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Ricevuto oggi — 20 Gennaio 2026 Finanza

Piazza Affari: la capitalizzazione cresce a livelli record e sfiora la metà del Pil

20 Gennaio 2026 ore 16:13

Negli ultimi giorni Piazza Affari si è mossa in territorio negativo, in linea con la debolezza degli altri listini europei, appesantiti dalle tensioni geopolitiche e dalle incertezze legate ai dazi e al confronto tra Stati Uniti ed Europa. Una volatilità di breve periodo che contrasta però con il quadro strutturale di lungo termine delineato dall’ultimo bollettino statistico della Consob.

Nel 2025 la capitalizzazione complessiva del mercato azionario italiano è infatti salita a circa 1.077 miliardi di euro, in crescita del 28,8% rispetto all’anno precedente, arrivando a rappresentare il 48% del Pil nazionale: il livello più alto dall’avvio delle rilevazioni nel 2010. Un dato che segnala un rafforzamento profondo del mercato dei capitali, al di là delle oscillazioni di giornata.

I punti chiave

  • La crescita della capitalizzazione è stata trainata soprattutto dai grandi gruppi quotati, più che dall’ingresso di nuove società sul listino.
  • Il numero delle società quotate resta in calo su base annua, ma nel secondo semestre del 2025 si osserva un’inversione di tendenza rispetto ai minimi di metà anno.
  • Piazza Affari appare oggi più solida ma anche più concentrata, con una quota crescente del valore complessivo detenuta da pochi grandi emittenti.
  • L’aumento del valore di mercato non si traduce ancora in una maggiore rappresentatività del tessuto produttivo, in particolare per le pmi.

Cresce il valore ma non il numero di quotate

La crescita della capitalizzazione riflette un rafforzamento significativo del mercato azionario italiano, ma anche una sua trasformazione interna. Il valore complessivo è aumentato soprattutto grazie alla performance dei grandi gruppi quotati, mentre il numero delle società presenti sul listino resta sotto pressione.

A fine 2025, secondo i dati Consob, le società quotate su mercati regolamentati o sistemi multilaterali di negoziazione vigilati sono 426, di cui 411 con sede legale in Italia. Il dato è in lieve recupero rispetto alle 423 di giugno, ma rimane inferiore alle 434 società di fine 2024, confermando una contrazione su base annua. Il secondo semestre segna però un’inversione di tendenza, interrompendo una dinamica di progressivo restringimento che aveva caratterizzato gli ultimi anni.

Questo quadro mette in evidenza uno dei principali nodi strutturali di Piazza Affari: un mercato che cresce in valore più che in ampiezza. La capitalizzazione si concentra su un numero limitato di grandi emittenti, rendendo il listino più maturo e in parte più resiliente, ma anche meno rappresentativo dell’economia reale.

L’inversione registrata nella seconda parte del 2025 suggerisce che il punto di minimo sul fronte delle società quotate potrebbe essere stato superato, ma la sfida resta aperta. Trasformare il massimo storico raggiunto in una crescita più equilibrata e duratura sarà cruciale per rafforzare il ruolo della Borsa come canale stabile di finanziamento dell’economia italiana.

I primi 5 titoli per capitalizzazione

La concentrazione emerge con chiarezza guardando ai titoli a maggiore capitalizzazione del listino. UniCredit si è confermata il primo titolo per valore di mercato, con una capitalizzazione superiore a 111 miliardi di euro e un rialzo di oltre il 69% nell’arco di dodici mesi, beneficiando del contesto favorevole per il settore bancario.

Intesa Sanpaolo segue con oltre 102 miliardi di capitalizzazione e una crescita vicina al 40%, mentre Enel ha superato i 92 miliardi, sostenuta dal riassetto strategico e dal recupero del titolo.

Tra le prime cinque figura anche Ferrari, che resta uno dei nomi più capitalizzati del mercato nonostante una correzione superiore al 30% nel 2025, e Generali, in crescita di oltre il 16%, a conferma del peso del comparto assicurativo.

L’articolo Piazza Affari: la capitalizzazione cresce a livelli record e sfiora la metà del Pil è tratto da Forbes Italia.

Arnault perde 12 miliardi dopo che Trump ha minacciato dazi del 200% sui vini francesi

20 Gennaio 2026 ore 15:38

La fortuna di Bernard Arnault — la persona più ricca d’Europa — si è ridotta di 12,5 miliardi di dollari martedì, dopo che una minaccia del presidente Donald Trump di imporre dazi del 200% su vini e champagne francesi ha fatto crollare le azioni del suo conglomerato del lusso Lvmh.

