Death toll from Guatemala gang attacks rises to nine police officers
GUATEMALA CITY, Jan 19 (Reuters) - The death toll from coordinated gang attacks in Guatemala has risen to nine police officers, an official confirmed on Monday, following… Leggi
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By Bhargav AcharyaJan 19 (Reuters) - Three U.S. Catholic archbishops on Monday decried the direction of American foreign policy, saying the country’s “moral role in confr… Leggi





In Spagna la generazione Z è più attenta alla salute e sta riducendo il consumo di alcol. Una tendenza che si può osservare anche in altri paesi del continente. Il video. Leggi
SOFIA, Jan 19 (Reuters) - Bulgaria’s President Rumen Radev will resign, he said in a speech on Monday, stoking widespread speculation that he will form his own political … Leggi
BRUSSELS, Jan 19 (Reuters) - Denmark and Greenland have discussed the possibility of having a NATO mission in Greenland and the Arctic, Danish Defence Minister Troels Lun… Leggi
By David LjunggrenOTTAWA, Jan 19 (Reuters) - Canada is considering whether to send a small contingent of troops to Greenland to take part in NATO military exercises, a so… Leggi
ROME, Jan 19 (Reuters) - Italian fashion designer Valentino Garavani has died at the age of 93, newspaper la Repubblica and other Italian media said on Monday. (Writing … Leggi
WARSAW, Jan 19 (Reuters) - Polish President Karol Nawrocki has been invited to join the Gaza Board of Peace by U.S. President Donald Trump, the Polish president’s foreign… Leggi
JERUSALEM, Jan 19 (Reuters) - Israel has received an invitation from the United States to join President Donald Trump’s “Board of Peace” initiative aimed at resolving glo… Leggi



Gli stati candidati a un seggio permanente nel consiglio di pace creato e presieduto dal presidente statunitense Donald Trump dovranno pagare “più di un miliardo di dollari”, secondo la “carta” ottenuta il 19 gennaio dall’Afp. Leggi
By Andrew OsbornMOSCOW, Jan 19 (Reuters) - Russia is watching with glee as U.S. President Donald Trump’s drive to acquire Greenland widens splits with Europe even though… Leggi
KADUNA, Nigeria, Jan 19 (Reuters) - Armed bandits abducted dozens of worshippers from two churches in Nigeria’s Kaduna state, police said on Monday, while a senior church… Leggi



OSLO, Jan 19 (Reuters) - Here is the full text of the exchange between Norwegian Prime Minister Jonas Gahr Stoere and U.S. President Donald Trump regarding Greenland, tra… Leggi
ADAMUZ, Spain, Jan 19 (Reuters) - Experts probing the cause of Sunday’s derailment of a high-speed train in Spain, which killed at least 39 people, found a broken joint o… Leggi
By Ece Toksabay and Daren ButlerISTANBUL, Jan 19 (Reuters) - A deal under which Kurdish forces abandoned long-held territory in Syria to the Syrian government could pave … Leggi
BANGUI, Jan 19 (Reuters) - Central African Republic’s Constitutional Court on Monday validated President Faustin-Archange Touadera’s victory in a disputed December 28 pre… Leggi
By Nina Lopez and Michael Francis GoreMADRID, Jan 19 (Reuters) - A violent jolt, followed by screams, flying objects, blood and then darkness is how survivors of the trai… Leggi





Da Nostalgia di Eshkol Nevo ad Andarsene di Roxana Robinson. Le recensioni della stampa straniera. Leggi
Le elezioni presidenziali in Portogallo si decideranno con un inedito ballottaggio, l’8 febbraio, tra il candidato socialista António José Seguro e il leader dell’estrema destra André Ventura. Leggi
Jan 19 (Reuters) - At least 39 people died in southern Spain after a high-speed train derailed and collided with an oncoming one on Sunday night near Adamuz, in the provi… Leggi
By Timour Azhari and Maha El DahanMukalla, YEMEN, Jan 19 (Reuters) - The Saudi-backed Yemeni government accused the United Arab Emirates on Monday of running a secret pri… Leggi
By Bruna CabralRIO DE JANEIRO, Jan 19 (Reuters) - Michele Campos feels like crying every summer when temperatures in Rio de Janeiro climb above 40°C (100°F), heating up t… Leggi
Jan 19 (Reuters) - Congolese soldiers and combatants from a pro-government militia have re-entered the eastern town of Uvira, residents said on Monday, just over a month … Leggi





Jan 19 (Reuters) - The Kurdish-led Syrian Democratic Forces said on Monday that an “armed group” was attacking Shaddadi prison in Hasaka in Syria’s northeast where it sai… Leggi
MADRID, Jan 19 (Reuters) - Sunday’s train collision and derailment in southern Spain killed at least 39 people and left 122 injured, with officials highlighting the “trem… Leggi
JUBA, Jan 19 - South Sudan’s main opposition faction called on its forces on Monday to advance on the capital Juba after they captured a strategic town last week. It was … Leggi
KABUL, Jan 19 (Reuters) - Several people were killed in a blast in Afghan capital Kabul’s Shahr-e-Naw area, the Taliban interior ministry said on Monday. “According to pr… Leggi







