Cornell and Toxic Frat Culture

© Lauren Petracca for The New York Times

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© Omar Marques/Getty Images
Quando è stata l’ultima volta in cui avete passeggiato per strada in una città con un’edilizia moderna? Vi voglio parlare di un problema che sappiamo esistere in ogni città e cittadina: la sempre maggiore presenza di edifici senza carattere. Credo che stiamo vivendo un’epidemia di noia.
Tranne rare eccezioni, sappiamo già che i nuovi edifici saranno spenti e monotoni. Dovunque è lo stesso. Monotoni, piatti, dritti, lucidi. Disumani. Mia figlia li chiama gli edifici “bah”. Edifici che trovano giustificazione nella funzionalità.
Io progetto edifici e spesso mi sono sentito dire che la forma dovrebbe seguire la funzione. Ovvero, eseguendo meccanicamente i calcoli per un edificio ben strutturato, il risultato apparirà comunque bello. Questo mantra, secondo cui la forma segue la funzione, dura da un secolo. Dopotutto pare buono, no? Qualcuno dissente? Sembra ovvio che ogni dettaglio ulteriore rappresenti una decorazione superflua.
Vi voglio parlare di una funzione cruciale che penso sia andata perduta: la funzione dell’emozione.
Quando dico emozione, intendo la capacità che ha un edificio di significare qualcosa per noi, di renderci gioiosi, di creare un legame. Gli edifici ci influenzano. Ci camminiamo attorno, alziamo gli occhi per guardarli. La maggior parte di noi, però, la maggior parte delle volte, resta loro indifferente.
Se ci recassimo in una città e vi chiedessi quale parte vorreste visitare, quella vecchia o quella nuova, sappiamo tutti istintivamente che la maggioranza sceglierebbe la parte vecchia. Perché? Perché tutti sappiamo che la città nuova sarà noiosa e senza personalità.
Dove sono finite le escrescenze e le protuberanze dei nostri edifici? Le ombre, le asperità dei materiali, la tridimensionalità, i forti contrasti di luce? Come mai tutto è diventato così bidimensionale, semplicistico e senza carattere?
A quanto pare, non sono l’unico ad allarmarsi per quanto sta accadendo alle nostre città. Alcune ricerche mostrano che questi edifici non sono soltanto semplicistici e monotoni. Sono nocivi. Sono nocivi per la salute mentale, perché il solo fatto di muoversi tra loro è una fonte di stress psichico. Sono nocivi per la salute fisica, perché allungano i tempi di guarigione dalle malattie al loro interno, e sono dannosi per la salute sociale, perché fanno salire il rischio di crimini e comportamenti antisociali.
Il quadro diventa ancora più sinistro se ci fermiamo un momento a pensare alla crisi climatica che stiamo vivendo. L’impatto delle automobili e del trasporto aereo è stato ampiamente enfatizzato. Secondo uno studio del 2019, l’aviazione era responsabile del 2,1% delle emissioni di gas serra. Un fuscello a confronto della trave rappresentata dall’intero settore delle costruzioni, con il suo notevole 38%.
Negli Stati Uniti, ogni anno si demoliscono e ricostruiscono edifici per un totale di 100 milioni di metri quadrati. È l’equivalente della metà di Washington, DC, demolita soltanto per essere ricostruita. E non avviene solo negli Stati Uniti. È un fenomeno mondiale.
Nel Regno Unito vengono demoliti 50.000 edifici all’anno. Qui la vita media di un edificio commerciale è di 40 anni. Questo significa che, se fossi stato un edificio commerciale, sarei stato demolito 12 anni fa.
La cosa è piuttosto semplice. Quando qualcuno non ama, e uso proprio la parola “ama”, un edificio, è più probabile che lo demolisca.
La mia impressione è che non abbiamo unito i puntini. La costruzione di un edificio, una delle cose più costose immaginabili, è comprensibilmente soggetta a enormi pressioni: sui tempi, sui costi, da parte della politica, del proprio ego, delle normative e dello status quo. La spinta a ignorare l’anima è immensa. E cambiare le cose fa paura a chiunque, a me tra i primi. Ma sono convinto che l’emozione sia una funzione fondamentale che è stata dimenticata.
