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Ricevuto — 12 Ottobre 2026 ⏭ Feed RSS di lantidiplomatico.it

Il colpo di stato silenzioso: la nuova legge elettorale per trascinare l'Italia in guerra (VIDEO)

 

di Giulia Bertotto

 

 

Il "Melonellum" è legge: siete pronti alla guerra? 

Pomeriggio del 12 ottobre, mobilitazione in Piazza Capranica, nei pressi di Montecitorio, indetta da Agorà contro la Legge Elettorale approvata pochi giorni fa alla Camera. 

Una presa d'assalto del Parlamento, dicono i manifestanti, fortemente anticostituzionale, che rende i luoghi che appartengono alla volontà popolare fortezze di un bipolarismo posticcio che ha un unico obiettivo: la guerra Nato e quella di Israele al resto del mondo.

Aderiscono Democrazia Sovrana Popolare, sindacato Fisi, Potere al popolo, Sanitari per Gaza, Assopace Palestina, molte altre sigle, giornalisti e cittadini che denunciano come il "Melonellum" sia non solo sia finalizzato ad erodere la democrazia del nostro paese, quello che resta almeno, ma soprattutto l'obiettivo finale sia la militarizzazione della società allo scopo di non trovare alcun dissenso alle logiche belliche e di sterminio.

Tra gli intervistati il professor Angelo D'Orsi, i giornalisti Fulvio Grimaldi e Andrea Lucidi.

Riyadh sotto attacco, il summit dell'energia si svuota: assenti i big del petrolio

 

Diversi dirigenti di alto livello del settore energetico sono stati esclusi dal programma del World Petroleum Council (WPC) Energy Congress, in corso a Riyadh dal 11 al 15 ottobre. Il Regno Saudita ha insistito per svolgere la conferenza nonostante le minacce alla capitale da parte delle Forze Armate Yemenite (YAF), guidate da Ansarallah.

Inizialmente era prevista la partecipazione dei vertici di ExxonMobil, TotalEnergies, Shell, Chevron e BP, ma lunedì i loro nomi non figuravano più nell'agenda ufficiale diffusa dagli organizzatori.

"A tutti coloro che sono venuti a Riyadh, va il nostro ringraziamento", ha dichiarato il ministro dell'Energia saudita, Abdulaziz bin Salman, nel suo discorso di apertura. "Sapete che questo Paese è sicuro e che la vostra protezione ci sta a cuore… Il fatto che ci troviamo qui non significa però che il rischio sia scomparso". Il ministro ha definito "gravi" le operazioni degli yemeniti contro il Regno, sottolineando che meritano una risposta "altrettanto seria".

L'evento, originariamente programmato per aprile, era stato rinviato a causa dell'escalation militare di febbraio che ha coinvolto Stati Uniti, Israele e Iran.

"Purtroppo, a causa delle difficoltà di viaggio, non possiamo essere presenti di persona. Apprezziamo enormemente le nostre consolidate collaborazioni nella regione", ha dichiarato un portavoce di BP a Reuters, aggiungendo che l'azienda ha fatto "ogni sforzo per partecipare". Shell ha rifiutato di rilasciare commenti, mentre TotalEnergies, ExxonMobil e Chevron non hanno risposto nell'immediato.

Tensione a Riyadh e impatto sui mercati

Il congresso si tiene a soli 10 chilometri dall'aeroporto internazionale King Khalid di Riyadh, colpito durante il fine settimana dalle forze yemenite in un attacco che ha causato 12 vittime. La sospensione dei voli nello scalo è stata prorogata fino a lunedì. Nonostante i ripetuti avvertimenti lanciati nei giorni scorsi da Sana'a, le autorità saudite hanno insistito per mantenere operative le strutture aeroportuali. Anche l'aeroporto di Abha e diversi impianti chiave di Aramco, comprese alcune raffinerie, sono stati ripetutamente presi di mira.

Intervenendo alla conferenza, l'amministratore delegato di Aramco, Amin Nasser, ha lanciato un allarme globale: la pressione sul mercato dell'energia è destinata a peggiorare finché lo Stretto di Hormuz non sarà completamente riaperto dall'Iran. "A livello globale, la tensione sul petrolio greggio è seria", ha affermato, spiegando che l'impennata dei prezzi dei carburanti raffinati sta aggravando il quadro. Nasser ha aggiunto che le scorte offshore si trovano "ben al di sotto" dei 6 milioni di barili, stimando che potrebbero volerci fino a due anni per ricostituirle garantendo al contempo il soddisfacimento della domanda.

Nel frattempo, lunedì i prezzi del greggio hanno toccato i massimi delle ultime due settimane: il Brent è salito dell'1,25% arrivando a 106 dollari al barile, mentre il WTI statunitense è stato scambiato a 92 dollari al barile, sui livelli più alti dal 29 settembre.

Crisi economica e scontri sul campo

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal (WSJ), Riyadh ha subito ingenti danni a causa del conflitto con lo Yemen e delle successive attacchi di rappresaglia da parte di Sana'a. Questa situazione ha ampliato il deficit di bilancio saudita, spingendo l'economia del Regno verso la contrazione.

In Yemen continuano intanto violenti scontri tra le forze guidate da Ansarallah e i gruppi filogovernativi, con l'obiettivo di espellere la coalizione a guida saudita dal Paese. A settembre, le YAF hanno preso il controllo di Bab al-Mandab, di gran parte della costa occidentale yemenita e di diverse isole nel Mar Rosso, e stanno ora avanzando verso la città di Taiz.

L'ampia campagna di attacchi contro l'Arabia Saudita è la risposta all'escalation del conflitto avviata a luglio. Negli ultimi giorni si sono intensificati anche i bombardamenti sauditi sullo Yemen, provocando numerose vittime civili.

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Voli per Israele: Air France e United si adeguano al divieto sui piloti musulmani

 

Israele ha introdotto nuove restrizioni di sicurezza che vietano a piloti e assistenti di volo stranieri con cittadinanza di Paesi privi di relazioni diplomatiche con Tel Aviv di prestare servizio sui voli diretti nel proprio spazio aereo. A darne notizia è il quotidiano Haaretz.

La decisione giunge in seguito al presunto tentativo di dirottamento di un volo FlyDubai diretto a Tel Aviv, che avrebbe visto protagonista un copilota omanita. In risposta all'evento, il Centro operativo per la sicurezza aerea del Ministero dei Trasporti israeliano ha emesso una serie di direttive aggiornate.

Secondo quanto riportato dall'emittente pubblica israeliana KAN, il divieto si applica anche ai professionisti in possesso di doppia cittadinanza, precludendo di fatto l'accesso ai cieli israeliani al personale di volo proveniente dalla maggior parte dei Paesi a maggioranza musulmana.

Le nuove linee guida interesseranno piloti e assistenti di volo di 31 Paesi, tra cui Arabia Saudita, Iran, Malesia, Venezuela, Pakistan e Oman. Secondo le prime ricostruzioni, United Airlines e Air France si sarebbero già adeguate alle norme informando i propri dipendenti. L'applicazione di tali restrizioni da parte di Air France potrebbe tuttavia esporre la compagnia a contenziosi legali in Francia, dove molti cittadini hanno la doppia cittadinanza algerina o tunisina (due Paesi che non mantengono rapporti diplomatici con Israele).

Nel frattempo, l'emittente Canale 13 ha riferito che almeno una compagnia aerea israeliana ha avviato verifiche sui precedenti penali e personali di circa 2.500 dipendenti del settore aeronautico locale.

L'incidente FlyDubai e le incongruenze nella ricostruzione

Secondo le versioni ufficiali di Israele ed Emirati Arabi Uniti, il copilota omanita Hammam al-Hammami avrebbe tentato un attacco terroristico a bordo del volo FlyDubai 1073, cercando di far schiantare l'aeromobile per uccidere i passeggeri israeliani. I funzionari emiratini hanno riferito che al-Hammami avrebbe aggredito il comandante con un'ascia d'emergenza nel tentativo di prendere il controllo dei comandi.

Diversi elementi della ricostruzione presentano tuttavia forti incongruenze, portando diversi osservatori a ipotizzare una narrazione di propaganda.

Un passeggero israeliano di 50 anni, Yaniv Hayun, titolare di un'azienda idraulica senza alcuna esperienza di volo, ha raccontato di essere intervenuto nella cabina di pilotaggio, di aver bloccato l'aggressore e di aver stabilizzato l'aereo mentre questo precipitava per 20.000 piedi. Hayun ha affermato di essere riuscito a far uscire l'aereo dalla picchiata rimettendolo in assetto grazie alle nozioni apprese guardando un programma televisivo sugli incidenti aerei.

La versione ha sollevato forti perplessità tra gli esperti. Un pilota intervistato dalla CNN ha espresso seri dubbi sulla fattibilità della manovra descritta: "I dati riportati non hanno alcun senso dal punto di vista della fisica aeronautica: un'escursione di quota così rapida e violenta avrebbe causato la disintegrazione strutturale dell'aereo". Inoltre, nei filmati girati a bordo durante la presunta caduta libera, si vedono i passeggeri camminare e stare in piedi nel corridoio per osservare cosa stesse accadendo verso la cabina di pilotaggio.

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L'Europa condanna l'accordo Usa-Russia sul diesel mentre affonda nella crisi energetica

Mentre l'Unione Europea sprofonda in una crisi energetica sempre più grave, i suoi leader hanno trovato il tempo e la voglia di scagliarsi contro l'accordo siglato il 9 ottobre tra Donald Trump e Vladimir Putin per le forniture di diesel russo agli Stati Uniti. Un'intesa che prevede l'esportazione immediata di oltre 300.000 tonnellate di diesel verso il mercato USA, con la sospensione temporanea delle sanzioni statunitensi sul carburante russo fino all'aprile 2027 e la conseguente rimozione delle restrizioni russe all'esportazione. Numeri che fanno impallidire l'Europa, la quale continua a comprare energia russa nonostante le sanzioni e le dichiarazioni di facciata.

La reazione europea non si è fatta attendere. Kaja Kallas, capo della diplomazia Ue, ha tuonato che non è il momento di allentare la pressione su Mosca. Il primo ministro finlandese Petteri Orpo ha parlato di una delusione tremenda, accusando Washington di finanziare la Russia. Berlino, per voce del portavoce del cancelliere Friedrich Merz, ha ribadito che la Germania mantiene ferme le sanzioni e lavora con i partner europei per imporne di nuove. Tutti compatti nel condannare l'accordo, tutti ugualmente incapaci di guardare in faccia la realtà.

Russian strikes killed over 80 Ukrainian civilians in two days. Moreover, it has stepped up its hybrid attacks against Europe, both EU Member States and NATO Allies. Suspending sanctions on Russian diesel provides Moscow with more revenues to wage war. This is not the time to ease pressure on Russia, and Europe won’t. On Monday, EU Foreign Ministers intend to approve the biggest set of sanctions listings targeting Russia’s war machine since the start of the war.

— Kaja Kallas (@kajakallas) October 10, 2026

Perché la realtà è che l'Europa, da anni, continua a comprare energia russa nonostante le sanzioni e le dichiarazioni di facciata. Lo ha ricordato senza giri di parole il segretario al Tesoro USA Scott Bessent, che in un'intervista a Fox News ha definito ipocrita l'atteggiamento delle capitali europee. Dal 2022, ha spiegato, gli europei hanno dato più soldi ai russi che agli ucraini proprio perché non riescono a liberarsi dalla dipendenza energetica da Mosca. La loro politica energetica è fallita e continuano a finanziare Putin. Quindi non possono certo lamentarsi se gli Stati Uniti si prendono un po' di respiro sui prezzi del diesel.

Ma la crisi energetica europea non è solo una questione di importazioni. È una crisi che l'Europa si è creata con le proprie mani, con una serie di decisioni scellerate che hanno portato i prezzi dei carburanti a livelli non più sostenibili da cittadini e imprese. Emmanuel Macron definiva insostenibili i prezzi del carburante in Francia nello scorso mese di settembre. Il 17 settembre il prezzo medio della benzina nell'Ue era di 2,6 euro al litro, contro i 2,12 dell'Eurozona. Da inizio anno i prezzi della benzina sono aumentati del 29 per cento e quelli del diesel del 40 per cento. Numeri che pesano come macigni sui bilanci delle famiglie e delle imprese.

Gli esperti spiegano che i governi europei avrebbero tre strumenti per affrontare l'emergenza: ridurre temporaneamente la tassazione sui carburanti, aiutare le famiglie vulnerabili e le imprese di trasporto, e garantire maggiori forniture. Ma nessuno di questi strumenti viene utilizzato con la necessaria determinazione. Vladislav Belov, vice direttore dell'Istituto per l'Europa della Russia, osserva che i prezzi eccezionalmente elevati di diesel e benzina stanno diventando un ulteriore freno alla crescita economica dell'Ue. I costi del trasporto merci, dell'agricoltura, dell'edilizia e di alcuni comparti manifatturieri lievitano e si trasferiscono sui prezzi al consumo. Se i livelli attuali dovessero persistere, dice, è prevedibile un'ulteriore pressione inflazionistica, un calo dei redditi reali e della domanda, e un deterioramento della competitività dei produttori europei.

Alexander Frolov, vice direttore dell'Istituto Mgimo per la politica energetica internazionale, ricorda che i paesi europei detengono il primato mondiale per i prezzi dei carburanti, principalmente a causa della tassazione. La situazione in Medio Oriente ha aggravato le interruzioni delle forniture russe al mercato globale, già causate dagli attacchi all'Ucraina, spingendo i prezzi al rialzo e acuendo la crisi energetica cronica che l'Europa affronta dalla fine degli anni 2010. Con l'interruzione dei legami commerciali con la Russia e la strategia di abbandono graduale dei suoi idrocarburi entro la fine del 2027, è venuta meno la rete di sicurezza. La ricerca di forniture sostitutive su mercati alternativi non fa che aumentare i prezzi. L'Europa risente di qualsiasi sconvolgimento nelle aree periferiche, impatti che in precedenza potevano essere compensati dalle forniture russe abbinate a misure di risparmio energetico.

Alexey Belogoriyev, direttore della ricerca presso l'Institute for Energy and Finance Foundation, sottolinea che le cause della crisi dei prezzi del carburante sono le stesse in tutte le regioni del mondo, ma per gli Stati Uniti un fattore chiave è l'eccezionale redditività delle esportazioni di petrolio e prodotti petroliferi, che sottrae carburante al mercato interno. L'Europa, al contrario, è un importatore netto. I paesi dell'Ue stanno subendo le conseguenze di decenni di dieselizzazione del parco auto e dell'interruzione dei legami energetici con la Russia. La percezione pubblica della crisi è simile negli Stati Uniti e in Europa, ma le ripercussioni economiche per i consumatori europei sono più gravi.

E mentre tutto questo accade, mentre i cittadini europei fanno i conti con bollette impossibili e prezzi alla pompa che non accennano a scendere, l'Unione Europea continua a finanziare il regime di Kiev per portare avanti la guerra per procura contro la Russia. Aggravando così, di fatto, la propria crisi energetica, politica ed economica.

Le importazioni di gas russo nell'Ue sono scese dal 45 per cento del totale a un 12 per cento previsto per il 2025, mentre quelle di greggio si sono ridotte al 2 per cento. Ma questi dati non raccontano l'intera storia. Perché l'Europa continua a dipendere da forniture energetiche che arrivano da mercati alternativi a prezzi maggiorati, mentre i suoi cittadini si ritrovano con bollette insostenibili e prezzi alla pompa tra i più alti del mondo. Bruxelles continua a prendere petrolio dalla Russia, ma attraverso paesi terzi e quindi con prezzi maggiorati. La Russia vende il suo petrolio greggio a paesi terzi, per esempio Turchia, India, Georgia. Quei paesi lo raffinano nelle loro fabbriche e ne ricavano diesel, benzina e altri prodotti. Poi vendono quei prodotti raffinati all'Europa. Sulla carta, quel diesel è "turco" o "indiano". In realtà dentro c'è petrolio russo. E con i piani del blocco di proibire totalmente il gas naturale liquefatto russo a partire dal 1 gennaio 2027, gli analisti avvertono che potrebbero esserci ulteriori aumenti dei prezzi durante l'inverno. Questo è il livello di follia ideologica e russofoba a cui è giunta l’Unione Europea.

La verità è che l'Europa ha perso la bussola. Condanna gli accordi altrui mentre i suoi leader si dimostrano incapaci di proteggere i propri cittadini. Si trincera dietro sanzioni che non funzionano e che si rivoltano contro se stessa. Continua a ripetere che non è il momento di allentare la pressione su Mosca, mentre sono proprio i cittadini europei a pagare il prezzo più alto. E allora viene da chiedersi quanto ancora dovrà durare questa commedia. Quanto ancora dovranno aspettare gli europei prima che qualcuno a Bruxelles ammetta che la politica energetica del blocco è un fallimento. Quanto ancora dovranno subire le conseguenze di decisioni prese da leader che sembrano aver dimenticato per chi dovrebbero lavorare.

L'accordo tra Trump e Putin sul diesel è solo l'ultimo tassello di una vicenda che espone tutta l'inettitudine, l'inadeguatezza e il fanatismo ideologico di un'Unione Europea in piena crisi energetica. Una crisi che, va detto con chiarezza, è in gran parte autoindotta. Un'Unione che continua a predicare bene e razzolare male, che accusa gli altri di ipocrisia mentre è la prima a praticarla, che si erge a paladina della democrazia e dei diritti mentre lascia i suoi cittadini al freddo e al caro bollette. 

 

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LA PROPOSTA EDITORIALE DELLA SETTIMANA:

Catastrofe Neoliberista di Angelo D'Orsi


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“Catastrofe neoliberista” di Angelo D’Orsi è un viaggio nella storia e una necessità. Un viaggio che ripercorre le origini e le dinamiche di una dittatura totalitaria, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia, dominando la vita quotidiana di miliardi di persone. Una necessità, perché solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. Con il rigore di un grande storico e l’ottimismo della volontà di ispirazione gramsciana, D’Orsi ci offre gli strumenti per decifrare il presente e costruire un futuro diverso.

In quale scenario potrebbe verificarsi una mobilitazione in Russia e come potrebbe reagire l'UE?

Il Telegraph ha recentemente affermato che Putin stia preparando una "mobilitazione occulta", secondo cui sarebbero in corso presunti preparativi amministrativi nel caso in cui decidesse di dichiarare la mobilitazione. L'essenza di queste voci non è nuova, e Putin vi ha risposto all'inizio di settembre dicendo che "oggi non esiste uno scenario del genere che richiederebbe una mobilitazione. Si tratta di un attacco informativo da parte del nemico alla vigilia delle elezioni per la Duma di Stato nel tentativo di influenzarne i risultati".

Entrambe le parti della sua dichiarazione sono vere, ma non si può escludere che le circostanze possano cambiare, nel qual caso vale la pena analizzare lo scenario in cui potrebbe verificarsi una mobilitazione e come l'UE potrebbe reagire. "La campagna di attacchi ferroviari della Russia minaccia di paralizzare la logistica militare dell'Ucraina" se condotta sistematicamente da ora fino al prossimo inverno e abbinata a colpi altrettanto sistematici contro le sue stazioni di servizio, i porti, le centrali elettriche e altre infrastrutture.

Se i pianificatori militari russi giungessero a credere che ciò potrebbe portare alla loro tanto attesa svolta lungo il fronte, allora potrebbero consigliare a Putin di fare almeno ciò che fece quattro anni fa, dichiarando la mobilitazione parziale di riservisti esperti per sfruttare qualsiasi sfondamento del genere. L'obiettivo sarebbe quello di applicare più forza militare in questo momento strategicamente vantaggioso per costringere l'Ucraina a conformarsi a tutte le richieste della Russia, o almeno al maggior numero possibile, per porre fine al conflitto con una vittoria russa.

Questo è uno scenario ragionevole in cui potrebbe essere dichiarata almeno una mobilitazione parziale, alla cui possibilità la NATO europea (E-NATO) si starebbe già presumibilmente preparando in anticipo, da cui il recente isterico allarmismo su un imminente attacco russo contro diversi membri del blocco. Alla luce delle dinamiche militare-strategiche in rapido mutamento del conflitto, provocate dalla già menzionata campagna di attacchi sistematici della Russia, questa narrazione può col senno di poi essere interpretata come un condizionamento preliminare.

Lo scopo è manipolare la gente comune inducendola a percepire qualsiasi mobilitazione parziale come preparazione a un'invasione russa degli Stati baltici e/o della Polonia, cosa che Putin ha detto di non avere interesse a fare, e che comunque non avrebbe senso per lui rischiare la Terza guerra mondiale nel tentativo di occupare popolazioni ostili. Ciononostante, questo condizionamento preliminare potrebbe essere abbinato a una falsa bandiera (in Polonia?) per giustificare o una pericolosa escalation da parte dell'E-NATO contro la Russia o un'accelerazione della centralizzazione militare-politica dell'UE.

Le élite liberali al potere dell'E-NATO sono sfidate dalle loro opposizioni conservatrici come mai prima d'ora, in mezzo al declino economico causato dall'impennata dei prezzi dei carburanti dovuta alle sanzioni anti-russe e alla perturbazione del mercato energetico globale provocata dalla Terza guerra del Golfo. Esse hanno quindi interesse a fare il massimo allarmismo sulla Russia per almeno radunare gli elettori attorno a sé, mentre centralizzano ulteriormente l'UE e, nello scenario più estremo, escalano pericolosamente contro la Russia se ciò non dovesse aiutarle.

Per riepilogare, la mobilitazione sarebbe molto probabilmente dichiarata solo per sfruttare uno sfondamento imminente lungo il fronte, ma si prevede che l'E-NATO presenterà qualsiasi mossa del genere come un imminente attacco russo al fine di promuovere gli obiettivi della sua élite. Potrebbe persino verificarsi una “false flag” per rendere questa narrazione più credibile. Prima che l'E-NATO vada pericolosamente all’escalation contro la Russia con tale pretesto, tuttavia, dovrebbe ricordare le parole di Lavrov secondo cui qualsiasi guerra tra loro "sarà molto breve", in un'allusione al fatto che la Russia ricorrerebbe all'arma nucleare contro l'E-NATO per legittima difesa.

(Articolo pubblicato in italiano sulla newsletter di Andrew Korybko)

Gentiloni: «L'Italia non può tirarsi indietro». Fino alla guerra nucleare? (VIDEO)

Intervenendo a La7, l’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha sentenziato che l’Italia, di fatto, non può sottrarsi al sostegno militare all’Ucraina.

Il giornalista Telese gli ha ricordato una cosa elementare: viviamo in una democrazia o presunta tale aggiungiamo noi. E in una democrazia, domani, potrebbe vincere una forza politica che non vuole più mandare armi al regime di Kiev. Una eventualità legittima, prevista dalla Costituzione, scritta nero su bianco.

La risposta di Gentiloni è stata glaciale: «L’Italia non può tirarsi indietro».

Non “non dovrebbe”. Non “sarebbe sbagliato”. Proprio: non può. Come se la volontà popolare fosse un dettaglio trascurabile. Come se il voto non contasse più quando entra in scena la ragion di Stato.

E allora la domanda sorge spontanea, e va posta senza ipocrisie: fino a dove?

Fino a quando si continua a dire “non ci tiriamo indietro”? Fino all’ultimo missile? Fino all’ultimo euro sottratto a sanità e salari? Fino alla guerra diretta contro una potenza nucleare?

Perché il punto non è se sostenere o meno l’Ucraina. Il punto è chi decide. Il popolo, o qualcun altro al posto suo?

 

 
 
 
 
 
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«Non prepareremo i nostri figli a morire»: Jean-Luc Mélenchon contro la NATO (VIDEO)

La NATO, ancora una volta nel mirino di Jean-Luc Mélenchon. Di fronte ai militanti riuniti allo Zénith d’Auvergne, il candidato all’Eliseo della sinistra francese ha dedicato una parte del suo discorso alle crisi internazionali, rivolgendo un’accusa diretta all’Alleanza Atlantica. «Non prepareremo i nostri figli e i nostri nipoti a morire», ha affermato, denunciando «operazioni azzardate e inventate dalla NATO».

Per il fondatore di La France insoumise, il pericolo principale è quello di un’estensione dei conflitti che trascinerebbe la Francia in guerra. Ha così messo in relazione, in un unico monito, i teatri europei e mediorientali. «Diventare cobelligeranti in Ucraina o diventare cobelligeranti in Arabia Saudita è un pericolo immenso che non vogliamo», ha dichiarato.

A questa prospettiva, Jean-Luc Mélenchon oppone la sua linea diplomatica. «Siamo sostenitori del non allineamento», ha ribadito con forza. Il leader degli “Insoumis” rivendica per la Francia la libertà di determinare i propri impegni, le relative modalità e i territori in cui intervenire. Rifiuta che una potenza esterna le imponga la propria linea di condotta e presenta l’interesse dell’umanità come la bussola di questa politica. Un modo per porre l’indipendenza delle decisioni francesi al centro della sua argomentazione contro la spirale militare.

«Vogliamo la pace adesso, non dopodomani, adesso!», ha proseguito.

 

 

 

 
 
 
 
 
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Welt: l'Ucraina teme le conseguenze dello scontro diretto con Trump

La richiesta è arrivata secca. Zelensky si faccia da parte e si torni alle urne. Il regime di Kiev l'ha presa come un'aggressione. Ma sotto l'indignazione ce n'è un'altra, molto più pratica.

Cosa succede domani.

Gli ucraini Trump lo conoscono, come evidenzia Welt È impulsivo, alza la voce, cambia idea e poi riapre il discorso. A febbraio del 2025 si erano strillati dietro nello Studio Ovale, su come chiudere la guerra e a quali condizioni. Sembrava la fine, qualche settimana dopo si erano risentiti. Adesso il giro è di nuovo quello, e stavolta l'impressione è che voglia spingere più a fondo la questione.

Il punto è l'elenco di cose che Washington può spegnere con una firma. I Patriot, per prima cosa, e i missili che li tengono vivi, l'unico scudo che intercetta con una certa affidabilità i ballisticici a corto raggio. Poi Starlink, la rete di Musk che tiene insieme le comunicazioni al fronte e manda in volo i droni. E poi i dati satellitari, le informazioni che gli USA passano e che a Kiev considerano indispensabili. Queste le leve che può azionare Trump per costringere Zelensky e la sua cricca a più miti consigli e per ridimensionare la loro spavalderia.

Zelensky ha letto il movimento trumpiano e si è girato verso ovest, a cercare gli europei, sempre pronti a immolarsi per la causa dei neonazisti ucraini. Il Financial Times racconta anche dell'altro, gli USA minacciano di chiudere i rubinetti se gli ucraini non smettono di colpire le raffinerie russe.

A Mosca non fanno i salti di gioia per tali sviluppi. Capiscono Trump quanto i suoi collaboratori, forse più dei suoi collaboratori, improvvisa, incoerente, fedele a un solo interesse che è il proprio. In queste settimane negli Stati Uniti si giocano le elezioni di metà mandato, i repubblicani non stanno bene nei sondaggi e il Congresso è in bilico. Trump ha bisogno di carburante a basso prezzo, il diesel lo compra a Mosca e lo paga con un alleggerimento delle sanzioni. Lo scontro con Zelensky entra in quel quadro come ci entra tutto, dentro una campagna.

Per questo in Russia aspettano. Sanno che oggi il presidente statunitense attacca e domani può svegliarsi con un'idea opposta, che non è un amico di nessuno e tanto meno il loro.

Hormuz, la stoccata di Teheran a Washington: 'Perché vi rivolgete a Mosca?'"

 

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, ha ribadito la vigilanza del Paese sullo Stretto di Hormuz e ha difeso i legittimi diritti della Repubblica Islamica, nonostante le pressioni degli Stati Uniti.

Lunedì, Baqai ha respinto le accuse che mettono in dubbio la sorveglianza marittima e il controllo dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, affermando che "i mercati finanziari non prestano attenzione né danno credito alle affermazioni degli americani". Dopo aver osservato che gli Stati Uniti hanno dovuto fare affidamento su altri Paesi per l'approvvigionamento di carburante, "il che la dice lunga sulla situazione", ha affermato che la situazione nello Stretto di Hormuz dal 28 febbraio 2026 è "una conseguenza delle azioni degli Stati Uniti e di Israele". "Finché Washington insisterà nel mettere a repentaglio la sicurezza di questa via navigabile attraverso un blocco economico e una guerra navale, la sicurezza non tornerà nello stretto", ha aggiunto.

Ha inoltre affrontato le sfide che gli Stati Uniti e i mercati energetici si trovano ad affrontare a causa della situazione nello Stretto di Hormuz dopo la guerra, e ha sottolineato: "Se, come affermano gli Stati Uniti, non ci sono problemi nello Stretto di Hormuz e la situazione è già risolta, come si spiega che Washington debba rivolgersi alla Russia per risolvere alcuni dei suoi problemi?".

Riguardo alle sette condizioni poste dall'Iran per porre fine alla guerra e all'inadeguata risposta di Washington, il portavoce ha osservato che lo scambio di messaggi tra Teheran e Washington continua attraverso i mediatori. "Quanto presentato a margine dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e soprannominato il 'piano dei sette giorni' dell'Iran rappresentava una rivendicazione dei legittimi diritti dell'Iran", ha sottolineato, precisando i punti chiave del piano: "La revoca del blocco navale, la cessazione della guerra su tutti i fronti e il rilascio dei beni iraniani; in breve, tutto ciò che avevamo concordato nell'ambito di un memorandum d'intesa".

Nel sottolineare che gli Stati Uniti devono soddisfare queste condizioni, Baqai ha affermato che la posizione di Washington, secondo cui la principale preoccupazione rimane la questione nucleare iraniana, contiene una grave contraddizione: "Hanno ripetutamente affermato di aver completamente distrutto il programma nucleare iraniano e continuano a parlare della fittizia minaccia delle armi nucleari dell'Iran".

Riguardo alle sanzioni statunitensi, Baqai ha chiesto: "Se il popolo iraniano non è il bersaglio delle sanzioni, allora chi lo è?". Ha inoltre denunciato Washington per aver considerato persino il territorio, le risorse naturali e l'ambiente dell'Iran come obiettivi legittimi, sottolineando che gli Stati Uniti hanno imposto le sanzioni più severe negando al contempo che queste colpiscano la popolazione: "Non è forse un atto contro gli iraniani privarli di cure mediche, istruzione e persino degli esami IELTS e TOEFL?". Ha denunciato anche le restrizioni all'accesso ai servizi di aviazione civile, che contraddicono l'ordinanza provvisoria della Corte Internazionale di Giustizia del 2018, concludendo che "senza dubbio, ogni singolo iraniano è bersaglio dell'ostilità e delle azioni malevole degli Stati Uniti".

Infine, il portavoce iraniano ha messo in dubbio le preoccupazioni occidentali riguardo a un possibile ritiro dell'Iran dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), affermando che "questa preoccupazione è inutile, poiché sono stati loro stessi a causare questa situazione". Baqai ha osservato che in meno di nove mesi impianti nucleari pacifici iraniani sono stati attaccati — nonostante l'Iran sia membro del trattato dal 1970 — senza una risposta adeguata dell'AIEA o un'azione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Ha dunque messo in discussione l'utilità di rimanere in un trattato i cui tre pilastri (disarmo, non proliferazione e uso pacifico dell'energia nucleare) sono stati indeboliti da chi avrebbe dovuto proteggerli, chiedendosi infine come sia possibile che coloro che hanno assassinato la Guida Suprema, l'Ayatollah Seyed Ali Khamenei — il quale aveva emesso una fatwa contro le armi nucleari — possano ora esprimere preoccupazione per la presunta esistenza di tali armi in Iran.

Fulvio Grimaldi - IRAQ, RITIRO USA, VINCE SADDAM. Damnatio memoriae, come uccidere un uomo morto

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

Un ritiro che sa di fuga

La Storia ha le sue vendette di verità e giustizia. Nei giorni scorsi si è completato il ritiro delle truppe e basi statunitensi dall’Iraq. Via anche gli italiani, che non si capisce per cosa diavolo dovessero star lì. Aspettare un’altra Nassiriya? Parzialmente il ritiro (fuga?) era già stato attuato nel 2011, sotto la pressione di una resistenza “saddamita” che aveva reso la presenza troppo costosa, nonostante la rapina del petrolio. Gli Usa si ripresentarono in armi nel 2016, col pretesto di combattere l’ISIS, o Stato Islamico, insomma la solita Al Qaida della strategia False Flag inaugurata con l’auto-attentato alle Torri. In effetti quarta forza armata imperialista, dopo quelle ufficiali di terra, aria, mare, da fingere di combattere, ma da sostenere per riprendere il controllo del paese sotto falsa bandiera.

Il fine del rientro nel 2016 era l’opposto. Si trattava di sostenere questo mercenariato rastrellato nei paesi islamici, coltivato e addestrato in Turchia, finanziato da quelli del Golfo e in evidente sintonia con Israele che, nei suoi ospedali, ne rimetteva in sesto i feriti. Era la forza d’urto proxy sia in Siria, contro il governo antimperialista e antisionista di Assad, sia in Iraq, dove veniva messa in difficoltà da una nuova resistenza nazionalista, quella delle Unità di Mobilitazione Popolare (UMP), eminentemente scite, ma non solo. 

In Siria sappiamo come è andata a finire: il capo terrorista, i cui tagliagole avevano seminato indicibili orrori in uno dei paesi più evoluti del Sud del mondo, è oggi l’universalmente riconosciuto e perfino celebrato presidente di un paese distrutto. Il cuore della resistenza araba squartato e ridotto a campo di contesa tra turchi e israeliani, mentre entrambi competono con il nuovo affidatario nell’eliminazione politica ed etnica di quanto rappresenta potenziali indocilità.

In Iraq non è andata così. Dopo il ritiro degli USA a Baghdad c’è un governo, come più o meno tutti quelli da vent’anni a questa parte, in bilico tra adeguamento ai termini di un controllo statunitense su economia e gestione delle risorse energetiche, e allineamento agli interessi iraniani per la salvaguardia di poli di resistenza regionale. Qui, questo polo è rappresentato dalle UMP alle quali va assegnato un ruolo decisivo nella recente decisione USA di togliersi dagli impicci.

Questa non può non essere interpretata come una delle più significative sconfitte strategiche subite nella regione. Se la combiniamo con la disfatta in Iran, abbiamo un uno-due da knock out. Ben simboleggiato dalla battaglia in cui il finto nemico ISIS, cui il Trump del primo mandato aveva commissionato la conquista di Mosul, veniva sbaragliato dalla forza congiunta dell’esercito iracheno e delle Unità di Mobilitazione Popolare. Si potrebbe argomentare che il ritiro degli USA, con inevitabili ripercussioni sul controllo delle risorse petrolifere, e il loro allontanamento strategico dai confini con l’Iran, con cui sono in guerra, abbia avuto il suo innesco nella vittoria irachena a Mosul.

Detto questo sugli accadimenti di questi giorni, ciò che mi interessa illustrare qui è una nemesi. Nemesi è una  dea greca. Rrappresenta la giustizia ineluttabile che punisce una colpa, ristabilendo l'equilibrio. E Nemesi ha operato per il ristabilimento dell’equilibrio, seppure a distanza di vent’anni (cosa sono per una dea greca?), compromesso e dissacrato dal traditore della patria che s’ingrazia il conquistatore offrendogli il massimo dei sacrifici: la testa del nemico

Nemesi, ristabilire l’equilibrio

Il 30 dicembre del 2006 il presidente legittimo dell’Iraq veniva impiccato sotto supervisione degli occupanti statunitensi, tra ingiurie e percosse degli sgherri di un capopopolo tribale, Moqtada al Sadr, buono per ogni stagione, saudita, statunitense, o iraniana che fosse.. Una sentenza dettata dalla volontà del vincitore al termine di un processo-farsa, durante il quale tre avvocati dell’imputato vennero assassinati e numerosi testimoni a difesa furono espulsi, percossi, incarcerati.

Agli invasori di Washington, arrivati a Bagdad nella marea nera della menzogna sulle armi di distruzione di massa, che gli avevano assicurato la vita e un salvacondotto per l’estero se avesse ordinato alla resistenza di arrendersi, ha opposto lo stesso rifiuto con cui “l’uomo degli americani” per trent’anni aveva risposto alle offerte, blandizie e provocazioni dei gangster del Nord. Perfino all’offerta della fine delle ostilità e di un salvacondotto se solo avesse riattivato l’oleodotto Kirkuk- Haifa

Oggi mi trovo qui, davanti a una tastiera, per rivendicare una verità che è quella che vive nella memoria e nella coscienza degli iracheni e, parzialmente, anche nella mia, visto che, dal 1977 alla caduta del 2003, sono stato cronista degli iracheni, ne ho conosciuto i valori, vi ho avuto grandi amici, ho vissuto la loro vicenda gloriosa e tragica, ne sono stato corrispondente da Roma per i quotidiani Ath Thawra (“Rivoluzione”) e Baghdad Observer.

Capitai per la prima volta in Iraq nell’autunno del 1977. Ne potei avere conoscenza approfondita grazie a un incontro fortunato. Nasif Awad era il direttore di Ath Thawra, il più importante quotidiano del paese. Palestinese scampato alla Nakba, era uno dei migliori giornalisti che abbia mai conosciuto. Di raffinata intelligenza, grande sensibilità ed empatia, vasta cultura antica e profonda conoscenza del mondo arabo in lotta per la liberazione dal colonialismo, mai del tutto vinta. Quando, nella primavera del 2003, arrivati i barbari a Bagdad, arrivò anche la fine della mia frequentazione di un quarto di secolo del paese più progredito del “Terzo Mondo”, il retaggio che mi portai via e che mi ha aiutato a tracciare un percorso sistematicamente fuori dalle deformazioni dell’ “Orientalismo”, lo devo a quel palestinese che mi aveva regalato l’Iraq.

Due guerre e una pietra d’inciampo

Saddam Hussein? Capitolo chiuso, codificato, consegnato ai posteri, archiviato: brutale dittatore, violatore dei diritti umani (garantiscono Amnesty International e Human Rights Watch). Poi, anche peggio, finto patriota ed effettivo “uomo degli americani”, “armato dagli americani contro l’Iran di Khomeini” (è successo il contrario, tanto che col ricavato gli USA alimentarono i loro Contras in Nicaragua). Insomma un doppiogiochista, un baro.

Qui L’AntiDiplomatico mi consente di proporne una catarsi, la purificazione dalle deformazioni a cui ogni popolo e ogni umano ha diritto. Poi, inevitabilmente, ci sarà chi la contesterà con il sostegno decisivo di una pubblicistica occidentale nella quale non ha scampo qualsivoglia presenza che non condivida i nostri valori, o vi si pieghi, disobbediente a come le cose dovrebbero essere viste e raccontate. Ma questa mia andava detta. 

Marzo 2003, ho visto arrivare a Bagdad le truppe statunitensi, ed è stato un trauma per chi, come il sottoscritto, aveva condiviso, fin dalla prima visita nel 1977, l’esperienza di grande successo di una rivoluzione socialista “all’araba”, e di emancipazione dal colonialismo. Esperienza protrattasi per oltre mezzo secolo, a dispetto di complotti innescati dall’esterno, di conflittualità etniche e religiose, anche queste alimentate da fuori, di una prima guerra mossa dall’Impero nel 1991 (condotta da un’ “Alleanza dei Volenterosi”), da anni di feroci bombardamenti di Clinton su genti e strutture, di una seconda guerra, come la prima di natura genocida grazie all’impiego, devastante nei secoli, dell’uranio impoverito.

Ne ho visto i raccapriccianti effetti, una generazione di nati cancellata, altre a seguire contaminate e deformi. A partire da quella colonna di soldati iracheni in ritirata accompagnati da migliaia di civili in fuga su vetture, autobus, ambulanze, sadicamente inceneriti tra Kuweit e Bassora, sull’Autostrada 80, quella che divenne “I 100 km della morte”. Uomini, donne, famiglie, in gran parte palestinesi, sudanesi ed egiziani, sono stati sterminati senza che potessero, o volessero, opporre alcuna resistenza. Bombe a grappolo, all’uranio impoverito, incendiarie, che incenerivano togliendo l’ossigeno. Nessun giornalista o fotografo venne ammesso allo spettacolo ‘apocalittico’ della strage – così lo  definì il maggiore americano Bob Williams – prima che migliaia di cadaveri carbonizzati fossero seppelliti. E ci vollero tre giornate.

Noi sviluppati e civili, loro sottosviluppati e…

E noi, italiani, eravamo lì, “Volenterosi” dell’imperialismo genocida, comandati ad ammazzare e a farci ammazzare. A commuoverci e a indignarci solo quando qualcuno provò a difendersi e rispondere, a Nassiriya, dove per diventare eroi toccava morire. E neanche per la patria, che da quelle parti non c’era proprio. O, piuttosto, c’era stata messa, infilata dalla propaganda del nostro padrone nell’immaginario collettivo. Eroi a loro insaputa. Vittime del Grande Inganno. Oggi ce stanno a riprova’.

Nell’iconografia dei paesi del mondo che allora ci veniva rappresentata, noi dell’Occidente euroatlantico, eravamo per definizione universalmente, quelli “sviluppati”, “avanzati” e, ça va sans dire", civili. Gli altri, quelli del Sud, erano trapassati dal colonialismo civilizzatore ai regimi (mai governi), inesorabilmente autocratici, languenti nel sottosviluppo o, al meglio, in via di sviluppo, sotto l’immancabile tacco del “dittatore”. Che spesso aveva l’addizionale difetto di essere stato alla guida della lotta di liberazione anticoloniale.

Marchiarlo di dittatore rendeva implicitamente il suo popolo destinatario, vittima,  dell’importazione di diritti umani e democrazia, valori che giustificavano il ritorno, in versione neocoloniale, del “fardello dell’uomo bianco”. Poi, chi tra noi e loro, fosse il progredito, lo sviluppato, l’equo, ce lo dicono i dati sociali che qui sotto riporto.

Torniamo a Saddam. Non sono, forse, suoi seguaci, non hanno Saddam sui vessilli, coloro che oggi sono militanti di un Asse della Resistenza che, per gli strani giri che fa la Storia, fa riferimento proprio al paese e al popolo con cui l’Iraq di Saddam si scontrò? Ma, che lo sappiano o no, se l’obiettivo è la libertà e l’indipendenza, nel momento in cui al nemico vero e perenne hanno imposto di levare le tende, di Saddam sono testimoni ed eredi.

Ciò che qui ricordo del leader del paese arabo con cui, a parte la Palestina, ho avuto la maggiore intimità, credo che non verrà condiviso da molti nel nostro mondo. Se riesce a sopravvivere e a imporsi una balla di 2000 anni fa, come quella su Nerone strimpellatore pazzo incendiario, figurati se si può scalfire l’immagine impostaci per cielo, terra e mare da un’armata politico-mediatico-accademica dalla potenza di fuoco senza precedenti. In compenso, però, i miei ricordi si sposeranno con quanto di Saddam allora pensavano e oggi ricordano i cittadini di questo antico cuore della Mesopotamia, sapendo distinguere tra il grano dei fatti e il loglio dell’hasbara e sue succursali.

L’Iraq di Saddam

Saddam era l’iracheno che, dopo aver guidato due rivoluzioni contro il regime colonialista e contro la destra reazionaria, in trent’anni ha costruito la nazione più progredita, socialmente giusta, coerentemente antimperialista e antisionista dell’intero Medio Oriente. Ha fatto sì che il suo paese reggesse, anche in virtù della forza che gli veniva da un’identità millenaria - i sumeri semiti come gli achemenidi persiani e come le dinastie faraoniche - contro incessanti aggressioni, complotti filo-occidentali, attentati, rivolte istigate dai neocolonialisti, embarghi genocidi, la guerra con l’Iran scatenata su istigazione USraeliana.

Uno Stato che noialtri ci impuntavamo a condannare perché “autocratico”, per la spocchiosa indisponibilità a comprendere imprescindibili condizioni storiche e culturali che imponevano altri percorsi verso la modernità e l’emancipazione. Ha rappresentato, con il consenso della stragrande maggioranza del suo popolo, l’estremo baluardo della resistenza laica e socialista alla rivincita imperialista, all’espansionismo israeliano, al dilagare della vandea integralista.

