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Il mostro di Frankenstein. La guerra cognitiva russa e la narrativa che cuce ideologie morte

13 Giugno 2026 ore 11:57

C’è una scena ricorrente nei romanzi gotici dell’Ottocento: il dottore folle che di notte fruga nei cimiteri, strappa arti da cadaveri diversi e li cuce insieme sperando di ridar vita a qualcosa che non ha mai avuto una vita unitaria. È la metafora più precisa per descrivere l’architettura della guerra cognitiva russa nel conflitto ucraino: una narrativa “Frankenstein” che assembla frammenti di ideologie morte — anticapitalismo, antimperialismo, nostalgia sovietica, neopaganesimo slavo, suprematismo bianco, retorica pacifista — e li cuce in un mostro coerente solo nell’odio per l’Occidente liberaldemocratico.

Il paradosso al cuore dell’operazione è tanto evidente quanto sistematicamente ignorato: la Russia di Putin giustifica la propria invasione dell’Ucraina come una “missione di denazificazione”, mentre le sue unità d’élite sul campo ostentano apertamente la simbologia del Terzo Reich. Il Gruppo Rusich, guidato da Alexei Milchakov, neonazista dichiarato, sfoggia rune Waffen-SS e il Kolovrat, variante slava della svastica. La brigata “Española” era identificata dal codice 88 — abbreviazione cifrata di “Heil Hitler” — operativa fino alla fine del 2025. Dmitry Utkin, fondatore operativo del Gruppo Wagner, portava tatuati sulle clavicole i simboli delle SS, e il nome stesso “Wagner” fu scelto come omaggio al compositore prediletto di Hitler. Denazificare l’Ucraina usando neonazisti: la contraddizione non è un errore logico, è un metodo.

Quel metodo si chiama guerra cognitiva. Non è propaganda nel senso tradizionale del termine — la diffusione di un messaggio univoco verso un pubblico passivo. È qualcosa di più sofisticato e più destabilizzante: la produzione industriale di contraddizioni, l’inquinamento sistematico del campo semantico, la trasformazione del dubbio in arma. L’obiettivo non è convincere che la Russia ha ragione, ma convincere che non esiste una ragione verificabile, che tutto è relativo, che “anche dall’altra parte ci sono nazisti”, che la verità è irraggiungibile. In questo spazio di nebbia cognitiva il mostro di Frankenstein prospera, perché nessuno ha più gli strumenti per identificarne le suture.

La specificità italiana di questa operazione merita attenzione particolare. L’Italia si è rivelata il laboratorio più fertile per testare la saldatura tra opposti estremismi. Il meccanismo è stato elaborato attraverso la cosiddetta “Quarta Teoria Politica” di Alexander Dugin — importata e adattata al contesto italiano da figure come Orazio Maria Gnerre — che propone un asse trasversale tra estrema destra e sinistra antagonista unificato dall’avversione all’atlantismo e al liberalismo. Il risultato è una narrativa in cui il pugno chiuso copre il saluto romano, e la lotta al “fascismo ucraino” diventa l’involucro ideologico che nasconde la più grande forza mercenaria neonazista e reazionaria del XXI secolo.

Il volto umano di questo inganno ha un nome: Edy Ongaro, militante veneto della sinistra radicale morto nel 2022 combattendo con il Battaglione Prizrak nel Donbass. La sua figura è stata trasformata da Mosca in un’icona propagandistica: il “nuovo partigiano internazionalista” che dà una parvenza di antifascismo a un’invasione condotta da unità dichiaratamente neonaziste. Il cortocircuito è deliberato: se anche un militante di sinistra combatte per il Donbass, allora forse lì davvero c’è qualcosa che vale la pena difendere. La logica del testimone oculare ideologicamente orientato, trasformato in strumento di influenza post-mortem.

Questa “disinformazione a cascata” — che non mira a formare una convinzione ma a saturare l’ambiente informativo di rumore — trova in Italia una rete di amplificatori che va dai canali Telegram privi di fact-checking agli ospiti fissi dei talk show di prima serata. L’Italia è l’unico Paese del G7 che ospita regolarmente propagandisti del Cremlino nei propri spazi mediatici mainstream. La soglia di riconoscimento del mostro di Frankenstein si abbassa ogni volta che il mostro viene invitato a sedersi al tavolo come interlocutore legittimo.

La sfida che il conflitto ucraino pone alle democrazie europee non è quindi soltanto militare né soltanto economica: è cognitiva. Richiede la capacità di riconoscere le suture del mostro di Frankenstein — di distinguere l’anticapitalismo genuino dalla sua versione teleguidata da Mosca, il pacifismo autentico dalla sua variante funzionale al disarmo dell’aggredito, il giornalismo di inchiesta dal “dubbio metodico” che si trasforma in rendita di posizione. Richiede, in ultima analisi, quella che potremmo chiamare immunità narrativa: la capacità collettiva di non essere reclutati come parti del corpo del mostro, ignari che le nostre braccia siano già cucite al torso di qualcun altro.

Il dottor Frankenstein, nel romanzo di Mary Shelley, alla fine è divorato dalla propria creatura. La domanda aperta, per l’Europa, è se saremo capaci di riconoscere il mostro prima che bussi alla porta.

L’Europa dei volenterosi e la pace che non arriva. L’opinione di Guandalini

13 Giugno 2026 ore 11:50

Per l’Ucraina bisogna spingere sul negoziato e sulla fine delle violenze. Sono le parole di Papa Leone XIV. Sparse nell’atto multitudinario, nell’evento di popolo, titolava El País, della sua visita in Spagna. Il vertice dei volenterosi di domenica 7 giugno a Londra ha provato e riprovato a trovare format congeniali per spalancare all’Europa le porte a un ruolo di pace, di mediazione ma, purtroppo, con esiti inconcludenti. Posticci. Il giorno dopo non ci sono notizie sulle prime pagine dei giornali europei. Zero su quelli inglesi. Per i tedeschi è pervenuto il Süddeutsche Zeitung con un pezzo dedicato agli attacchi ucraini a San Pietroburgo. I fogli francesi: Le Figaro ha preferito spostarsi verso la parata del 14 luglio annunciando la presenza in volo degli aerei ucraini.

I volenterosi di punta, Macron, Merz, Starmer, tre leader senza popolo a casa loro, mancano di quella terzietà necessaria per intraprendere la marcia diplomatica. L’Europa tutta ha compiuto il grave errore di aver trasformato una crisi locale in una crisi mondiale. E questo fa sì che ogni passo sia condizionato da questo. Il copione ha avuto uno svolgimento contorto, a tratti ipocrita e compassionevole. Invio di armi, no all’invio di armi, invio solo per la difesa ma non siamo in guerra con la Russia, invio di armi per la pace, pace giusta e duratura, l’Ucraina nella Nato ma anche no, l’Ucraina nell’Unione europea ma chissà se ce la farà, stiamo con Zelensky fino alla vittoria della guerra, la pace si fa con la forza.

Il conflitto in Ucraina, il più lungo in Europa dal 1945, ha superato i 1418 giorni della Grande Guerra Patriottica tra Unione Sovietica e Terzo Reich, ha generato anche paure e tensioni tra le popolazioni europee che, dopo il trauma vissuto con la pandemia, subiscono un allarmistico susseguirsi di dichiarazioni autorevoli di invasioni prossime venture della Russia. Il cattolicissimo premier polacco Donald Tusk, a proposito degli aiuti necessari verso Zelensky, affermava «soldi oggi o sangue domani», proprio nel momento in cui Papa Leone dichiarava che «si usa la paura per un’ingiustificata corsa al riarmo».

Sorprende la superficialità di linguaggio con la quale i leader politici europei parlano di pericolo di terza guerra mondiale. La sensazione è che non aspettassero altro per dirlo. In attesa di un errore, di un incidente per giustificare la tensione. Un avvertimento che alimenta l’escalation. Per avvalorare le tesi che abbiamo sentito a ripetizione nel corso della guerra russo-ucraina, il pericolo di Putin alle porte dell’Europa, pretesto valido per accendere qualsivoglia miccia, armatevi e partite. Il premier polacco ha detto che siamo più vicini che mai a un conflitto da seconda guerra mondiale. La cautela nel tracciare scenari catastrofici imminenti — l’isteria la lascio ai talk tv (i quali riducono la realtà a vaniloquio, ha scritto Aldo Grasso) impegnati a montare tifoserie da Sturmtruppen, opinionisti e generali a riposo e in servizio seduti al fronte nel salotto di casa — va usata per evitare un incontrollato inasprimento che può portarci effettivamente nel baratro.

Ha detto il filosofo Massimo Cacciari durante un dibattito a Reggio Emilia: «Il ruolo dell’Europa doveva essere e dovrebbe essere anche in futuro quello di fare da ponte tra Occidente e Oriente; è una follia aver pensato un futuro senza l’Est Europa, senza la Russia. Solo così l’Europa può aspirare a essere una potenza. La reazione dell’Europa di armarsi e di andare alla guerra è sbagliata».

Per questo serve che l’Europa nomini un mediatore di pace delegato a incontrare Putin e Zelensky per iniziare a vedere la pace possibile. È un’attesa lunga. Dura da quattro anni. Il nome di Angela Merkel è il più congeniale allo scopo.

Si risolve il conflitto russo-ucraino partendo dal dicembre 1991. Nei mesi successivi Boris Eltsin, che prese il posto di Mikhail Gorbaciov dopo il fallito colpo di Stato nell’agosto dello stesso anno, accelerò la separazione delle repubbliche sovietiche decretando la fine dell’Urss. Il 31 maggio 1991 organizzai a Mantova nella Sala Polivalente del Palazzo Te il secondo International Colloquium Investire all’Est, figlio del primo evento in assoluto dopo la caduta del muro di Berlino, tenutosi a Roma nel marzo del 1990 (da cui fu pubblicato il libro da me curato, Investire all’Est, con prefazione dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano). Consultai gli stessi economisti vicini a Gorbaciov per capire la situazione interna al Paese e loro mi confermavano che ormai il segretario del Pcus e Presidente dell’Unione Sovietica non godeva più dell’apprezzamento del popolo. Oggi addirittura è stato rimosso dalla memoria storica dei russi (avremo modo di sviluppare prossimamente un’ipotesi corrente che segnala come la storia dell’Unione Sovietica si sarebbe svolta diversamente se alla guida della nazione — segretario del PCUS dal 1982 al 1984 — fosse rimasto per più tempo Yuri Andropov, capo del Kgb dal 1967 al 1982, oggi rivalutato; a una sua biografia c’è la prefazione di Putin, che disse «non conosciamo il paese in cui viviamo», teorico delle riforme graduali, aveva in mente lo stesso svolgimento del socialismo di mercato cinese).

La vicenda ucraina, le trattative per una pace equa e duratura, parte dalla storia lunga della minoranza russofona, maggioranza in Donbass (e nella Crimea annessa nel 2014) e a Zaporizhzhia, Kherson e Kharkiv, e dal rispetto degli impegni presi nel 1991 con l’indipendenza e nel 2014 con gli accordi di Minsk: neutralità rispetto alla Nato e autonomia speciale del Donbass. L’ex premier tedesca Angela Merkel ha dettagliato di recente un’analisi storicamente incontrovertibile. I Paesi baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) e la Polonia hanno una grossa responsabilità per lo scoppio del conflitto nell’Est, dal dialogo con Putin dopo il fallimento degli accordi di Minsk fino alla guerra in Ucraina.

Le trattative con i russi devono partire da qui. Voltarsi indietro per andare avanti. La questione, come ho già avuto modo di scrivere su Formiche.net, gira attorno ai territori conquistati da Putin e a quella frase che abbiamo ricordato, detta da Trump: «Zelensky, devi prepararti a cedere territori». Realismo e pragmatismo rendono evidente che da lì non ci si può scostare. E di rincalzo, tempo fa, il ministro della Difesa Guido Crosetto al Corriere della Sera disse: «Zelensky sa che dopo tre anni di guerra gli obiettivi che si era posto devono essere cambiati; non può ottenere tutto, deve mediare tra quel che sarebbe giusto e quel che è accettabile».

Non ha vinto né la Russia né l’Ucraina. Sul terreno ci sono due milioni di morti, da una parte e dall’altra, e distruzioni ovunque. Zelensky e Putin devono rispondere di questo. Con lo spirito di quella frase inserita nel capitolo XXXII dei Promessi Sposi: «Il buon senso c’era: ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

Il divario quantistico tra Usa e Cina si assottiglia. E Pechino sogna il vantaggio

13 Giugno 2026 ore 11:40

L’avanzata della Cina nel campo delle tecnologie quantistiche sembra spingersi ben oltre la ricerca di laboratorio, assumendo una dimensione sempre più concreta e quindi strategica. Lo evidenzia bene Sunny Cheung in un’analisi pubblicata da Jamestown Foundation, stressando il fatto che Pechino abbia ormai conquistato un vantaggio significativo nelle comunicazioni quantistiche sicure, mentre gli Stati Uniti mantengono ancora la leadership nei principali indicatori della computazione quantistica. Anche se questo divario si sta riducendo rapidamente. Per il Partito comunista cinese le tecnologie quantistiche rappresentano uno strumento essenziale per superare i colli di bottiglia tecnologici causati dalle restrizioni occidentali e rafforzare la competitività industriale e militare del Paese. Non a caso, la rivista teorica Qiushi ha recentemente definito il settore di “incommensurabile importanza strategica”, sottolineando come possa contribuire a risolvere il problema della dipendenza tecnologica dall’estero.

Nel suo studio Cheung propone una “scorecard” composta da undici indicatori suddivisi nelle tre categorie di tecnologie fondamentali, applicazioni pratiche ed ecosistema industriale. Il risultato fotografa una competizione ormai molto equilibrata, con Washington che mantiene il vantaggio in quattro parametri, Pechino guida in cinque, mentre due risultano sostanzialmente in parità. Dietro questi numeri, però, emergono dinamiche differenti, poiché gli Stati Uniti continuano a primeggiare nella ricerca di base e nello sviluppo dei processori quantistici, mentre la Cina ha concentrato gli investimenti sull’implementazione concreta delle tecnologie, soprattutto nel settore delle comunicazioni protette.

Uno dei risultati più significativi riguarda la cosiddetta “quantum advantage”, cioè la capacità di un computer quantistico di svolgere calcoli impossibili per qualsiasi supercomputer tradizionale. Negli ultimi dodici mesi due sistemi cinesi hanno stabilito nuovi record mondiali: il processore superconduttore Zuchongzhi 3.0 e soprattutto il computer fotonico Jiuzhang 4.0, che secondo i ricercatori sarebbe in grado di completare un’operazione che richiederebbe a un computer classico circa 10⁴² anni. Sebbene queste stime siano oggetto di continuo dibattito scientifico, il risultato testimonia la crescente competitività della ricerca cinese.

Il vero punto di forza di Pechino resta però la sicurezza delle comunicazioni. La Cina dispone già di una rete quantistica terrestre superiore ai 10.000 chilometri che collega grandi città, enti governativi, istituzioni finanziarie e centri di ricerca. A questa si affiancano i satelliti Micius e Jinan-1, che hanno dimostrato collegamenti quantistici su migliaia di chilometri, consentendo comunicazioni praticamente impossibili da intercettare senza alterarne il contenuto. Nessun Paese occidentale dispone oggi di un’infrastruttura paragonabile. La leadership cinese deriva soprattutto dallo sfruttamento del cosiddetto “entanglement quantistico”, il fenomeno che consente di rilevare qualsiasi tentativo di intercettazione di un messaggio. Grazie a un decennio di investimenti pubblici, Pechino è riuscita a trasformare una tecnologia sperimentale in una rete operativa, creando un vantaggio strutturale che potrebbe avere importanti implicazioni sia civili sia militari.

Gli Stati Uniti conservano comunque un vantaggio significativo in diversi aspetti della computazione quantistica. Google e Ibm guidano ancora nella precisione delle operazioni logiche, nella correzione degli errori e nello sviluppo dell’ecosistema software, elementi essenziali per costruire futuri computer quantistici universali. Tuttavia, anche in questi ambiti la Cina sta recuperando rapidamente terreno. Alla fine del 2025 il processore Zuchongzhi 3.2 è infatti riuscito a superare la cosiddetta soglia di correzione degli errori, dimostrando che il proprio approccio hardware può essere scalabile, sebbene rimanga ancora meno efficiente rispetto ai sistemi sviluppati da Google.

In ogni caso, secondo l’autore dello studio sarebbe prematuro trarre conclusioni definitive sull’esito della competizione. Le tecnologie quantistiche restano infatti in una fase relativamente iniziale e nessun esperto ritiene realistico che un computer quantistico possa compromettere nel breve periodo gli attuali sistemi di crittografia. E anche se la distanza tra Stati Uniti e Cina si è ridotta sensibilmente nell’ultimo anno, e molti programmi cinesi stanno avanzando più rapidamente di quanto stimato da numerose valutazioni occidentali, Washington ha ancora margine d’azione per non perdere la competizione.

La corsa quantistica si sta quindi delineando come uno dei principali fronti della competizione tecnologica tra Washington e Pechino. Se gli Stati Uniti continuano a dominare la ricerca di frontiera, la Cina sta dimostrando una crescente capacità di trasformare i risultati scientifici in infrastrutture operative, consolidando un vantaggio concreto nelle comunicazioni sicure e rafforzando uno dei pilastri della propria strategia di sicurezza nazionale.

 

Il Papa ha capito l’IA più di tanti politici. Parla lo youtuber Gaito

13 Giugno 2026 ore 11:35

Quando Leone XIV ha pubblicato la Magnifica Humanitas, la lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, i media si sono quasi all’unisono concentrati principalmente su una parola, “disarmare”. Il risultato è stato prevedibile, con titoli che evocavano prese di posizione papali sui conflitti armati e sull’agenda geopolitica. Tutto giusto, ma non sufficiente a restituire il quadro di quanto espresso dal Pontefice. Raffaele Gaito, divulgatore digitale con oltre 200.000 iscritti su YouTube, autore del volume In cosa posso esserti utile. Guida molto pratica e poco emotiva all’intelligenza artificiale (Mondadori, 2026), ha dedicato un video sui suoi canali social proprio a smontare quella lettura.

«Hanno preso una frase, anzi una singola parola molto forte, “disarmare”, ed è stato facile costruire una notizia attorno a quel termine», dice Gaito a Formiche.net. Nel documento pontificio, il verbo compare in riferimento a un meccanismo di dominio legato all’intelligenza artificiale, ovvero la concentrazione del potere tecnologico nelle mani di pochi grandi attori privati. «Il pericolo di lasciare tutto nelle mani di un gruppo di imprenditori della Silicon Valley e di utilizzare queste tecnologie senza una seria riflessione etica. Il messaggio è evidente fin dalle prime pagine».

