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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026 MEDIA INAF

Artemis II, il veicolo è sulla rampa di lancio

19 Gennaio 2026 ore 17:49

Alle 18:42 Eastern Time di sabato 17 gennaio (le 00:42 di domenica mattina in Italia) il razzo Sls (Space Launch System) Artemis II della Nasa e la navicella spaziale Orion hanno raggiunto la piattaforma di lancio 39B dopo un viaggio di quasi 12 ore dal Vehicle Assembly Building (Vab) del Kennedy Space Center della Nasa, in Florida.

Il razzo Space Launch System (Sls) della Nasa e la navicella spaziale Orion illuminati dalle luci del Launch Complex 39B, la piattaforma di lancio che hanno raggiunto sabato 17 gennaio 2026, presso il Kennedy Space Center della Nasa in Florida. Crediti: Nasa/Keegan Barber

Poche ore prima, il crawler-transporter 2 della Nasa aveva iniziato il suo viaggio di poco meno di sei chilometri e mezzo con l’Sls e l’Orion integrati e impilati sulla sua sommità. Muovendosi a una velocità massima di soli 1,32 chilometri all’ora, il crawler ha trasportato il gigantesco razzo lunare e la navicella spaziale lentamente ma inesorabilmente verso la piattaforma di lancio, facendo una pausa programmata per consentire ai team di riposizionare il braccio di accesso dell’equipaggio, un ponte che fornisce agli astronauti e all’equipaggio di chiusura l’accesso a Orion il giorno del lancio.

Nei prossimi giorni, ingegneri e tecnici prepareranno il razzo Artemis II per la prova generale, un test delle operazioni di rifornimento e delle procedure di conto alla rovescia. Entro il 2 febbraio il team caricherà il razzo con propellenti criogenici, avvierà il conto alla rovescia e si eserciterà a scaricare in sicurezza i propellenti dal razzo: tutte fasi essenziali prima della prima missione Artemis con equipaggio.

Potrebbero essere necessarie ulteriori prove generali per garantire che il veicolo sia completamente controllato e pronto per il volo. E, se necessario, dopo la prova generale la Nasa potrebbe riportare Sls e Orion al Vehicle Assembly Building per ulteriori lavori prima del lancio.

A bordo del primo volo umano di Artemis II ci saranno gli astronauti della Nasa Reid Wiseman, Victor Glover e Christina Koch e l’astronauta della Csa (Canadian Space Agency) Jeremy Hansen. In un viaggio di circa dieci giorni raggiungeranno la Luna, le orbiteranno intorno e poi faranno rientro verso la Terra. Si tratta di un passo avanti importante per le nuove missioni con equipaggio sulla superficie lunare, le prime della Nasa dopo il programma Apollo e che prevedono di portare una presenza costante sulla Luna.

 

Tutti in cerca di ET: ventun anni di Seti@home

19 Gennaio 2026 ore 16:39

Per 21 anni, tra il 1999 e il 2020, milioni di persone in tutto il mondo hanno “prestato” i loro computer ai ricercatori della University of California-Berkeley per cercare tracce di civiltà intelligenti nella nostra galassia. Il progetto, chiamato Seti@home, dal nome ‘Search for Extra-Terrestrial Intelligence’ (Seti), è stato una delle attività di crowdsourcing più popolari agli albori di Internet. I partecipanti al progetto hanno scaricato il software Seti@home sui loro computer di casa per analizzare i dati registrati dall’ormai defunto radiotelescopio di Arecibo a Porto Rico. L’obiettivo era la ricerca di segnali radio dallo spazio riconducibili a tecnofirme: prove di tecnologie passate o presenti create da forme di vita intelligente.

Il progetto fu lanciato il 17 maggio 1999 dalla University of California-Berkeley. Già appena dopo pochi giorni 200mila persone da oltre cento paesi avevano scaricato il software. Un anno dopo contava due milioni di utenti. Nel corso del progetto, un’area pari a circa un terzo dell’intero cielo fu osservata da Porto Rico 12 o più volte, con alcune regioni perlustrate centinaia o anche migliaia di volte.

Screenshot dell’interfaccia utente di Seti@home nel 2009. Il software funzionava su milioni di personal computer in tutto il mondo, analizzando i dati radio provenienti dallo spazio alla ricerca di segnali provenienti da civiltà extraterrestri.
Crediti: Robert Sanders/Uc Berkeley

In totale, queste analisi hanno prodotto 12 miliardi di rilevazioni – «segnali momentanei a una particolare frequenza provenienti da un particolare punto del cielo», come spiega l’informatico e co-fondatore del progetto David Anderson. Dopo dieci anni di lavoro, il team di Seti@home ha ora terminato l’analisi di queste rilevazioni, selezionando inizialmente circa un milione di segnali “candidati”. Di questi, circa un centinaio sono stati ritenuti sufficientemente interessanti da meritare una seconda revisione.

Dal luglio scorso, i membri del progetto hanno poi puntato il radiotelescopio cinese Five-hundred-meter Aperture Spherical Telescope (Fast) verso i segnali più degni di nota nella speranza di vederli di nuovo. Sebbene i dati di Fast non siano stati ancora analizzati, Anderson già ha detto di non aspettarsi la rilevazione di segnali extraterrestri. Tuttavia i risultati del progetto Seti@home, presentati in due articoli pubblicati quest’estate su The Astronomical Journal, offrono spunti di riflessione per le ricerche future e indicano potenziali difetti negli studi in corso.

Secondo l’astronomo e direttore del progetto Eric Korpela, ricerche come Seti@home faranno emergere inevitabilmente miliardi di possibili segnali. La sfida per i ricercatori è lo sviluppo di algoritmi che cancellino i segnali spuri causati da rumore o da interferenze radio d’origine terrestre senza eliminare le tracce effettive di una potenziale civiltà lontana. Per affrontare questo problema, Anderson e Korpela hanno predisposto una sorta di test in cieco inserendo nella loro pipeline di dati circa tremila falsi “segnali ET”, chiamati birdies, che simulano possibili trasmissioni da intelligenze extraterrestri. Il concetto è semplice: se la pipeline scopre questi birdie, senza scambiarli per interferenze radio da eliminare, ci sono buone possibilità che possa scoprire anche un analogo segnale ET “vero”.

Ma come potrebbe essere fatto un “segnale ET vero”? Quasi tutte le ricerche odierne, sottolinea Korpela a questo proposito, presumono che una civiltà extraterrestre impieghi molta potenza in una banda di frequenza stretta per attirare l’attenzione di altre civiltà, per poi inviare informazioni o dati tramite una frequenza a banda larga adiacente. Per aumentare le probabilità di essere rilevato, si ipotizza che il segnale possa trovarsi intorno a una frequenza alla quale gli astronomi osserverebbero l’universo, per esempio attorno alla lunghezza d’onda radio di 21 centimetri usata per mappare l’idrogeno nella galassia.

Come è stata condotta l’analisi dei dati

Il software di Seti@home ha preso i dati dei segnali radio da Arecibo (frequenza, intensità, posizione in cielo) e li ha rielaborati tramite calcoli matematici. Dato che la Terra si muove, così come una probabile sorgente del segnale radio, il software ha analizzato le osservazioni per individuare spostamenti di frequenza, chiamati Doppler drift.

Vista panoramica del radiotelescopio di Arecibo nel 2019. Con i suoi 300 metri di diametro, all’epoca era il più grande radiotelescopio al mondo. La parabola è stata distrutta durante una tempesta nel 2020. Crediti: Mario Roberto Durán Ortiz/Creative Commons

«Per tener conto di ogni possibilità, abbiamo dovuto considerare un’ampia gamma tassi di drift – decine di migliaia», spiega Anderson. «Questo moltiplica per diecimila anche la potenza di calcolo di cui abbiamo bisogno. Il fatto di avere a disposizione un milione di personal computer ci ha permesso di farlo. Nessun altro progetto radio Seti è stato in grado di farlo».

I 12 miliardi di segnali interessanti identificati dai computer dei volontari che hanno preso parte al progetto dovevano poi essere sottoposti a verifiche. Questa analisi ha richiesto un centro di calcolo con una grande quantità di spazio di archiviazione e memoria, fornito dal Max Planck Institute for Gravitational Physics di Hannover, in Germania. Il supercomputer ha permesso di eliminare interferenze radio e rumore, riducendo – come dicevamo – miliardi di rilevazioni a circa due milioni di segnali candidati. Una volta classificati in base alla potenzialità di essere reali, i primi mille sono stati esaminati manualmente. Si è così ristretto il campo a circa cento segnali. Questi sono stati puntati dal radiotelescopio Fast, con una registrazione di circa 15 minuti per ciascun punto del cielo. Fast ha un’area di raccolta circa 8 volte superiore a quella di Arecibo. L’analisi finale di questi segnali deve ancora essere completata, ma i due articoli pubblicati la scorsa estate, dice Anderson, «rappresentano le importanti conclusioni di Seti@home».

Dunque nessun segnale da parte di intelligenze extraterrestri. Secondo Anderson il progetto è comunque andato ben oltre le aspettative iniziali. «Quando stavamo progettando Seti@home», ricorda, «abbiamo cercato di decidere se ne valesse la pena, se avremmo avuto abbastanza potenza di calcolo per fare davvero nuova scienza. I nostri calcoli si basavano sull’assunzione di 50mila volontari. In poco tempo, ne abbiamo avuti un milione. È stato fantastico, e vorrei far sapere a quella comunità e al mondo che abbiamo effettivamente fatto un po’ di scienza».