Fosse una partita di calcio il 2025 avrebbe visto prevalere Pechino su Washington per 5 a 2. Sono i rispettivi punti di crescita di Pil delle due superpotenze globali, con il Financial Times che ha reso noti oggi i dati definitivi cinesi. Ecco perché l’amministrazione Trump continua a sgomitare commercialmente con dazi a mazzi e iniziative geopolitiche sui generis come quelle in atto in Venezuela e Groenlandia.
Articolo pubblicato su The Watcher Post.
Cina in netto vantaggio negli scambi commerciali
Per il commercio internazionale cinese il 2025 è stato l’anno del record storico del surplus (export meno import): 1,2 trilioni di $. Il risultato fatto segnare dagli USA è di segno opposto. Il saldo commerciale 2025 è risultato negativo per 1,1 trilioni di $. Questi numeri a specchio ci aiutano a capire meglio cosa stia muovendo le scelte americane di politiche internazionale. E il dato relativo al solo export ce ne dà ulteriore conferma: Pechino ha visto crescere le sue esportazioni 2025 del 6,1%, portandole a quota 3,77 trilioni di $, mentre gli Stati Uniti si sono fermati a quota 2,1 trilioni di $.
Cosa comporta l’andamento della partita
La politica cinese di raffreddare le importazioni continua: lo scorso anno sono cresciute di appena lo 0,5%. I dati ufficiali delle Dogane cinesi mostrano come il saldo commerciale positivo sia quasi raddoppiato dal 2021 al 2025, passando da 676 miliardi di $ a 1190 miliardi di $. Il balzo è frutto della diversificazione geografica delle vendite cinesi all’estero, non più focalizzate sul mercato americano, ma dirottate verso l’Unione europea, l’ASEAN, l’Africa e l’America Latina. Se si prende in considerazione la sola relazione commerciale diretta tra Cina e USA, Pechino esporta negli USA beni per 430 miliardi di $, mentre Washington appena 150 miliardi di $ (che in termini calcistici sarebbe un 3-1). Lato saldo commerciale diretto nel confronto diretto gli USA perdono 280 miliardi di $. Oggi per il commercio cinese gli USA valgono appena l’8,8% del totale. Inforcando gli occhiali di Washington il deficit commerciale con la Cina è in rapido raffreddamento, ma resta significativo. A dicembre 2025 le importazioni USA dal Dragone sono calate di circa il 30%. Parte di questa riduzione (oltre un terzo) è però solo apparente, frutto di triangolazioni via Vietnam, Messico e Sud-Est asiatico. il deficit complessivo USA resta alto perché le importazioni si sono semplicemente spostate dalla Cina verso altri Paesi, e non perché ne sia diminuito il consumo. Ciò significa che i dazi USA hanno ridotto il peso diretto della Cina, ma non il deficit complessivo. E soprattutto che la dipendenza reciproca Washington-Pechino sia in netto calo. A discapito della necessità di dialogo e collaborazione.
Chi ha avuto un familiare in una RSA conosce bene la scena: porte chiuse, spazi asettici, sedie davanti a televisori sempre accesi o… spenti. Un’organizzazione pensata prima per la gestione del rischio e dei costi, poi per la vita quotidiana delle persone. Anche dove il personale è motivato e competente, la struttura fisica e il modello organizzativo producono una forma di sospensione dell’esistenza, dove la vecchiaia è una parentesi da isolare.
Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, questo modello ha mostrato tutti i suoi limiti. Ed è qui che entrano in gioco i modelli alternativi, a partire dai cosiddetti villaggi Alzheimer.
Il riferimento storico è Hogeweyk, nei Paesi Bassi. Un quartiere vero, con strade, piazze, negozi, giardini, ristorante e teatro. Un perimetro protetto, sì, ma senza la sensazione di reclusione delle RSA. Le persone si muovono liberamente, fanno la spesa, passeggiano, incontrano altri residenti. L’assistenza è presente ma non dominante. Dopo oltre dieci anni di attività, i dati mostrano una riduzione dell’uso di psicofarmaci, livelli di agitazione più bassi e una migliore qualità della vita percepita.
In Francia, il modello è stato reinterpretato con il Village Landais Alzheimer, a Dax. Un progetto pubblico, finanziato in larga parte dalle istituzioni locali, che ha fatto della sperimentazione dichiarata il suo punto di forza. Qui l’architettura è pensata per essere facile da capire e da vivere: gli spazi sono continui, senza vicoli ciechi, con percorsi circolari che aiutano a orientarsi. I colori sono uniformi per ridurre la confusione e non ci sono cartelli di divieto, che aumenterebbero ansia e inquietudine. I risultati, confermati anche da studi indipendenti, parlano di minore depressione, meno disturbi comportamentali e un carico assistenziale più sostenibile per gli operatori.
In Germania, da oltre dieci anni, esistono i cosiddetti Demenzdörfer, villaggi o quartieri dedicati a persone con demenza inseriti spesso in contesti semiurbani. Case di piccola scala, spazi verdi continui, assenza di barriere visive, percorsi circolari e forte integrazione con servizi di prossimità. L’attenzione è rivolta soprattutto alla quotidianità. Fare una passeggiata, sedersi in un bar, partecipare a un’attività senza la sensazione di essere osservati o sorvegliati. Anche qui emerge lo stesso dato, meno agitazione, meno contenimento farmacologico, maggiore continuità tra la vita precedente e quella dentro la struttura.
Fuori dall’Europa, anche la Cina ha iniziato a sperimentare modelli alternativi. A Xi’an è stato inaugurato uno dei primi villaggi dedicati alla demenza, in un Paese che si prepara a un rapido invecchiamento della popolazione dopo decenni di crescita demografica controllata. Il progetto combina spazi verdi, servizi sanitari integrati e attività quotidiane, con un forte accento sulla comunità. In un contesto culturale molto diverso da quello europeo, l’idea di fondo resta la stessa. Ridurre l’istituzionalizzazione, mantenere una parvenza di vita ordinaria, sostenere le famiglie oltre che i pazienti.
E in Italia? Non è ferma ma purtroppo si muove con molta lentezza e in modo frammentario. Il caso più noto è Il Paese Ritrovato, a Monza, promosso dalla Cooperativa La Meridiana. Un villaggio urbano dedicato a persone con Alzheimer, con appartamenti, negozi, spazi comuni, un luogo in cui le persone con demenza sono libere di scegliere cosa fare del proprio tempo e ritrovano una dimensione di socialità che restituisce valore alla loro vita. I primi risultati mostrano un miglioramento del benessere complessivo e una riduzione della conflittualità legata al disorientamento.
Esistono poi esperienze più piccole, spesso sperimentali. Cohousing per anziani (ne abbiamo parlato qui), nuclei Alzheimer all’interno di strutture più grandi, residenze leggere integrate nel tessuto urbano. Progetti interessanti, ma ancora marginali rispetto al sistema complessivo delle RSA. Il problema principale resta la scala. Queste esperienze richiedono investimenti iniziali elevati, personale formato in modo specifico, un cambio di paradigma gestionale isomma.
I villaggi e le architetture orientate alla dignità mostrano che un ambiente pensato bene può ridurre il carico clinico, migliorare il lavoro degli operatori e restituire senso alle giornate delle persone.
Un altro elemento chiave è la visibilità. Molte strutture tradizionali nascondono la vecchiaia, come se fosse qualcosa da tenere lontano dallo sguardo pubblico. I progetti più avanzati fanno il contrario: affacciano sulla strada, “dialogano” con il quartiere, invitano la comunità a entrare.
Tutti questi esempi, anche se molto diversi tra loro per dimensioni, risorse e contesto culturale, seguono gli stessi principi di base: la persona resta al centro; la vita quotidiana mantiene una continuità con il passato; le cure mediche intervengono solo quando servono davvero; gli spazi sono chiari e rassicuranti; la libertà è accompagnata e protetta, senza chiusure preventive. Il contatto con l’esterno viene favorito, invece dell’isolamento.
Il confronto con l’Italia fa emergere subito il divario. Le RSA restano il cardine quasi unico dell’assistenza agli anziani fragili. Le alternative, ci sono, poche e spesso sperimentali, affidate a cooperative coraggiose o a amministrazioni illuminate. Quello che manca è una visione, conta riconoscere che il luogo in cui si vive l’ultima parte della vita incide sulla salute, sui costi, sul lavoro di chi assiste.
Dobbiamo pensare in modo diverso, dobbiamo smettere di pensare alla vecchiaia come un problema, nascondendola…e iniziare a progettare il futuro che prima o poi riguarda tutti noi.
Isaac J.P. Barrow – Professore sociologo specializzato in dinamiche sociali globali. Tutta la sua carriera si è concentrata su globalizzazione e tecnologie digitali. Ha svolto ricerche in vari paesi ed è autore di studi su identità culturali e disuguaglianze. Ha collaborato con organizzazioni internazionali ed è considerato un esperto di politiche sociali ed inclusione.
L'articolo I villaggi Alzheimer: un’alternativa possibile alle RSA proviene da Il Blog di Beppe Grillo.
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Jan 19 (Reuters) - Russia launched a barrage of drone strikes on Ukraine’s energy infrastructure overnight on Monday, cutting off power in five regions across the country… Leggi