Tre livelli di lettura

Restando al di là del contenuto di natura spirituale, e quindi religiosa, materie di cui Gaito non si occupa, il divulgatore identifica nell’enciclica almeno tre livelli di significato distinti. Il primo è storico. «Il fatto stesso che esista un’enciclica dedicata all’intelligenza artificiale ha un valore non indifferente. Ci fa capire quanto la tecnologia sia ormai presente nelle nostre vite e quanto stia già incidendo in modo trasversale sulla società». Il secondo è politico, nel senso più ampio del termine. L’enciclica ha detto cose che altri non hanno detto. «Il Papa ha condiviso riflessioni che ci saremmo aspettati da altri soggetti, ma che non sono arrivate, né dalla politica, né tantomeno dal mondo accademico o da quello degli intellettuali». Molti di coloro che seguono i suoi canali, racconta Gaito, gli hanno scritto chiedendogli se non trovasse paradossale che fosse stato il Papa a colmare quel vuoto. «E io dico sì, e nel frattempo i politici stanno lì a guardare e forse il Papa e il suo team, che hanno lavorato a questa enciclica, hanno compreso più di tanti l’impatto che ha questa tecnologia».

Il terzo livello riguarda il contenuto. Gaito spiega infatti di avere costruito negli anni una divulgazione esplicitamente centrata sulla persona, il che lo porta ad essere particolarmente diretto su questo punto. «È un messaggio in cui io mi ritrovo molto. Sono diversi anni ormai che condivido il mio pensiero sull’intelligenza artificiale, raccontando i pro e i contro, i benefici e le limitazioni e così via, e mi sono rivisto in molte di quelle parole».

Il tifo da stadio che non aiuta il dibattito

Uno dei nodi più discussi dell’enciclica è il modo in cui il tema dell’intelligenza artificiale viene trattato nel dibattito pubblico. Leone XIV chiede di non essere spettatori passivi. «L’intelligenza artificiale spesso viene trattata in modo divisivo. Sei a favore o sei contrario. Il tifo da stadio non fa bene al dibattito», spiega Gaito, che tuttavia individua un ostacolo strutturale. «La tecnologia è qua, è già nelle nostre vite. Non stiamo parlando del futuro ma del presente. Cercare di comprenderla significa raccontarne le potenzialità e i limiti, gli aspetti positivi e i rischi, far capire quello che c’è dietro». Un approccio che però, riconosce, non è commercialmente conveniente. «Questo approccio razionale, molto concreto, quindi poco emotivo, è una cosa molto rara. È una cosa che non funziona quanto funziona urlare allo scandalo e fare il titolone che magari ti fa vendere una copia in più o ti fa ottenere un clic in più».

Algoritmi che decidono vite

L’enciclica dedica poi ampio spazio al tema delle disuguaglianze prodotte dall’intelligenza artificiale. Non un problema teorico, dice Gaito. «Già in realtà c’è. Il fatto è che molte persone non lo sanno. Ogni volta che apriamo un social c’è un algoritmo che decide cosa mostrarci, e quella roba ci influenza quotidianamente. Ma la parte grave è quando è un’IA a decidere che magari non puoi avere un mutuo, un’assicurazione oppure no, persino se puoi essere assunto o licenziato. Ecco, in quei casi la questione diventa molto importante, perché non ci si può nascondere dietro la scusa del “l’ha deciso l’algoritmo”, con un effetto scaricabarile, nel quale nessuno si prende la responsabilità e nessuno paga le conseguenze». La risposta, per Gaito, passa per la regolazione e la trasparenza. «Bisogna pretendere che il legislatore vada in una certa direzione, che le aziende decidano un certo livello di trasparenza e che ci sia una supervisione umana».

Il manifesto di Palantir e il sogno infranto

Poi c’è il tema della concentrazione del potere nelle mani di grandi attori privati che, scrive Leone XIV, «fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione». Già Gaito nelle scorse settimane aveva analizzato sul suo canale il manifesto pubblicato da Palantir, la società di analisi dei dati fondata da Peter Thiel. «Io ho definito quel manifesto come una delle cose più distopiche che abbia mai incontrato nella mia vita, in questo lavoro che faccio da una ventina d’anni». Poi rincara la dose. «Probabilmente, fino a qualche anno fa, l’avremmo letto con il sorriso sulle labbra. Avremmo detto: vabbè, questi sono un po’ strani, sono i soliti soggetti un po’ particolari che vivono in Silicon Valley, fuori dal mondo. Oggi, purtroppo, quella cosa non mi fa più sorridere. È da prendere molto seriamente, perché è la visione del mondo che hanno alcune persone, e che non mette l’uomo al centro, assolutamente no, e che vogliono imporre al resto del mondo». Il raffronto con l’enciclica è conseguenziale. «Qualsiasi cosa leggevo lì dentro, uno, mi spaventava; due, ero in profondo disaccordo; e tre, se vogliamo fare il parallelismo con l’enciclica, era estremamente lontana da quella visione che invece abbiamo letto nel documento del Papa. Le due visioni si oppongono proprio: sono antitetiche».

La questione, per Gaito, è che ormai il modello del “fondatore che costruisce nel garage e cambia il mondo” è scomparso. «Io ero un ex-ragazzino cresciuto con il mito della Silicon Valley. Un po’ alla volta mi è crollato, da diverso tempo ormai. Leggere un documento del genere è stata proprio la pietra finale messa su quel sogno. A un certo punto, hanno avuto un potere enorme tra le mani, e da quel momento hanno iniziato a fare un po’ quello che volevano. Senza controllo. Perché quando diventi più potente e ricco di uno Stato non è sicuramente la multa della Comunità Europea a fermarti».

Il paragrafo 107 e la questione della governance

Quale paragrafo dell’enciclica consiglierebbe quindi Gaito a chi lavora ogni giorno con l’IA? «C’è questo passaggio che io trovo potentissimo, al paragrafo 107, dove dice che non serve un’IA più morale se questa morale è decisa da pochi. Riassume perfettamente quello che penso. La lezione è: non dimentichiamoci che di fronte abbiamo degli esseri umani. In un mondo che va alla velocità della luce e dove il dato regna sovrano, ricordiamoci che dietro quei dati ci sono sempre delle persone, con esigenze e problematiche, oltre che sogni e obiettivi». Paradossalmente, però, potrebbe essere proprio l’IA a restituire spazio alle relazioni umane. «Se la usiamo per automatizzare quella parte più noiosa, più macchinosa del lavoro, possiamo liberare tempo da dedicare alle persone, a ricostruire quelle relazioni che forse abbiamo un po’ messo da parte negli ultimi anni. Dobbiamo capire che è una scelta. Non dobbiamo subire questa tecnologia. Possiamo decidere noi in che direzione vogliamo indirizzarla».

 

JP Morgan analizza presente e futuro della competizione Usa-Cina sull’AI

13 Giugno 2026 ore 10:52

Quando una banca pubblica un report di oltre trenta pagine sulla rivalità tecnologica tra Stati Uniti e Cina, vale la pena fermarsi un momento. Non tanto per il contenuto in sé, quanto per ciò che racconta sullo stato del dibattito.

L’autore non è un laboratorio di ricerca, una Big Tech o un think tank specializzato in sicurezza internazionale. È JPMorgan Chase. E il fatto che una delle più grandi istituzioni finanziarie del pianeta abbia deciso di dedicare risorse a una lettura sistemica della competizione sull’intelligenza artificiale è probabilmente il primo elemento interessante della storia.

Negli ultimi anni abbiamo imparato ad associare l’AI ai modelli, ai chip e alle nuove applicazioni che arrivano sul mercato a una velocità impressionante. Il report parte invece da una constatazione diversa: l’intelligenza artificiale sta progressivamente diventando una variabile capace di influenzare crescita economica, investimenti, infrastrutture, sicurezza nazionale e politica industriale. Per questo motivo, limitarne l’analisi alla dimensione tecnologica rischia di offrire una fotografia parziale.

La tesi centrale è che la competizione tra Washington e Pechino debba essere osservata come una competizione tra sistemi. I modelli contano, naturalmente. Così come contano i semiconduttori e la capacità di innovazione. Tuttavia, guardare soltanto a questi elementi rischia di nascondere dinamiche più profonde che stanno emergendo sotto la superficie.

Una delle più evidenti riguarda l’energia. L’espansione dell’intelligenza artificiale richiede una quantità crescente di elettricità e di infrastrutture fisiche. Da questo punto di vista la Cina sta accumulando vantaggi che raramente occupano le prime pagine. Mentre negli Stati Uniti aumentano i dibattiti locali sui costi ambientali e territoriali dei nuovi data center, Pechino continua a investire in capacità produttiva, reti e infrastrutture energetiche con una velocità difficilmente replicabile dalle economie occidentali.

Anche sul fronte dei modelli il quadro appare meno lineare di quanto suggeriscano le classifiche che dominano il dibattito pubblico. La questione non riguarda soltanto chi riesce a sviluppare il sistema più avanzato, ma anche chi riesce a distribuirlo più rapidamente e a integrarlo nel tessuto economico. È una differenza sottile ma importante. La storia dell’innovazione mostra che il successo di una tecnologia dipende spesso dalla sua diffusione molto più che dalle sue caratteristiche tecniche originarie.

Da qui emerge una domanda che attraversa l’intero report: quale Paese sarà più efficace nel trasformare il potenziale dell’intelligenza artificiale in vantaggio economico, industriale e geopolitico?

Nella prossima edizione di Indo-Pacific Salad partiremo proprio da questo interrogativo. Analizzeremo perché il mondo della finanza sta osservando l’AI con crescente attenzione, perché il tema della fiducia potrebbe rivelarsi altrettanto importante di quello dell’apertura dei modelli e perché molte delle categorie utilizzate per interpretare l’innovazione cinese stanno mostrando segni evidenti di invecchiamento.

Perché la competizione tecnologica del prossimo decennio si giocherà certamente nei laboratori. Ma il suo esito dipenderà sempre di più da ciò che accade fuori da essi.

Se vuoi ricevere analisi come questa ogni settimana, puoi seguire “Indo-Pacific Salad”. Tecnologia, geopolitica e competizione strategica raccontate attraverso le connessioni che spesso sfuggono al ciclo quotidiano delle notizie. Per iscriverti alla newsletter, basta seguire il link

Takaichi a Roma prima del G7 cerca sponde europee per il nuovo Indo-Pacifico

13 Giugno 2026 ore 10:44

La visita europea di Sanae Takaichi, prevista alla vigilia del G7 in Francia, arriva in un momento in cui Tokyo sta cercando di trasformare la propria agenda regionale in una proposta più ampia per la governance economica e strategica internazionale. La premier nipponica sarà ricevuta a Villa Pamphilj lunedì mattina dall’omologa italiana, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Le due prime ministre parleranno della dimensione bilaterale e del contesto internazionale, dove Roma e Tokyo seguono le oscillazioni geopolitiche di questa fase storica con lenti, interessi, priorità e preoccupazioni del tutto simili.

Secondo quanto emerge dagli orientamenti che il governo giapponese intende portare al vertice dei leader, il Giappone si presenterà al G7 come rappresentante di un’Asia particolarmente esposta alle conseguenze delle tensioni in Medio Oriente e alle possibili perturbazioni del mercato energetico globale. Una posizione che anche l’Italia ha espresso più volte come centro del Mediterraneo (non più tardi di oggi, il vicepremier Antonio Tajani, in un’intervista, ragionava sulla necessità che il cessate il fuoco tra Usa, Israele e Iran si trasformasse in qualcosa che “regga nel tempo”).

Da qui, Tokyo ha scelto di promuovere tre iniziative alla riunione dei sette: la difesa di un commercio aperto e trasparente contro restrizioni alle esportazioni ritenute ingiustificate, il rafforzamento delle riserve strategiche di petrolio attraverso una cooperazione più stretta con l’Agenzia Internazionale dell’Energia e una maggiore collaborazione tra Paesi produttori e consumatori.

La questione energetica, tuttavia, sembra essere soltanto una parte della storia. Dietro la missione europea di Takaichi emerge infatti un obiettivo politico più ampio: verificare il grado di convergenza con partner chiave del continente sulla versione aggiornata del Free and Open Indo-Pacific (Foip), il quadro strategico attraverso cui Tokyo definisce oggi il proprio ruolo internazionale.

Nel discorso di politica estera pronunciato ad Hanoi il 2 maggio, la premier nipponica ha delineato un’evoluzione del Foip (concetto coniato dal suo mentore politico, il compianto Shinzo Abe) che amplia sensibilmente il perimetro originario dell’iniziativa. Accanto ai tradizionali riferimenti alla sicurezza e alla stabilità regionale, il nuovo approccio attribuisce un ruolo centrale alla costruzione di un ecosistema economico fondato sull’intelligenza artificiale e sui dati, al rafforzamento delle catene di approvvigionamento di energia e beni essenziali, alla definizione di regole condivise per i nuovi settori economici e alla cooperazione tra pubblico e privato. La sicurezza economica occupa ormai uno spazio comparabile a quello della sicurezza tradizionale.

In questa prospettiva, le proposte che Tokyo intende avanzare al G7 possono essere lette come una traduzione concreta dei principi del nuovo Foip. La difesa della libertà di navigazione, inclusa la sicurezza dello Stretto di Hormuz, richiama la centralità delle rotte marittime aperte. Il rafforzamento delle riserve energetiche punta ad aumentare la resilienza delle economie più dipendenti dalle importazioni. Il dialogo tra produttori e consumatori risponde invece alla necessità di costruire meccanismi di cooperazione in un sistema internazionale attraversato da crescenti frammentazioni.

Roma assume così un significato che va oltre la dimensione bilaterale. Per Tokyo, l’Italia rappresenta uno dei partner europei con cui negli ultimi anni è emersa una crescente sintonia su temi come sicurezza economica, filiere strategiche, tecnologie critiche, energia, difesa e stabilità dell’Indo-Pacifico.

Anche il rapporto tra Takaichi e Meloni contribuisce a creare un terreno favorevole. Le due leader condividono una visione che attribuisce crescente importanza alla resilienza nazionale, alla protezione delle infrastrutture strategiche e alla riduzione delle vulnerabilità economiche. Sul piano politico, entrambe guidano governi conservatori, condividono esperienze simili passate e sfide future, e sono oggi le uniche donne alla guida di Paesi del G7 – un elemento che rafforza la visibilità del loro dialogo ma che non ne esaurisce il significato.

L’interesse di Tokyo sembra piuttosto concentrarsi sulla possibilità di consolidare un asse con governi europei considerati sensibili ai temi della sicurezza economica e della competizione strategica globale. In questo quadro, la tappa italiana e quella britannica assumono il valore di un passaggio diretto, sebbene nel quadro del dialogo multilaterale in Francia.

La sfida per il Giappone sarà capire se una visione nata per l’Indo-Pacifico possa essere progressivamente condivisa anche da partner geograficamente lontani ma esposti alle stesse vulnerabilità. La crisi energetica, le tensioni sulle catene di approvvigionamento e la competizione tecnologica stanno infatti riducendo la distanza tra le priorità strategiche europee e quelle asiatiche.

È su questo terreno che Takaichi sembra voler giocare la partita del G7: proporre una cornice più ampia entro cui affrontare le nuove interdipendenze della sicurezza globale. In questa prospettiva, Roma occupa una posizione particolare. L’Indo-Mediterraneo, richiamato recentemente da Meloni e Narendra Modi come spazio strategico di crescente integrazione, offre un possibile punto di raccordo tra le priorità europee e quelle dell’Indo-Pacifico.

Se il celebre discorso “Confluence of the Two Seas” pronunciato da Shinzo Abe a New Delhi nel 2007 ha fornito la base concettuale dell’Indo-Pacifico come unico teatro geopolitico, l’evoluzione del Foip potrebbe oggi riflettere una realtà diversa: energia, catene del valore, infrastrutture critiche e sicurezza marittima collegano ormai in modo sempre più diretto il Pacifico, l’Oceano Indiano e il Mediterraneo. La sfida che accompagna la diplomazia giapponese, come quella italiana e indiana, è come tradurre questa interdipendenza in una convergenza strategica più ampia tra Asia ed Europa.

Servizi in orbita, anti-drone e filiere. Così si chiude Ila Berlin

13 Giugno 2026 ore 10:02

Ila Berlin 2026 si chiude come una fiera meno celebrativa e più industriale, segnata da programmi che guardano alla sostenibilità dello spazio, alla difesa contro nuove minacce e alla costruzione di filiere europee più integrate. Dopo l’apertura dominata dalla presenza italiana con l’AW249 di Leonardo, dal contratto per i satelliti Copernicus Sentinel-1 NG e dal ruolo di ELT Group nella difesa elettronica, Berlino ha continuato a produrre annunci che raccontano una traiettoria precisa. L’aerospazio europeo si muove su tecnologie sempre più complesse, spesso duali, e su cooperazioni che devono trasformare ricerca, industria e capacità operative in strumenti disponibili.

Thales Alenia Space e Leonardo nel programma ISOS

Tra gli annunci più rilevanti c’è la selezione di Thales Alenia Space e Leonardo da parte della Commissione europea per due satelliti operativi del programma Isos, dedicato alle operazioni e ai servizi in orbita. Thales Alenia Space guiderà lo sviluppo di Eross Sc, un veicolo pensato per rendez-vous automatizzati e operazioni robotiche nello spazio. Leonardo si occuperà invece di Scope, una piattaforma modulare e multi-missione con bracci robotici, intelligenza artificiale, interfacce standardizzate e capacità di rifornimento.

Il programma punta a costruire un’infrastruttura orbitale europea per manutenzione, assemblaggio, logistica, riciclo e rimozione dei detriti. La posta in gioco è la capacità dell’Europa di rendere più sicuri e sostenibili gli asset spaziali, sviluppando servizi in orbita che finora restano una frontiera industriale e operativa.

MBDA tra droni, attacco di precisione e Ucraina

Mbda ha portato a Ila un pacchetto concentrato sulle esigenze più pressanti della difesa contemporanea. La società ha presentato una soluzione anti-drone che combina il missile guidato Defendair con un’arma laser ad alta energia, pensata per rispondere alla diffusione di minacce senza pilota piccole, rapide e a basso costo. Accanto a questo, ha esposto capacità di Deep precision strike, con sistemi ipersonici e soluzioni subsoniche per attacchi a lunga distanza, oltre a uno strumento di simulazione spaziale per analizzare minacce e catene di impatto.

Sempre a Berlino, Mbda ha firmato un memorandum con Ukrainian Armor per avviare una partnership strategica nei settori Deep strike e counter-Uas. L’intesa punta a combinare esperienza tecnologica europea, capacità produttive ucraine e conoscenza maturata sul campo, con l’obiettivo indicato di arrivare a una collaborazione più strutturata.

OHB Italia e Cosine nella missione Ramses

Nel settore spaziale, OHB Italia ha affidato alla società beneventana Cosine lo sviluppo di Hamlet, un imager spettrale destinato alla sonda euro-giapponese Ramses. La missione, realizzata nell’ambito della collaborazione tra Esa e Jaxa, studierà l’asteroide Apophis durante il suo passaggio ravvicinato alla Terra.

Hamlet servirà a caratterizzare la composizione dell’asteroide e a osservare i cambiamenti prodotti dall’interazione gravitazionale con il nostro pianeta. È un tassello scientifico, ma anche un contributo alla difesa planetaria, perché permette di migliorare la comprensione degli oggetti vicini alla Terra e delle loro reazioni a eventi estremi.

Piemonte e Renania rafforzano la filiera

La chiusura di Ila ha visto anche un accordo tra il Distretto aerospaziale piemonte e AeroSpace.NRW, il cluster aerospaziale della Renania Settentrionale-Vestfalia. Il memorandum punta a rafforzare la collaborazione tra ecosistemi industriali e di ricerca, con attenzione all’aerospazio civile, alla difesa, all’aviazione sostenibile e alle opportunità di mercato internazionali.