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Ecco cosa diventano due stelle che si fondono

19 Gennaio 2026 ore 11:26

Quando due stelle si avvicinano, si scontrano e si fondono, esplodono in una nova rossa luminosa (Lrn o luminous red nova in inglese). Un faro luminoso ma transiente, a metà fra una semplice nova e una prorompente supernova. Fra i maggiori esperti nello studio di questi particolari oggetti astrofisici c’è un gruppo di ricercatori dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) che, negli ultimi anni, ha raccolto numerosi esemplari in galassie esterne alla Via Lattea. E che, ultimamente, è riuscito a rispondere a una fondamentale domanda: che cosa rimane dopo, quando la nova rossa luminosa si spegne e le due stelle sono diventate un unico oggetto? Una stella simile a una supergigante rossa, scrivono in un articolo disponibile su Astronomy & Astrophysics.

Immagine a falsi colori infrarossi, creata combinando immagini dal James Webb Space Telescope a diverse lunghezze d’onda. Vediamo la galassia a spirale Ngc 4490, a 30 milioni di anni luce di distanza. L’immagine copre solo una piccola area di cielo (pari a un settimo del diametro della Luna piena). Il riquadro bianco sulla sinistra è centrato sulla sorgente Lrn At 2011kp, osservata 12 anni dopo l’evento di coalescenza che l’ha generata. La sorgente è stata zoommata nel riquadro a destra, come indicato dal marcatore verde. A differenza delle stelle normali, che appaiono di colore blu, questa sorgente appare di colore più rosso, poiché la sua emissione è dominata da quella della polvere nelle immediate vicinanze, generata dal materiale espulso dal violento scontro tra le due stelle. Crediti: A. Reguitti, A. Adamo/Nasa/Esa/Csa

La maggior parte dei fenomeni astrofisici evolve in un arco di tempo di migliaia, se non milioni, di anni. Esistono alcuni fenomeni, però, come l’esplosione di una supernova o la fusione (merging in inglese) fra buchi neri o stelle di neutroni, che si sviluppano in periodi inferiori alla durata della vita umana (da millisecondi a decenni) e offrono agli studiosi la possibilità di assistere “in diretta” alla loro evoluzione. In gergo vengono chiamati “fenomeni transienti” e anche gli scontri fra stelle rientrano in questa categoria.

«Normalmente non possiamo assistere all’evoluzione di un sistema che avviene in milioni di anni, ma queste coppie di stelle stanno vivendo gli ultimi istanti prima dello scontro, che invece avviene in tempi molto più rapidi», spiega Andrea Reguitti, ricercatore all’Inaf e primo autore dello studio. «Il transiente che ne consegue, infatti, ha tempi evolutivi comparabili con quelli di una supernova, ovvero di alcuni mesi».

Andrea Reguitti, ricercatore dell’Inaf di Padova presso la sede di Padova. Crediti: Inaf/R. Bonuccelli

L’oggetto in questione – la Lrn, appunto – rientra nella famiglia dei transienti ottici di luminosità intermedia: si osserva nella luce visibile , nella fase più brillante ha una luminosità intermedia tra quella delle nove classiche e delle supernove, ed è il risultato dello scontro e fusione di due stelle ordinarie, che possono avere masse in un intervallo molto ampio, da più piccole del Sole fino a 50 volte più massicce.

Nel loro studio, Reguitti e i suoi colleghi hanno selezionato nove di questi transienti, ma solo per due di essi sono riusciti a scrivere l’intera storia: At 2011kp, che hanno ritrovato 12 anni dopo la fusione, e At 1997bs, che hanno ritrovato addirittura 27 anni dopo.

«In alcuni casi, analizzando immagini d’archivio dei principali telescopi spaziali prese anni prima dell’evento, è stato possibile individuare il progenitore, ossia studiare il sistema così com’era prima di fondersi, e capire dunque quali tipi di stelle fossero coinvolte», continua Reguitti. «Tuttavia, fino a ora non si sapeva che tipo di stella sarebbe rimasta dopo la coalescenza».

Per riuscirci, è necessario innanzitutto aspettare diversi anni dopo l’apparizione di un Lrn prima che il sistema si assesti. Occorre poi osservarlo con un telescopio spaziale in grado di individuare le singole stelle in altre galassie. E, infine, effettuare osservazioni in infrarosso. Le Lrn, infatti, in seguito allo scontro fra le due stelle producono molta polvere, che ha l’effetto di oscurare ciò che resta del sistema in luce ottica,  mantenendolo visibile solo in infrarosso. Queste ultime due condizioni richiedono capacità che, a oggi, hanno un nome preciso e insostituibile: il James Webb Space Telescope. Ed è infatti proprio nei dati pubblici di Webb che gli autori hanno ritrovato i due sistemi molti anni dopo il loro impatto, utilizzando immagini del 2023 e del 2024 nel vicino e medio infrarosso. Oltre a questo, hanno cercato immagini del telescopio spaziale Hubble nel visibile e del telescopio spaziale Spitzer.

Le novae rosse luminose sono le “esplosioni”, i transienti luminosi generati dall’energia liberata dallo scontro. Durante la fase più brillante del transiente Lrn, si osserva materiale eiettato dall’esplosione, che, essendo denso, caldo e luminoso, impedisce di vedere cosa c’è sotto. Ma, aspettando un tempo sufficiente e osservando nel vicino infrarosso, dove il risultato della fusione rimane visibile, per la prima volta il gruppo padovano è riuscito a osservare cosa diventano due stelle quando si fondono: qualcosa di molto simile a una supergigante rossa. Un oggetto molto grande, con un raggio centinaia di volte quello del Sole, che, se posto al centro del Sistema solare, sfiorerebbe l’orbita di Giove e, allo stesso tempo, freddo rispetto alle stelle ordinarie, con una temperatura superficiale di appena 3500-4000 kelvin (in confronto, il Sole arriva a quasi 6000 kelvin).

«Non ci aspettavamo di trovare questo tipo di oggetti come risultato della fusione», commenta Andrea Pastorello, ricercatore dell’Inaf e coautore dell’articolo. «Ci si sarebbe aspettato, piuttosto, che il sistema, passando da due stelle di una certa massa a una singola con una massa quasi pari alla somma delle due (al netto del materiale espulso dallo scontro), si sarebbe stabilizzato su una sorgente più calda e compatta».

Oltre ad aver trovato il prodotto dello scontro, grazie al telescopio spaziale Webb i ricercatori sono anche riusciti ad analizzare la composizione chimica della polvere che circonda il sistema dopo lo scontro. Trovando che è fatta principalmente di composti del carbonio, del tipo grafite o carbonio amorfo, e non di silicati come ci si attenderebbe in ambienti ricchi di ossigeno. Ogni evento produce circa un millesimo di massa solare di polvere, ovvero circa 300 volte la massa della Terra. Appena un centesimo rispetto alla polvere prodotta dalle supernove, ma se si considera che le Lrn sono molto più frequenti, si scopre che possono contribuire alla formazione cosmica della polvere quasi tanto quanto le supernove. Questa polvere viene poi dispersa nello spazio e, dopo migliaia o milioni di anni, finisce in una nebulosa ricca di gas, dalla quale può formarsi una nuova stella con nuovi pianeti.

«Noi siamo fatti di composti del carbonio, lo stesso di cui è ricca questa polvere. È un modo diverso di raccontare la vecchia storiella che siamo “polvere di stelle”», conclude Reguitti.

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Ricevuto prima di ieri MEDIA INAF

Il debutto di Astri-1 nell’extragalattico

16 Gennaio 2026 ore 19:18

Il telescopio Astri-1 ha catturato il suo primo segnale gamma di origine extragalattica. Nella notte del 15 gennaio 2026, tra le 01:00 e le 03:40 ora italiane, il telescopio Cherenkov – uno dei nove che costituiscono il mini-array Astri, la struttura osservativa dedicata all’astronomia gamma da Terra situata a Tenerife, nelle Isole Canarie – ha puntato gli occhi verso il blazar Markarian 421, registrando un incremento del flusso di raggi gamma proveniente dalla sorgente.

Illustrazione artistica che mostra Astri-1 in primo piano un blazar sullo sfondo. Crediti: Inaf/Silvia Crestan

Markarian 421 è una delle sorgenti più luminose del cielo nella banda dei raggi gamma. È anche una delle più vicine, motivo per cui è una fra le più studiate dalla comunità scientifica che si occupa di astrofisica delle alte e altissime energie. Situata nella costellazione dell’Orsa Maggiore a circa 400 milioni di anni luce dalla Terra, fa parte di una sottoclasse di nuclei galattici attivi che gli addetti ai lavori chiamano blazar: galassie che ospitano al centro un buco nero supermassiccio che alimenta potenti getti relativistici orientati lungo la nostra linea di vista. Questa particolare configurazione rende le sorgenti estremamente luminose e variabili alle alte e altissime energie, trasformandole in laboratori naturali per lo studio dei processi fisici più estremi dell’universo.

