo — sono i guasti ai giunti dei cavi di media tensione, che con il caldo estremo si dilatano e cedono. A Palermo, Catania e nel Ragusano i blackout si sono susseguiti per settimane, come documentano Giornale di Sicilia e Corriere di Sciacca, con i sindaci che chiedono tavoli urgenti con il gestore e valutano azioni legali.

Un articolo del Sole 24 Ore quantifica il problema su scala nazionale: per mettere in sicurezza le reti italiane servirebbero investimenti nell'ordine di 15 miliardi di euro, a fronte di piani attuali che — pur significativi — restano strutturalmente insufficienti rispetto alla velocità con cui il clima sta cambiando le condizioni operative di cavi pensati per un altro secolo.

La Sardegna: lo stesso copione, un'estate dopo l'altra

Se c'è una regione italiana in cui il legame tra rete elettrica fragile, ondate di calore e rischio incendio si è manifestato con particolare evidenza, quest'estate, è la Sardegna. A metà luglio l'isola è finita "in tilt": Sardiniapost ha contato 33 blackout in un solo giorno tra il Cagliaritano, il Sud Sardegna e la Gallura, con punte di 47,6°C a Orani e l'allerta incendi in codice arancione confermata per l'intera isola.

Il sovraccarico dovuto ai condizionatori si è sommato, come racconta Radio Sintony, a un'ondata di incendi che ha coinvolto anche i vigili del fuoco impegnati sul fronte del caldo estremo. A Maracalagonis un intero paese è rimasto senza corrente per ore, fino all'arrivo di un generatore mobile piazzato accanto a una scuola d'infanzia.

Non si tratta di un episodio isolato: già a inizio 2025 Casteddu Online raccontava di interruzioni durate anche 17 ore in diversi centri dell'isola, con un tecnico del settore che indicava come causa "cavi datati" e un isolamento dei conduttori ormai "cotto dal sole" — parole che potrebbero essere state pronunciate identiche in Grecia o in Sicilia. A quel punto Adiconsum Sardegna ha parlato apertamente di reti "inadeguate", mentre l'Anci regionale ha chiesto un piano straordinario e l'apertura di un tavolo permanente con E-Distribuzione, Terna e Arera, sottolineando — parole che meriterebbero di essere incorniciate nell'ufficio di ogni pianificatore — che "ogni estate non può trasformarsi in una nuova emergenza elettrica". La richiesta, riportata anche da Cagliaripad, è di istituire un organismo permanente Regione-Comuni-gestori per programmare insieme prevenzione e manutenzione, invece di rincorrere l'emergenza ogni luglio.

La differenza rispetto alla Grecia, in questo caso, non è nella causa ma nella scala: la Sardegna non ha alle spalle un decennio di programmi di aggiustamento del FMI, ma sconta comunque decenni di investimenti concentrati su generazione e connessioni (specie rinnovabili, vista la vocazione dell'isola) più che su manutenzione capillare della rete di distribuzione a bassa e media tensione — la parte meno "fotogenica" del sistema elettrico, quella che non genera rendita finanziaria ma che, quando cede, può incendiare una montagna.

Non solo incendi: la stessa fragilità dietro l'apagón iberico

Il filo che lega vecchie reti, clima estremo e crisi a cascata non riguarda solo gli incendi. Il 28 aprile 2025 un blackout ha lasciato al buio per ore quasi tutta la Spagna e il Portogallo, oltre a parte della Francia meridionale: circa 60 milioni di persone coinvolte, trasporti e ospedali in tilt, secondo la ricostruzione di Euronews. L'indagine tecnica di ENTSO-E, la rete europea dei gestori di trasmissione, ha attribuito la causa primaria a una serie di eventi a cascata innescati da un'oscillazione di tensione mal gestita dagli impianti tradizionali — non, come inizialmente ipotizzato da alcuni commentatori, dall'eccesso di rinnovabili — secondo quanto riassunto da GreenMe e da Italian Climate Network.

Anche qui lo schema di fondo è simile a quello greco e sardo: un sistema elettrico che cresce rapidamente sul lato della generazione (in Spagna il 60% dell'elettricità viene già da fonti rinnovabili) mentre il coordinamento e la resilienza dell'infrastruttura di trasmissione e distribuzione restano un passo indietro rispetto alla velocità del cambiamento. La scheda di Wikipedia ricorda che il blackout ha causato anche vittime indirette, per lo più legate a generatori difettosi usati in emergenza dai cittadini rimasti senza corrente.

Perché succede sempre così

Il filo comune tra Atene, Palermo, Catania, Cagliari e Madrid non è un complotto né una fatalità: è una logica di investimento. Costruire un nuovo parco fotovoltaico o eolico crea un asset che genera un flusso di ricavi per decenni, un bene che può essere finanziato, comprato e rivenduto sui mercati dei capitali — come dimostrano le operazioni miliardarie di gruppi come RWE, BP o TotalEnergies sugli impianti greci degli ultimi anni. Sostituire un cavo marcio in mezzo a un bosco o rinforzare un giunto di media tensione in periferia, invece, non genera nessuna rendita: evita solo che una montagna prenda fuoco o che un quartiere resti al buio. È un costo puro, non un investimento che attira capitali privati, e per questo tende sistematicamente a restare in fondo alla lista delle priorità — soprattutto nei paesi e nelle regioni che escono da anni di disciplina di bilancio.

Per chi si occupa di gestione del rischio e protezione civile, la lezione è semplice da enunciare e difficile da applicare: la manutenzione ordinaria dell'infrastruttura elettrica è, a tutti gli effetti, una misura di prevenzione antincendio e di resilienza climatica — non un capitolo di spesa a parte, separato dalla pianificazione emergenziale. Finché continuerà a essere trattata come tale, ogni estate rischia di ripresentare lo stesso conto, da Atene alla Sardegna.

Francesco Santoianni

Fonti principali: Video OttolinaTV  L’Europa Green ha dato fuoco alla GreciaPolitico/E&E News, Brussels Signal, EU Alive, Legambiente via Telemia, MeridioNews, Il Sole 24 Ore, Sardiniapost, Report Sardegna 24, Euronews.

 

Israele vuole che ChatGPT diffonda la sua versione dei fatti su Gaza – Politico

 

Secondo quanto riportato da Politico, Israele ha speso decine di milioni di dollari per migliorare la propria immagine negli Stati Uniti, cercando di influenzare il modo in cui le piattaforme di intelligenza artificiale descrivono il paese.

L'opinione pubblica statunitense nei confronti di Israele si è deteriorata negli ultimi anni, inizialmente a causa della sua risposta agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e, più recentemente, a causa della guerra statunitense-israeliana contro l'Iran e dei relativi costi a carico dei contribuenti. Secondo un sondaggio del Pew Research Center di giugno, sei adulti statunitensi su dieci ora hanno un'opinione piuttosto o molto sfavorevole di Israele, in aumento rispetto al 53% dello scorso anno e al 42% del 2022. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è ancora meno popolare: il 65% degli intervistati dichiara di avere poca o nessuna fiducia nelle sue politiche.

La campagna da 100.000 dollari per influenzare l'IA

In un articolo pubblicato venerdì, Politico ha descritto in dettaglio una campagna israeliana da 100.000 dollari volta a influenzare il modo in cui i modelli linguistici di grandi dimensioni, come ChatGPT, rispondono alle domande su Gaza e sulla guerra tra Israele e Hamas. L'iniziativa ruota attorno all'Hanover Institute for Public Policy, un sito web che pubblica rapporti anonimi sull'antisemitismo e su questioni geopolitiche.

Il progetto è stato avviato tramite la società di pubbliche relazioni francese Havas Media, che gestisce gran parte delle attività di influenza israeliane negli Stati Uniti registrate ai sensi del Foreign Agents Registration Act (FARA) statunitense, e il suo subappaltatore, l'agenzia pubblicitaria Piro Inc, per conto dell'Agenzia pubblicitaria del governo israeliano (LaPam).

L'Hanover Institute descrive il proprio lavoro come «documentario, non dichiarativo» e afferma che la sua ricerca è puramente accademica. Politico, tuttavia, ha citato documenti FARA depositati presso il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti la scorsa settimana che collegano più di una dozzina dei suoi articoli a una campagna di pubbliche relazioni che prevedeva «la creazione e la diffusione di materiale informativo basato sui fatti e supportato da fonti» volto a «educare» l'opinione pubblica statunitense su Israele.

Il sito web, prosegue Politico, ospita numerosi articoli senza attribuzione formulati come domande, tra cui «La tortura dei prigionieri palestinesi è un crimine di guerra?» e «Chi è l'aggressore nel conflitto israelo-palestinese?», il che, secondo Politico, suggerisce che il materiale fosse stato progettato per essere ripreso e citato dai modelli di linguaggio di grandi dimensioni (LLM). Il sito ha inoltre affermato che alcuni indicatori tecnici collegavano il sito web a Res, una startup di intelligenza artificiale con sede a Seattle che aiuta i clienti a ottenere raccomandazioni dai modelli di IA. Il collegamento è stato confermato dal CEO di Res, Hai Tran, in una e-mail.

 

I precedenti e le divisioni politiche negli Stati Uniti

Sebbene i documenti FARA di Piro non identifichino esplicitamente come obiettivo l'influenza sui modelli di linguaggio, Politico ha affermato che sia ChatGPT che Perplexity hanno citato materiale dell'Hanover Institute in risposta a domande neutre su Gaza e Israele.

Non è la prima iniziativa di Israele, legata a Havas, volta a influenzare l'opinione pubblica, anche attraverso l'IA. Secondo un'inchiesta del WSJ pubblicata il mese scorso, l'azienda aveva precedentemente ingaggiato l'ex responsabile della campagna elettorale del presidente Donald Trump, Brad Parscale, per una campagna da 46,5 milioni di dollari che includeva messaggi filoisraeliani generati dall'IA rivolti agli americani, oltre a siti web e post progettati per generare risposte più favorevoli da parte delle piattaforme di IA. Lo scorso autunno, Responsible Statecraft ha riferito che Havas Media ha gestito anche una «campagna di influencer» per la quale ha pagato 900.000 dollari per la produzione di contenuti favorevoli a Israele.

