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Ricevuto ieri — 18 Gennaio 2026

“Buen camino” di Zalone è il film che ha incassato di più nella storia del cinema italiano ma non è quello più visto, anzi: ecco come stanno davvero i numeri al box office

18 Gennaio 2026 ore 11:16

Buen camino è il film che ha incassato di più nella storia del cinema italiano (ma non è quello più visto, anzi). L’ultimo balzo per la ditta Zalone/Nunziante è stato quello di sabato 17 gennaio 2026 con un altro milione e 325mila e rotti euro messi in cassa. Cifretta mica da ridere, a quasi un mese dall’uscita del film, che ha permesso a Buen Camino di raggiungere 68milioni 823mila 069 euro e superare definitivamente Avatar (2009). Il film evento mondiale in 3D di James Cameron con i suoi 68milioni 675mila 722 euro è rimasto imbattuto di fronte a più attacchi zaloniani per quasi vent’anni: Quo Vado? (2016) che ha incassato 65.365.722 euro; Sole a catinelle (2013) con 51.936.318 euro; e il povero Tolo Tolo (2020) il film più “complesso” e riuscito di Zalone che si fermò addirittura a 46milioni208mila 356 euro.

Saranno contenti i produttori di Indiana Production (Marco Cohen, Benedetto Habib, Fabrizio Convito, Daniel Capos Pavoncelli) che hanno raccolto il testimone della Taodue di Pietro Valsecchi, colui che ha inventato e puntato sulla comicità zaloniana al cinema per poi scansarsi proprio in quest’ultima trionfale tornata nelle sale, recuperando Luca Medici da quello che sembrava il binario morto di Tolo Tolo. Vanno comunque rimarcati un paio di dati, come del resto stiamo facendo da quasi un mese, ovvero fin dai giorni di Natale quando Buen Camino è uscito. Per un evidente aumento del prezzo del biglietto del cinema, spesso ad hoc – in alcune sale vedere Buen Camino costa anche 15 euro – quest’ultimo titolo di Zalone non è il film più visto della storia del cinema italiano.

Ad ora, battuto il record d’incassi assoluto, Buen Camino veleggia sugli 8 milioni e mezzo di spettatori. Numero che supera gli 8 milioni e duecentomila di Avatar (con gli occhialini 3D all’epoca il prezzo del biglietto era maggiorato rispetto alla media ndr) ma ancora lontano dai quasi 10 milioni di Quo Vado? e da oltre altri 60 titoli (da Trinità con Bud Spencer e Terence Hill al Decameron di Pasolini, dai film di Leone a quelli di Bertolucci) che nella classifica SIAE sopravanzano Buen Camino di parecchi milioni di spettatori. Se anche solo, vista la media ancora robusta di spettatori dopo un mese di programmazione, Buen Camino registrasse, stando larghissimi, altri due milioni di paganti si posizionerebbe al 30esimo posto sui 10 milioni e mezzo di spettatori tra ET di Spielberg (1982) e Serafino (1968) di Germi con Adriano Celentano. Nelle ore del trionfo di Buen Camino va anche registrato, in proporzione, il notevole risultato di La Grazia di Paolo Sorrentino che raccoglie quasi un milione e 900mila euro per quasi 230mila spettatori, piazzandosi al secondo posto nella classifica di sabato 17 gennaio davanti ad Avatar 3.

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“Se mi togli il lavoro sono un vecchietto che accompagna in giro il cane. La fine del matrimonio con Sebastiano? È sciocco rimanere ancorati a una idea, si crepa”: parla Filippo Timi

18 Gennaio 2026 ore 10:14

La paura della solitudine, il matrimonio finito con lo scrittore Sebastiano Lombardi, il sogno di recitare con Sabrina Ferilli diretto a Pedro Almodóvar. Filippo Timi concede poche interviste ma quando lo fa si apre a cuore aperto, raccontandosi tra lavoro e vita privata, inclusi inquietudini e graffi più profondi, rivelando al Corriere della Sera di essere in fondo ancora quel bambino super sensibile, un “animaletto brado” che non amava essere catalogato. Anche oggi che è un uomo, un artista affermato e continua a conquistare il pubblico con I delitti del BarLume, la serie di Sky tratta dai gialli di Malvaldi.