Il segnale rivelato da Astri-1 è associato all’emissione di un flare – un’improvvisa e intensa emissione di energia – da parte del buco nero ed è coerente con l’elevato stato di attività della sorgente segnalato nelle stesse ore da altri osservatori per raggi gamma, tra cui Lhaaso (ATel #17535), Veritas (ATel #17594) e i due telescopi Cherenkov di piccola taglia dell’osservatorio Ondřejov (ATel #17597). Il flusso di raggi gamma rilevato è risultato pari a circa 2,3 volte quello della Nebulosa del Granchio, sorgente di riferimento del cielo gamma, che il telescopio ha già osservato in passato.

«Attivati da un ATel di Veritas, che indicava che Markarian 421 fosse in flare, Astri-1 ha iniziato una campagna osservativa la notte tra il 14 e il 15 gennaio», racconta a Media Inaf  Fabio Pintore, ricercatore all’Inaf Iasf di Palermo e componente del gruppo che si è occupato dell’analisi preliminare dei dati. «I tre osservatori al sito – Silvia Crestan, Camilla Quartiroli e Alan Sunny – hanno profuso un grande impegno per consentire di accumulare fino a due ore e mezza di dati della sorgente in condizioni di visibilità ottimali. Dati che, con grande efficienza del sistema di processamento e archiviazione, sono stati trasferiti nel data center di Roma alla fine della notte osservativa».

«In questi casi», continua il ricercatore, «la velocità è cruciale e tutto il sistema Astri – dall’acquisizione fino all’analisi dei dati, ottimizzato grazie a un grande sforzo collettivo della comunità Astri – ha funzionato alla perfezione. I dati sono stati immediatamente presi in carico da Saverio Lombardi e dal gruppo che si occupa della riduzione dei dati e dell’analisi scientifica preliminare, che sul finire della mattinata aveva già ottenuto primi risultati. Astri-1 ha confermato che la sorgente era ancora in flare. Il suo flusso, infatti, era più del doppio, in un range di energia di riferimento che abbiamo scelto essere compreso tra 0.8 e 5  TeV (dove TeV, teraelettronvolt, è l’unità d’energia tipica della luce gamma di altissima energia), di quello della Crab Nebula, una sorgente molto brillante nel cielo gamma. Questo risultato mostra le eccellenti potenzialità sia dei singoli telescopi che dell’array Astri, prospettando un futuro ricco di soddisfazioni che ripaga dei tanti sforzi compiuti da tutti i gruppi di lavoro coinvolti nella progettazione hardware, software e nell’analisi dati».

L’analisi preliminare dei dati indica che il segnale è estremamente “solido” dal punto di vista scientifico: il livello di significatività statistica è infatti di 11 sigma, un valore che esclude che la rivelazione sia dovuta al caso o a rumori di fondo.

«Siamo felici che il telescopio Astri-1 abbia osservato la sua prima sorgente extragalattica», commenta Giovanni Pareschi, astrofisico dell’Inaf di Brera e principal investigator del progetto. «Si tratta di un risultato scientifico sicuramente di grande rilievo nel campo dell’astronomia gamma con telescopi Cherenkov, ottenuto da un gruppo per larga maggioranza italiano, con uno strumento interamente sviluppato da Inaf. Il singolo telescopio Astri-1, con cui è stata effettuata l’osservazione, ha una sensibilità di un fattore quasi tre superiore a quella di telescopi analoghi usati in passato, grazie al grande campo di vista e alla costante risoluzione angolare. Non vediamo l’ora di lavorare in stereoscopia con gli altri telescopi dell’Astri Mini- Array, cosa che avverrà già a partire dalla tarda primavera del 2026».

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Positive vibes per Plato

16 Gennaio 2026 ore 17:24

Plato, la missione dell’Agenzia spaziale europea destinata a scoprire esopianeti simili alla Terra, ha superato con successo una prima serie di test necessari per garantire che sia idoneo al lancio. In particolare, per verificare le sue capacità di resistere agli scossoni e alle intense vibrazioni che sperimenterà durante il lancio, posticipato ufficialmente al 2027, il veicolo spaziale è stato sottoposto ai test di vibrazione.

Plato è arrivata a Estec, nei Paesi Bassi, all’inizio di settembre 2025, e dopo il completamento dell’assemblaggio dello schermo solare e dei pannelli fotovoltaici il payload era pronto per la fase dei test ambientali. I test di vibrazione si sono svolti in tre fasi distinte. Nel corso della prima fase il veicolo spaziale è stato montato su un quad shaker e scosso energicamente rispetto all’asse Z (su e giù, come possiamo vedere nel video qui sotto, pubblicato ieri dall’Esa). Nelle altre due fasi  è stato sottoposto allo stesso test tramite uno shaker “laterale”, e scosso lateralmente avanti e indietro in due direzioni perpendicolari (assi X e Y).  Ogni prova è durata circa un minuto, durante il quale la frequenza delle oscillazioni è stata gradualmente aumentata da 5 a 100 oscillazioni al secondo (hertz). A frequenze più elevate non siamo più in grado di percepire il movimento, ma soltanto il rombo interno del veicolo spaziale causato dalle rapide vibrazioni. Il suono si intensifica in questo caso “a ondate”, quando vengono raggiunte le frequenze di risonanza.

Ricordiamo che i primi due minuti di un volo spaziale sono i più critici, poiché in questa fase il payload deve sopportare le vibrazioni estreme del lancio. Sottoponendo in anticipo il veicolo a questi stress, gli ingegneri si assicurano che nessun componente hardware venga danneggiato durante il lancio a causa di questo stress.

Dopo i test di vibrazione, il payload è stato collocato all’interno della camera di test acustici e bombardato da un suono ad altissima intensità, paragonabile a quello che sperimenterà durante il decollo. Anche questo test è andato come previsto. A breve la sonda verrà spostata nel Large Space Simulator – la più grande camera a vuoto d’Europa, sempre a Estec – per verificare che possa resistere alle temperature estreme e al vuoto dello spazio.

Entro la fine dell’anno Plato dovrà essere pronta al lancio, pianificato da Ariane Space per gennaio 2027.

 

Dal cuore di una galassia, un fiotto di gas da record

16 Gennaio 2026 ore 09:30

Il telescopio spaziale James Webb della Nasa continua a battere primati, rivelando il più grande flusso di gas surriscaldato finora conosciuto nell’universo, espulso da una galassia chiamata VV 340a. La scoperta, realizzata da un team dell’Università della California a Irvine, è stata pubblicata la scorsa settimana sulla rivista Science.

Si tratta di una galassia che erutta gas da entrambi i lati sotto forma di due nebulose allungate, un fenomeno prodotto dall’attività di un buco nero supermassiccio situato nel suo nucleo. Analizzando i dati del telescopio Webb, il team ha scoperto che ciascuna nebulosa si estende per almeno tre kiloparsec (un parsec equivale a circa 30mila miliardi di chilometri). Nella maggior parte delle galassie, questo tipo di gas altamente energetico resta confinato entro poche decine di parsec dal buco nero centrale. In VV 340a, invece, raggiunge distanze superiori di almeno un fattore 30.

Rappresentazione artistica di un getto in precessione che erutta dal buco nero supermassicio al centro della galassia VV 340a. Crediti: W. M. Keck Observatory / Adam Makarenko

Le osservazioni nelle onde radio condotte con il Karl G. Jansky Very Large Array, vicino a San Agustin, nel New Mexico (Usa), hanno rilevato la presenza di una coppia di getti di plasma su larga scala che emergono dai due lati della galassia. Gli astronomi sanno che tali getti, capaci di energizzare gas surriscaldato ed espellere materiale dalla galassia, si formano quando temperature estreme e intensi campi magnetici accompagnano il gas che precipita nel buco nero supermassiccio attivo. Una volta espulsi, i getti disegnano una struttura elicoidale, segno di un fenomeno noto come “precessione del getto” che descrive il cambiamento del suo orientamento nel tempo, in modo simile all’oscillazione di una trottola in rotazione.

Il team suggerisce che, propagandosi verso l’esterno, i getti si accoppino con il materiale della galassia ospite, spingendolo lontano dal nucleo ed eccitandolo fino a stati altamente energetici. L’energia coinvolta è enorme, equivalente all’esplosione di dieci miliardi di miliardi di bombe all’idrogeno ogni secondo. In questo processo si forma il cosiddetto gas a linee coronali, un plasma caldo e altamente ionizzato che è quasi sempre associato alle regioni interne dei buchi neri supermassicci attivi e che solo raramente viene osservato al di fuori delle galassie.

Le osservazioni effettuate dalle Hawaii con il telescopio Keck II hanno inoltre permesso di individuare una quantità ancora maggiore di gas, che si estende fino a 15 kiloparsec (50mila anni luce) dal buco nero. Secondo gli autori, questo gas più freddo rappresenta una sorta di “documento fossile” della storia dell’interazione tra i getti e la galassia, residuo di precedenti episodi di espulsione di materiale dal nucleo.

La combinazione dei dati raccolti da diversi strumenti – tra cui, appunto, il telescopio spaziale Webb e il Keck II – ha così consentito di studiare la struttura di gas coronale più estesa e coerente mai osservata finora. Le stime indicano che VV 340a sta perdendo una quantità di gas sufficiente a formare ogni anno circa 19 stelle come il Sole, un processo che limita in modo significativo la formazione stellare nella galassia, riscaldando e rimuovendo il materiale necessario alla nascita di nuove stelle.

Il prossimo passo per i ricercatori sarà quello di studiare altre galassie simili, per verificare se fenomeni analoghi siano comuni e per comprendere meglio come galassie come la Via Lattea potrebbero evolversi nel tempo.

