Punch back or punching bag? EU weighs response to Trump’s Greenland tariff threat


Nature, Published online: 19 January 2026; doi:10.1038/d41586-026-00186-8
A generation that missed out on economic growth is driving the trends overtaking politics today.

Nature, Published online: 19 January 2026; doi:10.1038/d41586-026-00186-8
A generation that missed out on economic growth is driving the trends overtaking politics today.





In concomitanza con Rétromobile, tempio d'Oltralpe del collezionismo e del motorismo storico, tradizione vuole che Parigi ospiti un corollario di aste di auto d'epoca. Una di queste è organizzata il 30 gennaio da Bonhams presso il Polo de Paris, antico circolo di polo nella capitale francese. Il "menu" della vendita all'incanto prevede 80 tra vetture classiche e supercar; spiccano esemplari di rara bellezza e, come sempre, dai prezzi stellari, ma non mancano modelli acquistabili anche dai comuni mortali.
Una "Ali di gabbiano"
Presentati al pubblico nei giorni precedenti all'asta, ossia dal 27 al 29 gennaio 2026, i modelli abbracciano più epoche e stili, dalle icone d'altri tempi alle youngtimer, sino alle sportive più vicine ai giorni nostri. L'obiettivo di Bonhams è attirare collezionisti internazionali valorizzando automobili con storie e pedigree interessanti. Come quelli di una delle regine dell'asta, una Mercedes-Benz 300 SL “Gullwing” Coupé del 1955, auto di grande fascino: acquistata dall'attuale proprietario parigino circa quindici anni fa, conserva telaio, carrozzeria e motore originali e ha un valore stimato tra 1,2 e 1,5 milioni di euro.
Condizioni originali
Non mancano pezzi unici come un’Aston Martin DB4 del 1962, uno dei soli sei esemplari con guida sinistra prodotti. Nella sua storia ha avuto soltanto tre proprietari, l'ultimo dei quali, l'attuale, l'ha tenuta per oltre 50 anni. Perfettamente conservata, con il motore revisionato 15 anni fa, si presenta nel suo originale Blu Egeo con interni color cuoio Connolly. Il valore stimato è di circa 350-450 mila euro. L'elenco di modelli della Stella comprende anche una Mercedes-Benz 500K W29 Coupé del 1934, una delle 18 realizzate, in condizioni perfette (valutata 1,5-2,5 milioni di euro e venduta senza riserva) e una 320N Cabriolet el 1938, presentata nella sua livrea originale (400-450 mila euro).
C'è anche il Biscione
Tra i marchi italiani non poteva mancare Alfa Romeo egregiamente rappresentata da una 6C 2500 Sport Sperimentale del 1952 con carrozzeria Touring, restaurata minuziosamente nel 2000, una delle poche a passo lungo ancora in circolazione. La stima è di 400-450 mila euro. Spiccano ancora una BMW M1 Coupé del 1981 immatricolata in Germania e con una livrea Inka Orange in contrasto con interni neri (450-500 mila euro), una Chrysler Coupé "Thomas Special" del 1953, esemplare unico carrozzato Ghia (330-390 mila) e la più recente del gruppo, una Porsche 911 Turbo 3.6 Coupé del 1993 (400-450 mila euro).
Prezzi accessibili
Tra gli esemplari in vendita con prezzi più "umani" - e molto spesso senza riserva (ossia senza una base minima d'asta) - segnaliamo una Citroën 11 BL "Traction Avant" Saloon del 1951 e una Land Rover del 1966 (entrambe valutate 5-10 mila euro), una Fiat 750 Spyder Vignale del 1963 (13-17 mila), una Triumph TR3A Roadster del 1958 (20-30 mila), una Rolls-Royce Twenty Barrel-Sided Tourer del 1924 e una Aston Martin Lagonda del 1983 (stimate 30-40 mila euro). Per visionare i singoli lotti consultare il sito ufficiale dell'asta parigina di Bonhams.





