La crescente rilevanza strategica dell’Artico ha riportato la Groenlandia al centro della pianificazione di sicurezza statunitense. Tuttavia, quando uno stato membro della NATO esercita pressioni politiche o strategiche per ottenere il controllo di un territorio appartenente a un altro alleato, la questione trascende la dimensione geopolitica e assume una valenza sistemica. Il caso groenlandese evidenzia così un cortocircuito politico e giuridico all’interno dell’Alleanza Atlantica, sollevando interrogativi sulla tenuta dei suoi principi fondanti e sulla credibilità della sicurezza collettiva.
Groenlandia e Artico: il nuovo interesse strategico vitale.
Per gran parte del Novecento, l’Artico ha occupato una posizione marginale nel sistema internazionale: uno spazio periferico, ostile e scarsamente popolato, rilevante soprattutto come zona di cuscinetto strategico durante la Guerra Fredda. Oggi, questa rappresentazione appare superata. Il progressivo scioglimento dei ghiacci, l’apertura di nuove rotte marittime polari, la competizione per le risorse critiche e la crescente militarizzazione del Grande Nord hanno trasformato l’Artico in uno dei principali teatri della competizione sistemica tra grandi potenze, inserendolo stabilmente nel cuore delle dinamiche di sicurezza globale.
In questo contesto, la Groenlandia ha assunto una centralità strategica senza precedenti. La sua posizione geografica – ponte naturale tra Nord America ed Europa – la colloca lungo le principali traiettorie dei missili balistici intercontinentali e delle nuove rotte aeree e marittime artiche, rendendola un nodo cruciale per la difesa avanzata del Nord Atlantico. Non a caso, già durante la Guerra Fredda Washington aveva investito sull’isola come avamposto della propria architettura difensiva; un ruolo che oggi si rafforza ulteriormente con la presenza della Pituffik Space Base, infrastruttura chiave per il sistema di allerta missilistica, il controllo spaziale e l’integrazione della difesa nordamericana.
La rinnovata importanza della Groenlandia si inserisce in una più ampia ridefinizione delle priorità strategiche statunitensi, che ha progressivamente incorporato l’Artico nella sfera degli interessi vitali di sicurezza nazionale. Già nel National Security Strategy and Review 2022 Implementation Report, la regione viene trattata non più come dominio periferico, ma come uno spazio critico da proteggere e controllare, all’interno di una visione estesa di difesa emisferica che connette Atlantico, Artico e Pacifico in un unico continuum strategico. Nel novembre 2025, la nuova National Security Strategy elaborata dall’amministrazione Trump ha ribadito la centralità dell’Artico nella politica di sicurezza statunitense. In questa prospettiva, deterrenza nucleare, superiorità tecnologica e controllo degli spazi globali convergono nel Grande Nord, attribuendo alla Groenlandia una funzione strutturale nella protezione del potere statunitense.
Questo orientamento dottrinale riflette le profonde trasformazioni del contesto strategico artico. La Russia ha investito in modo sistematico nella militarizzazione dell’Artico, riattivando infrastrutture ereditate dall’era sovietica, dispiegando sistemi missilistici avanzati e rafforzando la Flotta del Nord, con l’obiettivo di trasformare la regione in una piattaforma di protezione militare verso l’Atlantico settentrionale e di controllo delle rotte marittime lungo il Northern Sea Route. Parallelamente, la Cina, pur non essendo uno stato artico, ha ampliato costantemente la propria presenza economica, scientifica e infrastrutturale, consolidando interessi strategici attraverso programmi di ricerca, investimenti portuali e partecipazioni a progetti logistici e tecnologici nel quadro del cosiddetto Polar Silk Road.
In questo scenario, la Groenlandia emerge come un asset critico multidimensionale, non solo sul piano militare, ma anche economico e tecnologico. Il sottosuolo dell’isola ospita un potenziale significativo di terre rare e materie prime critiche, fondamentali per la transizione energetica, l’industria della difesa e le tecnologie avanzate. La crescente attenzione di Stati Uniti ed Europa verso queste risorse riflette una consapevolezza ormai diffusa: il controllo delle catene di approvvigionamento è ormai parte integrante della sicurezza nazionale e della competizione geopolitica. Tuttavia, a questa crescente centralità strategica si accompagna una fragilità strutturale evidente. La Groenlandia presenta una popolazione estremamente ridotta, capacità militari limitate e una dipendenza strutturale dal Regno di Danimarca, pur godendo di un’ampia autonomia interna. Questo squilibrio alimenta le preoccupazioni di Washington sulla reale capacità europea di garantire la sicurezza dell’isola in un contesto segnato dall’intensificarsi della competizione strategica nell’Artico, dalla postura più assertiva della Russia e dalla progressiva penetrazione cinese nella regione. Non a caso, nel dibattito strategico statunitense la Groenlandia viene sempre più descritta come un possibile “ventre molle” della sicurezza euro-atlantica nel quadrante settentrionale. È proprio all’interno di questa tensione – tra valore strategico crescente e vulnerabilità strutturale – che maturano le posizioni più assertive emerse nel dibattito politico statunitense. Le dichiarazioni e le iniziative dell’amministrazione Trump sulla Groenlandia non rappresentano un’uscita estemporanea, ma si inseriscono in una traiettoria storica e strategica più ampia, che affonda le proprie radici nei precedenti tentativi statunitensi di acquisizione dell’isola e nella percezione della Groenlandia come asset chiave per la difesa del Nord America.
La Groenlandia diventa così un punto di convergenza di interessi geopolitici, militari ed economici che travalicano la dimensione bilaterale tra Washington e Copenaghen. È questa centralità, unita alla collocazione dell’isola all’interno dell’Alleanza Atlantica, a trasformare la questione groenlandese in qualcosa di più di una disputa diplomatica: un fattore di stress strategico capace di mettere alla prova la coesione, la credibilità e la capacità di deterrenza della NATO nel Grande Nord.
Sovranità, autonomia e influenza: la frattura politica tra alleati.
La crisi groenlandese affonda le proprie radici in un quadro giuridico peculiare, che combina ampia autonomia interna e sovranità statale incompleta. Il rapporto tra Groenlandia e Regno di Danimarca è regolato dall’Act on Greenland Self-Government del 2009, che riconosce all’isola competenze estese in ambito politico, economico e amministrativo, mantenendo tuttavia a Copenaghen il controllo su difesa, politica estera e sicurezza. All’interno di questo assetto, viene sancito un principio di rilievo strategico: il diritto del popolo groenlandese all’autodeterminazione, incluso un potenziale percorso verso l’indipendenza. Tale possibilità, tuttavia, si scontra con limiti strutturali profondi. Il dibattito interno all’isola evidenzia come l’indipendenza rappresenti un obiettivo politicamente evocato ma materialmente complesso, condizionato dalla forte dipendenza economica dai trasferimenti danesi, da capacità amministrative limitate e da una vulnerabilità strategica accentuata dalla collocazione geografica della Groenlandia nel cuore della competizione artica. In questo equilibrio instabile tra autonomia e dipendenza si apre uno spazio di manovra per attori esterni, pronti a sfruttarne le ambiguità.
È su questo terreno che si innestano le pressioni statunitensi, progressivamente evolute da retorica politica a postura strategica esplicita. Le dichiarazioni provenienti dall’entourage di Trump, secondo cui l’uso della forza non potrebbe essere escluso, e la conferma che l’ipotesi di acquisizione dell’isola costituisca una “discussione attiva” alla Casa Bianca, hanno segnalato un salto qualitativo nella percezione europea della crisi, trasformando una controversia diplomatica in un problema di sicurezza collettiva.
Particolarmente destabilizzante è risultata l’emersione di ipotesi di accordi diretti tra Washington e Nuuk, aggirando il governo danese. Una dinamica che non solo mette in discussione la sovranità di uno stato membro, ma introduce un precedente problematico all’interno dell’Alleanza Atlantica: la possibilità che una grande potenza alleata eserciti pressioni politiche e negoziali su un territorio formalmente appartenente a un altro alleato. Questo approccio si inserisce in una più ampia tendenza di disimpegno selettivo americano dalla sicurezza europea, in cui il rapporto transatlantico viene sempre più subordinato a logiche di interesse nazionale immediato. In questo quadro, le affermazioni secondo cui gli Stati Uniti potrebbero essere chiamati a scegliere tra la Groenlandia e la NATO hanno contribuito ad alimentare una percezione di frattura senza precedenti.
Accanto alla pressione politica e diplomatica, la crisi groenlandese è stata accompagnata dall’emersione di dinamiche riconducibili a operazioni di influenza. In Danimarca, inchieste giornalistiche hanno segnalato tentativi di infiltrazione politica legati a figure vicino all’amministrazione Trump, mentre in altre ricostruzioni delineano l’esistenza di una strategia più ampia volta a indirizzare il dibattito pubblico groenlandese sull’indipendenza e sul rapporto con Washington. Pur collocate in una zona grigia tra diplomazia informale e pressione politica, tali iniziative hanno contribuito ad accrescere il livello di sfiducia tra alleati, alimentando il sospetto di un utilizzo strumentale delle fragilità istituzionali e identitarie dell’isola.
La reazione europea è stata rapida e relativamente compatta. L’Unione Europea ha ribadito con fermezza il principio del rispetto dell’integrità territoriale della Danimarca, sottolineando come la questione groenlandese non possa essere affrontata al di fuori dei quadri giuridici e politici condivisi. Parallelamente, diversi stati membri hanno espresso un sostegno politico esplicito a Copenaghen, sottoscrivendo una dichiarazione congiunta sulla Groenlandia in cui si riafferma la necessità di gestire le sfide di sicurezza nell’Artico all’interno del perimetro della cooperazione euro-atlantica, nel rispetto della sovranità e dell’unità politica degli alleati. In questo clima, la questione groenlandese ha cessato di essere un dossier bilaterale, trasformandosi in una frattura politica intra-alleanza.
La Groenlandia diventa così il simbolo di una tensione più profonda. Quando un alleato utilizza strumenti di pressione politica, diplomatica e potenzialmente coercitiva contro un altro alleato, il principio di fiducia reciproca – fondamento implicito della NATO – viene messo in discussione. È in questo spazio di ambiguità, tra sovranità formale, autonomia incompiuta e influenza esterna, che prende forma il paradosso destinato a esplodere nella dimensione militare e giuridica dell’Alleanza.
Il paradosso dell’Articolo 5: quando il garante diventa il predatore.
La frattura politica emersa attorno alla Groenlandia produce effetti che travalicano la dimensione diplomatica e investono direttamente la struttura giuridica e strategica dell’Alleanza Atlantica. Nel momento in cui la pressione esercitata da uno stato membro assume caratteri coercitivi nei confronti di un altro alleato, la crisi si sposta dal piano della fiducia politica a quello della funzionalità del sistema di sicurezza collettiva. È in questo passaggio che la questione groenlandese si configura come uno stress test esistenziale per la NATO, mettendone in discussione i presupposti fondativi.
L’Articolo 5 del Trattato Atlantico è stato concepito per fronteggiare minacce esterne in un contesto bipolare, fondandosi su un presupposto implicito ma essenziale: l’assenza di conflittualità strategica all’interno dell’Alleanza. Tale architettura mostra tuttavia limiti strutturali nel momento in cui il potere egemone dell’organizzazione esercita una pressione diretta o indiretta su un territorio appartenente a un altro stato membro. In uno spazio come l’Artico, dove deterrenza, sovranità e proiezione militare si sovrappongono in modo sempre più instabile, la Groenlandia emerge come un punto di frizione strutturale capace di evolversi in un potenziale proprio punto di rottura dell’equilibrio intra-alleanza.
L’escalation retorica degli ultimi mesi ha contribuito a rendere questo scenario meno astratto. L’idea che un’azione militare in Groenlandia rappresenterebbe la fine stessa della NATO, unita alla riaffermazione che l’uso della forza resti un’opzione praticabile, ha incrinato il principio di prevedibilità strategica su cui si fonda la deterrenza collettiva. Parallelamente, è stato ribadito che la Groenlandia appartiene al suo popolo e che qualsiasi soluzione imposta dall’esterno sarebbe priva di legittimità politica e giuridica, posizione confermata anche dalle autorità di Nuuk, che hanno escluso l’ipotesi di entrare negli Stati Uniti o nell’Unione Europea.
Se si ipotizza uno scenario di coercizione o intervento diretto, il cortocircuito dell’Articolo 5 diventa evidente. In termini formali, un attacco alla Groenlandia equivarrebbe a un attacco alla Danimarca, attivando il meccanismo di difesa collettiva. Tuttavia, quando l’attore responsabile coincide con il principale fornitore di deterrenza nucleare, capacità militari e leadership dell’Alleanza, il dispositivo perde ogni operatività concreta. L’Articolo 5 cesserebbe di funzionare come garanzia di sicurezza e si trasformerebbe in una contraddizione sistemica, incapace di produrre una risposta coerente senza dissolvere l’Alleanza stessa. Anche qualora le minacce rientrassero in una logica negoziale, il danno alla credibilità della NATO risulterebbe comunque profondo. Un’alleanza in cui uno stato membro teme il garante della sicurezza collettiva non può più essere definita una comunità di sicurezza, ma assume i tratti di un sistema gerarchico fondato sui rapporti di forza asimmetrici. In questo senso, la Groenlandia non rappresenta un’eccezione contingente, bensì un precedente potenzialmente destabilizzante per l’intera architettura euro-atlantica.
Le implicazioni strategiche di una simile crisi sarebbero immediate e profonde. Una NATO delegittimata o paralizzata offrirebbe vantaggi indiretti a Russia e Cina, riducendo la capacità dell’Alleanza di esercitare deterrenza credibile nei teatri chiave. Mosca, che ha rafforzato in modo sistematico la sua postura militare nel Grande Nord, potrebbe sfruttare la perdita di coesione euro-atlantica per ampliare i propri margini di manovra nell’Artico e lungo il fianco orientale europeo, consolidando una strategia di pressione multilivello. Parallelamente, Pechino troverebbe un contesto favorevole per accelerare la propria penetrazione economica, scientifica e infrastrutturale lungo le rotte polari emergenti e nei settori strategici legati alle risorse critiche, incluse le terre rare groenlandesi, sempre più centrali nelle catene del valore globali e nella competizione tecnologica tra grandi potenze.
La crisi groenlandese apre così una riflessione di carattere sistemico sull’ordine internazionale. Se una grande potenza potesse ottenere un territorio strategico attraverso la coercizione, invocando esigenze di sicurezza nazionali o di difesa avanzata, quale precedente verrebbe creato? La Russia non potrebbe forse rivendicare una legittimazione analoga per proseguire la guerra in Ucraina e consolidare il controllo sulle regioni del Donbass, reinterpretando il concetto di sicurezza regionale in chiave espansiva? E la Cina non potrebbe richiamarsi a una propria lettura della sicurezza emisferica per giustificare un’azione su Taiwan, presentandola come misura preventiva e difensiva?
In questo scenario, il diritto internazionale rischierebbe di perdere la propria funzione regolativa, riducendosi a un insieme di norme applicabili in modo selettivo e subordinate ai rapporti di forza. È qui che emerge con maggiore chiarezza la responsabilità strategica dell’Europa. Opporsi a qualsiasi soluzione coercitiva sulla Groenlandia non significa soltanto difendere la sovranità danese o preservare la NATO, ma evitare la creazione di un precedente capace di innescare una crisi sistemica dell’ordine internazionale basato sulle regole, già messo sotto pressione dal ritorno della geopolitica delle sfere di influenza.
La Groenlandia, da periferia artica, diventa così il luogo simbolico in cui si misura la tenuta dell’Alleanza Atlantica e, più in generale, la credibilità dell’Occidente come attore normativo e garante di stabilità. In un contesto segnato dal nuovo grande risiko dell’Artico e dalla crescente competizione sulle risorse strategiche e sulle rotte polari, se il garante della sicurezza collettiva dovesse trasformarsi in un predatore, il contratto strategico che ha sostenuto l’ordine euro-atlantico dal secondo dopoguerra rischierebbe non solo di incrinarsi, ma di dissolversi definitivamente.
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LONDON, Jan 19 (Reuters) - Prince Harry arrived at the High Court in London on Monday where a trial is due to begin on his privacy lawsuit against the publisher of the Da… Leggi
MOSCOW, Jan 19 (Reuters) - Russian President Vladimir Putin’s special envoy Kirill Dmitriev will travel to the Swiss resort of Davos this week and hold meetings with memb… Leggi
Jan 19 (Reuters) - National security advisers from a number of countries are due to meet on the sidelines of the World Economic Forum in Davos on Monday, with Greenland a… Leggi
By John IrishPARIS/OSLO, Jan 19 (Reuters) - U.S. President Donald Trump has told Norway’s prime minister in a letter that he no longer feels obligated “to think purely of… Leggi
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MADRID, Jan 19 (Reuters) - The death toll from Sunday’s collision between a derailing high-speed train and a second oncoming train in southern Spain has risen to 39, with… Leggi
MOSCOW, Jan 19 (Reuters) - Kazakh President Kassym-Jomart Tokayev has been invited to join the Gaza “Board of Peace” proposed by U.S. President Donald Trump and Tokayev h… Leggi
Jan 19 (Reuters) - Australia’s Perseus Mining said on Monday that a second employee of a contractor firm passed away in a hospital, days after an accident near the gold p… Leggi