Ha costruito diritti umani collettivi, quelli che contano nel riscatto di un popolo dopo millenni di dominio e depredazioni di tirannie esterne, dai mongoli ai britannici: alfabetizzazione, sanità, istruzione, lavoro, casa, benessere, sviluppo industriale, emancipazione delle donne, il rispetto delle minoranze (primo paese ad aver concesso ai curdi autogoverno e autonomia istituzionale). E, di conseguenza, l’esplosione di una creatività letteraria e artistica senza pari nella regione, il sostegno incessante a popoli perseguitati, palestinesi in testa, il ruolo di polo aggregante per le forze rivoluzionarie arabe e del Sud del mondo.

 

Tu uccidi un uomo morto

Tutto questo è stato sepolto, con l’ottusa complicità delle sinistre internazionali, da una campagna di diffamazioni contro l’uomo e la sua opera, dall’intento, evidente a chiunque non si disponesse alla lobotomizzazione politica e mediatica, di impedire che all’Iraq di Saddam e del Baath, la società veramente civile, le masse private di ruolo politico, le classi sfruttate, i popoli oppressi, le avanguardie di lotta, offrissero quella solidarietà che, in altri tempi, aveva sostenuto la decolonizzazione, le guerre di liberazione nazionale, le rivoluzioni socialiste. A partire dall’altro grande esempio arabo, l’Algeria.

A un gruppo dirigente espresso dalla volontà di emancipazione del suo popolo, impegnato contro tutto e contro tutti a costruire uno spazio di benessere, sovranità e dignità, si pretendeva di imporre il modello di borghesie sedicenti democratiche. Borghesie che alle spalle non avevano solo secoli di oppressioni dispotiche, ma il Rinascimento, il riscatto illuminista, la rivoluzione francese e quella russa. Liberatosi nel 1958, a prezzi di sangue altissimi, dell’ultima e più brutale dominazione straniera, quella britannica, l’ipocrisia occidentale, cristiana, bianca, esigeva che la società irachena, quella araba in generale, maturassero nelle istituzioni, prima ancora di una coscienza collettiva con radici nel proprio passato, le forme di governo con le quali dalle nostre parti ci si vanta di essere i migliori. I migliori, come si vede meglio ogni giorno, a ingannare, sfruttare, condurre guerre, sterminare. Una pretesa antiscientifica, prima ancora che ipocrita e immorale.

Oggi con la dipartita definitiva del colonizzatore-invasore-predatore, c’è spazio per demolire la colossale muraglia di menzogne – dalle armi di distruzione di massa ai curdi gassati, dagli sciti repressi ai comunisti sterminati, dai grotteschi sadismi all’ “uomo degli americani” – con cui i mostri della guerra e del vampiraggio hanno seppellito la verità.

 E soprattutto hanno provato a farci togliere lo sguardo dagli orrori del fosforo su Fallujah, una città bruciata dal primo all’ultimo cittadino, delle torture praticate dalle SAS britanniche a Nassiriya, dagli orrori indicibili nel carcere dei militari USA di Abu Ghraib.

Despota feroce, sterminatore di minoranze, utilizzatore di armi di distruzione di massa, e, per grottesco paradosso, “uomo degli americani, armato dagli americani”, per uccidere oltre al corpo, l’onore, la credibilità, l’etica. Io, come ogni cronista delle guerre in Iraq, ho potuto constatare de visu che di armi USA in Iraq non c’era neanche una pistola Smith & Wesson. Solo vecchie armi sovietiche.

Fa parte del discredito anche la vicenda della sua cattura, presentata come quella di un barbone nascosto in un buco, sotto un albero pieno di datteri quando di datteri non era il tempo. Il racconto di testimoni iracheni e di marines ci hanno restituito un combattente che, tradito e individuato in casa di amici, si è difeso armi in pugno, è stato messo in ceppi, drogato e torturato. Quindi esibito settimane dopo tra marines sghignazzanti

Al suo popolo Saddam ha saputo portare la gentilezza della dignità e della vita, anche se il prezzo da pagare era quello di non poter essere sempre gentile. Considerato a ragione il massimo ostacolo alla normalizzazione sionista e neocoloniale del Medioriente (nel ruolo oggi dell’Iran), non è stata resa facile la vita al governo (regime, ovviamente, nel caso non sia occidentale) e al suo gruppo dirigente. In prima fila figuravano, accanto a Saddam, i compagni della rivoluzione indipendentista, il suo vice Izzat Ibrahim Al Duri, poi, dopo la morte di Saddam, leader della decennale resistenza, e il cristiano Tariq Aziz, premier, ministro degli esteri, universalmente rispettato. Arrivò fino al Papa per trovare la pace. Da lui, in una mia intervista, ho potuto ascoltare gli innumerevoli, defatiganti e sistematicamente respinti, tentativi di arrivare a un’intesa con gli USA, a una mediazione che evitasse lo scontro.

Minoranze e quinte colonne

Difficile aspettarsi da costoro che conducessero il loro paese come fossero sanitari di Emergency, o un priorato francescano, quando questo loro paese era da tempi immemorabili osteggiato, assediato, calunniato, infiltrato, provocato, aggredito con mezzi diretti o indiretti (colorati), col fine di negargli ogni ruolo nella regione e ridurlo in briciole, colonia o protettorato. Difficile per un Iraq cui, da quando ha avuto l’impudenza di dichiararsi indipendente dai gassatori di Churchill e poi dalle tagliole delle multinazionali, nulla è stato risparmiato. A partire da bombe, sanzioni e dal vecchio schema colonialista di sobillare, con prebende e ricatti, minoranze convinte di essere discriminate.

Al netto della demonizzazione praticata dalle nostre parti con vere e proprie montature alla Srebrenica o Bucha, ci furono indubbi episodi di pesante repressione interna, sia contro la componente scita nel sud del paese, divisa tra lealtà nazionale e richiamo religioso intensamente lanciato da Tehran, sia contro i curdi. Una minoranza il cui ruolo di quinta colonna era coltivato da Israele e USA da anni, qui come in Siria e Iran. I due feudatari a capo delle maggiori tribù curde, Barzani e Talabani, rispettivamente leader del Partito Democratico Curdo e dell’Unione Patriottica Curda, non hanno mai negato la loro intesa con i servizi israeliani e statunitensi e se ne davano vanto.

Ci sono stato, in Kurdistan, quando, per la prima volta nella storia, quattro dei 20 milioni di curdi sparsi in quattro paesi e, ad eccezione di quelli siriani, sempre esclusi e decimati, ebbero riconosciuta la loro identità, un autogoverno con tanto di parlamento, un’università e la loro lingua posta al pari a quella araba. Il loro partito, PDK, era membro della coalizione di governo con baathisti e comunisti. Era la fine di un ordinamento gerarchico tribale di stampo medievale, con la tirannia assoluta di capitribù predatori e narcotrafficanti e quella dei maschi sulle donne. Furono poi un paio di questi capitribù, i Barzani e i Talibani, a vendere, in cambio di un po’ di man bassa sul petrolio iracheno, se stessi e i loro sudditi al predatore straniero.

Manifestazione di curdi a Irbil, Kurdistan iracheno

Mi rendo conto che molti tra i lettori di questa inadeguata orazione funebre se ne ritireranno sconcertati, se non oltraggiati nelle convinzioni coltivate in tanti anni con il concime delle calunnie arrivate da orizzonti a 360 gradi. Non mi sottraggo al rischio di perderli, questi interlocutori. Lo debbo alla verità.

Ci sono stato nell’Iraq di Saddam. Sono stato negli anni ’70, ’80, ‘90 nella Baghdad spumeggiante delle accademie d’arte, delle scuole, delle organizzazioni di donne assurte a parità con gli uomini a tutti i livelli della politica e delle professioni, dei sindacati che agli operai costruivano le case, della sanità e istruzione gratuite al pari di quelle cubane, degli ospedali visitati da pazienti da tutto i Sud del mondo, delle università frequentate gratis da milioni di studenti stranieri, di quartieri in crescita secondo i canoni di un’architettura attenta alla storia e alla qualità della vita, del milione di curdi sfuggiti alla morsa di capitribù radicati nel medioevo e spesso agenti del colonialismo. Ero tra contadini per la prima volta padroni della loro terra, tra puerpere che godevano di ferie di maternità doppie delle nostre….

Per la Palestina, nonostante tutto

Netanyahu all’ONU: “Noi siamo la terra della benedizione, questa è la terra della maledizione”

C’ero in Iraq quando l’Occidente decise di farla finita con questo modello di irriverente e pretenzioso “terzomondismo” e si scagliò contro il paese che aveva costituito il “Fronte del Rifiuto” per neutralizzare il connubio israelo-egiziano, sancito nell’accordo Begin-Sadat di Camp David. Pace tra due manipolatori di destini altrui con la quale s’intendeva abbandonare il popolo palestinese all’esito che poi avrebbe preso la forma di Gaza.

L’Iraq di questo disegno, di cui tanti segni promettevano che si sarebbe perfezionato in genocidio, è stato, accanto alla Siria, il massimo oppositore. La più concreta e temibile minaccia contro la sua riuscita. Nel crepuscolo di questo Stato, con il suo popolo ferito a morte, ma che andava raccogliendosi nella resistenza, oggi rinata nelle Forze di Mobilitazione Popolare, l’ultima iniziativa politica lanciata dalla capitale occupata aveva per oggetto e destinazione la Palestina. Un simbolo se mai ce ne è stato uno

Scampato al cannoneggiamento dei tank contro il Palestine, hotel preso di mira perché ospitava giornalisti che si sospettavano amici del paese, in uscita da Bagdad con i Marines alle calcagne, mi trovavo affiancato sul taxi in fuga verso Amman da un pullmino di Stato iracheno. A un posto di ristoro, lungo i mille chilometri di deserto, i suoi passeggeri mi si rivelarono funzionari del Ministero per gli Affari Palestinesi. Con alle spalle più nessun governo e una capitale in fiamme, stavano portando alle vittime dell’entità sionista l’ultima consegna di aiuti: come sempre, per decenni, 20mila dollari alle famiglie dei caduti, 10mila a quelle cui era stata rasa al suolo la casa. Non si sono sognati di intascarli e tornare a casa. Erano nati e cresciuti nell’Iraq di Saddam. Alle loro spalle bruciava il paese in cui non sarebbero più potuti tornare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Venezuela, il tradimento del progressismo e l'enigma della resistenza: perché la storia smentisce l'ipocrisia liberale di Petro e Lula


di Fabrizio Verde

 

Gustavo Petro ha provato a confondere le acque e smarcarsi, ma al XXX Seminario Internazionale sui partiti e la nuova società ha trovato un muro di indignazione. Definire il petrolio venezuelano un "bottino" finito nelle mani di Donald Trump e accusare Caracas di non aver saputo proteggere le proprie risorse è stata una provocazione che la delegazione del PSUV non ha lasciato passare.

Prima ancora che la deputata Tania Díaz prendesse la parola, era stato un altro esponente del PSUV, Jesús Faría, a interrompere Petro con un grido che ha sorpreso la sala: "Questa è una menzogna! Non è vero quello che sta dicendo. Dica la verità, questa è una menzogna. Petro, devi avere dignità".

Tania Diaz: Militarmente esa noche (3 de enero) no se pudo. Pero ¿qué pasó al día siguiente? ¿Cuántas narrativas no se cayeron con el sacrificio del presidente Nicolás Maduro? ¡Viva Nicolás Maduro! ¡Viva Cilia Flores! Y lamentablemente hubo gobiernos de la región, aliados, que no reconocieron al gobierno del presidente Nicolás Maduro. Deslegitimaron la acción democrática de un pueblo que es revolucionario, es chavista y que hoy día es mayoría política en Venezuela. Y se metieron y lo secuestraron, pero nadie salió a defender a la derecha el 3 de enero. Allí salimos, los millones de militantes del Partido Socialista Unido de Venezuela. Salimos a pedir que regresaran a Nicolás Maduro. Se demostró el 3 de enero, como se demostró el 13 de abril y como se demostró en tantas otras oportunidades, que el poder de Venezuela no está solamente en el Palacio de Miraflores. ?????@taniapsuv

— El Político (@elpoliticove) October 9, 2026

Díaz ha poi portato il dibattito nel vivo della ferita ancora aperta, inchiodando l'ex presidente colombiano alle sue responsabilità. Ha descritto la portata dell'attacco militare del 3 gennaio 2026, con oltre cento velivoli e elicotteri da combattimento puntati su Caracas, culminata nel sequestro illegale di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores. "Si è dovuta fare un'invasione militare per poter tirare fuori Nicolás Maduro dal Venezuela", ha affermato la parlamentare. Poi, il colpo più duro, quello sferrato guardando Petro negli occhi: "Io so che lei era al corrente dell'operazione militare contro il Venezuela e se ne è rimasto zitto".

Díaz ha tracciato un parallelo amaro con le divisioni seminate da Santander ai tempi di Bolívar, ma ha anche voluto chiarire una cosa: "Dal Venezuela non riceverete nessuna espressione di confronto tra fratelli, e tanto meno tra fratelli bolivariani". E ha chiuso citando il Libertador: "Uniamoci o l'anarchia ci divorerà".

A fare da cornice a questa denuncia c'è la memoria di un sacrificio che non può essere strumentalizzato, come ha fatto Petro citando la testimonianza di un militare cubano che faceva parte della sicurezza di Maduro in quella nefasta notte. Come ha ricordato su X Jorge Arreaza: "Il nostro riconoscimento eterno ai 32 fratelli cubani e agli 87 venezuelani che hanno dato la vita per difendere la sovranità del Venezuela e della Nostra America". E poi, rivolto a chi usa quel dolore come arma politica: "Interpretare testimonianze così dolorose per cercare di creare fratture tra i nostri popoli non è etico ed è inutile".

Nuestro reconocimiento eterno a los 32 hermanos cubanos y a l@s 87 venezolan@ que dieron su vida por defender la soberanía de Venezuela y Nuestra América. Interpretar testimonios tan dolorosos para tratar de crear fracturas entre nuestros , pueblos, no es ético y es inútil.

— Jorge Arreaza M (@jaarreaza) October 10, 2026

Le accuse di Díaz non cadono dal vuoto, ma si scontrano con una narrazione che per mesi ha dominato il dibattito regionale. Quella narrazione, però, si è rivelata una colossale operazione psicologica. L'apparato di propaganda della Casa Bianca ha finito per inciampare nei propri stessi ingranaggi. Nel tentativo di dare credibilità alla tesi dell'illegittimità di Maduro, l'amministrazione Trump ha spinto per la declassificazione di documenti dei servizi segreti, convinto di trovare la prova regina di un sistema di frode elettronica.

Il risultato è stato un boomerang storico. Quei stessi rapporti della CIA, analizzati a mente fredda, rivelano che gli analisti di Langley non hanno mai potuto confermare "in modo definitivo che sia stata commessa una frode elettronica su larga scala in specifiche elezioni in Venezuela". Il documento ammette esplicitamente che le preoccupazioni sul sistema di voto non si sono mai tradotte in prove concrete. Anzi, gli stessi servizi segreti degli USA si vedono costretti a riconoscere che "vi sono altri fattori che spiegano meglio i risultati elettorali". In altre parole, la forza del chavismo si spiega con la coesione sociale della sua base e la frammentazione dell'opposizione, non con hackeraggi fantasma. La CIA ha dovuto confessare che le proprie fonti su queste presunte frodi erano "limitate", alimentate per anni da racconti di parte dell'opposizione locale e da operazioni di disinformazione, prive di qualsiasi riscontro sul campo.

Quindi bisogna rileggere le parole dei governi progressisti della regione all’epoca per capire la portata di quel voltafaccia, che ha contribuito in maniera determinante a isolare il Venezuela di Maduro e confermare la falsa narrazione spinta da Washington. Quando una radio brasiliana chiese a Lula se accettasse la vittoria di Maduro, la risposta fu un laconico: "Non ancora. Non ancora. Lui sa di dovere una spiegazione alla società brasiliana e al mondo". Da Santiago, Gabriel Boric fu ancora più esplicito: "Se avessero vinto in modo netto, avrebbero mostrato i famosi verbali elettorali". Petro, dal canto suo, aumentò il carico delle accuse contro Maduro: "Con il presidente Lula abbiamo concordato un punto fermo: se non vengono presentati i verbali, non c'è riconoscimento". E parlò di un "errore di fondo", perché "si è messa una società a disputare il potere politico senza libertà". Spingendosi finanche a definire Maduro un “dittatore”.

Oggi quelle stesse parole risuonano come un'accusa contro chi le ha pronunciate. Perché se la CIA ha dovuto ammettere che non c'erano prove di brogli, allora quelle richieste di verbali e quelle condanne preventive non erano atti di responsabilità democratica, ma il preludio diplomatico a un'aggressione che tutti, in qualche modo, hanno contribuito a rendere possibile.

Eppure, guardare solo a Petro significherebbe perdere di vista una trasformazione interna ancora più preoccupante. Quello che è successo dopo il 3 gennaio 2026 merita una riflessione onesta, perché su quella giornata e sulle sue conseguenze permangono grossi dubbi e zone d'ombra molto inquietanti. Il linguaggio usato recentemente da Delcy Rodríguez all'Assemblea Generale dell'ONU segnala un cambio di passo inequivocabile. Non si parla più di resistenza o di contrapposizione frontale all'imperialismo. I termini d'ordine sono diventati "transizione democratica", "riconciliazione" e "riforma della giustizia", con un'enfasi particolare sugli accordi energetici con Washington, presentati come una svolta storica.

È il ritratto di un chavismo che cerca di sopravvivere addomesticandosi. La nuova leadership sembra voler dimostrare di essere un interlocutore affidabile per gli Stati Uniti, accettando di fatto i margini di manovra definiti dall'esterno dopo il rapimento di Maduro. Come avvenuto con l’accordo petrolifero nettamente sbilanciato a favore degli Stati Uniti che possono ottenere petrolio venezuelano a prezzo di favore. Il rischio è che il progetto bolivariano si svuoti della sua anima conflittuale e trasformativa, diventando una versione edulcorata e innocua di se stesso, normalizzata sotto la tutela di chi ha orchestrato il colpo di mano.

Ed è proprio in questo contesto che vanno rilette le dichiarazioni di quei leader latinoamericani che, all'epoca, contribuirono a costruire la narrazione dell'illegittimità.

Tutto questo ci costringe a riflettere su un errore di fondo che serpeggia in certa sinistra progressista latinoamericana: la tendenza a considerare la democrazia liberale e formale come l'unico modello valido, ignorando che di democratico, spesso, ha ben poco. Il Venezuela di Chávez e Maduro ha sempre puntato a una democrazia sostanziale e partecipativa.

Non si tratta di propaganda, ma di fatti verificabili. La Costituzione del 1999 ha blindato diritti civili e politici, garantendo la separazione dei poteri e una rappresentanza reale a donne, indigeni e comunità afro-venezuelane. Il sistema elettorale, dotato di votazione elettronica biometrica dal 2004, è stato definito dall'ex presidente statunitense Jimmy Carter come "il migliore al mondo" per la sua trasparenza.

La vera misura di una democrazia, tuttavia, sta nella sua capacità di garantire dignità a un popolo. A differenza dei regimi neoliberisti, come l'Argentina di Javier Milei, dove le politiche economiche rendono una conquista quotidiana persino il diritto a un pasto dignitoso per le famiglie, la Rivoluzione Bolivariana ha mantenuto al centro la giustizia sociale. Programmi di assistenza, alloggi per tutti e istruzione sono stati difesi a oltranza, anche sotto il peso schiacciante delle sanzioni illegali.

Che senso ha parlare di democrazia guardando all'Europa, dove la volontà popolare viene costantemente scavalcata da tecnocrazie economiche, o a governi che affamano il proprio popolo in nome del mercato? Il sistema bolivariano di Chavez e Maduro, con tutti i suoi difetti e le immani sfide affrontate, ha dimostrato che si può andare oltre la fasulla democrazia liberale. Ha scelto la strada della sovranità e del multipolarismo. Difendere questa scelta, oggi, significa rifiutare le narrazioni tossiche di chi, come i vari Petro, Lula e Boric hanno dimenticato da che parte della storia si dovrebbe stare.

Il tempo, si sa, è galantuomo e prima o poi farà piena luce su quanto è realmente accaduto in Venezuela, chiarendo anche eventuali responsabilità interne che oggi restano nell'ombra. Ma fino ad allora, una cosa è certa: personaggi come Gustavo Petro non hanno alcun diritto morale di mettere sotto accusa il Venezuela, né di dare lezioni a chicchessia, alla luce del loro agire ambiguo e delle pesanti complicità che si sono lasciati alle spalle.

L’economia del caffè: il modello greco nel presente (e nel futuro) dell’Europa mediterranea

 

di Antonio Di Siena per l'AntiDiplomatico

Negli anni immediatamente successivi alla crisi economica e all’austerità, la Grecia ha recuperato risorse e occupazione spostando una parte consistente della propria forza lavoro verso attività poco produttive come turismo e ristorazione. E, così facendo, ha consentito a molti disoccupati di tornare a lavorare importando contemporaneamente enormi quantità di reddito dall’estero.

È questo il succo dello studio emblematicamente intitolato «The café economy: Structural transformation in Greece in the wake of austerity and “reforms”»pubblicato dall’Hellenic Observatory della London School of Economics. Una trasformazione interpretata non soltanto come risposta alla crisi, ma come effetto di austerità e compressione di salari e domanda interna.

Nella ricostruzione degli autori, ciò che è accaduto è fin troppo evidente: tra il 2009 e il 2017 la spesa pubblica reale è diminuita (del 30% circa) mentre le entrate indirette aumentavano il loro peso sul PIL. Il risultato è che nel 2023 il PIL greco era ancora di quasi un quinto al di sotto del livello pre crisi, mentre - ed è questo il dato rilevante - l’occupazione recuperava molto più velocemente, mantenendo però una produttività sensibilmente inferiore al 2009 in quasi tutti i settori. Detto in soldoni, l’aumento dei posti di lavoro (precari e a tempo parziale) non è coinciso con un recupero della capacità produttiva e una ripresa reale dell’economia rispetto al periodo precedente all’avvento della Troika.

A fare da traino a questa “ripresa” sono, manco a dirlo, i settori dell’ospitalità e della ristorazione che hanno assorbito 320mila lavoratori, aumentato l’occupazione dell’ 87% e le ore lavorate del 69%. Mentre i salari reali scendevano di quasi il 60%…

Insomma alberghi, bar e ristoranti sono diventati il fattore di compensazione, la zattera di salvataggio per un’economia (e una popolazione) alla deriva. Un salvagente tornato utile anche a lavoratori specializzati, altamente qualificati o laureati che hanno obtorto collo accettato impieghi che richiedevano una specializzazione molto più bassa.

Sempre nel 2023 il lavoro a tempo parziale involontario nel comparto accoglienza/ristorazione era quasi dell’80% sopra il livello del 2009. Il caso greco, quindi, ci mostra plasticamente il funzionamento del “welfare surrogato”: quando le opportunità lavorative si restringono, il settore HoReCa (sostenuto dalla costante crescita del turismo internazionale) assume una primaria funzione di assorbimento occupazionale.

L’utilità dello studio è quindi indubbia, perché dimostra (qualora ce ne fosse ancora bisogno) le false promesse dei programmi di aggiustamento economico noti come Memorandum: compressione della spesa pubblica, tagli, privatizzazioni e liberalizzazioni non hanno sostenuto la ripresa economica e l’aumento di competitività e produttività. Al contrario hanno prodotto un’economia che, pur avendo assorbito un enorme quantità di forza lavoro, si limita a garantire una vita di poco sopra il limite della mera sopravvivenza.

Sostiene cioè l’attività economica nell’immediato, ma non è assolutamente capace di garantire una traiettoria duratura di crescita. Detto più terra terra: hanno determinato le condizioni che fanno della Grecia un paese progressivamente sempre più dipendente da turismo e ristorazione. Un ristorante in più, un cameriere sottopagato in più, un appartamento trasformato in B&B in più e il gioco è fatto. L’economia continua a restare a galla senza essere costretta a diventare più produttiva, senza cioè garantire condizioni lavorative e di sviluppo sociale che non siano da paese sottosviluppato. Sembra una forzatura ma è esattamente ciò che è accaduto. Un paese reso sempre meno in grado di competere su manifattura, tecnologia, innovazione eccetera, che ha via via implementato un sistema di valorizzazione e vendita di ciò che aveva: monumenti, spiagge, luoghi cibo ed experience.

La domanda interna è crollata? La si importa dall’estero. Si ha poco da esportare? E allora si “esportano” i servizi (senza ovviamente esportarli fisicamente). Non mandi cioè il tuo mare in Germania, mandi la Germania intera al mare da te. Non esporti un monumento o una casa, semplicemente li trasformi in prodotti in grado di intercettare reddito generato altrove. Non a caso, lo studio dice chiaro e tondo che il turismo ha contribuito in maniera decisiva al riequilibrio dei conti esteri greci. Con - tra le altre cose - un surplus dei servizi di viaggio passato dal 3,4 all’8,3 % del PIL in 14 anni.

Tutto questo vi ricorda qualcosa? Dovrebbe.

È infatti una parte significativa della dinamica che provo a descrivere in “Turisti a casa nostra”. Una dinamica pienamente operativa in Grecia - e che si sta via via imponendo con sempre maggiore “successo” nell’intero Sud Italia così come in Spagna e in Portogallo - che si può sintetizzare in poche parole: un’economia depressa può compensare il crollo della domanda interna e l’incapacità di produrre reddito importando consumatori dall’estero attraverso l’espansione turistica.

Se tale lettura è corretta, quindi, allora la pressione sugli affitti, l’emergenza abitativa, l’overtourism, il degrado ambientale e la mercificazione culturale non possono essere derubricate ad anomalie aggiustabili. Ma, al contrario, vanno intese come parte integrante di un modello che dipende integralmente dal consumo del turista e che concepisce le case, i quartieri, lo spazio pubblico, il paesaggio, le risorse naturali e la cultura unicamente come infrastrutture economiche da monetizzare. Un modello parassitario e iper-estrattivo che non ha bisogno di produrre nulla oltre la propria capacità di mettere efficacemente a reddito ciò che già possiede. È questo il motivo per cui lo sviluppo turistico può serenamente convivere con stagnazione, precarietà, salari bassi, deindustrializzazione e declino produttivo. Di più, spesso sono proprio tali condizioni a rendere il modello più performante (per pochi) e, magari, anche socialmente più digeribili (per molti).

Un modello insidioso perché, essendo capace di generare PIL, occupazione, entrate fiscali e per certi versi anche consenso politico, diventa difficilissimo da riconoscere come pericoloso. Perché, a differenza di quando le fabbriche chiudono e le serrande si abbassano, se alloggi e ristoranti sono pieni e negli aeroporti c’è la fila, è assai più complicato parlare di crisi perdurante… Ma nei fatti è di questo che stiamo parlando. Di un’economia che si è radicalmente trasformata, generando un nuovo punto di equilibrio che scarica i costi (economici e sociali) sulla pelle di quanti funzionano come meri ingranaggi del sistema senza vedere alcun miglioramento delle proprie condizioni di vita. Anzi, subendone molto spesso un costante deterioramento. Un modello in cui un sistema impara a sopravvivere generando squilibri sempre più crescenti e marcati - sia all’interno dello Stato interessato dal fenomeno che, più in generale, lungo l’asse Nord-Sud dell’Unione europea - e che ci pone davanti a una scomoda e attualissima verità: sopravvivere e vivere dignitosamente sono due cose completamente diverse. Esattamente come immaginare che un pasto possa essere sostituito da un caffè.

La Grecia ce lo sta spiegando da anni, quando lo capiremo?

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L'attacco a Riyadh mette in crisi Washington: le richieste dell'Arabia Saudita e i dubbi di Trump

 

In seguito al recente attacco condotto dagli Houthi, in risposta ai ripetuti attacchi sauditi contro i civili, contro l'aeroporto di Riyadh — che ha provocato oltre una decina di morti e più di 300 feriti — gli Stati Uniti si trovano di fronte a un complesso dilemma strategico. Come riporta Bloomberg, Washington deve decidere se ampliare il proprio supporto militare all'Arabia Saudita, rischiando un coinvolgimento diretto nel conflitto, o mantenere il sostegno attuale limitato allo scambio di informazioni di intelligence.

Tra le 12 vittime dell'attentato del 10 ottobre figura anche un cittadino statunitense. Il decesso dell'americano incrementa la pressione sul presidente Donald Trump, che tenta di evitare una nuova escalation militare con l'Iran alla vigilia delle elezioni di medio termine di novembre. Washington, che finora si è limitata alla collaborazione informativa, aveva già condotto imponenti raid aerei contro il gruppo prima di raggiungere un accordo di cessate il fuoco. Interpellato su un eventuale ritorno alle operazioni aeree congiunte, Trump ha dichiarato: "È possibile, ci penseremo".

Secondo quanto riferito a Bloomberg da William Usher, ex analista della CIA per il Medio Oriente, Riyadh chiederà attacchi diretti statunitensi contro le postazioni Houthi, l'invio di nuove risorse per la difesa aerea, un incremento del flusso di intelligence e un forte sostegno politico per intensificare la campagna militare in Yemen.

Tuttavia, prevenire ulteriori incursioni resta una sfida complessa: nonostante gli anni di raid aerei condotti dalle coalizioni americana e saudita, il gruppo Houthi conserva una disponibilità significativa di droni e missili balistici a lungo raggio in grado di colpire la capitale saudita. L'impennata delle tensioni mette a dura prova anche gli equilibri diplomatici di Turchia e Pakistan, che ad agosto hanno siglato un accordo di difesa con il regno saudita, sebbene Ankara abbia già escluso la propria partecipazione a operazioni di tipo offensivo.

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Teheran boccia la risposta di Washington sullo Stretto di Hormuz

 

Gli Stati Uniti hanno accettato soltanto alcune delle sette condizioni stabilite dall'Iran, ma Teheran considera la risposta di Washington "inadeguata". A dichiararlo domenica, attraverso un post su X, è stato il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, Mohsen Rezaei.

"Gli Stati Uniti hanno accettato alcune delle sette condizioni poste dall'Iran, ma riteniamo la loro risposta INADEGUATA", ha scritto Rezaei. "La diplomazia iraniana è cambiata e non ci sarà alcun ritorno allo status quo precedente."

The U.S. has agreed to some of Iran’s seven conditions, but we consider its response INADEQUATE. Iranian diplomacy has changed and there will be no return to the status quo ante.

— ???? ????? (@ir_rezaee) October 11, 2026

In un secondo intervento, Rezaei ha dichiarato che gli Stati Uniti non sono riusciti a riaprire lo Stretto di Hormuz, accusando apertamente Washington di ricorrere al contrabbando: "Ora che la flotta statunitense non è riuscita a riaprire lo Stretto di Hormuz, si è data al contrabbando. L'esercito americano non era mai caduto così in basso!"

L'Iran aveva presentato una proposta articolata in sette punti durante l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, offrendosi di riaprire lo Stretto di Hormuz e ripristinare il regolare traffico marittimo entro sette giorni, a patto che tutte le richieste venissero accolte. La replica degli Stati Uniti è giunta successivamente attraverso la mediazione del Qatar.

Rabbia Netanyahu contro NAZA: chiesti processi per i soldati

 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto un'indagine sui partecipanti al documentario NAZA, nel quale alcuni soldati israeliani descrivono di aver compiuto massacri di civili a Gaza.

In un post pubblicato su X, Netanyahu ha definito il film una "trama falsa, fuorviante e di parte che diffama lo Stato di Israele" e le sue forze armate, aggiungendo che l'opera reca un grave danno alla reputazione internazionale del Paese.

Per questo motivo, il premier ha chiesto al capo delle forze armate, al servizio di sicurezza Shin Bet e al procuratore generale di avviare un'indagine approfondita nei confronti di tutti i partecipanti, chiedendo di portarli a processo per gravi reati di sicurezza informatica, diffamazione e lesione degli interessi politici e di sicurezza di Israele.

NAZA, acronimo ebraico che sta per "danni collaterali", sostiene che Israele abbia impiegato sistemi tecnologici avanzati — inclusi alcuni gestiti dall'intelligenza artificiale — per rintracciare ed eliminare presunti combattenti, conducendo attacchi con la consapevolezza che avrebbero causato la morte di un numero elevato di civili.

Araghchi: L'Iran è pronto a contribuire al dialogo tra l'Arabia Saudita e gli Houthi

 

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo saudita, Faisal bin Farhan Al Saud, per discutere degli ultimi sviluppi nella regione mediorientale, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa Tasnim.

Nel corso della telefonata, il capo della diplomazia di Teheran ha espresso forte preoccupazione per l'escalation delle tensioni, sottolineando che insistere su una linea militare e ignorare la via diplomatica non farà altro che complicare ulteriormente lo scenario attuale. Araghchi ha ribadito che le crisi nell'area non possono avere una risposta di tipo militare e ha assicurato che l'Iran è pronto a fornire tutta l'assistenza necessaria per facilitare il dialogo tra l'Arabia Saudita e il movimento Houthi, favorendo il raggiungimento di un accordo.

La conversazione è avvenuta a seguito dell'intensificarsi delle azioni militari da parte del movimento Houthi, che ha fornito dettagli sulle recenti operazioni di rappresaglia condotte contro il territorio saudita. Attraverso una nota ufficiale, le forze armate Houthi hanno dichiarato di aver portato a termine quattro operazioni di precisione nelle ultime 24 ore mediante l'uso di missili balistici, da crociera e droni, confermando l'intenzione di proseguire e intensificare gli attacchi in risposta alle aggressioni subite.

Un anno dal piano Usa: Israele espande il controllo e riprende i blitz a Gaza

 

In concomitanza con il primo anniversario del cessate il fuoco promosso dall'amministrazione statunitense, le forze armate israeliane hanno ampliato la propria presenza nella Striscia di Gaza, intensificando le operazioni e i bombardamenti in diverse aree del territorio. Dall'entrata in vigore dell'accordo nell'ottobre 2025, le autorità sanitarie locali registrano quasi 1.500 vittime palestinesi.

???????? GAZA CITY: FOOTAGE SHOWS DESTRUCTION FOLLOWING ISRAELI AIRSTRIKES — Footage circulating online reportedly shows damage to buildings and infrastructure following Israeli airstrikes on Gaza City. * Continued destruction threatens civilian lives and complicates reconstruction, underscoring the urgent need for a lasting ceasefire and humanitarian access.

— ???????????????????????????????? ???????????????????? (@SprinterPress) October 11, 2026

Secondo quanto riferito dal quotidiano Arab48, l'esercito ha esteso la propria area di controllo a est di Gaza City, avanzando nel quartiere di Shujaiya e spostando verso ovest i blocchi di cemento che delimitano la cosiddetta "Linea Gialla". L'operazione ha portato sotto il controllo militare nuove abitazioni, costringendo decine di famiglie a fuggire. Durante la notte, i veicoli militari hanno superato le precedenti posizioni sotto la copertura dell'artiglieria e dei droni. I residenti hanno riscontrato il posizionamento dei nuovi sbarramenti a ridosso delle aree abitate, mentre i bombardamenti hanno colpito abitazioni e tende di sfollati, causando diversi feriti.

Israel has pushed the so-called “Yellow Line” westward beyond the Shuja'iyya neighborhood in eastern Gaza City, bringing it to within just 10 metres away from Salah al-Din Street, Gaza's main north-south road Palestinian families have begun fleeing the area after their homes were brought within the expanded military-controlled zone, further restricting civilians' access to their homes and land.

— Quds News Network (@QudsNen) October 11, 2026

Con questi ultimi avanzamenti, le stime indicano che Israele controlla una quota compresa tra il 63% e oltre il 70% della Striscia di Gaza. Le incursioni e i raid aerei delle ultime ore sono stati confermati anche dal Quds News Network, che ha segnalato distruzioni nei quartieri di Rimal e Shujaiya a Gaza City, oltre che a Deir al-Balah, nella zona centrale della Striscia.

Il Ministero della Salute di Gaza ha comunicato che nelle ultime 24 ore si contano 7 morti e 28 feriti, portando il bilancio complessivo delle vittime dall'inizio del conflitto a oltre 74.300. Esperti e riviste mediche internazionali sottolineano tuttavia che, a causa della compromissione del sistema sanitario e delle migliaia di dispersi sotto le macerie, il bilancio reale potrebbe risultare sensibilmente superiore.

Sul piano umanitario, l'ingresso dei soccorsi nella Striscia rimane fortemente limitato, con restrizioni che colpiscono anche la fornitura di dispositivi medici essenziali. Parallelamente, fonti di stampa indicano che le forze israeliane stanno completando la realizzazione di una trincea infrastrutturale all'interno del territorio, mentre la "Linea Gialla" — originariamente concepita come perimetro temporaneo di ritiro — viene progressivamente consolidata con postazioni permanenti.

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Approvato lo Stabilicum: giuristi in rivolta contro la "legge truffa"

 

di Michele Blanco

Con il via libera definitivo della Camera dei Deputati, giunto l’8 ottobre 2026, l'Italia assiste a quello che molti definiscono lo strappo istituzionale più violento della sua storia repubblicana. Sotto la denominazione tecnica di "Stabilicum", la maggioranza ha varato una riforma denunciata dai comitati civici e dalla dottrina costituzionale più rigorosa come un vero e proprio "golpe bianco": una legge progettata per smantellare la democrazia parlamentare e sostituirla con un regime plebiscitario.

L'accusa dei giuristi è perentoria: non si tratta di una semplice riforma, ma di un atto eversivo compiuto tramite legge ordinaria per aggirare la Costituzione, disarmare il Quirinale e blindare la maggioranza al potere a tempo indeterminato.

Di fronte a questo radicale cambio di regime, una rete nazionale di costituzionalisti e avvocati ha proclamato la resistenza legale. I dettagli delle impugnazioni per bloccare la norma prima che comprometta lo Stato di diritto saranno illustrati in una conferenza stampa lunedì 12 ottobre, alle ore 13:00, presso la Camera dei Deputati.

I tre pilastri della contestazione

1. Il furto della rappresentanza: un Parlamento di "nominati"

Il meccanismo più discusso dello Stabilicum assegna un premio di maggioranza ipertrofico di 105 parlamentari alla coalizione che raggiunga il 42% dei voti.

  • L'atto d'accusa: La dottrina evidenzia come il testo calpesti i paletti insuperabili fissati dalla Corte Costituzionale con le sentenze n. 1/2014 (sul Porcellum) e n. 35/2017 (sull'Italicum). La Consulta ha già stabilito che è illegittimo trasformare un'esigua minoranza reale in una maggioranza assoluta artificiale. Consentire a chi raccoglie il 42% dei consensi (pari a meno del 20% dei cittadini votanti, considerato l'astensionismo) di assumere il controllo totale delle istituzioni viola l'articolo 48 della Costituzione ("il voto è eguale").

2. L'instaurazione dell'autocrazia: il Premierato che svuota il Quirinale

Inserendo l'indicazione del Capo del Governo direttamente sulla scheda elettorale, lo Stabilicum introduce un premierato di fatto senza passare dalla procedura di revisione costituzionale dell'articolo 138, evitando così il vaglio del referendum popolare.

  • Il crollo dei contrappesi: La critica dei giuristi è radicale: la norma annulla l'equilibrio tra i poteri per accentrare l'autorità nell'esecutivo. Di fatto, l'articolo 92 della Costituzione viene depotenziato: il Presidente della Repubblica perde la facoltà di scegliere il Premier, mentre le Camere vengono private del reale potere di sfiducia, riducendosi a meri organi ratificatori.

3. La farsa delle preferenze: capilista bloccati e penalizzazione delle donne

Mentre la propaganda presenta lo Stabilicum come il ritorno del potere di scelta in mano ai cittadini, la struttura tecnica del testo rivela un sistema oligarchico imperniato sui capilista bloccati.

  • Il sequestro del voto: Il costituzionalista Roberto Zaccaria, alla guida del coordinamento delle impugnazioni, ha annunciato che i ricorsi nei tribunali verranno depositati non appena la legge entrerà in vigore. La presenza dei capilista sottrarrà agli elettori la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti (in contrasto con gli Artt. 3 e 56 Cost.). Inoltre, poiché l'alternanza di genere si applica soltanto alle posizioni subordinate, il meccanismo rischia di ridurre la presenza femminile e garantire l'elezione automatica dei candidati designati dall'alto.

L'ombra della Legge Acerbo e la democrazia sotto assedio

Le analogie tecniche e politiche tra l'impianto dello Stabilicum e le pagine più buie della storia istituzionale italiana appaiono evidenti. Lo stravolgimento della rappresentanza democratico-parlamentare evoca lo spettro della Legge Acerbo del 1923, il dispositivo normativo che aprì la strada al regime fascista.

Anche allora, un esecutivo insofferente ai contrappesi parlamentari utilizzò una legge elettorale ordinaria per ridefinire l'architettura dello Stato. La Legge Acerbo introdusse un maxi-premio di maggioranza (i due terzi dei seggi a chi raggiungeva il 25% dei voti) con l'obiettivo di fabbricare una maggioranza blindata in Aula e cancellare il pluralismo politico.

Oggi i critici denunciano la medesima logica illiberale: assegnare il controllo assoluto del Parlamento a una coalizione minoritaria nel Paese significa alterare lo Stato di Diritto. Per queste ragioni, i ricorsi d'urgenza pronti per i tribunali non rappresentano una semplice controversia burocratica, ma una vera e propria iniziativa di tutela costituzionale. La battaglia legale presentata alla Camera dei Deputati punta a ergersi come ultimo argine a difesa della sovranità popolare e della Repubblica parlamentare.

Diritti umani e il caso Romania: l'Occidente che cancella le elezioni può veramente fare la morale?

 

di Alex Marsaglia per l'AntiDiplomatico

 

Nell’annus horribilis 2026, in cui l’imperialismo ha arrestato legittimi presidenti come Maduro in Venezuela e massacrato guide spirituali e religiose come Khamenei, l’Occidente collettivo continua ad ergersi a giudice dei “diritti umani”. Sembrerebbe grottesco, non fosse tragico. Se si approfondisce il tema però emergono tutte le ramificazioni della vicenda che rientrano pienamente nella visione colonialista che l’Occidente mantiene verso il resto del mondo, considerato semplicemente come un’entità indistinta da giudicare, processare e sottomettere al fine di estrarre valore. In questa visione suprematista i popoli non devono avere alcuna ambizione di sovranità o diritto di rappresentanza di sorta, in quanto non sono popoli in grado di ergersi allo status di nazioni, ma semplicemente moltitudini da dominare.

Poco importa l’Occidente sia in bancarotta, rispetto al Sud Globale. L’ideologia suprematista che permea la retorica colonialista dei diritti umani continua ad operare alimentata da buoni propositi. Solo quelli, poiché le azioni restano improntate alla violenza e alla sopraffazione. Così, durante la Terza Commissione dell’81esima Assemblea Generale dell’ONU l’Occidente guidato dall’impero decaduto britannico è tornato ad attaccare la Repubblica Popolare Cinese sul tema dei “diritti umani”. Nella sua replica il vice-rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite Sun Lei ha evidenziato il doppio standard in atto, tanto più in un contesto in cui in Occidente queste norme che i “maestri” vorrebbero rispettate all’estero non risultano affatto in vigore. Pochi giorni dopo ha affondato la lama nella ferita aperta anche la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, chiedendo all’Eliseo notizie del “giardino incantato” (rif. Joseph Borrell) in cui i diritti umani sono sospesi verso “i propri figli” in piazza. E ovviamente l’Iran non ha potuto non evidenziare, tramite Baqaei, come proprio sui diritti umani nel giro di pochi mesi vi sia stato un cambio repentino di registro a seconda dell’area geografica, ammonendo: “se i diritti umani e il diritto di manifestare sono principi universali, la loro definizione non dovrebbe cambiare in base alla geografia del manifestante”.

Ormai anche la questione liberale dei “diritti formali” viene messa in discussione in Europa con la scusa della “guerra ibrida” e delle pressioni geopolitiche. È sufficiente pensare che Macron stesso è in preda alla paranoia da infiltrazioni filo-russe, avendo condiviso con i leader di partito i timori di una destabilizzazione non più tardi di poche settimane fa. In America invece, se vogliamo è ancora peggio, poiché con Maduro si è proceduto d’imperio, senza alcun artificio retorico che tentasse di giustificare il golpe. E oggi, a ormai dieci mesi di distanza, si rincara la dose.