 

Guerra con l’Iran: sei mesi dopo – La portata sconvolgente della sconfitta americana

16 Agosto 2026 ore 16:16

di Moon of Alabama

28 gennaio 2026: Gli Stati Uniti hanno schierato una forza aerea navale per minacciare l’Iran. Hanno formulato una serie di richieste di vasta portata.

“ Trump minaccia l’Iran con una ‘massiccia armata’ e impone una serie di richieste ( archiviato ) – NY Times

La minaccia di Trump di un secondo attacco diretto all’Iran da parte delle forze statunitensi nell’arco di otto mesi è giunta mentre la portaerei Abraham Lincoln, accompagnata da altre navi da guerra, bombardieri e aerei da combattimento, prendeva posizione nella regione , a portata di tiro del Paese. […]

Trump non ha fornito dettagli sull’accordo che stava richiedendo, limitandosi ad affermare che una “massiccia armata” si stava dirigendo verso l’Iran e che il Paese doveva raggiungere un accordo. Tuttavia, funzionari americani ed europei affermano di aver presentato tre richieste agli iraniani durante i negoziati:

– la cessazione definitiva di tutte le attività di arricchimento dell’uranio e l’eliminazione delle sue attuali scorte,

– restrizioni sulla gittata e sul numero dei loro missili balistici, e

– la fine di ogni sostegno ai gruppi per procura in Medio Oriente, inclusi Hamas, Hezbollah e gli Houthi che operano in Yemen.”

15 agosto 2026: A causa delle contromisure iraniane, la missione della portaerei è in gran parte fallita. Lascia il Medio Oriente.

I problemi di approvvigionamento per la portaerei USS Abraham Lincoln iniziarono poco dopo il primo giorno di guerra, quando missili e droni d’attacco iraniani colpirono una base navale statunitense in Bahrein.

L’attacco iraniano, in rappresaglia per l’assalto israelo-americano a Teheran, ha distrutto gran parte della base. E mentre questa andava in fumo, con essa andò distrutto anche un importante snodo logistico su cui la Marina aveva fatto affidamento per decenni. […]

La perdita di questo hub in Bahrein ha contribuito a una serie di problemi segnalati sulle portaerei impegnate nelle operazioni contro l’Iran, mentre i senatori democratici sono preoccupati per la sorte dei 5.000 marinai della Lincoln e per la loro missione di quasi nove mesi.

La portaerei verrà sostituita da un’altra. Ma gli Stati Uniti ne possiedono solo dieci, e per mantenerne una operativa, ne servono altre due per la manutenzione e l’addestramento. Sei delle dieci portaerei saranno quindi dislocate vicino allo stretto, lasciandone solo una pronta a prendere il controllo del resto del mondo.

A Pechino si festeggia.

Le richieste nei confronti dell’Iran sono venute meno. La principale preoccupazione di Trump ora è la sua sopravvivenza politica.

Mantenere bassi i prezzi della benzina è ora “l’obiettivo numero uno” degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran , ha affermato il vicepresidente JD Vance, mentre Washington ha minacciato di imporre un blocco navale a tempo indeterminato e ha lasciato intendere che intensificherà presto la pressione economica su Teheran.

Questi commenti sembrano segnare l’ultimo cambiamento nella giustificazione pubblica del conflitto, con Vance che colloca le ambizioni nucleari dell’Iran al secondo posto. […]

Il petrolio Brent, il benchmark internazionale, si attesta poco sopra gli 87 dollari al barile, con un aumento del 45% rispetto a gennaio. Il prezzo medio di un gallone di benzina negli Stati Uniti è ora superiore a 4 dollari; prima del conflitto, era inferiore a 3 dollari.

Rimango costantemente sbalordito dalla portata della sconfitta americana.

A lungo termine, ciò indurrà altri paesi a seguire l’esempio dell’Iran.

Fonte: Moon of Alabama

    Traduzione: Luciano Lago

     
     
     
     
     
     

    L’IRAN E L'IMPOTENZA DELL'IMPERO USA (di Pino Arlacchi)

     

    [di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 12 agosto 2026]

     
    C’è un’immagine che riassume lo stato presente della potenza americana meglio di qualsiasi statistica. Nessuna portaerei degli Stati Uniti naviga oggi dentro il Golfo Persico.
     
    Le due dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel Mare Arabico, a oltre mille chilometri dalla costa iraniana, fuori da uno specchio d’acqua che per ottant’anni è stato un lago americano. La terza, la Ford, dirottata in marzo nel Mar Rosso a fronteggiare gli Houthi, ha ceduto prima del nemico: un incendio a bordo, dopo undici mesi ininterrotti di mare, l’ha costretta al rientro. Oggi è in bacino di carenaggio a Norfolk, e il Mar Rosso è rimasto senza portaerei. La flotta più potente della storia si tiene a distanza di sicurezza dalle coste di un Paese nemico per non rivelare la sua vulnerabilità alle nuove tecnologie militari. Uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari.
     
    Il contesto è noto, ma vale la pena ricomporlo. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, è di fatto chiuso dall’8 luglio, giorno della ripresa delle ostilità: un rivolo di transiti sporadici, che si riaccende solo sui titoli di giornale favorevoli e si spegne al primo missile L’ultima settimana è toccato a una metaniera carica di gas del Qatar. L’Arabia Saudita aveva trovato la valvola di sfogo dirottando il greggio verso Yanbu, nel Mar Rosso. Il terminale è arrivato a movimentare oltre il 90 per cento delle sue esportazioni via mare.
     
    Ma il 20 luglio gli Houthi hanno proclamato l’embargo navale contro Riad e pochi giorni dopo hanno rivendicato i primi attacchi diretti agli impianti Aramco di Jizan e della stessa Yanbu. I flussi sauditi attraverso Bab el-Mandeb sono crollati quasi a zero, e il greggio destinato all’Asia viene ora instradato con il periplo dell’Africa. Un mese di navigazione in più. Le due arterie energetiche del Medio Oriente sono bloccate simultaneamente. Non era mai accaduto, nemmeno nello choc del 1973, nemmeno durante la guerra Iran-Iraq.
     
    Davanti a tutto questo, quali sono le opzioni di Washington? Spogliata della messinscena, la lista è breve. La prima linea di basi aeree – quelle del Golfo, le uniche a distanza utile – è stata neutralizzata. L’Iran ha disabilitato o danneggiato le installazioni americane in Qatar, Kuwait, Bahrein e Giordania, fino all’Arabia Saudita e agli Emirati: le rilevazioni satellitari contano oltre 200 strutture colpite in una quindicina di siti, con i danni più pesanti al quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein. E ha enunciato la dottrina della “responsabilità estesa”: chi ospita basi americane diventa bersaglio legittimo. Con un colpo solo Teheran ha trasformato le monarchie del Golfo da retrovie in belligeranti maldisposti, e ha reso ogni uso delle basi un rischio grave per chi lo concede.
     
    Perfino Diego Garcia, la retrovia profonda della logistica imperiale nell’Oceano Indiano, è stata bersagliata da missili balistici a raggio intercontinentale. Attacchi falliti, ma il messaggio è arrivato. Non esistono più santuari.
     
    Restano le basi di seconda fascia, nel Mediterraneo e in Africa. Ma da Sigonella, Souda o Rota ai bersagli iraniani corrono tremila chilometri. Ogni chilometro in più si paga in aerocisterne, la risorsa più scarsa e meno espandibile della macchina militare americana, e in permessi di volo e sorvolo politicamente costosi, come la signora Meloni ben sa.
     
    La potenza aerea generabile dal Mediterraneo è una frazione di quella che si generava dal Golfo Persico. Restano i bombardieri strategici dal Missouri. Ma sono missioni di 35 ore. Buone per il colpo dimostrativo, non per una campagna. Resta la guerra a distanza dei missili da crociera, l’unica davvero praticata. Ma gli arsenali Usa si misurano in migliaia di pezzi e i ritmi di produzione in centinaia l’anno. Una campagna intensiva li consuma in settimane, e le rassicurazioni ufficiali sull’abbondanza delle scorte suonano come la conferma del problema. E resta l’escalation contro le infrastrutture civili iraniane, in primis la rete elettrica. Trump l’ha minacciata ancora giovedì scorso salvo revocarla nel giro di pochi giorni. Perché questa è l’opzione della punizione estrema, che non ha mai piegato un regime e che innescherebbe – Teheran lo ha già fatto sapere – la chiusura totale del Mar Rosso per mano Houthi e gli attacchi agli impianti di desalinizzazione dei Paesi del Golfo.
     
    Le opzioni più efficaci sono quelle impraticabili. Il Pentagono non è in grado di invadere un Paese immenso, di 92 milioni di abitanti. Le isole iraniane che presidiano Hormuz possono essere invase senza speciali difficoltà, ma la loro occupazione sarebbe impossibile da mantenere, perché resterebbe esposta al fuoco continuo dei missili schierati sulla costa retrostante. Ed è anche del tutto irrealistico puntare sul rovesciamento dall’esterno di un regime che cinquant’anni di sanzioni hanno irrobustito anziché eroso.
     
    Il nodo è concettuale prima che militare. La rivoluzione degli armamenti a basso costo ha democratizzato la forza militare e rovesciato l’aritmetica imperiale. Chiudere uno stretto costa quasi nulla, riaprirlo ha costi e rischi proibitivi. Riaprire uno stretto richiede la presenza permanente dentro il raggio del nemico, che è un rischio insostenibile, oppure richiede il consenso di chi lo chiude, cioè l’alternativa negoziale. Tertium non datur. Ed è precisamente l’assenza di un terzo termine che dà la misura empirica dell’impotenza militare americana.
     