MANILA, Jan 19 (Reuters) - A lawyer filed an impeachment complaint against Philippine President Ferdinand Marcos Jr on Monday, accusing him of betraying public trust by a… Leggi

I titoli di oggi:
Pil cinese: centrato l'obiettivo del 5,5%, ma l'economia rallenta
Drone cinese attraversa per la prima volta lo spazio aereo taiwanese
NYT: la Cina ha creato una barriera formata da centinaia di pescherecci nel mar Cinese orientale
Cina: è morto Nie Weiping, storico campione di Go
La Cina continua a puntare anche sul carbone
Cambogia, repressione sui “centri delle truffe”. Si sospetta collusione con le autorità
Vietnam, inizia la costruzione del primo impianto di produzione di microchip
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Jan 18 (Reuters) - U.S. President Donald Trump said on Sunday that Denmark has not been able to do anything to get the “Russian threat” away from Greenland, and said, “No… Leggi






By Lucy CraymerWELLINGTON, Jan 19 (Reuters) - New Zealand and the Pacific nation of Kiribati signed a new partnership agreement on Monday, signalling a warming of ties th… Leggi
By Alasdair PalSYDNEY, Jan 19 (Reuters) - An Australian boy was in critical condition after being bitten by a shark in Sydney, authorities said on Monday, after heavy rai… Leggi













SYDNEY, Jan 19 (Reuters) - Australia’s parliament returned early on Monday with speeches and a moment of silence for those killed in the Bondi Beach mass shooting, as vic… Leggi






Jan 19 (Reuters) - Billionaire wealth surged at three times its recent pace last year to reach its highest level on record, deepening economic and political divides that … Leggi





HANOI, Jan 19 (Reuters) - Hundreds of delegates from Vietnam’s ruling Communist Party will gather Monday under tight security for a congress that will select the single-p… Leggi
Jan 18 (Reuters) - Ukraine’s top military commander said Russia is showing no signs of interest in talks leading to a peace deal and, instead, is boosting arms production… Leggi

LONDON, Jan 18 (Reuters) - Britain’s populist Reform UK party won another defector from the country’s once dominant Conservative Party on Sunday, attracting lawmaker Andr… Leggi




Jan 18 (Reuters) - Ukraine’s top negotiator Rustem Umerov said on Sunday that talks with U.S. officials on a resolution of the nearly four-year-old war with Russia would … Leggi

















By Nicholas P. BrownNEW YORK, Jan 18 (Reuters) - European “weakness” necessitates U.S. control of Greenland for global stability, U.S. Treasury Secretary Scott Bessent sa… Leggi
BERLIN, Jan 18 (Reuters) - Syria’s President Ahmed al-Sharaa has cancelled his visit to Berlin on Monday and Tuesday, a German government spokesperson told Reuters.Al-Sha… Leggi
NEW DELHI, Jan 18 (Reuters) - India has received an invitation from U.S. President Donald Trump to join his “Board of Peace” initiative that is aimed at resolving global … Leggi




CAIRO, Jan 18 (Reuters) - The Syrian government and the U.S.-backed Syrian Democratic Forces (SDF) have agreed on an immediate ceasefire on all fronts, Syrian state media… Leggi


By Alexander VillegasSANTIAGO, Jan 18 (Reuters) - Chilean President Gabriel Boric announced a state of catastrophe in two regions in the south of the country early on Sun… Leggi
By John Irish and Andreas RinkeJan 18 (Reuters) - Governments reacted cautiously on Sunday to U.S. President Donald Trump’s invitation to join his “Board of Peace” initia… Leggi



By Mahmoud Hasano and Khalil AshawiTABQA, Jan 18 (Reuters) - Syrian government troops are pushing towards Raqqa and Hasakah in the northeast of the country, the last stro… Leggi
By Feras DalateyDAMASCUS, Jan 18 (Reuters) - The U.S. should intervene more forcefully to end a Syrian offensive that has gained key territory from Kurdish fighters in re… Leggi
DUBLIN, Jan 18 (Reuters) - The European Union will retaliate if U.S. tariff threats against European allies over Greenland materialise, but it is premature to consider us… Leggi




KAMPALA, Jan 18 (Reuters) - Ugandan authorities partially restored internet services late on Saturday after 81-year-old President Yoweri Museveni won a seventh term to ex… Leggi
BEIJING, Jan 18 (Reuters) - An explosion at a steel plate factory in north China’s Inner Mongolia region killed two people and left five missing, according to local emerg… Leggi
Jan 18 (Reuters) - Pakistan’s Prime Minister Shehbaz Sharif has received U.S. President Donald Trump’s invitation to join the Board of Peace for Gaza, a spokesperson for … Leggi



By Philip BlenkinsopBRUSSELS, Jan 18 (Reuters) - The European Union faced calls on Sunday to implement a never-before-used range of economic counter-measures known as the… Leggi
SYDNEY, Jan 18 (Reuters) - The number of firearms in Australia reached an all-time high of more than 4 million in 2025, the centre-left government reported on Sunday, a d… Leggi






LONDON, Jan 18 (Reuters) - Scotland’s first minister, John Swinney, said on Sunday he would call for another independence referendum if his SNP won a majority in May’s Sc… Leggi
By Andrei KhalipLISBON, Jan 18 (Reuters) - Portuguese voters queued at polling stations on Sunday to elect a new president, with opinion surveys showing three candidates,… Leggi
Jan 18 (Reuters) - Syrian troops fighting U.S.-backed Kurdish-led forces seized the Omar oil field, the country’s largest, and the Conoco gas field in the eastern Deir Zo… Leggi



AMSTERDAM, Jan 18 (Reuters) - The Netherlands’ foreign minister on Sunday said that U.S. President Donald Trump’s threat to impose new tariffs on European allies until th… Leggi
Jan 18 (Reuters) - An Iranian official in the region said on Sunday the authorities had verified at least 5,000 people had been killed in protests in Iran, including abou… Leggi






KARACHI, Jan 18 (Reuters) - Firefighters in Pakistan’s largest city were fighting to extinguish a massive blaze on Sunday that has killed six people and reduced parts of … Leggi




KYIV, Jan 18 (Reuters) - Two people were killed and dozens wounded in a mass Russian drone attack on Ukraine overnight, President Volodymyr Zelenskiy said on Sunday.Writi… Leggi
MOSCOW, Jan 18 (Reuters) - More than 200,000 consumers in the Russian-held part of Ukraine’s Zaporizhzhia region were left without electricity on Sunday, the Moscow-insta… Leggi