L’FBI ha infatti fatto sapere di avere un nuovo capo d’accusa per il prigioniero Maduro e consorte Flores: “cospirazione, finalizzata alla tortura”. I processi politici, quando si fanno - come non ha avuto l’onore Khamenei sterminato con parte della progenie - si fanno alla famiglia per “complicità” e sulla base di capi d’accusa variabili, evidentemente. La personalità della responsabilità penale diventa aleatoria, così come è mutevole il capo d’accusa, quando è in corso un’incriminazione politica da parte di un regime e così, la “cospirazione, finalizzata alla tortura” diventa un reato in cui il dolo e la colpa divengono estensibili all’intera cerchia di persone con cui ci si relaziona. Lo si chiami dunque col suo nome: processo politico, non giudiziario. Ebbene, l’Occidente che in questo 2026 si è dedicato ai processi politici sommari, ha il coraggio di ergersi a “maestro”, per non dire a “giudice”, e puntare il dito contro la Repubblica Popolare Cinese per il mancato rispetto della vita umana. Curioso, quantomeno perché il rispetto della vita umana richiederebbe il riconoscimento e il rispetto della pluralità delle forme organizzative delle popolazioni, l’autodeterminazione dei popoli e tutti questi principi di cui l’Occidente continua a infischiarsene in nome del primato della forma di governo liberal-democratica. Una forma che mai come in questo 2026 si sta rivelando una forma nel suo senso letterale, cioè un “aspetto esteriore”.

Al suo interno infatti questa liberal-democrazia contiene dei vulnus che ne inficiano ormai la vita stessa. Su tutti si prenda il caso di quanto sta accadendo in Romania dove, dopo la vittoria del candidato sovranista indipendente C. Georgescu, le elezioni sono state semplicemente annullate additando la motivazione di “manipolazione dei consensi”. Sul fatto che vi sia una magistratura costituzionale che stabilisce quale sia un consenso “manipolato” e uno “integro” nessun “giudice” dei sacri “diritti umani” occidentali ha avuto nulla da eccepire. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha addirittura sottoscritto, dichiarando inammissibile il ricorso di Georgescu. D’altra parte questi “giudici” che amano sproloquiare sulle condizioni politiche altrui, non si sono accorti delle condizioni liberticide di rifugiato in cui ha dovuto vivere tale Julian Assange per il reato di giornalismo, prima di dover abiurare e ritirarsi a vita privata. Così come è stato costretto a fare il Presidente Georgescu in Romania, ma in questo caso non è bastato. Il reato politico evidentemente incide maggiormente, d’altra parte c’era già un filosofo che ricordava ad altri filosofi come il punto oggi sia non più fornire interpretazioni, ma cambiare lo stato di cose presenti. Chi agisce direttamente in politica non basta che abiuri e si ritiri a vita privata, avendo un trascorso di relazioni che influisce ancora sul presente.

Infatti, la repressione contro l’ideologia sovranista in Romania è stata indirizzata contro il leader Georgescu al punto da averlo sottoposto a diverse incriminazioni, fermi e arresti preventivi (sic!) che non si sono fermati nemmeno davanti al suo annuncio di ritiro a vita privata e nemmeno a lui stesso. Come ricordavo prima, la caratteristica di un processo politico è che non vi è più la personalità della responsabilità penale, poiché siamo in presenza di un regime politico che persegue un’idea. E come ricordava curiosamente Medgar Evers, proprio un attivista per i diritti civili ammazzato a fucilate alla schiena da un suprematista nel suo cortile di casa nella Patria dei “diritti civili”, le idee non si fermano arrestando un uomo poiché «si può uccidere un uomo, ma non si può uccidere un’idea». Così si procede direttamente con l’arrestare e l’incriminare la cerchia di persone più vicine o addirittura chi professa la stessa idea. Non è casuale che il principale candidato rumeno dell’opposizione George Simion, che porta avanti l’ipotesi sovranista in quel Paese, dopo aver improvvisamente perso le elezioni al secondo turno nel maggio 2025, abbia lanciato l’allarme negli ultimi giorni riferendo di temere l’arresto (https://georgesimion.ro/stenogramele-bogos-simion-inventate-exclusiv-prezentate-pe-georgesimion-ro/). Il tutto avviene mentre C. Georgescu è stato nuovamente incriminato e arrestato nell’ambito di una recente indagine per una presunta frode (https://www.politico.eu/article/calin-georgescu-detained-romania-fraud-investigation/). E mentre la Romania resta senza Governo da ormai cinque mesi, in uno stallo istituzionale che rivela l’incapacità di governare avendo annullato delle elezioni con una precisa attribuzione di legittimità ad uno schieramento dell’agone politico, destituito a vittoria ottenuta. La pervicacia con cui la magistratura rumena si incaponisce sulla figura dell’ex politico rumeno ha nel frattempo scatenato proteste di popolo in tutta la Romania e la comunità rumena, anche all’estero, facendo scattare la solidarietà verso colui che viene indicato come “il Presidente in carica”. Insomma, atti curiosi accadono in un Occidente che ama ergersi a paladino dei diritti umani e campione di liberal-democrazia, ma solo in casa altrui.

Caitlin Johnstone - Se la verità minaccia Israele, Israele non dovrebbe esistere

 

Caitlin Johnstone*

Israele è talmente malvagio che per gli israeliani è addirittura illegale dire la verità al riguardo.

Benjamin Netanyahu ha appena ordinato all'esercito israeliano, al procuratore generale e all'agenzia di sicurezza Shin Bet di indagare e perseguire i soldati che hanno condiviso anonimamente le loro esperienze nella Striscia di Gaza con il pluripremiato documentario investigativo "NAZA".

Secondo Haaretz, Netanyahu ha accusato i soldati di "gravi reati in materia di sicurezza informatica, diffamazione e danno agli interessi diplomatici e di sicurezza di Israele", aggiungendo che "sussiste la preoccupazione che coloro che sono coinvolti nel film diffamatorio abbiano commesso gravi reati penali divulgando informazioni altamente classificate e creando una falla nella sicurezza informatica di un'unità di intelligence estremamente sensibile".

Le accuse di "diffamazione" mosse da Netanyahu sono contraddette dalla sua altra accusa di "divulgazione di informazioni altamente riservate". I 24 soldati intervistati per il film vengono processati non perché abbiano mentito su Israele, ma perché hanno detto la verità. Il primo ministro sostiene che la verità arreca "danno agli interessi diplomatici e di sicurezza di Israele" perché Israele è uno stato che può esistere solo su un fondamento di infinite menzogne.

 
Se Israele considera la verità una minaccia alla sicurezza nazionale, allora Israele non dovrebbe esistere.

“Ciò che può essere distrutto dalla verità, dovrebbe esserlo”. Questa citazione di PC Hodgell si applica certamente a uno stato di apartheid che assassina giornalisti palestinesi , impedisce alla stampa straniera di testimoniare le sue atrocità a Gaza, attacca costantemente gli organi di stampa che denunciano i suoi abusi, spende centinaia di milioni di dollari all'anno in propaganda estera e perseguita i soldati che dicono la verità sui suoi crimini di guerra.

Ciò si applica anche all'impero statunitense, che perseguita i whistleblower, imprigiona i giornalisti per aver denunciato i crimini di guerra degli Stati Uniti, avvolge le proprie azioni in un velo di segretezza governativa, esercita un controllo capillare sul flusso di informazioni attraverso la Silicon Valley e manipola le menti del pubblico utilizzando il sistema di propaganda più sofisticato mai concepito.

Ciò vale anche per le relazioni violente che crollerebbero se la comunità potesse vedere cosa sta succedendo, o se la vittima comprendesse appieno cosa le viene fatto.

Ciò vale anche per i matrimoni in cui uno dei coniugi non è sincero sulla propria identità e sulle proprie attività segrete.

Ciò vale anche per le visioni del mondo che crollerebbero se i fatti contraddittori venissero ascoltati e considerati con coraggio e onestà intellettuale.

Ciò si applica anche alle strutture psicologiche che custodiamo dentro di noi, formatesi quando eravamo troppo piccoli per comprendere i traumi che stavamo vivendo e le abitudini di adattamento disfunzionali che stavamo inconsciamente sviluppando per affrontarli.

Ciò vale anche per l'ego stesso, che si dissolve quando i suoi meccanismi ricevono sufficiente attenzione e chiarezza attraverso una rigorosa autoanalisi.

Netanyahu ha firmato una lettera formale in cui ordina al capo delle Forze di Difesa Israeliane, al capo dello Shin Bet e al Procuratore Generale di avviare un'indagine penale contro tutti coloro che sono coinvolti nel film NAZA. Chiede un'indagine urgente sui soldati (in servizio e congedati dall'Unità 8200) che sono stati...

A tutti i livelli, la disfunzione umana è alimentata dalla menzogna e dissipata dalla verità. Le bugie a cui ci aggrappiamo come individui, come comunità e come società sono ciò che permette alla sofferenza e all'abuso di continuare, a qualsiasi livello li si consideri.

L'obiettivo collettivo dell'umanità è diventare una specie guidata dalla verità, con un rapporto autentico con la realtà, perché se non si affronta la realtà così com'è, non si è in grado di rispondere alle sfide con saggezza ed efficacia. Ci muoviamo in questa direzione smascherando le narrazioni mentali e percependo la realtà così come si manifesta realmente: come individui, come società e come specie.

Di' la verità senza compromessi, costi quel che costi. Che tutto ciò che crollerebbe sotto il peso della menzogna lo faccia il più rapidamente possibile. Che tutto venga rivelato. Affrontiamo la luce sempre più ampia della verità con eroico coraggio.

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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

I tre mesi decisivi per Iran, Stati Uniti e Israele

 
di Mehdi Mohammadi*
 
 
Le dinamiche geopolitiche contemporanee indicano che lo scontro tra l'asse dell'egemonia, guidato dagli Stati Uniti, e l'asse della resistenza, incentrato sulla Repubblica Islamica dell'Iran, ha raggiunto un punto di svolta decisivo. In una fase in cui i ripetuti fallimenti della politica estera di Washington in Asia occidentale, l'erosione della deterrenza militare israeliana e il discredito senza precedenti sui diritti umani in seguito alle tragedie umanitarie a Gaza hanno spinto questa coalizione sull'orlo del suo massimo isolamento strategico, il vero campo di battaglia si è spostato dalle trincee fisiche alle menti e alla percezione pubblica. Questo scontro complesso è il riflesso a tutto tondo di una "guerra ibrida e cognitiva": una campagna in cui i media e la psicologia di massa emergono come l'arma suprema per ottenere, sul piano dell'opinione pubblica, ciò che non è stato raggiunto sul campo di battaglia.
Natura e bersagli della guerra cognitiva La guerra cognitiva non si riduce a una mera distorsione delle informazioni o a semplice propaganda mediatica; questo concetto implica la reingegnerizzazione dei sistemi di credenze, la manipolazione della percezione della realtà e l'assoggettamento dei processi decisionali di una società. L'obiettivo primario e strategico di questa campagna a tutto campo è l'opinione pubblica interna iraniana, al fine di indebolire il morale dell'Asse della Resistenza. Il meccanismo operativo di questa guerra si fonda su diverse direttrici:

  • Ripetizione sistematica di falsità: consolidamento di narrazioni fittizie attraverso un bombardamento informativo quotidiano.
  • Discredito strutturale: creazione di un'immagine a tinte fosche, disperata e senza via d'uscita del futuro del Paese, affinché non rimanga alcuna prospettiva luminosa per le giovani generazioni.
  • Occultamento delle vulnerabilità dell'avversario: insabbiamento delle profonde sfide energetiche, dei deficit di bilancio, delle crisi del costo della vita e delle spaccature politiche presenti nei Paesi occidentali.
  • Centralità di figure aggressive e instabili: uso strumentale della retorica e delle minacce di attori come Donald Trump per innalzare il coefficiente di ansia psicologica nel pubblico.
In questo quadro, Trump e le figure dell'estremismo occidentale ricorrono a tattiche teatrali e manovre mediatiche per mascherare le proprie crisi interne e per mero calcolo elettorale. Tuttavia, il punto di massima criticità si raggiunge quando questi bluff politici vengono riprodotti e assimilati all'interno dei confini del Paese bersaglio come analisi inconfutabili, certezze e realtà di fatto.
Gli obiettivi strategici della "cabina di regia" avversaria Washington, Tel Aviv e le reti a loro allineate nella regione e nello spazio virtuale portano avanti un progetto integrato e stratificato:
  1. Erosione della resilienza nazionale: se una società resiste a forti pressioni, il nemico dedicherà ogni sforzo per instillare un senso di stanchezza, fallimento e futilità del sacrificio. Ridurre la tenuta sociale prepara il terreno all'apatia di fronte a possibili colpi successivi.
  2. Attivazione delle fratture sociali e politiche: alimentare costantemente dicotomie, etichettature e trasformare ogni questione culturale, economica o amministrativa in uno scontro logorante interno, per impedire qualsiasi consenso nazionale sugli interessi fondamentali.
  3. Istigazione di comportamenti economici emotivi: trasformare la paura psicologica in effetti tangibili sui mercati; come spingere i cittadini a fuggire dalla valuta locale (il Rial), accumulare oro e valuta estera, e creare ondate di domanda fittizia che, di fatto, auto-avverano l'inflazione attesa.
  4. Demolizione dell'unità tra Stato e nazione nei momenti di crisi: insinuare dubbi sull'integrità delle istituzioni ufficiali affinché, in caso di scontro o evento imprevisto, la spina dorsale della coesione interna subisca un collasso.
Analisi dei modelli operativi e smascheramento delle contraddizioni avversarie Un'attenta analisi delle tattiche mediatiche degli ultimi mesi rivela quanto le affermazioni dell'avversario siano in palese contrasto con le sue azioni sul campo:
  • La palese contraddizione sulla questione dello Stretto di Hormuz e dei flussi energetici: le casse di risonanza mediatiche occidentali sostengono che il transito negli snodi strategici sia tornato alla normalità o che il controllo di sicurezza dell'Iran si sia indebolito. Tuttavia, la realtà economica oggettiva smentisce clamorosamente questa narrazione: se la crisi energetica è risolta e la sicurezza dei flussi petroliferi è garantita, per quale motivo i governi occidentali continuano a svuotare le proprie riserve strategiche di petrolio? Perché sospendono tasse e accise sull'energia per arginare l'impennata dei costi del carburante? Queste evidenze dimostrano che, dietro la facciata mediatica di tranquillità, si nasconde una profonda angoscia per la morsa energetica.
  • Diffusione di indiscrezioni divisive ed etichettature: nello spazio virtuale circolano ripetutamente notizie false contenenti affermazioni quali "cessione di territorio ai Paesi vicini", "destinazione ingiustificata di risorse vitali oltre confine" o liste fantasma di "elementi traditori". L'obiettivo di questi rumors è infiammare i pregiudizi, scatenare la rabbia popolare e logorare la fiducia pubblica nel sistema; tuttavia, con un minimo di alfabetizzazione mediatica, la loro natura pretestuosa risulta facilmente smascherabile.
  • Teorizzazione del collasso economico: la continua reiterazione dell'imminenza di un tracollo economico non è una semplice analisi statistica, ma un piano offensivo volto a innescare l'instabilità dei mercati. Incoraggiare l'accaparramento dei beni e scatenare la corsa agli sportelli di cambio può infliggere alle fondamenta della vita dei cittadini danni ben più estesi di quelli causati dalle armi convenzionali.
  • Accuse affrettate su incidenti sospetti: l'attribuire immediatamente all'Iran qualsiasi incidente o crisi regionale sospetta (come eventi legati alla navigazione aerea o marittima) rientra nella strategia volta a creare una cortina fumogena e ad amplificare il clima di ansia e allarme sicurezza nel Paese.
L'antidoto cognitivo e le responsabilità della società Di fronte a una campagna di tale ampiezza e complessità, una risposta esclusivamente militare o di sicurezza si rivela insufficiente; la trincea principale di questa difesa viene eretta a livello di consapevolezza individuale e di comportamento collettivo.
  • Interruzione del ciclo di riproduzione dei messaggi tossici: il primo passo razionale per la società è la "disciplina mentale" e il rifiuto di ricondividere le affermazioni delle agenzie di stampa a catena (come i media finanziati da reti ostili o servizi di intelligence). La ripubblicazione di questi contenuti, anche con intenti critici, apre la strada alla normalizzazione e alla visibilità del medesimo quadro percettivo che la cabina di regia avversaria intende imporre.
  • Comprensione delle logiche elettorali e della guerra di parole: l'opinione pubblica deve saper distinguere che le dichiarazioni incendiarie dei vertici della Casa Bianca o delle autorità di Tel Aviv sono destinate prevalentemente al consumo interno, per risollevarsi dalle débâcle politiche e crearsi un vantaggio durante le tornate elettorali (come le elezioni del Congresso USA); non devono pertanto essere assunte come indicatori per le decisioni sui mercati interni.
  • Rafforzamento dell'alfabetizzazione mediatica e del fact-checking: qualsiasi rivendicazione economica o di sicurezza deve essere vagliata con il metro della logica, attraverso fonti attendibili ed evidenze oggettive sul campo, e non in base al sensazionalismo o ai toni drammatici dei messaggi diffusi su canali anonimi.
  • La coesione sociale come scudo strategico: le divergenze di pensiero, le critiche e le insoddisfazioni non devono trasformarsi in strumenti di polarizzazione nelle mani di chi ha come obiettivo l'annientamento del peso geopolitico dell'Iran. La solidarietà nazionale è l'unica garanzia per superare qualsiasi pressione sistemica.
L'attuale scontro, più che basarsi sulla morsa dell'assedio economico o sulle spacconate militari, è una vera e propria "guerra per la conquista delle volontà". Quando una nazione riesce a smascherare l'essenza delle manipolazioni cognitive, a valutare criticamente i messaggi e a impedire che le proprie coordinate mentali vengano dettate dagli strumenti di guerra psicologica dell'avversario, l'efficacia della catena di pressioni esterne si sgretola. Preservare la coesione, la lucidità psicologica e la vigilanza collettiva rappresenta la chiave fondamentale per superare indenni questo cruciale tornante della storia.
 
 
*Analista militare senior in Iran

 

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"Boicotta Bocelli". In Giordania cresce la campagna per il concerto del 27 novembre

 

di Agata Iacono 

 

In Giordania cresce la mobilitazione contro il concerto di Andrea Bocelli previsto il 27 novembre a Petra. Molte associazioni contro il sionismo, tra cui il movimento BDS giordano, chiedono ai cittadini di non acquistare i biglietti e alle autorità di cancellare lo spettacolo, accusando il tenore italiano di un lungo sostegno pubblico a Israele.

Tra gli elementi più contestati si cita la serata di raccolta fondi a Los Angeles, nel dicembre 2010, a favore di un'organizzazione di sostegno ai soldati israeliani, a cui Bocelli partecipò come artista. A questo si aggiungono diversi concerti in Israele e gli incontri con esponenti politici del Paese.
 
A sollecitare l'annullamento dell'evento è il gruppo anti-normalizzazione Et'harrak, che si è rivolto agli organizzatori, la società Friends of Jordan Festivals, in collaborazione con l'ente del turismo giordano, e alle autorità competenti. Nelle ultime ore si è aggiunto un appello congiunto firmato anche dal movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) in Giordania, che esorta i cittadini a non comprare i biglietti e a chiedere la cancellazione del concerto.
 
Secondo gli attivisti, ospitare artisti con legami di lungo corso con Israele equivale a una forma di «normalizzazione culturale» e offre a Israele e ai suoi sostenitori una piattaforma nelle società arabe. L'iniziativa arriva in un clima di forte tensione nel Paese per la guerra a Gaza e per le operazioni militari israeliane nella regione. La Giordania ha visto in questi anni proteste e campagne di boicottaggio rivolte ad aziende, artisti e personalità giudicati vicini a Israele.
 
Il concerto è in programma al Petra Cultural Village, nell'area della celebre città nabatea, ed è inserito nel tour mondiale «Romanza», che celebra i trent'anni di carriera del cantante, oggi sessantottenne. L'iniziativa punta a promuovere la Giordania come meta culturale e di patrimonio storico.
 
È proprio la scelta di Petra a essere al centro delle polemiche. Per BDS Giordania è inaccettabile che uno dei luoghi più iconici del Paese e del mondo arabo diventi la piattaforma di un artista che ha contribuito a raccogliere fondi per l'esercito israeliano.
 
Il principale precedente citato dai promotori della campagna risale al dicembre 2010, quando Bocelli si esibì a Los Angeles in un evento di raccolta fondi per gli Amici delle Forze di difesa israeliane (Friends of the IDF), organizzazione che sostiene i soldati dell'esercito israeliano. La serata, secondo le ricostruzioni riportate dalla stampa, raccolse circa 8,75 milioni di dollari.
 
Bocelli si è esibito più volte in Israele. Nell'ottobre 2008 cantò a Tel Aviv per il decimo anniversario del Centro Peres per la pace, nel giugno 2011 fu protagonista del concerto di chiusura del Festival dell'Opera israeliana a Masada e in quell'occasione incontrò il presidente Shimon Peres. Nel giugno 2022 tornò a Tel Aviv con un concerto allo stadio Bloomfield davanti a oltre ventimila persone.
 
In quel viaggio, riferisce il sito The New Arab, visitò Gerusalemme con la famiglia, compreso il Muro del Pianto e il Santo Sepolcro, e incontrò l'allora primo ministro Benjamin Netanyahu. Il tenore ha più volte parlato con affetto di Israele nelle interviste, descrivendolo come un luogo che lo ha colpito profondamente.
 
Fonti: 
 
 

Ricevuto — 11 Ottobre 2026 ⏭ Feed RSS di lantidiplomatico.it

Il dietro le quinte del vertice che può evitare il suicidio economico finale dell'Europa

Pechino ha ospitato un faccia a faccia ad altissima tensione, almeno nelle premesse. Maros Sefcovic e Wang Wentao si sono seduti al tavolo dei negoziati per la seconda riunione del meccanismo di consultazione su commercio e investimenti, una piattaforma lanciata nel giugno del 2026. La stampa internazionale non aveva usato mezzi termini alla vigilia dell'incontro: per Euronews la posta in gioco era "più alta che mai", mentre il South China Morning Post parlava di "ultima possibilità" per dimostrare che il dialogo non fosse un vicolo cieco.

Il nodo della discordia ha un nome ben preciso, ovvero i veicoli ibridi. Bruxelles aveva chiesto a Pechino un taglio volontario delle esportazioni, ricevendo un secco no. Dietro le auto si nasconde il vero fantasma che aggira i corridoi delle istituzioni europee, rappresentato dall'enorme surplus commerciale cinese. A questo si aggiunge una dipendenza strategica quasi totale, arrivata al novanta per cento, dalle terre rare cinesi, una leva che Pechino ha iniziato a premere con forza già dal 2025. Dall'altra parte della barricata, le aziende di Pechino chiedono garanzie reali per i propri investimenti nel Vecchio Continente, spesso bloccati o commissariati in nome della sicurezza nazionale.

Sergey Lukonin, esperto dell'Accademia delle Scienze russa, legge la mossa di Sefcovic come un voler sondare il terreno. L'Europa vuole alzare dazi sugli ibridi per blindare il suo mercato, ma teme le ritorsioni. La risposta cinese, spiega l'analista, passerebbe tradizionalmente dal blocco delle forniture di terre rare, anche se è difficile immaginare una guerra commerciale feroce come quella che Pechino sta combattendo con Washington. Di simile avviso è Yulia Melnikova, che vede nella ripresa dei tavoli un segnale positivo, ma avverte che trovare una soluzione sistemica resta un'impresa ardua. Gli obiettivi sono opposti e manca quella spinta politica necessaria per tornare a parlare di investimenti.

Contro ogni pronostico, dal vertice di giovedì e venerdì è emerso un consenso articolato in sedici punti. Non si tratta solo di buone intenzioni. Sul fronte delle terre rare e dei magneti permanenti, la Cina ha aperto a un canale verde per facilitare le licenze di esportazione verso l'Europa. È stato introdotto anche l'obbligo di preavviso prima di inserire nuovi prodotti nelle liste di controllo, una mossa pensata per evitare errori di valutazione e stabilizzare i mercati. Anche sul nodo degli ibridi si è trovato un compromesso, concordando di raggiungere un'intesa nel rispetto delle regole del Wto, sbloccando così una disputa che sembrava incistita.

I numeri ricordano perché nessuno dei due può permettersi il lusso di rompere davvero. Nel 2025 lo scambio di merci ha superato gli ottocento miliardi di dollari, con le due economie che rappresentano insieme un terzo della produzione globale. Come sottolineano i comunicati cinesi, vige ancora il vecchio paradigma dei "surplus commerciali in Cina e profitti in Europa". Pechino non perde l'occasione per bacchettare Bruxelles, invitandola a non cedere al protezionismo e a non farsi trascinare dall'onda lunga delle sanzioni a stelle e strisce.

L'appello è chiaro: l'Europa dovrebbe provare a mantenere almeno una parvenza di residua autonomia strategica ed evitare "l'eccessiva securitizzazione delle questioni economiche".

Il calendario segna già i prossimi appuntamenti, con una videoconferenza ministeriale fissata per gennaio e un nuovo vertice previsto per marzo 2027. Ma la vera partita non si gioca sulle date. Il rischio che Bruxelles sta correndo ha i contorni netti di un suicidio annunciato. Dopo aver reciso di netto i ponti con Mosca, sacrificando decenni di interdipendenza e mandando in frantumi il proprio tessuto industriale, l'Europa sembra ora intenzionata a gettarsi a capofitto in un nuovo, logorante scontro con Pechino.

Una fuga in avanti che ignora una realtà dei fatti ben più crudele. Invece di cercare il conflitto, il Vecchio Continente avrebbe tutto l'interesse a guardare alla Cina non come a un avversario da contenere, ma come a un indispensabile punto d'appoggio strategico. Un contrappeso fondamentale per arginare le continue ingerenze e le manovre egemoniche di Washington, che da tempo dettano l'agenda economica globale a colpi di dazi e protezionismo. La scelta, ormai, è obbligata per Bruxelles: diventare come esorta la Cina "partner che costruiscono fiducia reciproca piuttosto che rivali sistemici", o affondare insieme alle proprie contraddizioni.

 

Zakharova accusa BMW: «Non voltò le spalle al Terzo Reich e oggi serve gli eredi ideologici del nazismo»

BMW finisce nel mirino di Maria Zakharova. La portavoce del ministero degli Esteri russo ha accusato il colosso automobilistico tedesco di applicare criteri ideologici nei propri rapporti commerciali, denunciando quello che considera un doppio standard nei confronti della destra tedesca e dell’Ucraina. La polemica nasce dalla decisione dell’azienda di ritirare un’offerta di leasing destinata a Tobias Rausch, esponente di Alternative fur Deutschland (AfD) e nuovo presidente del Parlamento della Sassonia-Anhalt. Secondo Zakharova, la scelta sarebbe stata dettata da «considerazioni ideologiche».

La diplomatica russa ha quindi richiamato il ruolo svolto da BMW durante il Terzo Reich, ricordando che l’azienda produsse veicoli e motori aeronautici per le forze armate tedesche, compresa la Luftwaffe, impiegata nei bombardamenti contro l’Unione Sovietica e altri Paesi europei. Zakharova ha inoltre sottolineato il ricorso al lavoro forzato durante la guerra. Secondo i dati da lei citati, circa 35.000 persone furono costrette a lavorare negli stabilimenti dell’azienda, arrivando a rappresentare fino a due terzi della forza lavoro complessiva.

Nel suo intervento, la portavoce ha chiamato in causa anche la famiglia Quandt, che detiene una quota rilevante del capitale di BMW, ricordandone i legami con il sistema industriale tedesco durante il nazismo e i profitti ricavati dalla produzione bellica e dallo sfruttamento dei lavoratori forzati. Da qui l’affondo politico contro l’attuale direzione del gruppo. Zakharova sostiene che BMW, mentre nega un servizio a un rappresentante eletto in Germania, continui a intrattenere rapporti commerciali con l’Ucraina che glorifica e riabilita ambienti legati al collaborazionismo nazista.

La diplomatica critica inoltre il sostegno militare tedesco al regime di Kiev, inserendolo nel quadro di una politica che denuncia come ostile alla Russia.


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Yemen, Sana’a risponde ai raid sauditi: colpiti aeroporti e impianti energetici

Le Forze armate yemenite hanno rivendicato quattro operazioni militari contro due aeroporti sauditi, a Riad e Dammam, e due impianti energetici di Aramco, utilizzando missili balistici e da crociera e droni. Secondo il portavoce Yahya Saree, gli attacchi hanno provocato incendi e interruzioni del traffico aereo e rappresentano una risposta alla prosecuzione dell’aggressione saudita contro lo Yemen.

Saree ha inoltre riferito di un attacco contro concentrazioni di truppe saudite con sei missili balistici e due droni, annunciando nuove operazioni finché non cesseranno gli attacchi e sarà revocato il blocco dello Yemen. Il portavoce ha denunciato anche 124 raid aerei sauditi nelle precedenti 24 ore, portando a 2.058 il totale dall’inizio dell’escalation.

Separatamente, la coalizione a guida saudita ha confermato un incendio al terminal 4 dell’aeroporto internazionale di Riad, attribuito all’impatto di un proiettile non identificato.



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Trump annuncia la tregua energetica tra Russia e Ucraina: nuova rottura con Zelensky

Una tregua energetica tra Russia e Ucraina entra immediatamente in vigore, almeno stando all’annuncio del presidente statunitense Donald Trump. L’11 ottobre, il capo della Casa Bianca ha dichiarato che le due parti hanno raggiunto un’intesa per fermare gli attacchi nel settore energetico, avvertendo: «Con effetto immediato, viene dichiarata una tregua energetica nella guerra tra Russia e Ucraina. Entrambe le parti hanno raggiunto un accordo. Non rompetelo!». L’annuncio arriva in un momento particolarmente delicato, segnato dal progressivo deterioramento dei rapporti tra Washington e il regime di Kiev. A innescare le tensioni è stato soprattutto l’accordo tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin per la fornitura di centinaia di migliaia di tonnellate di diesel russo ai mercati statunitense e internazionale.

Un’intesa che ha portato Washington a sospendere temporaneamente alcune restrizioni sulle forniture di questo combustibile, mentre Mosca ha annunciato l’allentamento del divieto di esportazione. La decisione ha provocato la reazione indignata di Volodymyr Zelensky, che ha contestato apertamente la scelta USA, sostenendo che simili rapporti con la Russia «non porteranno pace né alcun beneficio al mondo civilizzato». «La pace non arriva mai grazie alla debolezza», ha dichiarato il leader ucraino. Ma dietro lo scontro diplomatico si nasconde una divergenza sempre più evidente sulle modalità di conduzione del conflitto. Durante un incontro a Miami, durato otto ore, i negoziatori statunitensi avrebbero esercitato pressioni sulla delegazione ucraina affinché Kiev rinunciasse agli attacchi contro le raffinerie russe. Secondo quanto riportato da fonti ucraine, gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero persino minacciato di interrompere la condivisione di informazioni d’intelligence considerate essenziali per le operazioni militari ucraine. La delegazione di Kiev avrebbe appreso dell’accordo sul diesel russo durante i colloqui, reagendo con sorpresa e interrompendo anticipatamente la visita.

Un alto funzionario ucraino avrebbe descritto la situazione come una trappola, segno della crescente diffidenza nei confronti delle iniziative di Washington. Trump, dal canto suo, ha criticato ripetutamente gli attacchi ucraini alle raffinerie russe, collegandoli all'aumento dei prezzi dei carburanti in una fase di tensione sui mercati energetici. Il presidente statunitense è arrivato anche a suggerire che l’Ucraina possa avere bisogno di una nuova leadership. Zelensky, tuttavia, non sembra intenzionato a cedere. «L’Ucraina sarà pronta a fermare gli attacchi alle raffinerie russe quando la Russia smetterà di attaccare le nostre infrastrutture energetiche», ha affermato, confermando al contempo la richiesta agli alleati di ulteriori sistemi di difesa aerea, munizioni e armamenti a lungo raggio. Da Mosca, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha sostenuto che il presidente ucraino dovrebbe dimostrare una concreta disponibilità ai negoziati di pace, anziché chiedere agli alleati di aumentare la pressione sulla Russia e rafforzare il sostegno militare a Kiev. La tregua annunciata da Trump rappresenta dunque un possibile tentativo di contenere l'escalation in un settore strategico per entrambe le economie.

Resta però da verificare se l’intesa si tradurrà in una sospensione effettiva degli attacchi o se le divergenze sulle condizioni del cessate il fuoco finiranno per comprometterla. La vicenda mette inoltre in luce una contraddizione sempre più difficile da ignorare: mentre Washington cerca di proteggere i propri interessi energetici e contenere le conseguenze economiche della guerra, Kiev continua a puntare sul sostegno militare occidentale e sulla pressione contro Mosca per ottenere nuovi fondi e forniture di armamenti. Due strategie che, almeno per il momento, appaiono sempre meno conciliabili.

Provocazioni e retorica separatista: la Cina stronca il discorso di Lai Ching-te sul "Double Ten"

La Cina torna a lanciare un chiaro monito ai secessionisti di Taiwan: il portavoce del Ministero della Difesa Nazionale cinese ha duramente criticato il discorso del leader regionale di Taiwan, Lai Ching-te, in occasione della ricorrenza del "Doppio Dieci" ('Festa Nazionale' di Taiwan), accusandolo di esasperare la "minaccia militare della terraferma" e di promuovere un aumento della spesa per la difesa; secondo il portavoce, le dichiarazioni di Lai - come riporta il quotidiano Global Times - rivelano il suo tentativo di perseguire l'"indipendenza di Taiwan" attraverso il potenziamento militare e la ricerca di sostegno esterno da parte dei soliti noti destabilizzatori imperialisti.

Secondo quanto riferito, Lai Ching-te ha recentemente tenuto il suo discorso per il "Doppio Dieci", nel quale ha enfatizzato le affermazioni secondo cui la terraferma cinese continuerebbe a utilizzare azioni militari per esercitare pressioni sulla regione di Taiwan e modificare lo status quo nello Stretto, invocando al contempo un aumento della spesa per la difesa e una maggiore "resilienza difensiva dell'intera società".

In risposta, il portavoce Chen Xi ha dichiarato che esiste una sola Cina al mondo e che Taiwan ne è parte integrante; questo è il vero status quo nello Stretto di Taiwan. Lai si aggrappa ostinatamente alla posizione dell'"indipendenza di Taiwan", stravolge la realtà dei fatti, esaspera la cosiddetta "minaccia militare della terraferma" e fomenta lo scontro nello Stretto. I suoi tentativi di perseguire l'"indipendenza di Taiwan" attraverso il potenziamento militare e la ricerca di sostegno esterno rivelano ancora una volta la sua natura di fonte di problemi per Taiwan e di minaccia alla pace, ha affermato Chen.

Negli ultimi anni, per i propri interessi di parte, le autorità del DPP (Democratic Progressive Party) hanno perseguito l'"indipendenza" e ostacolato la riunificazione, corteggiato forze esterne, promosso la cosiddetta "mobilitazione dell'intera società" e tentato di trasformare l'intera isola in un campo di battaglia sulla stregua dell'Ucraina contro  la Russia. Così facendo, stanno legando i residenti di Taiwan al carro dell'"indipendenza di Taiwan", minando la stabilità nello Stretto e sacrificando il futuro della regione di Taiwan, ha detto Chen.

Il portavoce ha osservato che le esercitazioni e l'addestramento regolari dell'Esercito Popolare di Liberazione (EPL) attorno all'isola di Taiwan mirano a scoraggiare le mosse separatiste per l'"indipendenza di Taiwan" e le interferenze di forze esterne, nonché a salvaguardare la sicurezza e il benessere dei residenti di Taiwan. Tali azioni sono pienamente giustificate e ineccepibili.

Chen ha affermato che l'"indipendenza di Taiwan" è fondamentalmente incompatibile con la pace nello Stretto. La riunificazione nazionale è una tendenza storica irresistibile, una causa giusta e un'aspirazione del popolo. "Ci auguriamo che i compatrioti di Taiwan comprendano appieno l'estremo pericolo e i danni derivanti dal perseguimento ostinato dell'«indipendenza di Taiwan» da parte delle autorità di Lai, e che si uniscano a noi nell'opporsi risolutamente alle forze separatiste favorevoli all'«indipendenza di Taiwan» e alle interferenze esterne, salvaguardando congiuntamente una patria pacifica e serena e condividendo i benefici e la gloria del ringiovanimento nazionale", ha affermato Chen.

"Mica sono trotzkisti": perché l'Occidente non ha ancora capito la strategia di Mosca e Pechino

 

di Laura Ruggeri*

 

Noto che tra molti commentatori occidentali permane un fraintendimento di fondo su come Mosca e Pechino concepiscono il cambiamento dell'ordine globale. 

Ad esempio, quando Putin descrive l'attuale transizione verso il multipolarismo come "un movimento emancipatore e anticoloniale contro l'egemonia unipolare", non sta annunciando una crociata e neppure la nascita di una nuova Internazionale. Mica è un trotzkista.

Il risveglio del Sud Globale non è guidato da un "consiglio rivoluzionario" composto dai leader di Cina, Iran e Russia. Questi sono i deliri di qualche minus habens occidentale. Si tratta invece di un processo storico e tettonico, dettato dalla natura stessa delle cose e dalle contraddizioni dell'imperialismo americano.

Putin non è un ingenuo e non soffre di volontarismo. Sa perfettamente che un'egemonia sistemica e militarizzata come quella americana non collassa dall'oggi al domani, ma si erode lentamente attraverso il suo stesso sovraccarico (l'overstretch imperiale). Il compito di paesi come la Cina e la Russia non è "esportare la rivoluzione", ma resistere, offrire un'alternativa di sovranità e un modello di relazioni eque e paritarie tra i paesi.

La Russia è un Paese immenso e complesso, attraversato da correnti, forze e interessi che talvolta tirano in direzioni diverse. La priorità assoluta del Cremlino è mantenere la stabilità interna, sia politica che economica, e portare a compimento gli obiettivi dell'Operazione Militare Speciale in Ucraina. Qualsiasi altra ambizione geopolitica è, piaccia o no, subordinata a questa necessità esistenziale. Senza la sicurezza dei propri confini e la tenuta della propria economia, non si va da nessuna parte. 

Conoscendo bene il Paese e avendo osservato da vicino le sue profonde trasformazioni negli ultimi vent'anni, resto fiduciosa. La traiettoria è corretta: gli ostacoli materiali e le sanzioni vengono affrontati e il cambiamento di paradigma è evidente. Tuttavia, questo cambiamento riguarda primariamente la società e l'apparato statale russo. La storia non si accelera con colpi di frusta. Senza una rivoluzione politica, culturale e spirituale (che Cina, Russia e Iran hanno già sperimentato nel secolo scorso)  certi processi storici non si possono forzare, si possono solo accompagnare e indirizzare sui binari giusti.

Questa stessa logica di prudenza strategica è condivisa da Pechino. Le preoccupazioni per la coesione interna e lo sviluppo sono identiche, e nessuno dei due Paesi intende mettere a rischio la propria stabilità per accelerare i tempi della storia. 

Vivendo in Cina, trovo assurdo l'atteggiamento di certi osservatori occidentali o terzomondisti che si aspettano che i cinesi sacrifichino le loro conquiste sociali e economiche degli ultimi decenni per "liberare il mondo". Boh, forse credono ancora che la rivoluzione sia esportabile.

La Cina (così come la Russia nel quadro dei BRICS e dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) è disposta a cooperare, a livello commerciale, diplomatico e tecnologico, con tutti i Paesi che vogliono emanciparsi dal giogo del dollaro e della dittatura occidentale. Pechino rifiuta di stringere alleanze militari di mutua difesa in stile NATO, dove un attacco a uno è considerato un attacco a tutti. Questo modello di alleanze è visto come una reliquia della Guerra Fredda.

L'unica, storica eccezione a questa regola del non-allineamento militare rimane il Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza con la Corea del Nord, firmato originariamente nel 1961. Ma si tratta di un retaggio specifico della Guerra Fredda e non di una nuova dottrina di politica estera. 

*Laura Ruggeri è autrice di "Hong Kong a fuoco" (Lad edizioni, 2026). Post Telegram su @LauraRuHK del 10 ottobre 2026

Il "giuda" Trump: le esilaranti reazioni dei giornali italiani che tremano per la pace

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

11 ottobre. Beato lui, che può dire tutto quello che vuole; sia santificato il nome di Carlo Calenda, che può mettere nero su bianco che «Trump è un servo di Putin»; che è libero nelle sue parole, che può esternare apertamente tutto ciò che pensa – anche se, diciamocelo, tale verbo, nel caso umano concreto, pare eccessivo – e non deve tenere a freno la lingua o annacquare in leziose e asettiche circonlocuzioni tutto il nostro sentire euroliberale. Sia lode a Carlo Calenda che, in tutta serietà (?), può sostenere che «l'Ucraina è un paese libero e sovrano». Ah, come vorrebbero innalzarlo a proprio idolo, Carlo Calenda, nelle redazioni torinesi, romane, milanesi e poterne seguire l'esempio di combattente “libero e sovrano”, difensore di quel vallo anti-autocratico quale l'Ucraina nazigolpista, «che non si sottometterà al volere di un dittatore e di un aspirante tale». E invece no; devono in qualche modo render conto di quei cento o duecento euro (le valutazioni sono al ribasso, disgraziatamente) con cui vengono quotate quelle cinquanta-sessanta righe in cui loro, poveri cristi, sono costretti a allungare lo stesso “pensiero” esternato da Calenda in appena sei parole, di cui due nomi propri e un predicato nominale.

Zelenskij «avrebbe potuto porre fine alla guerra molte volte, ma non lo fa. Crea problemi al mondo intero», ha dichiarato Donald Trump il 10 ottobre; «Penso che sia ora che l'Ucraina scelga un nuovo presidente. Propongo che l'Ucraina abbia un nuovo leader che sappia negoziare. Per qualche ragione, Zelenskij non conclude mai accordi».

Donald Trump «è un servo», sintetizza mirabilmente Calenda; ma ecco che il signor De Feo, su Repubblica, si vede costretto ad “argomentare” che «il deal economico tra la Casa Bianca e il Cremlino offre al russo una via di uscita. Ma in gioco ci sono le democrazie europee»: “democratiche” per assunto. E il signor Giuseppe Sarcina, sul Corriere della Sera, condensando le ultimissime dichiarazioni del presidente USA sul nazigolpista-capo ucraino, secondo cui «È ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente, tante volte lui avrebbe potuto fermare la guerra ma non lo ha fatto», azzarda cautamente che il povero Zelenskij sarebbe ridotto a «capro espiatorio» delle romanzine del «tycoon». E poi, parlando del cosiddetto “patto del diesel”, mordendosi la lingua per non sublimare il succinto verbum calendiano, lo allunga in una cinquantina di parole, scrivendo che ora Trump «ha concluso un accordo con il bersaglio di quella legge» che, meno di un mese fa, penalizzava le esportazioni energetiche russe: falso e fedifrago, avrebbe volentieri aggiunto il signor Sarcina all'indirizzo di Trump, se non ci fosse stato a fermarlo il dovere di quell'eleganza da gentleman che è d'obbligo nelle redazioni, in riferimento a fatti e personaggi d'oltreoceano. Ma, soprattutto, lamenta l'articolista, dopo il “deal”, c'è da attendersi che sul vecchio continente «avrà ancora più voce chi sostiene quanto sia necessario riprendere a comprare idrocarburi dalla Russia»: maledetti disertori; ma l'epiteto non l'ha aggiunto. Ah, che disdetta non poter essere un Calenda di redazione: per obbligo di bon ton, l'appellativo di “servo” si è costretti a diluirlo con il “ragionamento” che «L’intesa sul diesel rappresenta un altro passo nel percorso di riabilitazione completa di Putin... Nei piani della Casa Bianca, lo sdoganamento del leader russo dovrebbe culminare in un dialogo a tre, da avviare con Xi Jinping, nel vertice del G20, il 14 e 15 dicembre a Miami. Una specie di “cupola” che taglierebbe fuori l’Europa». Infido e doppiogiochista, lo definirebbe volentieri il signor Sarcina, aggiungendo che a Trump è successo ciò di cui parlava Cesare nel De Bello civili: gli è cioè «capitato ciò che di solito accade a uomini pervicaci e arroganti: tornare sulle proprie decisioni e desiderare ardentemente ciò che prima avevano disprezzato». Ma non si può dire così apertamente, e allora lo si conserva nel profondo del proprio sentire euroliberale.