FILIPPO TIMI, TRA IL SUCCESSO E LA PAURA DELLA SOLITUDINE

Mentre sogna un film con Sabrina Ferilli – “Vorrei lavorare con lei e Miguel Bosé diretti da Almodòvar” –, di essere diretto da Paolo Sorrentino e di debuttare come regista, Filippo Timi si divide tra tv e teatro. Mentre sta per terminare la nuova stagione de I delitti del BarLume, si prepara a tornare in scena al Franco Parenti di Milano con Amleto². Ed è proprio con il teatro, ammette, che è riuscito a superare i suoi limiti e i suoi mostri. Tutti, o quasi, tranne la solitudine. “Prima pensavo: quando diventerò famoso non mi sentirò più solo. Non è così. Anzi, a volte è peggio quando succede e sei in mezzo a una folla che ti apprezza, perché comunque torni a casa e non hai un affetto, una famiglia, per l’aver sacrificato tutto per il tuo lavoro”, ammette a cuore aperto. Però, secondo Timi, il gioco vale la candela. Tanto da sentirsi obbligato a fare arte: “Se mi levi l’arte mi trasformo in un vecchietto che accompagna in giro il cane. Che va anche bene, ma i miei lavori, i miei film, sono i miei figli, le mie propaggini”.

QUANDO INTERPRETÒ MUSSOLINI

Tra i suoi lavori più celebri c’è Vincere, il film di Marco Bellocchio che lo scelte per interpretare Benito Mussolini. “Ero giovane, avevo 34 anni. Come il giovane Mussolini avevo quella fame, quella spregiudicatezza. Poi io, ringraziando l’universo, sono sempre stato spontaneamente buono. Dissi a Bellocchio che vedevo Mussolini come uno attraversato da un fiume nero”, spiega al Corriere. Ma oltre a Bellocchio, ringrazia “tutti quei registi che mi hanno fatto lavorare anche senza che io avessi fatto una scuola. Ci fu un insegnate di canto, in particolare, che mi vide e riconobbe che forse avevo qualcosa, così mi propose di partecipare ai suoi laboratori gratis. Una roba incredibile per me ragazzo”. Per questo, rivela che da quando ha cominciato a fare laboratori di recitazione ha voluto fossero tutti gratis: “Con me non paghi mai”.

LA RVELAZIONE SUL MATRIMONIO FINITO CON SEBASTIANO LOMBARDI

Nella lunga intervista al Corriere c’è anche spazio per un’incursione nella sua vita privata, in particolare quando parla del matrimonio finito con il scrittore Sebastiano Lombardi (rivelò la fine dell’unione civile proprio a FqMagazine, nel 2022). Confessa che quando si sposò credeva nel “per sempre”, poi le cose andarono diversamente:“Ci credevo tantissimo, mi sembrava un sogno. Poi le cose evolvono ed è sciocco rimanere ancorati a una idea: lì è la volta buona che si crepa. La vita è movimento. La differenza è come reagisci al cambiamento”.

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Denis Côté, «Il mio cinema resistente, all’attacco delle belle immagini»

18 Gennaio 2026 ore 00:02

Canadese, nato nel 1973, regista, sceneggiatore e produttore, Denis Côté è autore di un cinema ibrido che sfugge alle classificazioni, che ama i personaggi marginali raccontandoli con un realismo venato […]

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Jafar Panahi apre a sorpresa gli Efa: «Bisogna reagire alla violenza in Iran»

18 Gennaio 2026 ore 00:01

Jafar Panahi ha aperto a sorpresa la 38a edizione degli Efa, gli European Film Awards, che si è svolta ieri sera a Berlino. Sul palco ha lanciato un appello conto […]

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Ricevuto prima di ieri

Sorrentino, le corna del suo presidente e quell’eccesso di passato nelle nostre vite

17 Gennaio 2026 ore 04:45

Quello che gli aspiranti moralizzatori con pacchetto dati non capiscono è che «Vergogna!» non è la condanna che credono loro: nulla come vergognarci di quel che abbiamo detto o fatto o anche solo pensato ci tempra. Quello che non capiscono è che non ci si può vergognare al presente: la vergogna è fatta di senno di poi; e, adesso che di tutto resta traccia, abbiamo un eccesso di passato e quindi di vergognabilità. (Bisognerebbe dare meno valore al ricordare e più al pensare, diceva una certa Susan Sontag).