MADRID, Jan 18 (Reuters) - Spanish Prime Minister Pedro Sanchez said a U.S. invasion of Greenland “would make Putin the happiest man on earth” in a newspaper interview pu… Leggi
Jan 18 (Reuters) - The U.S. Pentagon has ordered about 1,500 active-duty soldiers to prepare for a possible deployment to Minnesota, the Washington Post reported on Sunda… Leggi










JAKARTA, Jan 18 (Reuters) - Indonesian authorities said on Sunday they had located the wreckage of a fisheries surveillance plane that went missing in South Sulawesi prov… Leggi






















SYDNEY, Jan 18 (Reuters) - Australian authorities on Sunday said 20 people were rescued from floodwaters in the eastern state of New South Wales after torrential rains sp… Leggi



Come molti piantatori della Giamaica del XVIII secolo, Thomas Thistlewood si arricchì costringendo altri a lavorare per lui sotto la minaccia delle armi. A differenza della maggior parte dei proprietari di schiavi, teneva un registro dettagliato della propria crudeltà. I suoi diari, mai destinati alla pubblicazione, offrono preziose testimonianze sugli orrori quotidiani della schiavitù. In una prosa pragmatica, Thistlewood descrive la fustigazione degli schiavi e lo sfregamento di peperoncino sulle loro ferite; lo stupro di oltre cento donne; e la punizione di un fuggitivo, incatenato, cosparso di melassa ed esposto “nudo alle mosche per tutto il giorno”.
Clifton Crais, storico dell’Università di Emory, utilizza la terribile storia di Thistlewood — e molte altre simili — per sostenere un argomento sorprendente. A suo avviso, brutalità come quella di Thistlewood non furono solo una cicatrice del mondo moderno, ma un elemento essenziale della sua nascita. In The Killing Age afferma che “senza la violenza globalizzata, la Rivoluzione Industriale non sarebbe avvenuta”.
Crais costruisce il suo ragionamento su due idee da tempo popolari nella sinistra accademica. La prima è che l’Occidente sia responsabile della maggior parte dei mali del mondo. Come scrive lo stesso Crais, “uccidere è stato il contributo più profondo dell’Occidente alla storia mondiale”. La seconda è che il capitalismo sia intrinsecamente negativo. “Questo sistema economico è la causa della violenza”, afferma la piattaforma dei Democratic Socialists of America, un movimento politico che include tra i suoi membri Zohran Mamdani, il carismatico nuovo sindaco di New York.
È sempre allettante descrivere il passato in modi che riflettano il presente. Shakespeare accentuò la ripugnanza morale di Riccardo III perché non poteva permettersi di screditare la dinastia Tudor che aveva deposto il re gobbo. Gli imperialisti britannici lodarono l’Impero romano come modo indiretto di giustificare la propria missione “civilizzatrice”.
Quest’anno, mentre gli Stati Uniti celebrano i 250 anni dalla loro fondazione, il mondo MAGA promuove una versione autocelebrativa della storia nazionale. La “Taskforce 250” della Casa Bianca invita a un entusiasmo senza freni per “il più grande viaggio politico” di tutti i tempi. All’opposto, il 1619 Project del New York Times fa risalire la vera nascita della nazione al giorno in cui la prima nave negriera attraccò sulle sue coste e descrive l’ingiustizia razziale come il fatto centrale della storia americana.
Crais avanza un’argomentazione ancora più audace, applicandola su scala globale. In oltre 700 pagine intrise di sangue, sostiene che “il ‘big bang’ del capitalismo — un punto di svolta nella storia del pianeta — non fu altro che l’uso globalizzato della violenza a fini di profitto”.
Il suo ragionamento è il seguente. Alla fine del XVIII secolo la tecnologia delle armi migliorò drasticamente in Occidente. Nuove armi da fuoco, spesso impiegate da compagnie private come la British East India Company, furono utilizzate per conquistare e saccheggiare territori stranieri. Altre vennero vendute a signori della guerra locali, che le usarono per depredare i vicini. Il commercio globale fu così alimentato da una corsa agli armamenti. In tutto il mondo, le popolazioni compravano armi o venivano derubate da chi le possedeva. Per raccogliere i fondi necessari, vendevano ciò che avevano: cera, canfora e nidi di rondine dalle giungle del Borneo; avorio dall’Africa; schiavi provenienti da quasi ogni regione.
Con una raffica di statistiche, Crais mostra che le armi rappresentavano davvero un enorme giro d’affari. Nel XIX secolo, osserva, le importazioni annuali britanniche di nitrato di potassio dall’India erano sufficienti a produrre polvere da sparo per uno o tre miliardi di colpi di moschetto, più dell’intera popolazione mondiale dell’epoca. I profitti derivanti dal commercio di armi, dal saccheggio e dalla schiavitù furono enormi e parte di quel denaro venne investita nelle fabbriche e nelle ferrovie a carbone che diedero forma alla Rivoluzione Industriale. In questo senso, “la distruzione ha creato il mondo moderno” e ha seminato i presupposti della minaccia esistenziale contemporanea, il cambiamento climatico.
Questo argomento presenta però gravi lacune. Non è affatto evidente che il mondo sia diventato più violento dopo la fine del XVIII secolo. Le torture inflitte da Thistlewood, per quanto abiette, non risultano palesemente peggiori di quelle praticate in epoche precedenti o in altri contesti. I Romani, ad esempio, facevano largo uso della crocifissione. I signori della guerra e gli imperialisti del XIX secolo non furono manifestamente più brutali o predatori di quelli del passato, dai crociati che saccheggiarono Costantinopoli ai Mongoli che attraversarono l’Eurasia seminando sangue.
I dati sul passato remoto sono incerti e controversi, ma studiosi come Steven Pinker dell’Università di Harvard sostengono che, nel corso dei secoli, la violenza sia drasticamente diminuita. Nel XIV secolo, i tassi di omicidio in Germania, Italia e Spagna erano rispettivamente circa 70, 200 e 50 volte superiori a quelli attuali. In alcune società di cacciatori-raccoglitori premoderne, fino a un terzo della popolazione moriva in modo violento.
Per i 18 secoli successivi alla nascita di Gesù, il reddito globale pro capite rimase pressoché stagnante. Poi, dopo il 1820, aumentò di quattordici volte. Non è plausibile attribuire questo improvviso arricchimento alla violenza. Ciò che cambiò non fu “l’inhumanity of man to man”, come scrisse Robert Burns nel 1784, ma un’esplosione di innovazione prodotta dai suoi contemporanei. In un solo decennio, ad esempio, vennero inventati il telaio meccanico, il battello a pale, la trebbiatrice e gli occhiali bifocali.
Il motore principale della Rivoluzione Industriale fu l’invenzione, la diffusione e l’applicazione di nuove idee. Questo processo si basava su una tecnologia precedente — la stampa — che ridusse il costo dei libri da mesi di salario a poche ore di lavoro. La conoscenza si accumula e accelera man mano che sempre più persone hanno accesso agli strumenti per apprendere, assimilare e sviluppare le idee esistenti.
I profitti derivanti dalla schiavitù e dal colonialismo accelerarono questo processo, come alcuni sostengono? Forse, ma con ogni probabilità in misura limitata. Le potenze europee con vasti imperi coloniali si industrializzarono più o meno allo stesso ritmo di quelle con colonie marginali. Il commercio degli schiavi non ebbe un peso maggiore nell’economia britannica rispetto all’allevamento ovino, eppure pochi affermano che “l’allevamento delle pecore abbia finanziato la Rivoluzione Industriale”, osserva uno studio di Kristian Niemietz dell’Institute of Economic Affairs.
The Killing Age è un’opera minuziosamente documentata e contiene passaggi affascinanti su chi uccise chi e chi rubò cosa in regioni del mondo spesso trascurate, dal Darfur alla Nuova Zelanda. Offre digressioni interessanti sui danni ambientali causati dai balenieri e dai cacciatori di elefanti del XIX secolo. Ma l’autore, che spesso usa “infinitamente” quando intende semplicemente “molto”, tende all’esagerazione. E la sua tesi centrale non regge. Il mondo moderno è stato maledetto dagli assassini, ma è stato costruito dai tecnici.
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BRUSSELS, Jan 17 (Reuters) - European Union leaders on Saturday warned of a “dangerous downward spiral” over U.S. President Donald Trump’s vow to implement increasing tar… Leggi
WASHINGTON, Jan 17 (Reuters) - U.S. military forces on Friday killed an al-Qaeda affiliate leader linked to an Islamic State attack on Americans in Syria last month, U.S.… Leggi






NEW YORK, Jan 17 (Reuters) - The U.S. Justice Department has asked a New York federal judge to deny a request by two lawmakers seeking an appointment of a special master … Leggi
By Brad BrooksMINNEAPOLIS, Jan 17 (Reuters) - Even as tensions remain high after the killing of Renee Good by a federal agent, Minneapolis braced on Saturday for a rally … Leggi
PARIS, Jan 17 (Reuters) - France’s President Emmanuel Macron said on Saturday that the threat of tariffs by U.S. President Donald Trump over Greenland was unacceptable an… Leggi
BAGHDAD, Jan 17 (Reuters) - U.S. forces have withdrawn from Iraq’s Ain al-Asad Airbase, which housed U.S.-led forces in Western Iraq, and the Iraqi army has assumed full … Leggi

By Brad BrooksMINNEAPOLIS, Jan 17 (Reuters) - Peter Brown’s gray mustache and beard were matted with ice as he stood watch on a frigid Friday afternoon outside Green Cent… Leggi