È così anche per la signora Anna Zafesova che, su La Stampa, vezzeggia il proprio beniamino nazigolpista e gli fa ripetere, indirettamente, le odi francescane di Calenda: Zelenskij dunque «libera la rabbia, dicendo che “proprio mentre stiamo parlando di pace gli Usa decidono di dare a Putin soldi per finanziare la sua guerra”». Sì: proprio un «servo di Putin» di calendiana omelia. Un “servo” che, si sottintende, appare incapace di intendere, tanto che il nazigolpista speaker della Rada, Ruslan Stefanchuk, con gran giubilo della signora Zafesova, si sente in dovere di ricordare a Trump «le parole dell’ex segretario generale della Nato, l’italiano Manlio Brosio: “I russi sono dei bugiardi. Dei grandi attori che mentono e recitano perché credono sia loro dovere. Non ci si può fidare”». Dunque, non semplicemente “servo”, ma addirittura “sciocco” come Arlecchino, che si lascia gabbare dai russi, di cui «non ci si può fidare»: ecco come dare colorazione “letteraria” e giornalistica allo stringato e diretto epigramma calendiano. Oltretutto, enfatizza la signora suddetta, a Trump non va poi così bene, dal momento che Zelenskij ora «appare molto meno conciliante, anche perché lo smacco è stato inflitto anche agli europei, che ormai fanno fronte comune con gli ucraini nei colloqui con gli Usa». Ecco il punto: un “autocrate zarista”, un “dittatore” della novella dinastia Shang e un “aspirante tale” danno vita a una «cupola» che spodesta la “famiglia perdente” europea.

Ma niente paura: a scorno del «servo di Putin», scrive la signora Zafesova, Zelenskij «ieri ha promesso che gli attacchi ucraini continueranno, facendo infuriare Trump che è tornato a chiedere la sua rimozione... il leader statunitense è tornato ad accusare Zelensky di essere l’ostacolo principale alla pace».

Dunque, quell'innominabile «servo di Putin», si accanisce contro il pupillo delle cancellerie europee e «Trump contro Zelensky: "E' ora che l'Ucraina si scelga un nuovo presidente", titola Repubblica, specificando che è stato un «attacco pesantissimo quello di Trump contro il presidente ucraino Zelensky all'indomani dell'accordo con Putin per la vendita del gasolio russo agli Usa e al resto del mondo. "Gli ho detto che può attaccare tutto ma non le raffinerie e lui continua a farlo. Avrebbe potuto fare un accordo e chiudere la guerra tante volte ma non ha voluto. E' ora che l'Ucraina si scelga un nuovo presidente"». Infedele agli ordini di un autocrate asiatico.

Che attacco ai “valori liberali” incarnati dalle “democrazie europee” e calpestati da una «cupola» di “tiranni”! Basta: «L'UE e l'Italia devono avere il coraggio di rispondere a Trump con tutta la durezza che merita», è il grido di guerra di Carlo Calenda.

In effetti, anche l'Europa ha avuto il benservito a Miami, quando la delegazione dei nazigolpisti ucraini si è alzata dal tavolo delle trattative, dopo il suggerimento di Trump a Zelenskij di dedicarsi a qualcos'altro. Perché, ricorda Kirill Strel'nikov su RIA Novosti, anche i "partner europei" erano presenti ai negoziati falliti con gli americani e avevano come unico obiettivo quello di esercitare la massima pressione economica per paralizzare la macchina bellica del Cremlino. Ma qualcosa è andato storto, dice Strel'nikov e ora Kaja-Fredegonda-Kallas, si lamenta che «la sospensione delle sanzioni sul gasolio russo fornirà a Mosca ulteriori entrate per finanziare la guerra». Altro che «servo di Putin»: qui siamo all'aperta collusione col nemico, alla maramaldesca intelligenza con lo straniero, di cui parlerebbero volentieri le guerrafondaie redazioni italiche, se non fosse per l'obbligata deferenza verso l'America.

Ci pensano i bellicisti delle cancellerie europee a battere una mano sulla spalla al nazigolpista-capo: in una conversazione telefonica, il premier britannico Andy Burnham ha ribadito la sua «piena solidarietà» a Zelenskij, ha riconosciuto che la giornata appena trascorsa è stata «difficile per l'Ucraina» e, insieme, hanno ribadito la necessità di mantenere la pressione sulla Russia. The Guardian scrive che l'accordo sul diesel mina la pressione finanziaria dell'Occidente su Moskva degli ultimi quattro anni e costringe gli alleati di Kiev UE-NATO ad accrescere le sanzioni. Così, il 12 ottobre i ministri degli esteri UE intendono approvare il più grande pacchetto di sanzioni dall'inizio della guerra, «mirato alla macchina militare russa», ha detto Kallas. In barda a quel traditore di Trump, che fa accordi col nemico, sospende le sanzioni e che, alla stregua del giovane cosacco Andrej, passato nelle file polacche, meriterebbe per questo la fine riservatagli dal padre Taras Bul'ba, ecco però che il rappresentante ufficiale del governo tedesco, Stefan Cornelius, ha dichiarato che Berlino «resta impegnata nelle sanzioni imposte alla Russia e lavora coi partner europei su ulteriori sanzioni, mentre il sostegno all'Ucraina resta incrollabile». E il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha espresso «rammarico» per l'accordo USA-Russia. Polonia e Paesi baltici hanno caratterizzato le mosse di Trump come «un colpo alla schiena della sicurezza comune europea». Giuda Iscariota, che vende per trenta barili di petrolio il figlio di dio di casa a Bruxelles, griderebbero di buon grado da Berlino, Londra, Parigi.

Di tutt'altro tono, ovviamente, il commento del rappresentante speciale presidenziale russo Kirill Dmitriev a proposito delle parole di Elon Musk su Vladimir Zelenskij, che sarebbe andato “troppo oltre”: quel commento segna «un punto di svolta», ha detto Dmitriev.

C'è bisogno di aggiungere qualcosa?

Diesel russo agli USA e l'Europa "con il cerino in mano": il grande bluff di Trump smascherato (VIDEO)

 

 

Video editoriale di Loretta Napoleoni

 

Il colpo di scena che nessuno in Europa osava pronosticare: Donald Trump fa un accordo con la Russia per importare milioni di tonnellate di diesel in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre! Ma di cosa parliamo realmente?

I numeri svelano la verità: le prime tranche servono a coprire appena una manciata di giorni di consumo americano. Il vero nodo dei 3 milioni di tonnellate dipende dalle raffinerie russe. La mossa di Trump non è solo una spregiudicata operazione sui prezzi per ingraziarsi gli elettori, ma una potentissima leva politica su Kiev: l'accordo reggerà solo se l'Ucraina smetterà di bombardare l'energia russa.

Ancora una volta, i diktat di Washington scavalcano totalmente Bruxelles e il fronte atlantico, lasciando l'Europa beffata e con la candela in mano dopo anni di folli sanzioni.

Lettera aperta a Papa Leone XIV: per fermare il genocidio bisogna chiamarlo con il suo nome

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

Santo Padre,

Le scriviamo da palestinesi, con rispetto per il Suo ministero e con fiducia nella Sua voce. La sera della Sua elezione Lei ha salutato il mondo con le parole del Risorto, «La pace sia con tutti voi», e ha parlato di una pace «disarmata e disarmante». Nella terra in cui quelle parole furono pronunciate per la prima volta, la pace manca da molto tempo. Il nostro popolo, musulmani e cristiani insieme, sta vivendo ciò che la Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite, le principali organizzazioni per i diritti umani e molti dei maggiori studiosi dell'Olocausto e del genocidio hanno chiamato genocidio. Sappiamo che Lei ha detto che la definizione è molto tecnica, e comprendiamo la prudenza che il Suo ufficio richiede. Per le famiglie di Gaza, di Betlemme e di Taybeh, però, non è una questione tecnica. La preghiamo di ascoltarle, di chiamare ciò che vivono con il suo nome e, soprattutto, di agire perché finisca.

Fra cinquant'anni la Basilica della Natività sarà quasi certamente ancora in piedi a Betlemme, e i pellegrini continueranno a chinarsi sotto la sua porta bassa per inginocchiarsi davanti alla grotta. Il Santo Sepolcro continuerà ad attirare folle lungo i suoi gradini consumati a Gerusalemme. Le pietre resteranno. Ma chi percorrerà la Via Dolorosa? Da secoli, il Venerdì Santo, i cristiani di questa terra seguono la croce lungo quelle strade insieme ai pellegrini di tutto il mondo. Oggi molti cristiani palestinesi di Betlemme e di Ramallah hanno bisogno di un permesso israeliano per entrare a Gerusalemme Est a Pasqua, e non sempre lo ottengono. Molto meno certo delle pietre è che, allora, nelle strade intorno a quei luoghi vivano ancora cristiani palestinesi in numero sufficiente da poter parlare di una comunità.

Il sindaco di Betlemme, Maher Canawati, Le ha raccontato di persona, nel settembre 2025, come l'emigrazione stesse svuotando Betlemme e le città vicine delle loro famiglie cristiane. In un solo anno più di mille cristiani palestinesi sono stati costretti a lasciare la loro terra. Li ha chiamati le «pietre vive» della Terra Santa e L'ha avvertita che senza di loro essa sarebbe diventata un museo. L'espressione viene dalla Prima lettera di Pietro: «quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale». Le pietre dei santuari non hanno bisogno di protezione. Quelle vive sì.

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha detto a Roma all'inizio di quest'anno che la presenza cristiana in Terra Santa si è drasticamente ridotta da quando vi è arrivato nel 1990, e che dall'ottobre 2023 almeno cento famiglie hanno lasciato la sola Betlemme. Ne ha indicato anche le cause. I palestinesi, musulmani e cristiani, non possono lavorare, perdono le loro terre e subiscono aggressioni armate e atti vandalici, mentre le loro case vengono devastate, demolite o confiscate. Le demolizioni e le confische sono opera dello Stato e dell'esercito israeliani, le aggressioni dei coloni israeliani. Perfino le tredici scuole cattoliche di Gerusalemme devono lottare ogni giorno per i permessi degli insegnanti che arrivano da Betlemme. La Cisgiordania vive sotto un'occupazione che le principali organizzazioni per i diritti umani, anche israeliane, hanno definito un regime di apartheid: strade chiuse, permessi di lavoro annullati, un'economia al collasso, terre sottratte per gli insediamenti ebraici illegali, attacchi dei coloni condotti con il sostegno costante dell'esercito israeliano. Cristiani e musulmani sono discriminati e perseguitati allo stesso modo, e allo stesso modo vengono costretti a fuggire. Una migrazione forzata imposta a un intero popolo ha un nome: pulizia etnica.

A Gerusalemme Est la pressione passa anche dai documenti. Dal 1967 Israele ha revocato la residenza a migliaia di palestinesi della città. Inoltre, una legge del 2003, rinnovata più volte, impedisce di fatto il ricongiungimento familiare fra chi risiede a Gerusalemme Est o in Israele e un coniuge della Cisgiordania o di Gaza. Una ragazza cristiana di Gerusalemme Est che sposa un ragazzo di Betlemme, a dieci chilometri di distanza, si trova davanti a una scelta: vivere separata dal marito, trasferirsi con lui a Betlemme rischiando di perdere la residenza, cioè il diritto di vivere a Gerusalemme e perfino di tornarvi, oppure lasciare insieme la propria terra. Molte coppie sono costrette a scegliere l'ultima strada. Anche questa è emigrazione forzata, benché non venga mai chiamata così.

In Occidente si parla spesso dei cristiani palestinesi come di una fragile minoranza stretta fra ebrei e musulmani. Non è così che si vedono, e non è questa la loro storia. Sono parte inseparabile del popolo palestinese, per lingua, famiglie, villaggi e terre coltivate da generazioni. Prima del 1948 gli arabi palestinesi, musulmani e cristiani, erano il popolo indigeno di questa terra e la grande maggioranza della sua popolazione, e i cristiani ne erano circa un decimo. Oggi, in Cisgiordania e a Gaza, sono fra l'uno e il due per cento. Nel 1948 circa 750.000 palestinesi furono espulsi o costretti a fuggire, cristiani e musulmani insieme, e lo Stato nato quell'anno non ha mai permesso loro di tornare. Nel 2018 la legge sullo Stato-nazione ha riservato ai soli ebrei il diritto all'autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele, sancendo per legge uno Stato esclusivamente ebraico.

La storia di Iqrit e di Kafr Bir'im lo mostra meglio di qualsiasi statistica. Erano due villaggi cristiani dell'Alta Galilea, uno melchita e uno maronita. Nel novembre 1948 l'esercito israeliano ordinò agli abitanti di andarsene, promettendo che sarebbero potuti rientrare dopo due settimane. Non sono mai tornati. Nel 1951 la Corte suprema israeliana riconobbe agli abitanti di Iqrit il diritto di rientrare, ma il giorno di Natale di quello stesso anno l'esercito fece saltare le case del villaggio. Kafr Bir'im fu distrutto due anni dopo. Le famiglie divennero profughe, nella propria terra o oltre il confine, in Libano. Da allora i loro discendenti tornano a Iqrit per pregare nella chiesa rimasta in piedi e per seppellire i loro morti nel cimitero del villaggio. A Eilabun, un altro villaggio cristiano della Galilea, nell'ottobre 1948 soldati israeliani uccisero una dozzina di uomini e ne espulsero gli abitanti. I cristiani palestinesi hanno vissuto la Nakba come tutto il loro popolo, e da Iqrit nel 1948 a Taybeh oggi il loro sradicamento dalla propria patria non si è mai fermato.

Papa Francesco conosceva questa realtà. Nel maggio 2014, durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa, fece fermare l'auto a Betlemme e pregò in silenzio davanti al muro di separazione. Il giorno dopo, al Notre Dame of Jerusalem Center, il primo ministro Benjamin Netanyahu difese quel muro e gli disse che Gesù, in quella terra, parlava ebraico. Francesco lo corresse: aramaico. Era un dettaglio, ma ricordava che Gesù non appartiene a una sola tradizione. Nel dicembre 2024 Francesco pregò in Vaticano davanti a un presepe arrivato da Betlemme, con Gesù Bambino adagiato su una kefiah. Poche settimane prima aveva scritto che, secondo alcuni esperti, ciò che accade a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio e andrebbe indagato con attenzione. Il 21 dicembre, davanti alla Curia, disse dei bambini bombardati a Gaza: «Questa è crudeltà, questa non è guerra». E fino alle ultime settimane della sua vita telefonò quasi ogni sera alla parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza. Quelle chiamate non fermavano le bombe, ma dicevano alle famiglie rifugiate lì dentro che non erano sole. La preghiamo di raccoglierne l'eredità, a cominciare dai luoghi in cui i cristiani palestinesi si sentono oggi più soli.

Gaza è il primo di questi luoghi. Una comunità cristiana di circa mille persone vi ha vissuto i bombardamenti e la fame insieme al resto del suo popolo, e non è stata risparmiata. Nell'ottobre 2023 un attacco israeliano ha colpito il complesso della chiesa greco-ortodossa di San Porfirio, dove si erano rifugiate circa 450 persone, uccidendone diciotto. Nel dicembre successivo una madre e sua figlia sono state uccise nel recinto della parrocchia della Sacra Famiglia da un cecchino israeliano, come ha riferito il Patriarcato latino. Nel luglio 2025 il fuoco di un carro armato israeliano ha colpito la chiesa stessa, uccidendo tre persone e ferendo il parroco. Israele ha parlato di errore. Quella chiesa però era nota a tutti, ospitava da quasi due anni centinaia di sfollati e non era la prima volta che veniva colpita.

Il cosiddetto cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, entrato in vigore il 10 ottobre 2025, non ha fermato il genocidio. Da allora, secondo il ministero della Salute di Gaza, Israele ha ucciso nella Striscia almeno 1.460 palestinesi, e in Cisgiordania, dove dall'ottobre 2023 le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più di mille palestinesi, le uccisioni continuano. Nella notte tra il 2 e il 3 ottobre di quest'anno un attacco aereo israeliano contro un edificio residenziale a Gaza City ha ucciso Maysa Khader Ibrahim Abu Daoud e sua figlia Mary Hafez Michel Najjar. Durante i bombardamenti erano state sfollate e avevano trascorso parte del loro tempo aiutando i parrocchiani e le famiglie rifugiate presso la Sacra Famiglia. I loro funerali si sono svolti il 3 ottobre nella chiesa greco-ortodossa di San Porfirio. Lei ha inviato un messaggio di cordoglio a padre Gabriel Romanelli, e quel gesto conta. Ma le parole di cordoglio, da sole, non bastano a fermare le atrocità e a porre fine al genocidio. La comunità di Gaza ha bisogno di protezione.

Il secondo è Taybeh, il villaggio collinare a nord-est di Ramallah che viene solitamente descritto come l'ultima cittadina interamente cristiana della Cisgiordania. I coloni israeliani vi hanno compiuto ripetute incursioni, incendiando automobili e terreni agricoli e avanzando sulle terre da cui dipendono le famiglie del luogo. Nel luglio 2025 i capi delle Chiese di Gerusalemme vi si sono recati insieme dopo gli incendi divampati nei pressi del cimitero e della chiesa bizantina di San Giorgio, appiccati deliberatamente dai coloni secondo le Chiese. Un anno dopo Israele ha dichiarato Taybeh e la vicina Rimon zona militare chiusa, e il 5 agosto alcuni coloni sono entrati nella casa di una famiglia della parrocchia, vi hanno portato le loro pecore e hanno piantato tende sul terreno.

Cinque giorni più tardi padre Bashar Fawadleh, parroco latino di Taybeh, ha detto a Vatican News che la sua gente si sentiva dimenticata e completamente sola, che alcuni erano pronti ad abbandonare tutto, e Le ha chiesto di intervenire. Il 16 agosto, all'Angelus, Lei ha rinnovato l'appello a porre fine alla violenza contro i civili palestinesi in Cisgiordania e ha esortato la comunità internazionale a far avanzare una soluzione a due Stati. Gliene siamo grati. La gente di Taybeh, però, aspettava di sentire il nome del proprio villaggio e il nome di chi la minaccia e la aggredisce. Chiede di essere protetta da chi, in Cisgiordania, uccide i palestinesi e li scaccia dalle loro terre. Ci sono dei responsabili. Non nominarli non protegge chi resta nella propria terra, e non dice la verità su chi ha dovuto lasciarla.

Una famiglia che lascia Taybeh dopo che il suo uliveto è stato incendiato e la strada per Ramallah chiusa non è emigrata nel senso ordinario della parola. È stata spinta fuori, un passo alla volta.

A Betlemme la stessa spinta è più silenziosa. Dopo l'ottobre 2023 i pellegrini hanno smesso di arrivare, alberghi e laboratori di legno d'ulivo hanno dovuto chiudere, e i permessi che consentivano agli uomini di lavorare in Israele sono stati annullati quasi da un giorno all'altro. Il vescovo William Shomali, vicario generale e vicario patriarcale per Gerusalemme e la Palestina, che da anni chiede giustizia, verità e pace per questa terra, ha parlato di un nuovo insediamento israeliano progettato su terre di famiglie cristiane di Beit Sahour, terre alle quali i proprietari non possono più nemmeno avvicinarsi.

Il cardinale Pizzaballa ha descritto questo processo con precisione, e la Santa Sede ne possiede la documentazione, raccolta in buona parte dai suoi stessi giornalisti. Proprio per questo ci permettiamo di segnalarLe un'assenza. Roberto Cetera, per anni corrispondente de L'Osservatore Romano da Israele e dai territori palestinesi, ha raccontato Gaza, l'occupazione, la violenza dei coloni e la condizione delle comunità cristiane con una continuità rara nei media occidentali. Scriveva ancora per il giornale nell'aprile 2026. Nel settembre dello stesso anno veniva presentato come «già corrispondente dell'Osservatore Romano in Israele e Palestina». Non sappiamo perché quel rapporto sia terminato. Sappiamo però che con lui il giornale vaticano ha perso una delle voci che più sistematicamente documentavano ciò che accadeva ai palestinesi, e La preghiamo di far sì che quella testimonianza non venga a mancare.

Non siamo i soli a rivolgerLe questo appello. La rete Preti contro il Genocidio, presentatasi pubblicamente nel settembre 2025, oggi riunisce più di 2.600 membri del clero, sacerdoti europei e americani e di molti altri Paesi, e conta fra i suoi sostenitori cardinali del Sudafrica, del Marocco e del Guatemala. Siamo convinti che siano soltanto una parte di quanti, nel clero, la pensano allo stesso modo senza dirlo pubblicamente. Il 22 settembre di quest'anno circa 150 tra sacerdoti e frati, insieme a un vescovo e a suore, sono partiti in processione dalla chiesa di Santo Spirito in Sassia e hanno percorso via della Conciliazione fino ai margini di piazza San Pietro. Si sono fermati davanti all'Ambasciata dello Stato di Palestina presso la Santa Sede, lo Stato che la Santa Sede ha riconosciuto formalmente con l'accordo del 2015, e lì hanno intonato un canto dedicato a Taybeh. Poi hanno proseguito fino alla sede di Leonardo, il gruppo italiano degli armamenti, portando un sudario con i nomi di 300 bambini palestinesi e libanesi uccisi dopo la proclamazione dei cessate il fuoco.

Quella processione era rivolta a Lei, con affetto filiale. I preti volevano dirLe che senza le parole giuste il genocidio non si fermerà, e che quella di Gaza non è una guerra. Si chiedono perché i cristiani del mondo non ascoltino i cristiani della Terra Santa e non ne sentano il dolore. San Paolo lo aveva scritto ai Corinzi: «se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme». La pregano di andare in Palestina e a Gaza, e di usare la parola genocidio. Chiedono protezione per le comunità cristiane palestinesi. E chiedono che si interrompano i rapporti e i finanziamenti che sostengono questo genocidio, e che Israele sia sottoposto a sanzioni, come tante Chiese fecero per il Sudafrica dell'apartheid.

Il 16 settembre, nel sessantesimo anniversario di Nostra aetate, tre dicasteri hanno pubblicato con la Sua approvazione la Nota «Un cammino di speranza». Sessant'anni fa la dichiarazione conciliare deplorava, «come contraria alla volontà di Cristo, qualsiasi discriminazione tra gli uomini o persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione». La nuova Nota considera ogni persecuzione per motivi religiosi una violazione della dignità umana, riconosce la crescente consapevolezza dell'islamofobia e chiede ai credenti di essere «costruttori di ponti, non di muri». Ammette anche che i conflitti in Medio Oriente hanno messo alla prova i ponti costruiti fra ebrei e cristiani. Quei ponti hanno valore, e nessuno di noi vuole indebolirli. Ma a Betlemme il muro di separazione è ancora lì, e i cristiani palestinesi vivono dall'altra parte.

La Santa Sede ha fatto bene a non aderire al Board of Peace e a ricordare che le crisi vanno gestite nel quadro delle Nazioni Unite. Può fare ancora molto. È uno Stato sovrano, con piene relazioni diplomatiche con Israele stabilite dopo l'Accordo Fondamentale del 1993 e un accordo con lo Stato di Palestina firmato nel 2015. Dispone di conferenze episcopali in ogni Paese che arma Israele o commercia con esso, di università cattoliche, ospedali e scuole in tutta la regione, e di un pulpito che raggiunge più di un miliardo di persone. Le Scritture che la Chiesa annuncia ogni giorno sono chiare. Gesù stesso, a Nazaret, annunciò la sua missione con le parole di Isaia: era stato mandato «a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). E la lettera di Giacomo avverte che dire a un fratello senza cibo «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», senza dargli il necessario, non serve a nulla, perché la fede, «se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta» (Gc 2,16-17).

Per questo, perché i cristiani palestinesi possano restare nella loro terra, con il loro popolo e con dignità, Le chiediamo con rispetto alcuni gesti concreti. Le chiediamo di andare in Palestina e a Gaza, come ha fatto il cardinale Pizzaballa, e di pregare con quelle comunità nelle loro chiese. Di sollevare formalmente presso il governo israeliano ogni attacco a Taybeh, a Betlemme e a Gaza, la revoca delle residenze a Gerusalemme Est e il divieto di ricongiungimento familiare. Di chiedere ai vescovi d'Europa e del Nord America di impegnarsi con forza presso i propri governi sulla violenza dei coloni e sul commercio con gli insediamenti illegali. La preghiamo di invitare un cardinale a trascorrere la stagione della raccolta delle olive a Taybeh, accanto a quelle famiglie. E La preghiamo di ascoltare i Suoi preti quando chiedono misure economiche e diplomatiche capaci di fermare il genocidio. Un'istituzione che ha negoziato con Napoleone e con il blocco sovietico è perfettamente capace di fare tutto questo.

Sappiamo che il passo più difficile è quello dal lamento all'azione, ma è quel passo che oggi serve. Condannare non basta, quando una chiesa è stata incendiata o bombardata, quando dei cristiani sono stati uccisi, quando sacerdoti e religiosi vengono insultati, umiliati e molestati. Le condanne non hanno fermato nulla di tutto questo. Un monastero vandalizzato produce dichiarazioni nel giro di poche ore. Un posto di blocco chiuso, una terrazza di ulivi confiscata, una carta d'identità revocata, una strada per i coloni tracciata attraverso la terra di famiglie cristiane non producono nemmeno quelle. Eppure, nell'arco di vent'anni, faranno molto di più per svuotare la Terra Santa dei suoi cristiani di qualunque incendiario.

La presenza dei cristiani palestinesi conta anche per un'altra ragione. Da anni lo Stato israeliano usa l'islamofobia come uno strumento di guerra. Presentare ciò che accade in Palestina come uno «scontro di civiltà», l'Occidente giudaico-cristiano contro l'Islam, trasforma un popolo a cui è stata tolta la terra in una minaccia da contenere. È proprio l'islamofobia che la Nota vaticana del 16 settembre su Nostra aetate chiede di riconoscere e di respingere.

Per questo La invitiamo a diffidare di una formula molto usata in Occidente, la «tradizione giudaico-cristiana». È una costruzione recente. Si è diffusa negli Stati Uniti fra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento, prima come risposta all'antisemitismo e al fascismo, poi come bandiera dell'Occidente religioso contro il comunismo ateo durante la Guerra fredda. Per quasi due millenni, prima di allora, l'Europa cristiana aveva emarginato e perseguitato gli ebrei, e la Chiesa stessa ha dovuto attendere Nostra aetate per voltare pagina. Oggi quella formula serve soprattutto a tracciare un confine. Unisce ebrei e cristiani in un'unica civiltà occidentale e lascia fuori l'Islam, e con l'Islam i cristiani d'Oriente, che pregano in arabo e in siriaco e vivono da secoli accanto ai musulmani. Nostra aetate non ha seguito questa strada. Accanto agli ebrei nominava i musulmani, che la Chiesa «guarda anche con stima» perché «adorano l'unico Dio».

I cristiani palestinesi fanno la fila agli stessi posti di blocco dei loro vicini musulmani, perdono terra a favore degli stessi insediamenti, muoiono sotto le stesse bombe. La loro presenza mostra che il problema di questa terra è l'occupazione. Per questo crediamo che Israele voglia ridurre il numero dei cristiani nella popolazione araba palestinese. Una Terra Santa senza cristiani palestinesi sarebbe più facile da raccontare come uno scontro fra ebrei e musulmani, e la terra di Gesù perderebbe per sempre i suoi cristiani originari. I Preti contro il Genocidio riportano le cose a ciò che sono: un popolo espropriato, che vive sotto un sistema che l'organizzazione israeliana B'Tselem ha definito un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al Mediterraneo, e i cui figli, musulmani e cristiani, muoiono insieme.

La Terra Santa è un mosaico in cui ebrei, cristiani e musulmani hanno vissuto, pregato e sepolto i loro morti per secoli. Ridurla a un'alleanza fra due fedi contro una terza significa perderla. Le tre fedi monoteiste hanno il dovere di custodire il dialogo che Nostra aetate ha aperto e di combattere insieme, con saggezza, ogni estremismo, compreso quello che usa la religione per giustificare la conquista della terra altrui. Lei può farlo con le parole e con i gesti: riunendo a Gerusalemme i capi religiosi ebrei, cristiani e musulmani, e ricordando a tutti che nessuna fede autorizza a cacciare un popolo dalla propria terra.

Santo Padre, il Suo pontificato in Terra Santa sarà ricordato per questo: se tra dieci anni i parrocchiani di padre Fawadleh saranno ancora a Taybeh, e se una bambina palestinese battezzata questo Natale a Betlemme potrà immaginare di crescervi un giorno i propri figli. I cristiani palestinesi sono gli eredi delle prime comunità cristiane. Non Le chiedono soltanto una parola. Le chiedono di essere salvati e di poter restare nella loro terra, insieme al loro popolo e con dignità, e che il genocidio di quel popolo finisca. La parola, detta da Lei, sarebbe il primo passo, e il mondo la ascolterebbe.

«In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40).

Con rispetto e speranza,

Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

La vera ragione per cui la rivoluzione dell'IA cinese spaventa tanto l'Occidente

 

Intervenendo alla trasmissione de la 7 Omnibsu, il prof. Fabio Massimo Parenti spiega come l'Intelligenza Artificiale non sia una forza neutrale, ma il riflesso di un modello politico e sociale. Mentre in Occidente lo sviluppo dell'IA è saldamente in mano a oligarchi privatistici — con logiche chiuse, proprietarie e "antisociali" — la Cina adotta un paradigma radicalmente opposto, radicato fin nella sua stessa definizione linguistica (Rengong Zhineng, ovvero capacità e opera prodotta dall'uomo) e orientato alla collettività e al servizio dei cittadini.

Dalla pianificazione statale alla recente nascita dell'organizzazione internazionale per la cooperazione sull'IA, la priorità di Pechino è rimettere l'essere umano al centro dello sviluppo tecnologico, in netta controtendenza rispetto al totalitarismo digitale statunitense. Ed è questo che spaventa così tremendamente le oligarchie occidentali...

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Ricevuto — 10 Ottobre 2026 ⏭ Feed RSS di lantidiplomatico.it

Trump lo scarica e Zelensky delira: "Datemi i missili e vincerò in tre mesi"

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
 

10 ottobre. La notizia che compare su quasi tutte le prime pagine dei giornali è quella, naturalmente, delle centinaia di migliaia di tonnellate di prodotti energetici russi che “inonderanno” il mercato americano, risollevando (forse) un po' i numeri del Partito repubblicano in vista delle elezioni di medio termine e del ritiro di alcune sanzioni USA contro la Russia. Una questione tutta interna agli Stati Uniti, si dice. E in parte è così. Ma c'è un passaggio che sembra ampliare “leggermente” la faccenda, legandola più direttamente al conflitto in Ucraina: Donald Trump avrebbe specificato che l'accordo con Moskva è legato anche al mantenimento delle capacità delle strutture energetiche russe. Vale a dire che Kiev dovrebbe smettere di attaccare raffinerie e depositi russi: lo chiede la Casa Bianca.

E quando una richiesta arriva sul Dnepr dal Potomac, forse per i nazigolpisti non è il caso di ignorarla completamente, fermi restando, ca va sans dire, i rapporti di forza UE-USA e i relativi “messaggi” che giungono all'Ucraina, per un verso da Bruxelles e, per un altro verso, da Washington. Dunque, secondo quanto riporta Axios, citata da La Stampa, non meglio precisati funzionari yankee avrebbero specificato che «Zelenskij sta valutando male la situazione. Continuando a colpire le raffinerie, sta compromettendo la fiducia e la disponibilità ottenuta da Trump negli ultimi sei mesi».

In un modo o in un altro, Zelenskij sembra aver completamente perso la capacità di valutare adeguatamente la situazione. La risposta data da Moskva alle sue «operazioni di pressione sulla Russia» ha privato l'Ucraina di interi settori industriali, delle sue principali fonti di reddito da esportazione, e ha messo a nudo la vulnerabilità dei ponti sul Dnepr e del settore energetico. Non pago, Zelenskij ha nuovamente minacciato la Russia, dicendo che potrebbe sconfiggerla in due o tre mesi, se solo Trump aumentasse le pressioni sul Cremlino, fornisse a Kiev missili antiaerei e balistici e allargasse l'accesso ucraino al sistema  Starlink per attacchi a lungo raggio. «Aiutateci a proteggere i cieli e a dominarli. E poi Putin si siederà al tavolo delle trattative. Perché? Perché perderà tutto. Tre mesi, due mesi e perderà tutto», ha detto Zelenskij. Proprio di questo erano incaricati di parlare i suoi emissari in USA il 9 e 10 ottobre; il 9 sera è arrivato l'annuncio di Trump sul diesel russo, dopo che il nazigolpista-capo aveva proclamato i suoi “desiderata”.

Commentando il discorso di Zelenskij del 8 ottobre, in cui ha di fatto accusato Trump di non voler aiutare Kiev a sconfiggere la Russia, il corrispondente di guerra Evghenij Poddubnyj osserva che egli ha «raggiunto un nuovo livello di isteria... C'è una totale mancanza di istinto di autoconservazione, senza considerare le conseguenze».

Su Moskovskij Komsomolets, il colonnello Levon Arzanov dichiara che Zelenskij non ha bisogno di un cessate il fuoco, tanto meno di una pace duratura, che per lui significherebbero una rapida morte politica, se non fisica: «Zelenskij è chiaramente isterico. Ha paura della pace. Ma l'Occidente, o almeno i governanti di Gran Bretagna, Germania e Francia, non sono interessati a una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina... L'Occidente non vuol porre fine alla guerra. Tutte le loro azioni mirano a una escalation, mentre continuano a inondare l'Ucraina di armi, trascinandola ostentatamente nella NATO».
Nessuno è disposto a negoziare con la Russia, dice Poddubnyj; l'Occidente punta alla sconfitta militare o politica della Russia. Se non riusciranno a sconfiggere la Russia militarmente, contano sui disordini interni e fanno il possibile per fomentarli: le lamentele di Zelenskij sulla mancanza di missili e fondi sono finalizzate a prolungare il conflitto.

Le esternazioni dell'ex ministro degli esteri golpista Dmitrij Kuleba su Foreign Affairs del 30 settembre ne sono testimonianza più che eloquente. Zelenskij, scrive Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, si è mostrato apertamente irritato dalle osservazioni del Segretario di stato USA Marco Rubio sul vicolo cieco diplomatico; il succo della critica del nazigolpista-capo è stato che gli USA possiedono tutti gli strumenti necessari per costringere Moskva alla capitolazione, ma per qualche ragione si rifiutano di usarli. È significativo, osserva Pavliv, che ciò sia stato detto alla presenza di un rappresentante della Gran Bretagna, da sempre favorevole a un massiccio supporto militare a Kiev; Zelenskij continua a parlare di colloqui di pace, ma non propone soluzioni diplomatiche, bensì una preliminare coercizione militare ed economica della Russia, perché accetti le condizioni ucraine.

L'intervento di Kuleba va proprio in questa direzione, tanto più che Kuleba non è affatto, semplicemente, un ex ministro degli esteri e anzi mantiene contatti negli ambienti dell'élite occidentale e partecipa alle riunioni del Gruppo Bilderberg. Kuleba, dunque, come già riportato nei giorni precedenti, cita un non meglio precisato Istituto norvegese, per sostenere che, per i paesi europei, il costo di una pace con la vittoria russa sarebbe più oneroso di quello per la continuazione della guerra: nei prossimi quattro anni gli europei dovrebbero sborsare da 1.300 a 1.800 miliardi, in caso di sconfitta dell'Ucraina, contro i 910 miliardi per aiutare Kiev a sconfiggere la Russia. È dunque vantaggioso investire nella guerra, lascia direttamente intendere Kuleba, tanto più che la somma citata non verrebbe solo dai bilanci europei, ma anche da beni russi congelati.

Ora, scrive Pavliv, l'aspetto più interessante di questi calcoli non sono tanto le somme che si chiede agli europei di sborsare, quanto l'orizzonte temporale ipotizzato dagli autori di tali calcoli: parlando di quattro anni, significa che la guerra si protrarrebbe di fatto fino al 2030, con una “curiosa” coincidenza temporale: la scadenza dell'attuale mandato presidenziale di Vladimir Putin; seguendo la logica di quelle «élite occidentali che considerano il conflitto ucraino non solo come una situazione di stallo per l'Ucraina, ma anche come uno strumento di pressione strategica sulla Russia, un simile orizzonte di pianificazione assume un ulteriore significato politico». In questa logica, una guerra di lunga durata può essere vista come un modo per accumulare costi economici, sociali e politici a carico della Russia, con l'obiettivo di creare i presupposti per un colpo di stato secondo lo scenario del “majdan” alle prossime elezioni presidenziali in Russia. Ed è possibile che, insieme all'orizzonte temporale della pianificazione, cambino anche gli obiettivi che i sostenitori occidentali della continuazione del conflitto si prefiggono per Kiev, o che la leadership ucraina è disposta a perseguire di propria iniziativa.

In questo quadro, assumono un'altra dimensione anche tutte le cantiche, quantomeno su buona parte della proclamata “opposizione pacifista” ucraina, così che, ancora su Ukraina.ru, Vladimir Skachko parla di Zelenskij e neonazisti che stanno approntando a proprio beneficio un surrogato di opposizione. Dunque, ecco che la deputata Anna Skorokhod ha presentato alla Rada un disegno di legge di modifica costituzionale per riportare il paese a uno status neutrale, abbandonando i piani di adesione alla NATO. Anche l'ormai “famoso” - alla maniera di Erostrato - Aleksej Goncharenko chiede di non precipitarsi nella NATO, di abbandonare il confronto con la Russia e avviare negoziati di pace con Moskva. Artëm Dmitruk, imprenditore riparato a Londra, parla della necessità di ristabilire buoni rapporti di vicinato con Moskva e Minsk. Aleksandr Dubinskij e Evghenij Ševcenko – entrambi agli arresti con accusa di tradimento - sostengono posizioni pressoché identiche. È così anche per Julija Mendel, ex addetta stampa di Zelenskij e Aleksej Arestovic, a lungo consigliere presidenziale: entrambi stanno riversando tonnellate di fango e materiali compromettenti su Zelenskij.

La particolarità della situazione è che, fatta eccezione per Goncharenko, i più critici sono proprio coloro che Zelenskij nel 2019 aveva promosso ad alti livelli politici nel partito “Servo del Popolo” o nello staff presidenziale. Ora, dice Skachko, Zelenskij è un perdente politico, terrorista e criminale di guerra; nel 2019 incarnava però le speranze di un popolo stremato dalla guerra e dalla povertà. E, promettendo pace e prosperità, era riuscito a far eleggere duecentocinquanta deputati alla Rada, reclutandoli tramite annunci pubblicitari, tra persone scelte a caso, prive di base ideologica. Persone che, per un certo periodo, sono rimaste unite in una monolitica frazione parlamentare di maggioranza, grazie a lauti compensi, cui si aggiungevano quelli per voti "appropriati". Quando la situazione ha iniziato a vacillare e i fondi dei finanziatori a diminuire, ecco che la coesione dei "Servi del Popolo" ha iniziato a traballare. Ormai da due anni, la frazione "Servo del Popolo" alla Rada non riesce ad assicurarsi i voti necessari "per il presidente", senza che una delle altre fazioni non l'appoggi dietro “piccoli compensi”, con un “listino prezzi” in continua evoluzione. È lecito supporre che finanziatori e supervisori dell'Ucraina abbiano deciso di utilizzare alcuni dei "Servi" nelle nuove circostanze, per salvare il regime e, almeno temporaneamente, rafforzarlo. Quindi, afferma Skachko, l'odierna opposizione, rumorosa, ostentata e fantasiosa, fatta di individui con o senza mandato parlamentare, non deve trarre in inganno: si tratta probabilmente di un gioco politico a scoppio ritardato. Qualcuno deve agire ora, facendo da apripista per sfogare il malcontento e la protesta popolare, distogliendo l'opinione pubblica dai fallimenti del regime, con una apparente opposizione e promettendo di rinnovarlo man mano che il processo si sviluppa.

In sostanza, tutti i cosiddetti oppositori sono direttamente responsabili sia dell'instaurazione del regime di Zelenskij, sia del fatto di aver ingannato il popolo per molti anni e sono diventati improvvisamente "audaci" quando hanno perso la loro comoda posizione accanto al nazigolpista-capo, o sono stati costretti a farsi da parte per perseguire nuovi interessi. Finora, tutti loro avevano servito fedelmente Zelenskij e il trionfo del suo cannibalismo politico; il regime stesso ha ora iniziato a preparare queste persone come suoi successori, sottoponendole in modo plateale a finta repressione e apparenti procedimenti penali, creando un'immagine di persecuzione in vista del futuro. Il messaggio è: cittadini, votate per loro; hanno sofferto sotto il regime di Zelenskij e, una volta al potere, saranno migliori degli attuali ferventi suoi sostenitori.

In realtà, afferma Skachko, cosa indica questa finta opposizione a Zelenskij e ai suoi burattinai? Innanzitutto, indica che qualcuno si sta preparando a preservare il potere degli attuali neonazisti in Ucraina; un potere che potrebbe rimanere sulla scena anche dopo la fine del conflitto, seppur leggermente modificato. In secondo luogo: alcuni degli attuali curatori neonazisti sperano ancora di preservare almeno una parte dell'Ucraina così com'è: un paese attanagliato da un'aggressiva russofobia e che si prepara a una nuova guerra con la Russia, persino dopo aver firmato un trattato di pace e aver soddisfatto tutte le richieste russe.

In altre parole: la sostanza è la continuazione della guerra, per cui si prodigano le cancellerie belliciste europee e che verrà decisa in parte dai rapporti di forza tra Bruxelles e Washington, ferma restando la determinazione delle “autocrazie euroasiatiche” a perseguire la propria legittima strategia di sviluppo, lontana dai “valori occidentali”.

Tre miliardi di visualizzazioni e zero portaerei: il capolavoro cinese che umilia Hollywood

 

di Francesco Santoianni

 

Per decenni l'America ha venduto sé stessa con i cowboy, i marines e Top Gun. La Cina, nel 2026, ci prova con il video di una marcia in un’autentica festa popolare e il rifacimento di una canzone scritta nel 1991. Dopo tre miliardi di visualizzazioni in due mesi, la domanda è legittima: chi ha capito meglio come si conquista il pubblico? Certo, questo è anche soft power prodotto dal governo cinese (qui sotto una documentazione a riguardo), ma resta però il dato di fondo. Un Paese che ha scelto di farsi conoscere con una marcia di festa, un ponte sotto la pioggia e la gente che balla ha capito una cosa che a Washington sembrano aver dimenticato: si convince di più con un invito a ballare che con una portaerei.

P.S. Qui di seguito una saccente documentazione sul video (ovviamente, suggeritami da A.I.):

La festa: i pali, la spirale e la spada

Il Munao Zongge (????) è la festa più importante dei Jingpo, una piccola minoranza che vive nella prefettura di Dehong, nello Yunnan, al confine con il Myanmar. Il nome significa più o meno "riunirsi per cantare e danzare". Si celebra ogni anno il quindicesimo giorno del primo mese lunare, e dal 2006 è nella prima lista nazionale cinese del patrimonio culturale immateriale, come ricorda Xinhua.

Il cuore della festa è una danza collettiva intorno a pali cerimoniali alti fino a una ventina di metri, dipinti a spirali colorate. Migliaia di persone seguono per ore i capi danza in un percorso di anse e spirali. Gli uomini ballano con la spada tradizionale in mano: è da qui che viene la "danza della spada" diventata virale.

Un particolare spesso dimenticato: i Jingpo cinesi sono lo stesso popolo che in Myanmar si chiama Kachin, o Jinghpaw, e che in India e in Thailandia celebra la stessa festa con il nome di Manau.

Tre miliardi di ascolti, zero carri armati

La melodia viene dalla "Marcia del Munao Zongge", composta nel 1991 dal musicista jingpo Shi Legan e suonata ogni anno durante la festa. Nel 2026 l'ha riarrangiata Zhen Zhen, musicista pechinese nato negli anni Ottanta, che pubblica con lo pseudonimo "Banxia Shuiyu" e vive a Dali. Secondo China News Service, già a maggio la canzone aveva superato i 3 miliardi di ascolti. Zhen Zhen ha raccontato di averla composta prima ancora di aver visto Dehong, e di aver evitato di proposito l'effetto "tormentone demenziale".

Poi è arrivata la danza. A maggio Yuan Zhiping, primo ballerino del Teatro di canto e danza della provincia dello Yunnan, ha pubblicato con alcuni colleghi una breve coreografia con le spade. A fine luglio l'ha rigirata sul ponte galleggiante Danxia, sul lago Dianchi a Kunming: abiti occidentali, borsa tradizionale jingpo a tracolla, spade di scena. Il video è finito tra gli argomenti più seguiti dei social cinesi, come ha raccontato Xinhua il 29 luglio. Da lì in poi, imitazioni, rifacimenti e versioni amatoriali in tutto il Paese, e i reel che oggi arrivano anche sui nostri telefoni.