C’è un piccolo gruppo di persone che l’ha capito e cerca di risolvere il problema. In Francia, Sou Fujimoto ha progettato una torre con una stupenda superficie movimentata. In Burkina Faso, Francis Kéré ha realizzato un centro medico dotato di un’anima. In Libano, Lina Ghotmeh Architecture utilizza splendidi spessori murali per dare carattere alle abitazioni. Nel Regno Unito, ACME Studio aggiunge personalità e dettagli originali agli edifici nei centri delle nostre città.
Ho pensato di mostrarvi alcuni esempi di come il mio studio ha cercato di affrontare il problema.
A Città del Capo c’era un silo per cereali vecchio di cent’anni e in disuso, originariamente utilizzato per conservare mais proveniente da tutto il Paese, che rischiava quasi certamente di essere demolito.
Proponemmo di non distruggerlo e di trasformarlo, invece, nella prima grande istituzione africana dedicata agli artisti africani contemporanei.
Prendemmo la forma di uno dei chicchi di mais che un tempo erano stoccati nel silo e la intagliammo all’interno della costruzione, allestendo intorno 80 gallerie.
Il lavoro consisteva nel restaurare e ridare vita a una struttura storica, ma al centro del nostro progetto, con costi contenuti, c’era l’idea di creare un’emozione irresistibile e travolgente, sfruttando il più possibile quei tubi giganteschi.
Il punto chiave era capire come fare non soltanto per far fermare le persone all’esterno ad ammirare la struttura, ma per attirarle all’interno, dove la loro curiosità avrebbe fatto il resto.
Si entra passando sotto le tramogge, da dove i cereali cadevano sul nastro trasportatore. Tagliando la straordinaria struttura storica originale, abbiamo rivelato e reso fruibili le peculiarità dell’edificio. Questi dettagli, queste cavità, contribuiscono all’anima del progetto.
Sul tetto si trova un giardino delle sculture con il pavimento in vetro. Il museo finito è grezzo, è crudo, ma vero. Ed è stato un onore riportare in vita questa struttura storica.
A Singapore volevamo trovare delle soluzioni per far ritrovare alle persone l’entusiasmo di studiare in un’università. In quest’epoca digitale, in cui tutto si può fare su Internet e ho persino sentito dire che è possibile conseguire un dottorato dal letto di casa, a cosa servirebbero degli edifici universitari?
Noi siamo convinti che siano luoghi in cui mettere in comune le idee, incontrare un futuro socio in affari o la persona con cui fondare un’associazione di utilità sociale. Eppure, ciò che tipicamente ci aspetta sono pannelli di polistirolo sul soffitto, nessuna sorgente naturale di luce e ambienti poco invitanti in cui ritrovarsi.
In controtendenza, abbiamo costruito un edificio universitario senza corridoi, dove gli studenti possono vedersi reciprocamente. Un edificio senza facciata né retro. Difatti, non è un solo edificio, ma dodici edifici affiancati.
Il nostro obiettivo era inventare un’architettura tropicale di nuovo tipo, che facesse un uso minimo di energia, in cui imparare in aule prive di forme angolose, dove professori e insegnanti collaborassero con gli studenti, piuttosto che limitarsi ad assegnare compiti.
Un luogo dove la cultura fosse d’ispirazione, ma che invitasse anche a soffermarsi. E che fosse aperto tutto il giorno.
L’ultima volta che sono stato a Singapore, ero sotto l’effetto del jet lag, alle due di notte. Sono passato accanto all’edificio e ho visto studenti che tranquillamente lavoravano e socializzavano.
Nello Yorkshire, una contea inglese, ho avuto la fortuna di riumanizzare un centro di cura di uno dei più grandi ospedali oncologici del Paese. Quando si pensa ai peggiori luoghi in cui si è mai stati, di sicuro gli ospedali sono in cima alla lista. Sono tra gli edifici più angosciosi e terrificanti in cui ci si possa trovare.
Ci siamo dati la missione di creare un luogo emotivamente non asettico, in cui fosse possibile sentirsi vulnerabili, piangere, sentirsi protetti e far parte di una comunità accogliente.