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Fatti principali

  • Le azioni di Louis Vuitton Moët Hennessy quotate a Parigi in calo scese fino a 1,7% a 571 euro, dopo che Trump ha lanciato la minaccia nella serata di lunedì.
  • LVMH possiede diversi marchi chiave francesi di liquori di lusso come Moët & Chandon, Dom Pérignon, Château Cheval Blanc, Veuve Clicquot, Ruinart e Château d’Yquem.
  • Trump ha ventilato la minaccia dei dazi nella serata di lunedì, quando dei giornalisti a Miami gli hanno chiesto della presunta riluttanza del presidente francese Emmanuel Macron a unirsi al suo Gaza Board of Peace.
  • In un primo momento Trump ha detto che “nessuno lo vuole” nel consiglio, ma poi ha aggiunto: “Metterò un dazio del 200% sui suoi vini e champagne e lui si unirà”.
  • La minaccia arriva a pochi giorni di distanza dall’annuncio del presidente di voler imporre un dazio del 10% sulle importazioni provenienti da otto Paesi europei, a causa del loro rifiuto di sostenere la sua iniziativa per assumere il controllo della Groenlandia.

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Valutazione di Forbes

Secondo le stime di Forbes, il patrimonio netto di Bernard Arnault è di 169,8 miliardi di dollari, il che lo rende la settima persona più ricca al mondo nella lista dei Real Time Billionaires. Sebbene il presidente e ceo di LVMH rimanga di gran lunga la persona più ricca d’Europa, la sua fortuna è diminuita di oltre 12,5 miliardi di dollari nelle ultime 24 ore.

Nella classifica globale, il patrimonio netto di Arnault è ancora superiore di oltre 8 miliardi di dollari rispetto a quello dell’ottavo classificato, Jensen Huang, ceo di Nvidia. Tuttavia, appare improbabile che Huang riesca a superare Arnault nella giornata di martedì, poiché anche le azioni di Nvidia sono in calo del 2,4%, in un contesto ribassista dell’azionario statunitense.

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Netflix rivede l’offerta per Warner Bros: 83 miliardi di dollari in contanti

20 Gennaio 2026 ore 15:20

Netflix ha rivisto i termini dell’accordo con Warner Bros. Discovery, presentando un’offerta interamente in contanti da 83 miliardi di dollari. La modifica dell’intesa punta a rendere l’operazione più solida e a scoraggiare eventuali rilanci concorrenti, in particolare da parte di Paramount.

“Il consiglio di amministrazione di Wbd continua a sostenere e raccomandare all’unanimità la nostra transazione e siamo fiduciosi che porterà al miglior risultato per gli azionisti, i consumatori, i creatori e la comunità dell’intrattenimento in generale”, ha dichiarato Ted Sarandos, co-ceo di Netflix.

“Il nostro accordo rivisto, interamente in contanti, consentirà una tempistica più rapida per il voto degli azionisti e offrirà una maggiore certezza finanziaria a 27,75 dollari per azione in contanti, oltre al valore derivante dalla separazione pianificata di Discovery Global. Insieme, Netflix e Warner Bros. offriranno una scelta più ampia e un valore maggiore al pubblico di tutto il mondo, migliorando l’accesso a programmi televisivi e cinematografici di livello mondiale, sia a casa che al cinema. L’acquisizione amplierà significativamente la capacità produttiva statunitense e gli investimenti nella programmazione originale, stimolando la creazione di posti di lavoro e la crescita del settore a lungo termine”.

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I ceo italiani temono di più l’intelligenza artificiale che le crisi economiche e le tensioni globali

20 Gennaio 2026 ore 14:57

I ceo italiani nutrono fiducia e ottimismo sulle prospettive dell’economia internazionale, ma paura verso il cambiamento tecnologico. Sono questi i risultati venuti fuori dalla 29esima Annual Global & Italian CEO Survey di PwC, presentata al World Economic Forum di Davos dal Global Chairman Mohamed Kande.

Fiducia verso il futuro economico e preoccupazioni per il cambiamento tecnologico

All’indagine hanno preso parte 4.454 amministratori delegati di 95 Paesi, inclusi 118 italiani, tra ottobre e novembre 2025. Emerge ottimismo verso il futuro economico globale, ma anche la consapevolezza di un contesto geopolitico complesso e incerto, che ha ridotto la probabilità di investimenti significativi.

Il 62% dei ceo italiani prevede una crescita dell’economia globale nei prossimi 12 mesi, mentre è più contenuta la fiducia sull’economia nazionale. Anche per quanto riguarda l’aumento del fatturato c’è ottimismo: il 35% ceo è molto fiducioso nel breve termine. A sostenere questa fiducia i numeri: il fatturato medio delle imprese in Italia è cresciuto del 10% (rispetto all’8% globale).

Quello che preoccupa i ceo mondiali sono soprattutto rischi informatici e instabilità macroeconomica: entrambe al 31% tra le principali minacce per i prossimi 12 mesi. In Italia invece, i ceo temono il cambiamento tecnologico, dazi, rischi informatici, inflazione e scarsità di lavoratori qualificati.

La trasformazione digitale è la priorità numero uno per il 53% dei ceo italiani, per allineare l’azienda all’evoluzione tecnologica. Al secondo posto si trova la qualità dei management team, in seguito meno la capacità innovativa dell’azienda.

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Ancora poco integrata l’intelligenza artificiale nelle aziende italiane

Il tema dell’intelligenza artificiale è centrale: i ceo faticano a rimanere al passo con l’IA. Nonostante stia rivoluzionando le regole della competizione, la maggior parte delle aziende non riescono ancora a convertire gli investimenti in profitti stabili. Il 68% di imprese italiane non integra ancora l’IA, contro il 53% nel resto del mondo.