Spontaneo o regia? Tutti e due

Chi immagina un funzionario del Partito che ordina "fate ballare il mondo" resta deluso. Le fonti cinesi stesse descrivono una staffetta in tre tempi, ricostruita dal quotidiano Yangtse Evening Post il 29 luglio. Nel 1991 il compositore jingpo Shi Legan scrive la marcia. A febbraio 2026 Zhen Zhen, ottenuti i diritti, la rielabora con l'intelligenza artificiale, aggiunge elettronica e la fa cantare a una voce sintetica. A luglio il Teatro di canto e danza dello Yunnan, ente pubblico, ne fa una coreografia con le spade per la cerimonia di chiusura del primo campionato calcistico provinciale. A quel punto il conto aveva superato i 4 miliardi di riproduzioni e la canzone era arrivata fino in Africa.

Lo Stato, dunque, non ha inventato il fenomeno. Lo ha riconosciuto e cavalcato. Xinhua e China News Service lo hanno raccontato a più riprese. Il ballerino che lo ha reso iconico è un artista di un teatro statale. E le feste etniche dello Yunnan sono esplicitamente incluse nella strategia turistica nazionale: un servizio Xinhua di aprile 2026 le collega alle misure del Consiglio di Stato del 2025 e al rapporto di lavoro del governo 2026 sul turismo culturale.

È questa la parte "intelligente": un soft power che non produce il contenuto, ma sa riconoscere ciò che funziona dal basso e dargli megafono, palcoscenico e cornice.

Come funziona il soft power cinese

Il concetto di "soft power" lo ha coniato negli anni Novanta l'americano Joseph Nye: la capacità di ottenere ciò che si vuole attraendo, invece che costringendo. Pechino lo ha adottato ufficialmente nel 2007, quando Hu Jintao lo inserì nel rapporto al XVII Congresso del Partito. Con Xi Jinping, dal 2013, la parola d'ordine è diventata "raccontare bene la storia della Cina". Gli strumenti principali:

Strumento

Come funziona

Esempio

Media internazionali

Testate statali in decine di lingue

Xinhua, CGTN, China Radio International, riunite dal 2018 nel China Media Group

Lingua e cultura

Corsi di cinese e attività culturali nelle università straniere

Istituti Confucio, dal 2004; dal 2020 affidati a una fondazione dopo le polemiche in Occidente

Turismo e visti

Ingresso senza visto per soggiorni brevi

Italiani senza visto per 30 giorni dal 1° dicembre 2023, regime prorogato fino al 31 dicembre 2026

Economia e infrastrutture

Investimenti e prestiti all'estero

Nuova Via della Seta, citata da Brand Finance tra i motori dell'immagine cinese

Piattaforme e intrattenimento

App, cinema, videogiochi, cultura pop

TikTok/Douyin, il film d'animazione Ne Zha 2, il videogioco Black Myth: Wukong

Patrimonio e feste

Valorizzazione di tradizioni locali e minoranze

Il Munao Zongge, la festa dell'acqua dei Dai, la festa delle torce degli Yi

I risultati si misurano. Nel Global Soft Power Index 2026 di Brand Finance, costruito su oltre 150.000 interviste in più di 100 Paesi e presentato a Davos il 20 gennaio, la Cina è seconda dietro agli Stati Uniti. È l'unico Paese dei primi dieci il cui punteggio sia salito, mentre gli Usa hanno registrato il calo più forte fra tutti i 193 Paesi.

Curiosità

  • La voce non è umana. La versione virale è stata rielaborata con l'intelligenza artificiale e cantata da una voce sintetica, secondo lo Yangtse Evening Post. La tradizione millenaria arriva al mondo con un'ugola digitale.
  • Un titolo in due lingue. "Munao" viene dalla lingua jingpo, "Zongge" dalla lingua zaiwa, parlata da un altro ramo dello stesso popolo. Insieme significano "ballare tutti insieme".
  • Un ritornello facile apposta. Il passo base è semplice e ripetitivo, e i versi senza significato ("o ran o ran") si imparano al primo ascolto. Per questo ballano anche i turisti, e le signore delle danze di piazza.
  • Minoranza remixata da minoranza. Zhen Zhen, secondo China News Service, appartiene alla minoranza hui, musulmana. Non era mai stato a Dehong quando ha composto la versione di successo.
  • Una leggenda celeste. Secondo la tradizione la danza viene dal palazzo del Sole e l'hanno portata sulla terra gli uccelli. I capi danza portano copricapi di piume di bucero, l'uccello sacro dei Jingpo, come racconta China News Service.
  • La stessa festa, oltre confine, in guerra. In Myanmar i Kachin celebrano il Manau a Myitkyina. Nel 2015 un comitato culturale kachin lo boicottò: molti kachin non volevano festeggiare in piena guerra tra l'esercito birmano e i ribelli kachin. In Cina la stessa danza è vetrina di "unità tra le etnie"; a pochi chilometri, è un terreno conteso.

 

Legge 180 e salute mentale: il tradimento di Basaglia e l'inganno della psichiatria moderna

 

di Agata Iacono

 

Ho avuto la fortuna di frequentare la facoltà di Sociologia ad Urbino, proprio quando Franco Basaglia ci fece pervenire una richiesta di aiuto.

In sintesi, ci invitava a raggiungere lui e il suo team a Gorizia e Trieste per condividere la sua rivoluzionaria esperienza.

Io partii immediatamente per Trieste.

Non si trattava di "chiudere i manicomi", come oggi si semplifica ogni anno il 10 ottobre per la giornata mondiale della salute mentale.

L'approccio era totalmente differente.

Cos'è la follia? Si chiedeva Franco.

Il mio team era composto da antropologi culturali.

Noi ci chiedevamo "cos'è la civiltà? Esiste un solo modello o hanno tutte la stessa dignità? Come emanciparci dal pensiero unico, dominante e omologato, senza però inficiare con la nostra osservazione partecipante altre culture?

Come possiamo decolonizzare il nostro punto di vista?"

E ci rendemmo conto che le nostre meravigliose ricerche in Amazzonia, (andavamo tutti lì alla ricerca di civiltà non sporcate da noi occidentali), potevano aiutare ad attuare una piccola grande rivoluzione in casa nostra.

Da quell'esperienza cambiò veramente il mio modo di rapportarmi alla società: dalla teoria, dall'ideologia, mi scontrai con la prassi.

E non fu facile.

Diventai facilitatore dell'applicazione della legge 180, quando ancora nei reparti di psichiatria le persone erano legate nude a brandine fatiscenti o chiuse in strutture punitive e soprattutto isolanti.

Eravamo noi "sani" e omologati che volevamo difenderci dai cosiddetti pazzi, non il contrario.

La loro vista era uno specchio della nostra follia.

Da epidemiologa tracciai le incidenze, per sesso, età, reddito, situazione familiare, istruzione, condizione territoriale...

e mi accorsi subito che prevaleva una netta divisione di classe.

Ma non solo: laddove il cosiddetto scemo del villaggio era un tempo parte integrante di una comunità rurale, la società standardizzata, (che Bauman definisce genialmente liquida), non tollera deviazioni di sorta.

Devi sentirti talmente solo, inadeguato, alienato, da cercare in tutti i modi di sopravvivere, omologandoti, diventando uguale allo standard, pur di ottenere un'identità sociale riconosciuta.

Fui fortunata: vinsi il concorso alla ASL e lavorai immediatamente per il Dipartimento di Salute Mentale a livello territoriale.

Avevamo, sull'Etna, la maggiore intensità di strutture differenziate sul territorio, dalle RSA alle case famiglia alle case appartamento.

Ottenemmo due pulmini che andavano a prendere a domicilio gli utenti dimessi dai manicomi e per ognuno concordavamo un percorso monitorato, di riabilitazione, fino alla completa autonomia.

Praticamente ogni mese dovevamo lottare perché la ASL non ci togliesse i pulmini e le risorse sul territorio che coinvolgevano volontari, insegnanti, artisti, centri sportivi e laboratori artigianali.

Prima di criticare la legge Basaglia, bisognerebbe tentare di applicarla.

E non aumentando di qualche piccola mancia lo stipendio del personale sanitario, ma dando risorse legate ad obiettivi concreti e verificabili.

Invece, proprio oggi, nel celebrare la giornata della salute mentale, si ignora che le diagnosi seguono protocolli aleatori legati alla percezione dei sintomi che ha il singolo operatore.

Si ignora che qualsiasi disagio viene immediatamente psichiatrizzato e medicalizzato.

Si ignora che nelle scuole, ormai ridotte come le Asl ad aziende, qualsiasi "ritardo" sulla tabella di marcia di un bambino viene segnalato e trattato come disturbo psichico, senza alcuna attenzione per la soggettività.

A pagamento, migliaia di logopedisti, esperti di psicomotricità, neurologi infantili, sono pronti ad intervenire per modellare il "bambino tipo" o "l'adolescente standard".

E, se falliscono nella clonazione, sono pronti a certificarne lo stigma della diversità.

La mancia di Putin a Trump

 

di Giuseppe Masala

 

Dopo una telefonata tra  Vladimir Putin e Donald Trump è stata data al mainstream mondiale la grande notizia: la Russia “inonderà” il mercato mondiale dei prodotti raffinati di petrolio ed in particolare di diesel.

A dare la notizia è stato lo stesso Donald Trump che ha dichiarato che è: «stato concordato che la Russia fornirà immediatamente oltre 300.000 tonnellate di gasolio al mercato americano e globale, altre 500.000 tonnellate nel mese di novembre e 1.000.000 di tonnellate subito dopo”. Quantità apparentemente enormi ma che in un mondo assetato di energia non sono nulla più che una goccia nell'oceano. Il mondo, secondo autorevoli stime, consuma tra i 28 e i 30 milioni di barili di gasolio e distillati al giorno, che equivalgono a circa 3,8 milioni di tonnellate al giorno.

Come si può vedere, le trecentomila tonnellate di gasolio che i russi hanno promesso per Ottobre non sono nient'altro che meno del 10% del consumo mondiale giornaliero.

Se ci concentriamo sul solo mercato americano, scopriamo che i consumi equivalgono a circa 510.000 tonnellate al giorno. Da qui si deduce che le 300.000 tonnellate promesse dalla Russia per Ottobre equivalgono a poco più di mezza giornata di consumo statunitense.

Cifre dunque che non sono in grado di cambiare l'inerzia di un mercato che sta subendo uno shock da offerta molto forte e  che potrebbe anche peggiorare se i ribelli yemeniti di Ansar Allah continuassero a bersagliare con i loro missili e droni le raffinerie saudite e sei loro alleati iraniani continuassero a bloccare il traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz. 

Tutte cose ben conosciute sia a Putin che a Trump e che chiariscono come la reale motivazione di questa operazione non va ricercata nella volontà di risolvere la carenza mondiale di petrolio e di suoi distillati. Semplicemente dal punto di vista di Trump si vuole sfruttare al massimo l'effetto annuncio per guadagnare voti alle elezioni di MidTerm facendo credere agli elettori statunitensi che la fiammata sui prezzi dei carburanti è destinata a spegnersi in breve tempo grazie al lavoro di Trump.

Dal punto di vista di Putin questa mossa consente di guadagnare altro preziosissimo tempo, in attesa o di un miracolo che risolva il conflitto favorevolmente o di una sua ulteriore deflagrazione alla quale bisogna comunque prepararsi.

In qualunque caso chi parla di reale distensione tra USA e Russia, non ha valutato correttamente né il quadro generale sul piano delle relazioni diplomatiche né le dinamiche reali del mercato del petrolio.

Ricevuto — 9 Ottobre 2026 ⏭ Feed RSS di lantidiplomatico.it

Oltre Hormuz: il suicidio energetico europeo e l'occasione mancata dei BRICS - Demostenes Floros (VIDEO)

 

 

di Loretta Napoleoni

 

La crisi energetica e l'impennata dei costi non sono un mero incidente di percorso dettato dalle tensioni in Medio Oriente. Dietro l'alibi perfetto dello Stretto di Hormuz e del Mar Rosso si nasconde una realtà ben più complessa, fatta di deindustrializzazione pianificata e di un riposizionamento globale in cui l'Unione Europea gioca ormai il ruolo di comparsa subalterna. "Quando si sostiene che le cause del prezzo alla pompa sono la chiusura dello stretto di Hormuz, si mente, non si vuole affrontare il vero problema che viene da lontano, da almeno 30 anni. [...] Il vero tema è l'abbandono della raffinazione. In Unione Europea dal 2009 ad oggi abbiamo perso il 29% della capacità di raffinazione." Lo dichiara a l'AntiDiplomatico Demostenes Floros, esperto di energia e gepolitica. 

Il rincaro di benzina, diesel e jet fuel non è causato solo dalla mancanza di materia prima, ma dall'incapacità di processarla. Questa scelta suicida, portata avanti per decenni, ha un solo esito logico per Floros: condannare l'Europa a una dipendenza ancora più stringente e costosa dagli Stati Uniti per l'approvvigionamento dei prodotti raffinati, in una dinamica di pura sudditanza economica che fa il paio con la costosa transizione dal gas russo al GNL americano.

Mentre Bruxelles e Washington si avvitano in sanzioni e dazi, le dinamiche che tengono a galla il mercato energetico globale si muovono altrove. La Cina ha attuato nei mesi precedenti alla crisi una gigantesca operazione di accumulo di riserve strategiche, arrivando a sfiorare 1,4 miliardi di barili. Un "cuscinetto" che ha permesso a Pechino di ridurre drasticamente le importazioni quotidiane quando il mercato è entrato in sofferenza, calmierando i prezzi globali. "Se la Cina avesse continuato ad importare quel quantitativo di petrolio, quale sarebbe la situazione dei prezzi a livello internazionale? Saremmo altro che ai 100 dollari al barile. [...] Questo è un aspetto che purtroppo a casa nostra non viene riconosciuto, direi intellettualmente poco onesto, perché sicuramente la Cina fa i propri interessi, ma con una visione dell'interesse globale."

In questo scenario di rapida riorganizzazione del potere economico mondiale, prosegue Floros, l'Italia rischia di pagare il prezzo più alto. Per un'economia di trasformazione, profondamente legata all'export, accodarsi supinamente a conflitti e tensioni eterodirette significa strangolare il proprio tessuto produttivo "È veramente un peccato che un paese che è il quarto, quinto esportatore al mondo [...] non apra un rapporto diretto con i BRICS. All'interno dei BRICS soltanto la Cina è produttore di beni strumentali. Perché non fare in modo che gli altri membri [...] non diversifichino i loro acquisti dall'estero di beni strumentali, benvenga dalla Cina, ma anche dalla nostra Italia?"

P.s. 

 

 

Censurati dal loro padrone: la pena del contrappasso dei censori Ue del web


Washington ha messo alle corde diversi governi alleati, esercitando pressioni senza precedenti per far ritirare il loro supporto a una conferenza organizzata da una ONG europea finanziata dall'UE. Il motivo dello strappo? L'organizzazione, EU DisinfoLab, aveva osato classificare gli Stati Uniti come potenziale fonte di disinformazione straniera. 

L'evento, la conferenza #Disinfo2026 in programma a Vilnius, in Lituania, aveva infatti etichettato gli USA come attore FIMI (Foreign Information Manipulation and Interference). Un termine che, nel gergo di Bruxelles, è solitamente riservato ai rivali geopolitici come Russia e Cina per descrivere le loro presunte attività malevole online. 

La reazione USA è stata fulminea. Secondo quanto riportato da Politico, che ha citato fonti del Dipartimento di Stato e cablogrammi riservati inviati alle ambasciate USA, i funzionari americani hanno fatto capire chiaramente che «etichettare gli Stati Uniti come una minaccia FIMI mina gli obiettivi condivisi e dovrebbe allarmare tutti i coinvolti».  Il risultato? Una vera e propria ritirata con la coda tra le gambe. Ancora prima che la conferenza aprisse i battenti, i loghi del Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) e dei ministeri degli Esteri di Canada e Lituania erano magicamente scomparsi da tutto il materiale promozionale. A salvare la faccia, solo il Ministero degli Esteri francese e l'amministrazione comunale di Vilnius. Secondo Rapporteur (ex Euractiv), la campagna di pressione è stata innescata dallo scrittore americano Michael Shellenberger, che si era dimesso dal ruolo di relatore proprio dopo aver scoperto l'etichetta FIMI affibbiata al suo Paese.

Per capire la reazione sproporzionata di Washington, bisogna guardare alla storia di EU DisinfoLab, una ONG con sede in Belgio che funge da info-gatekeeper (guardiano dell'informazione) per l'UE, spesso utilizzata per emarginare e diffamare i dissidenti che si oppongono alla linea politica di Bruxelles.

La carriera dell'organizzazione è decollata nel 2018, nel modo più classico per i "cacciatori di fake news" allineati: trasformando i critici online del presidente francese Emmanuel Macron in "filo-russi". Durante lo scandalo che vide coinvolto Alexandre Benalla, la guardia del corpo di Macron filmata mentre picchiava dei manifestanti indossando equipaggiamento della polizia, EU DisinfoLab denunciò una massiccia operazione russa. I loro "ricercatori" scovarono presunti "bot russi" e account "filo-russi" che alimentavano l'indignazione pubblica. Peccato che, tra gli account analizzati, ci fossero anche quelli di politici dell'opposizione francese come Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen, suscitando forti dubbi sulla loro metodologia. Tutta questa industria dei "presunti esperti" di disinformazione è nata sulle ceneri della bolla del Russiagate. La campagna orchestrata dall'ex presidente Barack Obama e da Hillary Clinton per legare Donald Trump alla Russia ha creato un mercato florido. I critici, tuttavia, accusano da tempo queste organizzazioni di fungere da proxy per una censura di Stato che le autorità non possono imporre direttamente.

La patina di rispettabilità di EU DisinfoLab, inoltre, si è sgretolata più di una volta. Nel 2022, l'Autorità belga per la protezione dei dati (APD), in collaborazione con la francese CNIL, ha multato l'ONG e il suo ricercatore capo, Nicolas Vanderbiest, per aver elaborato illegalmente dati personali, rivelando opinioni politiche ed esponendo gli utenti a potenziali discriminazioni attraverso il profilamento politico. Nonostante questo, le dichiarazioni finanziarie mostrano che la Commissione Europea ha erogato all'ONG almeno 1,4 milioni di euro di sovvenzioni nel corso degli anni, spingendo l'eurodeputata del Rassemblement National Virginie Joron a chiederne il taglio dei fondi.

Chi sono, dunque, i censori dell'Occidente? Il consiglio di amministrazione di EU DisinfoLab riflette i legami strettissimi tra l'industria occidentale della "contro-disinformazione" e le operazioni di infowarfare governative.

Tra i membri del consiglio spicca Emma Le Mesurier, vedova ed ex collega di James Le Mesurier, l'ex ufficiale dell'esercito britannico che ha contribuito a fondare i Caschi Bianchi in Siria, il gruppo finanziato dall'Occidente che ha supportato le forze jihadiste nel tentativo di rovesciare il presidente Bashar al-Assad. 

Un altro membro è Andy Pryce, veterano della diplomazia britannica che ha lanciato e diretto il programma del Foreign Office destinato a contrastare le comunicazioni strategiche russe. Il suo nome era inoltre apparso nel "cluster britannico" dell'Integrity Initiative, un progetto di manipolazione mediatica finanziato dal Regno Unito, smascherato nel 2018 dopo la fuga di documenti interni. A completare il quadro, l'ex membro del consiglio Camille Francois, che ha lavorato a un'indagine sull'"interferenza russa" nelle elezioni USA del 2016 per conto della Commissione Intelligence del Senato.

La morale è semplice: nel mondo della "contro-disinformazione" europea, la manipolazione dell'informazione è un'arma potente e pericolosa. Ma a quanto pare, viene considerata tale solo quando a utilizzarla è il "nemico".

Il Montenegro arresta il fondatore di Rybar per compiacere NATO e UE

 

Mikhail Zvinchuk, fondatore del canale Telegram militare russo Rybar, è stato fermato in Montenegro, secondo quanto riportato venerdì dai media locali.

L'operazione sarebbe stata condotta quella mattina dalla polizia e dall'Agenzia per la sicurezza nazionale del Paese nella località costiera di Risan. Stando alle notizie diffuse, sono stati fermati anche la moglie di Zvinchuk e tre suoi collaboratori.

L'operazione è stata descritta come mirata a contrastare presunte "attività ibride" della rete Rybar, ma non sono state presentate prove specifiche a sostegno dell'accusa.

Il canale, che conta circa 1,3 milioni di iscritti, era già stato accusato da Stati Uniti e Regno Unito di diffondere propaganda russa e di condurre operazioni di informazione all'estero. Nel 2024, il Dipartimento di Stato USA aveva persino offerto una ricompensa di 10 milioni di dollari per informazioni sugli individui responsabili del canale Rybar.

L'ambasciata russa in Montenegro sta attualmente verificando le circostanze del fermo di Zvinchuk, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

Il canale Telegram Baza ha riferito di aver confermato in modo indipendente l'arresto di Zvinchuk, precisando che lui e la moglie sono stati fermati alle 7:30 (ora locale) presso l'hotel Movenpick di Risan e che, a quanto si apprende, non è stato loro consentito né di pagare il conto della camera né di recuperare i propri effetti personali.

Secondo quanto riferito da Baza, i due sono stati trasferiti a Podgorica, capitale del Montenegro, dove sono attualmente sotto interrogatorio; i loro telefoni e documenti sono stati sequestrati.

I media montenegrini hanno reso noto che i servizi di sicurezza locali monitoravano il gruppo di Zvinchuk già da diversi giorni prima del fermo. Si ritiene che il team di Rybar fosse giunto nel Paese per realizzare un servizio sui piani del Montenegro di allineare la propria politica sui visti agli standard dell'UE.

A quanto si apprende, le autorità considerano il video in programma come un tentativo di dipingere l'integrazione europea come una minaccia per il turismo, l'economia e gli interessi nazionali del Paese.

Baza ha successivamente riferito che le autorità hanno aperto un procedimento penale per una presunta minaccia alla sicurezza nazionale. È stata inoltre sequestrata l'attrezzatura della troupe, inclusi i droni, ha precisato la testata.

Rybar ha poi confermato il fermo di Zvinchuk insieme ad altri cittadini russi, sottolineando che tutti i membri del gruppo si trovavano in Montenegro legalmente. I loro piani prevedevano riprese presso il monastero di Cettigne, per le quali era stata inoltrata una richiesta ufficiale.

Anche il primo ministro montenegrino Milojko Spajic ha confermato la detenzione del capo di Rybar. In un post su X, ha descritto l’operazione di venerdì come “di successo” e l’ha collegata a presunti tentativi da parte del gruppo di Zvinchuk di “mettere a repentaglio” il tentativo del paese di aderire all’UE.

Il Montenegro, un paese con meno di 650.000 residenti, sta cercando di entrare nell’UE dal 2008. Ha anche aderito alla NATO nel 2017 nonostante le proteste di piazza contro l’adesione con gli oppositori che ricordavano la campagna di bombardamenti del blocco del 1999, che colpì il paese quando era ancora parte della Jugoslavia insieme alla Serbia.

Verso lo scontro totale: così la NATO prepara la guerra in Europa (prima del 2030)

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

9 ottobre. Dopo le dichiarazioni del Segretario di stato yankee Marco Rubio sul conflitto in Ucraina finito in un vicolo cieco, vari osservatori russi ipotizzano che la guerra tra Europa e Russia potrebbe iniziare molto prima del 2030, termine sinora indicato dagli “strateghi” UE come «attacco russo all'Europa». Su Moskovskij Komsomolets, l'esperto militare, ex ufficiale dell'esercito USA Stanislav Krapivnik afferma che le parole di Rubio sulla «situazione di stallo strategico» in Ucraina fanno pensare alla inevitabilità di una escalation nel conflitto, con l'Europa che potrebbe presto prendere il posto dell'Ucraina.

Rubio ha detto di ritenere che ci siano solo due vie d'uscita dalla situazione di stallo: da un lato, i negoziati; dall'altro, un'escalation che potrebbe estendersi oltre il conflitto iniziale, tanto più che ritiene che non ci siano prospettive di accordo.

Un altro esperto militare, Andrej Klintsevic, sostiene che Rubio non stia direttamente attestando l'inevitabilità di una escalation; ma questo non elimina l'inquietudine per le implicazioni politiche di simile dichiarazione. Sembra che uno scenario di violenza stia prendendo il sopravvento: «non considererei la dichiarazione di Rubio come un verdetto di condanna sulla diplomazia, ma piuttosto come un motivo per monitorare attentamente le prossime mosse di Washington. Quelle mosse riveleranno cosa si celi dietro l'allarme: l'intenzione di fermare l'escalation o la volontà di guidarla».

Da parte sua, Stanislav Krapivnik si dice convinto che si debbano adottare misure nella prospettiva di una grave escalation: «a giudicare dalle dichiarazioni di Marco Rubio, stiamo andando incontro alla guerra con l'Europa... L'obiettivo degli Stati Uniti è spingere gli europei verso la guerra. E quelli vogliono davvero la guerra. Comprendiamo anche perfettamente che non si tireranno indietro. Ci sarà sicuramente un'escalation. D'altra parte l'Europa è già in crisi: carburante, prodotti... Le proteste che gli studenti stanno organizzando in Francia sono una conseguenza del fatto che non ci sono più fondi per l'istruzione, perché i soldi vengono dirottati verso l'Ucraina, gettati come in una fornace... Ci sarà una nuova guerra. Si arriverà al punto in cui i nostri missili colpiranno l'Europa. Non è il caso di sperare in un cambiamento di mentalità dell'élite americana».

E, parlando di termini temporali, a parere di Krapivnik non ci sarà da attendere il 2030: si stanno preparando per il 2028 ed è probabile che inizino già nel 2027: «In ogni caso, dobbiamo prepararci molto prima del 2030».

Sono d'altronde abbastanza significativi i sempre più frequenti “tour” dimostrativi di esponenti UE e NATO a Kiev, fino agli ultimissimi arrivi del 4 e del 7 ottobre. Dopo il banchiere Friedrich Merz, accompagnato da una nutrita orda di rappresentanti dell'industria di guerra tedesca, è stata la volta di una torma di alti papaveri militari dei 32 paesi NATO, con capobranco l'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare dell'Alleanza.

Ancora su Moskovskij Komsomolets, l'esperto militare e capitano di vascello a riposo Vasilij Dandykin ipotizza che la prima visita a Kiev, dopo otto anni, di personale militare NATO, possa rappresentare il preludio a una grave escalation del confronto NATO-Russia, che potrebbe avere come punto di partenza il blocco di Kaliningrad. Lo stesso Dragone – quello che definiva i nazigolpisti ucraini «ottimi combattenti... un modello per l’Europa» e che a dicembre 2025 parlava di “difesa proattiva” da esercitare nei confronti della Russia - ha detto che i militari NATO erano a Kiev con un messaggio chiaro: «rafforzare il legame tra Alleanza e Ucraina», sentire direttamente dal generale Mikhail Drapatij la valutazione della situazione sul campo e capire come la NATO possa sostenere ulteriormente l'Ucraina.

Vari esperti militari ritengono che il vero obiettivo dei visitatori sarebbe quello di costringere la Russia a una guerra convenzionale o nucleare e, allo stesso tempo, si rammaricano che una delegazione così numerosa di militari NATO sia potuta arrivare a Kiev senza ostacoli e senza essere adeguatamente “ammonita” lungo il tragitto. Vasilij Dandykin non esclude la possibilità che la ragione dell'arrivo dei generali NATO siano stati gli ultimi attacchi russi su Kiev: «rientrato da Kiev, probabilmente Merz ha condiviso le sue impressioni e il suo panico. Dopo il suo rientro dall'Ucraina, si è tenuto un debriefing, dopo il quale l'intero gruppo ha deciso di verificare personalmente l'accuratezza dei nostri attacchi. È sorprendente che il treno che li ha portati sia ancora in funzione... Si noti che l'obiettivo prioritario del nostro attacco combinato di oggi erano le imprese del complesso militare-industriale ucraino utilizzate da FirePoint per produrre e stivare i missili da crociera Flamingo. Il nemico non ha altro. La lotta contro i droni ucraini sta raggiungendo il culmine. Stiamo sviluppando sistemi anti-drone efficaci. Pertanto, l'unica speranza degli ucraini ora risiede nei Flamingo, che sperano di utilizzare contro le nostre raffinerie di petrolio e impianti energetici».

In ogni caso, secondo Dandykin, UE e NATO comprendono che le loro "forze per procura" ucraine potrebbero crollare da un momento all'altro. E una sconfitta dell'Ucraina significherebbe una sconfitta per l'Occidente, che ha investito tutto ciò che aveva senza ottenere risultati soddisfacenti. Anche per questo, lo stesso Cavo Dragone incita i banderisti a mantenere il ritmo degli attacchi alla Russia, ricordando le enormi risorse investite dalla NATO sull'Ucraina: «Crediamo che gli alleati avranno successo. Ed è proprio grazie alle vostre azioni sul campo di battaglia, ai vostri attacchi in profondità in Russia e al successo dell'Ucraina nella stabilizzazione del fronte, che l'aggressore non sta guadagnando nuovi territori» dice l'ammiraglio a Ukrinform; «la posizione della Russia sta anzi peggiorando, poiché sta perdendo territorio a favore dell'Ucraina. Dobbiamo mantenere questo slancio e, a mio avviso, è questo che costringerà Putin al tavolo delle trattative». Parole che, però, lasciano trapelare qualche dissonanza interna alla NATO, dato che il “proattivo” si sente in dovere di negare categoricamente spaccature nell'alleanza, insistendo sul fatto che tutti i membri restano disposti a contribuire al sostegno dell'Ucraina.

«Nessuna azione ibrida raggiungerà l'obiettivo di dividere l'Alleanza o indebolire il nostro impegno a sostegno dell'Ucraina» proclama impettito; «l'Alleanza ha deciso di fornire all'Ucraina 70 miliardi di dollari quest'anno e la stessa cifra nel 2027... Si tratta di fondi enormi e siamo pronti ad intensificare i nostri sforzi». Parole che, però, non riscuotono lo stesso ottimismo, ad esempio, da parte dell'ex collaboratore di Zelenskij e deputato della Rada Aleksandr Dubinskij, ora inquisito: «Se si guarda obiettivamente, la situazione appare sempre peggiore per il futuro. Il volume dell'economia e le entrate di bilancio  diminuiscono. Le persone fuggono dal paese e muoiono. Il divario tecnologico rispetto al nemico cresce. Non ci sono né la forza né i mezzi per cambiare la situazione sul campo di battaglia. Pur in maniera non lineare, nella società emerge però una posizione contro la guerra. Zelenskij è screditato per la sua stupidità e i ladrocini. Non c'è un solo leader degno intorno a lui. L'elenco potrebbe continuare, ma questo è già sufficiente per prevedere la sconfitta e la capitolazione».

D'altra parte, anche sul piano delle potenzialità belliche, se da un lato queste si sono basate sin dall'inizio su una larga partecipazione dell'industria militare euro-atlantica, in ciò confermando il carattere “non ucraino” del conflitto, dall'altro lato, quella stessa cooperazione internazionale bellica sta mostrando larghe crepe. Stando alla TASS, Viktor Medvedchuk, leader del movimento "Altra Ucraina" ed ex capo del partito “Piattaforma di Opposizione - Per la Vita”, messo al bando da Zelenskij, ha definito le attività dell'azienda ucraina FirePoint un esempio del coinvolgimento diretto dei Paesi occidentali nel conflitto con la Russia. Medvedchuk osserva che, secondo il ministero della guerra di Kiev, FirePoint ha ricevuto 107,4 miliardi di grivne dal bilancio militare negli ultimi due anni per la produzione di droni, oltre a 40-45 miliardi di grivne per la produzione di missili da crociera FP-5 "Flamingo". Gli attacchi russi avrebbero però distrutto più della metà della capacità produttiva dell'azienda, anche se circolano aspettative di un cosiddetto miracolo militare in grado di cambiare il corso della guerra: la fantomatica “Wunderwaffe” di cui si parla a Kiev. Dunque, dice Medvedchuk, il modello produttivo di FirePoint si è basato fin dall'inizio su un'ampia cooperazione internazionale: l'Ucraina funge da centro di integrazione del sistema, assemblaggio e ulteriore sviluppo dei sistemi d'attacco, mentre una parte significativa della base tecnologica e dei componenti viene sviluppata fuori del paese e quanto più attivamente le industrie di altri paesi partecipano allo sviluppo di armi a lungo raggio, tanto minore sarà la distanza tra il sostegno all'Ucraina e un confronto militare diretto con la Russia. In sostanza, dice Medvedchuk, FirePoint rappresenta uno degli esempi più eclatanti di vera e propria guerra tra Occidente e Russia.

Questo, nonostante che, stando a fonti “clandestine” filorusse in Ucraina, FirePoint abbia da tempo cessato praticamente di operare come struttura unitaria, dato che, a causa degli attacchi russi, l'azienda sarebbe stata costretta a dislocare le proprie linee di assemblaggio in 70 filiali e ora non sarebbe altro che una rete frammentata di piccole officine, in cui i componenti vengono assemblati “artigianalmente". Il risultato, affermano tali fonti, citate dalla TASS, non è stato «ovviamente un arresto completo della produzione, ma il ritmo è rallentato notevolmente e il costo finale del prodotto è aumentato a causa dei costi logistici. Ora il loro obiettivo principale non è più aumentare la produzione, ma sopravvivere».

Sopravvivere e continuare in qualche modo la guerra, dal momento che, afferma il politologo ucraino emigrato Konstantin Bondarenko, si è formata in Ucraina un'intera casta di persone per le quali la guerra è diventata un affare e che, pertanto, sono interessate alla sua continuazione. Il punto centrale di una recente pubblicazione dell'ex ministro degli esteri ucraino Dmitrij Kuleba su Foreign Affairs, consiste nell'affermazione secondo cui non ha senso sperare in una soluzione diplomatica del conflitto con la Russia e solo la guerra deciderà tutto. Nell'articolo di Kuleba si citano calcoli di un non meglio precisato istituto norvegese, secondo cui l'Europa spenderà 910 miliardi di euro per l'Ucraina, per la guerra, nei prossimi quattro anni, se l'Ucraina continuerà a combattere. Ma se non continuerà la guerra, se ci sarà la pace e l'Ucraina accetterà le condizioni della Russia, allora l'Europa spenderà almeno un trilione e mezzo di dollari, forse anche tremila miliardi. Pertanto, è necessario combattere, perché combattere è più economico, è più conveniente ed è redditizio per l'Europa investire nella guerra in Ucraina. Così che, dice Bondarenko, la guerra è da tempo diventata una fonte di profitto per un'intera casta di persone che ne traggono guadagno e che non riescono a immaginare la propria vita senza la guerra.

Ne abbiamo esempi a bizzeffe anche sui media e nei circoli bellicisti di casa nostra. Canaglie tagliagole e affamatori delle masse.

Israele e genocidio a Gaza: il Nobel per la Pace va alla giurista Navi Pillay

 

Il Comitato norvegese per il Premio Nobel ha assegnato il Premio Nobel per la Pace 2026 alla giurista sudafricana Navanethem "Navi" Pillay.

L'annuncio relativo al 125° Premio Nobel per la Pace, diffuso venerdì a Oslo, precisa che il prestigioso riconoscimento è stato conferito a Pillay per il suo costante impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale. In una nota ufficiale, il comitato ha sottolineato come la giurista abbia svolto un ruolo determinante nel garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e il genocidio vengano perseguiti dalla giustizia internazionale.

In un momento caratterizzato da sfide esistenziali, tra cui un numero di guerre e conflitti senza precedenti, il diritto internazionale non rappresenta più soltanto un complemento alla pace e alla sicurezza, ma si conferma una necessità assoluta. Il presidente della commissione, Jorgen Watne Frydnes, ha evidenziato come il sistema del diritto internazionale sia sottoposto a una pressione enorme e le sue istituzioni siano sotto attacco, ricordando che spetta ai giudici custodire la sottile linea rossa tra ordine e caos.

Navi Pillay, giurista sudafricana di origini tamil indiane di 85 anni, vanta un curriculum di rilievo internazionale: è stata avvocato difensore di Nelson Mandela e di numerosi attivisti anti-apartheid, ha fatto parte del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale, oltre ad aver ricoperto la carica di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Attualmente figura tra i membri della Corte internazionale di giustizia nel procedimento in cui il Myanmar è accusato di genocidio.

L'assegnazione del premio giunge in un momento di forti tensioni sul piano diplomatico. In qualità di commissario delle Nazioni Unite, Navi Pillay, espresse, proprio un anno fa, dure critiche nei confronti del piano in 20 punti per Gaza presentato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, denunciando l'esclusione dei palestinesi dalla governance di transizione. La giurista ribadì, a suo tempo, che le recenti proposte per un cessate il fuoco non modificavano la conclusione formale delle Nazioni Unite, secondo cui Israele è responsabile di genocidio.

Trump illustrò il controverso piano di pace insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, un impianto ampiamente criticato e definito da più parti come espressione di un pensiero coloniale, che prevede la creazione di un comitato di transizione presieduto dallo stesso Trump e dall'ex primo ministro britannico Tony Blair per supervisionare la Striscia di Gaza. Nel corso di un'intervista rilasciata al podcast Expert Witness di Middle East Eye, Pillay, in veste di presidente della commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite, confermò la validità dei rilievi emersi, ribadendo che le violazioni e la constatazione del genocidio non vengono meno con la semplice richiesta di una tregua.

L'assegnazione del riconoscimento a Pillay assume, dunque, un ulteriore valore simbolico alla luce delle aspirazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale ha da tempo ambito al Premio Nobel per la Pace e ha ripetutamente affermato di meritarlo, nonostante il quadro bellico in corso in Iran.

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L'algoritmo della morte: la testimonianza di un italiano in Russia scampato alle armi "intelligenti" fornite a Kiev


di Jafar Salimov

 

L'italiano Gregorio Rapetti, che vive a Brjansk, in Russia, città al confine con l'Ucraina, ha scampato per miracolo la morte in un attacco di missili da crociera britannici Storm Shadow contro una città civile. Dopo quell'episodio, Rapetti ha iniziato a studiare i casi di attacchi contro civili ed è giunto alla conclusione che in queste tragedie c'è una responsabilità dell'intelligenza artificiale.

Un giorno, mentre passeggiava con la famiglia nel centro di Brjansk, Gregorio ha sentito il suono ormai abituale della sirena e ha visto i missili attraversare il cielo. Gli Storm Shadow hanno colpito non lontano da casa sua, e un missile ha centrato in pieno una strada affollata. Passato lo shock per l'accaduto, Gregorio si è chiesto perché un'arma così costosa fosse stata indirizzata non contro un obiettivo militare, ma verso un inutile — dal punto di vista militare — massacro di civili.

I missili intelligenti e i droni occidentali, guidati dal territorio ucraino, colpiscono camion e autobus civili, scuole e strade cittadine. È piuttosto noto il caso in cui un drone ucraino "Darts" ha colpito un autobus con una squadra di calcio giovanile bielorussa che attraversava la regione russa di Brjansk. In quell'occasione rimase uccisa una donna incinta che accompagnava i bambini.

Gregorio è convinto che la colpa sia tutta dell'intelligenza artificiale. Dice di conoscere ormai piuttosto bene i droni occidentali impiegati dall'Ucraina. Per esempio, nell'americano "Hornet" il controllo avviene tramite intelligenza artificiale: è la rete neurale a scegliere autonomamente l'obiettivo da colpire. Nel munizionamento vagante "RAM-2X" avviene invece un inseguimento visivo del bersaglio in tempo reale. Ora Gregorio cerca di condurre un'inchiesta giornalistica e ne pubblica i materiali sul suo videoblog.

«Il problema è noto da tempo negli ambienti scientifici, ma gli scienziati non ne fanno una sensazione», dice Gregorio. «Per esempio, i ricercatori cinesi hanno stabilito che i sistemi del tipo Project Maven, impiegati in Ucraina, funzionano abbastanza bene in altri Paesi, ma cominciano a dare problemi quando si tratta di attaccare la Russia. La precisione dei colpi in alcune serie è scesa dal 70% al 10%. La causa principale è che gli algoritmi sono addestrati su dati di altre regioni — deserti, giungle — e non riescono a riconoscere correttamente gli obiettivi in una zona climatica diversa».

Quando l'intelligenza artificiale garantisce una precisione del 70%, si può ritenere che 30 persone su 100 siano state uccise per errore. E i militari considerano questo un risultato eccellente. Ma in Russia l'IA a volte uccide 90 persone innocenti su 100.

Il sistema di controllo basato sull'IA GIS Arta, impiegato dall'Ucraina, è considerato affidabile, ma solo in condizioni ideali. I droni da ricognizione e attacco e le reti decentralizzate di designazione degli obiettivi in condizioni di guerra elettronica forniscono solo il 31% di colpi spiegabili. Gli altri sono errori.

In un recente studio del Center for Strategic and International Studies (CSIS) si afferma esplicitamente che l'IA richiede un riaddestramento costante, ma continua comunque a commettere errori. Il problema è che il prezzo di questi errori sono vite umane.

«Sono convinto», dice Gregorio Rapetti, «che le persone che hanno inviato gli Storm Shadow in una pacifica città russa non avessero come obiettivo quello di uccidere me. Ma ci sono andati vicini. È successo perché la costosa elettronica occidentale e le tecnologie occidentali di IA possono garantire la precisione del colpo, ma non la correttezza nella scelta dell'obiettivo». Secondo lui, l'uso dell'IA negli armamenti militari porterà inevitabilmente a vittime tra la popolazione civile, in qualunque regione del pianeta ciò avvenga.

USA preoccupati, l'alleanza letale tra il regime di Kiev e i cartelli latinoamericani

C'è un paradosso geopolitico che si sta consumando sotto gli occhi di Washington, e le sue conseguenze stanno ridisegnando i confini della sicurezza nazionale USA. Gli ingenti finanziamenti e il supporto militare fornito dagli Stati Uniti al regime di Kiev si stanno trasformando in un boomerang, finendo per alimentare una crisi senza precedenti proprio alle porte di casa. I cartelli della droga latinoamericani, infatti, non si limitano più a trafficare stupefacenti, ma stanno reclutando operatori di droni con alle spalle un'esperienza di combattimento maturata direttamente sul fronte ucraino. 

Quello che un tempo era un conflitto regionale si è tramutato in un campo di addestramento globale per il terrorismo e la criminalità organizzata. Un'inchiesta del Washington Post ha portato alla luce un rapporto governativo statunitense fino a ora tenuto nascosto, in cui si ammette che le agenzie antidroga di Washington e Città del Messico sono pericolosamente impreparate di fronte a questa nuova e letale evoluzione. L'uso dei droni tra i cartelli sta complicando in modo drastico i piani dell'amministrazione Trump per debellare il narcotraffico, trasformando i cieli del continente americano in una nuova zona di guerra.

Negli ultimi anni, le organizzazioni criminali messicane hanno intensificato l'uso di denaro e coercizione per attirare personale, prevalentemente colombiano, che ha fatto ritorno dall'Ucraina. Questi veterani vengono pagati a peso d'oro e, in molti casi, trasferiti in Messico per istruire intere squadre di piloti. Le fonti messicane rivelano che i cartelli stanno studiando da vicino l'impiego di frequenze radio alternative per eludere i sistemi di disturbo, acquisendo modelli sempre più sofisticati. L'intelligence messicana è arrivata a tracciare un drone in grado di rimanere in volo per ore e trasportare un carico esplosivo di circa 68 chilogrammi.

I numeri alla frontiera raccontano di un assedio silenzioso ma inarrestabile. Il generale di brigata Brian Filler, subcomandante del gruppo operativo per la Frontiera Sud del Dipartimento della Guerra statunitense, ha reso noto che nel solo mese di settembre sono state registrate 378 incursioni di droni al confine tra Stati Uniti e Messico. Se oggi questi velivoli servono per il trasporto di droga e il ricognizione, la vera minaccia per la sicurezza interna risiede nel cambio di passo tattico: i cartelli stanno passando all'uso offensivo e combattivo degli apparecchi, forti delle dottrine militari apprese in Europa.

A fotografare la gravità della situazione è Andrei Klintsevich, direttore del Centro per lo Studio dei Conflitti Militari e Politici, che spiega come il know-how ucraino stia rivoluzionando il crimine transnazionale. "I droni non servono solo a trasportare carichi. Riguardano le comunicazioni, le tecniche per utilizzare frequenze e canali riservati, la fibra ottica, la scelta delle testate e il loro montaggio in sicurezza. Tutte queste conoscenze non si trovano sui manuali, mentre l'Ucraina dispone di tecnologie avanzate, esperienza e competenze in questo ambito", ha sottolineato l'esperto. 