TEL AVIV, Jan 17 (Reuters) - Prime Minister Benjamin Netanyahu’s office said on Saturday that this week’s Trump administration announcement on the composition of a Gaza e… Leggi
By Daniela Desantis and Philip BlenkinsopASUNCION, Jan 17 (Reuters) - Top officials from the EU and the South American bloc Mercosur signed a free trade agreement on Satu… Leggi
















































Il premier canadese Mark Carney è stato ricevuto dal presidente cinese Xi Jinping. Ottawa cancella i dazi sui veicoli elettrici di Pechino, che a sua volta rimuove molte tasse aggiuntive. Siglato un memorandum di cooperazione sull'energia. Il riavvio delle relazioni dopo diversi anni di gelo è motivato dai dazi di Trump, la cui dottrina Monroe subisce un colpo nel vicinato più immediato
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Negli ultimi mesi il tema dell’accesso dei più giovani ai social network e all’uso degli smartphone è entrato con forza nell’agenda politica internazionale. In Australia il governo ha introdotto un limite minimo di 16 anni per l’uso dei social media, affidando alle piattaforme l’obbligo di impedire l’accesso ai minori. La misura nasce dalla preoccupazione per l’aumento di ansia, depressione e disturbi del sonno tra gli adolescenti, oltre che per il ruolo degli algoritmi nel favorire dipendenza e esposizione a contenuti dannosi. Un dibattito simile è in corso anche in Unione europea. Accanto alle norme già introdotte con il Digital Services Act, che rafforzano la tutela dei minori online, diversi Paesi e gruppi politici stanno discutendo la possibilità di fissare un’età minima più alta per l’accesso ai social network, ipotizzando soglie comprese tra i 15 e i 16 anni.
Per quanto riguarda l’uso degli smartphone, diversi Paesi, come Francia, Paesi Bassi e Ungheria, hanno già introdotto divieti parziali o totali sull’uso nelle scuole, mentre altri, come la Gran Bretagna, stanno valutando misure simili. La motivazione principale? Migliorare la concentrazione degli studenti, ridurre l’uso dei social media e contrastare fenomeni come il bullismo online.
Ma vietare gli smartphone è davvero la soluzione ai problemi di salute mentale che affliggono le nuove generazioni? Oppure si tratta di un approccio semplicistico a una questione molto più complessa?
Secondo un rapporto del chirurgo generale americano Vivek Murthy, tra il 2009 e il 2019 i sentimenti persistenti di disperazione tra gli adolescenti americani sono aumentati del 40%, mentre il numero di quelli che hanno preso seriamente in considerazione l’idea di suicidarsi è cresciuto del 36%. Ancora più inquietante è il fatto che quasi la metà dei problemi di salute mentale che emergono durante l’adolescenza continuano a influenzare le persone per il resto della loro vita.
Non sorprende, quindi, che molte di queste tendenze siano state associate all’aumento della diffusione degli smartphone e dei social media nello stesso periodo. Tuttavia, stabilire una connessione causale diretta non è facile. Gli smartphone, infatti, “contengono moltitudini”: possono essere usati per scopi educativi o ludici, ma anche per navigare compulsivamente sui social media, un’attività che studi recenti indicano come particolarmente problematica.
Uno studio condotto da Amy Orben dell’Università di Cambridge, pubblicato su Nature Communications, ha analizzato i dati di oltre 17.000 adolescenti di età compresa tra 10 e 21 anni. I risultati mostrano che l’uso intensivo dei social media durante momenti critici dello sviluppo cerebrale – per le ragazze tra gli 11 e i 13 anni e per i ragazzi tra i 14 e i 15 anni – è associato a una significativa diminuzione della soddisfazione personale. Questo evidenzia quanto le transizioni adolescenziali siano fasi vulnerabili, in cui l’uso eccessivo dei social media può avere un impatto più marcato.
Un altro studio condotto da Sapien Labs ha rivelato che l’uso precoce degli smartphone può causare problemi come aggressività e ansia, specialmente tra gli adolescenti più giovani. Tra i 10.500 adolescenti studiati negli Stati Uniti e in India, il 37% dei tredicenni ha riportato comportamenti aggressivi, mentre il 20% ha riferito episodi di allucinazioni. Questi dati suggeriscono che l’età di primo accesso agli smartphone gioca un ruolo determinante nella loro influenza sullo sviluppo psicologico.
Tuttavia, uno studio pubblicato su The Lancet ha dimostrato che vietare gli smartphone nelle scuole, da solo, non è sufficiente per migliorare la salute mentale degli studenti. Lo studio ha monitorato scuole con politiche restrittive sugli smartphone e scuole più permissive, senza trovare differenze significative nel benessere mentale o nel rendimento accademico degli studenti. Questo suggerisce che la chiave non risieda solo nel divieto, ma in un approccio integrato che consideri anche il ruolo educativo delle famiglie e delle scuole.
Un esperimento condotto per il programma Swiped di Channel 4 ha esplorato cosa accade quando gli adolescenti rinunciano agli smartphone per tre settimane. In una scuola dell’Essex, gli studenti hanno riportato miglioramenti significativi: meno ansia e depressione, un sonno più regolare e persino la scomparsa di attacchi di panico. Questo dimostra che una pausa dall’uso compulsivo dello smartphone può avere effetti positivi, ma anche che l’intervento deve essere accompagnato da educazione e consapevolezza.
Un punto di riferimento in questo dibattito è Serge Tisseron, psichiatra francese e autore del progetto “Diventare grandi con gli schermi digitali”, di cui ne abbiamo parlato qui nel 2018. Tisseron propone regole precise per accompagnare bambini e ragazzi verso un uso consapevole delle tecnologie, articolate nel suo metodo 3-6-9-12: fino ai 3 anni, evitare l’uso degli schermi, se non in presenza di un adulto e in modo eccezionale; fino ai 6 anni, introdurre gradualmente l’uso di schermi, ma solo per attività interattive e sotto supervisione; fino ai 9 anni, consentire l’uso di internet, ma sempre in compagnia di un adulto; dai 12 anni in poi, permettere l’accesso ai social media, ma con regole chiare e dialogo costante. Secondo Tisseron, la chiave per mitigare i rischi degli smartphone non è solo imporre divieti, ma insegnare ai giovani a usarli in modo responsabile e consapevole. Questo richiede un’educazione digitale integrata, sia a scuola che a casa, e il coinvolgimento attivo di genitori e insegnanti.
Tisseron sottolinea che i divieti scolastici possono essere utili per stabilire regole chiare, ma non bastano. Gli smartphone sono ormai parte integrante della vita quotidiana, e ignorare questo fatto significa rinunciare a preparare i giovani a gestire le sfide del mondo digitale. Per Tisseron, genitori e insegnanti hanno un ruolo fondamentale: i genitori devono stabilire limiti chiari sull’uso dello smartphone e favorire attività alternative che promuovano la socialità offline; gli insegnanti devono integrare la tecnologia in modo costruttivo, mostrando come usarla per apprendere e sviluppare competenze critiche.
Vietare gli smartphone nelle scuole può limitare alcune distrazioni e abusi, ma non risolve il problema alla radice. La vera sfida è educare i giovani a un uso consapevole e responsabile della tecnologia, coinvolgendo tutta la comunità – famiglie, scuole e istituzioni. Come ci ricorda Serge Tisseron, gli smartphone non sono nemici da combattere, ma strumenti che richiedono educazione e consapevolezza per essere gestiti al meglio. Solo così potremo garantire un futuro digitale più sereno per le nuove generazioni.
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La sicurezza dell’Artico e le minacce di Trump di prendersi la Groenlandia anche con la forza scopre un fronte fino a quel momento marginale per l’Europa centrale. La Polonia ha risposto in maniera più energica alla provocazione di Washington. Tuttavia, la cautela delle altre cancellerie centroeuropee vanifica un possibile contributo subregionale alla sicurezza artica.
L’Artico è il leitmotiv geopolitico che sta caratterizzando l’inizio del 2026 nonché l’ennesima sfida per la coesione euro-atlantica lanciata dal presidente USA, Donald Trump. In Europa, l’evento sta alzando un moto di solidarietà nei confronti della Danimarca che si traduce concretamente nel rinnovamento della presenza militare in Groenlandia. Il vertice statunitense-danese di Washington dello scorso 14 gennaio scorso indica che la questione è destinata a rimanere aperta ancora a lungo.
In questo scenario, il Gruppo di Visegrád (V4) — il forum centroeuropeo formato da Slovacchia, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca — appare come un attore geograficamente distante e strategicamente impegnato – spesso a dividersi — su altri teatri, in primis quello ucraino. Ciononostante, i membri del Gruppo mostrano alcuni segnali che confermano le tendenze divisive preesistenti all’interno del formato V4. Varsavia emerge come l’attore più attivo sulla scena mentre le altre cancellerie, per motivi diversi, si defilano dalla questione. Pur non essendoci un documento definisca una Arctic policy centroeuropea, l’assenza di una postura V4 riflette coerentemente la complessità e la sporadicità con cui questi Paesi si affacciano alla sicurezza artica.
La posizione polacca
Varsavia si è dimostrata il membro V4 più attivo sulla questione groenlandese accodandosi in maniera attiva alla posizione europea. Da subito, il Primo Ministro (PM) polacco, Donald Tusk, ha avvisato che l’Unione europea (Ue) è tenuta ad unirsi nel sostegno a Copenaghen. Il Paese ha firmato congiuntamente con gli alleati europei la “Dichiarazione congiunta sulla Groenlandia” nella quale si afferma che l’Artico sia una questione di sicurezza collettiva dentro la NATO ribadendo con forza il principio di sovranità della Danimarca e della Groenlandia sul territorio. Il 7 gennaio, il ministro degli affari esteri, Radosław Sikorski, ha ribadito il concetto durante un incontro con gli omologhi francese, tedesco ed indiano a Parigi dove ha ricordato che le questioni territoriali, negli USA, sono decise in ultima istanza dal Congresso. Al contempo, Sikorski ha sostenuto la linea del suo omonimo francese, Jean-Noël Barrot per cui Parigi, Berlino e Varsavia elaboreranno una risposta congiunta alle mire di Trump che verrà poi estesa a livello europeo.