Il 27% dei ceo italiani ammette di non avere una cultura favorevole all’adozione dell’IA, contro il 9% nel resto del mondo. Gli italiani lamentano inoltre un ambiente tecnologico che non supporta l’integrazione dell’IA, né dispongono di adeguate risorse economiche: il 43% delle aziende giudica insufficienti gli investimenti in IA per centrare gli obiettivi.

“In un contesto di rapido cambiamento, in cui la tecnologia sta influenzando economie e settori industriali, è irrinunciabile investire in innovazione e, in particolare, nella comprensione delle potenzialità degli strumenti già a disposizione delle imprese”, ha dichiarato Andrea Toselli, presidente e ad di Pwc Italia.

Ceo italiani: “Mancano competenze su IA, dati e cyber”

Secondo i ceo italiani, ciò che manca sono le skills nella forza lavoro (46%), seguita da difficoltà nel trasferire le conoscenze (37%), dubbi sui ritorni economici (31%) e paure condivise su cybersecurity e resistenza al cambiamento (entrambe al 27%). PwC registra un divario netto tra chi da un lato si limita a sperimentare l’IA e chi la integra in modo strategico e ne trae vantaggi concreti, applicando l’IA non solo ai prodotti e servizi, ma anche alle attività di marketing e alle decisioni strategiche.

I ceo italiani hanno indicato quali sono i principali gap di conoscenza nelle loro organizzazioni. Per il 71%, la necessità di comprendere meglio l’impatto dell’innovazione sulla forza lavoro e l’uso dell’intelligence macroeconomica per strategie di internazionalizzazione. Inoltre, la capacità di decisioni basate sui dati, la cybersecurity e la protezione dati.

La necessità di reinventarsi

Nonostante uno scenario abbastanza complesso, la priorità per la sopravvivenza e la crescita è reinventarsi. In questo, l’Italia corre più veloce della media mondiale. Secondo i vertici aziendali, il 50% delle imprese italiane ha già iniziato a competere in settori in cui prima non competeva, superando il 42% globale.

Gli imprenditori italiani puntano su servizi alle imprese (12%), assicurazioni e costruzioni (11% ciascuno) e aerospazio-difesa (9%). A livello globale, invece, domina la tecnologia (12% contro il 7% italiano), seguita da sanità (8%) e dai settori aerospaziale-difesa e servizi alle imprese (entrambi al 7%).

Il 51% dei ceo italiani giudica la performance complessiva nazionale inferiore alle aspettative, contro il 33% del campione globale. Un dato che evidenzia le difficoltà del tessuto produttivo nazionale.

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Il Lazio accelera sulla nuova programmazione Ue: fondi e investimenti record per sostenere il sistema produttivo

20 Gennaio 2026 ore 13:30

di Alice Iadecola

Alla Regione Lazio, presso la Sala Tevere, si è svolto l’evento ‘Il Lazio che Cresce 2026’, pensato per raccontare lo stato di avanzamento del Programma Fesr 2021-2027 e quali misure la Regione adotterà nel biennio 2026-2027 per sostenere il sistema produttivo regionale.

Verso il 2028: il Lazio accelera sulla nuova programmazione europea

Ad aprire la presentazione è stata Roberta Angelilli, vicepresidente della Regione Lazio: “Siamo perfettamente in tabella di marcia”, asserisce, “siamo operativi e vogliamo essere pronti il 1° gennaio 2028 con la nuova programmazione europea 2028-2034. Il 2026 è un anno decisivo per gli investimenti a favore delle imprese, un periodo in cui attiveremo misure mirate a favorire sia i settori più tradizionali che quelli più innovativi. L’intento è quello di accompagnare le attività verso nuove opportunità di crescita e apertura internazionale, mantenendo un confronto costante con aziende e territori. Infatti, saranno disponibili circa 640 milioni di euro, 260 a fondo perduto e 390 milioni in strumenti finanziari e accesso al credito, oltre a 10 milioni di risorse del bilancio regionale sugli investimenti”.

All’incontro sono intervenuti anche il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, la direttrice dell’Autorità di Gestione del PR Lazio Fesr 2021-2027, Tiziana Petucci, e il presidente di Lazio Innova, Francesco Marcolini. Presenti inoltre rappresentanti del mondo economico e produttivo, tra cui Giuseppe Biazzo, presidente Unindustria e Lorenzo Tagliavanti, presidente della Camera di Commercio, insieme ad altre figure di rilievo del sistema produttivo.

Nuove risorse per il Lazio

Per il biennio 2026-2027 ci sarà un continuo sostegno alla ricerca, all’innovazione, alla digitalizzazione e all’internazionalizzazione delle imprese e le nuove risorse disponibili saranno pari a un miliardo e 140 milioni di euro.