L’intesa lega due regioni manifatturiere con competenze complementari e guarda alle reti europee di finanziamento e innovazione. È un segnale meno spettacolare rispetto ai nuovi sistemi presentati nei padiglioni, ma utile a capire la direzione della fiera. La competizione aerospaziale europea passa sempre più dalla capacità di collegare tecnologie, territori e catene industriali in programmi concreti.

SpaceX sbarca a Wall Street. Esordio col botto per Musk

12 Giugno 2026 ore 17:18

L’obiettivo è e rimane Marte. Ma prima di conquistare il pianeta rosso, Elon Musk ha messo la sua bandiera su Wall Street. Quando la campanella è suonata, alle 15.30 italiane, il mondo finanziario ha smesso di trattenere il fiato per quella che dovrebbe essere, se il mercato non deluderà le aspettative, l’Ipo più grande di sempre. SpaceX, la compagnia spaziale dell’uomo più ricco del mondo, è ufficialmente una società quotata al Nasdaq, il listino della borsa americana riservato ai titoli delle tecnologia. E la partenza è stata col botto: 174 dollari ad azione, contro i 135 offerti. Vale a dire un rialzo del 30%. Le prime indicazioni suggerivano un’importante apertura in rialzo, tra il 25% e il 30% sopra il prezzo Ipo, portando il titolo tra i 168 e i 175 dollari. Con una quantità di azioni flottanti molto ridotta, una domanda travolgente e l’acquisto imminente da parte di Etf e indici passivi, il debutto è stato dei più volatili e seguiti della storia dei mercati.

Il tutto, pochi minuti dopo che lo stesso Musk aveva celebrato, con un video comparso sui maxischermi del Nasdaq, l’ingresso in Borsa di SpaceX, definendolo un passaggio storico per l’azienda aerospaziale e rilanciando le ambizioni del gruppo nell’esplorazione spaziale. Intervenendo dalla sede di Starbase, in Texas, poco prima dell’apertura di Wall Street, il fondatore e amministratore delegato della società ha affermato che SpaceX punta a trasportare esseri umani sulla Luna, su Marte e, in prospettiva, ancora più lontano. “SpaceX vuole essere in grado di portarvi sulla Luna, su Marte e, in futuro, anche oltre”. Ambizioni che collimano con gli orizzonti dell’Ipo.

Vale la pena ricordare l’obiettivo: raccogliere 75 miliardi di dollari, oltre il doppio di Saudi Aramco (29,4 miliardi), la big oil saudita quotatasi due anni fa. Con una valutazione di circa 1.750 miliardi, SpaceX ha previsto la vendita di circa 556 milioni di azioni a, come detto, 135 dollari ciascuna. La domanda è stata travolgente, con gli investitori retail hanno presentato ordini per oltre 70 miliardi, mentre circa mille investitori istituzionali hanno chiesto di partecipare al collocamento (la sola BlackRock avrebbe presentato ordini per almeno 5 miliardi). Quello che Musk vende agli investitori, più ancora delle attività che già generano ricavi come il lanciatore Falcon o la rete Starlink (il 65% del totale), è un potenziale fatto di mercati e tecnologie che ancora non esistono, come i data center nello spazio: nessun’altra azienda di queste dimensioni parla di colonizzare la Luna o Marte.

La società è talmente sicura del proprio richiamo da aver riservato una quota insolitamente ampia delle nuove azioni agli investitori individuali, pronti secondo Bloomberg ad assorbire fino a 100 miliardi di dollari di titoli. Banchieri e trader si attendevano comunque una seduta nervosa, anche per il peso degli investitori retail: chi prevede una corsa agli acquisti da parte dei piccoli risparmiatori teme che possano uscire con la stessa rapidità con cui sono entrati. Anche sul prezzo Musk ha rotto gli schemi. Invece di presentare agli investitori una forchetta da affinare con i loro riscontri, la società ha fissato, come detto, fin dall’inizio una cifra esatta, 135 dollari, rinunciando alla tradizionale fase di scoperta del prezzo.

Abolire il corpo diplomatico dell’Ue? Una presa d’atto. La versione dell’amb. Castellaneta

12 Giugno 2026 ore 17:10

Nei giorni scorsi, le indiscrezioni pubblicate dal Financial Times sulla (profonda) proposta di riforma del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), avanzata da Francia e Germania, meritano una riflessione che va oltre il dibattito sulle competenze dell’Alto Rappresentante o sul ruolo dell’attuale titolare dell’incarico, Kaja Kallas. La discussione – che sembra essere stata avviata anche insieme ad altre capitali europee – rappresenta infatti qualcosa di più profondo: una presa d’atto della realtà geopolitica e istituzionale europea dopo quindici anni di esperienza del sistema introdotto dal Trattato di Lisbona.

Quando il Seae venne creato nel 2010, l’ambizione era quella di conferire all’Unione europea una maggiore coerenza e visibilità internazionale, dando peraltro finalmente attuazione concreta al cosiddetto “secondo pilastro”, quello della Politica Estera e di Sicurezza Comune (Pesc). Si immaginava che una diplomazia comune potesse accompagnare il graduale consolidamento di una politica estera europea. Tuttavia, il processo si è sviluppato in modo inverso: si è costruita una struttura diplomatica senza che esistesse una reale sovranità politica europea in materia di politica estera e di sicurezza.

Dopo quindici anni, il bilancio appare inevitabilmente contrastato. Il Seae dispone oggi di oltre 140 delegazioni nel mondo e di risorse significative, ma le principali decisioni strategiche continuano a essere assunte nelle capitali nazionali. Le grandi crisi degli ultimi anni lo hanno dimostrato con chiarezza: dall’invasione della Crimea alla Brexit, dalla guerra in Ucraina alle relazioni con la Cina, passando per il Medio Oriente, i momenti decisivi hanno visto protagonisti soprattutto i governi nazionali, spesso in stretto coordinamento con Washington e Londra (dopo l’uscita di quest’ultima dalla Ue). L’esempio più recente e lampante è il cosiddetto formato “E3” tra Francia, Germania e Regno Unito per la soluzione della guerra in Ucraina, che ha finito peraltro per scontentare i Paesi esclusi ma comunque rilevanti e in grado di avere voce in capitolo, tra cui la Polonia e anche l’Italia.

Non si tratta di un fallimento personale degli Alti Rappresentanti che si sono succeduti nel tempo, da Catherine Ashton a Federica Mogherini, da Josep Borrell fino a Kaja Kallas (tutte personalità estremamente valide dal punto di vista professionale). Il problema è strutturale. Le diplomazie sono strumenti di una volontà politica; non possono sostituirla. Nella storia europea, le grandi diplomazie nazionali sono sempre state l’espressione di un centro decisionale chiaramente identificabile. L’Unione europea, invece, continua a essere una comunità di Stati che mantengono la sovranità sulle questioni fondamentali della politica estera e della difesa. Senza una corrispettiva cessione di sovranità, dunque, appare evidente che il Seae finisca per essere una specie di ‘arma spuntata’.

La conseguenza, dunque, è che l’Europa continua a presentarsi sulla scena internazionale con una pluralità di voci: l’Alto Rappresentante, la Commissione europea, il Consiglio europeo, i governi nazionali e i singoli commissari. Una complessità che spesso genera sovrapposizioni e riduce l’efficacia dell’azione esterna.

Le ipotesi di riforma oggi sul tavolo sembrano riflettere una crescente consapevolezza: funzionano soprattutto le cooperazioni rafforzate tra gli Stati che condividono interessi e priorità strategiche, mentre l’idea di una vera politica estera e di difesa comune appare sempre più lontana. Non è un caso che le iniziative più incisive degli ultimi anni siano nate da accordi tra gruppi di Paesi o dal protagonismo delle principali capitali europee, piuttosto che da una direzione unitaria delle istituzioni comunitarie. A rendere ancora più evidente questa dinamica contribuisce il mutato contesto internazionale. La competizione tra grandi potenze, la guerra in Ucraina, la sicurezza tecnologica ed energetica e la crescente instabilità regionale richiedono decisioni rapide e politicamente vincolanti. Ma l’Ue continua a non disporre di un vero centro politico capace di definire interessi strategici comuni e di imporne l’attuazione.

A ciò si aggiungono le tensioni sempre più frequenti nei rapporti transatlantici. I danni prodotti dalla guerra dei dazi con gli Usa, così come gli altri temi su cui c’è crescente attrito tra Bruxelles, le capitali europee e Washington, contribuiscono a chiarire ulteriormente il quadro. In assenza di una posizione europea realmente condivisa, gli Stati membri tendono inevitabilmente a difendere interessi nazionali differenti, rendendo ancora più difficile la costruzione di una linea comune.

Per questo la discussione sul futuro del Seae non dovrebbe essere interpretata come un semplice riassetto burocratico. Essa rappresenta piuttosto il riconoscimento di una realtà politica: il deficit europeo non è tanto un deficit di diplomazia quanto un deficit di decisione strategica. Finché non emergerà una vera sovranità politica europea in materia estera e di sicurezza, qualsiasi struttura diplomatica comune rischierà di restare priva del fondamento politico necessario per esercitare un’autentica influenza internazionale. L’auspicio, dunque, è quello di volgere in positivo queste proposte di riforma, non per soffocare l’ambizione europea di voler diventare anche un ‘gigante’ geopolitico, ma per aiutarla a raggiungerla sulla base di un approccio pragmatico, realistico e flessibile.

L’IA arriva al G7. L’appello dei vescovi ai leader, nel nome di Prevost

12 Giugno 2026 ore 17:08

L’appello lanciato da Città del Vaticano è forte, indirizzato ai leader che si riuniranno a Evian dal 15 al 17 giugno. Due giorni in cui al G7 si farà il punto della situazione. Impossibile quindi non parlare di intelligenza artificiale. L’augurio da parte dei presidenti delle Conferenze episcopali dei sette paesi più importanti al mondo è che possano dibatterne seguendo i principi espressi da papa Leone XIV. “Chiediamo ai leader del G7 e alle aziende tecnologiche di stabilire regole internazionali chiare affinché le nuove tecnologie siano poste al servizio della persona umana e del bene comune”, scrivono ricalcando quanto scritto dal Pontefici nell’enciclica Magnifica Humanitas. “Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia ma impedirle di dominare l’umano”, sottolineano. “Non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale. Deve rimanere sotto il controllo umano ed essere governata da chiari principi etici”.

Tra le firme della petizione ci sono anche quelle del presidente della Cei, Matteo Zuppi, e il presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea, Monsignor Mariano Crociata. Anche loro riaffermano la necessità di mettere al centro “la dignità di ogni persona umana”, al centro di qualsiasi rivoluzione. “Le istituzioni internazionali restano indispensabili per prevenire i conflitti, proteggere le popolazioni civili e promuovere la giustizia dei popoli”, ricordano.

Anche per questo, i vertici delle Conferenze episcopali mettono l’accento su un timore che li accomuna: la riduzione della spesa pubblica. “Destano viva preoccupazione i recenti tagli agli aiuti pubblici allo sviluppo in diversi paesi del G7. Mentre in molte regioni del mondo aumentano i bisogni umanitari, incoraggiamo a mantenere un forte impegno a favore della lotta contro la povertà, dell’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, della sicurezza alimentare e di uno sviluppo che rispetti le popolazioni e l’ambiente. Milioni di persone vedono diminuire le loro possibilità di accedere a cibo, salute, istruzione e protezione. Chiediamo agli Stati del G7 di rinnovare il loro impegno a favore della solidarietà internazionale e di un partenariato equo con i Paesi del Sud. Le politiche di sviluppo devono avere come scopo prioritario la riduzione della povertà, la sicurezza alimentare, l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, nonché la tutela delle persone più vulnerabili”.

Un primo passo verso quello che viene auspicato sembra già essere stato compiuto. Dal G7 di Evian verrà partorito un manifesto sull’IA promosso dai giovani da tutto il mondo. Il documento conterrà le preoccupazioni sulla tecnologia che si spera vengano prese in considerazione della politica. Al contrario di quel che si potrebbe pensare, infatti, attorno all’IA ci sono molte paure – sempre collegate al ruolo che potrà avere l’uomo nella transizione digitale. Come afferma il Paris Peace Forum in una nota, questa iniziativa rientra nell’agenda della presidenza di turno francese. Non a caso prenderanno parte all’evento di lancio del 15 giugno anche la viceministra responsabile per l’IA e il Digitale, Anna Le Hénanff, e l’Alta commissaria per l’infanzia, Sarah El Ha’ry.

Il caso dei droni affonda (ancora di più) l’ex presidente sudcoreano Yoon

12 Giugno 2026 ore 16:46

L’ex presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol è stato condannato a 30 anni di carcere con l’accusa di aver autorizzato l’invio di droni in Corea del Nord nell’ottobre 2024 per creare un pretesto che giustificasse la successiva dichiarazione della legge marziale. La sentenza, pronunciata dal Tribunale distrettuale centrale di Seul, rappresenta un nuovo e pesante capitolo della vicenda giudiziaria che ha travolto l’ex leader conservatore dopo la sua destituzione.

Secondo i giudici, Yoon si sarebbe reso colpevole di abuso di potere e di favoreggiamento del nemico, avendo preso parte fin dall’inizio alla pianificazione delle incursioni con droni oltre il confine. I procuratori speciali sostengono che l’operazione fosse finalizzata a “fabbricare condizioni di guerra” per creare un clima di emergenza nazionale e legittimare così la controversa proclamazione della legge marziale del dicembre 2024, poi dichiarata incostituzionale.

L’ex presidente ha però respinto tutte le accuse. I suoi avvocati hanno sostenuto che Yoon non ordinò né approvò successivamente la missione, affermando che i voli dei droni costituivano una risposta alle ripetute provocazioni di Pyongyang, che nei mesi precedenti aveva inviato oltre il confine numerosi palloni aerostatici carichi di rifiuti e materiale propagandistico.

L’episodio incriminato risale al 2024, quando la Corea del Nord accusò Seul di aver fatto sorvolare tre volte la capitale Pyongyang da droni incaricati di lanciare volantini di propaganda. All’epoca il ministro della Difesa Kim Yong-hyun fornì una risposta ambigua, mentre il ministero dichiarò di non poter né confermare né smentire l’accaduto. L’incidente provocò un forte aumento delle tensioni tra i due Paesi, senza però sfociare in uno scontro militare. Secondo l’accusa, l’operazione avrebbe inoltre compromesso la sicurezza nazionale, poiché alcuni droni precipitati in territorio nordcoreano avrebbero consentito la divulgazione di informazioni riservate sulle capacità operative delle forze armate sudcoreane.

La nuova condanna si aggiunge a quella già inflitta a febbraio, quando Yoon era stato condannato all’ergastolo per insurrezione, con l’accusa di aver tentato di paralizzare l’Assemblea nazionale attraverso la dichiarazione della legge marziale. Anche in quel caso l’ex presidente ha presentato ricorso, sostenendo di aver agito esclusivamente nell’interesse del Paese. Yoon era stato definitivamente rimosso dalla carica dopo che la Corte costituzionale aveva confermato il suo impeachment, aprendo la strada alle elezioni anticipate vinte dall’attuale presidente Lee Jae Myung.

La vicenda si inserisce in un contesto di persistente tensione tra le due Coree, ancora tecnicamente in guerra. L’utilizzo di droni continua infatti a rappresentare uno dei principali punti di attrito lungo il confine. All’inizio di quest’anno lo stesso presidente Lee aveva espresso rammarico dopo che un’indagine aveva rivelato il coinvolgimento di funzionari governativi nell’invio di droni verso il Nord nel gennaio 2025. Un gesto definito “saggio” dalla sorella del leader nordcoreano Kim Yo-jong, senza tuttavia tradursi in un reale miglioramento delle relazioni, poiché Pyongyang continua a considerare Seul il proprio “nemico più ostile”.

Lo sguardo di Meloni, il visore di Pichetto, il ritratto di Mattarella. Queste le avete viste?

12 Giugno 2026 ore 16:45

C’è ancora poco mare per i politici italiani, anche se la bella stagione è ormai iniziata prepotentemente. Per la presidente del Consiglio infatti nessuna vacanza, anzi, una settimana fitta di impegni l’ha vista partecipare, tra le altre cose, prima all’assemblea di Confcommercio e poi in Aula per le comunicazioni in previsione del Consiglio europeo.

Laura Ravetto invece si mostrava insieme ai nuovi ingressi di Futuro Nazionale alla conferenza stampa della forza politica di Roberto Vannacci, mentre il ministro Pichetto Fratin provava un visore al Forum PA. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, invece, ha incontrato una rappresentanza della Marina Militare, in occasione della Giornata della Marina Militare, che lo ha omaggiato con un ritratto.

E poi un ricordo di Silvio Berlusconi, a tre anni dalla sua morte.

Queste le avete viste?

 

Laura Ravetto alla conferenza stampa di Futuro Nazionale (06/06/2026, Viareggio, Instagram)

 

Claudio Borghi (06/06/2026, Instagram)

 

Roberto Vannacci con la moglie Camelia Mihăilescu inaugurazione del Museo Mitoraj (06/06/2026, Pietrasanta, Instagram)

 

Anna Ascani al suo addio al nubilato (07/06/2026, Instagram)

 

Matteo Salvini all’Urban Mobility Summit 2026 (08/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Gilberto Pichetto Fratin al Forum PA (08/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Sergio Mattarella incontra una rappresentanza della Marina Militare, in occasione della Giornata della Marina Militare (08/06/2026, Roma, Quirinale)

 

Fausto Bertinotti e Gianfranco fini al festival letterario “Le Conversazioni” (08/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Claudio Lotito al forum “Futuro Capitale. La Nuova Italia” (09/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Carlo Fidanza alla riunione del Gruppo Ecr (10/06/2026, Riga, Instagram)

 

Giulio Tremonti, Maurizio Lupi, Walter Rizzetto, Maria Elana Boschi all’Assemblea di Confcommercio 2026 (10/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Roberta Pinotti e Angelino Alfano aDiplosec2026 (11/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Lorenzo Fontana con il pallone consegnato da Gilbert Rugby Italia con il Nastro Rosa per la ricerca contro il cancro al seno (11/06/2026, Roma, Instagram)

 

Antonio Iannone e Giorgia Meloni nel corso delle comunicazioni della presidente del Consiglio prima del Consiglio europeo (11/06/2026, Roma, Instagram)

 

Giorgia Meloni al Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo (11/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Filippo Sensi mostra un disegno di Roberto Vannacci durante le comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo (11/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

DALL’ARCHIVIO

Vittorio Sgarbi e Silvio Berlusconi alla Biennale Internazionale di Antiquariato a Palazzo Venezia (2005, Roma, Umberto Pizzi)

Dai semiconduttori all’Africa. Tutte le intese tra Roma e Seul

12 Giugno 2026 ore 16:38

Non solo Indopacifico e Hormuz, ma anche capisaldi della geopolitica futura come chip, IA e spazio con nel mezzo il piano d’azione strategico 2026-2030. Ricco il paniere di temi fra Italia e Repubblica di Corea: il vertice di oggi a Villa Doria Pamphilj tra Giorgia Meloni e Lee Jae Myung ha decretato una svolta fra Roma e Seul. Il bilaterale, la cerimonia di scambio degli accordi e il forum imprenditoriale di alto livello, con la partecipazione di una qualificata delegazione di aziende coreane e italiane, racconta di un’accelerazione oggettiva impressa alle relazioni fra i due Paesi.