    Ma attenzione. Gli Stati Uniti conservano comunque un’impareggiabile capacità di distruzione. Ciò che hanno perduto è la capacità di controllo. La facoltà di garantire l’ordine degli spazi – gli stretti, le rotte, i flussi commerciali – che era il fondamento materiale della loro egemonia nonché la giustificazione del tributo versato allo Zio Sam. Dall’uso del dollaro al petrodollaro agli acquisti di armamenti e di Buoni del tesoro. Un potere che può punire ma non può proteggere, però, non è più un’egemonia. È una dominazione bruta per le sue vittime, e un estortore mafioso per i suoi amici. Che diminuiscono a vista d’occhio.
     
    Il mercato lo aveva capito meglio dei governi: nonostante la minaccia simultanea alle due grandi rotte del greggio, il petrolio non è mai schizzato verso lo choc dei 150 dollari, perché gli operatori scommettevano che Washington sarebbe stata costretta a sedersi al tavolo delle trattative. La scommessa è stata incassata nello scorso fine settimana: Trump ha revocato l’attacco pianificato e annunciato la ripresa dei negoziati da lunedì, con la mediazione dell’Oman ormai in fase finale, e il Brent è sceso sotto gli 85 dollari nel giro di una seduta. Sul tavolo, secondo le indiscrezioni, c’è la fine del blocco navale americano e la ripresa dell’export petrolifero iraniano in cambio della riapertura di Hormuz. Si negozia, cioè, alle condizioni poste da chi lo stretto lo ha chiuso.
     
    Le elezioni di novembre restano una preoccupazione reale per la Casa Bianca, ma ormai ci sono in campo due fattori ancora più rilevanti: la benzina alle stelle e il risentimento crescente degli alleati. Questi vedono nell’avventura iraniana il possibile innesco di una recessione finora evitata solo grazie all’effetto stabilizzante della Cina e del Grande Sud. Il tempo dell’impero non lavora più per l’impero.

    L'Arabia Saudita lancia una "coalizione marittima" mentre la situazione nello Yemen si aggrava

     

    L'Arabia Saudita ha annunciato il lancio ufficiale di una "coalizione multinazionale di difesa marittima" volta a salvaguardare la navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, poiché l'escalation delle ostilità con gli Houthi yemeniti minaccia una delle rotte commerciali più importanti al mondo.

    Tredici paesi hanno completato le procedure necessarie per aderire formalmente all'alleanza, mentre quindici hanno firmato la dichiarazione congiunta, ha dichiarato giovedì il Ministero della Difesa saudita. Riyadh ha descritto questo sviluppo come il «vero e proprio avvio» della coalizione e l'inizio della sua attivazione istituzionale e operativa.

    L'Arabia Saudita fornirà il primo comandante, mentre il Pakistan dovrebbe nominare il vicecomandante. L'alleanza dovrebbe coordinare la condivisione di informazioni di intelligence, le esercitazioni congiunte e le operazioni marittime volte a proteggere la navigazione commerciale nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden.

    L'annuncio giunge in un momento di forte escalation tra le forze sostenute dall'Arabia Saudita nello Yemen e il movimento Houthi, allineato con l'Iran, dopo circa quattro anni di relativa calma.

     

    L'escalation in Yemen

    All'inizio di questo mese, gli Houthi hanno annunciato attacchi coordinati con missili balistici e droni contro campi militari appartenenti al governo yemenita sostenuto dall'Arabia Saudita e riconosciuto a livello internazionale. Il gruppo ha affermato di aver agito dopo aver individuato preparativi per un'offensiva contro il territorio controllato dagli Houthi. Le forze governative hanno ammesso di aver subito perdite, mentre Reuters, citando fonti governative, ha riferito che almeno 30 soldati sono stati uccisi.

    Le tensioni si sono intensificate da luglio, quando una disputa sui voli diretti tra Sana'a, controllata dagli Houthi, e Teheran ha contribuito a far crollare la tregua di lunga data. Dopo che le forze sostenute dall'Arabia Saudita hanno colpito l'aeroporto di Sana'a il 13 luglio per impedire a un aereo iraniano di riportare una delegazione Houthi da Teheran, il gruppo ha accusato Riyadh, ha dichiarato la fine del cessate il fuoco e successivamente ha annunciato un blocco navale dell'Arabia Saudita.

    Da allora gli Houthi hanno rivendicato attacchi contro infrastrutture marittime e petrolifere legate all'Arabia Saudita, mentre la coalizione guidata da Riyadh ha colpito siti militari degli Houthi nello Yemen.

     

    L'importanza strategica del Mar Rosso

    Lo scontro rappresenta una minaccia particolare per Riyadh perché il Mar Rosso è diventato uno sbocco sempre più importante per il petrolio saudita, alla luce del conflitto tra Stati Uniti e Iran e delle gravi interruzioni del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz. Saudi Aramco ha dirottato il greggio lontano da Hormuz attraverso il proprio oleodotto transnazionale verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso. Da giugno, le operazioni di carico in quella località hanno registrato una media di oltre quattro milioni di barili al giorno, più di quattro volte il livello registrato nello stesso periodo dello scorso anno, secondo quanto riportato da Reuters, che cita dati di monitoraggio delle petroliere.

    Poiché il petrolio e i prodotti petroliferi rappresentano oltre i tre quarti delle esportazioni saudite, un'interruzione prolungata del traffico marittimo nel Mar Rosso potrebbe quindi minacciare una rotta alternativa cruciale per le esportazioni.

    L'attivazione della coalizione arriva anche alla luce delle notizie secondo cui Riyadh si starebbe preparando a un potenziale scontro più ampio con gli Houthi. Il Guardian ha riportato all'inizio di questo mese, citando fonti yemenite, che le forze sostenute dall'Arabia Saudita stavano venendo riposizionate in vista di una possibile offensiva via mare e via terra.

    L'Iran cita Dostoevskij per attaccare la politica estera degli Stati Uniti

     

    L'Iran ha invocato il romanziere russo Fëdor Dostoevskij per accusare Washington di basare la propria politica estera nei confronti di Teheran e del Medio Oriente in generale su «menzogne», mentre gli sforzi per porre fine al conflitto, che dura ormai da mesi, rimangono in una fase di stallo.

    Sabato, in un post su X, il portavoce del Ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha citato un brano tratto da «I fratelli Karamazov» di Dostoevskij, affermando che esso «descrive in modo appropriato» la situazione in cui si sono trovati il sistema di governo statunitense e la sua politica estera regionale.

    «L'uomo che mente a se stesso e ascolta la propria menzogna giunge a un punto tale da non riuscire più a distinguere la verità dentro di sé o intorno a sé», ha affermato Baghaei, citando le parole dello scrittore russo.

     

    Le dichiarazioni di Trump e la risposta iraniana

    Le dichiarazioni sono giunte mentre Washington e Teheran continuavano a scambiarsi accuse sul conflitto e mostravano scarsi segnali di un ritorno ai negoziati diretti. Venerdì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che l'Iran stava subendo una «pesante sconfitta» e ha descritto la Repubblica Islamica come «un paese molto malvagio». Ha inoltre esortato gli americani ad accettare prezzi più alti della benzina fintanto che il conflitto continua, sostenendo che pagare «un pochino di più per la benzina» valesse la pena per impedire a Teheran di dotarsi di un'arma nucleare.

    Gli aumenti dei prezzi sono avvenuti in un contesto di gravi interruzioni del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, dopo che l'Iran ha limitato l'accesso a questa via navigabile strategica in risposta agli attacchi statunitensi e israeliani di fine febbraio e Washington ha imposto un blocco navale sui porti iraniani. L'escalation ha inizialmente fatto impennare i prezzi globali del petrolio fino a 120 dollari al barile.

    Trump ha indicato l'impedire all'Iran di acquisire armi nucleari come uno degli obiettivi chiave di Washington nel conflitto. Teheran, tuttavia, sostiene che il proprio programma nucleare sia a fini pacifici.

    L'Iran afferma che non è stata presa alcuna decisione in merito alla ripresa dei colloqui e che le due parti stanno attualmente comunicando solo tramite intermediari. Trump, tuttavia, ha dichiarato che Washington sta «semi-negoziando» con Teheran pur continuando a esercitare pressioni militari ed economiche. La disputa sullo Stretto di Hormuz rimane uno dei principali ostacoli a una soluzione, con Teheran e Washington che avanzano rivendicazioni contrastanti sul controllo di questa via navigabile strategica.

    Sanzioni contro l'Iran: maledizione o benedizione?

     

    di Tariq Marzbaan | Al Mayadeen English

    [Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

     

     

    La logica imperiale del contenimento

     

    “Il modo più efficace per distruggere una flotta è impedire che venga mai costruita.”

     

    Questo detto, spesso attribuito agli ufficiali della marina britannica della Prima guerra mondiale, rivela la logica perenne del colonialismo. Se traduciamo il termine “flotta” in sovranità nazionale – forza economica, militare e tecnologica – l’essenza della strategia imperiale diventa chiara: per soggiogare, occupare e saccheggiare una nazione, bisogna innanzitutto assicurarsi che essa non sviluppi mai la capacità di resistere. A tal fine, le potenze coloniali hanno escogitato metodi palesi e occulti per ostacolarne il progresso. Quando questi metodi falliscono, subentrano le bombe e gli eserciti.

    Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno perfezionato queste pratiche coloniali attraverso una rete di istituzioni multilaterali: le Nazioni Unite, Bretton Woods, la Banca Mondiale, il FMI, il WEF, le ONG, la Corte internazionale di giustizia e persino veicoli culturali come Hollywood. Questi sono diventati i nuovi strumenti di controllo egemonico – promuovendo l’ideologia neoliberista sotto le spoglie dello “sviluppo” e della “riforma”.

     

    Contesto storico – L’Iran e l’ordine finanziario globale

    A seguito della Rivoluzione islamica del 1979 e della successiva crisi degli ostaggi – durante la quale emerse che molti dei diplomatici statunitensi coinvolti avevano stretti legami con i servizi segreti – gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni di ampia portata all’Iran. Queste misure si sono progressivamente inasprite nel corso dei decenni, causando danni ingenti all’economia iraniana e infliggendo sofferenze diffuse alla popolazione.