Per il 2026, la Regione Lazio metterà a disposizione 530 milioni di fondi europei, 100 milioni dal Dpcm sulla reindustrializzazione e 10 milioni di risorse regionali. Accanto a queste risorse, saranno confermate le misure già di successo come i voucher internazionalizzazione e digitalizzazione, oltre che il bando Step per le tecnologie strategiche e critiche, destinato anche alle grandi imprese.

Tra le novità presentate spicca la provvista Bei, pari a 120 milioni di euro, affiancata da misure dedicate alla reindustrializzazione e da interventi dedicati ai giovani professionisti ed imprenditori, con stanziamenti rilevanti per la fascia under 40.

Infrastrutture e venture capital: 140 milioni per la crescita regionale

Un percorso di crescita che non dimentica infrastrutture strategiche già consolidate come Rome Technopole, punta di diamante del Lazio. A questo si aggiungerà il rafforzamento degli strumenti di Venture Capitalregionali, fino a raggiungere la cifra record di 140 milioni di euro.

“Dietro questi milioni ci sono tantissimi progetti. Siamo stati pronti ad accogliere fin da subito le opportunità che la Commissione europea ci metteva a disposizione”, afferma Tiziana Petucci. “La nostra mission è quella di restare protagonisti del cambiamento e della nuova programmazione europea”.

A intervenire poi Francesco Rocca: “Il Lazio conferma una strategia chiara che si può riassumere in una modalità di lavoro: ascoltare le imprese e dialogare con loro. Priorità alla crescita del nostro territorio. In questo, il Lazio sta dimostrando un ottimo dinamismo grazie al rapporto solido tra politica e impresa”.

Lazio: coesione e visione strategica

Giuseppe Biazzo, durante la presentazione, ha rilanciato un tema centrale: i fondi europei devono continuare a passare attraverso le Regioni, che sono il fulcro più vicino al territorio. Solo così si può evitare l’accorpamento dei fondi strutturali e l’accentramento delle risorse a livello nazionale. Ha poi posto l’attenzione sulle infrastrutture essenziali, in particolare sulla gestione sostenibile delle risorse idriche, perché solo investendo su questi elementi la regione può diventare più efficiente e competitiva. Sulla stessa linea Alessandro Sbordoni, presidente di Federlazio, che ha richiamato l’attenzione sul diritto all’abitare, come tema chiave per garantire coesione nel territorio.

Proprio come ricordato da Francesco Rocca e la vicepresidente Roberta Angelilli, il vero motore di questa strategia resta la comunicazione continua con le imprese e con il mondo economico. Lorenzo Tagliavanti ha concluso l’evento evidenziando i dati positivi sul Pil del Lazio, tra i migliori in Italia. “È fondamentale impiegare le risorse in modo efficace e mantenere aperto un confronto costante tra pubblico e privato”, ha ribadito per consolidare questi risultati. Proprio per questo, ha annunciato il rinnovo dell’accordo tra Camera di Commercio e Regione.

L’articolo Il Lazio accelera sulla nuova programmazione Ue: fondi e investimenti record per sostenere il sistema produttivo è tratto da Forbes Italia.

Tra resilienza globale e tassi più alti: come preparare i portafogli al 2026

20 Gennaio 2026 ore 13:12

Contenuto tratto dal numero di gennaio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Nonostante un anno segnato da shock politici e pressioni tariffarie, l’economia globale si è mostrata resiliente nel 2025. Per il 2026 si apre uno scenario costruttivo, con l’attività economica che dovrebbe stabilizzarsi e con la crescita che, anche se in rallentamento, non dovrebbe tradursi in una contrazione. Ne parla Giovanni De Mare, ceo Italia di AllianceBernstein.

Come si muoveranno le banche centrali?

L’inflazione sta gradualmente rientrando, lasciando così alle banche centrali, Fed in particolare, lo spazio per un progressivo allentamento monetario. È comunque probabile che i tassi si mantengano su un livello strutturalmente più elevato rispetto al passato, soprattutto alla luce delle incertezze che ancora ombrano il contesto macroeconomico, come le dinamiche fiscali europee, l’evoluzione del mercato del lavoro statunitense e gli effetti dei dazi.

Cosa mettere in portafoglio, guardando in prospettiva?

Un approccio multi-asset orientato al reddito rimane adatto a un contesto che è costruttivo, ma tutt’altro che privo di rischi. Continuiamo a privilegiare gli Stati Uniti, ritenendo interessanti anche i mercati emergenti, che trattano a sconto rispetto ai mercati sviluppati e beneficiano di tassi locali più bassi, utili in miglioramento e un dollaro più debole.

E sul fronte obbligazionario?

Ci stiamo spostando verso una maggiore qualità. Le obbligazioni corporate investment grade e i titoli con rating BB restano fonti privilegiate di rendimento, mentre un contesto di crescita più moderato richiede cautela nell’andare verso le fasce di qualità più bassa del mercato.

Un segnale incoraggiante è che i titoli di Stato hanno ritrovato una correlazione negativa con gli asset rischiosi, offrendo protezione nei momenti di volatilità. In questo ambito, preferiamo le scadenze brevi o intermedie, che dovrebbero beneficiare del ciclo di tagli della Fed, evitando invece le scadenze più lunghe dove le preoccupazioni fiscali potrebbero pesare sui rendimenti.