Con la Jeep Cherokee XJ del 1985 Ottomobile inaugura un 2026 ricco di novità. Questo modello, in scala 1:18 interamente di resina, offre un ottimo equilibrio tra linee, proporzioni e precisione d’insieme.
Tributo agli Eighties
La carrozzeria, verniciata in un elegante verde scuro metallizzato, evidenzia il carattere “borghese” della versione Limited, impreziosita dalla sottile filettatura dorata che corre lungo i fianchi. Lateralmente si apprezza la coerenza delle linee, tipiche del design pragmatico e razionale degli anni 80, lontano da ogni concessione stilistica superflua. È gommata Michelin con i cerchi dorati tipici dell'allestimento Limited, il tutto incorniciato dai larghi e squadrati passaruota. Il frontale è immediatamente riconoscibile: calandra a feritoie verticali, gruppi ottici squadrati con indicatori arancioni separati e paraurti massiccio, correttamente replicato nelle sue forme e assemblato con un ottimo accoppiamento.
Dettagli analogici
Le superfici vetrate e ampie, ben fissate ai montanti, permettono di apprezzare al meglio gli interni color crema: sedili dalla forma corretta, plancia semplice ma credibile, volante fedele al disegno originale e una disposizione degli strumenti, rigorosamente analogici, che ricalca con accuratezza il cruscotto dell’auto reale. L’insieme dell'abitacolo risulta armonioso e coerente con l'allestimento della versione XJ. Un dettaglio che cattura l'occhio è la presenza della ruota di scorta posizionata verticalmente nel baule con la custodia in tinta con la tappezzeria. Nel complesso convince i collezionisti che apprezzano i modelli anni 80 e i SUV “prima maniera”, ed è ordinabile sul sito del produttore a circa 90 euro, un prezzo in linea con il listino Ottomobile.


























E’ una teoria per certi versi simile alla processione di vergini e martiri dei mosaici ravennati di Sant’Apollinare Nuovo, evocati nelle prime pagine del volume per testimoniare la diffusione del […]
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Non si sa molto sul tipo di musica che doveva essere suonata e cantata dai giullari itineranti: almeno per i primi secoli del Medioevo le testimonianze sono pochissime e le […]
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Di Alberto Conti per ComeDonChisciotte.org In una società utopica, ideale, ogni membro sviluppa una propria coscienza vigile e positiva, autonoma ma condivisa nei contenuti con quella di tutti gli altri. Così non può che agire di conseguenza, senza bisogno di leggi e autorità che le facciano rispettare. Non è anarchia, ma armonia di […]
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Tra gli anni 70 e 80, l'Alfa Romeo 179 rappresenta una delle monoposto più significative per il Biscione in Formula 1. Tecnomodel la propone di resina e in scala 1:18, nella configurazione del GP d’Olanda 1980 affidata a Vittorio Brambilla, con un dettaglio che conferma una filosofia modellistica ormai ben riconoscibile.
Aerodinamica protagonista
La linea è compatta, rettangolare, priva di parti superflue. Il frontale, con l’ala in due parti, è corto e spiovente, e l’insieme è riprodotto con proporzioni corrette per offrire quell’aspetto quasi artigianale che caratterizzava le monoposto dell’epoca. Le fiancate, alte e squadrate, mostrano le prese d’aria laterali e il profilo superiore risulta leggermente modellato, con la livrea rosso Alfa stesa in maniera uniforme e brillante, interrotta dal bianco del muso e della parte superiore dell’abitacolo. Le decalcomanie degli sponsor, con cerchi e pneumatici Goodyear e il logo Alfa Romeo con l'immancabile quadrifoglio, appaiono ben posizionate, contribuendo a un colpo d’occhio molto realistico. In coda domina l’ala posteriore alta e squadrata, uno degli elementi più in vista del modello. Le paratie laterali riportano correttamente la rivettatura, e la struttura dell’ala e il supporto centrale sono riprodotti con un buon compromesso tra solidità e dettaglio.