Ma il cantiere era previsto sull’unico spazio verde dell’ospedale e non volevamo essere noi a piazzare uno “scatolone” per eliminarlo del tutto. Quindi ci siamo posti il problema di estendere il verde che, sappiamo, aiuta il processo di guarigione.
Come nei modellini di dinosauro fatti di pezzi di compensato che si incastrano, abbiamo fatto incastrare pannelli giganteschi per creare tre strutture che ospitassero tre grandi giardini, dando vita a un edificio-giardino.
In questo edificio ci sono 17.000 piante e 23.000 fiori a bulbo, che rappresentano un aumento del 423% della biodiversità sul sito.
Il nostro obiettivo era costruire un luogo in cui le persone potessero incontrarsi e, mettendo al centro le emozioni degli utenti, cercare veramente di realizzare un’architettura della speranza.
Infine, a Shanghai, abbiamo avuto un’opportunità tipica dei nostri tempi: dover fare le cose in grande. Realizzare un progetto di 400.000 metri quadrati su un sito lungo 480 metri, dove normalmente si sarebbe costruito qualcosa di convenzionale.
Il sito era enorme, tanto che l’Empire State Building avrebbe potuto starci adagiato.
Perché il progetto fosse economico e strutturalmente efficiente, avevamo bisogno di una griglia di mille colonne. Allora abbiamo scelto di non abbellire delle scatole, ma di rendere le colonne protagoniste, collegando il parco da un lato e il quartiere degli artisti dall’altro, riunendoli in un unico centro.
Il progetto finale si chiama A Thousand Trees.
Ogni colonna è sormontata da un albero di montagna cinese, ancora giovane. Abbiamo dovuto considerare nutrimento, drenaggio, effetti della luce e umidità, sfruttando il fatto che ogni colonna rappresenta il punto ideale per sostenere un carico.
L’edificio ha inoltre centinaia di terrazze esterne, offre ombra e speriamo che possieda la complessità necessaria per coinvolgere emotivamente le persone in un progetto di queste dimensioni.
Abbiamo lavorato con artisti locali per integrare le loro opere nella nostra visione, in un progetto veramente collaborativo. Questo atteggiamento si riflette anche all’interno.
Il progetto è stato inaugurato alla fine dell’anno scorso, sebbene soltanto per metà. Ci sono 100.000 persone al giorno che lo visitano. Ma non sono stati soltanto gli alberi e le piante: persino i pilastri strutturali sono diventati nostri alleati per umanizzare un progetto di questa portata.
Voglio dire, quindi, che non esiste un unico linguaggio o approccio per affrontare questa epidemia di noia. Così come in natura conosciamo oggi l’enorme importanza della biodiversità, abbiamo disperatamente bisogno di diversità in architettura.
Il mio obiettivo è cercare di dare inizio a un movimento mondiale di umanizzazione, in cui non si tollerino più luoghi inumani e senz’anima.
E se un giorno i nostri edifici ci ispirassero ad adeguarli, risistemarli e ripararli?
Non possiamo continuare a demolire gli edifici che ci circondano.
Smettiamo di costruire edifici con una vita utile di 40 anni e costruiamo edifici che durino 1.000 anni.
Unitevi a me, vi prego. Grazie.
Trascrizione del TED di Thomas Heatherwick, celebre architetto, designer e artista britannico.
L'articolo L’epidemia di noia che sta trasformando le nostre città proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

© Reuters




Il 9 ottobre Donald Trump ha annunciato che la Russia immetterà sul mercato oltre 300.000 tonnellate di gasolio, seguite da 500.000 a novembre e da un milione nei mesi successivi; poche ore dopo l’Office of Foreign Assets Control del Tesoro ha rilasciato una licenza generale valida fino al 7 aprile 2027. La decisione è giunta tre settimane dopo la firma del Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act, che consente dazi del 100% sui principali acquirenti di idrocarburi russi, e mentre a Miami gli inviati americani discutevano con ucraini ed europei le condizioni per chiudere la guerra.