Al centro delle dinamiche globali troviamo dunque ancora una volta gli Stati Uniti.

Sì, è un’economia che continua a mostrare una forza che smentisce anche le previsioni più pessimistiche. Anche se messa spesso in discussione, a nostro avviso, la tesi a favore dell’eccezionalismo statunitense, e di un sovrappeso sulle azioni Usa, rimane intatta. Infatti, se da un lato è vero che la concentrazione degli indici rappresenta una potenziale vulnerabilità, poiché una correzione nel segmento IA potrebbe avere effetti non solo sui listini, ma anche sulla fiducia e sulla spesa, dall’altro i fondamentali restano solidi: la crescita dei rendimenti è stata guidata dai profitti e non solo dall’espansione dei multipli, e le revisioni degli utili continuano a migliorare.

Inoltre, la Federal Reserve ha ancora munizioni sufficienti per intervenire qualora la crescita dovesse essere messa in discussione, fornendo un ulteriore supporto agli asset a stelle e strisce.

Cosa significa oggi puntare sulla qualità e proteggersi dalle fasi correttive?

Privilegiare aziende caratterizzate da una crescita stabile degli utili e bilanci solidi per affrontare la volatilità. Le valutazioni attuali, indubbiamente elevate, lasciano poco margine di errore, rendendo la selettività più importante che mai. Sul fronte obbligazionario, la duration mantiene un ruolo di diversificazione ma, in un contesto di tassi presumibilmente più alti rispetto al passato, potrebbe non rappresentare più la soluzione ‘miracolosa’ di un tempo. Pertanto, favoriamo scadenze medio-brevi e una maggiore esposizione al credito investment grade, evitando di assumere rischi eccessivi nei segmenti di qualità inferiore.

Parallelamente, manteniamo una diversificazione geografica e settoriale: guardiamo quindi con favore ad alcuni mercati emergenti, che beneficiano di un dollaro più debole, politiche monetarie più flessibili e valutazioni ancora ragionevoli. L’inserimento di azioni a bassa volatilità, infine, può contribuire a proteggere il capitale nelle fasi di correzione, senza rinunciare al potenziale di rialzo. L’obiettivo è costruire portafogli che sappiano catturare rendimento e crescita, mantenendo però una disciplina rigorosa sui fondamentali.

Molti temono la bolla IA. Paura infondata?

L’IA rimane il fulcro narrativo e finanziario del mercato attuale, ma richiede una distinzione tra l’entusiasmo speculativo momentaneo e la trasformazione strutturale in atto. Sebbene si parli di bolla, è forse più corretto affermare che siamo ancora nelle fasi iniziali di un ciclo di innovazione profondo. A differenza di quanto accaduto con le dot com, l’IA sta rispondendo a una domanda reale e immediata, sostenuta da progressi tecnologici tangibili.

I grandi hyperscaler stanno investendo in infrastrutture con capitale proprio e flussi di cassa operativi, non con leva finanziaria, e ciò dà maggiore solidità all’intero ecosistema. Permangono però aree da monitorare, come le valutazioni nei segmenti più esposti e alcune dinamiche di finanziamento nel mercato privato. La discriminante sarà la capacità dell’IA di generare incrementi misurabili di produttività. Le opportunità non riguardano solo i produttori di chip, ma l’intera filiera: infrastrutture digitali, utility chiamate a sostenere il crescente fabbisogno energetico dei data center, nonché settori come l’healthcare.

L’articolo Tra resilienza globale e tassi più alti: come preparare i portafogli al 2026 è tratto da Forbes Italia.

I future di Wall Street crollano tra le minacce tariffarie di Trump su Groenlandia

20 Gennaio 2026 ore 11:44

I future azionari statunitensi sono crollati bruscamente nelle prime ore di martedì, segnalando le preoccupazioni degli investitori per le minacce di dazi del presidente Donald Trump contro importanti alleati europei, nel contesto della sua spinta a prendere il controllo della Groenlandia.

Dati chiave

  • Nelle prime contrattazioni di martedì, l’indice di riferimento S&P 500 Futures è sceso dell’1,73% a 6.856 punti, mentre i Dow Futures hanno perso l’1,61% a 48.751 punti.
  • L’indice dei future Nasdaq, più esposto al settore tecnologico, è stato il più colpito, con un calo superiore al 2% a 25.157 punti.
  • Anche i mercati europei sono finiti sotto pressione: il paneuropeo STOXX Europe 50 ha perso l’1,32% a causa delle minacce di Trump di imporre nuovi dazi ai Paesi che si oppongono al suo tentativo di prendere il controllo della Groenlandia.
  • Il FTSE 100 di Londra ha ceduto l’1,32%, mentre il DAX tedesco e il CAC 40 francese sono scesi rispettivamente dell’1,37% e dell’1,20%.

Cosa sappiamo della minaccia di dazi di Trump contro l’Europa?