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Sono rientrati gli astronauti della Crew-11

15 Gennaio 2026 ore 16:13

«Alle 3:41 del mattino, ora della costa orientale [le 9:41 ora italiana di oggi, ndr], la navicella Dragon Endeavor di SpaceX è ammarata con successo al largo della costa della California in condizioni meteorologiche ottimali. Questa missione ha riportato a casa sani e salvi i membri dell’equipaggio della Crew-11. Gli astronauti della Nasa Zena Cardman e Michael Fincke, l’astronauta della Jaxa Kimiya Yui e il cosmonauta della Roscosmos Oleg Platonov sono tutti in buona salute e di ottimo umore. Tutti i membri dell’equipaggio sono attualmente sottoposti alla consueta valutazione medica post-ammaraggio. Il membro dell’equipaggio che destava preoccupazione sta bene. Condivideremo aggiornamenti sul loro stato di salute non appena sarà opportuno farlo».

Immagine del recupero in mare della navicella Dragon Endeavor con a bordo i quattro astronauti della Crew-11, rientrati anticipatamente a causa di un problema medico di uno di loro. L’ammaraggio è avvenuto in condizioni nominali alle 09:41 di questa mattina (ora italiana) a largo di San Diego, in California, e i quattro astronauti sono ora in una clinica per le valutazioni mediche post-rientro. Crediti: Nasa

Comincia così la conferenza stampa tenuta questa mattina alla Nasa riguardo il rientro anticipato della Crew-11 dalla Stazione spaziale internazionale (Iss), dovuto a un problema medico di uno dei quattro membri dell’equipaggio. A parlare è l’amministratore dell’agenzia Jared Isaacman, che sottolinea come la Nasa fosse pronta a questa evenienza nonostante fosse la prima volta nella storia e come abbia saputo gestirla al meglio.

La permanenza della Crew-11 alla Iss è durata circa cinque mesi (167 giorni), durante i quali gli astronauti hanno dedicato oltre 850 ore a esperimenti e studi scientifici, tra cui ricerche sulla perdita ossea in microgravità e lo stoccaggio a lungo termine di fluidi criogenici nello spazio. Esperimenti che – sottolinea l’amministratore – avrebbero applicazioni dirette in campo medico e industriale e che hanno migliorato la nostra comprensione dei voli spaziali di lunga durata. I quattro astronauti si trovano ora in una clinica nella periferia di San Diego, in California, dove trascorreranno la notte per poi fare ritorno a Houston venerdì.

Da sinistra: Il cosmonauta della Roscosmos Oleg Platonov, gli astronauti della Nasa Mike Fincke e Zena Cardman e l’astronauta della Jaxa Kimiya Yui all’interno della navicella spaziale SpaceX Dragon Endeavour a bordo della nave di recupero Shannon di SpaceX poco dopo l’ammaraggio nell’Oceano Pacifico, al largo della costa di Long Beach, in California, giovedì 15 gennaio 2026. Crediti: Nasa/Bill Ingalls

Il prossimo mese vedrà due appuntamenti importanti per la Nasa e, più in generale, per il volo umano. Il 6 febbraio si apre la finestra di lancio di Artemis II, la missione che porterà quattro astronauti in orbita attorno alla Luna per la prima volta dopo le missioni Apollo. Si tratta del primo volo con equipaggio del razzo Space Launch System (Sls) e della navicella spaziale Orion. In questi giorni la Nasa sta preparando il trasferimento del veicolo completamente assemblato alla piattaforma di lancio 39B del Kennedy Space Center in Florida, che avverrà non prima di sabato 17 gennaio 2026. A seguire, il 15 febbraio si apre la finestra di lancio della Crew-12 per la Stazione spaziale internazionale, che vedrà fra i membri dell’equipaggio l’astronauta francese Sophie Adenot dell’Agenzia spaziale europea (Esa).

Guarda il video dell’ammaraggio della capsula Dragon con i quattro astronauti della Crew-11:

 

Così Marte influenza il clima della Terra

15 Gennaio 2026 ore 14:22

Come Davide contro il gigante Golia. Ma in questa storia cosmica il ruolo di Davide spetta a Marte, che pur essendo grande la metà della Terra e con una massa pari a circa un decimo, esercita un’azione sorprendente sul clima del nostro pianeta e persino sulle ere glaciali. Piccolo, lontano, apparentemente irrilevante. E invece capace di lasciare un segno profondo.

Confronto tra le dimensioni della Terra e di Marte. Crediti: Earth: Nasa/Apollo 17 Crew; Mars: Esa/Mps/Upd/Lam/Iaa/Rssd/Inta/Upm/Dasp/Ida

A mostrare tale fenomeno è uno studio, guidato dall’Università della California a Riverside e pubblicato il mese scorso sulla rivista Publications of the Astronomical Society of the Pacific, nel quale gli autori hanno affrontato alcuni dubbi su recenti ricerche che collegano gli antichi modelli climatici della Terra alle spinte gravitazionali di Marte. Queste ricerche suggeriscono che alcuni dei cicli climatici testimoniati dagli strati sedimentari presenti sul fondo dell’oceano siano influenzati dal Pianeta rosso, nonostante la sua distanza dalla Terra e le sue dimensioni relativamente contenute.

«Sapevo che Marte ha un certo effetto sulla Terra, ma credevo fosse minimo», dice Stephen Kane, professore di astrofisica planetaria all’Uc Riverside. «Pensavo che la sua influenza gravitazionale fosse troppo piccola per essere facilmente osservabile nella storia geologica della Terra, ma ho comunque voluto pro0vare a verificare le mie ipotesi».

Per farlo, Kane ha realizzato sofisticate simulazioni al computer del Sistema solare, analizzando l’evoluzione a lungo termine dell’orbita terrestre e della sua inclinazione. Il punto chiave è risultato essere nei cicli di Milankovitch, lenti cambiamenti dell’orbita e dell’asse terrestre che regolano come e quanta luce solare raggiunge il nostro pianeta su scale di decine o centinaia di migliaia di anni. Agendo come “cronometri” per le ere glaciali e i periodi interglaciali, questi cicli sono fondamentali per spiegare l’alternanza tra climi freddi e caldi su scale temporali di migliaia di anni.

Nei suoi 4,5 miliardi di anni di storia, la Terra ha attraversato almeno cinque grandi ere glaciali – l’ultima è iniziata circa 2,6 milioni di anni fa. Tra i cicli di Milankovitch, viene tradizionalmente ritenuto importante quello di circa 430mila anni dominato dall’influenza gravitazionale di Venere e Giove, che modifica l’eccentricità dell’orbita terrestre rendendola più o meno ellittica. In questo lasso di tempo, la traiettoria della Terra attorno al Sole oscilla gradualmente da una forma quasi circolare a una più allungata, per poi tornare indietro. Un cambiamento che incide sulla quantità di energia solare che raggiunge il pianeta e che può influenzare l’avanzata o il ritiro delle calotte glaciali.

Nelle simulazioni di Kane, questo ciclo rimane invariato anche eliminando il Pianeta rosso. Ma qui arriva la sorpresa: senza Marte scompaiono completamente altri due cicli cruciali – uno di circa 100mila anni e uno di circa 2,3–2,4 milioni di anni – ben visibili nei sedimenti oceanici e legati alle grandi transizioni climatiche. «Quando si rimuove Marte, quei cicli svaniscono», dice Kane. «E se si aumenta la massa di Marte diventano sempre più brevi, perché Marte ha un effetto maggiore».

Orbite di Terra e Marte a confronto. Crediti: Nasa

Questi cicli fanno sì che Marte contribuisca in modo diretto a modulare tre aspetti: la forma circolare o allungata dell’orbita terrestre (la sua eccentricità, appunto), il momento in cui la Terra si avvicina maggiormente al Sole e l’inclinazione del suo asse di rotazione (la sua inclinazione). Tutti parametri che incidono sulla distribuzione dell’energia solare sul nostro pianeta, e quindi sull’avanzata o il ritiro delle calotte glaciali.

Un risultato inatteso del nuovo studio riguarda proprio l’inclinazione terrestre. Attualmente la Terra è inclinata di circa 23,5 gradi, angolo che cambia leggermente nel tempo. Un Marte più massiccio rallenterebbe la velocità con cui questa inclinazione varia, esercitando un effetto stabilizzante sul clima.

«Più un pianeta è vicino al Sole, più è dominato dalla sua gravità. Orbitando più lontano dal Sole rispetto al nostro pianeta, Marte ha un effetto gravitazionale sulla Terra maggiore di quello che avrebbe se fosse più vicino. Incide, insomma, ben oltre le attese, considerando le sue dimensioni», spiega Kane.

Paradossalmente, un pianeta piccolo ma lontano dal Sole “pesa” dunque più di quanto ci si aspetterebbe nel delicato equilibrio del Sistema solare interno. E le implicazioni vanno oltre la Terra. Lo studio suggerisce che anche pianeti relativamente piccoli, posti nelle regioni esterne di altri sistemi planetari, potrebbero influenzare il clima e la stabilità di mondi potenzialmente abitabili.

«Senza Marte, l’orbita terrestre sarebbe priva di importanti cicli climatici», conclude Kane. «Come sarebbero gli esseri umani e gli altri animali se il Pianeta rosso non esistesse?»