La lettura più immediata, quella di un avvicinamento strategico fra Washington e Mosca, è anche la meno solida. La domanda utile è un’altra: che cosa rivela la licenza sul modo in cui l’amministrazione americana ordina i propri interessi, e quali conseguenze ne derivano per un’Europa che sulle sanzioni ha costruito la propria risposta all’aggressione russa. La tesi qui sostenuta è che il gasolio non segnala un’alleanza nuova, ma la subordinazione delle sanzioni alla politica dei prezzi in una fase di emergenza energetica: un precedente che le cancellerie europee non possono archiviare come episodico.
Uno shock di offerta, non un rovesciamento di alleanze
Il contesto spiega più delle intenzioni. Dagli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, a febbraio, lo Stretto di Hormuz è in larga parte chiuso. Da luglio, inoltre, Mosca ha vietato quasi tutte le esportazioni di gasolio dopo che i droni ucraini avevano fermato una quota rilevante della sua capacità di raffinazione. Ne è derivata una crisi del distillato medio: a settembre il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti ha toccato il record di 6,52 dollari al gallone, più del doppio rispetto a un anno prima, e il G7 ha concordato il rilascio di 100 milioni di barili di scorte d’emergenza. A meno di un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il costo del carburante è diventato un problema di politica interna prima ancora che di politica estera.
Letta in questa chiave, la licenza è anzitutto uno strumento di gestione del mercato, e la sua efficacia è dubbia. Con i fattori di conversione standard, le 300.000 tonnellate iniziali equivalgono a circa 2,2 milioni di barili, poco più di un giorno di esportazioni americane di gasolio verso l’Europa, che a luglio avevano toccato 1,7 milioni di barili al giorno. È poi incerto che la Russia possa consegnarle: nel terzo trimestre le sue esportazioni di gasolio sono crollate a 190.000 barili al giorno, contro gli 850.000 del primo, e per la prima volta il Paese ha dovuto importarne. Un ex dirigente dell’Agenzia internazionale dell’energia, citato da Al Jazeera, dubita che Mosca possa onorare le forniture senza sottrarle al mercato interno.
Il dato politico più rilevante è la contraddizione interna all’amministrazione. Il 18 settembre Trump ha firmato una legge che inasprisce le sanzioni contro Mosca; il 9 ottobre il Tesoro ne ha attenuato l’effetto con un atto amministrativo. Non è un’incoerenza casuale: le sanzioni restano lo strumento di pressione per eccellenza, ma vengono sospese quando il loro costo ricade sul consumatore americano. Per Washington la sanzione è diventata reversibile a condizioni che nulla hanno a che vedere con la condotta russa in Ucraina, ed è questo, più del gasolio, il segnale che il Cremlino registra.
Che cosa ottiene Mosca senza concedere nulla
Il guadagno economico russo è per ora più potenziale che reale, perché dipende da volumi che la Russia fatica a produrre. Il guadagno politico è invece immediato. Mosca aveva posto la condizione in modo esplicito: il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva legato la ripresa delle esportazioni alla rimozione delle sanzioni occidentali. La licenza accoglie quella condizione senza una contropartita pubblica: nessun cessate il fuoco, nessuna sospensione degli attacchi alla rete elettrica ucraina, nessun meccanismo di verifica.
La sequenza si inserisce in un disegno più ampio. Secondo Reuters, l’inviato speciale Jared Kushner e Kirill Dmitriev, consigliere di Putin, hanno discusso nelle ultime settimane l’ingresso di un investitore americano nei gasdotti Nord Stream e la cessione delle attività estere di Lukoil, accompagnata dalla rimozione delle relative sanzioni. La Casa Bianca ha negato colloqui recenti sul Nord Stream e Berlino ha ricordato che la riapertura richiederebbe un’autorizzazione che non intende concedere. Le trattative sono esplorative, ma indicano che la leva energetica è diventata moneta negoziale nel dialogo fra Washington e Mosca, gestita da canali personali più che istituzionali.