Si tratta del terzo incontro tra il presidente Meloni e il presidente Lee in meno di un anno (dopo quelli del 19 gennaio 2026 a Seul e del 24 settembre 2025 a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York) che punta forte sulla collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa. Quattro gli accordi siglati nel settore della cooperazione allo sviluppo, nel campo delle scienze, delle tecnologie avanzate e delle tecnologie dell’informazione e comunicazione, nella collaborazione nel campo dell’economia sociale e solidale e nel settore delle micro, piccole e medie imprese.

La delegazione italiana è stata composta dai ministri Tajani, Bernini; dai viceministri Valentini e Bellucci. Per la Repubblica di Corea presenti il vice primo ministro e ministro della Scienza e delle Tecnologie dell’Informazione, Bae Kyung Hoon; il ministro dell’interno e della sicurezza, Yun Ho-Jung; il vice ministro delle PMI e delle Start-Up, Yong-Seok Roh. La visita di Stato in Italia di Lee, che l’11 giugno è stato ricevuto al Quirinale dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si inserisce all’interno dell’ampia missione del leader sudcoreano in Europa, che ha visto il 10 giugno Lee partecipare al Vertice Ue-Corea a Bruxelles.

Il Paese è caratterizzato da un interscambio commerciale con l’Italia da circa 11 miliardi di euro, rendendolo il primo mercato asiatico per l’export italiano in termini pro capite. In cima al dialogo tra i due leader ci sono stati i semiconduttori, settore nel quale la Corea è uno dei leader mondiali, senza dimenticare anche la cooperazione industriale in settori nevralgici come spazio, automotive ed energia. Nel corso del loro incontro il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica di Corea hanno deciso di elevare le relazioni tra le due Nazioni al livello di Partenariato Strategico Speciale e hanno concordato il Piano d’azione strategico per il periodo 2026-2030.

Si tratta di un impegno per rafforzare la cooperazione economica, promuovendo le opportunità di investimento tra i rispettivi settori privati. Verrà creato, per questa ragione, un comitato di coordinamento congiunto per i semiconduttori, le materie prime critiche e la produzione automobilistica, sulla base del Memorandum d’intesa sulla cooperazione industriale firmato il 9 novembre 2023 tra il ministero delle Imprese e del Made in Italy della Repubblica Italiana e il ministero del Commercio, dell’Industria e dell’Energia della Repubblica di Corea. Inoltre verrà data un’accelerata all’attuazione dell’accordo di libero scambio Ue-Repubblica di Corea per massimizzare le opportunità derivanti dall’accordo Ue-Repubblica di Corea sul commercio digitale e verrà consentito ai rispettivi settori privati di cogliere le opportunità comuni nei mercati terzi, inclusa l’Africa.

In questo senso saranno preziose le sinergie tra il Piano Mattei per l’Africa e le iniziative attuate dalla Korea International Cooperation Agency (KOICA) per promuovere la crescita, la prosperità e la creazione di posti di lavoro in Africa. In grande evidenza anche il XIV Programma Esecutivo sulla cooperazione scientifica e tecnologica per il periodo 2026-2028, attraverso progetti congiunti in aree di ricerca prioritarie quali: scienze ambientali e transizione energetica; fisica e scienza quantistica; materiali avanzati e nanotecnologie; patrimonio culturale; intelligenza artificiale in medicina e biotecnologia. Un’alleanza che spazierà anche alla cultura, al turismo, alla sicurezza e alla difesa.

Non solo accordi, anche l’attualità della geopolitica è stata inevitabilmente attenzionata dai leader: lo scambio di vedute è stato “sui principali dossier internazionali, riaffermando il comune impegno per la stabilità e la prosperità dell’Indopacifico e l’intenzione condivisa di contribuire agli sforzi in corso per riaprire lo Stretto di Hormuz”.

Dalle ferrovie ai porti. La nuova avanza cinese in Africa si sposta sul mare

12 Giugno 2026 ore 15:47

Sarà che l’aver perso il Canale di Panama brucia ancora. O più realisticamente che l’economie in via di sviluppo non hanno ancora generato i necessari anticorpi. Fatto sta che la Cina si sta ancora una volta infilando sotto le lenzuola dell’Africa. Film già visto per certi versi. Sono almeno una quindicina di anni, infatti, che Pechino permea costantemente il continente, le sue infrastrutture, le sue finanze. I risultati sono fin troppo noti, più volte raccontati da questo stesso giornale. Adesso però l’obiettivo sembra stringersi. Più che strade, ponti, gallerie, ferrovie, adesso sono i porti la nuova frontiera della penetrazione cinese in Africa. Un rapporto dell’Africa centre for strategic studies smaschera il Dragone.

“L’Africa occupa una posizione geostrategica cruciale lungo i corridoi marittimi globali che collegano Asia, Europa e Americhe. Per la Cina, l’accesso a queste rotte rappresenta una priorità sia economica che strategica. E per questo la stessa Cina ha creato nuovi corridoi marittimi che collegano i principali agglomerati portuali africani dell’Africa occidentale, settentrionale e meridionale con i principali porti cinesi di Qingdao, Tianjin e Yantai, e le adiacenti zone di libero scambio pilota. Queste rotte si aggiungono alle decine di linee dirette tra i porti africani e cinesi , a testimonianza della crescente integrazione dell’Africa nelle reti marittime incentrate su Pechino”, è la premessa del documento.

“La Cina si è progressivamente integrata nei sistemi che sono alla base delle attività marittime africane. L’integrazione negli ecosistemi marittimi africani va ben oltre la costruzione di porti, dal momento che il Dragone è oggi un importante finanziatore e gestore delle infrastrutture stradali, ferroviarie e logistiche africane collegate a questi porti, intrecciando strettamente le reti commerciali africane con quelle cinesi. Sistemi che includono software per le operazioni portuali, automazione, intelligenza artificiale e tecnologie di sicurezza informatica”. Ecco però il rovescio della medaglia.

“Questi vantaggi, tuttavia, sono accompagnati da notevoli vulnerabilità, tra cui l’eccessiva dipendenza per l’Africa da infrastrutture marittime costruite o finanziate dalla Cina e dalle relative tecnologie. Talvolta, tali accordi espongono i Paesi africani a un indebitamento insostenibile. Senza considerare che le aziende cinesi acquisiscono costantemente influenza su infrastrutture strategicamente importanti attraverso partecipazioni azionarie, contratti di locazione a lungo termine o accordi di gestione operativa”. Non è tutto. “La crescente attività militare cinese nei porti a duplice uso, che servono sia a scopi commerciali che navali, potrebbe inoltre coinvolgere i Paesi africani in rivalità geostrategiche e minare gli sforzi africani volti a diversificare le proprie partnership in materia di sicurezza”.

Insomma, in buona sostanza “l’eccessiva dipendenza da infrastrutture fisiche, come quelle portuali, e digitali costruite e finanziate dalla Cina può limitare la concorrenza interna, sottrarre entrate indispensabili, sollevare preoccupazioni in materia di dati e sicurezza e potrebbe anche ridurre la flessibilità politica e il potere contrattuale, soprattutto quando i paesi non regolamentano le proprie abitudini e strategie di indebitamento”. La buona notizia è che alcuni governi africani hanno iniziato a reagire, specialmente sul versante della pesca, altra testa di ponte cinese. “Il Ghana sospende regolarmente le licenze dei pescherecci cinesi coinvolti nel trasbordo illegale e nella pesca di esemplari giovani. Il Senegal e il Gambia hanno inasprito le sanzioni e ampliato i pattugliamenti, mentre Guinea, Guinea-Bissau e Sierra Leone hanno fermato imbarcazioni attraverso operazioni congiunte con organizzazioni non governative internazionali”.

Ma lo sforzo di pochi potrebbe non bastare. “L’Africa si trova ad affrontare una tensione fondamentale derivante dal crescente coinvolgimento della Cina nei porti, nei corridoi commerciali e nelle reti marittime africane: l’ampliamento delle capacità può portare benefici economici, ma comporta anche il rischio di una riduzione dell’autonomia sulle infrastrutture critiche, nonché di una modifica delle norme di governance e regolamentari. Per mantenere la sovranità su queste infrastrutture i governi africani dovrebbero far rispettare le leggi nazionali esistenti che garantiscono il controllo sovrano sulle loro operazioni portuali e commerciali, emanarne di nuove se necessario ed evitare accordi che minino la loro autonomia politica o limitino la loro capacità di diversificare le partnership esterne”. Succederà?

Innovazione, spazio e difesa. Per Avino (Argotec) è il tempo delle scelte industriali

12 Giugno 2026 ore 15:32

La conferenza “Ripensare lo spazio militare fra dualità, innovazione, nuove minacce e nuove esigenze operative”, promossa dal Cesma dell’Associazione Arma Aeronautica in collaborazione con Argotec e con il contributo dell’Istituto Affari Internazionali e della Fondazione Amaldi, ha offerto un’occasione importante per riflettere sul ruolo che lo spazio sta assumendo nel quadro della sicurezza contemporanea.

Fino a pochi anni fa lo spazio era percepito ed utilizzato prevalentemente come un ambito dedicato alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica. Oggi, invece, rappresenta un’infrastruttura critica dalla quale dipende una quota sempre crescente delle attività economiche, istituzionali e strategiche delle nostre società: dalle telecomunicazioni all’osservazione della Terra, dalla navigazione satellitare, alla gestione delle emergenze, fino alle applicazioni critiche per la sicurezza e la difesa, i servizi spaziali sono ormai integrati nel funzionamento quotidiano degli Stati, delle imprese e delle comunità.

Per questo motivo il tema non è più se lo spazio debba essere considerato un dominio strategico, ma quanto rapidamente Europa e Italia riusciranno a trasformare questa consapevolezza in capacità operative, industriali e tecnologiche.

La questione centrale riguarda proprio la sovranità tecnologica.

Ad esempio, tutti i satelliti costruiti da Argotec sono stati lanciati finora da operatori statunitensi. Non per scelta, ma per necessità.  Questo dato racconta una realtà che l’Europa non può più ignorare: senza un accesso autonomo e competitivo allo spazio, non esiste una vera sovranità spaziale.

Oggi, l’Europa non dispone ancora di un accesso allo spazio che possa definirsi pienamente autonomo e competitivo sul piano commerciale. La dipendenza da operatori esterni non è solo un limite industriale, ma rappresenta un rischio strategico. Chi controlla l’accesso allo spazio controlla una componente essenziale della sicurezza, della sovranità e della resilienza di un sistema Paese. L’Europa deve colmare questo divario per essere protagonista della nuova era spaziale.

Questa situazione non è nata all’improvviso. È il risultato di anni nei quali altri hanno investito con continuità e visione di lungo periodo. Elon Musk ha certamente avuto intuizioni straordinarie, ma il successo di SpaceX non può essere spiegato soltanto attraverso il talento individuale. Dietro c’è stato un sistema capace di assumersi il rischio, sostenere l’innovazione e utilizzare la domanda pubblica come leva per attrarre investimenti privati.

La lezione è chiara. Per recuperare terreno non basta solo tracciare le dipendenze critiche: occorre intervenire rapidamente per ridurle. Alcune sono ormai strutturali, ma molte possono ancora essere affrontate valorizzando le competenze industriali e tecnologiche già presenti nel nostro continente.

Anche l’attuale rapporto tra industria e difesa richiede una riflessione più matura.

Spesso si parla di tecnologie dual use come se fosse possibile trasformare rapidamente un prodotto civile in uno militare. Nel settore spaziale non funziona così. Il dual use non nasce a posteriori: si progetta fin dall’inizio. Significa concepire architetture, piattaforme e sistemi capaci di rispondere contemporaneamente alle esigenze civili e di sicurezza, integrando requisiti militari già nelle fasi iniziali di sviluppo.

Per questo motivo non esistono scorciatoie. Le competenze richieste per operare nel settore spaziale e della difesa si costruiscono nel tempo, attraverso investimenti in ricerca, test e missioni.

L’esperienza di Argotec testimonia quanto rapidamente possa evolvere questo mercato. Quando l’azienda è nata nel 2008, l’obiettivo era lo spazio commerciale. Oggi la difesa rappresenta circa il 30% del fatturato e costituisce uno dei principali driver di crescita. Non perché sia cambiata la natura delle nostre tecnologie, ma perché è cambiato il contesto strategico nel quale esse sono chiamate ad operare.

Allo stesso tempo è cambiato il ruolo dell’industria. Non basta più costruire satelliti. Occorre sviluppare capacità complete: progettazione, produzione, operazioni in orbita, gestione delle costellazioni e valorizzazione dei dati. 

La vera sfida è trasformare la tecnologia in uno strumento utile per chi deve prendere decisioni operative.

La Difesa è diventato un interlocutore sempre più competente, consapevole e preparato, dotato di capacità tecniche e ingegneristiche di altissimo livello, spesso comparabili a quelle presenti nell’industria. Questo non rappresenta una sfida, ma un’opportunità di crescita reciproca. Quanto più il dialogo tra industria e utilizzatore finale è aperto e continuo, tanto più diventa possibile sviluppare soluzioni efficaci, innovative e realmente rispondenti alle esigenze operative.

Infine, è necessario superare una visione tradizionale delle relazioni industriali. Il termine “filiera” richiama un modello gerarchico che non riflette più la complessità dei programmi attuali. Oggi è, invece, necessario parlare di partnership fondate sulla responsabilità condivisa. In una missione spaziale non esistono componenti marginali: il ritardo o la non conformità di un singolo fornitore può compromettere il successo dell’intero programma. La crescita dell’ecosistema passa, quindi, dalla capacità di costruire relazioni paritarie, basate sulla fiducia e su obiettivi realmente condivisi.

La situazione geopolitica suggerisce che il tempo delle analisi è finito. L’orologio ha iniziato a correre. Per rafforzare la nostra autonomia tecnologica e la nostra sicurezza servono visione industriale, investimenti, capacità di assumersi il rischio e una forte collaborazione tra istituzioni, mondo della ricerca e imprese. Prima come sistema Italia, poi come sistema Europa.

Edf 2025, Leonardo mette a segno 15 progetti e oltre 64 milioni

12 Giugno 2026 ore 15:20

Quindici progetti su diciotto candidature presentate, per finanziamenti europei che superano i 64 milioni di euro destinati direttamente al gruppo e che arrivano a circa 84 milioni se si considera anche il contributo delle società partecipate. Sono questi i numeri con cui Leonardo chiude la sua partecipazione all’edizione 2025 dell’European defence fund (Edf), lo strumento con cui l’Unione europea finanzia la ricerca e lo sviluppo capacitivo nel settore della difesa.

Il quadro generale dell’Edf 2025

Il bando 2025 dell’Edf, nel suo complesso, ha messo sul tavolo circa un miliardo di euro distribuiti su 33 inviti a presentare proposte. A fronte di 410 candidature arrivate da tutta Europa, la Commissione ne ha selezionate 57, che coinvolgeranno in totale 634 soggetti provenienti da 26 Stati membri, oltre a Norvegia e Ucraina. Una platea ampia, in cui le piccole e medie imprese pesano per il 38% dei partecipanti, segno della linea seguita da Bruxelles negli ultimi anni: allargare la base industriale coinvolta nei programmi comuni, evitando che la difesa europea resti un affare riservato a pochi grandi gruppi e a pochi paesi.

I due progetti guidati da Leonardo

Dei 15 progetti che vedono coinvolta Leonardo, 11 riguardano lo sviluppo capacitivo e 4 la ricerca. Tra questi, due portano la firma del gruppo italiano in qualità di capofila: Asimov (Autonomous system for inspection, maintenance, defence operations and manoeuVres) e Anemos (Airborne new european Mids operational solution). Asimov si inserisce nel filone dello sviluppo capacitivo e guarda alle operazioni e ai servizi in orbita per la difesa europea, un terreno su cui Leonardo è già presente con asset satellitari e su cui punta a consolidare un ruolo di primo piano. Anemos, invece, è un progetto di ricerca pensato per ampliare le capacità europee in materia di superiorità informativa e interoperabilità, attraverso nuove soluzioni di radiocomunicazione e forme d’onda avanzate per i sistemi di comunicazione tattica.

Una presenza trasversale sui domini operativi

Al di là dei due progetti guidati direttamente dall’azienda, la presenza di Leonardo nei consorzi finanziati dall’Edf 2025 tocca praticamente tutti i domini operativi su cui si sta orientando la difesa europea. Si va dal collaborative air combat in ambito aeronautico al land collaborative combat con integrazione aria-terra, passando per i sistemi di nuova generazione per il soldato, la digital ship e il naval combat cloud sul fronte navale. A questo si aggiungono le attività legate alla cyber defence, all’interoperabilità tra addestramento live, virtual e constructive, e a un insieme di tecnologie abilitanti (radar multi-banda 4D, sensori a infrarossi, componentistica elettronica avanzata) che secondo l’azienda costituiscono i mattoni su cui si regge l’autonomia strategica del continente.

La Cina cancella i dialoghi con l’Ue mentre Bruxelles cerca una strategia comune

12 Giugno 2026 ore 14:55

La Cina ha cancellato senza spiegazioni due dialoghi previsti a giugno con l’Unione Europea: un confronto ministeriale sulle questioni digitali e un incontro con Olof Skoog, vice segretario generale del Servizio europeo per l’azione esterna. Ufficialmente Bruxelles e Pechino continuano a mantenere aperti i canali di comunicazione e la Commissione europea ha precisato che gli incontri saranno riprogrammati. Ma il tempismo della decisione ha attirato l’attenzione delle capitali europee.

La cancellazione arriva infatti in una fase di crescente attrito economico tra il Blocco e la Repubblica popolare. Bruxelles sta preparando una serie di strumenti destinati a limitare alcune forme di accesso delle imprese cinesi al mercato europeo, dal nuovo Industrial Accelerator Act alle restrizioni nel settore delle infrastrutture digitali e delle tecnologie energetiche. Allo stesso tempo la Commissione ha intensificato le indagini commerciali e ha definito “insostenibile” un deficit che ha ormai raggiunto circa un miliardo di euro al giorno.

Dietro la disputa commerciale si intravede però una questione più ampia. Secondo una fonte europea, Pechino “sottovaluta seriamente quanto funzionari e decisori europei siano preoccupati e irritati dalle pratiche commerciali cinesi”. Allo stesso tempo, aggiunge la stessa fonte, la leadership cinese sarebbe convinta che l’Unione abbia ancora difficoltà a trasformare questa crescente inquietudine in una posizione politica realmente unitaria. Ossia, “scommette che la rabbia europea non diventerà azioni di potere contro la Cina”.

È una valutazione che aiuta a leggere sia la pressione diplomatica esercitata da Pechino nelle ultime settimane sia il significato del prossimo Consiglio europeo. Il vertice del 18 e 19 giugno si svolgerà in un contesto particolarmente complesso, segnato dalla guerra in Ucraina, dalle tensioni in Medio Oriente, dalle ricadute sui mercati energetici e dalla crescente competizione economica globale. In questo quadro, il dossier Cina tende a intrecciarsi con temi che fino a poco tempo fa venivano affrontati separatamente: competitività industriale, sicurezza economica, energia, tecnologie strategiche e bilancio europeo. In sostanza, le nuove direttrici dell’autonomia strategica.