Sabato, il presidente Donald Trump ha annunciato che imporrà un dazio del 10% su otto Paesi europei che recentemente hanno dispiegato personale militare in Groenlandia, dopo la sua minaccia di prendere il controllo del territorio artico. In un post su Truth Social che annunciava la decisione, Trump ha dichiarato che Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia saranno colpiti e che la misura entrerà in vigore il 1° febbraio. Il dazio generalizzato riguarda tutte le esportazioni e aumenterà al 25% a giugno, rimanendo in vigore fino a quando gli Stati Uniti non assumeranno il controllo della Groenlandia.

E le altre minacce tariffarie contro i Paesi europei?

Il presidente francese Emmanuel Macron ha criticato pubblicamente i dazi di Trump contro l’Europa legati alla Groenlandia, definendoli “inaccettabili”, e avrebbe persino rifiutato di aderire al proposto “Consiglio di Pace” per Gaza. Interrogato sulla vicenda lunedì sera, Trump ha dichiarato ai giornalisti: “Beh, nessuno lo vuole perché presto non sarà più in carica”.

Trump ha poi sostenuto che Macron fosse ostile nei suoi confronti e ha aggiunto: “Metterò un dazio del 200% sui suoi vini e champagne”, e forse allora il presidente francese entrerebbe nel consiglio. L’ultima minaccia di Trump ha innescato una vendita delle azioni dei principali produttori francesi di vino quotati in Borsa. I titoli di LVMH — che possiede marchi come Moët & Chandon e Dom Pérignon — sono scesi di quasi il 2,9% a 566 euro (663 dollari), mentre le azioni di Rémy Cointreau hanno perso il 2,4% a 38 euro (44,50 dollari).

Come ha risposto l’Europa alle minacce tariffarie di Trump?

Diversi leader europei di primo piano, tra cui Macron e il primo ministro britannico Keir Starmer, hanno criticato i dazi. Macron è tra coloro che hanno spinto l’Unione europea a reagire con il cosiddetto “bazooka commerciale”, utilizzando il suo strumento di ritorsione più potente: il meccanismo anti-coercizione.

Se attuato, l’Ue potrebbe usarlo per colpire importanti esportazioni di servizi statunitensi, con un impatto potenzialmente molto pesante sui colossi tecnologici americani. Tuttavia, il New York Times ha riferito che all’interno del blocco c’è ancora chi spinge per una negoziazione piuttosto che per la ritorsione. Un portavoce dell’Ue ha dichiarato ai giornalisti: “La nostra priorità è dialogare, non inasprire lo scontro… A volte la forma più responsabile di leadership è la moderazione”.

A margine

Martedì, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha ironizzato sulla capacità dell’Ue di mettere in campo una risposta coordinata alle ultime minacce tariffarie di Trump. Bessent, che si trova a Davos per partecipare al World Economic Forum, ha dichiarato ai giornalisti: “Immagino che formeranno prima il temuto gruppo di lavoro europeo, che sembra essere la loro arma più incisiva”. In seguito, il segretario al Tesoro ha aggiunto: “Sono fiducioso che i leader (europei) non inaspriranno la situazione e che tutto si risolverà in modo tale da arrivare a un esito molto positivo per tutti”.

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Isolazionismo e militarizzazione, tra Groenlandia e Venezuela: come la politica di Trump sta rimodellando il potere globale

20 Gennaio 2026 ore 11:00

Con la seconda presidenza Trump negli Stati Uniti, il mondo – come osserva il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta nel volume Il cammino incompiuto dell’Europa: passato, presente e futuro – “non è più multilaterale, ma multipolare: più conflittuale, più fragile, più esposto a tensioni che travalicano i confini nazionali”. Il passaggio dal multilateralismo al multipolarismo ha un significato pieno, tanto per gli effetti geopolitici quanto per le ripercussioni sui sistemi democratici. Tuttavia, la nuova presidenza Trump, scandita da annunci a ripetizione e spesso controversi, sembra orientarsi più verso un bipolarismo sbilanciato a favore degli Usa – anzitutto nei confronti della Cina, e solo in subordine della Russia – che verso un autentico multipolarismo.

Washington tra risorse energetiche e competizione globale

L’ultimo atto unilaterale di politica estera statunitense, culminato nella cattura del presidente venezuelano Maduro (dittatore sanguinario), si inserisce in questa logica: accaparrarsi la gestione dell’immenso patrimonio petrolifero del Venezuela, ed evitare che Russia e soprattutto Cina possano sfruttarlo a prezzi vantaggiosi e in quantità rilevanti.

In questo scenario, la contraddittoria e imbarazzante strategia trumpiana appare ancora più evidente alla luce del crescente interesse globale per l’Artico, area simbolo del cambiamento climatico e, nello stesso tempo, teatro delle ambizioni americane dopo il ritiro dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) e da altre 65 organizzazioni multilaterali. Alla centralità scientifica si sostituisce così una impostazione politica marcata, guidata dall’interesse di parte e del tutto indifferente alle conseguenze del cambiamento climatico. La sorte dell’umanità viene subordinata alla primazia degli interessi strategici americani, protetti da una dimensione securitaria fondata sulla forza militare, e mirata soprattutto a contenere la presenza strutturata della Cina, ma anche della Russia.