Minimale e ricercata
Il posto guida è profondo e credibile e ospita l’avvolgente sedile, con cinture di sicurezza. La strumentazione minimale ben rappresenta l’essenzialità estrema della Formula 1 di 45 anni fa. Il rollbar, la presa d’aria sopra la testa del pilota e i dettagli del cockpit sono resi con una finezza che ripaga anche l’osservazione ravvicinata, nonostante l’assenza di parti apribili. Imperdibile per gli appassionati di Formula 1 storica, è una monoposto poco celebrata ma fondamentale nel percorso sportivo per il marchio del Biscione. Il modello, in uscita a breve con il numero 22 di Vittorio Brambilla, sarà disponibile anche con il 23 di Bruno Giacomelli, per dare la possibilità ai più esigenti di completare la squadra. Prenotabile sul sito del produttore, il prezzo di 256,40 euro è una spesa che un collezionista consapevole comprende.




















Il volume "La letteratura italiana dal 1895 a oggi. Una storia intermediale" a cura di Giuliana Benvenuti (Einaudi, pp. 513, euro 28) è costru... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Di Léo Delibes (1836-1891) i ballettomani conoscono Coppélia, gli operomani Lakmé e tutti il duetto “dei fiori” che ne è tratto, perché imperversa anche negli spot televisivi. Ovviamente da riscoprire c’è molto di più. Provvedono quei pazzi geniali del Palazzetto Bru Zane, il centro franco-veneziano per la musica romantica francese. Stavolta tocca allo sconosciutissimo Jean de Nivelle, un’opéra-comique del 1880 che all’epoca ebbe una discreta diffusione, anche internazionale, poi è desaparecida. Poiché c’è del metodo nella loro follia, i Bru Zane hanno ricostruito la partitura, ne hanno stabilito anche la versione con i dialoghi cantati e non recitati com’era d’uso per le opéra-comique esportate fuori dalla Francia (lo stesso destino di Carmen, insomma) e l’hanno eseguita mercoledì al Müpa di Budapest.
Ora, non è che dopo quasi tre ore di Jean de Nivelle la nostra vita sia cambiata e d’ora in avanti non se ne possa più fare a meno. Ma non è nemmeno un’altra tacca sul nostro Winchester di collezionisti di rarità. L’opera è piacevolissima, e se non ha funzionato, anzi se ha smesso presto di funzionare, la colpa è semmai di un libretto scombiccherato, con confusi intrighi amorosi e politici all’inizio del regno di Luigi XI, Quindicesimo secolo, e relativa guerra fra francesi e borgognoni. La musica è un resumé di mezzo secolo di teatro francese. I momenti teoricamente comici sembrano uscire da qualche opéra-comique romantica, tipo Hérold oppure Auber, poi si sente molto Gounod che diventa quasi Massenet, un finale del secondo atto che è puro Meyerbeer, insomma c’è un po’ di tutto ma niente è brutto. Delibes sembra un Bizet che non ce l’ha fatta. La scrittura è sempre raffinata anche quando è meno ispirata, con un’orchestrazione tipicamente francese, elegante e senza eccessi, e dire che nel 1880 con gli effetti orchestrali si iniziava a darci parecchio dentro: infatti Saint-Saëns la trovò “exquise”. Insomma, se è abbastanza improbabile che nel futuro prossimo ci sia una fioritura di Jean de Nivelle in giro per il mondo, questa botta e via di Delibes valeva il viaggio, nonostante la neve e i meno cinque. E per queste riesumazioni non succede sempre, anche con la bella stagione.