Io, per esempio, mi vergogno tantissimo ogni volta che, in quella funzione mnemonica lisergica che sono i ricordi di Facebook, appaiono i post che dodici o tredici anni fa scrivevo su “La grande bellezza”. Non perché nel frattempo abbia cambiato idea sul film (non l’ho mai rivisto, magari la cambierei, vergognandomi ancora di più): perché mi rileggo e mi trovo tragicamente ridicola, invasata, militante del «questo film mi dispiace e quindi deve dispiacere a tutti». Santiddio, non potevo limitarmi a dirlo a voce agli amici a cena? Se avessi fatto come s’era sempre fatto fino ad allora, ora godrei del lusso della rimozione. Invece è tutto lì, indelebile e perentorio, e guardami: sembro una dell’Internet.

I ricordi di Facebook sono sempre un crepaccio che si apre all’improvviso e ben che vada è uno spavento, perché i diari dovevi andare a rileggerli, e questo comportava tempo e gesti che ti preparavano al ricordo; il diario di Facebook è immateriale, non lo tiri fuori da scatole impolverate su soppalchi, ti appare all’improvviso nella pagina e sei lì, nuda, a rimirare la scemissima te di troppe incarnazioni fa.

Ho ripensato molto alla me furibonda coi fenicotteri e le altre immaginifiche e per me noiosissime trovate sorrentiniane di quell’anno lontano, mentre guardavo il Sorrentino di quest’anno, “La grazia”, che – chiedo scusa se gioco al piccolo critico cinematografico – non mi pare sia solo la combinazione delle due solite metà di Sorrentino.

I due Sorrentino abituali sono il Sorrentino di cui appunto niente m’importa, quello dell’astronauta che piange, del primo ministro portoghese al rallentatore sotto la pioggia, del presidente e del generale che parlano in quello spiazzo che sembra un qualche spot di pro loco per pubblicizzare i più bei borghi d’Italia: il Sorrentino delle immagini.

Poi c’è un altro Sorrentino, più ricevibile per chi come me s’interessa alle cose solo se qualcuno le verbalizza, per chi come me spreca il lavoro dei registi che s’inventano inquadrature, che organizzano carrelli, che usano le lenti degli occhiali.

È, quell’altro, il Sorrentino che nei casi migliori è Yasmina Reza (il dialogo a cena con la critica d’arte stronzissima che molla lì il pesce bollito e va a un’altra cena, una in cui si mangi davvero: che meraviglia), e nei casi che più piacciono al grande pubblico è il calendario di Frate Indovino. Quello che fa dire a Toni Servillo «non siamo stati bravi, siamo stati eleganti», che già ti pare di vedere la professoressa democratica che esce dall’Anteo ripromettendosi di usarla la prossima volta che litiga col cognato.

Però mi pare che “La grazia” sia innanzitutto un trattato sulla memoria, perché Paolo Sorrentino ha l’età alla quale Proust era già morto da quattr’anni, e noialtri che cominciamo per cinque sappiamo domandarci solo quella cosa lì: non «a chi appartengono i nostri giorni», ma «il tempo, il tempo, chi me lo rende?».

Non è solo il fatto che Toni Servillo passa le giornate a interrogarsi sulla moglie morta: lo aveva tradito quarant’anni prima, e lui non sa con chi; lui sta per terminare il settennato da presidente della repubblica, deve decidere se graziare due assassini e se firmare una legge sull’eutanasia, e pensa – come un ragazzino – solo al fatto che la sua bella l’ha tradito.

Succedeva – nel più brutto sceneggiato della storia della televisione, “Disclaimer” – lo stesso a Sacha Baron Coen, che passava non so quante puntate a costernarsi, indignarsi, straziarsi per aver scoperto che venti e più anni prima la moglie era stata a letto con un altro. (Ovviamente per recuperare questo riferimento ho dovuto scrivere “corna” nella ricerca di WhatsApp e trovare i messaggi sbeffeggianti mentre guardavo “Disclaimer”, perché altrimenti tutto quel che il cervello da menopausa mi permetteva di mettere a fuoco era: ma io di cornuto che non si capacita dopo secoli non ne ho visto un altro da poco?).

Ma – forse sono io che proietto – mi pare che per Servillo sia diverso, perché le corna non confessate, non analizzate, non elaborate in coppia, le corna che ti ha fatto una che ora è morta e non puoi più chiedergliene conto ma solo rimuginare, solo fare ciò che è il corrispondente, per il maschio adulto, della sedicenne che si tagliuzza le cosce, cioè chiedere a chiunque dimmi con chi mi tradiva, dimmi se mi tradiva con te, quelle corna lì sono un altro tassello del trattato: sono il ricordo che non puoi ricordare.