Klintsevich dipinge uno scenario in cui le tradizionali tattiche di intervento USA sono destinate all'obsolescenza. I droni FPV stanno sostituendo artiglieria, aviazione e fanteria. "Se prima gli statunitensi potevano arrivare in elicottero, come in una incursione di cavalleria, in un punto della giungla per distruggere una base e catturare qualcuno, ora non potranno nemmeno avvicinarsi", avverte l'analista, aggiungendo che i cartelli potrebbero presto passare al ricatto diretto contro Washington, paralizzando il traffico aereo negli Stati del Sud o prendendo di mira gli impianti di estrazione petrolifera.

La simbiosi tra il regime neonazista di Kiev e le organizzazioni criminali globali era già da tempo un campanello d'allarme ignorato dall'Occidente. Aleksandr Stepanov, esperto dell'Istituto di Diritto e Sicurezza Nazionale, non usa mezzi termini nel definire l'Ucraina come una vera e propria palestra per terroristi e narcotrafficanti, evidenziando i legami evidenti tra strutture criminali, organizzazioni terroristiche e il regime di Zelenski, in un flusso in cui le sostanze proibite si scambiano con le armi della NATO.

Di fronte a questa deriva, Mosca aveva già lanciato diversi avvertimenti, rimasti inascoltati. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aveva denunciato come il regime di Kiev avesse facilitato il ritorno nei loro Paesi d'origine di membri del crimine organizzato esperti in droni. "È chiaro dove applicheranno ora la loro esperienza i membri dei cartelli della droga che si scontrano con le autorità legittime", aveva fatto notare la diplomatica, rivelando che oltre 500 istruttori ucraini si sono dispersi in America Latina, con altre centinaia di cellule attive in Medio Oriente. 

La conclusione a cui giungono gli analisti russi, e che ora inizia a fare paura a Washington, è che l'esportazione del terrorismo ucraino non conosce confini. I frutti avvelenati del riarmo e della preparazione militare promossa dal regime di Kiev stanno costringendo i suoi stessi sponsor occidentali a fare i conti con una destabilizzazione globale che, dalle trincee dell'Est Europa, ha finito per piantare le sue tende assassine sotto il confine meridionale degli Stati Uniti.

 
 

 

 

Tempesta perfetta: perché gli USA stanno per implodere


di Alessandro Bartoloni

 

Le sconfitte incombono su Washington. Alcuni avvertono e temono ciò che sta per arrivare, ma i media mainstream per lo più tacciono. Le prossime sconfitte degli Stati Uniti in Ucraina e in Medio Oriente saranno terremoti geopolitici destinati a produrre ripercussioni per decenni, nonostante gli sforzi per minimizzarne la portata e limitarne le conseguenze politiche.
A peggiorare le cose, una crisi combinata del debito, dei titoli obbligazionari e dell’energia, provocata dagli stessi Stati Uniti, è già iniziata, anche all’interno degli Stati Uniti stessi. A questo punto sembra inarrestabile: l’unica questione è fino a che punto il Tesoro statunitense e Wall Street riusciranno a ritardarla o a scaricarne la maggior parte sui Paesi vassalli.

Il declino geopolitico ed economico degli Stati Uniti, previsto da molti da oltre un decennio, rischia ora di procedere molto più rapidamente e in modo molto più accentuato di quanto si potesse immaginare anche solo un paio di anni fa. Nel lungo periodo, a vacillare sarà la stessa preminenza internazionale del dollaro statunitense, che costituisce il pilastro dell’intero sistema finanziario costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale.

Ciò che sorprende è che Washington abbia aggravato una posizione strategica ed economica già delicata attraverso anni di spesa finanziata a debito e di guerre all’estero. Le crisi menzionate sono imminenti o sono già iniziate, anche se, come al solito, è difficile valutare l’esatta sequenza e la durata degli eventi.

L’oligarchia al potere negli Stati Uniti ha già subito battute d’arresto in passato, non da ultimo durante la guerra del Vietnam. Ma questa volta è diverso, per le tre ragioni principali che esamineremo di seguito.

 1. Oltre la dimensione militare

In primo luogo, Washington non si trova ad affrontare sconfitte militari lontane, come in Afghanistan o in Iraq. L’illusione del periodo successivo alla Guerra fredda, secondo cui l’egemonia statunitense potesse essere facilmente consolidata combattendo i «terroristi» a vantaggio del proprio complesso militare-industriale (Military-Industrial Complex, MIC), è finita.

Oggi Washington ha provocato la formazione di una coalizione multipolare composta da avversari di primo piano — Russia, Cina e Iran — molto più resilienti sul piano economico, capaci militarmente e coordinati diplomaticamente di qualsiasi avversario affrontato dagli Stati Uniti negli ultimi decenni.

Gli attacchi iraniani hanno danneggiato o distrutto centinaia di basi statunitensi in Medio Oriente, con un costo di 33,4 miliardi di dollari, secondo quanto affermato dal Pentagono.
Ma questa sfida al potere statunitense va ben oltre la dimensione militare. Le ripercussioni per Washington sono anche diplomatiche, economiche e finanziarie.

Le aggressive sanzioni introdotte prima di Trump e i dazi imposti da Trump si stanno ritorcendo contro gli Stati Uniti, proprio come era prevedibile. Inoltre, l’interruzione dei flussi energetici globali, provocata dalle stesse scelte di Washington, sta alimentando l’inflazione in Occidente, che non può essere realmente contenuta attraverso gli aumenti dei tassi d’interesse.

L’attuale aumento dei rendimenti obbligazionari sta già mettendo sotto pressione Paesi come la Francia e il Giappone, quest’ultimo gravato da un debito pari al 250% del PIL e caratterizzato da uno yen storicamente debole.

2. La tempesta perfetta

La ritirata umiliante degli Stati Uniti dal Vietnam è il precedente più vicino a ciò che sta per accadere oggi. Allora, tuttavia, la base industriale interna era formidabile, la leadership tecnologica incontrastata e il sistema finanziario internazionale non disponeva di alternative praticabili.

Quando, nel 1971, gli Stati Uniti abbandonarono il sistema aureo e iniziarono a svalutare il dollaro attraverso l’espansione monetaria e a finanziarizzare la propria economia — a spese della popolazione — la domanda globale di dollari rimase forte e, sotto molti aspetti, il ruolo internazionale della valuta statunitense si consolidò ulteriormente.

Oggi, per la prima volta, Washington si trova ad affrontare una «tempesta perfetta».

Dietro e al di sopra delle imminenti sconfitte geopolitiche e militari non ci sono soltanto le crisi del debito e dell’energia, ma anche una bolla dell’intelligenza artificiale che potrebbe essere sul punto di scoppiare.

Allo stesso tempo, mentre Anthropic si prepara a quella che potrebbe essere la più grande IPO della storia, ma forse anche la più rischiosa, l’ascesa della Cina nella maggior parte dei settori tecnologici avanzati, compresa l’intelligenza artificiale open source, minaccia seriamente di mettere in crisi il modello statunitense dell’IA, orientato al profitto e alla tutela dei cartelli.

Le crisi in arrivo sono dunque simultanee, si amplificano a vicenda e si rafforzano reciprocamente, lasciando a Washington pochissimo margine di manovra strategica.
È proprio questa, in altre parole, una «tempesta perfetta».

3. Ripiegamento verso l’interno

Tutti questi fallimenti accumulati sul piano internazionale finiranno inevitabilmente per produrre conseguenze politiche interne.

Oltre al problema del debito legato all’intelligenza artificiale, che pesa sul mercato azionario statunitense e sugli investitori, è fondamentale sottolineare che Israele sta rapidamente perdendo una parte consistente del sostegno di cui godeva tradizionalmente negli Stati Uniti.

Inoltre, il Partito Democratico non rappresenta un’alternativa credibile e razionale alla follia guerrafondaia dei repubblicani.

La classe politica statunitense impedisce alla maggioranza degli americani di ottenere sia sicurezza sia prosperità. Di conseguenza, dovrà affrontare una perdita ancora maggiore di legittimità interna.

Dopo l’esplosione della crisi economica e finanziaria, si aprirà la strada a disordini sociali, alienazione politica e rivolta popolare. Tutto questo avverrà senza quella rete di sicurezza economica e quella coesione istituzionale che avevano protetto l’establishment statunitense durante i disordini sociali degli anni Sessanta.

La storia dimostra che, quando un impero commette errori strategici, sopravvaluta le proprie capacità e, al contempo, genera squilibri strutturali interni sul piano sociale ed economico, il costo finisce inevitabilmente per ricadere sulla popolazione.

In questo senso, alcuni hanno paragonato Trump a Commodo, l’imperatore romano ossessionato dal potere che prosciugò le casse dello Stato tra il 177 e il 192 d.C. e fu fermato soltanto da un assassinio. Quell’episodio segnò anche l’inizio della caduta di Roma.

Per l’americano medio, i risultati dei disastri della politica estera statunitense sono per lo più negativi: si traducono in spese militari sempre maggiori, a beneficio soltanto di una piccola parte della popolazione.

A questo si aggiungono la perdita di potere d’acquisto, le infrastrutture fatiscenti, la deindustrializzazione delle regioni centrali del Paese, gli abusi delle forze di polizia, il costo della vita in aumento e un’assistenza sanitaria sempre più cara.

Il popolo statunitense sta pagando il prezzo di decenni di governo da parte dell’oligarchia parassitaria di Washington.

Prima o poi, Washington dovrà pagare un prezzo politico, anche in presenza di una cittadinanza in larga parte passiva e scarsamente informata come quella americana.

Mentre l’impero esaurisce le proprie opzioni all’estero, la resa dei conti per gli Stati Uniti finirà inevitabilmente per consumarsi anche sul fronte interno.

Da una parte ci sarà un establishment politico di Washington sulla difensiva, isolato e sempre più coercitivo; dall’altra, una popolazione indebitata e afflitta da problemi di salute legati anche all’obesità, ma al tempo stesso armata, arrabbiata e disillusa.

In gioco c’è il futuro della Repubblica americana.

(Finn Andreen)

Quanto petrolio esporta il Venezuela verso gli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti hanno aumentato le importazioni di petrolio venezuelano a 624.000 barili al giorno nella settimana conclusasi il 2 ottobre, rispetto ai 553.000 della settimana precedente.

L'aumento ha interrotto due settimane consecutive di cali, secondo i dati preliminari della Energy Information Administration (EIA).

L'agenzia colloca il Venezuela al secondo posto tra i fornitori segnalati per la settimana, subito dopo il Canada, che ha registrato circa 3,9 milioni di barili al giorno.

È aumentata anche la media mobile a quattro settimane degli acquisti dal Venezuela, passando da 629.000 a 636.000 barili al giorno. Secondo i dati dell'EIA, tale indicatore aveva precedentemente toccato un picco di 684.000 barili al giorno nella settimana conclusasi il 28 agosto.

Tra l'ultima settimana di gennaio - in seguito all'aggressione militare statunitense che ha portato al sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, la parlamentare Cilia Flores - e la settimana del 2 ottobre 2026, le importazioni di greggio venezuelano sono passate da 175.000 a 624.000 barili al giorno.

Elezioni in Russia, il racconto di chi c’era (Intervista al Prof. Angelo d'Orsi)

Premessa

L'accettazione dell'invito a fare l'osservatore internazionale alle elezioni della Duma da parte di Angelo D'Orsi ha sollevato l'indignazione della stampa mainstream: favore al Cremlino, propaganda, vergogna. Proviamo a ragionare sui fatti, non sui riflessi pavloviani.

Primo, la sovranità dei controlli. Ogni Paese organizza da sé le proprie istituzioni elettorali — l’Italia con Viminale e magistratura, la Russia con la propria Commissione centrale — e nessuno contesta questo all’Italia. La differenza è che la Russia invita osservatori internazionali anche non allineati al Cremlino, come D’Orsi; l’UE no, alle proprie elezioni non invita osservatori russi o cinesi. E c’è un’asimmetria ancora più profonda: l’OSCE/ODIHR non controlla l’Italia, esentata dalla verifica in quanto classificata a priori come “democratica”; la contrario le regole che la Russia si è data per permettere questi controlli sono state reputate inidonee e pertanto, da quasi un decennio, l’ufficio di monitoraggio elettorale si rifiuta di farli, bollando Mosca come antidemocratica in via preventiva. In questo modo l’assenza del controllo diventa la prova dell’accusa — un espediente circolare comodo per delegittimare in anticipo qualunque risultato sgradito.

Secondo, i sistemi elettorali. Duma e Camera italiana condividono la stessa architettura mista, maggioritario in collegi uninominali più proporzionale con sbarramento. Eppure una viene raccontata come pilastro democratico, l’altra come farsa autoritaria, con quale criterio oggettivo, se non la convenienza geopolitica del momento?

Terzo, l’affluenza. In Russia si vota più che in Italia, dove l’astensione ha eroso la legittimità stessa del voto. Se la partecipazione è indice di vitalità democratica, perché il sistema più partecipato viene bollato come meno legittimo? Inoltre, in Russia chi si astiene non viene schedato, perseguitato, incarcerato o deportato: se il dissenso di massa esistesse davvero, gli elettori avrebbero lo stesso strumento degli italiani: restare a casa. Se non lo fanno ci sarà pur una ragione, ma questa non interessa gli editorialisti indignati.

Con questa intervista non vogliamo assolvere né sentenziare: vogliamo raccontare l’esperienza di chi le cose le ha vissute in prima persona, non il racconto preconfezionato di chi non si alza dal proprio scranno — politico o mediatico, comunque ben retribuito — per andare a vedere di persona. Dato che l’ODIHR ha abdicato al controllo, a che titolo la propaganda si arroga il diritto di giudicare ciò che non conosce, sull’unica base del proprio preconcetto? Noi abbiamo scelto una strada diversa, quella di ascoltare chi, sul campo, quel controllo lo ha fatto davvero.

Intervista

 

Professore, partiamo dall’inizio: com’è andata? Che atmosfera si respirava a Mosca in questi giorni di voto?

La città era pulita, vivace, con gente tranquillissima per strada, nella meravigliosa metropolitana, i caffè e i ristoranti accoglienti, insomma tutto come ogni volta in cui ci sono stato negli ultimi due anni. I negozi ridondanti di merci, i supermercati e i centri commerciali scintillanti, pieni di persone: sugli scaffali tanti prodotti italiani, specialmente alimentari. Le sanzioni? C’è modo di aggirarle…

 

I droni ucraini che hanno colpito il territorio russo nelle ultime settimane hanno inciso in qualche modo sul clima elettorale, sulla sicurezza degli spostamenti, sull’umore delle persone che ha incontrato?

A dire il vero io e i miei colleghi della squadra operante a Mosca non ci siamo accorti di nulla, neppure indirettamente. E quando abbiamo letto la stampa italiana ed europea, abbiamo interpellato le presidenze dei seggi visitati (in tutta Mosca, che ha una dimensione territoriale immensa, sono stati 34!) anche loro come noi avevano scoperto la notizia dei droni solo dai media. In realtà quel furioso attacco ucraino che mirava a disturbare la procedura elettorale, ha fallito lo scopo. Nella regione di Mosca, che costituisce una sorta di Repubblica come le altre della Federazione, le votazioni si sono svolte in un clima di serenità, direi, e di rigorosa osservanza di norme e regolamenti, come ho potuto constatare: la parola che ho sentito di più è stata “glasnost”, trasparenza, come si ricorderà divenuta celebre con Gorbacev.

 

Le faccio una domanda un po’ provocatoria: nei giorni sul campo ha registrato qualcuno dei fenomeni che la stampa italiana dà per scontati — gente portata a forza ai seggi, sparizioni di dissidenti, brogli plateali, o magari anche qualche invasione aliena, visto il livello a cui si è arrivati nel racconto? Cosa ha visto davvero con i suoi occhi, seggio per seggio?

Sono balle clamorose, detto in tutta franchezza. Nei seggi, almeno quelli ai quali ho potuto accedere, tutti erano assai compresi dei loro ruoli, consapevoli dell’importanza di fare bene il loro lavoro e di essere bene giudicati dall’esterno, consapevoli della malizia di chi guarda da fuori, di chi è mosso soltanto da pregiudizi, di chi è animato da una feroce, inguaribile russofobia. Presidenti di seggio (in larga maggioranza di genere femminile), osservatori (ossia studenti universitari di facoltà politiche e giuridiche, volontari, che erano stati formati in corsi di durata quindicinale), esperti internazionali, ma anche delegati delle liste, e infine, anche alcuni candidati. Salvo che tra questi ultimi, tutte le figure citate erano prevalentemente femminili. Ho chiesto sempre ai presidenti e a qualche osservatore volontario se si fossero rilevate irregolarità. Mi hanno segnalato un solo caso: un elettore che si è presentato con doppio passaporto e pretendeva di votare due volte, il che non gli è stato concesso. Ho visto un sistema organizzato benissimo, con migliaia di occhi che controllavano, dalle due Camere civiche (quella della Regione di Mosca, e quella federale) lo svolgimento delle votazioni, grazie a quegli stuoli di volontari che ho menzionato, con sale provviste di schermi che monitoravano lo svolgimento delle votazioni in tutto quello sterminato Paese. Controlli severi agli ingressi, da parte di addetti della polizia, e sorveglianza discreta da parte di militari all’esterno dei seggi. Clima disteso, sereno. E con la mia squadra ho potuto parlare con tutti e scattare foto e fare videoriprese.

 

Ha potuto muoversi liberamente tra i seggi che le interessavano, o c’erano percorsi prestabiliti? Ha potuto scegliere lei dove andare o le è stato indicato un itinerario?

I seggi erano stati selezionati dalla IAPEE, l’Organizzazione che mi ha invitato; ma spesso giungevamo nei seggi senza avvertimento dei presidenti, il che se per un verso rappresentava talvolta una difficoltà era anche un’ulteriore garanzia di libertà e di trasparenza.

 

Veniamo ai numeri. Secondo lei, professore, come si spiega un distacco così ampio tra Russia Unita e gli altri partiti in corsa — Partito Comunista, Liberaldemocratici di Žirinovskij/Slutsky, Russia Giusta? È solo consenso reale, o pesa anche l’assenza di alternative percepite come credibili?

Si spiega con il grande consenso di cui gode Vladimir Putin, il cui partito di riferimento (non il suo partito, Putin si presenta come uomo libero e indipendente) è appunto Russia Unita. Un consenso che la guerra, a dispetto delle difficoltà e dei danni patiti, a cominciare da quelli umani, in definitiva non ha scalfito.

 

Ha potuto parlare con osservatori o rappresentanti di questi altri partiti? Che percezione le hanno trasmesso del proprio spazio politico?

Ho chiacchierato con alcuni candidati del Partito comunista (quello principale, di Zjuganov, che pure ha raccolto una mole di voti inferiore alle aspettative), e con rappresentanti di “Nuova Gente” e del Partito Liberaldemocratico). Tutti confidavano in un’avanzata della propria forza politica, e tutti, pur critici verso molti aspetti della gestione della guerra, esprimevano un punto di vista fortemente patriottico.

 

Un’altra provocazione: se davvero in Russia il dissenso fosse così ampio e silenziato come si racconta in Occidente, ci si aspetterebbe un’astensione di massa come forma di protesta silenziosa — invece i dati dicono il contrario, con percentuali più alte che in Italia, dove il dissenso, almeno ufficialmente, non esiste. Come se lo spiega?

Credo di aver già risposto. L’alta affluenza in tutto il territorio federale e in specie nelle Repubbliche ex-separatiste del Donbass, è a mio avviso una chiara dimostrazione di consenso.

 

Lei ha lavorato per anni come storico, abituato a leggere le fonti con distacco critico. Come si concilia questo mestiere con il ruolo di osservatore “sul campo”: quanto è difficile restare analitici quando si è dentro l’evento invece che a studiarlo a distanza?

Si tratta, mi lasci dire, di un pregiudizio. Il “padre della storia”, Erodoto, comincia le sue “Storie” scrivendo: questo è ciò che io ho visto e udito. Insomma lo storico nasce come testimone diretto. E se oltre alla testimonianza del visto e dell’udito è in grado di fare analisi sulla base della conoscenza dei documenti, e della letteratura critica, tanto meglio. Io continuo a fare lo storico, e se faccio storia del tempo presente è ovvio che io debba confrontarmi con le realtà, direttamente, mettendole poi sotto il vaglio della critica, alla luce di quanto già so, sul piano storiografico e documentale.

 

Cosa risponde a chi le contesta che la sua presenza, comunque la si racconti, dà comunque una forma di legittimazione politica al voto, indipendentemente da cosa lei abbia visto o non visto?

Ho già risposto in merito al Cremlino, in una domanda successiva. Chi dubita vada sul campo!

 

 Se dovesse tornare a fare da osservatore altrove — penso a contesti ancora più esposti, come Venezuela o Iran — lo rifarebbe, dopo questa esperienza?

Assolutamente sì, del resto ero già in stato invitato in Venezuela, ma fui impossibilitato perché in quei giorni avevo altri importanti impegni. Ho comunicato all’ambasciatore Vito Grittani, della IAPEE, la mia disponibilità per altre missioni.

 

Ultima domanda: cosa direbbe a un collega italiano che le rimprovera di aver “sdoganato” il Cremlino solo per essere andato a vedere di persona?

Che la domanda è sbagliata, perché parte dal presupposto che il Cremlino sia il male. In quella parola, in quel luogo, ci sono stati fasti e nefasti della storia. E oggi l’Occidente se vuole sopravvivere deve accettare, prima possibile, di fare i conti con quella vicenda, con il presente e con il futuro della Russia. A chi mi facesse questo genere di obiezioni, risponderei di andare a visitare la Russia, e trarne qualche spunto di riflessione.

 

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Putin: la CSI sostiene un ordine multipolare contro ogni egemonia

I Paesi della Comunità degli Stati indipendenti (CSI) sostengono la costruzione di un ordine mondiale multipolare, fondato sul diritto internazionale e sul ruolo centrale delle Nazioni Unite. È quanto ha dichiarato il presidente russo Vladimir Putin durante l’incontro con i leader dell’organizzazione, indicando nella cooperazione regionale uno strumento per consolidare i rapporti economici, politici e culturali tra gli Stati membri. «I Paesi della CSI sostengono all’unanimità la formazione di un ordine mondiale multipolare e giusto, basato sui principi universalmente riconosciuti del diritto internazionale e sul ruolo centrale dell’ONU», ha affermato Putin. Una posizione che colloca la cooperazione tra gli Stati post-sovietici nel quadro della più ampia trasformazione degli equilibri internazionali e della rivendicazione di un sistema fondato sul pluralismo dei centri di potere. Uno dei principali ambiti di collaborazione resta quello economico. Secondo il presidente russo, nel 2025 il commercio tra la Russia e gli altri membri della CSI ha superato i 110 miliardi di dollari, registrando un’ulteriore accelerazione nel corso dell’anno in corso. «Soltanto nel primo semestre di quest’anno è cresciuto di un altro 19%», ha precisato. Per Putin, tuttavia, esistono ancora margini significativi per ampliare gli scambi. «Che cosa bisogna fare per raggiungere questo obiettivo? Dobbiamo eliminare le barriere», ha dichiarato, sottolineando come alcune restrizioni vengano imposte dagli stessi governi nazionali. «Siamo noi stessi, consapevolmente, a frenare il ritmo di sviluppo che potremmo raggiungere».

Il superamento degli ostacoli commerciali e il rafforzamento degli investimenti rappresentano quindi priorità concrete per un’organizzazione che, secondo il leader del Cremlino, può rendere più efficace l’integrazione regionale. «I Paesi della CSI mantengono una stretta cooperazione nel commercio, negli investimenti e nelle tecnologie avanzate», ha ricordato Putin, ribadendo la necessità di accelerare ulteriormente questo processo. Un elemento centrale di questa strategia è la progressiva riduzione della dipendenza dalle infrastrutture finanziarie esposte alle pressioni esterne. Putin ha sottolineato che la quota delle valute nazionali nei pagamenti reciproci tra gli Stati membri ha superato il 90%. «Un’infrastruttura finanziaria stabile, indipendente dalle influenze esterne, ci permette di affrontare efficacemente molte delle sfide attuali», ha dichiarato. «Questo ci consente di approfondire la cooperazione economica, indipendentemente dalle influenze esterne e dalle condizioni dei mercati».

La diffusione delle valute nazionali nei regolamenti commerciali costituisce così uno degli strumenti attraverso cui i Paesi della CSI cercano di consolidare la propria autonomia economica e di rendere gli scambi regionali meno vulnerabili alle decisioni adottate al di fuori dell’area. Putin ha inoltre richiamato il valore storico dei legami tra le popolazioni dell’ex Unione Sovietica, sostenendo che la CSI abbia permesso di preservare relazioni costruite nel corso di secoli di storia comune. «Negli ultimi tre decenni e mezzo, la CSI ha compiuto un lungo percorso e si è affermata come un’organizzazione regionale d’integrazione autorevole», ha affermato. Il presidente russo ha insistito anche sulla necessità di proteggere la memoria storica condivisa, in particolare rispetto all’esperienza sovietica e alla Seconda guerra mondiale. «I giovani devono conoscere la verità sulle conquiste dei nostri popoli durante l’epoca sovietica e sulle imprese eroiche dei nostri padri e nonni durante la Grande guerra patriottica», ha dichiarato, mettendo in guardia contro la falsificazione della storia comune. Sul fronte della cooperazione sociale e umanitaria, Mosca ha sostenuto le iniziative di Tagikistan e Turkmenistan per dedicare il 2028 allo sviluppo sociale e il 2029 ai trasporti nell’ambito della CSI.

L’obiettivo è promuovere progetti comuni che coinvolgano istituzioni, imprese, autorità regionali e società civile, rendendo più tangibili i benefici della collaborazione. Il vertice ha affrontato anche il coordinamento nella lotta alla criminalità economica, al riciclaggio di denaro, alla corruzione e ai reati informatici. «I nostri Paesi hanno stabilito un coordinamento efficace nella lotta ai reati finanziari ed economici, al riciclaggio di denaro e alla corruzione», ha affermato Putin, ricordando inoltre i programmi congiunti contro la criminalità organizzata, il traffico di droga, il terrorismo e l’estremismo. La riunione conferma dunque la volontà russa di rafforzare la CSI non soltanto come spazio di cooperazione commerciale, ma anche come piattaforma d’integrazione regionale e di coordinamento politico. Nel quadro internazionale delineato da Putin, l’autonomia finanziaria, la rimozione delle barriere economiche e la difesa di una storia condivisa si accompagnano alla richiesta di un ordine multipolare nel quale il ruolo delle Nazioni Unite rimanga centrale.


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Cina, "l'ordine globale" e la storiella che si inventa l'Occidente

 

 

di Fabio Massimo Parenti

Mentre si punta il dito contro la Cina, vanno di moda tante banalità

Quella forse più in voga è l’idea che la Cina voglia distruggere l’ordine esistente. E sostituirlo con un proprio sistema.

Niente di più sbagliato.

L’iniziativa sulla governance mondiale, lanciata un anno fa, parte ad esempio da una premessa opposta: Carta dell’Onu e diritto internazionale rimangono il fondamento. Il problema è che le regole non vengono applicate a tutti e spesso non trovano applicazione.

Inoltre, le istituzioni internazionali non rappresentano più il mondo di oggi. Ma noi non ce la facciamo proprio a digerire il cambiamento. E voi sapete perché.

Quali sono i cinque principi dell’iniziativa sulla governance emanata da Pechino e che ha ricevuto già il sostegno di quasi 160 paesi e organizzazioni internazionali?

Uguaglianza sovrana, diritto internazionale, multilateralismo, centralità dei popoli e orientamento all'azione.

Peraltro, Pechino sta promuovendo nuovi strumenti per la mediazione e la cooperazione internazionale nei campi dell'intelligenza artificiale e dell’economia dei dati. Nessun altro lo fa.

Le domande che i cinesi si pongono pubblicamente, e che dovremmo porci anche noi con loro sono:

Chi governa, come si governa e nell'interesse di chi?

E ancora: perché alcuni possono stabilire le regole — o violarle — più di altri?

Il lato oscuro (non detto) sul Premio Nobel per la pace 2026

 

di Francesco Santoianni 

 

Tutti a sinistra ad applaudire l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Navi Pillay, invisa a Trump. Nessuno che si ricordi del ruolo della Pillay nella guerra alla Siria quando, tanto per dirne una, accusava Bashar al Assad per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, senza spendere una sola parola su quelli commessi dai sedicenti “ribelli siriani”; stesso atteggiamento contro Geddafi, contro Maduro, contro Putin (per il quale faceva sue la bufala delle migliaia di bambini ucraini che aveva fatto rapire)…

E per i crimini commessi dall’Occidente? Con l’eccezione di quelli commessi da Israele, mai una parola contro governi o statisti ma solo una qualche richiesta di “indagini indipendenti” per singoli casi commessi, presumibilmente, da militari.

Due pesi due misure?

Premio Nobel all'ex Alta commissaria Navi Pillay che ha denunciato il genocidio a Gaza

 

Dopo il livello più basso toccato nella sua storia l'anno scorso con lo scempio dell'assegnazione alla golpista di estrema destra venezuelana Maria Corina Machado (che l'ha dedicato al criminale di guerra Trump), il Comitato del Premio Nobel per la pace doveva fare uno scatto di dignità quest'anno per riprendere un minimo di credibilità. E con l'assegnazione a Navi Pillay - ex Alta Commissaria del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHCR) - ci è stato.

Vi riprponiamo la traduzione di seguito di una sua bella intervista a The New Arab del dicembre 2022 sulle indagini sull’illegalità dell’occupazione israeliana, dei doppi standard nel diritto internazionale e della sua esperienza nella lotta all’apartheid sudafricano.

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Intervista a Navi Pillay, presidente dell’inchiesta dell’UNHRC sulle violazioni dei diritti umani in Palestina


di Ibtisam Azem*

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

Nel maggio 2021, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha istituito una commissione d’inchiesta internazionale (COI), “per indagare, nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), compresa Gerusalemme Est, e in Israele, su tutte le presunte violazioni del diritto umanitario internazionale e sugli abusi del diritto internazionale dei diritti umani che hanno preceduto e seguito il 13 aprile 2021”. A presiedere la COI è stata nominata Navanethem Pillay, avvocata sudafricana di spicco per i diritti umani, ex giudice e Alta Commissaria del Consiglio per i Diritti Umani.

In un’intervista esclusiva con Ibtisam Azem, corrispondente senior di Al-Araby Al-Jadeed (sito arabo gemello di The New Arab) presso le Nazioni Unite a New York, Pillay ha discusso dell’ultimo rapporto e degli attacchi alla Commissione.

 

Ibtisam Azem: La COI da lei diretta ha concluso nel suo ultimo rapporto di ottobre che l’occupazione israeliana del territorio palestinese è illegale secondo il diritto internazionale, a causa della sua durata e delle politiche di annessione de facto e de jure del governo israeliano. Si tratta di un cambiamento nella discussione del problema e, se sì, quali sono le sue ripercussioni?

Navanethem Pillay: Si tratta di uno spostamento della discussione nel luogo più importante, ovvero l’ONU, l’organo decisionale. Non è una novità per la società civile e per i palestinesi. Le nostre raccomandazioni sono state di deferire la questione dell’illegalità dell’occupazione alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG).

Gran parte del discorso finora è stato incentrato sull’adesione di Israele alle leggi internazionali che regolano l’occupazione del territorio, insieme al diritto internazionale sui diritti umani applicabile. Dopo aver constatato, nel nostro primo rapporto, che erano la continua occupazione e la discriminazione dei palestinesi a guidare il conflitto, nel nostro secondo rapporto all’Assemblea Generale abbiamo portato avanti questo discorso, cioè ci siamo chiesti se l’occupazione stessa fosse ormai illegale.

Ci sono ragionevoli motivi per concludere che sia illegale, a causa della sua durata e delle azioni intraprese da Israele per annettere parti della terra, de facto e de jure. Tali azioni includono sgomberi, deportazioni, trasferimenti forzati di palestinesi all’interno della Cisgiordania, espropriazioni, saccheggi, sfruttamento della terra e delle risorse naturali vitali, restrizioni alla circolazione e il mantenimento di un ambiente coercitivo nei confronti dei palestinesi, con l’obiettivo di frammentare la società, incoraggiare l’allontanamento dei palestinesi da alcune aree e far sì che essi non siano in grado di soddisfare il loro diritto all’autodeterminazione.

Abbiamo anche concluso che alcune politiche possono costituire crimini di guerra, come il trasferimento di parti della popolazione israeliana nel territorio occupato attraverso il programma di insediamento, e i crimini contro l’umanità della deportazione e del trasferimento forzato.

Tali azioni e politiche non possono rimanere senza attenzione. Dato il chiaro rifiuto di Israele di porre fine all’occupazione e di rispettare gli obblighi internazionali, era necessario un cambiamento nella conversazione, passando da una discussione su come Israele dovrebbe rispettare le leggi dell’occupazione al riconoscimento che l’occupazione stessa è illegale e che ci devono essere conseguenze legali e obblighi per gli Stati terzi per garantire il rispetto del diritto internazionale.

Si tratta quindi di un approccio drammatico che abbiamo portato per la prima volta nelle sale dell’Assemblea Generale.

I.A.: Quanto è significativo che la Corte Internazionale di Giustizia indaghi su questo?

N.P.: È estremamente significativo e lo accogliamo con favore, anche se devo notare che la risoluzione deve ancora essere adottata dalla plenaria dell’Assemblea Generale questo mese. Tuttavia, il voto di 98 Paesi a favore, con 52 astensioni e 17 contrari in quarta commissione, dimostra che la maggioranza degli Stati membri riconosce che la situazione attuale non può rimanere senza risposta.

Abbiamo bisogno di chiarimenti sulle conseguenze legali del rifiuto di Israele di porre fine all’occupazione. Vogliamo che la Corte chiarisca quali sono gli obblighi degli Stati terzi per garantire il rispetto del diritto internazionale.

I.A.: Sin dal momento della sua istituzione, la COI è stata attaccata. Dopo aver pubblicato il primo rapporto a giugno, il Dipartimento di Stato americano ha rilasciato una dichiarazione di opposizione all’inchiesta, descrivendo il suo lavoro come “un approccio unilaterale e di parte che non fa nulla per avanzare le prospettive di pace”. Tuttavia, i Paesi occidentali sostengono altre COI su Ucraina, Siria e altro. Secondo lei, perché questo sostegno non c’è nel caso della Palestina?

N.P.: Quando ero Alta Commissaria per i Diritti Umani, abbiamo riscontrato questo tipo di doppi standard e di giustizia selettiva. Ho sempre detto che gli Stati devono applicare gli stessi standard ai loro amici e ai loro nemici. La Commissione continua a godere del sostegno della maggior parte degli Stati membri dell’ONU; per questo ritengo che ci troviamo su un piano morale elevato.

Vorrei sottolineare che i diritti umani sono universali e che il diritto internazionale si applica a tutti gli individui e a tutti gli Stati senza distinzioni. Per quanto riguarda l’accusa che questa COI non fa nulla per far progredire le prospettive di pace, sarei curiosa di sentire dagli Stati Uniti quali specifiche prospettive di pace attuali ritengono che il nostro lavoro stia ostacolando.

Per quanto riguarda i commenti sul fatto che la COI abbia un approccio unilaterale, lo hanno detto anche prima che pubblicassimo il nostro primo rapporto. Tutti gli Stati dovrebbero essere ritenuti responsabili per qualsiasi mancanza nel promuovere e proteggere i diritti umani delle persone all’interno dei loro confini. E lo stesso vale per Israele, senza eccezioni, e negli OPT, che sono sotto il suo effettivo controllo.

 

È vero che i nostri primi due rapporti si sono concentrati principalmente sulle violazioni commesse da Israele. Su mandato del Consiglio per i Diritti Umani, abbiamo scelto di affrontare innanzitutto le cause profonde e i fattori scatenanti del conflitto, che secondo noi sono l’occupazione perpetua e la discriminazione dei palestinesi.

Sia chiaro che stiamo indagando su tutti i responsabili. Questo include l’Autorità Palestinese, le autorità de facto a Gaza, così come gli atti dei gruppi armati… La nostra commissione darà voce a tutte le vittime, indipendentemente dalla nazionalità, dalla religione o dalle convinzioni politiche, perché i diritti umani sono universali.

Questo tipo di accuse rivolte a chi è critico della politica e delle pratiche israeliane non sono nuove e sono spesso utilizzate da Israele e dai gruppi pro-israeliani per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai risultati e dalle raccomandazioni emesse da vari meccanismi dedicati a esaminare la condotta di Israele negli OPT.

Così, oltre alle accuse di unilateralità, siamo stati continuamente accusati di essere antisemiti… una tattica molto efficace utilizzata per mettere a tacere qualsiasi critica alle violazioni dei diritti umani e ai crimini internazionali di Israele… Ma data l’estrema gravità della questione dell’antisemitismo, siamo seriamente preoccupati dal fatto che tali accuse finiscono per promuovere la banalizzazione dell’antisemitismo vero e proprio e l’uso crescente di accuse politicamente motivate per mettere a tacere il legittimo controllo del rispetto dei diritti umani internazionali da parte degli Stati membri.

I.A.: Vede dei paralleli con la sua esperienza nel Sudafrica dell’Apartheid?

N.P.: Èsempre rischioso confrontare due situazioni diverse. Abbiamo ricevuto numerose richieste da parte di organizzazioni della società civile di esaminare la questione dell’apartheid. Condurremo le nostre indagini e le nostre analisi legali su eventuali crimini internazionali… Il crimine dell’apartheid è molto complesso e presenta numerosi elementi che devono essere valutati.

L’analisi legale si baserà sul criterio che i dati soddisfino la definizione legale, non sul fatto che Israele e le sue politiche assomiglino a quelle impiegate dal Sudafrica dell’apartheid o da qualsiasi altro regime.

Voglio notare che diversi Paesi che hanno vissuto in prima persona gli effetti terribili della colonizzazione, della discriminazione e della negazione del diritto all’autodiscriminazione… sono stati i più forti sostenitori del nostro mandato.

I.A.: Il mandato della COI comprende la formulazione di “raccomandazioni sulle misure da adottare da parte di Stati terzi per garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario negli OPT…”. Questo rende anche paesi, come gli Stati Uniti e altri che stanno aiutando militarmente Israele, responsabili per le violazioni dei diritti umani e potrebbero anche loro subire accuse legali?

N.P.: È un’ottima domanda, perché ci avverte della possibilità che l’Alta Corte stabilisca che l’occupazione è illegale e che gli Stati terzi abbiano l’obbligo legale di non sostenere questo atto illegale. Credo che questo sia il motivo per cui hanno paura del mandato.

È la prima volta che ciò accade in un mandato COI. È una chiara indicazione del riconoscimento da parte dell’UNHRC che gli Stati terzi hanno l’obbligo di agire per garantire il rispetto del diritto internazionale da parte di Israele, anche ponendo fine all’occupazione, e di mettere in discussione la loro stessa condotta nel sostenerlo.

I.A.: Molti palestinesi si sentono abbandonati dalla comunità internazionale. Anche quando ci sono risoluzioni delle Nazioni Unite che fanno giustizia, la loro realtà quotidiana non cambia e non c’è fine alle loro sofferenze. In qualità di ex giudice in Sudafrica e alla Corte Penale Internazionale, di avvocato, di Alta Commissaria per i diritti umani che ha lavorato su tanti casi, cosa dice loro?

N.P.: Laquestione dell’impatto sulle vittime è molto importante. Nessuno sembra affrontarla appieno. Ho fatto l’avvocata per 30 anni difendendo, pro bono, attivisti per i diritti umani e oppositori dell’apartheid… Mentre combattevamo ogni giorno su diverse questioni relative all’apartheid, ho vissuto molti momenti difficili. Non avrei mai immaginato che ci sarebbe stato un tale cambiamento nel mio Paese durante la mia vita.

Ma i cambiamenti avvengono e il motivo principale è che la società civile ritiene inaccettabili le vestigia del colonialismo e dell’occupazione. Ecco cosa dico ai palestinesi. Spero che si ispirino, come abbiamo fatto noi, al sostegno collettivo della comunità internazionale, sia degli Stati che degli attivisti di tutto il mondo. Questo ci ha davvero fatto andare avanti. Sapevamo di dover combattere le nostre battaglie e di non doverci mai arrendere.

E ora, dopo tutte le critiche ingiuriose che abbiamo ricevuto [come COI], perché sono ancora in piedi e sento di essere su un terreno morale più alto? Grazie al sostegno globale a ciò che stiamo dicendo e al sostegno globale alla lotta palestinese per l’autodeterminazione.

Navi Pillay è nata nel 1941 in Sudafrica. Nel 1967 è stata la prima donna ad avviare uno studio legale nella sua provincia d’origine, il Natal. Ha lavorato come avvocato difensore degli attivisti anti-apartheid, denunciando le torture e contribuendo a stabilire diritti fondamentali per i prigionieri di Robben Island. Pillay è stata nominata giudice ad interim dell’Alta Corte Sudafricana dopo la fine dell’apartheid nel 1995.  È stata eletta giudice del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (ICTR) dal 1999 al 2003 e ne è stata presidente negli ultimi quattro anni. Ha svolto un ruolo fondamentale nella giurisprudenza innovativa dell’ICTR sullo stupro come genocidio. Nel 2003 è stata nominata giudice della Corte Penale Internazionale dell’Aia e dal 2008 al 2014 è stata Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Pillay ha conseguito un BA e un LLB presso l’Università di Natal in Sudafrica e un dottorato in Scienze giuridiche presso l’Università di Harvard.

Ibtisam Azem è scrittrice e corrispondente senior. Da dieci anni si occupa di ONU. Il suo ultimo romanzo è Il libro della scomparsa. Twitter: @IbtisamAzem

https://www.newarab.com/analysis/interview-navi-pillay-chair-unhrcs-palestine-inquiry

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

Violenze quotidiane di Israele: 65enne palestinese aggredita e ferita durante un raid a Hebron

 

Nell'ambito dei quotidiani raid e delle sistematiche operazioni di perquisizione che caratterizzano l'occupazione israeliana in Cisgiordania, una donna palestinese di 65 anni e rimasta ferita giovedi a seguito di un'aggressione da parte dei soldati durante un'irruzione nella casa del figlio a Beit Ummar, a nord di Hebron.

Israeli troops violently maliciously assault & push over a Palestinian woman in the town of Beit Ummar, north of al-Khalil, central Palestine https://t.co/W4U4dmVLfZ

— Sarah Wilkinson (@swilkinsonbc) October 8, 2026

Come confermato dall'attivista Mohammad Awad all'agenzia di stampa WAFA, le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nella zona di Asida facendo irruzione nell'abitazione di Walid Sabarna.

Nel corso delle verifiche, diventate ormai una tragica routine per le famiglie della zona, i soldati hanno devastato gli arredi e la proprieta prima di scagliarsi contro la madre sessantacinquenne del proprietario, Bahiya Ekhlail, causandole gravi lividi e contusioni. La donna e stata successivamente trasferita in ospedale dai sanitari per ricevere le cure necessarie.

L'operazione si e svolta secondo un copione che si ripete quasi ogni giorno nei territori occupati: le forze armate hanno lanciato gas lacrimogeni ad altezza uomo verso le abitazioni civili adiacenti, provocando principi di soffocamento a numerosi residenti che sono stati intossicati e soccorsi sul posto.

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Mercenari colombiani tenuti in ostaggio in Ucraina. La testimonianza di una madre (VIDEO)

 

Ruptly ha raccolto la testimonianza di una donna colombiana che ha perso i contatti con suo figlio raggirato da "reclutatori" ucraini il 9 settembre 2025. Questa la sua testimonianza tradotta in italiano. 
 

RT ha raccolta la testimonianza di Sonia Moreno, una donna colombiana che afferma come suo figlio sia stato attirato nelle file delle forze di Kiev con la falsa promessa di una paga elevata e che, all’arrivo, gli è stato sequestrato il passaporto. "I cittadini colombiani che combattono per Kiev sono tenuti in ostaggio dall’esercito ucraino", ha dichiarato la donna che non ha più contatti con il figlio dal 9 settembre 2025. La donna dichiara di aver appreso della morte di Cristian sui social media, poiché l’esercito ucraino non ha neanche informato la famiglia di ciò che gli era accaduto. Secondo fonti dell'intelligence russa dei 16.500 mercenari stranieri stimati nelle file delle forze di Kiev la metà provengono dalla Colombia.