Kyiv ne ha colto subito le implicazioni. Zelensky ha definito la licenza una decisione debole di partner forti e ha subordinato la sospensione degli attacchi alle raffinerie alla fine dei bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche ucraine, provocando la reazione del Presidente Trump che ha dichinato come sia giunto il momento per l’Ucraina di cambiare presidente. La richiesta di risparmiare le raffinerie, che Trump gli aveva rivolto già a settembre, mostra il punto: le operazioni ucraine diventano un costo da comprimerequando incidono sui prezzi globali, benché siano una delle poche leve di Kyiv sull’economia di guerra russa.
Esiste peraltro una lettura alternativa che va soppesata. Gli incentivi economici sono uno strumento diplomatico legittimo, e una pressione priva di prospettive negoziali rischia di prolungare la guerra senza migliorarne l’esito. L’erosione, del resto, non è soltanto americana: già a maggio il Regno Unito ha esentato con una licenza generale il gasolio e il carburante per aviazione raffinati da greggio russo in Paesi terzi. L’argomento regge però solo se la concessione è legata a risultati verificabili. Al 10 ottobre nessuna fonte pubblica indica che lo sia, e un allentamento incondizionato abbassa il prezzo che Mosca dovrà pagare per ottenere il successivo.
L’Europa davanti a una garanzia negoziabile
Per le capitali europee il problema non è il gasolio, che il quadro sanzionatorio dell’Unione fondato sul Regolamento (UE) n. 833/2014 continua a escludere, ma ciò che la licenza rivela sull’alleato. La NATO poggia sulla presunzione che le due sponde dell’Atlantico condividano la stessa gerarchia delle minacce. Se Washington è disposta a sospendere la pressione su Mosca per contenere i prezzi interni, la convergenza diventa condizionale: non scompare, ma dipende dal ciclo economico ed elettorale americano. La questione non è se l’alleanza sia finita, ma se l’Europa possa continuare a pianificare la propria sicurezza assumendo che le priorità di Washington coincidano con le sue.
La risposta europea è avviata, ma incompleta. Secondo il primo rapporto annuale sulla prontezza della difesa, accolto dai ministri il 28 settembre, gli Stati membri hanno speso nel 2025 418 miliardi di euro, circa il 2,2% del PILdell’Unione, ma restano lacune significative proprio dove la dipendenza dagli Stati Uniti è maggiore. Berlino accelera: Merz a Kiev ha impegnato un miliardo di euro per droni intercettori e produzione congiunta di armamenti a lungo raggio. La spesa nazionale, tuttavia, non equivale a capacità europea, e la coesione politica è già sotto pressione, come mostra la posizione slovacca nell’Alleanza.
In questo quadro la proposta di Mark Carney offre un criterio più che un modello. A Davos, a gennaio, il primo ministro canadese aveva parlato di una rottura dell’ordine internazionale e invitato le medie potenze a cooperare per ridurre le dipendenze; il 17 settembre, al Parlamento europeo, ha proposto una partnership con l’Unione su minerali critici, industria della difesa, intelligenza artificiale e sicurezza energetica, escludendo di voler creare un terzo blocco. Il Canada è l’unico Paese extraeuropeo ammesso al fondo da 150 miliardi per gli acquisti comuni di difesa, e il giorno prima Ursula von der Leyen aveva prospettato per Ottawa una forma di associazione all’Unione. La logica è quella della copertura strategica: moltiplicare i partner affidabili senza rompere con Washington. Il limite è altrettanto chiaro: una rete di medie potenze riduce le vulnerabilità industriali ed energetiche, ma non sostituisce la deterrenza nucleare, l’intelligence strategica e la logistica americane.
Per l’Italia la questione è concreta. Il Paese dipende dalle rotte marittime del Mediterraneo allargato per l’approvvigionamento energetico e contribuisce alla deterrenza atlantica con capacità che il dibattito interno fatica a rafforzare, come segnala la frenata del governo sul potenziamento delle Forze armate. Roma ha dunque interesse a un regime sanzionatorio europeo autonomo e stabile, che non oscilli con i prezzi alla pompa americani, e a una partecipazione piena ai programmi comuni di acquisizione, compresi quelli aperti al Canada.