La discussione riflette una trasformazione più profonda del dibattito europeo. Per anni Bruxelles ha cercato di bilanciare cooperazione economica e gestione delle divergenze con Pechino. Oggi il confronto ruota sempre più attorno alle dipendenze strategiche create dall’integrazione economica degli ultimi due decenni.

Bart De Wever, primo ministro belga, è stato tra i leader più espliciti nel chiedere un cambio di approccio. A suo giudizio l’Europa continua a moltiplicare iniziative senza dotarsi di una strategia coerente, mentre la Cina opera secondo obiettivi di lungo periodo. Il rischio, sostiene, è che le divisioni interne impediscano all’Unione di rispondere efficacemente a una sfida che coinvolge settori centrali dell’economia europea, dall’automotive alla chimica fino alle tecnologie pulite.

Le preoccupazioni europee sono alimentate anche dalla dimensione del fenomeno. Il surplus commerciale cinese ha raggiunto livelli record e molti osservatori parlano apertamente del rischio di un secondo “China Shock”, con effetti potenzialmente destabilizzanti per alcuni comparti industriali europei. Tuttavia, all’interno dell’Ue continua a mancare il consenso sia sulla natura del problema sia sulla risposta più appropriata.

Una corrente privilegia strumenti di difesa commerciale contro sovracapacità produttiva e sussidi statali. Un’altra continua a puntare sulla reciprocità e sull’accesso al mercato cinese. Altri ancora ritengono che la sfida principale sia rafforzare la competitività europea attraverso investimenti, innovazione e politica industriale. La mancanza di una diagnosi condivisa rende più difficile costruire una linea comune.

Anche per questo il Consiglio europeo potrebbe produrre meno decisioni immediate di quanto alcuni governi auspicano. Le bozze preparatorie evitano riferimenti espliciti alla Cina e parlano piuttosto di “squilibri macroeconomici globali”, segnale delle persistenti sensibilità tra gli Stati membri. Nonostante il linguaggio sulla riduzione delle dipendenze e sul rafforzamento industriale si sia fatto più assertivo, molti governi restano prudenti di fronte all’ipotesi di un confronto economico diretto con Pechino.

La discussione, inoltre, non riguarda soltanto commercio e industria. Come spiega Tefta Kelmendi, Programme Lead for Climate Diplomacy and Geopolitics di E3G, la gestione delle pressioni economiche cinesi è diventata più urgente man mano che si moltiplicano gli shock geopolitici. “Le ultime tensioni con la Cina sull’Industrial Accelerator Act e possibili ulteriori misure di difesa del commercio mostrano che l’UE sta finalmente utilizzando i suoi strumenti in modo più strategico per proteggere i suoi interessi ed evitare di approfondire le dipendenze, anche sulle catene di approvvigionamento di energia pulita e tecnologia che sono cruciali per la transizione energetica”.

È proprio questo allargamento del dibattito a rendere la questione cinese diversa rispetto al passato. Le tensioni commerciali non vengono più percepite come un dossier isolato, ma come parte di una riflessione più ampia sulla resilienza europea. Energia, sicurezza, industria e competitività stanno progressivamente convergendo in una stessa agenda politica.

La cancellazione dei due incontri con Bruxelles appare quindi meno come un incidente diplomatico e più come il riflesso di una relazione entrata in una nuova fase. La domanda che accompagnerà i leader europei al vertice di giugno non è più se la Cina rappresenti una sfida strategica per l’Europa. Su questo il consenso si sta allargando. Il vero test sarà capire se gli Stati membri siano pronti a trasformare questa crescente consapevolezza in una strategia comune. Fino a quando la risposta resterà incerta, Pechino potrà continuare a considerare il malcontento europeo un problema gestibile piuttosto che una minaccia politica concreta.

Ciao Peter, colonna degli anni più belli al Centro Studi Americani. Il ricordo di Mazzoletti

12 Giugno 2026 ore 13:26

Ci sono persone che attraversano le istituzioni lasciando un segno profondo, ma silenzioso. Non cercano i riflettori, non inseguono il protagonismo. Eppure, quando non ci sono più, ci si accorge che una parte importante della storia che abbiamo vissuto insieme se ne è andata con loro. Per me, Peter Alegi era una di queste persone. Ho conosciuto Peter ormai quasi quarant’anni fa.

Era un brillante avvocato italo-americano, formatosi alla Yale Law School, con una clientela composta da grandi aziende internazionali e una reputazione costruita sulla competenza e sull’autorevolezza. Era arrivato in Italia quasi per caso. Aveva incontrato una ragazza romana, se ne era innamorato e aveva deciso di fermarsi.

Da allora Roma è diventata la sua città e l’Italia la sua casa. Nonostante decenni trascorsi nel nostro Paese, conservava un marcato accento americano che lo rendeva immediatamente riconoscibile. Era una caratteristica che raccontava bene la sua identità: profondamente legato agli Stati Uniti, ma al tempo stesso pienamente inserito nella realtà italiana.

Un ponte naturale tra due mondi che ha contribuito a far dialogare per tutta la vita. La nostra amicizia nacque grazie al Centro Studi Americani. Fu l’ambasciata degli Stati Uniti a coinvolgerci in una fase non semplice della sua storia. Erano anni in cui il Centro attraversava difficoltà finanziarie e organizzative.

Ricordo il lavoro svolto sotto la guida di Cipriana Scelba e, successivamente, quello portato avanti con Giuliano Amato, che per undici anni ne è stato presidente. Amato amava ripetere una frase che è rimasta nella memoria di molti: il Centro Studi Americani è diventato “sexy”. Dietro quella battuta c’era una verità.

Il CSA stava cambiando pelle, diventando un luogo attrattivo, autorevole, frequentato da studiosi, diplomatici, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni. Peter fu uno degli artefici di quella trasformazione. Abbiamo lavorato insieme a lungo. La svolta arrivò con la presidenza di Gianni De Gennaro, che intuì le enormi potenzialità dell’istituzione e ne sostenne con convinzione lo sviluppo.

Allo stesso modo, ebbe grande lungimiranza nell’individuare in Roberto Sgalla la figura giusta per guidarne la direzione operativa. Oggi il Centro Studi Americani è una realtà solida, riconosciuta e florida anche grazie a quel lavoro collettivo di cui Peter è stato protagonista. Ma sarebbe riduttivo ricordarlo soltanto per il suo impegno professionale.

La nostra amicizia è andata ben oltre le riunioni e i consigli di amministrazione. Ci siamo frequentati con le nostre famiglie, abbiamo condiviso momenti privati e occasioni conviviali. Conservo un ricordo particolarmente caro delle giornate trascorse nella sua tenuta di Todi, un luogo che amava profondamente e dove, per il suo ottantesimo compleanno, gli amici organizzarono una festa bellissima.

Peter era anche un cattolico osservante, uomo di fede autentica e mai ostentata. Guardava alla politica americana con l’attenzione di chi aveva continuato a sentirsi parte della propria comunità nazionale. Militante e rappresentante del Partito Democratico americano, apparteneva a una tradizione politica moderata, riformista e profondamente atlantica.

Una cultura che incarnava con equilibrio e misura. Oggi, mentre ripenso a tanti anni di lavoro e amicizia condivisi, mi accorgo che il vuoto lasciato da Peter non riguarda soltanto chi gli ha voluto bene. Riguarda anche una stagione di relazioni tra Italia e Stati Uniti costruite sulla conoscenza reciproca, sul dialogo e sul rispetto delle istituzioni. Era da tempo che non mi confrontavo con Peter, ma sono certo che il presidente Trump non gli sarebbe andato a genio.

Ormai sono rimasto l’unico decano del Consiglio di amministrazione del Centro Studi Americani. È una consapevolezza che induce inevitabilmente alla riflessione. Le persone passano, le istituzioni restano. Ma sono le persone giuste a renderle più forti. Per questo, al di là dei ruoli e dei titoli, sento soprattutto il bisogno di salutare un amico.

Ciao Peter. Buon viaggio.

Gli Usa provano a contenere l’ascesa biotech cinese. Ma la strada è in salita

12 Giugno 2026 ore 12:55

Pochi giorni fa il Pentagono ha compiuto il suo annuale aggiornamento della “Lista 1260H”, un elenco delle aziende cinesi legate alla People’s Liberation Army che operano direttamente o indirettamente negli Stati Uniti. Oltre a colossi del calibro di Byd, AliBaba, Baidu, Nio et similia, nell’index officinorum prohibitorum del Dipartimento della Difesa Usa è finito anche il gruppo biotech WuXi AppTec. Una mossa che non arriva ex abrupto, ma che si inserisce in un più ampio tentativo da parte di Washington di prevenire un superamento cinese sugli Stati Uniti in un settore estremamente critico come quello delle biotecnologie.

“Nell’aprile 2025, la Nsceb (National Security Commission on Emerging Biotechnology) ha sottolineato la vulnerabilità che la nostra attuale dipendenza dalle aziende biotecnologiche cinesi comporta per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e ha chiesto il divieto di ricorrere a fornitori di biotecnologie ritenuti una minaccia per la sicurezza nazionale. Plaudiamo al Pentagono per aver intrapreso questa settimana misure concrete volte ad aggiornare la lista 1260H con l’aggiunta di aziende biotecnologiche cinesi che hanno legami noti con l’esercito cinese. Dobbiamo inoltre rafforzare l’ecosistema biotecnologico americano, anche investendo in alternative alle aziende biotecnologiche cinesi che destano preoccupazione, in modo che il nostro settore poggi su una base di fornitori e prestatori di servizi affidabili”, hanno affermato in una dichiarazione congiunta relativa alla scelta descritta poche righe sopra il presidente e il vicepresidente della Nsceb, il senatore Todd Young e la dott.ssa Michelle Rozo, evidenziando l’importanza del provvedimento, ma al tempo stesso non nascondendo come nel dominio delle biotecnologie gli Stati Uniti stiano sentendo sempre di più la pressione di Pechino. Come confermato dal vantaggio guadagnato dalla Repubblica Popolare rispetto a specifiche dinamiche.

Come ad esempio sul fronte della strategia nazionale, gli Stati Uniti non dispongono ancora di un documento unitario di indirizzo, con il National Biotechnology Initiative Act introdotto in forma bipartisan ad aprile 2025 che è ancora in fase parlamentare. Pechino, al contrario, ha fatto della biotecnologia una priorità strategica da vent’anni, e il Piano quinquennale 2026 rilancia ulteriormente quella scommessa, indicando biomedicina, biomanifattura, interfacce cervello-computer e farmaceutica come “industrie del futuro” e “settori prioritari”, sullo stesso piano di intelligenza artificiale e informatica quantistica.

Simile distanza anche sul terreno regolatorio. Il sistema americano è ancora percepito come un collo di bottiglia per l’innovazione, tanto che due proposte di legge per accelerarne la riforma sono state introdotte solo nel settembre 2025. La Cina, invece, ha completato una profonda revisione normativa già nel decennio scorso, dotandosi di un sistema a doppio binario che accelera l’accesso al mercato dei farmaci e consente di raccogliere dati preliminari sull’uomo in tempi più rapidi. Il risultato è che nel 2024 la Cina guida la classifica mondiale per numero di trial clinici avviati ogni anno, e molte aziende farmaceutiche americane si rivolgono ormai a Pechino per condurre i primi test sull’essere umano.

Sul versante delle infrastrutture produttive, gli Usa hanno stanziato 400 milioni di dollari in due anni per la rete BioMade di impianti bioindustriali pre-commerciali, ma nessuna struttura è ancora operativa. La Cina ha invece avviato nel 2025 partnership pubblico-private con 43 aziende per costruire impianti pilota di biomanifattura su scala nazionale, dopo aver già incentivato nel 2023 la produzione domestica di 32 molecole ad alto valore strategico.

Quanto agli investimenti, gli Stati Uniti contano ancora sulla forza dei mercati privati, ma riconoscono che il capitale privato da solo non basta per portare a maturità tecnologie critiche per la sicurezza nazionale; per tentare di colmare questo vuoto è stato concepito l’Independence Investment Fund Act, presentato a dicembre dello scorso anno. Pechino si affida ai Government Guidance Fund, fondi pubblico-privati che hanno raggiunto il picco nel 2021 con circa 1.800 veicoli annunciati e obiettivi di raccolta superiori a 1.500 miliardi di dollari. Il Piano quinquennale 2026 rilancia questo strumento, con il National Venture Capital Guidance Fund già attivo in biomedicina e interfacce cervello-computer.

Ma il divario più emblematico riguarda forse i dati biologici. Washington non li tratta ancora come risorsa strategica nazionale, ed alcune proposte legislative per raccogliere, curare e standardizzare dati bio-ready per l’IA sono state introdotte solo nel marzo 2026. Il Piano quinquennale cinese, invece, prevede esplicitamente la costruzione di un sistema nazionale di risorse sui dati (con una sezione dedicata alla salute e un framework per l’uso dei dati di addestramento dell’IA) oltre a una rete interna di dati biologici derivati dalle risorse naturali del paese, sviluppata sistematicamente nell’arco di un decennio.

L’aggiornamento della lista 1260H rappresenta dunque una mossa efficace, ma da sola è tutt’altro che sufficiente a permettere agli Stati Uniti di recuperare tutto il terreno perso a vantaggio di Pechino in un settore così critico come quello del biotech.

Guantanamo e la strategia degli Usa contro il regime cubano

12 Giugno 2026 ore 12:38

Pete Hegseth, segretario alla Difesa degli Stati Uniti, è stato ripreso dalle telecamere mentre eseguiva 44 ripetizioni su una panca alla base navale di Guantánamo Bay a Cuba accompagnato dai militari americani. L’immagine è stata diffusa dall’account ufficiale del Dipartimento della Guerra.

La visita del rappresentante del governo americano arriva in un momento di grande pressione contro il regime cubano per favorire un cambiamento politico ed economico nell’isola.

La più recente visita di Hegseth alla base di Guantanamo c’è stata a febbraio del 2025. La missione in quell’occasione è stata organizzare il piano del presidente Trump per accogliere nella base i detenuti della nuova campagna migratoria.

Secondo il quotidiano americano The New York Times, il piano non si è mai sviluppato e l’ondata di migranti illegali in stato di arresto non è mai arrivata. “È un momento di tranquillità per la base, che conta con 4500 residenti – si legge sul NYT -. La scuola per i figli dei funzionari della marina è chiusa per l’estate e alcune famiglie sono tornate negli Stati Uniti per le ferie. Camp Justice, dove il Pentagono svolge le udienze per alcuni dei 15 detenuti di guerra reclusi lì, sarà chiuso fino agli inizi di agosto”.

Per il Pentagono, la nuova presenza di Hegseth a Guantanamo aveva come principale obiettivo l’interazione con i soldati. Successivamente è arrivato al quartier generale del Comando Centrale degli Stati Uniti a Tampa, in Florida. L’importanza di Cuba per l’attuale amministrazione americano si evidenza anche dalla visita di John Ratcliffe, direttore della Cia, anche lui presente a Cuba lo scorso mese.

Due settimane fa, invece, c’è stato il generale Francis Donovan, comandante di operazioni militari in America latina e i Caraibi, che ha incontrato un alto rappresentante del vertice militare cubano nel muro che divide la zona controllata dagli Usa nell’isola. Questo è stato il primo incontro tra le forze americane e cubane nella base in più di un anno.

Questa settimana, il governo di Trump ha stretto ancora il cerchio delle sanzioni contro Cuba, aggiungendo la compagnia petrolifera statale Cupet alla lista delle organizzazioni sanzionate. L’accusa è quella di dirottare le risorse energetiche del Paese per “arricchirsi”. Ad annunciarlo Marco Rubio, segretario di Stato americano: “La compagnia petrolifera e del gas statale cubana Union Cuba-Petroleo (Cupet), ha illecitamente espropriato i propri beni a proprietari americani anni fa”.

 

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Il valore strategico del plasma per il sistema sanitario. Parla Carugi (Farmindustria)

12 Giugno 2026 ore 12:29

Se il valore della donazione viene spesso associato alle emergenze e alle trasfusioni, una parte rilevante del plasma raccolto è destinata alla produzione di medicinali plasmaderivati, terapie essenziali per migliaia di pazienti affetti da malattie rare, immunodeficienze, disturbi della coagulazione e altre patologie croniche o ad alta complessità assistenziale.

In occasione della Giornata mondiale del donatore di sangue, abbiamo intervistato Francesco Carugi, presidente del gruppo Emoderivati di Farmindustria, sul ruolo strategico del plasma e dei farmaci plasmaderivati, sulla crescente domanda globale e sulla necessità di rafforzare la sicurezza della filiera italiana ed europea.

Dottor Carugi, quando si parla di donazione del sangue si pensa soprattutto all’emergenza. In realtà il plasma è fondamentale anche per la disponibilità di terapie salvavita. Perché?

Perché dal plasma derivano farmaci essenziali e spesso insostituibili. Pochi sanno che circa l’80% del sangue o plasma donato viene utilizzato per produrre plasmaderivati (il resto ha un uso clinico) e solo una quota minoritaria serve alla gestione delle emergenze. Il plasma contiene proteine fondamentali – come, ad esempio, immunoglobuline, albumina, fattori della coagulazione – che, attraverso processi industriali molto complessi, vengono trasformate in terapie per malattie rare di origine genetica (immunodeficienze primarie, emofilia, angioedema ereditario, deficit di alfa-1 antitripsina, ecc.), complicanze di gravi patologie neurologiche e oncoematologiche, infezioni batteriche e infezioni virali che complicano i trapianti. In molti casi non esistono alternative terapeutiche.

Un recente studio ha evidenziato che l’utilizzo di plasmaderivati determina una riduzione del costo medio per paziente in termini di costi diretti e indiretti (escluso il costo di acquisizione della terapia) per i pazienti con immunodeficienza primitiva di tutte le età del 45%, per i pazienti con immunodeficienza acquisita del 69% e per i pazienti con deficit di alfa-1-antitripsina del 49%.

Quanto conta oggi la disponibilità di plasma per garantire continuità terapeutica ai pazienti?

Conta in modo determinante. Per migliaia di persone la disponibilità di plasma coincide con la possibilità di continuare a curarsi e avere una migliore qualità della vita. Bisogna ricordare che il plasma non può essere prodotto in laboratorio: esiste solo grazie alla donazione volontaria. Inoltre il ciclo produttivo dei plasmaderivati è molto lungo: tra donazione, lavorazione, controlli e distribuzione possono trascorrere fino a dodici mesi. Questo significa che la programmazione è essenziale. Se oggi raccogliamo meno plasma nel mondo, le conseguenze si vedranno nei prossimi mesi sulla disponibilità delle cure.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha definito il plasma una materia prima strategica. Che cosa significa concretamente?

Significa riconoscere che il plasma è una risorsa critica per la sicurezza sanitaria dei Paesi. È insostituibile, limitato e dipende esclusivamente dalla generosità dei donatori. Anche l’Unione europea ha inserito i plasmaderivati nella lista dei medicinali critici proprio perché la filiera è fragile e la domanda globale continua a crescere. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un aumento costante dei fabbisogni, dovuto all’invecchiamento della popolazione, alla ricerca che ha consentito di rispondere ai bisogni di cura con nuove indicazioni terapeutiche e a una maggiore capacità diagnostica. Per questo oggi il tema non è solo sanitario, ma anche strategico e geopolitico.