Sono casi, però, in cui conta non solo il “cosa” ma anche il “come”. L’opera è impegnativa, intanto perché è lunga e poi perché richiede accuratezza stilistica. Il vero modus cantandi dell’Opéra-comique, intesa sia come genere sia come istituzione, è oggi da considerare estinto, specie dopo la sciagurata fusione nella sua troupe con quella dell’Opéra perpetrata dalla Terza Repubblica. Però si è ascoltata, appunto, la versione “tutta cantata”, senza i temibili parlati; e l’intera compagnia era francese o francofona, e per fortuna perché i sopratitoli in ungherese, una lingua composta di sole consonanti, non aiutano. Esecuzione convincente, a partire dall’ottima prova dell’Orchestra filarmonica nazionale ungherese e del suo Coro e dalla direzione inappuntabile di György Vashegyi, e cantanti nel complesso ottimi. Ne segnalo in particolare tre. Una è Mélissa Petit, che inizia come soprano “à roulades” però nel terz’atto ha una deliziosissima aria lirica che è stata deliziosamente cantata. La seconda è Marie-Andrée Bouchard-Lesieur, un mezzosoprano che fa Simone, una specie di Azucena da opéra-comique: la sua “ballade de la mandragore” è uno dei brani migliori del Jean de Nivelle. Infine, lui, il protagonista, ovviamente tenore in quanto un Montmorency (“i primi baroni della cristianità”) che si aggira incognito per la Borgogna al seguito di imprecisati screzi con l’Undicesimo. L’impressione è che ci vorrebbe una voce più cicciuta di quella di Cyrille Dubois, ma in ogni caso gli acuti riescono quasi tutti bene e il canto è pieno di finezze ed eleganze, compresi i trilli: e un tenore che trilla è più raro di un grillino che usa i congiuntivi. Grande successo. E adesso, per favore, vorremmo scoprire il Delibes operettista, perché i titoli promettono benissimo: L’asphyxie du bigorneau, La cour du Roi Pétaud e soprattutto L’omelette à la Follembuche.

Visita al Piccolo Museo del Diario e lungo sopralluogo al Torrione delle Monache

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All’opera i cantanti possono essere anche considerati un male necessario, ed è stato autorevolmente sostenuto che la loro difficoltà a ragionare derivi dal fatto che al posto del cervello hanno la ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Giorgia Meloni ha chiesto al ministro Matteo Piantedosi un cambio di passo sul tema della sicurezza, e il segnale è subito arrivato. Mer... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Tra le tante storie legate alla Mille Miglia c'è quella di Gino Munaron e della sua Peugeot 203: un capitolo tanto sorprendente quanto significativo nell'epopea delle corse italiane. Nell’edizione 1953 della Freccia Rossa, il pilota torinese, affiancato da Lucio Finucci, fuori da ogni pronostico portò alla gloria una vettura di serie in un contesto competitivo dominato da modelli ben più performanti, contribuendo alla notorietà del modello nel nostro Paese.
L’auto della svolta
Presentata al Salone di Parigi del 1948, la Peugeot 203 rappresentò una svolta tecnica per la Casa di Sochaux grazie alla carrozzeria monoscocca, al motore anteriore con trazione posteriore e a un design elegante e funzionale. Disponibile in numerose varianti, la 203 si impose come una delle auto più apprezzate del dopoguerra con quasi 700.000 unità prodotte tra il 1948 e il 1960. Questa vettura - soprannominata affettuosamente “Oca di latta” - era già apparsa alla Mille Miglia del 1952: una berlina iscritta da un equipaggio francese aveva centrato l’81° posto su 629 al via, segnando il ritorno del marchio d'Oltralpe nelle grandi corse italiane.
Modifiche minime
Nel 1953 la storia cambiò. Per promuovere la 203 sul mercato italiano, l’importatore Odoardo Pagani iscrisse cinque esemplari alla Mille Miglia. Una di queste, di serie e verniciata nel classico blu Francia, fu affidata a Munaron e Finucci. Con modifiche minime - lucidatura dei condotti e sospensioni leggermente ribassate - la 203 con targa Pesaro 10000 e con il numero 100 partì all’una di notte con l’obiettivo di giocarsela al meglio. Nonostante la cilindrata contenuta e la concorrenza agguerrita, Munaron realizzò un risultato eccezionale: primo nella classe Turismo fino a 1300 cm3, una vittoria che fece parlare di sé e rafforzò immediatamente l’immagine della Peugeot 203 nel Belpaese.