All’atto pratico, tuttavia, la posizione polacca risente della difficile coabitazione tra governo e Presidente della Repubblica, espressione di schieramenti politici contrapposti. Il Presidente polacco, Karol Nawrocki, ha mantenuto una posizione più cauta sollecitando una soluzione diplomatica che si svolga dentro il framework della NATO. Nei giorni successivi, la posizione di Nawrocki si è indurita arrivando ad affermare in un’intervista alla BBC Radio Four che la Polonia (e gli europei) debbano rimanere fuori dalla questione groenlandese affermando che sia solo un affare tra Copenaghen e Washington. Tale posizione rappresenta un ostacolo all’azione del governo, che evita fughe in avanti per scongiurare i veti, limitando tuttavia la propria capacità di tradurre il sostegno in azioni rilevanti. Ad esempio, Tusk ha negato la possibilità di qualsiasi coinvolgimento militare polacco in Groenlandia, scelta che cozza con le decisioni di altre cancellerie europee di rafforzare la presenza nell’Artico.
L’interesse della Polonia verso la regione polare non è frutto della contingenza attuale ma è un interesse di lungo periodo. La presenza polacca è stata per lungo tempo di carattere scientifico ma si è sviluppato a livello strategico dopo la Guerra Fredda a partire dall’acquisizione dello status di osservatore permanente presso il Consiglio Artico nel 1998. Ad oggi, la Polonia è l’unico Paese V4 a godere di questo status permettendole di partecipare ai vertici regionali. Lo sforzo diplomatico è andato definendosi nel tempo e le sue coordinate si sono strutturate in due documenti chiave: la “Strategia della ricerca polare polacca 2017-2027”, elaborato dall’Accademia delle Scienze della Polonia e il Polish Polar Policy del 2020 redatto dal ministero degli esteri. Quest’ultimo definisce quattro priorità strategiche: garantire la partecipazione attiva e l’influenza politica di Varsavia nella regione tramite diplomazia pubblica, scientifica ed economica; rafforzamento della ricerca scientifica polacca; coordinamento degli sforzi per la regione con altre politiche e strategie nazionali; e mantenere costante l’attività delle analisi delle attività socio-politiche. A queste si aggiungono obiettivi specifici quali la tutela ambientale e la valorizzazione della diaspora polacca nei Paesi della regione artica.
Cautele centroeuropee
L’attivismo polacco rappresenta un’eccezione nella realtà del Gruppo in quanto Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca non hanno aderito alla Dichiarazione congiunta mantenendo una linea più neutra. Le motivazioni, come il grado di coinvolgimento nella regione artica, differiscono tra loro ma tutte condividono un elemento comune, il timore di innervosire Washington.
La postura di Praga assomiglia a quella polacca in quanto essa risente di una coabitazione politica antagonista tra governo e Presidente della Repubblica. Da un lato, il governo sovranista del neo PM, Andrej Babiš, si è distanziato dalla questione. In particolare, il ministro degli esteri, Petr Macinka, ha incontrato l’ambasciatore statunitense in Repubblica Ceca, Nicholas Merrick, e il suo vice, David Wisner con cui si è registrata una sostanziale convergenza tra Washington e Praga. Dall’altro lato, Petr Pavel, Presidente della Repubblica ed esponente dell’attuale opposizione, ha espresso vicinanza alla Danimarca invitando ad aderire alla Dichiarazione congiunta, invito rimasto disatteso. L’indirizzo di Pavel risulta più vicino al mainstream della strategica artica ceca basata sul coordinamento con l’Unione europea e sulla costruzione di relazioni scientifiche e diplomatiche con i partner euro-atlantici, finalizzate all’ottenimento dello status di osservatore presso il Consiglio Artico. Le azioni dell’esecutivo, quindi, sconfessano questa linea a favore di una vicinanza agli USA.
Bratislava e Budapest, invece, non hanno interessi strategici significativi nella regione che riflette la scarsa tradizione scientifica dei due Paesi. Ciononostante, non sono completamente fuori dalla partita. Il PM ungherese, Viktor Orbán, ha invitato le parti a discutere della questione groenlandese all’interno della NATO. Tale linea è una versione più morbida delle parole, dette a gennaio 2025, dal ministro degli esteri di Budapest, Péter Szijjártó, il quale sminuiva le parole di Trump sulla Groenlandia. A Bratislava, solo il ministro degli affari esteri, Juraj Blanár, si è esposto sulla vicenda mostrando solidarietà a Copenaghen tramite una telefonata all’omologo danese, Lars Løkke Rasmussen. Di contro, il PM slovacco, Robert Fico, non si è ancora ufficialmente esposto sulla vicenda.
Il distacco dell’Ungheria e della Slovacchia, manifestato dalla loro non partecipazione alla Dichiarazione congiunta, è strumentale alla loropolitica di non allineamento alle posizioni europee sulle questioni di sicurezza internazionale. Lo scopo è duplice: ottenere credito presso Washington da spendere sulle discussioni diplomatiche riguardanti il conflitto in Ucraina, confermando il loro ruolo di attori destabilizzanti dentro l’Ue, e disimpegnarsi dalle faccende internazionali a favore di questioni domestiche che siano elezioni (Ungheria) o crisi di consensi (Slovacchia).
Perciò, la frammentazione V4 sulla Groenlandia rappresenta un nuovo capitolo della paralisi che caratterizza il Gruppo. Nonostante il tema della sicurezza artica sia marginale nella sicurezza centroeuropea, l’incapacità di formulare una prospettiva sub-regionale compromette ulteriormente la rilevanza come attore geopolitico. Nei fatti, i V4 stanno dissipando nuovamente il potenziale di essere una voce dialogante dentro un legame euro-atlantico più che mai fragile.
La pubblicazione della National Security Strategy rappresenta un cambiamento ideologico significativo nella politica estera americana. Il documento è caratterizzato da una maggiore focalizzazione sugli interessi visti come strettamente nazionali. Non solo, il documento riflette una visione strumentale agli interessi della Amministrazione e del bisogno di adattarsi a sfide emergenti. La NSS è utile per capire come l’Amministrazione Trump interpreta lo scenario internazionale e racconta di come gli Stati Uniti intendono rispondere e guidare, in parte, tale cambiamento.
La pubblicazione della National Security Strategy del 2025 segna uno dei momenti più rilevanti nella definizione del pensiero strategico statunitense sotto la seconda Amministrazione Trump. Con questo documento viene ripensata la gerarchia degli interessi nazionali e viene posto l’accento su priorità direttamente collegate ai mezzi a disposizione del Paese. Non solo, nel documento trovano conferma i nuovi equilibri creatisi nei mesi passati e continuamente evocati dai membri dell’Amministrazione, come il disimpegno dal continente europeo e un focus maggiore sul continente americano. Inoltre, l’analisi della NSS 2025 e unconfronto con le strategie precedenti e in particolare la NSS 2017, aiuta a comprendere come la seconda Amministrazione Trump intende approcciare uno scenario internazionale profondamente mutato, alla luce della sua stessa interpretazione.
La NSS 2025 come la strada “necessaria” da seguire
“L’America è forte e rispettata di nuovo e per questa ragione, stiamo costruendo la pace in tutto il mondo”. Con questa frase nel paragrafo introduttivo, la National Security Strategy del 2025 mette subito in chiaro il tono del documento: un ritorno all’idea che la ristabilita forza economica, industriale e militare degli Stati Uniti, sia la precondizione della stabilità internazionale. Prima ancora però di delineare le nuove priorità, la strategia sceglie di guardare indietro. L’introduzione, dal titolo “How American Strategy Went Astray”, è una spiegazione di come, negli ultimi decenni, la politica di sicurezza degli Stati Uniti si sia progressivamente ampliata fino a diventare troppo vaga e incapace di stabilire confini chiari tra ciò che è vitale e ciò non lo è, finendo, appunto, fuori strada.
In generale, la NSS stabilisce che cosa gli Stati Uniti vogliono ottenere in termini di sicurezza, interessi nazionali e ruolo internazionale, dove la sicurezza è intesa come il perseguimento degli interessi nazionali all’interno di un ruolo internazionale che ne è al tempo stesso guida e risultato. Nella NSS 2025 si inizia proprio dal concetto di strategia, e viene illustrato come ciò che la rende realistica sia l’esistenza di una connessione fra gli obiettivi e i mezzi; inoltre, una strategia deve essere in grado di delineare delle priorità. Si spiega poi che i “best interests” per l’America siano quelli legati direttamente alla sicurezza nazionale, e non un generico “caricarsi degli oneri globali”.
Il testo sostiene poi che Washington si sia caricata di missioni troppo ambiziose, come ad esempio mantenere l’ordine globale e intervenire in crisi lontane. Tale ambizione è stata perseguita inoltre senza assicurarsi di avere i mezzi necessari per sostenerla. I problemi elencati possono essere ricondotti a tre punti riassuntivi: troppe ambizioni, eccessiva dipendenza da supply chains globali vulnerabili e incapacità di svincolarsi da concetti come globalism o free trade. La NSS 2025 si propone dunque di intrecciare in modo pragmatico la politica di sicurezza con cambiamenti all’agenda industriale, fra cui la ricerca di maggiore indipendenza produttiva. L’Amministrazione Trump sostiene poi di aver dimostrato, nel suo primo mandato, che è possibile sottrarsi a impegni troppo ampi e a visioni generiche, preferendo un orientamento più aderente alle risorse disponibili.