Groenlandia al centro della rivalità globale: sicurezza, risorse e unilateralismo statunitense

La posizione del presidente Trump sulla Groenlandia – reclamata come “necessaria” per garantire la difesa militare e il benessere degli americani (mondo Maga) – riporta l’Artico al centro della nuova competizione geopolitica mondiale, riattivando lo scontro su sovranità, sicurezza e controllo delle rotte e delle risorse. La Groenlandia ha di fatto intimato che “sarà nelle mani degli Usa, nessun’altra soluzione è accettabile”. L’unilateralismo trumpiano ignora totalmente gli effetti di tale postura su un paese sovrano come la Danimarca, membro della Ue e della Nato, come pure si disinteressa delle conseguenze ambientali, coerentemente con l’uscita dagli organismi multilaterali dell’Onu dedicati alla valutazione scientifica del clima.

Il vertice del 14 gennaio tra i diplomatici di Groenlandia e Danimarca e il vicepresidente statunitense JD Vance e il segretario di stato Marco Rubio, definito “franco ma costruttivo”, si è limitato a confermare le mire americane sull’isola. Nel corso del summit, Trump ha ribadito: “Abbiamo bisogno della Groenlandia”. La prospettiva di una sua acquisizione anche per via militare ha destato forte preoccupazione in Europa. Giusta la condanna “inequivocabile” del Parlamento europeo, discutibile invece l’invio di soldati alleati da parte di alcuni stati in un contesto segnato da una Nato sempre più declinante.

Europa sotto pressione: difesa comune e spese militari fronte ambizioni Usa

L’Europa – anche con la spinta dell’Italia – dovrebbe cogliere le implicazioni delle evoluzioni politico-strategiche statunitensi: da un lato, ricercare una nuova solidarietà per far emergere una politica comune di difesa capace di impedire l’esproprio della Groenlandia alla Danimarca; dall’altro, decidere chiaramente da che parte stare di fronte alle preoccupanti sortite di Trump, non solo sul piano militare, evitando di nascondere la testa sotto la cenere.

Il bipolarismo sbilanciato perseguito da Trump nei confronti della Cina si esprime nell’intervento in Venezuela e nella dissennata caccia alla Groenlandia, operazioni volte a subordinare l’Occidente agli interessi politici ed economici propri e dei suoi stretti sostenitori (in primis la finanza americana). Tale strategia si traduce in un forte incremento della spesa militare mondiale. Non è casuale che, attraverso una serie di post su Truth, Trump abbia chiesto un aumento di 500 miliardi di dollari della spesa annuale della difesa – già arrivata a un trilione – e imposto ai paesi dell’Ue un incremento della spesa Nato al 5% del Pil, per una cifra complessiva di circa 800 miliardi annui.

Militarizzazione e unilateralismo: crescita effimera e rischi globali

La militarizzazione dell’economia può produrre effetti positivi sul Pil solo nella fase iniziale; nel medio periodo, in assenza di guerre, tali effetti si dissolvono, lasciando scoperte le illusioni di crescita industriale, occupazionale e sociale. Il riarmo fine a sé stesso non esiste: la storia insegna che esso è sempre stato seguito da guerre, distruzioni, morti e miserie.

L’isolazionismo americano – connotato da un bipolarismo sbilanciato e destinato a innescare una rincorsa mondiale all’aumento della spesa militare per contenere l’espansione economico-politica cinese e per rendere l’America “Mega” – si combina perfettamente con l’uscita dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e con l’ordine esecutivo che ritira gli Stati Uniti da 65 organismi e trattati internazionali sotto l’egida Onu.

Questa strategia consente a Trump di agire a suo piacimento tanto sul piano esterno quanto su quello interno. È all’interno di questa postura che si inserisce anche la scelta del ministro della Sanità Robert Kennedy di invertire bruscamente la rotta alimentare del paese più obeso al mondo – con il 35% della popolazione ben oltre i limiti patologici – proponendo una piramide alimentare rovesciata rispetto al modello mediterraneo, basata su latte intero, formaggi stagionati e soprattutto bistecche. Un modo, forse, per guadagnarsi le simpatie della lobby della carne.

L’articolo Isolazionismo e militarizzazione, tra Groenlandia e Venezuela: come la politica di Trump sta rimodellando il potere globale è tratto da Forbes Italia.

Elon Musk torna a valutare l’acquisto di Ryanair: “Quanto costerebbe?”

20 Gennaio 2026 ore 10:52

Elon Musk ha pubblicamente chiesto informazioni sull’acquisto della compagnia aerea low-cost irlandese Ryanair in una serie di post su X, affermando che potrebbe prendere in considerazione l’acquisto della società.