L’Italia quanto è autosufficiente?

Negli ultimi anni il nostro Paese ha ottenuto risultati importanti grazie al sistema trasfusionale, alle associazioni e federazioni dei donatori e all’impegno delle istituzioni. Nel 2024-2025 sono state superate le 900 tonnellate di plasma raccolto. Tuttavia l’autosufficienza si attesta intorno al 60% a causa dell’aumento del fabbisogno terapeutico dei pazienti. E deve fare i conti con il processo di invecchiamento, che determinerà un aumento delle persone che non potranno più donare sangue o plasma per il raggiungimento dei limiti di età stabiliti . Questo significa che dobbiamo ricorrere a plasmaderivati, soprattutto di immunoglobuline, prodotti da plasma raccolto all’estero, in particolare negli Stati Uniti ed in Europa, per rispondere alla domanda di salute dei nostri pazienti.

Cosa rappresenta questa dipendenza?

La dipendenza dall’estero va letta in chiave di sicurezza sanitaria. Il plasma è una materia prima critica, strategica, insostituibile. Se una quota rilevante del nostro fabbisogno dipende da Paesi extraeuropei, in un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche, politiche protezionistiche e crescente competizione tra sistemi sanitari, è evidente che dobbiamo aumentare la resilienza della filiera. In questo senso vorrei citare un nuovo studio condotto dal Ceis dell’Università di Tor Vergata relativo alla sostenibilità delle possibili strategie di approvvigionamento per rispondere al fabbisogno nazionale dei medicinali plasmaderivati, da cui emerge l’importanza di dotarsi di un sistema con diverse fonti di approvvigionamento per i plasmaderivati, a partire da plasma proveniente da fonti diversificate (canale interno ed esterno), sia per rispondere al fabbisogno clinico dei pazienti anche in situazioni di carenza, sia per contribuire alla sostenibilità del sistema sanitario.

Nonostante l’impegno del Ssn e la generosità dei molti donatori, le quantità di plasma raccolto in Italia sono insufficienti per produrre tutti i farmaci necessari alla cura dei nostri pazienti. È per questo che il nostro Paese deve utilizzare anche farmaci che sono prodotti utilizzando plasma raccolto all’estero. Lo studio dimostra che questo non comporta un aggravio di costi per il sistema.

Che ruolo svolge l’industria farmaceutica in questo sistema?

L’industria è un partner essenziale. Le aziende trasformano il plasma raccolto in farmaci attraverso processi altamente tecnologici e sottoposti a controlli rigorosissimi, anche grazie alla fondamentale qualità richiesta dal nostro Ssn. Parliamo di standard di qualità e sicurezza elevatissimi, che comprendono selezione dei donatori, tracciabilità, test microbiologici e virali, processi di inattivazione e continui controlli industriali. Ma il ruolo dell’industria non si limita alla produzione: le imprese investono anche in ricerca, innovazione e miglioramento delle rese produttive per valorizzare al massimo ogni litro di plasma donato.

Quanto investe il settore in Italia?

La ricerca e produzione di plasmaderivati rappresentano un’area di eccellenza della farmaceutica italiana. Le aziende del comparto occupano oltre 1.700 addetti e investono significativamente in ricerca e sviluppo per nuove proteine plasmatiche, nuove indicazioni terapeutiche, formulazioni più efficaci o, ancora, tecnologie produttive sempre più avanzate. L’obiettivo è duplice: migliorare le cure e aumentare la disponibilità dei farmaci. Dal 2021 il comparto sta investendo oltre 500 milioni di euro in Italia per il potenziamento dei propri stabilimenti.

Che cosa serve oggi per rafforzare il sistema?

Servono tre elementi insieme: più donazioni, migliore programmazione e pieno riconoscimento della specificità dei plasmaderivati. Sul fronte delle donazioni bisogna puntare molto di più nell’informazione. Gli italiani riconoscono il valore del plasma, ma spesso non sanno che cosa diventa concretamente una donazione e quanti pazienti dipendano da queste terapie. Sul piano istituzionale serve una programmazione stabile e condivisa tra ministero della Salute, Centro nazionale sangue, Regioni, Aifa, associazioni dei donatori, pazienti e industria. Infine è importante che anche gli strumenti regolatori riconoscano la specificità e la natura strategica di questi medicinali salvavita e che il payback venga superato con l’esclusione dei plasmaderivati dalla spesa soggetta a tetto.

Che messaggio sente di lanciare nella Giornata mondiale del donatore di sangue?

Che ogni donazione conta davvero. Dietro una sacca di plasma ci sono persone che possono continuare a vivere grazie a una terapia. Per alcune patologie rare possono servire oltre cento donazioni all’anno per un solo paziente. Il gesto del donatore non è astratto: si traduce concretamente in cure, continuità terapeutica e qualità della vita. Donare plasma significa contribuire alla sicurezza sanitaria del Paese e aiutare migliaia di pazienti che ogni giorno dipendono da questi farmaci salvavita.

Chi darà il via all’indagine sulla Cina del Copasir

12 Giugno 2026 ore 11:40

Ancora pochi giorni e il Copasir, il comitato per la sicurezza della Repubblica presieduto da Lorenzo Guerini, avviverà ufficialmente la sua seconda indagine sugli investimenti cinesi in Italia. Dopo quella sulle telecomunicazioni, datata 2019, come anticipato da questo giornale poche settimane fa, Palazzo San Macuto è pronto a fare nuova luce sulla penetrazione del Dragone nel sistema economico italiano. Lo spettro, però, sarà più ampio: non solo reti tlc, ma anche energia, tecnologia di ultima generazione, infrastrutture. In questi giorni i membri del Copasir hanno messo a punto il calendario, limando gli ultimi dettagli.

La data da cerchiare con il rosso, secondo quanto risulta a Formiche.net, è il 23 giugno. Per quel giorno, infatti, sono calendarizzate le prime audizioni, nell’ambito del ciclo di interventi che forniranno al Copasir la base per le sue valutazioni, che troveranno poi spazio definitivo nella relazione finale da consegnare al Parlamento da qui a qualche mese. Si partirà con una girandola di audizioni dei principali think tank. I primi a varcare i cancelli di San Macuto saranno i rappresentanti dell’Istituto per gli affari internazionali, dell’Aspen Institute e dell’Istituto per gli studi di politica internazionale. Poi, nelle settimane successive, toccherà ad altri.

Al centro del confronto tra esperti e parlamentari, ci sarà sia la presenza, più o meno minacciosa, della Cina in alcuni centri nevralgici dell’economia nazionale, sia le start up, sempre più oggetto delle attenzioni di Pechino. Come, d’altronde, raccontato da questo stesso giornale, le intenzioni degli investitori del Dragone sono spesso poco amichevoli verso le piccole aziende ma dall’alto potenziale tecnologico. I casi Pirelli e Ferretti, proprio di questi giorni, stanno lì a dimostrarlo. Non è certo un mistero che gli investimenti battenti bandiera cinese hanno una natura più predatoria che altro: arrivano, comprano, acquisiscono know how e segreti industriali e portano tutto in patria, condividendo poco o nulla con l’ecosistema che li accoglie, spesso, a braccia aperte. Adesso palla al Copasir.

Inps, al Forum PA la sfida del nuovo welfare tra IA e demografia

12 Giugno 2026 ore 10:37

Rendere i servizi più vicini, accessibili e calibrati sui bisogni delle persone. È questo l’orizzonte tracciato dall’Inps al Forum PA 2026, l’appuntamento annuale dedicato all’innovazione nella pubblica amministrazione, dove l’Istituto ha portato al centro del confronto trasformazione digitale, intelligenza artificiale e qualità delle prestazioni offerte ai cittadini.

Un percorso che non si limita all’innovazione tecnologica, ma investe il modo stesso in cui il welfare dialoga con l’utenza. In questo quadro si collocano sia il ruolo delle piattaforme nazionali sia l’eredità del Pnrr, indicati come fattori chiave per accelerare la digitalizzazione dei servizi pubblici. Allo stesso tempo, l’Inps punta anche su modelli più evoluti di ascolto e interazione, come dimostra il “Corner Welfare”, spazio dedicato all’ecosistema dell’Istituto e al rapporto con cittadini e territori.

Nel corso della manifestazione, ampio spazio è stato dedicato al tema dell’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione. Non solo applicazioni concrete, ma anche riflessioni sulle implicazioni strategiche e sulla governance, con particolare attenzione a dati, competenze e sicurezza. Un ambito che si intreccia direttamente con la modernizzazione del welfare e con l’impatto delle nuove tecnologie sui processi amministrativi.

Gabriele Fava, presidente dell’Inps, ha inquadrato queste trasformazioni nel contesto più ampio delle sfide in corso. “Di fronte all’inverno demografico, alle transizioni tecnologiche e alle tensioni geopolitiche, il sistema di welfare deve evolversi per rispondere ai bisogni della società contemporanea”, ha spiegato, sottolineando la necessità di superare un modello esclusivamente assistenziale. L’obiettivo, ha aggiunto, è accompagnare i cittadini lungo tutto l’arco della vita con un sistema dinamico, capace di adattarsi ai cambiamenti sociali ed economici e di superare logiche pensate per un altro secolo.

In questo processo, l’intelligenza artificiale è indicata come una leva operativa. Secondo Fava, l’Istituto sta adottando queste tecnologie per rendere i servizi più efficienti e migliorare la personalizzazione. Un passaggio che, nelle sue parole, non deve essere interpretato come una minaccia per il lavoro, ma come un’opportunità per valorizzare le competenze, alleggerendo le attività ripetitive e consentendo di offrire prestazioni più rapide e trasparenti.

Le criticità restano tuttavia strutturali: invecchiamento della popolazione, calo delle nascite e impatto delle nuove tecnologie. Sfide che, ha osservato il presidente, non possono essere gestite solo su base nazionale ma richiedono un coordinamento più ampio. In questa prospettiva si inserisce la proposta di creare un “G7 del welfare e della previdenza”, un tavolo permanente di confronto tra i principali enti europei, che potrebbe tenere in Italia una prima riunione già nel prossimo anno. L’obiettivo è dar vita a un laboratorio stabile di analisi e proposta, in grado di elaborare soluzioni da sottoporre al legislatore.

Sul rapporto tra tecnologia e dimensione umana si è soffermata anche il direttore generale Valeria Vittimberga, evidenziando come trasformazione digitale e intelligenza artificiale debbano restare strumenti al servizio delle persone. “Dobbiamo decidere se rendere la tecnologia sovrana o se mettere al centro l’umanità”, ha sottolineato, indicando nelle nuove tecnologie una possibile risposta alle fragilità e ai bisogni sempre più differenziati della società.

Una trasformazione che, per essere sostenibile, richiede anche una revisione dell’organizzazione interna. In questa direzione, tra gli strumenti indicati figurano lo smart working, il lavoro per processi e il cosiddetto metaprocesso, che consente di allocare la produzione dove si concentra la capacità operativa, mantenendo al contempo una presenza capillare sul territorio come presidio del welfare e punto di riferimento per i cittadini, anche nei centri più piccoli.

La partecipazione dell’Inps al Forum PA si è sviluppata attraverso tavole rotonde e incontri dedicati a leadership pubblica, ruolo della dirigenza, nuove relazioni tra amministrazione e cittadini e modelli di partecipazione sociale. Tra i momenti principali, il panel “Dirigenza e leadership per una PA che guarda al futuro”, con la presenza del direttore generale Vittimberga, e la presentazione del volume “Le eccellenze nella pubblica amministrazione. Competenze, merito e risultati: storie che cambiano il Paese”, a cui hanno preso parte il ministro Paolo Zangrillo, il presidente Fava e rappresentanti del mondo istituzionale, accademico e professionale.

Il programma si è chiuso con un focus dedicato al ruolo dell’Istituto in uno scenario segnato da incertezza e trasformazioni – demografiche, economiche e geopolitiche – intitolato “L’Inps nel tempo dell’incertezza: inverno demografico, transizioni e crisi geopolitiche”.

A conclusione della manifestazione è stata inoltre presentata la nuova uscita della rivista dell’Istituto, “Del Futuro, il welfare che unisce”, con contributi del ministro Marina Calderone, del presidente Fava, del direttore generale Vittimberga, del consigliere di amministrazione Micaela Gelera e dei direttori centrali Giuseppe Conte (Relazioni internazionali), Diego De Felice (Comunicazione) e Maria Sciarrino (Ammortizzatori sociali). Un numero che punta a raccontare un welfare capace di parlare alla vita delle persone e di rispondere ai bisogni nel momento in cui si manifestano.

Isis, la condanna in Belgio svela una rete terroristica diretta dalla Finlandia

12 Giugno 2026 ore 09:52

Ruslan Meyriev, cittadino di origine caucasica residente in Finlandia, era stato arrestato in Svezia nell’agosto del 2024 e poi consegnato al Belgio in esecuzione di un mandato internazionale. Questa settimana il tribunale belga lo ha condannato a dodici anni di carcere per finanziamento del terrorismo e pianificazione di un attacco con esplosivi nell’ambito di un procedimento legato allo Stato islamico.

Per rendere possibile la condanna, ha spiegato il Supo, il servizio di sicurezza e intelligence finlandese, c’è stata una lunga operazione di contrasto condotta da Helsinki insieme ad altre autorità europee. A ricostruirne la portata è Risto Värtö, responsabile dell’antiterrorismo del Suojelupoliisi, il servizio di sicurezza e intelligence finlandese, in una colonna pubblicata dal Supo stesso. Dietro quella cattura, scrive Värtö, vi era un’operazione di lunga durata condotta dalle autorità finlandesi, che per il Supo ha rappresentato la più ampia operazione antiterrorismo degli ultimi anni.

L’attività di intelligence finlandese avrebbe infatti consentito di ostacolare una significativa infrastruttura terroristica collegata all’Isis, diretta dalla Finlandia e proiettata verso l’Europa e le sue aree limitrofe. La rete a cui Meyriev era collegato, secondo il Supo, non stava preparando azioni contro la Finlandia, ma era comunque impegnata nel finanziamento, nella pianificazione e nell’indirizzo di attacchi altrove, confermando la presenza, anche in Finlandia, di forme più strutturate e professionali di supporto al terrorismo.

L’operazione, sottolinea il Supo, è stata possibile anche grazie a un’ampia cooperazione internazionale, insieme al lavoro del Keskusrikospoliisi (Krp), la polizia criminale centrale finlandese, e di altre autorità nazionali. Helsinki ha fornito supporto agli investigatori belgi, mentre in Finlandia resta aperta un’indagine preliminare collegata allo stesso contesto, affidata al Krp.

Secondo il Supo, uno dei fattori che negli anni Venti ha inciso sull’evoluzione della minaccia jihadista in Europa è stata l’attivazione di reti indipendenti russofone, operative nel continente e nelle sue aree di prossimità. Negli ultimi anni diversi piani di attacco sono stati interrotti prima dell’esecuzione e, in alcuni casi, presentavano connessioni con questi circuiti, con l’Isis e con la sua branca afghana, l’Isis-K.

Secondo le valutazioni dei servizi finlandesi, il terrorismo jihadista continua a muoversi attraverso nodi transnazionali, relazioni personali, circuiti finanziari e funzioni logistiche disperse orientate all’appoggio e alla direzione operativa. Insomma, geometrie mobili e strutture asimmetriche che rendono difficoltoso il contrasto al fenomeno ma che, come in questo caso, possono essere ben monitorate e contrastate attraverso modalità di collaborazione transnazionale.

Motori e sovranità tecnologica, l’Ue investe nel progetto Sharp

11 Giugno 2026 ore 17:54

La spinta europea verso una maggiore autonomia tecnologica nella difesa passa anche dai motori per gli elicotteri militari di prossima generazione. La Commissione europea ha deciso di sostenere Safran Helicopter Engines, MTU Aero Engines e Avio Aero nel progetto Sharp, iniziativa di ricerca dedicata allo sviluppo di tecnologie per un nuovo motore turboalbero. Il programma beneficerà di circa 25 milioni di euro nell’ambito del Fondo europeo per la difesa.

Il progetto Sharp

Sharp, acronimo di Sovereign high-performance architecture for rotorcraft propulsion, riunirà 25 partner provenienti da 12 Paesi europei, tra cui Pmi, università e centri di ricerca. L’obiettivo è maturare tecnologie chiave per Enghe, European next generation helicopter engine, destinato a una nuova generazione di motori per elicotteri con prestazioni operative elevate, costi competitivi e sovranità tecnologica europea.

“Con il sostegno a Sharp e, più in generale, al progetto Enghe, l’Europa dimostra la volontà di rafforzare la propria autonomia e sovranità tecnologica nel settore degli elicotteri militari del futuro”, ha dichiarato Cédric Goubet, ceo di Safran Helicopter Engines.

Verso gli elicotteri militari del 2040

Il futuro motore Enghe integrerà tecnologie pensate per migliorare l’efficienza e ridurre i costi operativi e manutentivi. La soluzione è indicata come adatta alla prossima generazione di elicotteri militari prevista in servizio dal 2040, anche nei programmi Engrt e Ngrc. Tra le capacità attese figurano autonomia, carico utile, velocità e disponibilità operativa.

“Alla luce del progressivo invecchiamento della flotta europea di elicotteri militari, l’esigenza è chiara: a partire dal 2040 una quota significativa di questi velivoli dovrà essere sostituita”, ha commentato Ottmar Pfänder, chief program officer di MTU Aero Engines.

Industria e coordinamento europeo

Il coordinamento sarà affidato a Eura, European military rotorcraft engine alliance, joint venture partecipata al 50% da Safran Helicopter Engines e al 50% da MTU Aero Engines. Il team del progetto dovrebbe diventare pienamente operativo nei prossimi mesi.

“Sharp rappresenta una tappa fondamentale nel percorso verso la realizzazione di un motore turboalbero di nuova generazione e conferma, ulteriormente, il valore della collaborazione nello sviluppo di tecnologie propulsive sovrane europee e ad alte prestazioni”, ha dichiarato Riccardo Procacci, ceo di Avio Aero.

“Siamo pronti a guidare questo team multinazionale interamente europeo”, ha aggiunto Wolfgang Gärtner, ceo di Eura. “Condividiamo la volontà e l’esperienza necessarie per mettere a disposizione delle forze armate tecnologie di nuova generazione, assicurando al contempo la sovranità tecnologica europea”.

Il contesto della flotta

In Europa sono oggi in servizio circa 1.800 elicotteri da trasporto e 600 elicotteri da combattimento, con un’età media di circa 20 anni. Entro gli anni Quaranta, anche gli aeromobili ad ala rotante oggi ancora in produzione avranno superato i 50 anni di vita operativa. È in questo orizzonte di rinnovo delle flotte che si colloca Sharp, tassello del percorso europeo per consolidare competenze industriali e autonomia tecnologica nella difesa.