È dunque significativo osservare come la strategia della NSS 2017 enfatizzasse, ad esempio, il ruolo degli Stati Uniti nel favorire la stabilità di fragili. Il paragrafo Encourage Aspiring Partners affermava che tra alcuni dei maggiori successi della diplomazia americana vi era l’aiuto dato ai Paesi in via di sviluppo a diventare società prospere, creando mercati redditizi, alleati capaci di sostenere equilibri regionali favorevoli e partner per condividere responsabilità internazionali, un elemento evidentemente mancante nella strategia dell’attuale Amministrazione come anche dimostrato dal precedente smantellamento dello USAID e dalla recente comunicazione di ritiro da 66 organizzazioni internazionali.
Il destino di Europa e Medio Oriente e il “pivot to West”
Nella NSS 2017, la sezione dedicata all’Europa sottolineava che un continente forte e libero e basato sui principi condivisi di democrazia e libertà era di vitale importanza; e veniva ricordato il ruolo centrale degli Stati Uniti nella ricostruzione e nello sviluppo dell’area. Nel 2025, al contrario, la strategia si allontana da questa visione piuttosto tradizionale. L’Europa, tenendo fede anche a una serie di dichiarazioni recenti, è ora considerata meno centrale per gli interessi degli Stati Uniti e valutata soprattutto in funzione della capacità dei governi nazionali, intesi come singoli, di contribuire alla stabilità regionale. L’attenzione strategica viene allora spostata verso l’emisfero occidentale, con l’obiettivo di affrontare flussi migratori, cartelli, rotte marittime e crisi locali. Ed è proprio in ragione di questo pivot strategico o revisione della Dottrina Monroe, che l’Amministrazione Trump dichiara di voler dare maggiore centralità al continente Americano, con una postura definita come neo-imperialista. Concentrarsi verso Ovest significa vedere come assolute priorità tre minacce principali (nell’emisfero occidentale): migrazione, droga e criminalità, e Cina. Un esempio di questa postura o “Corollario Trump” lo offrono sia la recente operazione speciale condotta in Venezuela, dove proprio queste tre minacce si intrecciano, unite allo sfruttamento delle risorse, sia le ultime dichiarazioni riguardo alla volontà di “prendere” la Groenlandia per “questioni di sicurezza nazionale”.
L’elemento di maggiore discontinuità rispetto alla prima Amministrazione Trump riguarda proprio il ruolo attribuito all’Europa. Nella NSS 2017, il continente europeo era concepito come un pilastro strategico della politica americana: la stabilità e la prosperità europea venivano considerate essenziali per la sicurezza nazionale, e veniva attivamente promossa la cooperazione. Nella NSS 2025, sebbene non venga negato il legame “sentimentale” tra il vecchio Continente e gli Stati Uniti, l’Europa viene letta attraverso le lenti della debolezza economica, della stagnazione industriale e soprattutto della limitazione delle libertà nazionali da parte di organizzazioni transnazionali come l’Unione Europea. Il documento denuncia come regolamentazioni interne ed europee compromettano la produttività, mentre politiche migratorie, censura, calo demografico e perdita di identità nazionale minacciano la coesione e la capacità strategica del continente. In particolare, si fa implicitamente riferimento a regolamenti come il Digital Markets Act e il Digital Services Act che sono stati interpretati dall’Amministrazione come atti di economic warfare. È evidente poi che gli interessi condivisi siano considerati come subordinati rispetto agli interessi esclusivamente americani. Nel complesso, l’analisi riguardante il continente europeo risulta guidata da evidenti principi ideologici.
Anche sul Medio Oriente vi è un tentativo di inversione di rotta rispetto al passato. La NSS 2025 afferma l’intenzione di far passare in secondo piano la regione nella pianificazione strategica. Il documento sostiene che, per almeno mezzo secolo, la politica estera americana abbia attribuito al Medio Oriente una priorità superiore a quella di tutte le altre regioni, in ragione dell’importanza energetica, della competizione tra superpotenze e della natura potenzialmente espansiva dei conflitti locali. Almeno due di queste dinamiche non risultano più valide: la forte diversificazione delle forniture energetiche, che ha permesso agli Stati Uniti di tornare a essere un esportatore netto di energia, e il mutamento del contesto strategico verso una competizione tra grandi potenze in cui Washington mantiene una posizione di vantaggio.
La scomparsa della Great Power Competition e l’approccio alla Cina
Nella National Security Strategy del 2025 vi è un cambiamento significativo del linguaggio utilizzato per affrontare le questioni riguardanti la Cina, sia rispetto all’Amministrazione Biden, sia rispetto al 2017. La nuova impostazione non elimina del tutto la competizione, ma la declassa a questione soprattutto economica e tecnologica, collegata alla protezione dell’apparato industriale nazionale e alla riduzione della dipendenza in vari settori. La Cina rimane dunque un attore rilevante, senza però essere la priorità assoluta dell’attuale agenda strategica.
Il documento insiste piuttosto sulla necessità di rapporti commerciali più equilibrati, menzionando appena le storiche preoccupazioni, come Taiwan, di natura economica, geopolitica e ideologica. Anche la dimensione militare è decisamente circoscritta: la deterrenza nel Pacifico è menzionata, ma senza porre l’attenzione sulla rivalità sistemica come fatto invece negli anni precedenti. Anche su questo tema, nel confronto con la NSS 2017 emerge un distacco evidente. Quel documento identificava la Cina come potenza revisionista e la collocava al centro della competizione strategica globale. Gli Stati Uniti nel 2025 non costruiscono più la propria architettura strategica attorno a Pechino. Ne deriva una postura più selettiva e mutata nella valutazione del peso reale che la competizione sino-americana dovrebbe avere nella definizione degli obiettivi nazionali. Un’anomalia degna di nota, anche rispetto alla NSS del 2017, è l’assenza di una menzione alla One China Policy, in linea però con l’atteggiamento di Trump di incoerenza e noncuranza verso impegni strategici, anche quelli vecchi di mezzo secolo. Inoltre, sebbene da un lato venga enfatizzata la cooperazione quadrilaterale, la deterrenza, la protezione delle Island Chains e l’importanza del contributo degli alleati per il raggiungimento di questi scopi; dall’altra non vengono menzionate le Filippine e l’AUKUS.
Nel documento viene poi abbandonata anche la retorica dello scontro tra grandi potenze che ha fortemente caratterizzato le relazioni sino-americane in passato. Come sottolineato in un’analisi sul The Diplomat però, la logica profonda della NSS 2025 potrebbe essere meno favorevole alla Cina di quanto non sembri. “Questo cambiamento potrebbe essere meno carico di ideologia rispetto ai documenti NSS del 2017 e del 2022, ma è anche più attuabile”, infatti, questa attenuazione del linguaggio non implica necessariamente un ammorbidimento sostanziale dell’approccio statunitense nei confronti della Cina. La competizione viene riorientata sul piano economico-industriale, ma non scompare.
Quanto la NSS è coerente e concreta
Nel complesso, la principale differenza tra la NSS del 2025 e altre pubblicate in passato, non sta tanto nel non porre l’America al centro del contesto internazionale, ma nel ridurre il numero di interessi vitali per il Paese. Il documento non rivela poi nulla di nuovo rispetto agli atteggiamenti e alle ambizioni sia della prima Amministrazione Trump che di quella attuale. Alcune analisi hanno però messo in luce l’incoerenza e l’ipocrisia della visione del mondo dell’Amministrazione. Sebbene Trump si sia presentato più volte come il Presidente della Pace, ha poi “ordinato operazioni militari illegali e inutili contro i trafficanti di droga civili nei Caraibi”; sebbene il documento dichiari di voler evitare di impegnarsi in guerre infruttuose e di non voler imporre il cambiamento in altri Paesi, Trump ha ordinato l’avvio di un’operazione speciale in Venezuela dagli esiti dubbi. L’operazione denominata Absolute Resolve, condotta il 3 gennaio 2026 a Caracas e nel nord del Paese, e che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, rappresenta infatti una palese violazione del principio di non ingerenza, pietra miliare del diritto internazionale.
Inoltre, l’enfasi posta sulla sovranità risulta essere debole di fronte, ad esempio, all’atteggiamento lassista verso l’invasione su vasta scala dell’Ucraina avviata dalla Russia. Il documento ricorda poi, nella sezione peraltro intitolata “Predisposition to Non-Interventionism”, che “tutti gli esseri umani possiedono uguali diritti naturali dati da Dio”, che è in forte contrasto con le politiche migratorie recentemente adottate.
Sotto certi punti di vista, la NSS 2025 è più retorica che concreta, ed è naturale porsi degli interrogativi su quanto il documento rifletta realmente una strategia nuova o pragmatica, piuttosto che una giustificazione ideologica di decisioni già prese o in corso d’opera.
Nel complesso, la NSS 2025 si configura come un documento caratterizzato da una forte componente ideologica, in cui la riaffermazione di principi quali pace, sovranità e non interventismo entra in tensione con le scelte operative effettivamente adottate dall’Amministrazione. Questa discrepanza evidenzia limiti di coerenza interna e riduce la capacità della strategia di fornire indicazioni concrete sulla politica estera, confermando come il documento serva più a legittimare decisioni già prese che a delineare un percorso strategico realmente operativo.