Fatti principali

  • Musk ha risposto a un post su X di Ryanair che sembrava opporsi all’aggiunta del Wi-Fi sugli aerei, chiedendo alla compagnia aerea: “Quanto costerebbe comprarti?” e aggiungendo: “Voglio davvero mettere un Ryan a capo di Ryan Air. È il tuo destino”.
  • Pochi istanti dopo, ha fissato in evidenza un sondaggio sul suo profilo X chiedendo agli utenti se dovesse acquistare la società.
  • Poco prima delle 15:30 EST, il sondaggio aveva poco più di 300.000 voti, con il 79% degli utenti che rispondeva in modo affermativo.
  • Musk vende servizi Wi-Fi a bordo attraverso i satelliti Starlink di SpaceX.
  • Ryanair Holdings plc è una società quotata in borsa, il che significa che Musk dovrebbe avviare una scalata ostile o fare un’offerta di acquisizione agli azionisti per ottenerne il controllo.

Punto critico

“Non presterei alcuna attenzione a Elon Musk, è un idiota”, ha detto l’amministratore delegato di Ryanair Michael O’Leary in un podcast alla fine della scorsa settimana, scatenando l’ira di Musk. “È molto ricco, ma è comunque un idiota”.

Numeri importanti

200–250 milioni di dollari all’anno: questo è il costo annuale dell’installazione di un’antenna aerea necessaria per accedere ai satelliti Starlink sulla parte superiore di un aereo, secondo O’Leary, che ha descritto i servizi di Musk come inaccessibili.

Contesto

In un estratto di un podcast pubblicato giovedì, O’Leary ha respinto l’idea di installare il servizio internet satellitare Starlink di SpaceX sugli aerei Ryanair, dicendo che Elon Musk non sa “nulla” di voli e resistenza aerodinamica. Il giorno dopo, Musk ha risposto pubblicamente all’estratto definendo O’Leary “un idiota totale”, aggiungendo: “Licenziatelo.” Questo ha spinto un utente a suggerire che comprasse Ryanair e licenziasse O’Leary, suscitando l’interesse di Musk, che ha risposto con “Buona idea”.

Venerdì X ha subìto un’interruzione dell’intero sito e l’account di Ryanair, noto per i suoi post arguti, ha preso in giro Musk, chiedendo: “Forse ti serve il Wi-Fi?”. È stato allora che Musk ha reagito suggerendo che potrebbe provare a comprare Ryanair e mettere una persona di nome Ryan a capo, ottenendo 9,5 milioni di impression entro il pomeriggio di lunedì.

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Addio a Valentino Garavani, maestro dell’alta moda e simbolo del lusso italiano nel mondo

20 Gennaio 2026 ore 09:24

Lo stilista italiano Valentino Garavani, fondatore del marchio di moda Valentino nel 1960, è morto all’età di 93 anni, secondo una dichiarazione della sua fondazione pubblicata lunedì su Instagram.

Fatti salienti

  • Il comunicato afferma che Garavani “è deceduto oggi nella sua residenza romana, circondato dai suoi cari”.
  • Il funerale si terrà venerdì nella Basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma, secondo quanto riportato nel comunicato.
  • Garavani sarà esposto mercoledì e giovedì al PM23, uno spazio culturale ed espositivo a Roma creato dalla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, secondo quanto riferito dalla sua fondazione.
  • Giorgia Meloni ha reso omaggio alla scomparsa icona della moda, definendolo “maestro indiscusso di stile ed eleganza e simbolo eterno dell’alta moda italiana” lunedì pomeriggio su X.
  • “Non mi affascina molto vedere tante persone vestite di nero per strada”, ha dichiarato Garavani, noto per la sua caratteristica tonalità di rosso scarlatto.

Curiosità

La casa di moda di Garavani è stata a lungo coinvolta in una battaglia legale e reputazionale con Mario Valentino, un marchio di moda con sede a Napoli fondato dal designer di articoli in pelle Mario Valentino (che non ha alcun legame di parentela con Garavani) negli anni ’50.

Mentre Garavani costruiva un impero dell’alta moda con sede a Roma e Parigi, Mario Valentino si specializzava in calzature e accessori, in particolare nel mercato statunitense. Ne seguirono decenni di controversie sul marchio, poiché i consumatori confondevano spesso i due marchi. Alla fine i tribunali hanno permesso la coesistenza di entrambi, consolidando una delle rivalità più durature nel mondo della moda.

Contesto

Garavani è nato nel 1932 a Voghera, una città del nord Italia, e ha affinato la sua arte nelle case di alta moda di Parigi prima di fondare la sua casa di moda a Roma nel 1960. Ben presto è diventato sinonimo di una particolare tonalità di rosso scarlatto, poi soprannominata “rosso Valentino”, che è diventata il suo marchio di fabbrica.

Un anno dopo ha incontrato Giancarlo Giammetti, allora giovane studente di architettura, che sarebbe diventato sia suo socio in affari che, per più di un decennio, suo compagno sentimentale.

Insieme hanno trasformato Valentino SpA in uno dei marchi di moda di lusso più influenti al mondo. Nel corso dei decenni, Valentino ha vestito una lunga lista di it-girl e celebrità di Hollywood, tra cui Elizabeth Taylor, Audrey Hepburn, Jacqueline Kennedy e, più recentemente, star come Zendaya e Bella Hadid.

 

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