    Prima del 1979, l'Iran era un partner attivo delle istituzioni finanziarie occidentali. In qualità di membro fondatore della Banca Mondiale e del FMI (dal 1944), l'Iran ha ricevuto tra il 1975 e il 1979, prestiti per un totale di circa 1,2 miliardi di dollari destinati a progetti infrastrutturali. Per tutto il decennio degli anni '80, i prestiti della Banca Mondiale furono sospesi e il FMI ritirò di fatto le sue attività in Iran. Solo nel 1991, nell'ambito del programma di ricostruzione del presidente Rafsanjani, i prestiti ripresero lentamente e parzialmente.

    È da notare che i legami istituzionali non furono mai interrotti del tutto. I rappresentanti iraniani continuarono a partecipare alle riunioni annuali della Banca Mondiale e del FMI – in particolare nel 1987. Per l’Iran, queste riunioni offrivano scarsi benefici finanziari diretti, ma fungevano da piattaforma diplomatica per sollecitare l’alleviamento delle sanzioni. Per l’Occidente, invece, rappresentavano un canale per coltivare all’interno dell’Iran élite finanziarie filo-occidentali – personaggi che in seguito sarebbero stati definiti “riformisti” e che, implicitamente, portavano avanti l’ideologia neoliberista.

    Queste attività hanno portato al JCPOA nel 2015–2018 e, di conseguenza, alla parziale revoca delle sanzioni, che a sua volta ha portato a una riduzione della produzione di beni nazionali. Dopo il ritiro di Trump dal JCPOA, l'Iran è stato catapultato in uno stato di agitazione. Negoziatori iraniani come il ministro degli Esteri Javad Zarif e il presidente Hassan Rouhani sono stati umiliati e hanno perso credibilità, anche se era stato Trump a ritirarsi dal JCPOA. I loro critici si sentirono giustificati. Nel febbraio 2025, l'Ayatollah Seyyed Khamenei ha criticato il JCPOA, affermando che la delegazione iraniana si era dimostrata troppo generosa e che gli Stati Uniti non avevano rispettato i propri impegni, ritirandosi infine dall'accordo. Questo ritorno temporaneo alla dipendenza ha di fatto confermato la sua tesi: le sanzioni hanno stimolato l’innovazione, mentre le misure di sostegno hanno favorito la dipendenza.

     

    Fratture sociali – classe, ideologia e ethos rivoluzionario

    Le sanzioni non hanno colpito tutti gli iraniani allo stesso modo, e ciò ha creato una profonda frattura sociale.

    Molti iraniani benestanti – membri della classe alta oligarchica, insieme a segmenti significativi della classe media filo-occidentale – hanno attribuito la responsabilità delle sanzioni al proprio governo. Sostenevano che la retorica anti-occidentale della Repubblica Islamica avesse provocato l’ostilità degli Stati Uniti e impedito l’allentamento delle pressioni economiche. La loro mentalità rimaneva intrappolata nel quadro neoliberista: aspiravano alla privatizzazione, alla deregolamentazione e all’integrazione nei “mercati liberi”, considerando la leadership clericale come l’ostacolo principale alla loro prosperità personale.

    La classe media, in particolare, aveva ereditato questo orientamento filo-occidentale dall’era dello Scià, abbracciando, consciamente o inconsciamente, i valori neoliberisti per puro interesse personale.

    Eppure entrambe le classi erano in gran parte cieche di fronte alla realtà più profonda: l’ostilità degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica Islamica non ha mai riguardato semplicemente l’arricchimento nucleare o i diritti umani. Era, e rimane, un’agenda neocoloniale – un’insistenza affinché l’Iran si sottometta alle norme economiche e politiche dettate dagli Stati Uniti. L’Occidente non avrebbe accettato alcun risultato che non fosse uno Stato cliente neoliberista e remissivo.

     

    La bussola rivoluzionaria – la giustizia invece della sottomissione

    Ciò che le classi medio-alte non riuscirono a comprendere fu il concetto fondamentale di giustizia dell’Ayatollah Khomeini: la protezione dei mustazafin (gli oppressi) e la solidarietà con la Palestina. Questo principio, perseguito in seguito con uguale vigore dall’Ayatollah Khamenei, rappresentava un rifiuto totale dell’egemonia occidentale.

    I gruppi politici di sinistra all’interno dell’Iran spesso si concentravano in modo ristretto sulla ridistribuzione economica, trascurando però questa vigilanza anticoloniale. Gli ayatollah Khomeini e Khamenei avevano compreso che qualsiasi leadership che cedesse alle pressioni esterne avrebbe finito, come tanti Stati post-sovietici, per aprire le porte alla predazione neoliberista, consentendo all’oligarchia finanziaria e tecnologica globale di smantellare la sovranità nazionale dall’interno. La leadership iraniana scelse una strada diversa

     

    Il paradosso della pressione – la privazione come catalizzatore

    Le sanzioni hanno indubbiamente provocato un’inflazione disastrosa, una massiccia svalutazione della moneta e una disoccupazione paralizzante (con il 39% dei laureati universitari incapaci di trovare lavoro) e carenze di farmaci essenziali. La vita quotidiana è diventata una lotta incessante.

    Eppure – ed è proprio questo il paradosso – le sanzioni hanno reso l’Iran più forte, più autosufficiente e più resiliente. Hanno costretto lo Stato a innovarsi, hanno rafforzato le capacità interne e, contrariamente alle aspettative occidentali, hanno suscitato un profondo senso di unità nazionale. Come hanno osservato alcuni studiosi, la pressione esterna spesso “genera involontariamente economie di resistenza, rafforzando le potenzialità interne e ispirando l’unità nazionale”.

     

    L’“Economia della resistenza” – Istituzionalizzare l’autosufficienza

    L’Iran ha istituzionalizzato questa risposta attraverso la dottrina dell’”Economia della resistenza” – una strategia formulata per la prima volta dopo la Rivoluzione del 1979. Il suo principio fondamentale consiste nel fare affidamento sulle risorse interne, ridurre la dipendenza dai sistemi esterni e massimizzare le capacità interne. Ciò si è tradotto in una politica di sostituzione delle importazioni, evolutasi in quello che gli analisti definiscono oggi un “sofisticato meccanismo di sopravvivenza” che ha superato tutte le previsioni internazionali.

    I settori che sono fioriti sotto questa dottrina non sono marginali; sono strategicamente vitali:

    • Farmaceutica e Biotecnologia Medica: l'Iran ha raggiunto un'autosufficienza del 97–99% nella produzione farmaceutica. Poiché i radiofarmaci hanno emivite di poche ore o giorni, l'importazione era impossibile – così l'Iran ne padroneggiò la produzione a livello interno. Oggi produce oltre 70 tipi di radiofarmaci, con 56 paesi che fanno domanda per acquistare le sue apparecchiature mediche nucleari. I medicinali iraniani costano da un quinto a un decimo dei prezzi globali.

    • Militari e Difesa: sanzioni e pressioni belliche accelerarono la ricerca e sviluppo della difesa. L'Iran ora produce missili avanzati, UAV (droni) e risorse navali completamente autonome. Le sue capacità di droni hanno attirato l'attenzione globale e la produzione di missili a corto raggio è completamente autosufficiente.
    • Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (“STEM”) & Nanotecnologia: l'Iran si classifica tra i primi 10 a livello globale nella ricerca sulle cellule staminali e primo in Medio Oriente nella nanotecnologia. È al primo posto tra le nazioni islamiche nelle scienze cognitive e tra i principali produttori globali di pubblicazioni scientifiche nei materiali avanzati e nell'IA.

    • Tecnologia spaziale: l'Iran è ora una delle sole nove nazioni al mondo capaci di produrre e lanciare satelliti in modo indipendente – una chiara dimostrazione di sovranità tecnologica.

    • Agricoltura e Sicurezza Alimentare: l'Iran ha raggiunto l'85% di autosufficienza alimentare e circa il 96% nei beni essenziali. La produzione di grano è passata da 4 milioni a 13 milioni di tonnellate; carne di pollame da 165.000 a quasi 3 milioni di tonnellate.

    • Indipendenza energetica: investendo nelle raffinerie nazionali, l'Iran ha eliminato la sua dipendenza dal carburante importato – una vulnerabilità critica che era stata un punto di pressione esterna.

    • Manifattura industriale: petrolchimica, parti automobilistiche e persino l'industria del legno/carta hanno subito localizzazione e ingegneria inversa, con diversi settori che hanno raddoppiato la produzione dagli anni '90.

     

    La forza unificante delle avversità collettive

    Forse il vantaggio più significativo risiede proprio nell’ambito sociale e psicologico. Quando le sanzioni vengono percepite come una punizione collettiva inflitta a un’intera nazione – anziché come misure mirate contro i funzionari – la privazione diventa un’esperienza nazionale condivisa. Lo Stato si riposiziona come protettore contro l’ostilità esterna.

    La ricerca empirica lo conferma. Uno studio che ha analizzato quasi 2 milioni di tweet di oltre 1.000 influencer iraniani durante la campagna di "massima pressione" dell'amministrazione Trump ha rilevato che ampie sanzioni hanno generalmente migliorato il sentimento pubblico verso il governo iraniano – anche tra le figure dell'opposizione moderate. L'effetto "Rally attorno alla Bandiera", osservato durante periodi di sanzioni intensificate (2005–2020), ha mostrato un sentimento nazionalista aumentato e una maggiore solidarietà a sostegno delle istituzioni statali non civili.

    La lotta quotidiana per la sopravvivenza – fare la fila per i beni sovvenzionati, affrontare il crollo delle valute, procurarsi medicinali sul mercato nero – ha, paradossalmente, forgiato un’identità collettiva. Insieme ad altri sviluppi positivi, le pressioni esterne hanno portato a istituzioni statali meglio organizzate e a una struttura di governo che si è dimostrata straordinariamente duratura.

     

    La hybris dell'Egemone e il trionfo della sovranità

    Il costo umano delle sanzioni non può essere ignorato. L’inflazione, la disoccupazione e la carenza di beni hanno distrutto innumerevoli vite. Tuttavia, se valutati alla luce dell’arco storico della sovranità nazionale, i vantaggi qualitativi sono innegabili.