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) October 9, 2026

Berlino conta come "aiuti all’Ucraina" miliardi spesi sul proprio territorio – studio Kiel

 

La Germania ha contabilizzato miliardi di euro spesi sul proprio territorio come aiuti all’Ucraina, sovrastimando l’importo effettivamente giunto a Kiev, secondo uno studio pubblicato giovedì dall’Istituto di Kiel per l’Economia Mondiale.

Berlino ha dichiarato di aver fornito o stanziato 100 miliardi di euro (112 miliardi di dollari) a sostegno dell’Ucraina dall’escalation del conflitto nel 2022. Tuttavia, l’istituto ha rilevato che solo 41,7 miliardi di euro erano da considerarsi effettivi aiuti bilaterali, mentre 35,9 miliardi di euro sono stati spesi in Germania e altri 22 miliardi di euro consistevano in impegni militari futuri. «La cifra di 100 miliardi di euro è fuorviante ed erroneamente etichettata come “aiuti bilaterali all’Ucraina”», ha affermato Christoph Trebesch, responsabile dell’Ukraine Support Tracker dell’istituto. Ha comunque descritto la Germania come il principale donatore europeo a favore di Kiev.

Dei 43,3 miliardi di euro che Berlino ha classificato come assistenza civile, circa l’80% è rimasto in Germania. La maggior parte ha coperto sussidi e alloggi per i rifugiati ucraini, mentre 1,3 miliardi di euro sono stati destinati a garanzie sulle esportazioni e sugli investimenti per le aziende tedesche operanti in Ucraina.

Secondo lo studio, solo 7,4 miliardi di euro di sostegno civile hanno effettivamente raggiunto l’Ucraina, compresi gli aiuti umanitari, il sostegno energetico e i fondi per la ricostruzione. L’istituto ha inoltre contestato la cifra di 57,6 miliardi di euro indicata da Berlino per gli aiuti militari. Il governo tedesco ha smesso di pubblicare dati dettagliati sull’assistenza militare nel giugno 2025, complicando il controllo indipendente, hanno osservato i ricercatori.

Nel frattempo, alcuni politici tedeschi di alto livello hanno chiesto a Berlino di garantire maggiori ritorni economici dal proprio sostegno a Kiev. Il mese scorso, il ministro presidente bavarese Markus Soeder, leader della CSU, il partito gemello della CDU del cancelliere Friedrich Merz, ha esortato l’Ucraina a destinare una quota maggiore dei fondi di aiuto alla tecnologia tedesca. “È ovvio che l’industria della difesa tedesca debba trarne beneficio”, ha affermato, proponendo anche colloqui sull’accesso alle materie prime ucraine.

Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha espresso preoccupazioni simili a settembre, dichiarando al quotidiano Bild che la Germania “non è del tutto soddisfatta del livello degli ordini” ricevuti dalle sue aziende. Intervenendo in una conferenza stampa giovedì, la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha accusato Merz di anteporre gli interessi di Kiev a quelli dei contribuenti tedeschi, promettendo ulteriori aiuti nonostante il crescente malcontento dell’opinione pubblica nei confronti delle sue politiche.

Comunicato CNP: "Un malessere profondo che può aprire un nuovo ciclo di lotte sociali in Europa"

 
Riceviamo e pubblichiamo un comunicato del "Coordinamento dei nuclei comunisti" sulla situazione in Spagna e in generale sulla situazione politica in Europa
 
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Dichiarazione del Coordinamento dei Nuclei Comunisti (CNC)

L’indice di indignazione popolare sta crescendo rapidamente in tutta Europa, assumendo varie forme. Ancora una volta nella storia, è in Francia che si manifesta con maggiore pienezza. Su una pentola a pressione che si è già riversata più volte (gilet gialli, battaglia contro la riforma pensionistica, lotta dei contadini, ecc.), la protesta di massa degli studenti delle scuole superiori sta ricevendo il sostegno popolare, soprattutto della classe operaia. L’appello di tutti i sindacati dell’insegnamento, da CGT del settore pubblico e un numero crescente di settore privato allo sciopero generale è già un clamore contro le politiche del governo e dell’UE che né la brutale repressione né le tattiche di criminalizzazione e provocazione da parte di poliziotti infiltrati, possono fermare. Per ora la mobilitazione dei lavoratori di diversi settori e dei rappresentanti politici è in aumento.

In Germania crescono le proteste dei giovani contro il servizio militare obbligatorio che li trasforma in carne da cannone per la guerra contro la Russia.

Nel frattempo, nel Regno di Spagna…

Pedro Sánchez: come vendere sabbia nel deserto.

Non c’è dubbio che Pedro Sánchez sia un grande prestidigitatore. Lo ha dimostrato ripetutamente quando il suo governo vacillava, ma con l’ultima messa in scena si è superato.

Fino a poche settimane fa, tutto era contro di lui. Per otto anni ha governato per il capitale contro la classe operaia, non rispettando le promesse elettorali, sottomesso ai dettami degli Stati Uniti e dell’UE, compiendo pirouette elettorali a sostegno della Palestina mentre il capitale sionista è presente nei fondi speculativi immobiliari, le case farmaceutiche e, soprattutto, nelle fabbriche di armi.

I sondaggi davano per certo che l’esperimento del governo PSOE-Sumar era ammortizzato, con il voto della destra mobilitato, soprattutto dopo gli eventi di Ceuta, e, soprattutto, con una crescente astensione dei settori popolari, stanchi di vedere che il progressismo è un guscio vuoto e che le loro condizioni di vita non fanno che peggiorare.

Il malessere della classe operaia e di tutti i settori popolari è una pentola a pressione sul punto di esplodere, come si sta vedendo in tutti i paesi dell’UE. Gli indicatori puntano nella direzione dell’esplosione: la carestia della vita, l’insufficienza dei salari e delle pensioni, la situazione limite dei piccoli agricoltori e allevatori, la distruzione di posti di lavoro – soprattutto nell’industria -, lo smantellamento e la privatizzazione dei servizi pubblici e l’attuazione della crescente impossibilità di accedere ad un alloggio. In quest’ultimo ambito si concretizzano le situazioni più tese e drammatiche: sfratti, sovraffollamento o strade sempre più piene di persone «senza tetto».

La responsabilità del governo, che da otto anni amministra il denaro pubblico e legifera a favore del capitale, è evidente. Il tanto decantato aumento dello SMI non ha potuto nascondere che gli affitti sono aumentati di tre volte rispetto ai salari negli ultimi tre anni, che chi percepisce lo SMI nelle grandi città deve destinare il 90% al pagamento dell’abitazione o che coloro che lo percepiscono (più del 50% dei minori di 30 anni) sono esclusi anche dall’accesso agli alloggi offerti dal Ministero del settore. D’altra parte, la repressione contro le scarse mobilitazioni operaie e popolari non lascia adito a dubbi su chi diriga il governo e gli apparati dello Stato. Lungi dall’abrogare le leggi antiterrorismo, in vigore 15 anni dopo la scomparsa di ETA, o la Legge Mordaza, la repressione operaia e popolare si è inasprita, mentre la criminalizzazione della mobilitazione si estendeva sotto l’accusa di terrorismo.

E d’ora in poi, è innegabile che le conseguenze delle politiche imperialiste di Stati Uniti e Ue, sostenute dal governo per azione o omissione, peggioreranno ulteriormente la situazione della classe operaia e dei settori popolari. Ne elenchiamo alcuni: l’esplosione del Nord Stream, le sanzioni boomerang contro la Russia, la politica agricola e le normative dell’agenda «verde», l’economia di guerra e le enormi spese militari con i relativi tagli alla spesa sociale, e ora il rapido aumento dell’energia legato all’attacco di Stati Uniti, Israele e paesi europei contro l’Iran. Tutto punta a un brusco calo delle condizioni di vita della classe operaia, mentre le aziende energetiche si accaparrano favolosi profitti – 20 miliardi di euro nel 2026 – proprio a causa dell’aumento vertiginoso dei prezzi dei carburanti1.

Ed ecco che su questo accumulo di materiale altamente infiammabile appare una scintilla inaspettata. Era un altro sfratto, dopo gli oltre 200.000 giustiziati – un po’ meno di quelli eseguiti con il governo del PP – nel corso degli otto anni di governo PSOE, prima con Podemos e poi con Sumar.

Dopo l’esecuzione del lancio di Mari Carmen e dell’ennesima repressione violenta degli antisommossa contro coloro che cercavano di impedirlo, in poche ore si organizza un accampamento a Sol, che ricorda quella del 15 M.

La dirige e controlla il sindacato degli inquilini, che non ha nulla di sindacale ed è un’impresa/associazione, più simile a un’organizzazione dei consumatori, di cui i dirigenti sono salariati. Il suo portavoce, Fernando de los Santos Menéndez2 , legato familiarmente all’aristocrazia e nipote di un ministro di Adolfo Suárez, figura come rappresentante e amministratore unico della società Tecnoasfalt Aglomerados con Caucho S.L. dedicata alla costruzione di alloggi pubblici e privati. Nessuno dei volti più noti, come Alicia del Río o Valeria Recu, sono persone colpite dagli sfratti. Un altro dei suoi dirigenti, Carme Arcarazo, fa parte del Consiglio consultivo del Ministero della Casa3.

Dato il rapporto di questo ‘sindacato’ con il governo, non sorprende che abbia convocato manifestazioni a sostegno dei decreti davanti al Congresso dei deputati – vietate dal regolamento del Congresso mentre il Parlamento è in riunione – e ampiamente diffuse dai media affini al Governo… Oppure che CCOO e UGT si uniscano alle convocazioni.

Non siamo entrati ad analizzare questi Decreti. Basti dire che avrebbero fermato gli sfratti delle persone vulnerabili solo se fossero stati promossi da ‘fondi avvoltoi’.

Come nel 15 M o in Podemos, il linguaggio non è innocente. Se allora si usava il termine vago di «casta» o dell’ «1%», ora si parla di «rentismo» o di «capitalismo rintista», lasciando intravedere che esiste un altro capitalismo sano e responsabile.

Un altro dato sorprendente. Una volta terminato il dibattito sui due decreti nel Congresso, e quando si sapeva già che sarebbero stati sconfitti, Pedro Sánchez ha inaspettatamente fatto un intervento che deve essere considerato come il primo atto della prossima campagna elettorale. Si rivolse a coloro che avrebbero votato contro i Decreti, mordendo l’incatenamento che aveva preparato per loro, ma con l’altoparlante rivolto verso la strada: «Dimenticate per un momento il calcolo politico e pensate alla gente comune che ha bisogno della protezione del pubblico». Il prestidigitatore era riuscito ad attribuire a Vox, PP e Junts la responsabilità della situazione di penuria abitativa, quando è lui che governa da 8 anni. L’obiettivo era chiaro e la messa in scena è stata magistrale. Pedro Sánchez ha rimesso il PSOE nelle condizioni di vincere la gara, lasciando i suoi piccoli soci letteralmente ai piedi dei cavalli.

Al di là del calcolo elettorale, potrebbe essersi aperto il vaso di Pandora.

La ampia diffusione delle manifestazioni, di cui una parte importante è il ruolo dei media affini utilizzati a fondo per trasformare le mobilitazioni in strumenti di pressione per i loro obiettivi politici, ha rivelato un cambiamento significativo nella soggettività delle masse in cui predominava il sentimento di sconfitta e di impotenza. Le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato in tutto lo stato non solo gridavano contro la destra, ma denunciavano anche la responsabilità del governo e tutte le sue violazioni. Anche se la forma assomigliava al 15 M, e questo era ciò che si cercava, la politicizzazione era di gran lunga superiore. La casa era il fattore scatenante, ma tutti sapevano che c’erano molte cose più intimamente legate: la carestia, i salari e le pensioni di miseria, la sanità, l’istruzione, e al di sopra di tutto, l’economia di guerra e la militarizzazione sociale

Tutto ciò che fino a poco tempo fa sembrava una lastra, stava diventando un bersaglio di lotta. E la tristezza e l’impotenza hanno forse cominciato a fondersi con il calore della gente in strada e della presenza di massa dei giovani. Una gioventù che in non pochi casi portava bandiere rosse, rojinegras e repubblicane e che si organizzò per far uscire di corsa con la coda tra le gambe i gruppi fascisti apparsi negli accampamenti – senza dubbio infuocati dagli ultimi avvenimenti.

Anche se la classe operaia era dispersa e disorganizzata, i clamori accesi alla sua lotta operaia e il clamore che, reclamando uno sciopero generale, riempì le strade il giorno dopo il voto parlamentare, chiamò a pensare come lavoratori, lasciando alle spalle slogan come la ‘nube delle zanzare’, la casta o il 99%, volti proprio a distruggere l’identità di classe. L’annuncio della convocazione allo sciopero generale da parte di CC.OO e UGT, che si è appena fatto mentre si scrive questa Dichiarazione, è – nello stesso senso in cui abbiamo indicato -, una buona notizia.

In primo luogo, non perché CC.OO e UGT abbiano cessato di essere strumenti di una parte della borghesia contro la classe operaia, ma perché, costretti dalle circostanze e per continuare a servire i loro padroni, stanno contribuendo a conferire il sigillo di classe – che teme così tanto il capitale – ad una mobilitazione che in principio non lo aveva.

E poi, perché, come ben sappiamo, è nell’organizzazione e nella lotta che si fanno salti di gigante nella coscienza delle masse. Contribuire a questo è il dovere delle organizzazioni rivoluzionarie.

Il diritto alla casa di fronte al muro della proprietà privata.

La realizzazione del diritto alla casa sarà il fulcro della campagna elettorale e saranno fatte tutte le promesse.

Saranno inoltre stilate liste di rivendicazioni, più o meno dettagliate, che si possono riassumere così: Tutte le persone che vivono qui hanno diritto ad un alloggio dignitoso e stabile. Questa affermazione contiene una giustizia inappellabile. Ogni essere umano ha diritto ad avere un posto dove vivere. Il punto è che questo diritto essenziale è subordinato a quello del capitale e si scontra con il muro del diritto fondamentale e assolutamente prioritario nella società capitalista alla proprietà privata, da trasmettere attraverso l’eredità, e alla libera impresa, pilastri della società capitalistica.

La vera proprietà privata, quella dei mezzi di produzione, esiste solo per una piccola minoranza, e si è stabilita sul furto violento, lo spoglio originario e l’espropriazione massiccia dei popoli. E questo saccheggio primario si ripete una volta dopo l’altra, garantito dai governi di turno. La vittoria dei fascisti nella guerra di Spagna ha permesso, inoltre, una gigantesca espropriazione da parte dei vinti di ogni tipo di proprietà: terre consegnate dalla legge della riforma agraria, abitazioni, imprese, bestiame, ecc. I difensori della proprietà hanno basato il loro potere su un furto colossale. Il problema dell’abitazione, che è una questione vitale per il proletariato, è irrisolvibile nel capitalismo, soprattutto in tempi di crisi profonde come quelle attuali in cui il capitale strappa alla classe operaia ogni tipo di bene pubblico per trasformarlo in impresa. Di conseguenza, la loro soluzione non è una questione di più o meno investimenti pubblici, di regolamentazione dell’affitto, della compravendita di abitazioni per evitare grandi proprietari, o della regolazione del prezzo delle abitazioni secondo criteri oggettivi come il metro quadrato, distanza dal centro della città o distanza dai servizi. Se l’abitazione rimane una merce, come nel capitalismo, questi miglioramenti sono effimeri, soprattutto in tempi di crisi come quelli attuali. Inoltre tutte le rivendicazioni che hanno a che fare con l’abitazione presentano programmi che devono essere veicolati attraverso lo stato borghese; anche le più radicali che parlano di espropriazione delle case agli speculatori.

L’obiettivo non può che essere la fine della proprietà privata del suolo, del capitale e delle imprese edili; e la sua esecuzione può realizzarsi solo dopo la distruzione dello Stato borghese da parte della rivoluzione proletaria, dalla classe operaia eretta in classe dirigente.

Questa consapevolezza degli obiettivi reali da perseguire non invalida, anzi, le lotte concrete. Ma solo l’esistenza del Partito Comunista, eretto come referente politico della rabbia, può allontanarla dal cammino della riforma e condurla al fuoco della rivoluzione. La classe operaia può risolvere in modo pratico i suoi problemi concreti solo attraverso l’esercizio della sua dittatura, e così avanzare sulla strada verso l’emancipazione dell’umanità.

In definitiva, dobbiamo prepararci per i tempi sempre più vicini in cui i prestidigitatori di turno non potranno effettuare un’esplosione controllata del malessere sociale e tirare fuori l’ennesimo coniglietto elettorale dalla scintilla. In definitiva, quando la lotta di classe si gioca sulla vita o sulla morte.

1 https://cincodias.elpais.com/companias/2026-09-04/las-energeticas-dispararan-su-beneficio-en-2026-gracias-a-los-precios-record-en-gas-y-petroleo.html

2 https://www.eleconomista.es/actualidad/noticias/14017282/09/26/quien-es-fernando-de-los-santos-el-portavoz-del-sindicato-de-inquilinas-es-sobrino-de-la-marquesa-de-ibias-y-nieto-de-un-exministro-de-adolfo-suarez.html

3 https://www.mivau.gob.es/el-ministerio/sala-de-prensa/noticias/jue-15012026-1559

New York Times: pronto il piano del Pentagono per colpire l'Iran in 72 ore

 

Il Pentagono, su indicazione del presidente statunitense Donald Trump, ha elaborato i dettagli per una nuova offensiva militare contro l'Iran. Il piano prevede una campagna di tre giorni di intensi attacchi mirati contro obiettivi strategici, militari ed energetici, come rivelato dal New York Times sulla base di informazioni fornite da funzionari americani.

Secondo la ricostruzione del quotidiano, le operazioni prenderebbero di mira depositi di missili e droni, infrastrutture energetiche, posti di comando e quartier generali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. I dettagli sono stati analizzati durante un vertice ad alto livello sulla sicurezza nazionale tenutosi a Camp David, la residenza presidenziale nel Maryland, e presieduto dal vicepresidente JD Vance. Ciononostante, il presidente Trump avrebbe già respinto negli ultimi mesi cinque diverse proposte per interventi militari su larga scala contro l'Iran o le milizie Houthi in Yemen. Il capo della Casa Bianca ha dichiarato che non autorizzerà azioni contro Teheran prima delle elezioni di medio termine di novembre, aggiungendo che tra i due Paesi sono in corso colloqui definiti produttivi.

Nel frattempo, Washington continua a potenziare la propria presenza militare in Medio Oriente. Entro la fine di ottobre, tre portaerei statunitensi con i rispettivi gruppi d'attacco potrebbero trovarsi contemporaneamente nella regione per la prima volta dal 2003, supportate da oltre 20.000 tra marinai e marines e da centinaia di velivoli da combattimento. All'interno dell'entourage presidenziale le opinioni restano divise: una parte degli advisor dubita che nuove incursioni possano modificare la linea strategica di Teheran, mentre altri ritengono che un'offensiva breve ma ad alta intensita possa destabilizzare l'economia iraniana.

A dispetto dei preparativi bellici, non vi e alcuna certezza che Trump dia il via libera definitivo alle operazioni, nemmeno dopo la scadenza elettorale. Nel frattempo, il canale diplomatico tra Washington e Teheran rimane in una fase di stallo a causa dei profondi disaccordi sul programma nucleare iraniano.

Palestinese salvò 30 israeliani il 7 ottobre, ma Israele gli demolisce casa

 

Come scritto da Nadav Rapaport per Middle East Eye, le autorità israeliane hanno demolito alcune proprietà appartenenti a un cittadino palestinese di Israele che, durante gli attacchi del 7 ottobre 2023, aveva salvato la vita a 30 israeliani al festival musicale Nova.

Secondo quanto riportato dal sito di notizie israeliano Local Call, le forze governative hanno raso al suolo un magazzino e un pollaio di proprietà di Yousef Zyadna, mentre l'abitazione di suo nipote è stata completamente distrutta. Zyadna, un autista di minibus, si era spinto nel cuore dell'attacco nelle prime ore del 7 ottobre per evacuare decine di giovani. Per il suo straordinario valore era stato successivamente premiato con una cerimonia ufficiale presso il museo Amici di Sion.

This story is insane. The Palestinian Bedouin Israeli Yusef Alziadna is widely regarded as a hero in Israel after having saved 30 lives on Oct. 7. Today, in recognition of his bravery, Israeli security forces arrived at his home with bulldozers & demolished the foundations of his family's home. They also demolished his storage shed & a chicken coop & damaged the area used by his brother’s flock of sheep. It's not just his own property -- it's the whole neighborhood Israel wants to destroy. 65 demolition orders hang over the homes in the neighborhood. Just a week ago, his nephew got married; shortly before the wedding, he, too, had received a demolition order for his home. When the bulldozers arrived, it turned out that the newlywed had already demolished his own home to avoid a forced demolition. There is 1 and only 1 reason Israel is trying to wipe Yusef's neighborhood off the map: Yusef and his family have P-positive DNA. They are Palestinian Arab Bedouin, not Jewish. But Israel is a state for people with J-positive DNA. Jews. That means Israel will do whatever it can to push Yusef, his family and community off their land, because they have the wrong DNA. Rahat itself was constructed decades ago to force Bedouins off their ancestral lands in the Naqb, into settled communities where they would have no access to land where they could tend to their flocks of goat, sheep, animals, etc. Today, Yosef was scheduled to give an interview on Reshet Bet and recount once again how he saved... ...many on October 7th. He cancelled the interview. Instead of coming to the studio, he invites people to come to him and see what the bulldozers did in his neighborhood today. https://t.co/k2Pvfw4Gud

— Zachary Foster (@_ZachFoster) October 6, 2026

L'operazione condotta da decine di bulldozer si è svolta nel quartiere di Zyadna, nei pressi della città meridionale di Rahat, travolgendo diverse strutture della comunità beduina. Attualmente pendono circa 65 ordini di demolizione contro le abitazioni della zona. Zyadna ha dichiarato a Local Call di non pentirsi delle sue azioni, affermando che aiutare il prossimo fa parte dei suoi valori e della sua educazione. Ha inoltre aggiunto di possedere documenti risalenti all'epoca ottomana che attestano la presenza della sua famiglia su quelle terre ben prima della nascita dello Stato di Israele, ribadendo la ferma intenzione di non abbandonare la propria casa.

La famiglia Zyadna ha pagato un prezzo altissimo al conflitto: quattro suoi membri furono presi in ostaggio il 7 ottobre. Sebbene due di loro siano stati rilasciati nel novembre 2023, gli altri due hanno perso la vita in prigionia e i loro corpi sono stati restituiti a Israele all'inizio del 2025. Zyadna ha inoltre denunciato che, nonostante soffra di disturbi legati al trauma dal 7 ottobre, lo Stato non gli ha garantito alcun sostegno finanziario per le cure mediche.

L'episodio ha suscitato forti polemiche interne. Naama Lazimi, deputata della Knesset per il partito di opposizione I Democratici, ha definito Zyadna un'eroina israeliana e un simbolo di convivenza, qualificando le demolizioni come una vergogna morale ed etica e chiedendo che il riconoscimento dell'eroismo si traduca in tutele concrete per tutti i cittadini.

Come sottolinea Nadav Rapaport per Middle East Eye, gli abbattimenti rientrano in una più ampia campagna promossa dal ministero della Sicurezza Nazionale contro le presunte costruzioni abusive nelle comunità beduine del Negev. Il ministro Itamar Ben Gvir ha rivendicato l'azione come parte di uno sforzo per ripristinare la governance nella regione, celebrando pubblicamente il proseguimento delle demolizioni anche a Gerusalemme Est. La popolazione beduina del Negev conta circa 320.000 persone e rimane una delle realtà più vulnerabili ed emarginate del Paese.

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Regno unito. Ebrea, 94 anni, arrestata per il sostegno a Palestine Action

 

Come riportato da Caterina Hearst su Middle East Eye, all'età di 94 anni l'ex avvocata per i diritti umani Margaret Owen cercava da mesi di farsi arrestare per manifestare il proprio dissenso. Di origine ebraica e storicamente legata alla famiglia del ministro degli Esteri britannico Ed Miliband, la donna ha raccontato di aver partecipato ripetutamente, insieme a centinaia di altri pensionati, a veglie silenziose con cartelli di protesta contro il genocidio e a sostegno del gruppo Palestine Action.

Nonostante avesse persino appeso il cartello alla finestra di casa inviando le foto alla polizia metropolitana, le autorità avevano inizialmente ignorato le sue provocazioni. Tuttavia, il 27 settembre, durante una manifestazione all'esterno della conferenza del Partito Laburista a Liverpool, il suo arresto è stato eseguito. Come riportato da Caterina Hearst su Middle East Eye, Owen si trovava insieme a circa 200 persone, per la maggior parte anziane e disabili, che protestavano pacificamente prima che la polizia iniziasse a circondare i presenti e a condurli sui furgoni.

L'arresto si inserisce nella stretta attuata dal governo Starmer, che nel luglio 2025 ha messo al bando Palestine Action basandosi su accuse di terrorismo e rendendo punibile qualsiasi forma di sostegno con pene fino a 14 anni di carcere. Secondo le stime dell'organizzazione Defend our Juries, l'applicazione della misura ha portato all'arresto di circa 3.850 persone per reati di opinione o manifestazione.

La vicenda assume un valore emblematico per i legami personali tra i protagonisti. Owen era infatti legata da profonda amicizia a Marion Kozak, madre di Ed Miliband e sopravvissuta all'Olocausto, scomparsa di recente e nota per le sue posizioni a sostegno del popolo palestinese. Riflettendo sulla situazione, Owen ha dichiarato a Middle East Eye che la madre del ministro sarebbe stata al suo fianco a reggere quel cartello, pur dicendosi speranzosa per i segnali di apertura espressi da Miliband sulla politica estera nel Medio Oriente.

Mentre gli attivisti denunciano una deriva autoritaria e chiedono la revoca del divieto — la cui legittimità sarà valutata dalla Corte Suprema — il ministero dell'Interno continua a difendere la misura, sostenendo che l'interdizione del gruppo non comprometta il diritto fondamentale di protestare a favore della causa palestinese.

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Falessi, Coordinamento Solidarietà con la Palestina: "Solidali col popolo che resiste non solo che soccombe"

                 

7 ottobre, tre anni dopo. Il genocidio in diretta social del popolo palestinese prosegue indisturbato e impunito. Nessuna sanzione, anzi Netanyahu minaccia il mondo nella sede delle Nazioni Unite. 

L'Antidiplomatico intervista Silvano Falessi, portavoce del Coordinamento di Solidarietà con il Popolo Palestinese. Parliamo di quella fatidica data che ha segnato la storia contemporanea, una data che è diventata un tabù, un dogma, una categoria morale, un evento intoccabile. Proprio in questi giorni nel nostro paese passa alla Camera la Proposta di Legge contro "l'antisemitismo", un bavaglio anticostituzionale che dovrebbe allarmare tutti gli italiani, e non solo coloro che si battono per la causa palestinese. Il Coordinamento di Solidarietà con il Popolo Palestinese porta in piazza le bandiere dell' "Asse della Resistenza", non senza dibattiti anche all'interno della galassia filo-palestinese italiana. Ci facciamo spiegare le ragioni di questa scelta e ve le facciamo ascoltare. 

Droni iraniani low cost mettono in crisi Pentagono e NATO

 

Secondo un'analisi pubblicata da Politico, i droni iraniani a basso costo stanno mettendo a dura prova le capacità militari degli Stati Uniti e dei loro alleati NATO, evidenziando le difficoltà delle forze occidentali nell'affrontare la guerra asimmetrica.

Nonostante le ripetute affermazioni del presidente Donald Trump — secondo cui il potenziale militare dell'Iran sarebbe stato "completamente distrutto" dopo mesi di attacchi americani e israeliani —, Teheran continua a condurre operazioni efficaci con i suoi droni Shahed. In particolare, i nuovi modelli Shahed-238 a propulsione a reazione stanno ridefinendo il concetto di minaccia economico-letale, sfidando aperto le moderne reti di difesa aerea.

Le incursioni dei droni hanno causato rilevanti danni strutturali a diverse installazioni statunitensi, costringendo il Pentagono a ridimensionare i livelli di sicurezza di varie basi strategiche. Tra le decisioni più significative figura il ritiro completo dei bombardieri strategici B-1 dalla base aerea di Fairford, nel Regno Unito, un episodio che dimostra come tecnologie accessibili ed economiche possano vulnerare apparati militari ad altissima tecnologia.

I blitz iraniani condotti con droni e missili balistici hanno inoltre colpito il centro di comando, i terminali satellitari e i depositi logistici della base USA in Bahrein. Le ripercussioni operative sono immediate: la Marina statunitense, non potendo più effettuare rifornimenti nel porto bahreinita, è stata costretta a deviare le proprie rotte logistiche di ben 3.200 chilometri verso la base di Diego Garcia, nell'Oceano Indiano, mentre le scorte di sistemi d'intercettazione antiaerea continuano a ridursi drasticamente.

La pressione iraniana rischia di estendersi anche alle installazioni americane in Qatar e Kuwait, esposte a possibili attacchi in un momento di forte carenza di intercettori. Le preoccupazioni legate alla sicurezza sono tali da aver spinto i servizi di protezione a far viaggiare il presidente Trump con un velivolo di scorta segreto durante una visita ufficiale ad Ankara.

Di fronte a questa emergenza, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato la creazione di un comando militare dedicato alla guerra con i droni. Tuttavia, fonti ufficiali ammettono che occorreranno anni prima che questa nuova struttura produca risultati concreti sul campo.

L'allarme coinvolge direttamente anche i partner europei della NATO, che temono una proliferazione incontrollata di droni assemblati con componenti commerciali di facile reperibilità, utilizzabili da gruppi organizzati o singoli per attacchi a infrastrutture critiche. Nel frattempo, il Congresso degli Stati Uniti ha formalmente riconosciuto le perdite subite, confermando che 81 velivoli del Pentagono sono stati distrutti o danneggiati durante le operazioni di rappresaglia iraniane.

Come conclude l'analisi di Politico, l'espansione della tecnologia dei droni sta costringendo Washington e gli alleati a ripensare integralmente la propria dottrina difensiva: la capacità dell'Iran di esercitare una forte pressione con sistemi low-cost mette seriamente in discussione la tradizionale superiorità militare convenzionale dell'Occidente.

 

Iran e Russia sempre più vicini: vertice anticipato Putin-Pezeshkian

 

In risposta all'unilateralismo statunitense, Iran e Russia hanno deciso di rafforzare la cooperazione globale a tutela dei propri interessi e della stabilità regionale.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha incontrato giovedì l'omologo russo Vladimir Putin a margine del vertice della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e del forum ambientale sul Mar Caspio, tenutisi in Turkmenistan.

Durante il colloquio, Pezeshkian ha ribadito che Teheran non intende abbandonare la via diplomatica, nonostante le continue pressioni di Washington: "Siamo aperti al dialogo, ma ogni volta che trattiamo con gli Stati Uniti subiamo nuovi attacchi. Ciononostante, non ci ritireremo dal tavolo dei negoziati". Il leader iraniano ha spiegato che l'Iran ha già presentato formali proposte e apportato modifiche a quelle avanzate da Washington, confermando la volontà di entrambe le parti di proseguire il confronto attraverso i canali stabiliti.

Pezeshkian ha poi ribadito che l'obiettivo prioritario dell'Iran rimane porre fine al conflitto e garantire i diritti del proprio popolo nel rispetto del diritto internazionale. "Se gli Stati Uniti pensano di imporre la propria agenda con l'unilateralismo, falliranno", ha avvertito, criticando i tentativi di Washington di dettare le regole al resto del mondo e auspicando un rapido passaggio a un ordine multilaterale. Contestualmente, ha ringraziato Mosca per la ferma opposizione alle politiche statunitensi e per il costante sostegno offerto all'Iran nei forum internazionali.

Il presidente iraniano ha inoltre espresso grande soddisfazione per l'espansione dei rapporti bilaterali nei settori commerciale, economico e umanitario, confermando l'intenzione di consolidarli all'interno del programma strategico congiunto: "Iran e Russia restano partner strategici e amici fidati".

Da parte sua, Vladimir Putin ha confermato la piena disponibilità della Russia a fare tutto il possibile per favorire una soluzione al conflitto in Medio Oriente: "Riconosciamo gli sforzi sinceri dell'Iran per porre fine a una crisi scoppiata nella regione senza alcuna sua responsabilità". Il presidente russo ha inoltre chiesto a Pezeshkian di trasmettere i suoi personali saluti alla Guida Suprema dell'Iran, l'ayatollah Seyyed Mojtaba Khamenei, definendo poi le iniziative umanitarie tra le due nazioni "un virtuoso modello di cooperazione bilaterale".

Nel corso dell'incontro, i due leader hanno analizzato gli eccellenti progressi nelle relazioni economiche — segnati da una crescita del 21% negli scambi commerciali — e hanno concordato di dare ulteriore impulso alle partnership nei settori chiave di energia, agricoltura, trasporti e commercio.

L'incontro, inizialmente in programma per venerdì, è stato anticipato a giovedì su decisione di entrambi i presidenti, come confermato dal consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov. Il precedente vertice bilaterale tra Pezeshkian e Putin risaliva al 1° settembre, a margine del summit dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO).

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Ricevuto — 8 Ottobre 2026 ⏭ Feed RSS di lantidiplomatico.it

Assedio di Israele a Gaza: 21.000 pazienti a rischio, attese fino a 8 anni

 

Il Ministero della Salute di Gaza ha lanciato un severo avvertimento l'8 ottobre: oltre 21.000 tra pazienti e feriti gravemente rischiano di dover attendere fino a otto anni prima di poter uscire dalla Striscia per ricevere cure salvavita. A causa del perdurante assedio, la condizione attuale è stata definita dalle autorità sanitarie locali come "una condanna a morte diretta e lenta".

"Queste cifre non sono semplici statistiche, ma un disperato grido d'aiuto da parte di oltre 21.000 persone a cui viene negato quotidianamente il diritto fondamentale alle cure e alla vita", si legge nel comunicato ufficiale del ministero. Con il costante aumento mensile dei casi urgenti, l'evasione delle sole nuove richieste di trasferimento richiederebbe altri quattro anni, portando i tempi complessivi di attesa a un livello critico. Dal ministero sottolineano che migliaia di pazienti hanno "corpi che non possono sopportare di aspettare giorni o settimane, figuriamoci anni".

L'organismo sanitario ha rivolto un urgente appello alle Nazioni Unite, alla comunità internazionale e alle organizzazioni per i diritti umani affinché impongano la riapertura completa dei valichi per consentire le evacuazioni mediche senza restrizioni "prima che sia troppo tardi".

Un sistema sanitario ridotto in macerie

L'allarme giunge in un contesto in cui la rete sanitaria locale è devastata dal lungo conflitto e dalle restrizioni sull'ingresso di forniture ed equipaggiamenti medici essenziali. L'ONG Medical Aid for Palestinians (MAP) ha dichiarato al New Arab che nell'intera Striscia di Gaza non è rimasta neanche una macchina per la risonanza magnetica (RMN) funzionante e sono operativi solo uno o due tomografi computerizzati (TC).

In base ai dati diffusi dal ministero:

Stazioni di ossigeno: ad agosto risultavano operative solo 12 strutture su 34, a servizio di oltre 500 pazienti — inclusi neonati e bambini in terapia intensiva — con il rischio imminente di blocco totale per mancanza di parti di ricambio.

Ospedali: meno di 20 dei 36 ospedali di Gaza sono parzialmente attivi, privi delle scorte necessarie di insulina, carburante per i generatori e strumenti diagnostici. Questo isola in modo drammatico i pazienti oncologici e dializzati.

Personale e strutture colpite: secondo il Direttore Generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari e le strutture mediche hanno subito centinaia di attacchi.

Il dramma delle mutilazioni e l'emergenza umanitaria

L'OMS ha segnalato che migliaia di persone, compresi moltissimi bambini, hanno subito l'amputazione degli arti, spesso in assenza di anestesia. Dall'ottobre 2023, solo circa 13.760 pazienti sono riusciti a essere evacuati per ricevere trattamenti all'estero.

A tre anni dall'inizio delle ostilità, il bilancio delle vittime e dei feriti resta drammatico, con oltre 74.000 morti e più di 175.000 feriti secondo i dati del Ministero della Salute. La quasi totalità della popolazione locale ha subito sfollamenti forzati e ripetuti, mentre le infrastrutture civili dell'intera regione rimangono prevalentemente distrutte.

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Cina, il Laos diventa un nuovo punto della cooperazione militare di Pechino

 

La Cina amplia la cooperazione militare nel Sud-est asiatico con l'apertura in Laos di un nuovo centro congiunto di supporto e addestramento presso l'aeroporto di Ban Keun. L'iniziativa, annunciata alla fine di settembre dal Ministero della Difesa cinese, è destinata principalmente alla formazione dei piloti dell'Aeronautica militare laotiana. Pechino ha sottolineato che la struttura «non è diretta contro Paesi terzi», ma punta ad approfondire la cooperazione pratica tra i due eserciti e a contribuire alla pace e alla stabilità regionale.

L'infrastruttura potrebbe tuttavia avere anche un potenziale impiego duale. Un eventuale ampliamento delle piste consentirebbe infatti di ospitare velivoli cinesi di maggiori dimensioni per missioni di ricognizione e sorveglianza. Secondo diversi esperti, però, il nuovo centro avrebbe un'importanza limitata per la proiezione militare cinese, considerando che Pechino dispone già nel sud della Cina di basi in grado di svolgere funzioni analoghe.

Per il Laos, al contrario, la struttura assume un peso significativo. Le limitate capacità delle sue Forze Armate rendono infatti l'assistenza cinese particolarmente importante per la formazione dei militari e per la modernizzazione della propria Aeronautica. Il centro potrebbe inoltre essere utilizzato durante le esercitazioni aeree congiunte che il Laos conduce ogni anno con la Thailandia, consentendo di svolgere addestramenti più vicini a condizioni operative reali.

L'accordo conferma così il rafforzamento dei legami militari tra Pechino e Vientiane. Per la Cina si tratta di un ulteriore strumento per consolidare la propria influenza regionale; per il Laos, di un'opportunità concreta di modernizzare le proprie capacità militari.


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Rubio: il conflitto in Ucraina potrebbe degenerare

Il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha avvertito che i combattimenti in Ucraina potrebbero degenerare in un conflitto regionale "molto più pericoloso". "Si tratta di una guerra molto pericolosa. È una guerra estremamente pericolosa perché, francamente, al momento sembra esserci una situazione di stallo; e le situazioni di stallo sono molto pericolose, poiché possono concludersi solo in due modi", ha dichiarato durante una conferenza stampa a Lisbona.

"Il primo è un accordo negoziato, in cui entrambe le parti devono cedere qualcosa per ottenere la pace <...>. L'altro modo in cui si risolve uno stallo è attraverso un'escalation. Una delle due parti, o entrambe, intensificano le proprie azioni nel tentativo di piegare l'avversario e rompere lo stallo: ed è proprio questo l'aspetto molto pericoloso", ha affermato Rubio. Ha avvertito che un'escalation potrebbe "trasformare quella che è una guerra tra due Paesi in un conflitto regionale molto più ampio e pericoloso".

Rubio ha aggiunto che Washington continuerà a lavorare per favorire una soluzione negoziata e porre fine al conflitto.


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«Abbiamo preso la Bastiglia!»: la protesta degli studenti dilaga in Francia

La protesta degli studenti delle scuole superiori e delle università torna a scuotere la Francia. Giovedì nuove mobilitazioni hanno attraversato Parigi e numerose altre grandi città, con migliaia di giovani scesi in strada per denunciare le condizioni del sistema educativo. Nella capitale diverse manifestazioni hanno raggiunto Place de la Bastille, dove alcuni studenti sono saliti sul celebre monumento sventolando la bandiera francese e intonando l’inno nazionale. «Abbiamo preso la Bastiglia!», ha gridato uno di loro davanti alla folla.

Tra gli slogan scanditi dai manifestanti è comparso anche «Macron dimissioni», insieme alle richieste di interventi concreti per migliorare la situazione delle scuole. «Non vogliamo parole, vogliamo fatti», ha dichiarato una studentessa di 17 anni a Nantes, riferendosi alle promesse del primo ministro neoliberista Sébastien Lecornu di affrontare la crisi entro la fine del mese. Le proteste, iniziate alla fine di settembre, denunciano la carenza di insegnanti, gli orari sovraccarichi, le aule deteriorate e gli edifici scolastici privi di condizioni adeguate per affrontare il caldo.

La giornata è stata prevalentemente pacifica, anche se in alcune città si sono verificati tentativi di appiccare incendi e danneggiare pensiline degli autobus. In risposta, la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni, manganelli e proiettili di gomma, suscitando accuse di uso sproporzionato della forza da parte di manifestanti e organizzazioni per i diritti umani.

Il tema della violenza delle forze dell'ordine pesa ormai fortemente sulla mobilitazione. Lunedì un quindicenne ha perso una mano dopo essere stato colpito da una granata stordente a Lens. La settimana precedente, un ragazzo di 14 anni aveva perso diversi denti dopo essere stato raggiunto da un lanciatore di granate nella periferia di Parigi. Per quest'ultimo episodio, martedì un agente di polizia è stato formalmente incriminato. La protesta studentesca contro il neoliberismo di Macron, che intanto gioca alla guerra contro la Russia, si allarga così oltre la semplice denuncia delle condizioni delle scuole e diventa una nuova manifestazione del malcontento sociale che attraversa la Francia.

Riyadh e Damasco valutano l'invio di 20.000 truppe siriane in Yemen

 

Secondo quanto riportato da Axios l'8 ottobre, che cita tre funzionari statunitensi, l'Arabia Saudita e la Siria starebbero discutendo il dispiegamento di fino a 20.000 soldati siriani in Yemen. L'obiettivo sarebbe sostenere l'offensiva promossa da Riyadh contro il governo yemenita guidato da Ansarallah (i ribelli Houthi).

Il presidente autoproclamato siriano, Ahmad al-Sharaa, starebbe valutando seriamente la richiesta. Secondo le stesse fonti, l'amministrazione Trump e il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) sono stati consultati e non si opporrebbero alla proposta in linea di principio.

Attualmente, Riyadh impiega mercenari yemeniti sul campo per contrastare le forze guidate da Ansarallah. Tra le unità siriane prese in considerazione per la missione figurerebbero la 90ª e l'84ª divisione dell'esercito di Damasco; quest'ultima sarebbe composta da combattenti estremisti che hanno militato sotto il comando di Hayat Tahrir al-Sham (HTS).

Un'analisi di Axios rileva come l'invio di truppe siriane rischi di introdurre una marcata dimensione confessionale e di aggravare ulteriormente il conflitto. L'attuale esercito siriano include infatti una forte componente estremista sunnita legata all'ex affiliata di Al-Qaeda HTS — caratterizzata da un'ideologia salafita ostile alle comunità sciite e alawite —, mentre Ansarallah è un movimento musulmano sciita zaydita.

In passato, Donald Trump aveva suggerito l'impiego di combattenti estremisti siriani in Libano a sostegno delle operazioni israeliane contro Hezbollah.

La notizia del possibile accordo giunge in un momento di forte escalation: nel fine settimana, le forze filosaudite, coperte dal supporto aereo di Riyadh, hanno lanciato un'imponente operazione di terra mirata a riconquistare territori strategici, tra cui la capitale Sana'a e lo stretto di Bab al-Mandab. Riyadh punta a ribaltare le recenti sconfitte subite per mano delle Forze Armate yemenite (YAF), che hanno conquistato la città costiera di Mokha e minacciano il controllo saudita su Taiz.

Un funzionario statunitense ha confermato che l'ipotesi del dispiegamento è stata discussa a Riyadh durante l'incontro tra il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) e il presidente siriano.

Ahmad al-Sharaa (precedentemente noto come Abu Mohammad al-Julani), ex comandante dello Stato Islamico in Iraq ed ex leader di HTS designato come terrorista dalle Nazioni Unite, è salito al potere a Damasco nel dicembre 2024. Sebbene fonti statunitensi definiscano "altamente probabile" l'adesione di Sharaa alla richiesta saudita, Ahmad Muwaffaq Zaidan, consigliere per i media della presidenza siriana, ha smentito ufficialmente la ricostruzione di Axios.