Ottimi piazzamenti
La Mille Miglia non fu l’unico exploit di Munaron alla guida della 203. Nel corso della stagione, il pilota torinese ottenne altri ottimi risultati: terzo di classe alla Coppa della Toscana, secondo al Giro dell’Umbria e quarto al Volante d’Argento nella categoria fino a 1500 cm3, confermando così la sorprendente competitività del modello anche su percorsi diversi.
Un lungo legame
Il rapporto tra Munaron e la Peugeot 203 si concluse idealmente nel 2008, quando il pilota allora ottantenne (scomparso poi nel 2009) tornò alla Mille Miglia rievocativa al volante di una 203, accompagnato dal rallista Del Zoppo. Un’immagine dal forte valore simbolico che suggellò una carriera e un connubio tra uomo e macchina che ancora oggi appassiona gli storici dell’automobile.







L’insistenza dell’amministrazione Trump sull’acquisizione della Groenlandia rivela dinamiche geopolitiche che trascendono la giustificazione militare. L’isola artica rappresenta un nodo strategico per il controllo delle risorse critiche, delle nuove rotte commerciali e per l’indipendenza tecnologica degli Stati Uniti dalla Cina, con implicazioni ambientali di portata globale.
L’interesse statunitense per la Groenlandia non costituisce una novità nella storia diplomatica americana. Già nel 1946, l’amministrazione Truman aveva avanzato un’offerta di acquisto alla Danimarca, proposta che venne respinta. Tuttavia, l’attuale pressione esercitata dall’amministrazione Trump per acquisire il controllo dell’isola presenta caratteristiche inedite che meritano un’analisi approfondita. La motivazione ufficiale addotta da Washington ruota attorno alla necessità di garantire la difesa del territorio artico dalle crescenti ambizioni di Cina e Russia. Questa giustificazione risulta tuttavia parziale e solleva interrogativi sulla reale portata degli obiettivi strategici americani.
La Groenlandia è già inserita nel perimetro difensivo della NATO e ospita dal 1951 la base spaziale di Pituffik, precedentemente nota come base aerea di Thule, che rappresenta una delle installazioni militari più settentrionali degli Stati Uniti. Gli accordi bilaterali vigenti tra Washington e Copenaghen consentirebbero già un’espansione significativa della presenza militare americana sull’isola senza necessità di modifiche sostanziali dello status giuridico del territorio. L’enfasi posta sulla dimensione securitaria appare quindi insufficiente a spiegare l’intensità della pressione diplomatica esercitata dall’amministrazione statunitense, suggerendo l’esistenza di motivazioni strategiche più complesse e articolate. Ed anzi, un atteggiamento tanto aggressivo da parte di Washington potrebbe avere, come in effetti sta avendo, l’effetto opposto di allontanare in maniera irreparabile Stati Uniti sia dalla Groenlandia, sia dall’Europa.Il monopolio cinese sulle terre rare e la sicurezza tecnologica
La questione delle risorse naturali costituisce probabilmente il vero fulcro dell’interesse americano per la Groenlandia. Il progressivo scioglimento della calotta glaciale, conseguenza diretta del riscaldamento globale, sta rendendo accessibili giacimenti minerari di portata straordinaria che fino a pochi decenni fa rimanevano impraticabili. La Groenlandia custodisce nel proprio sottosuolo risorse strategiche fondamentali per l’economia del ventunesimo secolo, trasformando l’isola in uno degli ultimi territori vergini disponibili per lo sfruttamento minerario su scala industriale.
Il controllo cinese sulla catena produttiva delle terre rare rappresenta una delle principali vulnerabilità strategiche degli Stati Uniti e dell’Occidente. Pechino controlla attualmente tra l’ottanta e il novanta per cento della raffinazione mondiale di questi elementi chimici, essenziali per la produzione di componenti elettronici avanzati, veicoli elettrici, turbine eoliche e sistemi d’arma di nuova generazione. Questa dipendenza tecnologica costituisce un rischio geopolitico che Washington intende eliminare attraverso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. L’acquisizione della sovranità sulla Groenlandia permetterebbe agli Stati Uniti di spezzare questo monopolio cinese senza dover sottostare alle stringenti normative ambientali europee o danesi che attualmente vincolano lo sfruttamento delle risorse dell’isola.