    Le recenti guerre condotte dagli Stati Uniti e dai loro alleati regionali contro l’Iran hanno dimostrato il fallimento definitivo della strategia delle sanzioni. L’Iran non ha ceduto. Ha messo in campo una strategia superiore, una tecnologia autoctona all’avanguardia e una popolazione la cui resilienza era stata forgiata da decenni di privazioni. Ha dimostrato che una nazione che lotta per la propria dignità – armata dei principi di giustizia e di solidarietà anticoloniale – può sopravvivere a una superpotenza intrappolata nella propria hybris.

    Le sanzioni erano un’espressione della patologica presunzione degli Stati Uniti: la convinzione illusoria che il mondo non possa funzionare senza l’approvazione americana. L’Iran ha dimostrato il contrario. È diventato un modello di riferimento per la Maggioranza Globale – nazioni che cercano non solo la sovranità, ma anche la dignità che meritano. La maledizione delle sanzioni, grazie al puro ingegno e alla volontà collettiva iraniani, si è trasformata in una paradossale benedizione: una nazione autosufficiente, tecnologicamente avanzata e ideologicamente salda che nessuna potenza esterna può piegare.

    Il tracollo di Merz. I dati impietosi dell'ultimo sondaggio INSA pubblicato da Bild

     

    Secondo un sondaggio INSA pubblicato da Bild, il blocco di governo tedesco CDU/CSU ha toccato il livello di consenso più basso degli ultimi cinque anni, con un distacco di otto punti rispetto all'opposizione AfD.

    L'indice di gradimento della coalizione di Merz, composta dal blocco cristiano-democratico CDU/CSU e dal Partito Socialdemocratico (SPD), è in costante calo da quando è entrata in carica nel maggio 2025. Il governo è stato oggetto di critiche a causa della persistente stagnazione economica e della mancata realizzazione delle promesse elettorali.

    Il sondaggio, condotto dall'INSA per Bild am Sonntag e pubblicato online da Bild sabato, ha coinvolto 1.203 persone in tutta la Germania tra il 10 e il 14 agosto, con un margine di errore riportato di 3,1 punti percentuali.

    Il consenso per la CDU/CSU è sceso di un punto rispetto alla settimana precedente, attestandosi al 20%, il risultato più basso registrato dall'INSA dall'ottobre 2021. L'AfD è rimasta invariata al 28%, risultando il partito più popolare nel sondaggio. I Verdi hanno ottenuto il 13%, mentre l'SPD si è attestato al 12%, alla pari con Die Linke. L'FDP ha registrato il 5% e l'Alleanza di Sahra Wagenknecht il 3%.

    Insieme, i due partiti di governo hanno ottenuto il 32%, solo quattro punti in più rispetto alla sola AfD. Diverse riforme importanti rimangono irrisolte a seguito delle controversie all'interno della coalizione su tasse, welfare e priorità di spesa.

    I risultati hanno inoltre mostrato che il 16% degli intervistati si è detto soddisfatto dell'operato del cancelliere Friedrich Merz, mentre il 78% ha espresso insoddisfazione. Quattro su cinque hanno disapprovato il lavoro del governo federale.

    «Il sostegno non è mai stato così basso e il dissenso così alto», ha dichiarato a Bild il direttore dell'INSA, Hermann Binkert. Egli ha sostenuto che la tendenza potrebbe non essere più reversibile, poiché la maggior parte dei sostenitori rimasti dei partiti di governo non appoggia più il gabinetto.

    Le proteste e il contesto regionale

    Secondo la polizia della Sassonia, la scorsa settimana circa 10.000 persone hanno manifestato contro il governo a Plauen, chiedendo elezioni anticipate, una riduzione dei costi energetici e cambiamenti nelle politiche sanitarie, migratorie e militari.

    Pur rimanendo invariato rispetto alla settimana precedente, il 28% di consensi dell'AfD rappresenta un aumento sostanziale rispetto al 20,8% ottenuto alle elezioni federali del febbraio 2025. Il partito ha continuato a guadagnare consensi nei sondaggi nazionali nonostante gli sforzi dei partiti tradizionali tedeschi per escluderlo dalle coalizioni di governo.

    Il suo crescente sostegno arriva in vista delle elezioni regionali nella Germania orientale, dove nei sondaggi si attesta intorno al 41% in Sassonia-Anhalt e al 36% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. I ricercatori citati da Reuters hanno collegato la forza del partito in quelle regioni ai redditi più bassi, al calo demografico, alla carenza di manodopera e alla percezione di essere politicamente trascurati.

    Impianto metallurgico, raffineria e fabbriche militari: la Russia fornisce dettagli sulla sua nuova offensiva contro Kiev

     

    Le Forze Armate russe hanno colpito ulteriori strutture del complesso militare-industriale a Kiev, una raffineria di petrolio a Kremenchug e un impianto metallurgico a Krivói Rog, secondo quanto riferito domenica dal Ministero della Difesa russo.

    «Questa mattina, le Forze Armate della Federazione Russa hanno sferrato un attacco congiunto con armi di precisione terrestri e aeree, nonché con velivoli senza pilota a lungo raggio, contro aziende dell'industria militare nella città di Kiev, una raffineria di petrolio a Kremenchug, nella provincia di Poltava, e uno stabilimento metallurgico a Krivoy Rog, nella provincia di Dnipropetrovsk», si legge nel comunicato ufficiale ripreso da Ria Novosti.

     

    Gli obiettivi colpiti: raffineria, impianto metallurgico e fabbriche militari

    La nota sottolinea che l'impianto di Kremenchug produceva carburanti e lubrificanti per soddisfare le esigenze delle Forze Armate ucraine. Il parco di depositi dell'azienda, rimasto intatto, continua a essere utilizzato per il trasbordo di carburanti e lubrificanti provenienti dall'estero. A Krivoy Rog, le officine dello stabilimento metallurgico colpito producevano prodotti laminati in acciaio destinati alla fabbricazione di armamenti e materiale militare.

    Sono state colpite anche diverse aziende dell'industria militare a Kiev, prosegue la nota. Nella capitale ucraina sono state colpite la società industriale LLC Fire Point, che produce componenti, testate e propellenti a combustibile solido per i missili da crociera terrestri Flamingo, e l'azienda industriale Kiev-111 (LLC UkrDefense Company), che realizza componenti per droni d'attacco, droni intercettori Jrushch e droni antiaerei Garpiya. Inoltre, questa mattina, una nave da carico con materiale militare destinato alle truppe di Kiev è stata colpita da droni d'attacco nel porto di Odessa.

    Le forze del regime di Kiev perpetrano sistematicamente attacchi mirati contro la popolazione civile di diverse province russe e lanciano ondate di droni verso la provincia di Mosca, colpendo abitazioni e infrastrutture civili. In risposta al terrorismo di Kiev, le Forze Armate russe conducono attacchi sistematici contro obiettivi militari e impianti energetici, di trasporto, logistici o di altro tipo, collegati al complesso militare-industriale ucraino.

    Iran: «Non faremo marcia indietro fino alla totale sconfitta del nemico»

     

    In occasione dell'anniversario della liberazione dei prigionieri di guerra nel conflitto con l'Iraq (1980-1988), attuale partner strategico di Washington, lo Stato Maggiore Congiunto iraniano ha lanciato domenica un forte monito agli Stati Uniti riguardo alla difesa del paese di fronte alle aggressioni al proprio territorio. «Riconoscendo la volontà incrollabile e la ferma determinazione del coraggioso, paziente e tenace popolo iraniano, lo Stato Maggiore Congiunto assicura che non indietreggeremo fino alla totale sconfitta del nemico statunitense-sionista nella regione, fino al raggiungimento dei diritti dell'eroico popolo iraniano e fino a quando il nemico non si arrenderà. Non cederemo né alle legittime richieste del popolo né alle aspirazioni del nostro stimato leader [l'ayatollah Mojtaba Khamenei], di fronte agli Stati Uniti aggressivi», si legge nel messaggio diffuso dai media iraniani.

    Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato venerdì durante un discorso a New York che, dopo aver «sconfitto l'Iran», dichiarerà lo Stretto di Hormuz parte del territorio statunitense. Trump ha assicurato che Washington controlla già di fatto la zona e che «nessuna nave può passare» a meno che non riceva il suo permesso. Da Teheran sono state respinte le affermazioni e le pretese del presidente statunitense. Il viceministro degli Affari esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha sottolineato che lo Stretto «è stato, è e sarà iraniano» e che il suo controllo non si ottiene «né con un tweet, né con una portaerei, né con un decreto», esortando gli Stati Uniti ad accettare la realtà delle loro sconfitte strategiche.

    Le dichiarazioni di Teheran giungono in un momento di crescente tensione tra Iran e Stati Uniti, con Washington che ha intensificato le operazioni militari nella regione e Teheran che ha ripetutamente minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz in risposta alle aggressioni. Lo Stretto di Hormuz è una via navigabile strategica attraverso la quale transita circa il 20% del petrolio mondiale, rendendolo un punto cruciale per l'economia globale.

    Svelato il «grande mistero» mondiale del petrolio: come ha fatto la Cina a salvare l'economia globale?

     

    Quando è scoppiata la guerra tra Stati Uniti, Israele e l'Iran, si sono susseguiti avvertimenti sul possibile crollo del mercato petrolifero, cosa che alla fine non si è verificata. Cinque mesi dopo lo scoppio del conflitto, il greggio Brent si mantiene a circa 40 dollari al di sotto del massimo di 126 dollari al barile raggiunto il 30 aprile. La chiave per risolvere questo «grande mistero», così definito da The Atlantic, è stata la Cina, ma i meccanismi messi in atto da Pechino erano rimasti nascosti.

    Ora sono stati resi noti. A poche settimane dallo scoppio del conflitto, la Cina, il maggiore importatore di greggio a livello mondiale, ha dimezzato gli acquisti di petrolio, impedendo proprio l'aumento dei prezzi dei carburanti. Grazie alla decisione del gigante asiatico, altri paesi hanno potuto acquistare il petrolio «liberato», evitando un aumento catastrofico dei prezzi del greggio.