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Il passato abitabile di Marte rivelato dalle argille

15 Gennaio 2026 ore 13:23

Un nuovo studio dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) fornisce la mappa più dettagliata mai realizzata della distribuzione e della composizione delle argille sulla superficie di Marte, offrendo nuove chiavi di lettura sull’evoluzione geologica del pianeta, sul ruolo dell’acqua nel suo passato e sulla sua potenziale abitabilità.

Il lavoro, pubblicato sulla rivista Journal of Geophysical Research: Planets, si basa su quasi 1500 osservazioni condotte su scala globale e acquisite dallo spettrometro Crism (Compact Reconnaissance Imaging Spectrometer for Mars) a bordo del Mars Reconnaissance Orbiter della Nasa. Grazie a questa analisi è stato possibile estrarre e interpretare le firme spettrali nell’infrarosso delle argille presenti sulla superficie marziana.

Mappa globale di Marte che mostra la topografia, con le principali regioni del pianeta. La linea gialla delimita la grande dicotomia della crosta marziana, che segna la zona di transizione dagli antichi altopiani alle pianure più giovani. La linea rossa tratteggiata circonda l’area dominata dall’Olympus Mons e dal Tharsis Rise. Le stelle rosa e verdi indicano le posizioni dei lander e dei rover passati, presenti e futuri. I riquadri bianchi segnalano le aree ingrandite mostrate nelle Fig. 2–3. Crediti: J. Brossier/Inaf (Brossier et al. 2026)

Le argille marziane rappresentano una traccia diretta dell’acqua che un tempo ha modellato il quarto pianeta del Sistema solare e i luoghi in cui la vita avrebbe potuto svilupparsi. Alcune regioni del Pianeta rosso sono infatti considerate ambienti privilegiati per la possibile conservazione di biofirme; per questo motivo, la loro distribuzione e la composizione mineralogica costituiscono elementi chiave sia per la ricostruzione degli antichi ambienti acquosi di Marte sia per la selezione dei siti di atterraggio delle future missioni di esplorazione.

Mappa regionale dell’area circostante Mawrth Vallis e Oxia Planum, che evidenzia nuovi affioramenti ricchi di argille. Le aree evidenziate in rosso indicano osservazioni con una chiara presenza di argille ricche di ferro e magnesio, mentre quelle in rosa segnalano tracce più deboli o incerte. Crediti: J. Brossier/Inaf (Brossier et al. 2026)

«Abbiamo realizzato una mappa globale, messa a disposizione della comunità “marziana” internazionale, che mostra la distribuzione dei principali minerali idratati presenti su Marte, tra cui argille, solfati, cloriti e carbonati», spiega Jeremy Brossier, ricercatore dell’Inaf e primo autore dell’articolo. «Il nuovo studio fornisce inoltre una caratterizzazione dettagliata dei minerali argillosi, dalle fasi ricche di ferro (nontroniti) a quelle ricche di magnesio (saponiti), includendo anche composizioni intermedie come vermiculiti e ferrosaponiti. Questa ampia diversità mineralogica riflette una storia geochimica lunga e complessa del pianeta, legata a diverse condizioni di formazione e alterazione in presenza di acqua».

Per ottenere questi risultati, il team ha sviluppato nuovi metodi per ridurre il cosiddetto “rumore” nei dati spettrali, migliorando in modo significativo le capacità di identificare e distinguere le firme delle argille e di altri minerali. È stato inoltre implementato un approccio innovativo per estrarre dettagli dagli spettri, consentendo di separare con maggiore precisione i segnali associati alle argille ricche di ferro da quelle ricche di magnesio.

Mappe regionali delle aree Nili Fossae e Libya Montes, che mostrano nuovi affioramenti ricchi di argille recentemente analizzati. In questa regione si trova il cratere Jezero, attualmente esplorato dal rover Perseverance della Nasa, operativo su Marte dal 2021. Crediti: J. Brossier/Inaf (Brossier et al. 2026)

I risultati mostrano variazioni spaziali significative nella mineralogia argillosa di Marte: le nontroniti, ricche di ferro, dominano nella regione di Mawrth Vallis, mentre le saponiti, ricche di magnesio, sono concentrate soprattutto nelle aree di Nili Fossae e di Libya Monter. Oxia Planum, il sito di atterraggio del rover europeo Rosalind Franklin della missione ExoMars dell’Agenzia spaziale europea (Esa), ospita invece argille di composizione più intermedia, tra cui vermiculiti e ferrosaponiti. Queste caratteristiche rendono Oxia Planum un’area particolarmente promettente per lo studio degli antichi ambienti acquosi e per la ricerca di possibili biofirme.

Proprio per questo, «lo studio si inserisce direttamente nel contesto della missione ExoMars, che prevede l’esplorazione del suolo marziano a partire dal 2030. In questo scenario, l’Inaf svolge un ruolo di primo piano nello sviluppo dello strumento Ma_Miss (Mars Multispectral Imager for Subsurface Studies), uno spettrometro progettato per analizzare rocce e suoli del sottosuolo marziano e ricostruirne la storia geologica e ambientale», conclude il ricercatore.

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Così gestiscono le emissioni i buchi neri

14 Gennaio 2026 ore 17:47

La prima cosa da sapere sui buchi neri è che si chiamano così perché qualunque cosa – materia o luce – attraversi il loro orizzonte degli eventi non può più uscire. La seconda cosa è che non tutto ciò che viene attirato da un buco nero incorre in questo destino. Prima di attraversare il punto di non ritorno definitivo – l’orizzonte degli eventi, appunto –, nei buchi neri in accrescimento il materiale in arrivo forma un disco che ruota attorno al buco nero. Da questo disco di accrescimento, occasionalmente e in determinate circostanze, quantità di materiale sorprendentemente grandi vengono nuovamente espulse nello spazio. Avviene sotto forma di venti a raggi X, oppure di getti relativistici di plasma. E la congiunzione non è un caso: secondo un nuovo studio pubblicato su Nature Astronomy una modalità esclude l’altra.

Rappresentazione artistica di un sistema binario simile a 4U 1630−472. Un buco nero di massa stellare accresce materia dalla stella compagna, emettendo potenti getti di materia e gas oppure venti stellari visibili ai raggi X. Crediti: ESO/L. Calçada/M.Kornmesser

Si tratterebbe della prima chiara prova osservativa che questi due tipi di emissioni sono mutuamente esclusivi. Quando uno è attivo, l’altro scompare. Ma vediamoli meglio. I getti relativistici sono fasci di plasma stretti e concentrati che fuoriescono dai poli del buco nero a una velocità prossima a quella della luce, alimentati dai campi magnetici e dalla rotazione del buco nero. I venti di raggi X, invece, sono flussi più ampi e lenti di gas altamente ionizzato espulso dalla superficie del disco di accrescimento dalla radiazione e dalla pressione magnetica.

Nello studio, gli scienziati si sono concentrati su un sistema binario chiamato 4U 1630−472, formato da un buco nero con una massa circa dieci volte superiore a quella del Sole e da una stella compagna, dalla quale “ruba” materiale che riempie il suo disco di accrescimento e viene regolarmente espulso come vento o getto. Il sistema è stato monitorato per tre anni grazie alle osservazioni del telescopio a raggi X Nicer della Nasa, a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, e del radiotelescopio MeerKat in Sudafrica. In questo periodo, il buco nero non ha mai prodotto contemporaneamente venti forti e getti potenti: quando il buco nero emette un getto di plasma ad alta velocità, il vento di raggi X si placa, e quando il vento riprende, il getto svanisce.

«In sistemi come 4U 1630-47, che accrescono materia a tassi compatibili con il regime standard di disco sottile, riteniamo che l’apparente mutua esclusività tra venti di disco e getti relativistici possa rappresentare un comportamento generale, piuttosto che una peculiarità di una singola sorgente», dice a Media Inaf Francesco Carotenuto, ricercatore postdoc all’Inaf di Roma e coautore dello studio. «I nostri risultati suggeriscono che le diverse modalità di espulsione del materiale non co-esistano simultaneamente, ma tendano piuttosto ad alternarsi nel tempo, in diverse fasi di attività (chiamate outbursts) del sistema. Al contrario di molti altri sistemi noti, 4U 1630-47 ha mostrato varie fasi di outburst negli ultimi anni, che abbiamo seguito nella loro evoluzione con dense campagne osservative nella banda radio e nei raggi X».

Non un caso isolato, dunque, questo buco nero, ma l’espressione di una “regola” generale. E c’è di più: mentre i due meccanismi si alternano, la quantità di materiale in arrivo rimane pressocché costante, un po’ come se il buco nero fosse in grado di autoregolarsi. Getti e vento, infatti, trasportano quantità comparabili di massa ed energia, suggerendo che, mentre la forma del flusso in uscita cambia, la velocità totale del flusso rimane invariata.

«Una possibile spiegazione fisica è che la forma dominante dell’outflow sia regolata da cambiamenti nella configurazione del campo magnetico associato al plasma del disco di accrescimento, in particolare nelle regioni più interne del disco e nella sua interazione con il buco nero», spiega Carotenuto. «I risultati di simulazioni numeriche suggeriscono infatti che differenti configurazioni del campo magnetico possano dare origine in modo naturale a meccanismi di “lancio” o “espulsione” diversi. Le transizioni tra queste configurazioni potrebbero quindi permettere alla sorgente di passare da uno stato dominato da venti a uno dominato da getti, senza richiedere cambiamenti drastici nel tasso globale di accrescimento».