Nel sottofinale di “La grazia”, Servillo è su Zoom, negli occhiali gli si riflette lo schermo del computer e quindi si vedono i figli con cui è collegato. Normalmente avrei pensato che, come me, si rifiuta di pagare le lenti antiriflesso. Ma ho visto da poco “Breakdown: 1975”, in cui Martin Scorsese commenta una scena di Spielberg – una scena di “Lo squalo” in cui a un personaggio si riflette negli occhiali il giornale che sta leggendo – dicendo «That’s cinema», e quindi ora mi sento in colpa pensando alla fatica sprecata di questi poveri registi presso lo schieramento minore ma cocciuto di cui faccio parte: quello di chi fruisce i film come fossero radiodrammi.

Ci sono state – sono appena finite – un paio di terribili settimane in cui in Italia non era possibile vedere “Succession”: erano scaduti i diritti di trasmissione di Sky e non era ancora arrivata Hbo. L’ultima puntata che ho guardato prima che Sky mi sfilasse il giocattolo da sotto il naso è la stessa che ho guardato appena aperta la app di Hbo, quella su cui tutti i patiti di “Succession” sospirano da anni: il compleanno di Logan e quell’incredibile rap di Kendall.

Poiché sono sei anni più vecchia di quando la vidi la prima volta e tenni in sottofondo il rap di Kendall per settimane, stavolta di quella puntata mi ha colpita di più un’altra scena. Shiv regala al padre un album con le foto delle loro case, lui non sembra contento (quando mai Logan Roy sembra contento), neanche capisce che le case fotografate sono tutte loro. Lei è accomodante perché sta brigando per non farsi escludere dalla successione, gli dice «non ti piace granché il passato, eh?», e lui dà una risposta che con sei anni di ritardo mi ha uccisa: «Non è che non mi piaccia, è che ce n’è troppo».

Troppo perché i ricordi pesano, perché i morti mancano, o per quell’altra cosa che diceva Susan Sontag, che mentre lo vivevamo non sapevamo che era una zona sicura, ma adesso lo sappiamo – adesso che gli siamo sopravvissuti, al passato. Troppo o non abbastanza?

Servillo, all’inizio di “La grazia”, dice «io, quando ricordo, muoio», e alla fine «a me non piace dimenticare, a me piace ricordare», e io temo che siano tutte e due vere. E che avesse ragione Logan Roy, non solo perché di passato ce n’è decisamente troppo nelle vite di tutti noi, ma per quel concetto insensato eppure ovvio che aggiunge subito dopo: «Il futuro è concreto, il passato è tutto invenzione».

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Adolescere significa crescere. Su “Il maestro” di Andrea Di Stefano

16 Gennaio 2026 ore 07:23
di Marco Nicastro   L’identificazione è un meccanismo psichico che porta nel tempo una persona a far propri, in modo spesso inconsapevole, aspetti rilevanti del modo di essere di un’altra persona con cui ha stabilito un rapporto affettivamente significativo. Si tratta di un meccanismo importante per la costruzione e il cambiamento dell’identità soggettiva, e che, …

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Visioni libere: The internet own boy

di:Unit
4 Maggio 2019 ore 00:00

Durante Connessioni Caotiche 2019 proiezione del documentario su Aaron Swartz.

Sabato 4 maggio 2019

The Internet’s own boy, Brian Knappenberg, 2014

ENG sub ITA

Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.

Ore 21:00

Il Ragazzo di internet è Aaron Swartz, attivista
dei diritti in rete accusato di frode informatica …

Visioni libere: Risk

di:Unit
12 Aprile 2019 ore 00:00

Terza visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

Risk, Laura Poitras, 2016

Documentario su Julian Assange, fondatore di Wikileaks.

Motivazioni e contraddizioni su Assange e le sue cerchie, con un occhio in particolare sui rischi che sono stati presi. Il documentario copre il periodo dal 2010 …

Visioni libere: Operazione Vega

di:Unit
8 Aprile 2019 ore 00:00

Seconda visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

Operazione Vega, RAI, 1962

Sceneggiato di fantascienza RAI tratto dal radiodramma di Friedrich Dürrenmatt.

Vega è il nome della nave spaziale che porta i rappresentanti di un certo blocco di Stati terrestri sul pianeta Venere dove sono confinati …

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