    Pechino ha fatto ricorso alla strategia di ingegneria statale: ha utilizzato il greggio già immagazzinato nei propri depositi, ha vietato o limitato la vendita di carburante ad altre nazioni e ha controllato il consumo da parte delle imprese e della popolazione all'interno del paese, secondo quanto riportato da The Economist. In termini economici, ha liberato le riserve, limitato le esportazioni e gestito la domanda.

     

    Il lato positivo: stabilizzazione del mercato e investimenti

    Il lato positivo è che, se la Cina continuerà a stabilizzare il mercato mondiale dei carburanti, ciò faciliterà la pianificazione degli investimenti in nuova produzione, ha sottolineato The Atlantic. Tuttavia, secondo il giornale, permangono anche aspetti negativi del controllo dei prezzi del petrolio da parte della Cina. Il controllo sulle esportazioni da parte di Pechino ha creato una carenza di gasolio, benzina e cherosene sul mercato. Inoltre, non si sa per quanto tempo la nazione asiatica potrà contenere l'aumento dei prezzi. Tutti questi fattori rendono il mercato petrolifero difficile da prevedere.

    Capire in che modo la Cina abbia salvato l'economia mondiale è semplice. Prima delle ostilità, attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano 20 milioni di barili al giorno, che rappresentavano un quinto del volume totale di petrolio mondiale. Quando è scoppiata la crisi, Pechino ha smesso di acquistare cinque milioni di barili al giorno, una quantità enorme (circa un quarto di quanto è andato perso a causa della chiusura della via strategica).

    Le opinioni sulle ragioni di questo modo di agire di Pechino divergono. Alcuni esperti ritengono che la Cina stia cercando di costruire potere morbido salvando l'economia mondiale o guadagnando un vantaggio nella contesa economica con gli Stati Uniti. C'è chi ipotizza che in questo modo dimostri al mondo di poter resistere con successo a una crisi petrolifera. Altri ritengono che la Cina sostenga le economie straniere per proteggere la propria base industriale. La sua economia si basa infatti sull'esportazione massiccia dei prodotti fabbricati sul territorio nazionale. Se i clienti in Europa e in Asia non potessero acquistare i suoi beni, la Cina perderebbe «metà del proprio mercato di esportazione e, con esso, una parte significativa della propria economia», ha concluso il giornalista Max Fisher.

    L'alternativa che l'Europa sta mettendo a punto sull'Ucraina per paura di Trump

     

    Francia, Germania e Regno Unito temono che l'amministrazione del presidente statunitense Donald Trump li escluda dai negoziati sul conflitto ucraino, ha riferito sabato il New York Times (NYT), citando cinque funzionari europei. Secondo il quotidiano statunitense, per questo i tre paesi stanno cercando un "piano alternativo" per assicurarsi un posto al tavolo delle trattative.

    I diplomatici europei stanno lavorando a un formato per i futuri negoziati volto a tutelare gli interessi europei, scrive il quotidiano. Francia e Germania svolgono il ruolo principale nell'elaborazione della posizione europea, mentre il Regno Unito, con il suo nuovo primo ministro Andy Burnham, si mostra più titubante, in parte perché teme di deteriorare i rapporti con il presidente degli Stati Uniti.

     

    Il timore di un accordo bilaterale USA-Russia

    Gli europei sono consapevoli che qualsiasi negoziazione con la Russia sull'Ucraina sarà guidata dagli Stati Uniti, ma vogliono assicurarsi che Washington e Mosca non raggiungano un accordo «alle loro spalle», aggiunge il NYT. La preoccupazione è che Trump possa concludere un'intesa diretta con il presidente russo Vladimir Putin, scavalcando gli alleati europei che hanno sostenuto militarmente e finanziariamente Kiev sin dall'inizio del conflitto.

    Dalla Russia era già stato confermato che Mosca riceve dalle capitali europee «segnali» sulla loro volontà di partecipare ai colloqui per la risoluzione del conflitto, ma non lo ritiene opportuno. «Non lo riteniamo né necessario né opportuno», ha dichiarato il portavoce presidenziale Dmitry Peskov, ribadendo che Mosca considera l'Europa una parte in conflitto piuttosto che un mediatore imparziale.

    Alla fine di febbraio, la Russia ha avvertito che il regime di Kiev e l'Europa non fanno altro che minare la ricerca di soluzioni pacifiche alla crisi ucraina. Mosca ha chiarito ai leader europei che i tentativi di impedire il dialogo non li avvicinano al tavolo dei negoziati.

     

    La posizione russa sulle condizioni per la pace

    Il presidente russo Vladimir Putin ha ribadito più volte che Mosca è impegnata a negoziare e a trovare una soluzione diplomatica alla crisi ucraina. Tuttavia, il presidente spiega che è necessario garantire la sicurezza a lungo termine della Russia, ovvero comprendere ed eliminare le cause profonde del conflitto, tra cui l'espansione della NATO – che Mosca considera una minaccia – e la violazione dei diritti della popolazione di lingua russa in Ucraina. Ad oggi, la Russia non rileva alcuna comprensione di tutte queste questioni da parte dei partner europei dell'Ucraina.

    La proposta russa prevede che Kiev ritiri completamente le proprie truppe dalle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, nonché dalle province di Zaporizhzhia e Kherson (annesse alla Russia a seguito di referendum popolari nel 2022) e che riconosca tali territori, insieme alla Crimea e a Sebastopoli, come parte della Federazione Russa. Inoltre, devono essere garantite la neutralità, la non allineamento, la denuclearizzazione, la smilitarizzazione e la denazificazione dell'Ucraina.

    Stati Uniti e Turchia aprono il «vaso di Pandora» con l'accordo sulle armi per l'Ucraina – Mosca

     

    Il previsto trasferimento di missili di fabbricazione statunitense e altre armi dalla Turchia all'Ucraina «minerà inevitabilmente la fiducia reciproca» sia con Washington che con Ankara, ha avvertito la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.

    All'inizio di questo mese il Dipartimento di Stato americano ha comunicato al Congresso di essere pronto ad autorizzare la riesportazione di armi dalle scorte turche verso l'Ucraina. Secondo quanto riferito, il pacchetto comprende 70 missili balistici tattici M39 ATACMS, 12 sistemi di lancio multiplo M270, oltre 2.500 razzi M26 con testate a grappolo e 47.000 proiettili di artiglieria a grappolo da 203 mm. Il valore totale dei trasferimenti proposti è stimato in circa 280 milioni di dollari. «I tentativi di ricorrere a una retorica pacificatrice mentre contemporaneamente si forniscono armi ai nazisti ucraini minano inevitabilmente la fiducia reciproca», ha affermato Zakharova, sottolineando che i funzionari turchi avevano ripetutamente sostenuto che Ankara stesse evitando di fornire armi «letali» a Kiev.

    Le circostanze relative al trasferimento previsto rimangono «estremamente contraddittorie», secondo la portavoce, la quale ha affermato che non è chiaro chi abbia avviato la riesportazione né come e quando le munizioni raggiungeranno l'Ucraina. Zakharova si è inoltre chiesta perché Washington e Ankara abbiano deciso di aprire un altro «vaso di Pandora», mentre entrambi i paesi rivendicano un ruolo speciale negli sforzi per risolvere il conflitto ucraino.

    «Il problema non sono solo le vittime e le distruzioni che le autorità di Kiev cercano di aumentare, ma anche il grave danno alle nostre relazioni bilaterali con Washington e Ankara», ha affermato.

    Poiché le armi sono state fabbricate negli Stati Uniti, la loro riesportazione dalle scorte turche richiede l'autorizzazione di Washington. Il Dipartimento di Stato ha presentato i documenti pertinenti al Congresso il 6 agosto. In base alla legislazione statunitense, il Congresso ha 15 giorni di calendario per esaminare il trasferimento proposto. Non è richiesto alcun voto di approvazione separato; a meno che entrambe le camere non adottino una risoluzione congiunta che lo blocchi, l'autorizzazione dell'amministrazione entra automaticamente in vigore.

     

    La posizione della Russia sulle forniture occidentali

    Mosca ha ripetutamente condannato le forniture di armi occidentali all'Ucraina, sostenendo che prolungano le ostilità e rendono gli Stati Uniti e gli altri paesi della NATO partecipanti diretti al conflitto. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato il mese scorso che le forniture di armi occidentali, i consiglieri militari e le informazioni di intelligence satellitare fornite a Kiev equivalgono a una «partecipazione diretta» alla guerra contro la Russia.

    I funzionari russi hanno inoltre ripetutamente accusato Kiev di utilizzare armi a lungo raggio fornite dall'Occidente contro obiettivi civili. Mosca ha specificatamente citato un attacco ATACMS del giugno 2024 contro Sebastopoli, in cui, secondo le autorità russe, sono state uccise quattro persone, tra cui due bambini, e più di 150 sono rimaste ferite. Il Cremlino ha affermato all'epoca che la sofisticatezza dei missili di fabbricazione statunitense significava che Washington fosse direttamente coinvolta nella scelta degli obiettivi e nelle operazioni.

    Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha analogamente affermato che gli esperti militari della NATO forniscono a Kiev informazioni di intelligence e aiutano a coordinare attacchi di precisione, compresi quelli che hanno colpito abitazioni, impianti energetici, scuole e ospedali.

    Enigma Kubrick

    16 Agosto 2026 ore 12:37
    Ho appena finito di leggere l'ultimo libro di Federico Povoleri dedicato al Maestro.Il titolo, d'altronde, dice già tutto: "Enigma Kubrick. Cosa raccontano davvero i suoi film?".Stanley Kubrick è stato il giocatore di scacchi, lo stratega, il regista, il genio assoluto della settima arte.Il suo cinema è stato ciclicamente amato e poi odiato da tutte le ...continua a leggere "Enigma Kubrick"

    La raffineria cinese Hengli accusata di finanziare l’Iran con acquisti di petrolio sanzionato

    16 Agosto 2026 ore 12:08

    Investing.com – Il Dipartimento del Tesoro americano ha accusato la divisione di raffinazione del gruppo cinese Hengli di aver acquistato miliardi di dollari di petrolio iraniano, ponendola al centro della campagna di Washington contro le esportazioni petrolifere di Teheran, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal.