In breve, i buchi neri non si limitano a consumare materia, ma la gestiscono, decidendo se espellerla nello spazio sotto forma di getto concentrato o spazzarla via con venti violenti. L’equilibrio tra venti e getti svolge un ruolo fondamentale nel regolare la crescita dei buchi neri, e influenza anche la formazione delle stelle nelle regioni vicine e l’evoluzione delle galassie. Questo meccanismo, infatti, potrebbe non riguardare solo i buchi neri di massa stellare come quello del sistema studiato, ma anche i buchi neri supermassicci al centro delle galassie. L’unica condizione irrinunciabile è che si tratti di un buco nero in accrescimento.

«Il disco di accrescimento è infatti un elemento fondamentale per la produzione sia dei venti sia dei getti, e senza un disco questi meccanismi non possono operare», specifica Carotenuto. «I sistemi binari a raggi X, in cui un buco nero di massa stellare (di circa 10 masse solari) accresce materia da una stella compagna, sono particolarmente importanti perché evolvono su scale temporali relativamente brevi (nell’ordine di settimane o mesi). Questo ci permette di osservare direttamente i cambiamenti nei meccanismi di espulsione del materiale nel corso del tempo. È possibile che comportamenti simili avvengano anche attorno a buchi neri supermassicci nei nuclei galattici attivi, ma in quel caso le transizioni avverrebbero su tempi molto più lunghi, rendendole molto più difficili da osservare direttamente».

Per saperne di più:

  • Leggi su Nature Astronomy l’articolo “Evidence of mutually exclusive outflow forms from a black hole X-ray binary“, di Zuobin Zhang, Jiachen Jiang, Francesco Carotenuto, Honghui Liu, Cosimo Bambi, Rob P. Fender, Andrew J. Young, Jakob van den Eijnden, Christopher S. Reynolds, Andrew C. Fabian, Julien N. Girard, Joey Neilsen, James F. Steiner, John A. Tomsick, Stéphane Corbel e Andrew K. Hughes

Il mondo dell’astronomia saluta Mario Rigutti

14 Gennaio 2026 ore 17:20

È scomparso lo scorso 12 gennaio 2026 a Firenze, all’età di 99 anni, Mario Rigutti, figura di riferimento dell’astrofisica italiana e protagonista del rinnovamento dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte.

Mario Rigutti, 29 giugno 1979. Crediti: Inaf Capodimonte

Nato a Trieste nel 1926, Rigutti attraversò da giovanissimo gli anni difficili della guerra, mantenendo però intatta la passione per l’astronomia che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Dopo gli studi tra Trieste e Firenze, si formò all’Osservatorio di Arcetri sotto la guida di Giorgio Abetti e Guglielmo Righini, distinguendosi per le sue ricerche sulla fotosfera solare e sulle bande molecolari del cianogeno. Negli anni Sessanta del secolo scorso, il suo percorso scientifico si aprì alla dimensione internazionale: prima al Dominion Observatory di Ottawa in Canada, poi all’Università di Berkeley in California dove entrò in contatto con alcuni dei protagonisti della fisica e dell’astrofisica solare del tempo. Fu protagonista di numerose spedizioni per l’osservazione di eclissi totali di Sole, contribuendo in modo decisivo alla conoscenza della corona solare. Fu in Canada (1963), in Grecia (1966), in Brasile (1966) e in Mauritania (1973). Da quest’ultima spedizione trasse ispirazione per il volume La scomaprsa del Sole (Gianinni 2014), un racconto di viaggio e di culture nuove e di scienza.

Nel 1969 approdò a Napoli come professore ordinario di astronomia all’Università Federico II e direttore degli osservatori di Capodimonte e di Teramo. A Napoli, la sua guida, durata fino al 1992, segnò una stagione di profonda trasformazione scientifica, culturale e infrastrutturale.

«A lui si deve una profonda trasformazione scientifica e infrastrutturale dell’istituto» commenta l’attuale direttore dell’Osservatorio di Capodimonte, Pietro Schipani «l’introduzione dell’indirizzo astrofisico all’Università di Napoli, la modernizzazione della strumentazione, la creazione del planetario didattico, dell’Auditorium e, nel 1991, del museo dell’Osservatorio. Anche gli attuali astronomi di Capodimonte devono qualcosa al prof. Rigutti».

Nella sua attività di ricerca, Mario Rigutti si è occupato degli strati esterni del Sole – fotosfera, cromosfera e corona – e dei fenomeni legati all’attività solare, come brillamenti e protuberanze. Tra il 1968 e il 1972 è stato membro della European Solar Research Organization e fino al 1973 chairman del Gruppo di lavoro per le eclissi totali di Sole dell’Unione astronomica internazionale. Autore di oltre 150 pubblicazioni scientifiche e instancabile divulgatore, Rigutti seppe parlare al grande pubblico con chiarezza e passione. Il suo libro Cento miliardi di stelle rimane un punto di riferimento per generazioni di lettori. Negli ultimi anni si dedicò anche alla narrativa e alla poesia, ottenendo numerosi riconoscimenti. Nel 2019 il Minor Planet Center gli ha dedicato il pianetino (33823) Mariorigutti, un tributo alla sua lunga vita spesa a osservare e raccontare l’universo.

Disegno a matita su carta dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte (Napoli), eseguito da Mario Rigutti nel 1992. Crediti: Inaf Capodimonte

Accanto alla scienza, coltivava l’arte del disegno a matita e un profondo amore per la musica classica che considerava una forma di armonia affine a quella del cosmo. Socio di numerose società scientifiche, Rigutti è stato presidente dell’Accademia di scienze fisiche e matematiche di Napoli nel 1991 e della Società astronomica italiana dal 1977 al 1981. È stato inoltre tra i fondatori e direttore del Giornale di astronomia, contribuendo in modo decisivo alla crescita della cultura astronomica nel nostro Paese. La comunità astronomica italiana perde un protagonista appassionato e generoso, un uomo capace di unire rigore scientifico, visione culturale e un profondo impegno civile nella diffusione del sapere.

 

Risolto il mistero dei little red dots

14 Gennaio 2026 ore 17:08

Da dicembre 2021, quando il James Webb Space Telescope (Jwst) ha visto la prima luce a circa 1,5 milioni di chilometri dalla Terra, i ricercatori di tutto il mondo si interrogano sugli enigmatici puntini rossi che spiccano tra le galassie nelle immagini catturate dal telescopio. I cosiddetti little red dots (piccoli punti rossi) erano visibili quando l’universo aveva “solo” alcune centinaia di milioni di anni; circa un miliardo di anni dopo, però, sembrano essere scomparsi. Che cosa erano, dunque?

“I piccoli puntini rossi sono giovani buchi neri, cento volte meno massicci di quanto si pensasse in precedenza, avvolti in un bozzolo di gas, che stanno consumando per crescere. Questo processo genera un calore enorme, che traspare attraverso il bozzolo. Questa radiazione attraverso il bozzolo è ciò che conferisce ai piccoli puntini rossi il loro caratteristico colore rosso”, spiega Darach Watson. Crediti: Darach Watson/Jwst

Si è pensato fossero galassie massicce, abbastanza potenti da essere rilevate da Jwst 13 miliardi di anni dopo. Ma è molto strano che galassie così evolute fossero già presenti così presto nella storia cosmica. Ora, dopo due anni di analisi continua delle immagini con i piccoli punti rossi, i ricercatori del Cosmic Dawn Centre del Niels-Bohr Institute hanno trovato la spiegazione nel fenomeno più potente del nostro universo: i buchi neri.

«I piccoli punti rossi sono giovani buchi neri, cento volte meno massicci di quanto si credesse in precedenza, avvolti in un bozzolo di gas, che stanno consumando per ingrandirsi. Questo processo genera un calore enorme, che traspare attraverso il bozzolo. Questa radiazione attraverso il bozzolo è ciò che conferisce ai piccoli punti rossi il loro caratteristico colore rosso», afferma Darach Watson, ricercatore al Cosmic Dawn Center di Copenhagen e coautore dell’articolo che rivela la natura di questi oggetti, pubblicato oggi su Nature. «Sono molto meno massicci di quanto si credesse in precedenza, quindi non abbiamo bisogno di invocare tipologie di eventi completamente nuovi per spiegarli».

Attualmente sono noti centinaia di piccoli punti rossi. Sebbene siano tra i buchi neri più piccoli mai scoperti, hanno comunque una massa fino a 10 milioni di volte quella del Sole e un diametro di 10 milioni di chilometri.

I buchi neri inghiottono tutto ciò che si trova nelle loro vicinanze e crescono mentre lo divorano. Ma poiché l’orizzonte degli eventi dei buchi neri non è molto vasto, il gas in caduta si riscalda a temperature così elevate da brillare intensamente e rilasciare più energia di qualsiasi altro processo a noi noto. Questa intensa radiazione fa sì che gran parte della materia che il buco nero consuma venga espulsa.