Una Schengen militare e stop al protagonismo francese. Le priorità della difesa Ue secondo Donazzan

11 Giugno 2026 ore 17:36

C’è chi vuole sostituire il made in Europe con il made in France e a noi non sta bene. L’Italia è eccellenza mondiale riconosciuta in un settore dove l’Ue deve accelerare. Risponde da Riga l’europarlamentare di Ecr/FdI Elena Donazzan, dove sta partecipando all’Ecr Bureau Meeting dedicato alla nuova difesa europea. Una due giorni ricca di dialoghi con i maggiori esponenti delle istituzioni comunitarie, come Jānis Karlsbergs, Presidente del Consiglio di amministrazione dell’Organizzazione transatlantica lettone e della StratCom della Nato, o Mario Mauro, Coordinatore europeo per il corridoio di trasporto Ten-T Baltico-Mar Nero-Egeo, o il Vicepresidente del Parlamento Europeo Roberts Zīle. “Non accettiamo che nella ridefinizione dell’industria della difesa ci sia una Francia che assegna i compiti agli altri: non funziona così”, dice Donazzan a Formiche.net.

Come i paesi europei stanno affrontando il tema fondamentale della difesa e dell’industria ad essa connessa?

I conservatori di Ecr lo stanno affrontando con un giusto pragmatismo, senza furore vista la delicatezza del tema: occorre praticità rispetto al contesto in cui viviamo oggi, ovvero una stagione molto particolare nata all’indomani dell’aggressione russa all’Ucraina in cui l’Europa stessa deve ripensare al suo modello di difesa che ha in qualche modo lasciato sempre o delegato totalmente alla Nato.

Da dove iniziare?

Da un lato l’Ue deve riservarsi un posto da compartecipe e dall’altro deve essere consapevole che l’Europa stessa è molto differenziata nelle sue sensibilità. La forza dei ragionamenti portati avanti in Europa da Ecr è quella di leggere le sensibilità dei singoli paesi che compongono l’Europa, senza volere in questo caso una taglia unica per la difesa per tutti. Faccio l’esempio dei Paesi baltici, dove la storia recente è fatta di preoccupazione: lì il rischio è percepito in modo diverso rispetto ad un’aggressione via terra. Per cui ci sono esigenze che devono essere affrontate con l’attenzione dovuta.

I paesi di area med che cosa si aspettano e cosa possono dare?

Le scelte vanno fatte rispettando le diverse peculiarità: ad esempio, per noi Paesi del Mediterraneo va tenuta in debita considerazione anche la cultura del rapporto tra territorio e difesa, che è molto forte e molto radicata, con una bella eredità data dalla nostra particolare e invidiabile posizione nel Mediterraneo. Per cui dobbiamo costruire un programma della difesa che tenga conto di una certa dose di indipendenza, del rispetto dei trattati, delle scelte dei singoli Stati membri, ma non è tutto.

Ovvero?

D’altro canto, però, dobbiamo provare a costruire un’autonomia dell’industria della difesa ed è questo il tema principale che abbiamo trattato in questi due giorni a Riga, partendo da un tema strategico come la cultura della difesa. Si tratta di una forma di educazione. Nei 27 Stati membri c’è chi ha, per esempio, un servizio militare obbligatorio, chi ce l’ha su base volontaria e chi lo sta ripensando. Germania e Francia inoltre hanno già deliberato di voler aumentare il loro contingente di riservisti e ieri il nostro ministro della difesa Guido Crosetto ha presentato una proposta di revisione dell’intera struttura della difesa, pensando ad un ampliamento e a una riserva organizzata. Ci rendiamo tutti conto che questi sono temi di straordinaria attualità, che vanno affrontati anche con velocità.

Come una maggiore mobilità militare all’interno dell’Ue potrà dare un contributo alla sicurezza europea, anche in riferimento alla nuova cooperazione da immaginare con la Nato?

La voce mobilità è fondamentale e direi che è un prerequisito. Mi spiego: possiamo avere procedure di comando e controllo da costruire, possiamo avere divise diverse da vestire, sempre ovviamente con la mimetica, ma con colori leggermente diversi, ma non possiamo non avere la stessa capacità di muovere il tutto all’interno dell’Europa. Quando è stato discusso il dossier sulla mobilità militare è emerso che occorre purtroppo un mese e mezzo di pratiche e di timbri per spostare una brigata dalla Francia all’Ucraina. Un lasso di tempo impossibile: per cui serve affrontare con chiarezza la questione della burocrazia e delle procedure. C’è bisogno con urgenza di una Schengen militare.

Sulla difesa, però, il parlamento italiano vede le opposizioni divise.

L’opposizione vive una sua profonda frustrazione in questo campo, perché ha una ideologia di fondo che è antimilitarista, che si tramuta in una sua incapacità di guardare la politica estera. Negli anni questo si è visto con chiarezza e ha fatto da contraltare alla credibilità con cui il Governo Meloni ha affrontato l’argomento, mettendo sempre al centro l’interesse nazionale in una postura che è quella di relazioni internazionali robuste, serie e non piegate ad altre logiche. Vorrei ricordare, inoltre, che abbiamo ereditato politiche dei governi di sinistra che hanno depotenziato tutta la struttura della difesa italiana dal punto di vista della motivazione e degli investimenti. Lavoriamo per invertire la rotta.

Ci avviciniamo al vertice di Ankara, dove si tratteranno temi complessi come il futuro della Nato e l’industria europea della difesa: guardando anche alle grandi competenze che le aziende italiane hanno, quale potrà essere il nostro ruolo?

Come vicepresidente della Commissione industria e come membro della Commissione difesa, osservo che il tentativo francese è sempre quello sostituire il made in Europe con il made in France. Per cui dovremo essere bravi nel far emergere la qualità della nostra capacità di produrre: l’Italia non è seconda a nessuno. Noi abbiamo campioni come Leonardo e Fincantieri, abbiamo competenze straordinarie, abbiamo una storia di tradizione che passa da Iveco Defence. Parliamo di mezzi che sono venduti in tutto il mondo, senza dimenticare le eccellenze dell’aeronautica e dello spazio. L’Italia è la nazione in Europa che ha una storia di spazio estremamente robusta che ci fa stare in tutte le missioni della Nasa. Quindi noi non accettiamo che nella ridefinizione dell’industria della difesa ci sia una Francia che assegna i compiti agli altri: non funziona così. Noi vogliamo che nei programmi ci sia la collaborazione di almeno due Stati membri. Per cui l’Italia è un partner bello e affidabile. Bello nel senso che ha buone relazioni e affidabile perché ha competenze e capacità oggettive.

La Bce torna a stringere sui tassi. E la Germania si riscopre falco

11 Giugno 2026 ore 17:35

Bisogna essere onesti, la decisione era ampiamente attesa. D’altronde, con un’inflazione prossima al 3% nella zona euro, per la Banca centrale era difficile fare altrimenti. Certo, ci fosse la certezza di una salva di cannone, i correntisti starebbero più tranquilli. Ma la certezza, oggi, gioco di parole obbligato, è l’incertezza. La Bce ha dunque rotto gli indugi operando un primo rialzo dei tassi, in risposta ai rincari dell’energia e alla generale accelerazione dell’inflazione nell’eurozona innescate dalla guerra in Iran e dalla chiusura dello stretto di Hormuz. Si tratta del primo aumento dal settembre del 2023, quando Christine Lagarde operò l’ultimo rialzo in occasione della precedente fiammata inflazionistica (all’epoca i tassi di riferimento erano stati aumentati al 4%).

E dunque, in linea con le aspettative, il Consiglio direttivo alzato di 0,25 punti percentuali i livelli guida e il principale riferimento, che resta il tasso sui depositi, sale così al 2,25%. Per Francoforte non ci sono dubbi, al mercato serviva un segnale circa un intervento chirurgico per disinnescare una nuova, eventuale, bomba inflazionistica in stile 2022. ” Il conflitto in Medio Oriente sta generando pressioni inflazionistiche e la decisione di aumentare i tassi è solida rispetto a una serie di scenari che delineano come lo shock potrebbe evolvere e incidere sulle prospettive di medio termine per l’area dell’euro”, ha sintetizzato la Bce nel comunicato diffuso a valle del board. La decisione di oggi sui tassi di interesse della Bce era scontata e “se non avessimo preso questa linea, una decisione molto ovvia, alla fine del periodo previsionale ci saremmo ritrovati con l’inflazione al di sopra dei nostri livelli obiettivo”, ha poi ulteriormente chiarito Lagarde nella conferenza stampa che ha seguito la riunione del Consiglio direttivo.

Una decisione che però non è piaciuta alla maggioranza che sostiene il governo italiano. Tra tutte, si è levata la voce di Stefania Craxi, presidente dei senatori di Forza Italia. “La Bce continua a rispondere all’inflazione con un riflesso quasi pavloviano: sente pronunciare la parola inflazione e la risposta è sempre la stessa, aumentare il costo del denaro. Un aumento dei tassi d’interesse della Bce non solo incide sui nuovi prestiti, ma anche sui costi di servizio del debito dei prestiti esistenti, danneggiando l’economia reale. Che è molto più complessa. In una fase di forte incertezza internazionale, questa rigidità rischia di trasformarsi in un freno alla crescita, agli investimenti e all’occupazione”.

Da Francoforte, discorso tassi a parte, sono arrivate anche le prime, vere, considerazioni sul ruolo dell’Intelligenza Artificiale per il sistema bancario. “Forse stiamo vedendo la punta dell’iceberg e forse si possono prevedere rischi più rilevanti. Forse andrebbero discusse ad alto livello governance e quadri normativi”, ha messo in chiaro Lagarde, invocando una serie e reale regolamentazione per l’IA. “Che sia da parte di Anthropic o Open AI, o di altri grandi sviluppatori e investitori in intelligenza artificiale, o che sia in altri Paesi stiamo assistendo a sviluppi nuovi, più rilevanti e più intrusivi. Questo è un fatto Sappiamo anche che questi sviluppi sono qui per restare e che continueremo a vederne altri nei prossimi mesi”.

Tutto questo mentre la Germania, e qui si cambia fronte, spegne ancora una volta le speranze di chi vorrebbe una nuova stagione di debito europeo (a cominciare dal governatore di Bankitalia, Fabio Panetta), dopo l’esperienza del Recovery Plan. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è detto ancora una volta contrario a un nuovo indebitamento dell’Unione europea e ha chiesto riforme più rapide, in Germania e a Bruxelles, per rafforzare la competitività, ridurre la burocrazia e rispondere a invecchiamento della popolazione, minacce militari e concorrenza economica globale. In un intervento al Bundestag in vista del prossimo Consiglio europeo, Merz ha avvertito che un debito eccessivo “minaccia la sovranità e limita la libertà d’azione”. Alcuni Paesi europei, ha osservato, a causa del loro enorme debito spendono ormai più per il pagamento degli interessi che per la difesa. “Non dobbiamo permettere che il bilancio europeo arrivi a una situazione simile”, ha detto. Il cancelliere ha chiesto una profonda revisione del bilancio dell’Ue a partire dal 2028, sostenendo che la spesa dovrà riflettere la priorità della competitività. Merz ha criticato i piani per aumentare il bilancio europeo e ha invitato Bruxelles alla moderazione sia sulla spesa sia sul personale. Tradotto, niente da fare, i tedeschi sono sempre gli stessi.

Spese militari, ogni partito ha la sua guerra. La mappa delle posizioni

11 Giugno 2026 ore 17:32

Se c’è un tema sul quale la politica italiana si presenta in ordine sparso alla vigilia del Consiglio europeo e del vertice Nato di Ankara, è quello della difesa. L’aumento delle spese militari, il futuro degli impegni assunti in ambito Nato, il piano europeo Readiness 2030, il programma Safe e la prospettiva di una difesa comune europea stanno producendo una mappa politica molto più frammentata del tradizionale schema maggioranza-opposizione. Da un lato il governo rivendica il raggiungimento del 2,8% del Pil investito tra difesa e sicurezza. Dall’altro, le opposizioni oscillano tra chi sostiene una maggiore integrazione europea nel settore, chi chiede un deciso incremento degli investimenti e chi invece punta a fermare il riarmo e a rimettere in discussione gli obiettivi Nato. Ma differenze significative emergono anche all’interno della stessa coalizione di governo, dove convivono sensibilità diverse.

Fratelli d’Italia e la linea Meloni

La posizione di Fratelli d’Italia coincide con quella espressa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il governo rivendica la scelta di presentarsi al prossimo vertice Nato con una spesa per difesa e sicurezza pari al 2,8% del Pil, considerandola un’assunzione di responsabilità coerente con il deterioramento del quadro internazionale. Al tempo stesso, Palazzo Chigi insiste sulla necessità di spostare il dibattito dalla quantità alla qualità della spesa, sostenendo che l’evoluzione tecnologica dei conflitti imponga una riflessione sulle capacità da sviluppare e non soltanto sui target finanziari. Sul versante europeo, la maggioranza sostiene il rafforzamento della sicurezza continentale in piena complementarità con la Nato e nel rispetto delle competenze degli Stati membri.

Lega, sostegno alla Nato ma niente aumenti

Il partito di Matteo Salvini continua a sostenere la collocazione euro-atlantica dell’Italia e non mette in discussione gli impegni Nato, ma negli ultimi mesi ha più volte espresso ritrosie (in particolare da parte del ministro dell’Economia Giorgetti) rispetto all’ipotesi di ulteriori aumenti della spesa militare finanziati attraverso nuovo debito o a discapito di altre priorità economiche e sociali. Anche nel dibattito europeo la Lega mantiene una linea distinta da quella più europeista presente in altri segmenti della maggioranza, privilegiando la cooperazione tra Stati rispetto a percorsi di integrazione sovranazionale nel settore della difesa.

Forza Italia, bisogna rafforzare il pilastro europeo della Nato

Più lineare la posizione di Forza Italia, tradizionalmente favorevole al rafforzamento delle capacità difensive europee all’interno della cornice atlantica. Gli azzurri sostengono gli investimenti per la difesa, la cooperazione industriale europea e il consolidamento del pilastro europeo della Nato, mantenendo una linea coerente con quella espressa anche dal Partito popolare europeo.

5 Stelle, né impegni Nato né fondi Ue

Netta la posizione del Movimento 5 Stelle, che si oppone all’aumento strutturale delle spese militari e contesta sia il quadro Nato sia gli strumenti finanziari europei. In Parlamento, il capogruppo in Commissione Esteri Francesco Silvestri ha contestato l’aumento di spesa rivendicato dal governo e ha criticato l’impostazione generale della politica estera italiana. Nella risoluzione parlamentare, il M5S chiede di non accedere ai fondi Safe per la difesa e di riconsiderare gli impegni assunti in sede Nato, giudicati insostenibili rispetto ai vincoli di finanza pubblica. 

Pd, il riarmo sia europeo

Più articolata la posizione del Partito democratico, che sposta il baricentro dal livello nazionale a quello europeo. Nella risoluzione presentata in Parlamento, i dem sostengono la necessità di una vera difesa comune europea, fondata su pianificazione condivisa, acquisti congiunti e integrazione industriale. L’obiettivo, si legge, è evitare un “riarmo disordinato degli Stati membri” e promuovere economie di scala. Sul piano istituzionale, il Pd rilancia anche la riforma dei Trattati Ue con il superamento del veto e l’estensione delle cooperazioni rafforzate. La linea è quindi pro-integrazione: più difesa, ma europea e coordinata, con governance comune e strumenti vincolanti come il Buy European.

Azione, più spesa e più supporto a Kyiv

Posizione più pragmatica quella di Azione, che nella risoluzione parlamentare chiede un adeguamento urgente della spesa nazionale per la difesa, invertendo la tendenza alla contrazione registrata negli ultimi anni. Il focus è operativo: prontezza militare, difesa aerea e anti-drone, sistemi missilistici e cybersecurity. Parallelamente, il partito guidato da Carlo Calenda lega l’aumento degli investimenti al sostegno all’Ucraina, con particolare attenzione alle nuove tecnologie difensive e alla cooperazione industriale.

Avs, stop a spese e obiettivi Nato

Decisamente contraria all’espansione degli investimenti militari la posizione di Alleanza Verdi e Sinistra, che propone di opporsi a ulteriori incrementi della spesa per la difesa e di rivedere profondamente i programmi europei legati al riarmo. Nel testo parlamentare, Avs chiede di preservare la destinazione originaria dei fondi Ue alla coesione sociale, alla transizione ecologica e ai servizi pubblici, respingendo qualsiasi utilizzo delle risorse strutturali per finalità militari.

Futuro Nazionale, spesa sì ma per la sicurezza

Più che sul livello della spesa militare in sé, Futuro Nazionale concentra la propria attenzione sul tema della sicurezza nazionale e della difesa delle frontiere. Nella risoluzione presentata alle Camere, il partito guidato da Roberto Vannacci chiede il rafforzamento delle capacità europee di controllo e difesa dei confini esterni e una maggiore integrazione tra politiche migratorie e sicurezza. Sul piano internazionale, la formazione si distingue per posizioni più critiche rispetto al sostegno all’Ucraina.

Tutti contro tutti

Insomma, l’Italia non ha per niente le idee chiare riguardo le spese militari. Basti pensare che, proprio oggi, il ministero della Difesa ha presentato alle Camere uno schema di decreto per l’annunciata (e attesa) riforma delle Forze armate che ha visto al ribasso diversi obiettivi precedentemente dichiarati. Sono infatti sparite le menzioni alla forza Cyber, al rafforzamento delle capacità spaziali e alla riforma della governance militare. Dietrofront che non stupisce davanti agli scontri tra Difesa e Mef delle ultime settimane e all’estrema eterogeneità di posizioni emerse dal dibattito parlamentare. Certo, la mancata uscita dalla procedura d’infrazione europea, la crisi energetica provocata dalla guerra con l’Iran e l’avvicinarsi dell’anno elettorale non aiutano. Il problema è che, al netto delle diverse posizioni politiche, resta un dato di fatto: l’Italia, ancora una volta, non si presenta unita davanti al resto del mondo. E questo non vale solo per il Consiglio europeo e l’imminente summit di Ankara, dove Donald Trump chiederà il conto degli impegni assunti all’Aja un anno fa, ma soprattutto rispetto a una situazione internazionale in progressivo deterioramento che, a differenza della politica, non guarda in faccia al consenso.

Italia-Corea, la partnership si allarga dalla manifattura alla sicurezza

11 Giugno 2026 ore 17:20

La visita di Stato del presidente sudcoreano, Lee Jae Myung, in Italia segna un passaggio ulteriore nel consolidamento dei rapporti tra Roma e Seul. L’incontro di venerdì a Villa Pamphili con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il terzo tra i due leader in meno di un anno, porterà all’adozione di un Piano d’Azione 2026-2030 destinato ad ampliare la cooperazione bilaterale nei settori politico, economico, scientifico e della sicurezza.

Sul tavolo ci sono numeri già significativi. Con circa 11 miliardi di euro di interscambio commerciale, la Corea del Sud rappresenta il primo mercato asiatico per l’export italiano in termini pro capite. La visita sarà accompagnata da un forum imprenditoriale di alto livello e dalla firma di quattro accordi che spaziano dalla cooperazione allo sviluppo alle tecnologie avanzate, fino al sostegno alle piccole e medie imprese. La dimensione economica, tuttavia, racconta soltanto una parte della storia.

L’attenzione dedicata ai semiconduttori, alle tecnologie dell’informazione, allo spazio, all’energia e all’automotive suggerisce una trasformazione più ampia del rapporto tra i due Paesi. La Corea del Sud occupa una posizione centrale nelle filiere industriali globali più sensibili, mentre l’Italia è alla ricerca di partner con cui rafforzare la propria presenza nei segmenti tecnologici considerati strategici dalle principali economie avanzate.