    Hengli ha negato di aver commerciato con l’Iran, affermando di rispettare le normative nei mercati in cui opera e che i propri fornitori hanno fornito analoghe garanzie.

    Analisti del settore dell’Industria, broker dello shipping e funzionari statunitensi identificano Hengli come uno dei principali attori nella rete cinese di raffinerie indipendenti cosiddette “teapot” (piccole raffinerie), che acquistano greggio sanzionato a prezzi scontati.

    La Cina ha acquistato più di 30 miliardi di dollari di petrolio iraniano lo scorso anno, assorbendo quasi tutte le esportazioni petrolifere di Teheran, secondo un rapporto di marzo della Commissione per la revisione economica e della sicurezza USA-Cina.

    Le raffinerie indipendenti possono acquistare greggio iraniano con sconti fino al 25%, aumentando i propri margini. A differenza delle grandi compagnie energetiche statali cinesi, molte raffinerie “teapot” hanno un’esposizione limitata al sistema finanziario statunitense e sono meno vulnerabili alle sanzioni basate sul dollaro.

    La raffineria di Hengli sull’isola di Changxing è tra le cinque più grandi della Cina e genera circa 30 miliardi di dollari di fatturato annuo. Il conglomerato nel suo complesso opera nei settori della petrolchimica, del tessile e della cantieristica navale.

    Il Tesoro americano ha sanzionato la divisione di raffinazione di Hengli ad aprile, senza tuttavia colpire le altre attività del gruppo.

    I dati sulle spedizioni esaminati dal Journal indicano che petroliere sanzionate hanno consegnato più di cinque milioni di barili di greggio iraniano a Hengli a partire dal 2023.

    Una nave, la Seeker 8, ha smesso di trasmettere la propria posizione nei pressi del porto di Hengli per tre giorni a gennaio. Quando il segnale è ripreso, un brusco cambiamento nel pescaggio della nave ha suggerito agli analisti che avesse scaricato un ingente carico.

    Il Ministero del Commercio cinese ha ordinato a maggio alle aziende di non conformarsi alla lista nera statunitense di Hengli e di alcune altre raffinerie.

    Pechino si oppone alle sanzioni unilaterali degli Stati Uniti e dichiara di voler proteggere la sicurezza energetica della Cina. Le esportazioni di petrolio dell’Iran sono successivamente diminuite a causa del blocco navale statunitense, anche se la durata e l’efficacia di tali restrizioni rimangono incerte.

    Traduzione:Luciano Lago

    Resistenza e letteratura: libri e autori per capire e trasformare la società

    16 Agosto 2026 ore 08:01

    Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura

    Ci sono libri che raccontano una resistenza e libri che, in qualche modo, finiscono per diventare essi stessi una forma di resistenza. Conservano una memoria che qualcuno vorrebbe cancellare. Raccontano una storia rimasta ai margini. Mettono in discussione il potere, danno voce a chi ne è stato privato, permettono a un’esperienza individuale di diventare patrimonio collettivo. Il rapporto tra resistenza e letteratura attraversa epoche, paesi e generi differenti. In Italia, parlare di letteratura della Resistenza significa innanzitutto confrontarsi con l’antifascismo, la guerra partigiana e gli anni che vanno dalla caduta del fascismo alla Liberazione. È una storia raccontata da alcuni

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    Gli alleati del Golfo mettono in discussione il ruolo degli Stati Uniti nella sicurezza mentre la guerra contro l’Iran si protrae: Washington

    16 Agosto 2026 ore 08:50
    Gli Stati del Golfo sono sempre più frustrati nei confronti di Washington per la prolungata guerra contro l'Iran, il che spinge alcuni alleati degli Stati Uniti a mettere in discussione le garanzie di sicurezza americane e a cercare partenariati di difesa più diversificati.
    (Nella foto: aeroporto internazionale del Qatar colpito).

    La frustrazione nei confronti di Washington sta crescendo in tutta la regione del Golfo, poiché diversi governi alleati degli Stati Uniti sono sempre più preoccupati per la gestione della guerra contro l’Iran da parte del presidente Donald Trump e per la sua incapacità di raggiungere una soluzione diplomatica, secondo quanto riportato dal Washington Post , che cita funzionari arabi e occidentali.

    Funzionari hanno dichiarato al giornale che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Bahrein sono diventati sempre più insoddisfatti di Washington dopo mesi di conflitto, ripetute minacce statunitensi contro Teheran e tentativi falliti di raggiungere un accordo .

    Alcuni governi stanno addirittura iniziando a rivalutare l’utilità di ospitare importanti installazioni militari statunitensi , sebbene gli analisti citati dal giornale affermino che una rottura fondamentale con Washington rimanga improbabile nel breve termine.

    “Trump ha iniziato questa guerra”, ha detto un funzionario del Golfo, “e noi ne stiamo pagando il prezzo”.

    La rabbia nei confronti di Washington raggiunge il livello più alto.

    Il funzionario ha affermato che la rabbia regionale nei confronti di Washington ha raggiunto il livello più alto da quando gli Stati Uniti e “Israele” hanno lanciato la loro guerra contro l’Iran a febbraio.

    Nonostante queste tensioni, i governi del Golfo rimangono profondamente dipendenti dagli Stati Uniti per armi, intelligence e supporto militare. Il Qatar e il Bahrein  ospitano importanti basi americane, mentre Washington resta un partner fondamentale per la sicurezza di diverse monarchie della regione.

    Tuttavia, i governi stanno esplorando sempre più alternative e cercando di ampliare le proprie relazioni in materia di difesa.

    Un accordo di difesa reciproca firmato la scorsa settimana da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan è stato descritto da un alto funzionario europeo come “un segnale agli Stati Uniti”.

    I tre Paesi “stanno cercando di diversificare le proprie partnership in materia di sicurezza e difesa”, ha affermato il funzionario. “A loro avviso, gli Stati Uniti non sono sufficienti”.

    Porto di Dubai bombardato

    La Casa Bianca ha respinto le insinuazioni secondo cui le relazioni con i partner del Golfo si starebbero deteriorando.

    Un funzionario della Casa Bianca ha affermato che Trump “ha rapporti straordinari con tutti i nostri partner del Golfo”.

    “Gli Stati Uniti sono in contatto regolare con tutti i nostri alleati regionali sin da prima dell’Operazione Epic Fury”, ha affermato il funzionario. “L’Iran è più isolato che mai a causa delle sue azioni terroristiche.”

    La fiducia in Washington cala

    Secondo analisti e funzionari citati dal Washington Post , la frustrazione a livello regionale era preesistente agli ultimi intoppi diplomatici.

    “Fin dall’inizio c’è stata frustrazione”, ha affermato Firas Maksad, direttore per il Medio Oriente e il Nord Africa presso l’Eurasia Group.

    Secondo Maksad, i governi del Golfo ritengono di essere stati “coinvolti inutilmente” in un conflitto che Washington sta ora cercando di porre fine.

    Ha aggiunto che la politica di Trump nei confronti dell’Iran viene spesso descritta dai funzionari del Golfo come “irregolare” e “imprevedibile”.

    Anche Anna Jacobs, ricercatrice presso l’Arab Gulf States Institute di Washington, ha affermato che si è registrata una “diminuzione della fiducia” negli Stati Uniti dall’inizio della guerra.

    Secondo quanto affermato , gli alleati degli Stati Uniti sono sempre più convinti che la condotta di Washington nella regione li renda meno sicuri , non più sicuri.

    Un diplomatico occidentale ha affermato che la presenza delle forze statunitensi è stata a lungo accettata dai governi del Golfo principalmente come una necessità di sicurezza, piuttosto che accolta con entusiasmo.

    “Era più che altro un male necessario”, ha detto il diplomatico. “Ora, la sua stessa necessità viene messa in discussione.”

    Fonte: Al Mayadeen

    Traduzione: Fadi Haddad

     
     

    Ancora Wildberries: droni ucraini tentano di raggiungere Mosca

    16 Agosto 2026 ore 08:20
    Il regime di Bandera ha attaccato Mosca; droni ucraini hanno tentato di violare le difese. Gli attacchi sono iniziati sabato sera e sono tuttora in corso. Secondo le autorità di Mosca, le stime preliminari indicano che oltre 130 droni ad ala fissa sono stati abbattuti nella regione della capitale.

    I droni nemici hanno tentato di raggiungere Mosca, con l’attacco principale proveniente da sud. I sistemi di difesa aerea sono rimasti in funzione per diverse ore nelle aree di Čechov, Stupino, Domodedovo e Podolsk. I testimoni oculari hanno riferito di esplosioni udite nel cielo a intervalli di 10-15 minuti. Alle 6 del mattino risultavano abbattuti 132 droni, ma l’attacco proseguiva ancora.

    Secondo le prime notizie, il magazzino di Wildberries a Koledino, vicino a Podolsk, è stato chiuso. Fonti ostili riferiscono che la struttura è stata colpita da droni, ma non vi sono ancora informazioni ufficiali. Tre persone sono rimaste ferite nei pressi della tangenziale di Mosca e stanno ricevendo assistenza medica. L’aeroporto di Domodedovo è chiuso a decolli e atterraggi. Sono disponibili ulteriori dettagli sui velivoli abbattuti; informazioni in merito sono state fornite dal sindaco di Mosca, Sergei Sobyanin.

    Tra la serata di ieri e le 6:30 di questa mattina, 600 UAV erano diretti verso la regione di Mosca; di questi, 201 droni sono stati abbattuti nell’area.

    Va notato che il più massiccio attacco di droni ucraini contro Mosca risale allo scorso luglio, quando 180 velivoli senza pilota ad ala fissa furono abbattuti mentre si avvicinavano alla capitale.