La copertina dell’ultimo numero di Nature è dedicata a questa scoperta. Crediti: Darach Watson/Jwst

«Quando il gas cade verso un buco nero, si muove a spirale verso la superficie del buco nero, formando una sorta di disco o imbuto. Finisce per muoversi così velocemente e viene compresso così intensamente da generare temperature di milioni di gradi e illuminarsi intensamente. Ma solo una piccolissima quantità di gas viene inghiottita dal buco nero. La maggior parte viene espulsa dai poli durante la rotazione del buco nero. Ecco perché chiamiamo i buchi neri mangiatori disordinati», spiega Watson.

La nuova scoperta getta luce sulle fasi iniziali dell’evoluzione dei buchi neri e contribuisce a spiegare come, appena 700 milioni di anni dopo il Big Bang, potessero già esistere buchi neri supermassicci con masse fino a un miliardo di volte quella del Sole. «Abbiamo catturato i giovani buchi neri nel mezzo della loro rapida crescita, in una fase che non avevamo mai osservato prima. Il denso bozzolo di gas che li circonda fornisce il carburante di cui hanno bisogno per crescere molto rapidamente», conclude Watson.

«L’articolo propone un interessante scenario fisico per spiegare le proprietà osservative della nuova, inaspettata popolazione di nuclei galattici attivi distanti scoperta da Jwst, inclusi i little red dots, e sembrerebbe confermare che questa nuova popolazione tracci le prime, rapidissime fasi di accrescimento dei buchi neri supermassicci», commenta a Media Inaf Roberto Gilli, astrofisico di Inaf Bologna, non direttamente coinvolto nello studio ma esperto conoscitore dell’argomento. «Sarà ora interessante verificare se tali oggetti sono presenti e abbondanti anche nell’universo vicino per capire con un maggior dettaglio quali sono i meccanismi che portano alla formazione dei buchi neri supermassicci, uno dei principali misteri dell’astrofisica extragalattica».

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Cloud-9: storia d’una galassia che non ce l’ha fatta

14 Gennaio 2026 ore 09:06

L’hanno beccata grazie all’emissione dell’idrogeno neutro, Cloud-9, nube di gas situata dalle parti della galassia a spirale M94, che ci racconta una storia antica, vecchia quanto l’universo stesso. La videro per la prima volta nel 2023 alcuni astronomi cinesi, questa palla di gas grossa quanto un milione di soli, tenuta insieme da una massa di materia oscura cinquemila volte più massiccia. Una nube piccola e compatta, diversa da quelle che si notano nei dintorni della Via Lattea, e che in questi giorni sta facendo parlare di sé. Si è scoperto infatti che mai nessuna stella si accese là dentro, cosa che rende a buon diritto Cloud-9 la prima galassia mancata mai scoperta.

La notizia è uscita la scorsa settimana in una lettera a The Astrophysical Journal Letters e l’ha firmata, assieme ad altri ricercatori, Gagandeep Anand dello Space Telescope Science Institute di Baltimora, nel Maryland (Usa). Cloud-9 è quello che in gergo viene chiamato un Relhic (“Reionization-Limited H I Cloud”, dove la dicitura “H I” sta per l’idrogeno neutro), un relitto giunto a noi intonso dall’infanzia dell’universo, alone di gas e materia oscura privo di stelle, previsto dai modelli ma che mai si era riusciti a scovare. Fino a ora.

La nube di idrogeno neutro Cloud-9 (in magenta) osservata dal Very Large Array. Il cerchio delimita la regione che corrisponde al picco dell’emissione radio e su cui si è concentrata la ricerca delle stelle, effettuata col telescopio Hubble. Nessuna stella è stata rivelata, il che implica che Cloud-9 sia la prima galassia mancata mai vista. Crediti: Nasa, Esa. G. Anand, A. Benitez-Llambay; Elaborazione dell’immagine: J. DePasquale (Stsci)

«Questa è la storia di una galassia fallita», dice Alejandro Benitez-Llambay, dell’Università di Milano-Bicocca, co-scopritore del Relhic. «Nella scienza, di solito impariamo di più dai fallimenti che dai successi. In questo caso, non vedere stelle è ciò che dimostra la correttezza della teoria. Ci dice che abbiamo trovato nell’universo locale un “mattone” primordiale di una galassia che non si è ancora formata».

Come si diceva, Cloud-9 era stata avvistata per la prima volta nel 2023 dal radiotelescopio cinese Fast (“Five-hundred-meter Aperture Spherical Telescope“) ed è stata successivamente riosservata con il Green Bank Telescope e il Very Large Array, entrambi negli Stati Uniti. Larga 4900 anni luce, la “nuvola numero nove” non deve il suo nome a una felice espressione idiomatica (“to be on cloud nine” è l’equivalente inglese del nostro “essere al settimo cielo”), ma al fatto di essere stata, ben più prosaicamente, la nona nube identificata nei pressi di M94, a quattordici milioni di anni luce dal nostro pianeta.

Puntando su di essa il telescopio spaziale Hubble, gli astronomi si sono accorti che di stelle, dentro la nube, proprio non c’è traccia. Appurando dunque che Cloud-9 è una galassia mancata, dotata di una massa di materia oscura insufficiente affinché il gas potesse collassare e formare stelle. Erano anni che si cercava un oggetto fatto così, ma tutte le ricerche condotte sinora erano state infruttuose.

«Prima di usare Hubble, si sarebbe potuto sostenere che questa fosse una debole galassia nana che non potevamo vedere con i telescopi da terra. Semplicemente non erano abbastanza sensibili da riuscire a vedere le stelle», sostiene Anand. «Ma con l’Advanced Camera for Surveys di Hubble, siamo in grado di poter dire che lì non c’è nulla».

La regione di cielo in cui è localizzata Cloud-9. Si vedono solo galassie lontane e una stella in primo piano (in alto a sinistra), che nulla ha a che fare con la nube. Crediti: Nasa, Esa, G. Anand e A. Benitez-Llambay; elaborazione dell’immagine: J. DePasquale

I Relhic sono oggetti previsti dal modello cosmologico attuale. Averne trovato uno fornisce dunque un’importante conferma alle sue predizioni. Essendo oggetti che giungono a noi direttamente dagli albori della storia cosmica, inintaccati dalla formazione stellare, essi costituiscono dei luoghi privilegiati per studiare i mattoni da cui si formano le galassie.

«Questa nube è una finestra sull’universo oscuro», commenta Andrew Fox, coautore dello studio. «Sappiamo dalla teoria che la maggior parte della massa dell’universo dovrebbe essere costituita da materia oscura, ma è difficile rilevarla perché non emette luce. Cloud-9 ci offre un raro sguardo su una nube dominata dalla materia oscura».

Ce ne potrebbero essere altre di galassie mancate dalle nostre parti. Il difficile è beccarle. Se troppo piccoli, gli aloni di materia oscura non sono in grado di trattenere il gas che ha consentito di rilevare Cloud-9, rimanendo dunque invisibili. Inoltre, oggetti come Cloud-9 vengono spesso “messi in ombra” dalle galassie brillanti che si trovano nei paraggi. Soprattutto, possono avere vita dura, in quanto l’idrogeno può venire loro strappato via mentre si muovono nel mezzo intergalattico.

In futuro è possibile che Cloud-9 diventi infine una galassia, a patto che acquisisca una massa sufficiente. Se questo non dovesse accadere, è probabile che continui a rimanere un Relhic, relitto alla deriva nell’eterna, accelerata, diaspora delle galassie.

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Se neutrini e materia oscura si parlano

13 Gennaio 2026 ore 14:26

Sono fra le particelle più evasive che esistano. Uno, il neutrino, è praticamente inafferrabile, capace di attraversare l’intero Sole quasi alla velocità della luce. E per l’altra, la materia oscura, il praticamente lo possiamo anche togliere, visto che almeno fino a oggi non siamo mai riusciti a intercettarla. In termini fisici si dice che non interagiscono, o interagiscono pochissimo – solo attraverso l’interazione debole, nel caso dei neutrini. Ebbene, alla faccia di questa loro capacità d’eludere senza rivali, e in contraddizione con quanto previsto dal modello cosmologico Lambda-Cdm, un nuovo studio guidato da Lei Zu del Centro polacco per la ricerca nucleare (Ncbj) di Varsavia e dall’Università di Sheffield suggerisce che queste due Houdini della fisica particellare possano invece interagire fra loro.

Cielo stellato. Crediti: Hans/Pixabay

«I nostri risultati affrontano un enigma di lunga data nella cosmologia. Le misurazioni dell’universo primordiale», ricorda una delle autrici dello studio pubblicato il 2 gennaio su Nature Astronomy, l’astrofisica romana Eleonora Di Valentino, oggi all’Università di Sheffield, «prevedono che le strutture cosmiche debbano essersi sviluppate più rapidamente nel tempo rispetto a quanto osserviamo oggi. Tuttavia, le osservazioni dell’universo moderno indicano che la materia è leggermente meno concentrata del previsto, evidenziando una lieve discrepanza tra le misurazioni del periodo iniziale e quelle del periodo successivo».

I dati relativi all’universo primordiale utilizzati nello studio sono principalmente quelli raccolti da terra con Act, l’Atacama Cosmology Telescope, e dallo spazio con il satellite Planck dell’Agenzia apaziale europea – entrambi progettati proprio per studiare la Cmb (radiazione cosmica di fondo a microonde), vale a dire il debole bagliore residuo del Big Bang. Quanto all’universo più moderno, le osservazioni sono invece quelle della Dark Energy Survey – ottenute con lo strumento Decam montato sul telescopio Victor M. Blanco, in Cile – e della Sloan Digital Sky Survey.