Le stime geologiche attribuiscono al sottosuolo artico, e groenlandese in gran parte, circa il tredici per cento delle riserve mondiali di petrolio non ancora sfruttate e il trenta per cento di quelle di gas naturale, oltre a quantità significative di uranio, zinco, oro e altri minerali strategici. Il giacimento di Kvanefjeld, situato nella parte meridionale dell’isola, rappresenta uno dei più grandi depositi al mondo di terre rare e uranio, con un potenziale produttivo che potrebbe soddisfare una quota rilevante del fabbisogno occidentale. La valorizzazione di queste risorse richiederebbe tuttavia la rimozione degli ostacoli normativi attualmente esistenti, obiettivo che potrebbe essere raggiunto solo attraverso un cambiamento radicale dello status politico del territorio.
L’impatto ambientale come variabile sacrificabile
L’estrazione e la lavorazione delle terre rare comportano processi industriali ad altissimo impatto ambientale, caratterizzati dalla produzione di ingenti quantità di scarti tossici e radioattivi. Molti giacimenti groenlandesi, incluso quello di Kvanefjeld, contengono concentrazioni significative di uranio e torio, elementi che richiedono specifici protocolli di sicurezza e producono fanghi di lavorazione altamente contaminanti. La raffinazione delle terre rare genera residui chimici pericolosi che devono essere stoccati in appositi bacini di contenimento per periodi prolungati, con rischi ambientali che le normative europee e danesi considerano inaccettabili.
Nel 2021, il governo locale della Groenlandia ha approvato una legge che vieta espressamente l’estrazione di uranio, decisione motivata dalla volontà di preservare l’ecosistema incontaminato dell’isola e di proteggere le comunità Inuit dalle conseguenze sanitarie dell’inquinamento industriale. Questa normativa ha di fatto bloccato progetti minerari di grande portata che avevano raccolto l’interesse di investitori internazionali, generando tensioni tra le autorità locali e i sostenitori dello sfruttamento delle risorse naturali come strumento di sviluppo economico.
L’acquisizione della sovranità statunitense sulla Groenlandia potrebbe consentire a Washington di aggirare questi vincoli normativi attraverso l’istituzione di zone economiche speciali o aree di interesse nazionale dove le leggi ambientali locali verrebbero subordinate alle esigenze della sicurezza nazionale americana. La Groenlandia potrebbe così trasformarsi nell’hub industriale necessario per la transizione tecnologica degli Stati Uniti, ospitando processi produttivi che risulterebbero politicamente insostenibili se localizzati in Stati come il Maine o la California. La vastità del territorio groenlandese e la sua bassissima densità demografica renderebbero più facilmente gestibili le conseguenze ambientali dello sfruttamento minerario, delocalizzando i costi ecologici lontano dagli occhi dell’elettorato americano.
Il controllo delle nuove rotte marittime artiche
Oltre alle agevolazioni in ambito minerario, lo scioglimento progressivo dei ghiacci artici sta determinando l’apertura di nuove rotte marittime commerciali che potrebbero ridisegnare i flussi del commercio globale nei prossimi decenni. Il Passaggio a Nord Ovest, che attraversa l’arcipelago artico canadese collegando l’Oceano Atlantico al Pacifico, sta diventando navigabile per periodi sempre più prolungati durante l’anno, riducendo drasticamente le distanze (nell’ordine dei 7-8000 km), e quindi i tempi e i costi di trasporto tra Europa e Asia rispetto alle rotte tradizionali che transitano attraverso il Canale di Suez o il Canale di Panama.