    Fonte: Top War

    Traduzione: Luciano Lago

    La poesía del eclipse – Por Juan Manuel de Prada

    16 Agosto 2026 ore 01:08

    Por Juan Manuel de Prada

    Debo reconocer, a riesgo de que mi querido Sostres se enfade, que me gustan mucho los eclipses. Del mismo modo que el personaje borgiano buscaba la escritura de Dios escondida en las manchas de la piel de un jaguar, yo la busqué desde niño en los astros. Y si las estrellas son el populoso alfabeto de Dios, los eclipses son una graciosa tachadura en el vasto manuscrito celeste; pues ya se sabe que el mejor escribano echa un borrón.

    Escrutando las estrellas, los hombres inventaron la poesía. Lo advertimos en la sonriente mitología griega, donde cada astro tiene su mito propio, hasta tejer un tapiz mucho más ameno que cualquier mapa astronómico. Para explicar los eclipses lunares, los griegos soñaron el idilio de la púdica Selene y el apuesto Endimión; y para explicar los eclipses solares, soñaron a una celosa Afrodita que, por evitar el himeneo de Helios y Selene, pidió a su padre Zeus que los mantuviera por siempre separados, de tal modo que cuando uno se despertase la otra se recogiera, y viceversa; pero Zeus, compadecido de los desdichados amantes, les permite de vez en cuando verse de frente durante unos segundos, y fundirse en un beso apasionado que deja al mundo a dos velas.

    En la antigua China, cuando se producía un eclipse, pensaban que el sol estaba siendo devorado por un dragón, que le lanzaba feroces dentelladas. Así que se ponían a disparar pólvora y batir tambores, para espantar con el concierto horrísono al dragón, que acababa huyendo despavorido. Allá por el siglo XVI, los astutos jesuitas utilizaron la predicción de eclipses para ganarse a los emperadores chinos. Así lo hizo, por ejemplo, el astrónomo jesuita Mateo Ricci, a quien pintan disfrazado de sabio mandarín, con túnica de seda, chapines de punta remangada y un moño alto y apretado en la coronilla, atravesado con agujas de jade. No debieron de hacerlo nada mal, pues el último príncipe de la dinastía Ming se bautizó con el nombre de Constantino. Con un poco más de tiempo que les hubiesen concedido, aquellos aguerridos jesuitas zahoríes de eclipses habrían hecho de Mao Tse-Tung un ferviente discípulo de San Ignacio.

    Allá donde la poesía no ha muerto, los eclipses han provocado pasmo y maravilla, estremecimiento y zozobra. Pero, desde la irrupción del calendario zaragozano hasta la matraca cientificista de los telediarios, la aureola poética de los eclipses se ha ido desvaneciendo, porque pasaron a ser puntuales, con una puntualidad suiza que para sí quisiera la Renfe (bueno, ahora la Renfe se conforma con no descarrillar). Es verdad que la civilización tecnológica cretiniza a los hombres y los torna gregarios, querido Sostres; pero también es cierto que alzando la mirada al cielo la poesía desciende sobre nosotros, como un maná divino; y, viendo el eclipse, podemos entretenernos emulando las greguerías de Ramón: «Por amor a la luna, el sol se suicidó, arrojándose a un pozo; pero mira, Sostres, mira: todavía le asoma por el brocal su flequillo de fuego».

    El crédito de los reyes – Por Juan Manuel de Prada

    16 Agosto 2026 ore 00:53

    Por Juan Manuel de Prada

    En un pasaje especialmente clarividente de su célebre ‘Discurso sobre la situación general de Europa’, Donoso Cortés proponía una sutil y demoledora analogía entre la degradación de las concepciones religiosas y la degradación paralela de las formas de gobierno. Advertía Donoso que, así como en la monarquía tradicional el Rey es la imagen política de un Dios providente –aquél que mantiene una relación personal con sus criaturas y las asiste en la tribulación–, en la monarquía constitucional el monarca se transmuta, inevitablemente, en una imagen política del dios falso del deísmo. A este dios de los filósofos ilustrados no se le niega formalmente la existencia, pero se le prohíbe de forma taxativa intervenir en la vida de sus criaturas. Se le puede invocar de manera vacua y retórica en los preámbulos solemnes, pero vive confinado en su cielo remoto, sin posibilidad alguna de actuar providencialmente en caso de que su pueblo le necesite.

    Esta degradación divina se traduce, en la prosaica realidad del Régimen del 78, en una preocupante degradación de la figura del jefe del Estado, convertido en una suerte de «dontancredo» que debe obedecer las consignas del gobierno de turno, actuar según sus directrices y hablar por boca de ganso. Al doctor Sánchez le molestaba sobremanera llevarlo a Cataluña cuando andaba dorando la píldora a los indepes, y lo dejó en palacio; ahora le molestaba que viajase a Ceuta, para no irritar a Mujamé (quien, al parecer, ya ejerce sobre Ceuta una suerte de protectorado); y también para que no vuelva a brillar ‘urbi et orbi’ el contraste entre un varón gallardo y un galgo de Paiporta. Al dejar al Jefe del Estado aparcado en el desván de la Zarzuela, el doctor Sánchez y sus mariachis mutilan el lazo afectivo y simbólico que une a la Corona con su pueblo. Un rey al que se le prohíbe pisar la tierra de sus súbditos más expuestos es como un dios deísta: una abstracción inútil en el momento de la tribulación.

    José María Pemán defendía desde las páginas de ABC la crucial «posición arbitral» de la Monarquía, afirmando que es la única forma de gobierno capaz de «repatriar hacia ese centro popular y justiciero que es, de verdad, la Nación, a esas especies de exiliados interiores que son tachados de revolucionarios e izquierdistas porque piensan en necesarias transformaciones; y a los tachados de derechistas e inquisitoriales porque piensan en los imperativos biológicos del orden y la tradición». Pero para que tal cosa sucediese, proseguía Pemán, la Monarquía no podía conformarse con tener unas simples «funciones suntuarias, representativas y ceremoniales»; pues entonces, lejos de «repatriar hacia ese centro popular y justiciero que es la Nación» a los «exiliados interiores», los expulsaría a los márgenes, los volvería más revolucionarios o inquisitoriales, generando a la vez desapego hacia la Monarquía. He aquí la sórdida estrategia del doctor Sánchez, que necesita remover el «contenido moral» de la Monarquía para consumar sus planes. Por ello impide al Jefe del Estado consolar al pueblo ceutí, que acaba de sufrir una invasión bárbara, mientras le encomienda actuar como altavoz de los «logros» del Gobierno o de la ideología global sistémica. Así, a la vez que se culmina la transmutación de la Jefatura del Estado en un mero órgano administrativo, al estilo del Defensor del Pueblo o el Consejo de Estado, el humillado Jefe del Estado se torna a los ojos de los españoles en una suerte de felpudo pisoteado.

    En este contexto de calculada humillación adquiere su pleno significado la reciente y maliciosa campaña del ministrillo tuitero, quien no ha dudado en calificar de «ignominia» que el Jefe de Estado osase saludar en Colombia a un currinche que, al parecer, ha osado tocar los perendengues ministeriales. Convendría recordar que, en una reciente visita a la Asamblea de las Naciones Unidas, nuestro Jefe de Estado (con el beneplácito del Gobierno) se fotografió y estrechó la mano chorreante de sangre del rebanacuellos que actúa en Siria como capataz al servicio del anglosionismo, después de evacuar un discursito donde exaltaba «el compromiso español con los derechos sexuales y reproductivos». Resulta, en verdad, grotesco que se considere plenamente institucional que nuestro Jefe del Estado estreche la mano de un yihadista implicado en las más tenebrosas masacres, pero se califique de «ignominia» saludar a un currinche que le cae gordo a un ministrillo cualquiera.

    En su gloriosa ‘Política de Dios y gobierno de Cristo’, Francisco de Quevedo dejó escrito el diagnóstico exacto de lo que ocurre cuando un monarca acepta que los cortesanos le «guarden el sueño», para ahorrarle disgustos y quehaceres ímprobos: «El ministro que guarda el sueño a su rey, le entierra, no le sirve; le infama, no le descansa; guárdale el sueño, y piérdele la conciencia y la honra». Que es, exactamente, lo que le ha ocurrido a la Monarquía durante el Régimen del 78, que bajo el pretexto de proteger al Jefe de Estado de la polémica política, le está arrebatando la conciencia y la honra, hasta obligarlo a un dontancredismo que, en determinadas circunstancias, adquiere penosas similitudes con la sumisión y brinda una imagen calamitosa propia del dios falso del deísmo.

    También Quevedo alertaba del peligro de parálisis que acecha al monarca que, ante el abuso flagrante, no hace otra cosa sino entregarse a la inacción melancólica: «Rey cuya bondad no se extiende a más de entristecerse, no es rey: es vil esclavo de la malicia de sus vasallos, […] pues se aflige de consentir maldades que sabe que lo son». Un monarca que se limita a «indignarse» en un comunicado, mientras es despojado de sus prerrogativas por filibusteros, acaba perdiendo la reverencia del pueblo, que es su más preciado tesoro. El Régimen del 78 ya ha despojado en gran medida a la monarquía de sus bienes espirituales, de su potestad moral para encarnar la justicia natural, obligando al Jefe del Estado a firmar leyes gravemente inicuas. Si ahora también se abstiene de acudir allí donde el deber nacional lo reclama, aceptando resignadamente el papel de dontancredo, acabará pisoteado por aquellos mismos que hoy le recortan y modelan a su gusto la agenda. Un dios ausente termina por ser un dios olvidado; y un pueblo que deja de ver a su rey actuar providencialmente en la tribulación deja, inevitablemente, de amarlo.

    Concluimos este artículo citando nuevamente a Quevedo: «El crédito de los reyes está en la justificación de los que le sirven; y la perdición, en el sustentamiento de los que le desacreditan y disfaman. A llevar adelante los errores, a disimular con los malos, ayuda el demonio; y hace castigarlos y reducirlos Dios. Muy cobarde es quien no se fía de esta ayuda, y muy desesperado quien prosigue con la otra».

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