È mettendo a confronto questi due insiemi di dati, provenienti da epoche diverse, che è emersa la lieve discrepanza alla quale fa riferimento Di Valentino – prima autrice, vale qui la pena ricordare, di una recente rassegna di oltre quattrocento pagine interamente dedicata alle tensioni cosmologiche. Una discrepanza nota fra gli addetti ai lavori come tensione S8, dal nome di un parametro cosmologico – il parametro S8, appunto – che quantifica l’ampiezza delle fluttuazioni della materia sulla scala degli 8 Mpc, dunque una sorta di misura della disomogeneità dell’universo. Ciò che gli autori del nuovo studio hanno trovato è che neutrini e materia oscura sembrerebbero interagire: un comportamento che potrebbe risolvere la tensione S8.

«Se questa interazione tra materia oscura e neutrini fosse confermata, si tratterebbe di una scoperta fondamentale», conclude William Giarè, coautore dello studio, oggi all’Università delle Hawaii. «Non solo getterebbe nuova luce su una persistente discrepanza tra diverse sonde cosmologiche, ma fornirebbe anche ai fisici delle particelle una direzione concreta, indicando quali proprietà cercare negli esperimenti di laboratorio per aiutare finalmente a svelare la vera natura della materia oscura».

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L’anello mancante per super-terre e sub-nettuniani

13 Gennaio 2026 ore 08:02

Una delle scoperte più sorprendenti dell’astronomia è che la maggior parte delle stelle simili al Sole ospita un pianeta di dimensioni comprese tra la Terra e Nettuno all’interno di un’orbita paragonabile a quella di Mercurio. Queste super-terre e sub-nettuniani sono i pianeti più comuni della nostra galassia, ma la loro formazione è rimasta avvolta nel mistero. Ora, un team internazionale di astronomi ha individuato l’anello mancante: il momento in cui pianeti neonati di un sistema planetario lontano si stanno lentamente trasformando in questi oggetti celesti così numerosi.

Rappresentazione artistica di quattro esopianeti in orbita attorno alla loro stella, la cui intensa radiazione potrebbe riscaldare le loro atmosfere gonfie, causandone la perdita nello spazio. Crediti: Astrobiology Center

«La cosa più entusiasmante è che stiamo assistendo a un’anteprima di quello che diventerà un sistema planetario del tutto normale», dice John Livingston, autore principale dello studio del Centro di astrobiologia di Tokyo, in Giappone. «I quattro pianeti che abbiamo studiato probabilmente si contrarranno in super-terre e sub-nettuniani, i tipi di pianeti più comuni nella nostra galassia, di cui non abbiamo mai avuto un’immagine così chiara negli anni della loro formazione».

Lo studio si è concentrato su V1298 Tau, una stella di circa 20 milioni di anni – un battito di ciglia in termini cosmici rispetto al Sole, che ha 4,5 miliardi di anni. In orbita attorno a questa giovane stella ci sono quattro pianeti giganti, tutti di dimensioni tra Nettuno e Giove, intrappolati in una fase fugace e turbolenta della loro vita, in rapida evoluzione. Questo sistema sembra essere un antenato diretto dei sistemi planetari compatti presenti in tutta la galassia.

Per un decennio, il team ha utilizzato diversi telescopi terrestri e spaziali per misurare con precisione il momento in cui ogni pianeta passava davanti alla stella. Cronometrando questi transiti, gli astronomi hanno scoperto che le orbite dei pianeti non erano perfettamente regolari. La loro configurazione orbitale e la gravità fanno sì che si attraggono a vicenda, accelerando o rallentando leggermente. Queste piccole variazioni temporali, chiamate Transit-Timing Variations (Ttv), hanno consentito al team di misurare con precisione, per la prima volta, le masse dei pianeti.

I risultati sono stati notevoli. I pianeti, nonostante abbiano un raggio da 5 a 10 volte quello terrestre, hanno masse pari a sole 5-15 volte quelle del nostro pianeta. Hanno, cioè, una densità bassissima: sono più simili a zucchero filato di dimensioni planetarie che a mondi rocciosi.

Questo “gonfiore” contribuisce a risolvere un enigma di lunga data nella formazione planetaria. Un pianeta che si forma e si raffredda semplicemente nel corso del tempo sarebbe infatti molto più compatto. L’analisi del team rivela, invece, che questi pianeti devono aver subito una trasformazione radicale nelle prime fasi della loro evoluzione, perdendo rapidamente gran parte delle atmosfere primordiali e raffreddandosi drasticamente con la scomparsa del disco di gas attorno alla loro giovane stella. «Ma sono ancora in evoluzione. Nei prossimi miliardi di anni continueranno a perdere la loro atmosfera e a ridursi significativamente, trasformandosi nei mondi compatti che vediamo in tutta la galassia», aggiunge James Owen, coautore dell’Imperial College di Londra, che ha guidato la modellazione teorica.

«Mi viene in mente il famoso fossile di Lucy, uno dei nostri antenati, un ominide vissuto tre milioni di anni fa, che fu uno dei principali “anelli mancanti” tra scimmie antropomorfe e umani», aggiunge Erik Petigura, coautore dell’Ucla. «V1298Tau è un collegamento fondamentale tra le nebulose che formano le stelle e i pianeti che vediamo in tutto il cielo e i sistemi planetari maturi che abbiamo ormai scoperto a migliaia».

Il sistema V1298 Tau funge oggi da laboratorio per comprendere le origini dei pianeti più abbondanti della Via Lattea, offrendo agli scienziati uno sguardo senza precedenti sulla vita turbolenta e trasformativa dei mondi giovani. Lo studio di sistemi come V1298 Tau potrebbe inoltre aiutare a spiegare perché nel Sistema solare manchino le super-terre e i sub-nettuniani, così comuni altrove nella galassia.

Per saperne di più:

  • Leggi su Nature l’articolo “A young progenitor for the most common planetary systems in the Galaxy” di John H. Livingston, Erik A. Petigura, Trevor J. David, Kento Masuda, James Owen, David Nesvorný, Konstantin Batygin, Jerome de Leon, Mayuko Mori, Kai Ikuta, Akihiko Fukui, Noriharu Watanabe, Jaume Orell Miquel, Felipe Murgas, Hannu Parviainen, Judith Korth, Florence Libotte, Néstor Abreu García, Pedro Pablo Meni Gallardo, Norio Narita, Enric Pallé, Motohide Tamura, Atsunori Yonehara, Andrew Ridden-Harper, Allyson Bieryla, Alessandro A. Trani, Eric E. Mamajek, David R. Ciardi, Varoujan Gorjian, Lynne A. Hillenbrand, Luisa M. Rebull, Elisabeth R. Newton, Andrew W. Mann, Andrew Vanderburg, Guðmundur Stefánsson, Suvrath Mahadevan, Caleb Cañas, Joe Ninan, Jesus Higuera, Kamen Todorov, Jean-Michel Désert e Lorenzo Pino

 

Meteorite nel barese? La rete Prisma dice no

12 Gennaio 2026 ore 16:41

Si è diffusa nelle ultime ore l’ipotesi che a generare il luminoso fragore registrato nel barese la sera del 10 gennaio 2026 possa essere stato un bolide. I dati tuttavia sembrerebbero escludere tale possibilità. Le camere all-sky della rete Prisma, che da ormai dieci anni si occupa proprio di osservare i cieli italiani in cerca di meteore brillanti per ricavare l’area di caduta al suolo di eventuali frammenti meteoritici, la sera in questione non hanno avvistato alcun bolide.

«Le nostre camere di Castellana Grotte e Lecce, le più vicine alla zona», dice infatti Dario Barghini, ricercatore dell’Inaf di Torino ed esperto scienziato della rete Prisma, «non hanno registrato alcun bolide nell’orario indicato, ovvero dopo le ore 18:00. Difficilmente un evento del genere passerebbe inosservato».

Il bolide dell’11 gennaio 2026 ripreso dalla camera Prisma Itcp01 di Napoli. Crediti: Prisma/Inaf

Vi potreste invece esser persi il bolide che la notte seguente, domenica 11 gennaio, è stato registrato, alle ore 21:09 Ut circa (le 22:09 ora locale), da cinque camere in cinque diverse regioni: Amelia, Napoli, Roma, San Sepolcro e Teramo. «La triangolazione ha permesso di determinare la traiettoria dell’oggetto che», prosegue Barghini, «diretto verso nord-ovest, ha attraversato il cielo a metà strada tra le isole di Ponza e Ventotene e la costa della nostra penisola, tra Gaeta e Terracina. Dopo aver impattato l’atmosfera a 90 km di altezza con una velocità di circa 27 km/s, si è estinto dopo circa due secondi e mezzo a una quota di poco superiore ai 40 km, avendo quindi subìto una significativa decelerazione, chiaramente evidente dai dati».

L’orbita dell’oggetto era molto eccentrica: al perielio raggiungeva i paraggi del pianeta Mercurio, mentre all’afelio oltrepassava le parti più esterne della fascia degli asteroidi, spingendosi in direzione dell’orbita di Giove.

«Rimane importante», conclude Barghini, «che eventi come quello del 10 gennaio, anche se poi si risolvono in falsi allarmi, siano segnalati da chi ne è testimone perché sono comunque utili informazioni per noi ricercatori. Sul nostro sito è infatti presente un form di segnalazione bolidi».

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