L’indicatore da osservare non è la durata della licenza, ma la sua funzione. Se resterà una misura emergenziale, legata alla chiusura di Hormuz e destinata a decadere con la normalizzazione dei flussi, il gasolio sarà ricordato come un episodio di politica dei prezzi. Se invece aprirà una serie di allentamenti senza contropartite, dal Nord Stream alle attività di Lukoil, segnalerà che per Washington la pressione su Mosca è negoziabile in sé. In entrambi i casi l’Europa ha già ricevuto l’informazione decisiva: la tenuta delle sanzioni dipende ormai dalle sue scelte, e la credibilità della sua deterrenza dalla velocità con cui trasformerà la spesa in capacità.


È ora disponibile il nuovo e-book di China Files, "Cina in viaggio", che prova a esplorare il paese oltre gli stereotipi, raccontando i modi in cui viene vissuto, attraversato e interpretato, da chi lo visita e da chi lo abita.
L'articolo Cina in viaggio – Gli e-book di China Files n° 40 proviene da China Files.

I titoli di oggi:
Cina, prime norme nazionali a tutela dei lavoratori della gig economy
Ue-Cina, intesa su NEV e accordi commerciali
India, Corte Su
L'articolo In Cina e Asia – Cina, prime norme nazionali a tutela dei lavoratori della gig economy proviene da China Files.


Il famoso storico Yuval Noah Harari sostiene che oggi nel mondo si muore più per gli eccessi alimentari che per la fame, e le ricerche scientifiche continuano a confermare quanto una dieta squilibrata rappresenti uno dei maggiori rischi per la salute umana.
Secondo i dati del Global Burden of Disease, riportati dall’American Heart Association nel rapporto del 2026, 7,22 milioni di morti nel mondo nel 2021 erano attribuibili a cattive abitudini alimentari. Tra i fattori di rischio più importanti figurano il consumo eccessivo di sale, una dieta povera di cereali integrali, frutta, verdura, legumi e frutta secca, insieme all’elevato consumo di alimenti ricchi di zuccheri e grassi poco salutari.
Una ricerca pubblicata nel marzo 2026 sulla rivista scientifica Nature Medicine, basata sui dati di 204 Paesi, ha inoltre stimato che nel 2023 circa 4,06 milioni di decessi per cardiopatia ischemica fossero attribuibili a un’alimentazione squilibrata. Lo studio ha individuato tra i principali fattori di rischio l’insufficiente consumo di frutta secca e semi, cereali integrali e frutta, oltre all’eccessiva assunzione di sodio.
Particolarmente significativo è proprio il consumo di sale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2021 gli adulti consumavano mediamente 11 grammi di sale al giorno, più del doppio dei 5 grammi raccomandati. L’OMS stima che nel 2023 circa 1,7 milioni di morti fossero associate all’eccessiva assunzione di sodio, uno dei principali fattori responsabili dell’aumento della pressione arteriosa e del rischio di infarto e ictus.
Anche in Italia la situazione presenta importanti criticità. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità relativi al biennio 2023-2024, il 43% degli adulti tra i 18 e i 69 anni risulta in sovrappeso o con obesità, mentre soltanto il 7% dichiara di consumare quotidianamente le cinque porzioni di frutta e verdura raccomandate dalle linee guida nutrizionali. L’alimentazione rappresenta uno dei principali fattori modificabili per la prevenzione delle malattie croniche. Il consumo frequente di carni lavorate, alimenti ricchi di zuccheri aggiunti, cereali raffinati e prodotti industriali ad alto contenuto di sale, associato a uno scarso consumo di vegetali, legumi e cereali integrali, contribuisce ad aumentare il rischio di diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e alcune forme di tumore, con conseguenze importanti sulla qualità e sull’aspettativa di vita.
Gli studiosi sottolineano quindi la necessità di interventi pubblici capaci di migliorare la qualità dell’alimentazione, attraverso una maggiore educazione nutrizionale, etichette alimentari più trasparenti, la riduzione di sale e zuccheri nei prodotti industriali e politiche che rendano gli alimenti salutari più accessibili alla popolazione.
L'articolo Oltre 7 milioni di morti nel mondo per cattive abitudini alimentari proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