La visita di Lee arriva inoltre in una fase in cui il governo italiano sta cercando di ampliare il perimetro della propria riflessione sulla sicurezza. Nel dibattito europeo e atlantico, la discussione continua a concentrarsi prevalentemente sulle spese militari e sugli obiettivi fissati dalla Nato. Roma prova però a inserire nella stessa cornice temi che fino a pochi anni fa venivano trattati separatamente: resilienza industriale, approvvigionamento tecnologico, infrastrutture critiche, energia e controllo delle catene del valore.

In questa prospettiva, il dossier dei semiconduttori assume una valenza che va oltre l’economia. La competizione tra Stati Uniti e Cina ha reso evidente come il controllo delle tecnologie avanzate sia diventato uno dei principali strumenti di influenza strategica. La capacità di accedere a componenti essenziali, attrarre investimenti e sviluppare partnership industriali è ormai parte integrante della sicurezza nazionale.

Seul occupa una posizione particolare all’interno di questo scenario. Alleata degli Stati Uniti, strettamente integrata nei mercati globali e tra i leader mondiali nell’innovazione tecnologica, la Corea del Sud è diventata uno degli interlocutori più ricercati dalle economie occidentali impegnate a ridurre vulnerabilità e dipendenze in settori critici.

Anche per questo il dialogo tra Meloni e Lee non si limiterà agli aspetti commerciali. L’agenda comprende la guerra in Ucraina, la crisi in Medio Oriente e la stabilità dell’Indo-Pacifico, tre dossier che negli ultimi anni hanno progressivamente ridotto la distanza tra le priorità strategiche europee e quelle asiatiche.

La presenza dell’Indo-Pacifico tra i temi centrali del colloquio è indicativa dell’evoluzione della politica estera italiana. Pur mantenendo il Mediterraneo come area di interesse prioritario, Roma ha intensificato i rapporti con diversi attori asiatici, dal Giappone all’India, fino alla stessa Corea del Sud. L’obiettivo è costruire una rete di relazioni con Paesi che condividono interessi economici e preoccupazioni sulla stabilità dell’ordine internazionale, come ricordato dalla premier durante le sue comunicazioni alle Camere in vista del Consiglio Europeo e del Vertice Nato – dove Seul sarà invitata insieme agli altri “IP-4”.

La missione europea di Lee si inserisce nello stesso quadro. Dopo la partecipazione al vertice Ue-Corea a Bruxelles, la tappa italiana contribuisce a rafforzare il dialogo tra Seul e l’Europa in una fase segnata da una crescente frammentazione geopolitica. Per la Corea, il mercato europeo rappresenta un partner economico essenziale e una destinazione sempre più rilevante per investimenti e cooperazione tecnologica. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, Seul offre accesso a competenze industriali e capacità tecnologiche difficilmente sostituibili.

L’adozione del nuovo Piano d’Azione fornirà una cornice istituzionale a questo processo. Il dato politico più rilevante resta però la frequenza dei contatti tra i due leader e l’ampliamento progressivo dei dossier affrontati. Una relazione nata attorno al commercio e agli investimenti sta assumendo contorni più ampi, intrecciando industria, innovazione, sicurezza e diplomazia.

In un contesto internazionale caratterizzato da competizione tecnologica, frammentazione delle filiere e crescente attenzione alla sicurezza economica, il rapporto tra Italia e Corea del Sud appare destinato a occupare uno spazio più visibile nelle rispettive strategie estere.

In Ucraina l’IA ha ucciso in autonomia. Ecco come

11 Giugno 2026 ore 17:09

Per la prima volta nella storia, droni completamente autonomi avrebbero ucciso esseri umani senza alcun intervento diretto degli operatori, segnando il superamento di un’importante linea rossa in ambito etico e morale. La rivelazione arriva da Alexander Kokhanovskyy, imprenditore del settore della difesa ucraino, che parlando con un corrispondente della rivista New Scientist ha raccontato di come quanto descritto poche righe sopra sia avvenuto nel corso di un test condotto circa due anni fa lungo la linea del fronte.

Secondo il racconto, dieci quadricotteri equipaggiati con sistemi IA furono lanciati verso una zona di combattimento compresa tra Bakhmut e Chasiv Yar. Dopo aver percorso alcuni chilometri in modalità programmata, i droni avrebbero attivato una funzione denominata “Terminator mode”, in cui veniva affidato all’IA il compito di identificare ed ingaggiare dei bersagli in modo completamente autonomo. Una volta avviata la missione, non esisteva alcun collegamento con i velivoli, con gli operatori che non potevano ricevere immagini video dal drone, né tantomeno intervenire sulle decisioni prese dall’algoritmo. “Una volta lanciati, sappiamo che tutto ciò che verrà trovato in quell’area sarà distrutto”, ha dichiarato Kokhanovskyy. Per verificare gli effetti dell’operazione, sarebbero stati successivamente inviati droni pilotati da remoto nella stessa area, che avrebbero rendicontato la morte di alcuni soldati russi e la distruzione di un camion (pur non essendoci, appunto, prova diretta).

Se confermato, l’episodio rappresenterebbe un punto di svolta nel dibattito internazionale sulle cosiddette Lethal Autonomous Weapons Systems (Laws), sistemi in grado di selezionare e colpire obiettivi senza che un essere umano autorizzi l’azione finale. Finora erano emersi altri esempi di casi controversi (come quello dei droni turchi Kargu-2 in Libia citato da un rapporto delle Nazioni Unite nel 2021), ma nessuno aveva fornito prove così esplicite di vittime causate esclusivamente da un processo decisionale automatizzato.

L’episodio però, come sottolinea lo stesso Kokhanovskyy, è stato un caso isolato per fini di testing, e la modalità di completa autonomia non è mai stata più impiegata. In ossequio alle regole dell’Ucraina, che mantiene un approccio chiaro sull’impiego dell’IA nei sistemi d’arma, permettendone l’utilizzo esteso nell’individuazione e nel tracciamento dei bersagli, ma non per l’autorizzazione finale all’ingaggio, preservando lo human-in-the-loop.

Ma l’episodio rimane comunque un monito di come l’IA stia trasformando il campo di battaglia, e dei rischi che questa trasformazione contiene al suo interno. Rischi che hanno spinto alcuni attori a cercare di prevenire il verificarsi di situazioni simili a quella descritta dall’imprenditore ucraino. Tra questi c’è il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, che ha più volte chiesto un divieto internazionale delle armi autonome letali, sostenendo che non vi sia spazio per sistemi capaci di decidere autonomamente sulla vita e sulla morte delle persone. Ma oltre a Guterres, tantissime organizzazioni umanitarie e numerosi esperti temono che l’eliminazione del giudizio umano possa aumentare il rischio di errori, colpire civili o rendere più difficile attribuire responsabilità legali per eventuali crimini di guerra.

La lettera del Congresso a Greer e Lutnick. Nuovo capitolo per la Mfn

11 Giugno 2026 ore 16:41

L’ultimo capitolo della saga Mfn arriva dal Congresso statunitense, dove 48 deputati repubblicani guidati dal vicepresidente della Commissione Ways and Means Vern Buchanan, dal presidente della House Budget Committee Jodey Arrington e da Nicole Malliotakis hanno inviato una lettera all’U.S. Trade Representative Jamieson Greer e al segretario al Commercio Howard Lutnick chiedendo di procedere rapidamente con un’indagine ai sensi della Section 301 contro le politiche di determinazione dei prezzi dei medicinali adottate da diversi Paesi stranieri.

La lettera

Nella missiva i parlamentari sostengono apertamente la linea della Casa Bianca, secondo cui molte economie avanzate beneficiano dell’innovazione farmaceutica sviluppata negli Stati Uniti senza contribuire in maniera proporzionata ai costi di ricerca e sviluppo. “Per troppo tempo nazioni straniere benestanti hanno raccolto i benefici dell’innovazione farmaceutica americana utilizzando controlli sui prezzi e altre politiche scorrette per evitare di pagare la loro giusta quota”, scrivono i firmatari, chiedendo all’amministrazione di utilizzare tutti gli strumenti commerciali disponibili per contrastare quello che definiscono un fenomeno di free-riding. “Mentre i precedenti presidenti sono rimasti a guardare consentendo alle nazioni straniere di approfittare degli Stati Uniti, il presidente Trump ha giustamente invocato un’azione commerciale decisa per affrontare questo problema”, si legge ancora.

L’iniziativa rappresenta l’ulteriore tassello di una posizione ormai consolidata. La Casa Bianca e, ora apertamente, anche i rappresentanti del Congresso considerano il recente accordo raggiunto con il Regno Unito come il modello da replicare a livello internazionale. Secondo i sostenitori, l’intesa avrebbe dimostrato che negoziati commerciali mirati sul tema del pricing possono portare benefici ai pazienti e ai contribuenti americani, inducendo i partner a sostenere una quota maggiore dei costi dell’innovazione.

“Il presidente Trump è stato inequivocabile: le altre nazioni ricche devono fare un passo avanti e pagare la loro giusta quota per l’innovazione farmaceutica salvavita invece di fare affidamento sui pazienti americani” ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca Kush Desai a Politico, sintetizzando la posizione dell’amministrazione.

I Paesi nel mirino di Washington

Fra i Paesi oggetto di osservazione nel paniere elaborato dagli Usa ci sono Canada, Francia, Italia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito, insieme ad altre economie europee. Ma, oggi nel mirino di Washington c’è in particolare la Germania – menzionata anche ripetutamente nella lettera dei congressmen, insieme a Francia, Canada e Giappone.

Berlino sta infatti discutendo una riforma volta a contenere la spesa farmaceutica e, secondo diverse ricostruzioni, sarebbero già in corso colloqui riservati tra esponenti del governo tedesco e rappresentanti dell’amministrazione statunitense. Sul tavolo non vi sarebbero soltanto i prezzi dei farmaci, ma anche investimenti industriali e competitività del settore. Negli ultimi giorni alcune delle principali aziende del comparto hanno espresso crescente preoccupazione per il deterioramento del contesto europeo e, in particolare, per l’approccio intrapreso da Berlino nelle riforme. Eli Lilly ha annunciato la revisione di un piano da 2,3 miliardi di euro in Germania, destinando parte delle risorse agli Stati Uniti. Anche Boehringer Ingelheim ha comunicato la cancellazione di investimenti programmati tra il 2027 e il 2030 per circa 900 milioni di euro.

Le motivazioni richiamano il tema, ormai ricorrente nel dibattito, legato alla crescente difficoltà dell’Europa nel competere con Stati Uniti e Asia per attrarre e valorizzare ricerca, sviluppo e produzione ad alto valore aggiunto. Le prospettive di ulteriori misure di contenimento della spesa – dal punto di vista delle aziende – rischiano di ridurre la prevedibilità regolatoria e la capacità del continente di attrarre e mantenere investimenti.

E l’Italia?

La questione assume una rilevanza particolare per l’Italia, che negli ultimi anni ha consolidato il proprio ruolo di leadership nella manifattura farmaceutica europea. Se l’amministrazione americana dovesse proseguire lungo la strada delle investigazioni, anche Roma potrebbe essere chiamata a dimostrare l’attrattività e la competitività del proprio modello. Nei 10 mesi successivi all’introduzione della Mfn, il nostro Paese ha già vissuto un crollo del 66,7% del lancio dei nuovi farmaci, attestandosi fra i più colpiti in Europa, a fronte di una media Ue del -35%.

Al netto dell’ormai annosa questione del payback, da tempo indicata dall’industria come uno dei principali fattori di incertezza, il tema riguarda più in generale la capacità del Paese di offrire un quadro regolatorio stabile, prevedibile e favorevole agli investimenti. E, in un contesto Europeo non semplice, l’Italia ha il potenziale di agire fra i primi. Il Testo unico farmaceutico, ad esempio, potrebbe trasformarsi in qualcosa di più di un semplice esercizio di riordino normativo se saprà affrontare alcuni dei nodi che da anni alimentano il dibattito sulla competitività del settore. Un obiettivo tutt’altro che scontato, ma che assume un peso crescente mentre il resto del mondo corre.

Il puzzle a Kyiv si risolve con l’inviato Ue, non con i minivertici. Meloni in aula

11 Giugno 2026 ore 16:21

Serve più europeismo sull’Ucraina, traguardo che si può raggiungere con un volto Ue dedito al negoziato e non con piccole riunioni che non decidono nulla. Parte da questa considerazione valoriale Giorgia Meloni nel suo intervento in Aula, in vista del Consiglio europeo.

Lo scatto che deve fare l’Ue

Lungo e articolato il nerbo delle comunicazioni con cui la presidente del Consiglio dice essenzialmente due cose: serve una svolta europea su Kyiv (anche nelle teste di chi convoca vertici ristretti) e l’Italia non è parte del conflitto iraniano e non intende diventarlo.

Sul primo punto la traccia è chiara: il periodo in cui viviamo è caratterizzato da “trasformazioni profonde e sfide complesse”, come la guerra in Ucraina che proprio oggi supera, per durata, la Prima Guerra Mondiale. L’Italia, spiega Meloni, resta coerente: sia nella solidarietà all’Ucraina che nel sostegno alla sua difesa oltre che a mantenere la pressione su Mosca. Ma Meloni aggiunge un elemento di prospettiva: dal momento che la fermezza da sola non basta più, occorre una visione di lungo periodo. Ovvero gettare le basi per le condizioni della pace, “lavorando, insieme ai nostri alleati, a solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina e a una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo”.

Il modus operandi: l’unità

E come si raggiunge tale ambizioso risultato? Tramite “l’unità euro-atlantica e il coordinamento tra Europa e Stati Uniti, sfida non sempre facile, ma necessaria”. Dunque, sottolinea con veemenza, è l’Europa a doverle negoziare, senza subire i diktat altrui: cosa che non è immaginabile senza una figura che “possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale, perché procedere a tentoni con formati variabili, non adeguatamente rappresentativi, produce solo frammentazione, confusione, debolezza”.

E aggiunge un passaggio nevralgico: “Il tema vero, dal mio punto di vista, non è chi faccia o meno parte di questo o di quel formato, ma piuttosto il fatto che, allo stato, nessun formato ha la legittimità per parlare a nome dell’intera Europa”. Per questo motivo “sostengo, da tempo, la necessità di individuare una figura autorevole, investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati Membri per portare il punto di vista dell’Europa, ed è in questa direzione che continuo a lavorare”.

Da qui, poi, (e solo da questa premessa) si potrà partire per inseguire l’altro grande obiettivo: l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue, ma senza sorpassare paesi come Moldova e Balcani occidentali che sono in attesa ormai da anni e che hanno risposto positivamente ai capitoli di riforme stimolati da Bruxelles.

Iran e no war

Il secondo punto che verrà trattato nel prossimo Consiglio europeo è la crisi in Medio Oriente, “che continua a destare enorme preoccupazione sotto il profilo umanitario, della sicurezza regionale e della stabilità economica globale”. Preoccupazioni che abbracciano secondo il presidente del consiglio gli equilibri internazionali, la libertà di navigazione, i mercati energetici, le catene di approvvigionamento, le economie europee, compresa quella italiana. La linea di Palazzo Chigi, ribadisce, non cambia: l’Italia non è parte del conflitto, e non intende diventarne. “Il nostro obiettivo è che la guerra termini al più presto, che si eviti un ulteriore allargamento della crisi e che si creino le condizioni per riportare il confronto dentro un percorso politico e diplomatico”.

Infine un passaggio sulla difesa. Secondo Meloni si discute di percentuali, ma il tema della sicurezza è senza dubbio più ampio. “Il tema della sicurezza non è solo difesa, non sono solo armi, anche per quello che riguarda la difesa noi dobbiamo fare i conti con il fatto che quello che vediamo accadere attorno a noi ci racconta un modello che sta cambiando”.

Le opposizioni divise

Ma mentre il centrodestra ha presentato una risoluzione unitaria siglata da tutti i partiti (FdI, Lega, Forza Italia e Noi Moderati), il campo largo è diviso. Secondo il Pd  “la prospettiva dell’adesione dell’Ucraina all’Unione europea rappresenta una scelta strategica fondamentale per il continente europeo e il concreto avanzamento del percorso di integrazione europea”, si legge nelle premesse. Per cui  impegna il governo ad “adoperarsi, insieme ai partner europei, per garantire la prospettiva dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea e promuovere l’apertura dei capitoli negoziali”. Fa alcuni distinguo il Movimento 5 Stelle che non accetta l’idea dell’Ucraina in Ue.

Ecco la campagna di influenza di Pechino sulle midterm che sfrutta ChatGPT

11 Giugno 2026 ore 15:40

Febbre da SpaceX. Anche la Cina prova a salire sul carro di Musk

11 Giugno 2026 ore 15:26

Più che tutti giù dal carro, tutti su. Il carro di SpaceX. La compagnia spaziale di Elon Musk si prepara a una quotazione prossima ai 75 miliardi. E se il mercato risponderà positivamente, sarà quasi certamente la più grande Ipo mai vista da occhio umano. Normale, dunque, che una simile operazione faccia gola agli investitori. Problema: quando la quotazione in borsa più attesa al mondo nel settore tecnologico comunica agli investitori di un intero Paese l’impossibilità di partecipare, questi tendono a ingegnarsi.

È esattamente ciò che sta accadendo: gli investitori cinesi e di Hong Kong, esclusi dalla prossima offerta pubblica iniziale di SpaceX, si stanno rivolgendo ai future perpetui e ai derivati sintetici sulle piattaforme di scambio di criptovalute per cercare di accaparrarsi una fetta di mercato. Vale a dire dell’offerta di SpaceX, la cui valutazione oggi si aggira sui 1.750 miliardi.

Insomma, l’operazione finanziaria più spettacolare dell’anno, debutto al Nasdaq previsto proprio per domani, nasce con una porta chiusa. Ma mentre le grandi banche americane apparecchiano il roadshow e i fondi si mettono in fila, una parte cruciale dell’Asia finanziaria resta esclusa. Quella cinese. Eppure, il Dragone non demorde. Anzi, rilancia. Gli investitori cinesi stanno, dunque, utilizzando asset digitali per aggirare i controlli sui capitali di Pechino scattati proprio in vista della quotazione.

Il meccanismo chiama direttamente in causa le criptovalute. L’idea sarebbe quella ricorrere a dei token, i quali fungerebbero da asset digitali che offrono però un’esposizione sintetica o presumibilmente garantita da asset reali. Gli investitori cinesi, insomma, vorrebbero usare moneta virtuale per mascherare sottoscrizioni reali di capitale SpaceX. Di sicuro, l’ingresso in borsa di SpaceX è infatti visto da molti analisti come il segno di un cambiamento nel rapporto tra tecnologia, potere economico, potere politico e potere finanziario.

Una delle più ricche società al mondo ha l’obiettivo di controllare contemporaneamente i mezzi e il modo in cui le persone comunicano, controllando al tempo stesso l’accesso allo Spazio per gestire le infrastrutture delle telecomunicazioni e forse un giorno i sistemi per far funzionare le intelligenze artificiali. E lo farà con una struttura societaria che di fatto lascia tutto il potere a Elon Musk.

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