Per Washington, il coinvolgimento delle truppe siriane rappresenterebbe un modo per sostenere l'alleato saudita e consolidare i rapporti con il nuovo corso a Damasco senza impegnare direttamente truppe statunitensi. Tale riavvicinamento trova riscontro nelle recenti decisioni dell'amministrazione Trump: il 30 settembre, il Dipartimento di Stato ha modificato il regolamento ITAR rimuovendo la Siria dalla lista dei paesi soggetti a embargo sulle armi statunitensi e ha annunciato l'intenzione di riaprire l'ambasciata americana a Damasco dopo 14 anni di chiusura.

La proposta in 7 punti dell'Iran agli USA: "Pronte le contromisure, ma resta la via diplomatica"

 

L'Iran ha annunciato che risponderà entro pochi giorni alla controproposta degli Stati Uniti riguardante il piano di pace, affermando di essere oggi molto più preparato rispetto al passato ad affrontare una potenziale escalation militare.

Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araqchi, ha confermato lo scambio di messaggi in corso tra Teheran e Washington, avvenuto tramite intermediari, incentrato sulla proposta in sette punti presentata dall'Iran. Araqchi ha sottolineato che il processo negoziale è attivo e che entrambe le parti continuano a confrontarsi indirettamente. Teheran sta attualmente esaminando i feedback forniti dagli Stati Uniti per poi formalizzare la propria posizione a breve.

Il monito di Teheran: "Un nuovo conflitto coinvolgerà tutti"

Nel ribadire l'auspicio che Washington scelga la via della ragionevolezza, il capo della diplomazia iraniana ha lanciato un chiaro avvertimento: "Se ricorreranno di nuovo a soluzioni militari, saremo più pronti che mai e adotteremo ogni misura necessaria per difenderci. Se invece sceglieranno la via diplomatica, siamo pronti al dialogo."

In seguito all'aggressione israelo-americana iniziata il 28 febbraio, le forze armate iraniane hanno condotto attacchi contro obiettivi strategici statunitensi in diverse aree dell'Asia occidentale e hanno dichiarato la chiusura dello Stretto di Hormuz a tutto il traffico marittimo.

Il conflitto, che dura ormai da sette mesi, si è trasformato in una prolungata guerra di logoramento per Washington, innescando una pesante crisi energetica su scala globale. L'Iran ha più volte ribadito che un ulteriore attacco contro i propri interessi nazionali porterebbe a un ampliamento inevitabile del fronte di guerra.

La proposta in 7 punti per la riapertura dello Stretto di Hormuz

Araqchi ha definito "equa e ragionevole" la proposta formulata da Teheran per la riapertura dello Stretto di Hormuz. I sette punti chiave del piano comprendono:

  1. Cessazione delle operazioni militari: stop alle ostilità su tutti i fronti, incluso quello libanese.

  2. Fine del blocco marittimo: stop alle interferenze e al blocco navale ai danni dell'Iran.

  3. Diritti sovrani nello Stretto di Hormuz: definizione di meccanismi congiunti con l'Oman e i paesi costieri del Golfo Persico per la gestione della navigazione.

  4. Risarcimento dei danni e ricostruzione: garanzia di fondi per la ricostruzione e il risarcimento dei danni subiti dall'Iran.

  5. Revoca totale delle sanzioni: eliminazione di tutte le misure sanzionatorie contro Teheran.

  6. Risoluzione del dossier nucleare: superamento delle divergenze sul programma nucleare iraniano.

  7. Sblocco degli asset congelati: restituzione e pieno accesso ai beni iraniani bloccati all'estero.

Il nodo centrale del negoziato

Secondo fonti iraniane, la risposta degli Stati Uniti trasmessa dagli intermediari evidenzia che il vero punto di disaccordo non riguarda la sostanza dei sette punti, bensì la sequenza temporale e l'ordine di attuazione delle singole misure. Teheran ribadisce che il superamento definitivo del conflitto dipenderà esclusivamente dal pieno riconoscimento dei propri diritti legittimi.

Crimini a Gaza e Cisgiordania: lo scandalo che travolge l'Ambasciata USA in Israele

 

Un'inchiesta pubblicata dal New York Times l'8 ottobre rivela che David Milstein, alto collaboratore dell'ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, avrebbe sistematicamente bloccato e riscritto i rapporti della diplomazia americana destinati a Washington, con l'obiettivo di insabbiare le violazioni e i crimini commessi dalle forze israeliane in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Entrato in servizio presso l'ambasciata statunitense a Gerusalemme nell'aprile 2025 come capo di gabinetto di fatto di Huckabee, Milstein supervisiona buona parte delle attività della missione nei territori occupati. Secondo una dozzina di fonti diplomatiche tra Gerusalemme e Washington, avrebbe sfruttato la propria posizione per manipolare o sopprimere i dispacci relativi all'espansione degli insediamenti illegali, agli attacchi dei coloni, alle uccisioni di cittadini statunitensi di origine palestinese e alla gestione letale degli aiuti umanitari a Gaza.

Il caso dei cittadini americani uccisi e la censura al Congresso

Tra i documenti bloccati da Milstein figura un rapporto dell'ambasciata risalente a marzo 2025, che ricostruiva l'uccisione di nove cittadini palestinesi con cittadinanza americana da parte di coloni e soldati israeliani nell'arco di quattro anni. Tra le vittime figurava il diciannovenne Nasrallah Abu Siyam, ucciso a colpi d'arma da fuoco a febbraio da un colono mentre cercava di difendere il bestiame del proprio villaggio.

L'indagine interna era stata promossa a seguito del pressante intervento di 30 membri del Congresso guidati dal senatore Chris Van Hollen, i quali avevano chiesto chiarimenti al Segretario di Stato Marco Rubio. Dal dossier era emerso che la quasi totalità delle inchieste condotte da Israele si era conclusa con un nulla di fatto o con l'archiviazione, senza alcuna incriminazione.

Milstein ne ha impedito la trasmissione a Washington, imponendo invece una risposta formale che rassicurasse i parlamentari sulla corretta gestione dei casi da parte delle autorità israeliane. La lettera inviata dal Dipartimento di Stato al senatore Van Hollen il 4 maggio ometteva del tutto i dati dell'indagine, ponendo l'accento unicamente sull'importanza strategica della cooperazione di sicurezza con Israele. "Non garantire l'accertamento delle responsabilità significa mettere a rischio ulteriori vite di cittadini americani", ha denunciato Van Hollen.

Dalla strage degli aiuti umanitari ai test di lealtà interni

Nel corso dell'estate 2025, le operazioni di distribuzione della cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF) — un programma israelo-statunitense trasformatosi in una trappola mortale — hanno provocato la morte di almeno 1.400 civili in cerca di cibo. Di fronte all'imminente disastro, i diplomatici americani sul campo avevano inviato avvertimenti a Washington sul rischio di un'ulteriore escalation di vittime; Milstein ha riscritto il dispaccio presentando l'operazione come un successo ed eliminando ogni riferimento ai morti dai registri ufficiali.

Gli episodi di manipolazione hanno riguardato diversi ambiti:

Cisgiordania e coloni: ad aprile, di fronte agli allarmi dei vertici militari israeliani su una possibile nuova intifada innescata dalle violenze dei coloni, Milstein ha bloccato i report interni trasmettendo invece un cavo diplomatico a suo nome che lodava il premier Netanyahu per la presunta repressione dei disordini.

Annessione dei terreni: a febbraio, dopo la revoca delle tutele legali sull'acquisto di terreni in Cisgiordania da parte di Israele, l'ambasciata ha giustificato la misura a Washington definendola una risposta ai "bisogni umanitari" dei coloni.

All'interno dell'ambasciata, il clima è diventato opprimente: quattro funzionari hanno riferito che Milstein sottoponeva i colleghi a veri e propri "test di lealtà", chiedendo loro se fossero "filo-israeliani" o "filo-Hamas". Temendo ritorsioni e censura, molti diplomatici hanno smesso di redigere note informative, riducendo la produzione di report sugli affari palestinesi da diversi articoli a settimana a una manciata al mese.

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Melenchon: "Se sarò Presidente non faremo la guerra per Taiwan" (VIDEO)

 

«Come partner e non come nemici». È da questa premessa che Jean-Luc Mélenchon affronta la questione dei rapporti tra Francia, Stati Uniti e Cina, ponendo al centro la questione di Taiwan e la posizione storicamente assunta da Parigi.

Il leader della France Insoumise sostiene che, qualora fosse presidente della Repubblica francese, la Francia non parteciperebbe a una guerra contro la Cina per Taiwan. «Non faremo la guerra per Taiwan perché nel 1964, il generale de Gaulle ha riconosciuto a nome della Francia la Repubblica Popolare Cinese, che include Taiwan».

E ancora: «Se sono il presidente della Repubblica Francese, non faremo la guerra con gli americani contro i cinesi, neanche per Taiwan. Perché Taiwan fa parte della Cina». «E tratteremo con i cinesi perché se non lo faremo, saremo schiacciati», conclude.

 

Il candidato alla presidenza francese Jean-Luc Mélenchon: la Francia non dovrebbe partecipare a una “guerra degli Stati Uniti contro la Cina” per Taiwan. “Negozieremo con i cinesi perché, se non lo faremo, saremo schiacciati”. https://t.co/f8vWO7F9lA

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) October 8, 2026

Europarlamentare slovacco: "State creando una EuroGestapo e pensate alle elezioni in Russia"

 

Bruxelles sta conducendo l'Europa verso il totalitarismo e una "Euro-Gestapo", mentre si permette di impartire lezioni di democrazia alla Russia: è l'accusa lanciata dall'eurodeputato slovacco Lubos Blaha durante un dibattito al Parlamento europeo, in risposta alla responsabile della politica estera dell'UE Kaja Kallas, che aveva denunciato le recenti elezioni parlamentari russe come antidemocratiche. 

Blaha ha contestato frontalmente l'ipocrisia di Bruxelles, chiedendosi perché l'Unione si concentri sulla Russia mentre reprime il dissenso al proprio interno, citando gli arresti di manifestanti filopalestinesi in Germania e la detenzione di esponenti dell'opposizione estone, incarcerati secondo lui per essersi opposti alla guerra con la Russia. «Ha intenzione di istituire qui l'Euro-Gestapo, signora Kallas, e di rinchiudere tutti coloro che vogliono la pace?», ha tuonato, contestando poi il fatto che Bruxelles discutesse delle elezioni russe mentre l'Europa è in fiamme: «Forse non l'avete notato, ma la Spagna è in piazza, la Francia è in piazza, e voi siete qui a occuparvi delle elezioni russe. Siete degli ipocriti». 

Qui di seguito il suo intervento tradotto in italiano:

 
 
 
 
 
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L'attacco a Maduro e la resistenza cubana: la testimonianza di un militare sopravvissuto

Yohandri Varona Torres è un militare cubano. Il 3 gennaio scorso, quando gli Stati Uniti attaccarono il Venezuela e sequestrarono il presidente Nicolás Maduro, faceva parte della Sicurezza Personale del capo di Stato venezuelano da appena due mesi e sei giorni. Da quel momento ha parlato poco, ma ha ricostruito quei momenti di fuoco incrociato.

Erano circa le due di notte quando avvistò il primo elicottero del gruppo di commando statunitensi. Riuscì a uscire dalla postazione appena in tempo per trincerarsi a pochi metri di distanza e aprire il fuoco. Quella decisione, o la fortuna, gli ha salvato la vita. Gli attaccanti diressero il loro fuoco con precisione millimetrica contro la casetta che fino a pochi secondi prima aveva occupato.

"Avevano una potenza di fuoco molto superiore alla nostra", racconta Varona Torres come riporta Cuba en Resumen, "noi disponevamo solo di armamento leggero. L'altro fattore a loro favore è che sembravano sapere esattamente dove si trovava tutto. Così spararono contro le postazioni e i dormitori dove alloggiavamo noi cubani e riuscirono a uccidere, tra i primi, i comandanti".

Con 23 anni di esperienza nel Dipartimento di Sicurezza Personale e il grado di primo sottufficiale, non aveva mai vissuto nulla di simile. Ma l'addestramento aveva fatto il suo corso e quella notte svuotò caricatore dopo caricatore contro il nemico. "Bisognava sparare e sparare. Difendere e uccidere", afferma con voce ferma.

"Ci siamo battuti lì contro gli aerei che ci mitragliavano. Nonostante il nostro armamento fosse più leggero non abbiamo smesso di combattere, li abbiamo affrontati. Ho la mia preparazione e so come combattere, ma erano superiori a noi. In quel momento il mio unico pensiero fu combattere. Bisognava sparare e ho cominciato a farlo", ha raccontato. "Tutto era buio", prosegue il suo racconto di quella nefasta nottata. "Se un elicottero ti viene addosso, l'unica cosa che ti resta è sparargli e difenderti. È andata così. Fino all'ultimo momento abbiamo continuato a sparare. Nonostante il loro vantaggio di fuoco, sono sicuro che abbiamo inflitto loro delle perdite. Più di quante ne ammettano. Ci siamo battuti duramente. Abbiamo continuato a sparare finché quasi tutti siamo caduti, morti o feriti".

Non fu uno scontro rapido né facile. Con il passare dei giorni si è confermato che solo la morte e l'esaurimento delle munizioni riuscirono a spegnere la resistenza dei cubani. Yohandri ricorda tutto con una lucidità terribile. I suoi occhi sembrano ripassare una per una le immagini. Piange. Piange di rabbia. Non potrà mai dimenticare lo scontro, dice, ma soprattutto le ore successive, quando i sopravvissuti dovettero trasportare i corpi dei compagni caduti.

"Li abbiamo caricati e portati verso un edificio che aveva subito danni ma ci permetteva di ripararli. È stato molto duro, perché erano uomini che conoscevamo, con cui avevamo convissuto fino a poche ore prima. Ma li abbiamo portati via tutti, non ne abbiamo abbandonato nessuno".

"I nostri compagni sono una gloria per tutta Cuba. Erano miei fratelli. Lavoravano con me. Li ho visti cadere tutti e tutti li ho caricati. Lì non ci fu l'aiuto di nessuno per farlo, ma nessun corpo è rimasto sul campo. Li abbiamo conservati in un nostro dormitorio. Non riesco a spiegare il dolore. Ma almeno nessuno è rimasto in Venezuela. Sono qui, nella nostra Patria". "Quando cominciano a cadere le bombe l'unica cosa a cui si pensa è combattere. Eravamo lì per quello ed è quello che abbiamo fatto. Mi resta solo il dolore di non essere riusciti a fermarli. E questo dolore", ha detto colpendosi il petto, "devo sfogarlo contro il nemico".

Il 6 gennaio il governo cubano ha pubblicato le identità dei 32 cubani appartenenti alle Forze Armate e al Ministero dell'Interno morti in Venezuela, un elenco che include due colonnelli, un tenente colonnello, quattro maggiori e altri gradi militari, di età compresa tra i 26 e i 67 anni. Tutti operavano nel primo cerchio di sicurezza personale del leader chavista e sono stati promossi di grado post mortem.

"Per il mio paese ci sarà sempre la mia disposizione a contrastare il nemico ovunque ce ne sia bisogno. Così ci ha insegnato il Comandante. E la morte dei miei compagni non può essere vana", ha concluso Varona Torres.

Sheinbaum sulla presenza di membri dei cartelli messicani in Ucraina

La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha reso noto che il suo governo sta indagando su alcune segnalazioni secondo cui membri di cartelli messicani sarebbero stati reclutati per combattere a fianco del regime di Kiev in Ucraina.

"La questione è stata sollevata in sede di comitato per la sicurezza e sono in corso accertamenti per verificare l'autenticità dei video", ha spiegato la presidente durante una conferenza stampa. In riferimento a diverse registrazioni, diffuse sui social media nel corso della settimana, che mostravano presunti membri del Cartello di Sinaloa e del Cartello di Jalisco Nueva Generación intenti ad addestrarsi in un campo militare nel Paese europeo.

Sheinbaum ha aggiunto che, qualora la notizia venisse confermata, le autorità dovranno indagare sulle modalità con cui cittadini messicani legati alla criminalità organizzata si sono uniti al conflitto armato.

"O meglio, vengono reclutati. Stiamo approfondendo la questione - è in corso una verifica, dato che non vi è ancora certezza sulla natura dei video - ma potrebbero essere reclutati da una società privata coinvolta in questi conflitti o dall'esercito di una specifica entità o di un governo", ha osservato.

Ha inoltre chiarito che il governo messicano non ha avuto contatti con quello ucraino in merito a questa vicenda, sebbene, qualora fosse necessario, sarebbe il Ministero degli Esteri a gestire tali comunicazioni.

Negli ultimi mesi si è registrato un aumento delle segnalazioni secondo cui mercenari ucraini starebbero reclutando membri di cartelli messicani e colombiani per fornire loro un addestramento privato all'uso dei droni.

UE, via libera al 22° pacchetto di sanzioni alla Russia

Mentre l’Unione Europea neoliberista sprofonda in una crisi energetica ed economica senza precedenti, con le industrie che chiudono i battenti e i cittadini schiacciati sotto il peso di bollette insostenibili, Bruxelles non trova di meglio che alimentare la macchina del conflitto. L'UE, sempre più arroccata su posizioni guerrafondaie, si prepara a varare il ventiduesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Misure che, a conti fatti e dopo quattro anni di applicazione, si sono rivelate un autentico boomerang: del tutto inutili per piegare Mosca, ma devastanti e controproducenti per i bilanci e la stabilità degli stessi Stati membri.

Il via libera politico è arrivato nella giornata di ieri, 7 ottobre, quando gli ambasciatori dell'Unione hanno dato il loro nulla osta al nuovo pacchetto. Secondo quanto ricostruito dall'agenzia Tass e confermato da fonti europee a Reuters, la lista nera si gonfierà di oltre 1.570 tra persone fisiche e giuridiche. Si tratta di un aumento di quasi il 50% rispetto ai precedenti, che porta il totale degli enti russi colpiti a oltre 3.000 dall'inizio delle ostilità. 

A Bruxelles ci tengono a precisare che questo pacchetto non conterrà nuove e significative restrizioni commerciali o economiche. Tuttavia, per numero di individui ed enti inseriti simultaneamente, si tratterà del blocco più imponente dall'inizio del conflitto. Le sanzioni comportano il congelamento dei beni, il divieto di ingresso nel territorio UE e lo stop totale a qualsiasi attività congiunta per le imprese. Il via libera definitivo del Consiglio UE è atteso entro la fine della settimana.

Ma è proprio nel cuore di questa impalcatura punitiva che emerge il cortocircuito più evidente, quello che smonta la narrazione dell'efficacia delle sanzioni. Mentre l'UE stringe la cinghia, c'è chi si accorge che la corda sta strangolando i suoi stessi alleati. L'Estonia, storicamente tra i Paesi più falchi e russofobi dell'area baltica, ha dovuto bussare alla porta di Bruxelles per chiedere un'esenzione. Kerstin Lepik, portavoce della Rappresentanza Permanente estone a Bruxelles, ha confermato la richiesta all'emittente nazionale ERR, spiegando una situazione paradossale che la dice lunga sulla dipendenza europea dalle materie prime russe. "L'azienda russa fornisce materiali di importanza strategica per l'Europa a un'impresa con sede in Estonia", ha dichiarato la Lepik. Una confessione a mezza voce che vale più di mille rapporti economici: le sanzioni non fermano la macchina produttiva russa, ma rischiano di mandare in tilt quella europea.

Tallinn ha fatto sapere che l'azienda locale sta cercando fornitori alternativi per i materiali che attualmente importa dalla Russia, ma nel frattempo ha chiesto di stralciare la società russa e il suo manager dal pacchetto. La portavoce ha aggiunto che "l'Estonia valuterà nuovamente l'inclusione di questa azienda e della persona associata l'anno prossimo". Tradotto: ci servono quei materiali oggi, speriamo di poterne fare a meno domani. Un'ammissione di debolezza che certifica come il rigore ideologico si scontri ogni giorno con la realtà.

E invece di riflettere su queste crepe nel muro delle sanzioni, c'è chi vuole alzare ulteriormente il tiro, ignorando gli ingenti danni collaterali. La Lituania, sulla stessa lunghezza d'onda della vicina Estonia, ha proposto di vietare il transito di cereali russi attraverso il territorio dell'UE e di colpire l'agricoltura di Mosca. Il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevicius ha spinto per inserire nuovi individui del settore agricolo russo nella lista nera, dimostrando come la fame di sanzioni a tutti i costi prevalga sul buonsenso economico.

Il ventiduesimo pacchetto si preannuncia dunque come l'ennesimo atto di una farsa masochistica. Un'Europa che si dichiara unita e forte, ma che nei fatti arranca, divisa tra il furore di una russofobia ideologica e la necessità materiale di importare ciò che ha deciso di boicottare. Continueranno a varare pacchetti su pacchetti, ma la realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti: le sanzioni si sono rivelate un'arma spuntata contro la Russia e una tassa occulta che grava interamente sulle spalle dei cittadini europei.

 

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L'Iran chiarisce quando riaprirà lo Stretto di Hormuz

 

L'8 ottobre, Mohammad Mokhber, consigliere della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, ha fatto riferimento alla situazione nello Stretto di Hormuz e alle condizioni per la sua riapertura.

Ha dichiarato che la rotta marittima «non sarà riaperta in nessuna circostanza finché non saranno risolti i problemi del Paese». Ha inoltre indicato che Teheran «adotterà qualsiasi misura che contribuisca a rafforzare il potere» della Repubblica Islamica.

Le dichiarazioni di Mokhber giungono in un contesto di crescente tensione riguardo alla navigazione nello stretto, dove il traffico navale ha raggiunto il livello più basso degli ultimi due mesi.

Secondo i dati della società Kpler, citati da Reuters, martedì sono transitati per Hormuz sette mercantili, cifra salita a dieci nella giornata di mercoledì: un netto contrasto rispetto alle circa 125 navi che percorrevano quotidianamente questa rotta prima dell'inizio della guerra, il 28 febbraio.

Iran: Gli USA nascondono i danni: oltre 80 aerei distrutti"

 

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato giovedì che le reali perdite subite dagli Stati Uniti a seguito della guerra contro la Repubblica Islamica superano di gran lunga le cifre ufficiali.

«A maggio, il Congressional Research Service ha riconosciuto che le forze armate iraniane avevano distrutto 42 aerei militari statunitensi. Ora siamo a 81, ma il numero reale è molto più alto», ha scritto sul suo profilo X.

In May, the Congressional Research Service admitted that Iran’s Armed Forces had taken out 42 U.S. military aircraft. Now: 81. Real toll is far higher. Proof? CENTCOM won’t let a sitting Senator inspect bases it claims are fine. You can fool all the people some of the time... https://t.co/eB3fRrJFt4

— Seyed Abbas Araghchi (@araghchi) October 8, 2026

Come una delle «prove» di questo insabbiamento, il ministro degli Esteri ha affermato che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) «non permette a un senatore in carica di ispezionare le basi che sostiene essere intatte».

«Si può ingannare tutto il popolo per un po' di tempo...», ha concluso, con un chiaro riferimento alla celebre frase attribuita ad Abraham Lincoln.

Araghchi si riferiva al senatore democratico Chris Murphy, che di recente ha denunciato di essere stato ostacolato dal Pentagono nell'accesso alla base qatariota di Al Udeid, bersaglio frequente degli attacchi di rappresaglia iraniani.

In seguito al rifiuto, il legislatore ha accusato l'amministrazione di Donald Trump di aver orchestrato uno «sforzo incostituzionale» e una «campagna deliberata» per nascondere al Congresso e all'opinione pubblica l'entità reale dei danni, il numero di vittime e il costo complessivo del conflitto scatenato contro l'Iran.

L'imperialismo crede che al vincitore spetti il bottino, ma i popoli che resistono non abbassano le braccia». Intervista al professor Danny Shaw


di Geraldina Colotti

 

 Danny Shaw, statunitense, con un passato da pugile professionista, è accademico, professore alla New York University (dove è stato sanzionato per il suo sostegno alla causa palestinese), analista di Relazioni Internazionali per Telesur, RT, Hispan TV. A New York partecipa ai movimenti per la liberazione di Nicolás Maduro e Cilia Flores e, sempre l'8 ottobre, in occasione dell'udienza per la concessione degli arresti domiciliari a Flores per gravi motivi di salute, si recherà davanti al tribunale che dovrà decidere se concedere la misura alternativa alla detenzione. Lo abbiamo intervistato su questo tema e sulla situazione internazionale vista dal Nord America.


Professore Shaw, dal suo osservatorio a New York e dal suo costante attivismo, come analizza l'attuale clima politico negli Stati Uniti di fronte all'avanzata delle destre estreme, alle politiche di persecuzione, deportazione di massa e alla propaganda sulla "remigrazione" che colpiscono milioni di lavoratori migranti?


Qui la repressione contro gli immigrati è fortissima. Fin dall'inizio della campagna di Donald Trump, gli immigrati sono stati usati come capro espiatorio per addossare loro tutta la colpa di un'economia che non risponde ai bisogni della popolazione. Ci sono più di 40 milioni di americani che vivono sotto la soglia di povertà, e questo in un Paese con un'economia, un Prodotto Interno Lordo, superiore a 30 trilioni di dollari.

Diversi miei studenti, mentre andavano a lezione nel Bronx, sono stati fermati e discriminati dall'ICE e, se non riescono a presentare il loro atto di nascita e il passaporto, rischiano persino di essere deportati e separati dalle loro famiglie. Sono già più di 25 mila gli immigrati deportati in Paesi terzi che non hanno nulla a che fare né con loro né con i luoghi in cui sono nati e cresciuti. Abbiamo visto immagini crudeli e fasciste di haitiani incatenati sotto la pioggia, con Trump e Marco Rubio che festeggiano l'umiliazione delle nostre sorelle e dei nostri fratelli immigrati.


Milioni di persone vivono in semiclandestinità, nascoste dalle autorità, e milioni di altre vivono nella paura di andare all'università o al lavoro. C'è qui un clima fascista che non si vedeva in forme così estreme da diversi decenni. La persecuzione degli immigrati serve a far sì che noi non possiamo vedere i miliardari — e presto trilionari — che sono i responsabili dell'ingiustizia economica e della disuguaglianza sociale, con un tasso d'inflazione ogni giorno più alto; e a causa dell'intelligenza artificiale l'economia offre sempre meno posti di lavoro. Nessun immigrato è colpevole di tutto ciò: è semplicemente il modo più facile per distrarre la popolazione e dividere la classe lavoratrice.

La popolazione degli Stati Uniti non è molto consapevole della politica estera del governo yankee. Appena un terzo della nostra popolazione possiede il passaporto. C'è quindi soprattutto molta indifferenza riguardo al rapimento di Nicolás Maduro, presidente eletto del Venezuela, e all'invasione dell'Iran.

Questi continuano, però, a essere atti per nulla popolari. Il tasso di approvazione della guerra contro l'Iran gode di meno del 30% del sostegno della popolazione. La gente si chiede come sia possibile che il Pentagono abbia un bilancio di 1,5 trilioni di dollari, il più alto della sua storia, mentre per quanto riguarda l'occupazione, l'istruzione e la sanità pubblica i nostri diritti siano decisamente minimi.


Fino a che punto la narrativa dello "Scudo delle Americhe" e il controllo imperialista sul continente influenzano la polarizzazione interna all'interno degli stessi Stati Uniti?


La questione dello scudo delle Americhe, il progetto di una certa recolonizzazione dell'emisfero che ritorna al passato coloniale e alla Dottrina Monroe — oggi la dottrina Donroe, attraverso l'amministrazione Trump e i suoi portavoce, la classe dei miliardari, la classe Epstein, come molti amano chiamarla oggi perché credono di essere intoccabili —, vede ormai tutto il Sud America e i Caraibi come il proprio cortile di casa. Ne siamo testimoni. Vediamo la pistola puntata alla tempia del popolo venezuelano e dei suoi rappresentanti, come la presidenta incaricata Delcy Rodríguez. Stanno isolando sempre di più il Nicaragua, a cui stanno cercando di imporre sanzioni. Abbiamo visto la destra prendere il potere in Colombia, in Perù, in Bolivia e vincere il primo turno delle presidenziali in Brasile.

Il progetto di disgregazione, di disunione, è l'antitesi di tutto ciò che ha rappresentato la rivoluzione bolivariana, capace di connettere il continente e l'emisfero in un modo mai visto prima. Quella unità, guidata da grandi figure antimperialiste come Evo Morales, Rafael Correa, Hugo Chávez e Nicolás Maduro, sembra oggi una realtà distante. Sono i lacchè dell'impero ad aver fatto parte di quel progetto dello scudo delle Americhe, che sta provocando sempre più povertà e miseria in tutte le Americhe. Ma questo, per la nostra popolazione — a meno che non si tratti di latini o discendenti latinoamericani —, non è qualcosa che un lavoratore dell'Ohio o del Michigan, intento a capire come sbarcare il lunario per la propria famiglia e pagare l'affitto, riesca a comprendere riguardo alla realtà dei popoli delle nostre Americhe. Qui regna l'alienazione e la coscienza è minima a causa di ciò.


Lei ha partecipato attivamente ai movimenti di solidarietà internazionale per la liberazione di Cilia Flores e del presidente Nicolás Maduro. Da una prospettiva giuridica, politica e umana, come qualifica questo rapimento istituzionale e quale impatto geopolitico cerca di consolidare Washington con questa aggressione diretta contro la sovranità venezuelana?


Il 3 ottobre si sono compiuti 9 mesi dal rapimento del presidente venezuelano e della first lady. Ci siamo mobilitati, abbiamo manifestato davanti al carcere. Abbiamo urlato affinché il presidente sequestrato sappia che non sono soli. Sappiamo tutti che si tratta di un caso di lawfare; non esiste alcun capo d'imputazione legittimo contro il presidente Maduro e la sua compagna. Il Cartello dei Soli è stato un'invenzione dell'opposizione di destra di Miami e della CIA, e ogni semestre io chiedo ai miei studenti, il primo giorno di lezioni: «Chi è il più grande narcotrafficante del mondo?». Più o meno la metà risponde sempre: il governo yankee, la CIA e la DEA, perché sanno che sono queste le istituzioni che controllano i mari, i porti e i cieli. Come è stato dimostrato nel 1986, quando i Contra e la CIA furono sorpresi a muovere tonnellate di cocaina verso Los Angeles e Miami, provocando grandissima miseria in una specie di guerra biologica e chimica contro le popolazioni più emarginate qui negli Stati Uniti. Continuano a bombardare i pescatori. Forse, di tanto in tanto, c'è qualche piccola imbarcazione che trasporta un po' di contrabbando, ma non abbiamo mai visto alcuna prova. Hanno già assassinato più di 250 persone innocenti senza alcun processo.

Non hanno alcuna prova contro la First Lady Cilia Flores. È stata semplicemente una strategia ancora più aggressiva, poiché durante l'amministrazione Obama, e poi con Trump e Biden, ci sono state sanzioni che hanno provocato enormi necessità in Venezuela e la migrazione di oltre 8 milioni di venezuelani a causa della guerra economica. E poi hanno proclamato Juan Guaidó alla presidenza virtuale, uno sconosciuto mai eletto dal popolo venezuelano. È stato semplicemente un modo per continuare a saccheggiare le risorse del Venezuela, come i 2 miliardi di oro rubati dalla Banca d'Inghilterra.

Quindi, chi sono i colpevoli? Non Cilia Flores e Nicolás Maduro, bensì i ladri e gli assassini di sempre che cercano di controllare tutte le risorse e la ricchezza delle Americhe. E hanno iniziato con un accerchiamento militare, un blocco militare contro il Venezuela. Continuano a occupare i Caraibi con migliaia e migliaia di soldati, come minaccia contro il Venezuela e contro qualsiasi altro Paese che osi difendere la propria autodeterminazione, avvisandoli che potrebbe capitare loro la stessa sorte, o anche peggio, di quanto accaduto al Venezuela. E lo hanno detto chiaramente anche a Delcy Rodríguez: se esita a consegnare il patrimonio nazionale all'imperialismo, le potrebbe capitare peggio che al presidente Maduro.

Secondo il diritto internazionale, non c'è nulla di legale in ciò che hanno fatto; ma come ha proclamato Trump dal podio delle Nazioni Unite davanti al mondo, la classe dei miliardari che lui rappresenta non crede nella giustizia, non crede nelle leggi né nel diritto internazionale. Essi ritengono che al vincitore appartenga il bottino. Non si fanno scrupolo di aver compiuto moltissime azioni unilaterali, illegali e criminali. Sono arroganti e si credono intoccabili, perché non hanno mai subito alcuna conseguenza per le loro azioni criminali.


Di fronte alle pressioni estreme, al blocco e al ricatto, come valuta la resilienza e il ripiegamento tattico del popolo venezuelano e la postura delle sue istituzioni e dei suoi dirigenti di fronte a questa estorsione imperialista, un tema molto dibattuto nell'ambito della solidarietà internazionale?


Negli stati della Repubblica Bolivariana del Venezuela che ho percorso, nei vicoli e nelle campagne, si nota che il Venezuela ha una popolazione fortemente chavista; è un popolo chavista, un popolo addestrato a difendere i propri diritti e la propria sovranità. Ma in questo momento si tratta di una guerra tra Davide e Golia, e la dirigenza e le milizie non volevano vedere altra morte, non volevano vedere un Libano in Sudamerica. Conoscendo la capacità dell'imperialismo di sfollare e assassinare, hanno scelto la pace.

Sebbene quella pace implicasse una certa umiliazione e la necessità di negoziare con il nemico, il popolo continua a sognare. I suoi orizzonti sono la sovranità e la possibilità che le risorse del Paese possano nutrire il settore pubblico affinché tutti abbiano il necessario. Al pari del popolo cubano, il popolo venezuelano ha sofferto troppo a causa di un assedio militare ed economico dell'imperialismo. Si tratta dunque, oggi, di una realpolitik quella che costituisce la realtà in Venezuela.

Nel piccolo movimento di solidarietà, qui a livello di tutte le Americhe e in Europa, il movimento è animato da una polemica accesa. Alcuni comprendono che con una pistola puntata alla tempia, come diceva Lenin, non vi fosse altra alternativa. Altri dicono che quanto accaduto sia vergognoso e che una parte del governo, se non l'intero governo, sia complice. Esiste dunque questa forte dialettica all'interno del movimento.

Credo tuttavia che sia importante — nonostante le differenze e le contraddizioni secondarie — non dividerci quando tutti sappiamo chi è il responsabile di tutto ciò che sta accadendo in Venezuela e a Cuba. Di questo non hanno colpa le masse cubane e venezuelane, né la loro dirigenza. Ciò avviene all'interno di un contesto in cui la classe dei miliardari globali è più aggressiva e prepotente che mai.


Lei è stato recentemente a Cuba. Come ha percepito in prima persona l'impatto quotidiano dell'inasprimento del blocco e la resistenza dell'isola? Nonostante le estreme difficoltà economiche e l'asfissia deliberata, quali punti di forza soggettivi, culturali e politici mantiene il popolo cubano per sostenere il proprio progetto socialista di fronte all'assedio permanente degli Stati Uniti?


La prima volta che sono andato a Cuba per rompere il blocco e portare forniture mediche e altri generi fu nel 1995, in pieno periodo speciale. Ho chiesto a molti cubani: «Se gli anni '90 rappresentavano il periodo speciale, come si chiama allora questo periodo a partire dal 29 gennaio?». Molti hanno risposto che è un periodo apocalittico e genocida. Coloro che riescono a sopravvivere sono quelli che hanno famiglia a Miami e la capacità di ricevere dollari, ma una grande percentuale, il cubano comune, non ha modo di ricevere quel denaro. Perciò il blocco e la guerra contro Cuba sono diretti contro il popolo.

L'amministrazione di Marco Rubio e Donald Trump ha bloccato anche il settore privato affinché il governo cubano — che ha agito in modo eroico in difesa del proprio popolo già per 66 anni — non possa più provvedere alla sua popolazione.

Esistono quindi piccole e medie imprese, negozi privati, supermercati privati, come se fossero piccole penisole di privilegio di Miami, dove il cubano che possiede dollari può comprare, consumare e mangiare; ma è ovvio che il 90% del popolo cubano non ha accesso a quei negozi privati. Per questo definirlo un genocidio economico è qualcosa che calza a pennello per il cubano comune. Per un'infermiera o un'insegnante che lavora duramente, il suo stipendio oggi, di 5 o 6 mila pesos, è ormai il prezzo di una bottiglia d'olio; la popolazione non ha quindi modo di sopravvivere. Washington sta cercando di imporre un terreno neoliberale, vuole punire le masse cubane per aver resistito così a lungo; ciò che ho visto è stato allarmante.

A causa del blocco energetico annunciato da Trump il 29 gennaio, c'è una grave realtà di disidratazione e fame a Cuba. Ho potuto percorrere il Paese. Sono andato da L'Avana a Sancti Spíritus, Camagüey, Holguín, Santiago. Ho visitato quasi tutte le province del Paese per essere testimone di una guerra economica, di un genocidio economico e silenzioso, come dice il cancelliere Bruno Rodríguez, che era insieme a noi qui a New York lo scorso fine settimana in un evento contro la guerra a Cuba, la quale rappresenta una stella di sopravvivenza e sovranità da più di sei decenni.


Danny, lei conosce molto da vicino la realtà di Haití: come spiega la profonda catastrofe sociale, politica e di sicurezza che attraversa il Paese? Quale ruolo giocano le ingerenze straniere e i falsi progetti di intervento "umanitario" o di polizia, e come resistono le forze popolari di fronte a questo blocco imperialista?


Haití è un Paese brutalmente bloccato dagli Stati Uniti e sottoposto a un'aggressione sistematica. Le cosiddette gang non sono un fenomeno spontaneo, bensì gruppi paramilitari armati fino ai denti con equipaggiamento yankee, utilizzati esattamente allo stesso modo del paramilitarismo in Colombia per smobilitare e massacrare un campesinato militante e una popolazione che anela a essere libera. Tra il 2018 e il 2021, di fronte alla potente valanga di mobilitazioni popolari contro la dittatura neoliberale, l'oligarchia haitiana e il governo di Washington sono ricorsi a questi paramilitari per controllare Port-au-Prince e la principale regione agricola, la Tiboní.

Oggi il popolo haitiano è intrappolato sotto una doppia occupazione: quella dei paramilitari a livello interno e l'intervento straniero guidato da mercenari aziendali come quelli di Blackwater e da migliaia di effettivi delle Nazioni Unite, spinti direttamente da figure come Donald Trump e Marco Rubio con soldati di diversi Paesi per occupare Haiti per la quarta volta in meno di un secolo. Nonostante si sentano isolati di fronte a questa tenaglia militare armata con fucili yankee, il popolo haitiano non abbassa le braccia e continua a cercare con fermezza la solidarietà internazionalista per spezzare le catene della propria oppressione.

Capire la Cina attraverso i consumi

 

di Fabio Massimo Parenti* - CGTN

Il “vecchio continente” continua a vedere la Cina con lenti anacronistiche, a giudicare invece di provare a capire, rimanendo in tal modo incapaci di cogliere i cambiamenti strutturali occorsi negli ultimi lustri e in modo più evidente negli ultimi anni. Parliamo di economia, della sua struttura, di come evolve a seguito dell’implementazione dei piani e degli indirizzi politici volti a sviluppare le “nuove forze produttive di qualità”, che a loro volta stanno portando il Paese di mezzo ad avanzare lungo la catena del valore delle filiere produttive.

E qui arriviamo ai consumi, all’idea, errata che “la Cina produca troppo e consumi poco”.

Nel periodo delle vacanze per la Festa nazionale della Repubblica Popolare Cinese, la cosiddetta “Settimana d’oro”, gioverà ricordare come stiano evolvendo i consumi nel Paese. Innanzitutto, nei sette giorni di festività del 2026 si stimano oltre 2,14 miliardi di spostamenti interregionali, mentre i soli viaggi ferroviari hanno superato i 152 milioni, con un incremento del 13,1% rispetto all'anno precedente. Questa mobilità testimonia la rilevanza crescente dei consumi legati ai viaggi, al turismo e alle esperienze. Infatti, da oltre un decennio i consumi rappresentano, in media, la principale componente della crescita economica cinese, superando il contributo degli investimenti e delle esportazioni nette, pur con oscillazioni annuali. Nel XIV Piano quinquennale (2021–2025), il loro contributo medio alla crescita del PIL è stato del 58,8%, secondo l'Ufficio nazionale di statistica. Se prendiamo il 2025, il contributo alla crescita del Pil (+5%) da parte dei consumi finali è stato pari a 2,6 punti percentuali, superiore tanto a quello delle esportazioni nette (1,6 punti) quanto agli investimenti (0,8 punti). Tradotto in quota, parliamo del 52% della crescita complessiva.

Ma cerchiamo di andare oltre e di osservare la natura di ciò che si esporta e si consuma all’interno. La Cina del 2026 ha una struttura economica profondamente diversa rispetto a dieci anni fa. Dall’immagine della Cina dei giocattoli, del tessile e delle merci a basso valore aggiunto siamo passati alla Cina delle automobili elettriche, dei robot industriali, dei droni, delle navi, delle batterie, dei pannelli solari e delle tecnologie avanzate. La trasformazione, tuttavia, non riguarda soltanto ciò che la Cina produce ed esporta. È cambiata anche la struttura della domanda interna, con un ruolo crescente dei consumi e, al loro interno, dei servizi. Più in particolare, i consumi di servizi da gennaio ad agosto sono aumentati del 4,9%, mentre quelli di beni soltanto dell’1%. E non è una dinamica circoscritta agli ultimi mesi. Nel 2025 la spesa per servizi rappresentava già il 46,1% della spesa pro capite dei residenti cinesi, 3,5 punti percentuali in più rispetto al 2020.

La settimana d’oro è quindi una lente particolarmente efficace attraverso cui osservare una trasformazione più profonda che procede da anni: dalla centralità dell'investimento a un maggiore ruolo dei consumi e, all'interno di questi, dall'acquisto di beni alla crescente domanda di servizi ed esperienze. Una quota crescente della domanda riguarda infatti turismo, ristorazione, cultura, sport, intrattenimento, mobilità e nuove esperienze. Già nella prima metà del 2026, ad esempio, le vendite di servizi legati alla consulenza turistica e al noleggio erano cresciute dell’11,3% e quelle relative a cultura, sport e tempo libero del 10,4%.

Ma cosa significa “consumo esperienziale”? Significa che è cambiato il modo stesso in cui si attribuisce valore al consumo. Un viaggio può integrare gastronomia, cultura locale, spettacoli, musei, sport e acquisti; allo stesso modo, uno spazio commerciale può diventare luogo di socialità, intrattenimento e fruizione culturale. Non casualmente, durante il periodo festivo di quest’anno sono stati programmati in tutta la Cina oltre 20 mila eventi culturali e turistici, accompagnati da oltre 310 milioni di yuan (circa 46 milioni di dollari) di voucher e sussidi al consumo.

Un esempio viene da Weifang, dove la partecipazione di una madre e della figlia a un torneo giovanile ha attivato, in un unico viaggio, trasporti, pernottamenti, ristorazione, sport e visite culturali. In Cina si parla ormai comunemente di “economia del biglietto” per indicare proprio questo fenomeno: il ticket di un concerto, una competizione o una mostra diventa il punto di partenza di una catena di consumi. È la logica del “mangiare, alloggiare, spostarsi, visitare, acquistare e divertirsi”; attività sempre più integrate in una medesima esperienza di consumo.

Nuovi stili di vita generano nuove forme di consumo e, contemporaneamente, l’emergere di nuovi “scenari di consumo” alimentano una domanda che prima non esisteva. In altre parole, con l'aumento del benessere e la trasformazione degli stili di vita, il mercato cinese sta progressivamente spostando il proprio baricentro dal possesso all’esperienza, dalla quantità alla qualità e alla diversificazione dei consumi.

È un passaggio rilevante anche sul piano macroeconomico. L’espansione dei consumi interni, e in particolare dei servizi, è ormai parte esplicita della strategia economica cinese per il Quindicesimo Piano Quinquennale. La sfida è creare reddito, fiducia e un’offerta sufficientemente diversificata perché una parte crescente della domanda interna futura possa tradursi in nuovi consumi.

Anche per questo la settimana d’oro racconta qualcosa che va ben oltre i numeri del turismo e della spesa durante le festività. Racconta un’economia e una società che stanno cambiando rapidamente. Per comprenderle, però, occorre prima di tutto liberarsi delle vecchie lenti con cui continuiamo troppo spesso a guardare la Cina.

*Fabio Massimo Parenti è professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia

L'autore Fabio Massimo Parenti è professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia

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