Il controllo della Groenlandia garantirebbe quindi agli Stati Uniti anche una posizione dominante lungo questa nuova autostrada commerciale del ventunesimo secolo. La possibilità di gestire direttamente i porti strategici dell’isola e di poter controllare il transito sulle acque territoriali circostanti rappresenta un vantaggio economico e geopolitico che non può essere assicurato attraverso i semplici accordi di cooperazione militare attualmente in vigore con la Danimarca. La sovranità territoriale consentirebbe inoltre a Washington di impedire che altre potenze, in particolare la Cina, possano acquisire posizioni di influenza lungo queste rotte attraverso investimenti infrastrutturali o accordi commerciali con un’eventuale Groenlandia indipendente.
La questione dell’indipendenza rappresenta infatti un elemento centrale nell’analisi delle motivazioni americane. La Groenlandia sta progressivamente intensificando le richieste di piena sovranità nei confronti della Danimarca, e il conseguimento dell’indipendenza politica esporrebbe l’isola a pressioni economiche che potrebbero renderla vulnerabile all’influenza cinese. Pechino ha già dimostrato interesse per investimenti strategici in Groenlandia, inclusi progetti per la costruzione e l’ammodernamento di infrastrutture aeroportuali che avrebbero accresciuto la presenza economica cinese nell’Artico. Un’eventuale Groenlandia indipendente e priva di risorse finanziarie adeguate potrebbe trovare nella diplomazia del debito cinese una soluzione attraente, scenario che Washington intende prevenire attraverso un’acquisizione preventiva del territorio.
L’attuale presenza militare americana in Groenlandia si basa su trattati bilaterali con la Danimarca che richiedono rinegoziazioni periodiche e che potrebbero essere messi in discussione da un cambio di status politico dell’isola. L’acquisizione della sovranità eliminerebbe questa incertezza giuridica e garantirebbe agli Stati Uniti un controllo permanente su un territorio che riveste importanza crescente per gli equilibri strategici globali. La Groenlandia rappresenta per l’amministrazione Trump quello che l’Alaska rappresentò nel 1867 quando gli Stati Uniti la acquistarono dall’Impero Russo, un investimento territoriale di lungo periodo le cui potenzialità strategiche ed economiche si sono rivelate nel corso dei decenni successivi, in piena coerenza con l’annunciata adesione alla dottrina Monroe in salsa trumpiana.
La convergenza tra sicurezza energetica, indipendenza tecnologica dalla Cina, controllo delle nuove rotte commerciali artiche e possibilità di delocalizzare processi industriali ad alto impatto ambientale configura un quadro strategico nel quale la retorica della difesa militare assume una funzione prevalentemente strumentale. L’acquisizione della Groenlandia costituirebbe per gli Stati Uniti un’opportunità per consolidare la propria egemonia in un’area geografica destinata ad assumere rilevanza centrale negli equilibri geopolitici del ventunesimo secolo, ridefinendo al contempo i termini della competizione tecnologica ed economica con la Cina.
Resta tuttavia una domanda fondamentale: gli Stati Uniti si possono permettere il deterioramento significativo delle relazioni con i partner europei e, al peggio, la sostanziale fine della NATO (probabilmente conseguente ad una acquisizione della sovranità sulla Groenlandia con la forza), per soddisfare queste esigenze strategiche?
La seconda serie della Fiat 128 Rally del 1972 rappresenta la declinazione più grintosa della fortunata berlina torinese. Laudoracing Models ne ha fatto un modello in scala 1:18, appagante già da queste immagini relative al prototipo.
Fedele e precisa
Le proporzioni rispettate e il buono lavoro sull’assetto leggermente ribassato la rendono riconoscibile a prima vista. I colori disponibili, consultabili sul sito del produttore, offrono tonalità corrette con la produzione dell'epoca, e le vetrature di eccellente trasparenza con cornici risultano credibili grazie allo spessore corretto. Frontalmente riporta la mascherina nera, il logo centrale e i fari supplementari, dettagli inconfondibili di questa versione, che offre anche paraurti ben profilati e cromati al punto giusto con un ottimo sistema di fissaggio. La coda si distingue per i gruppi ottici rotondi, brillanti e ben incassati, e al centro l'immancabile targa nera ne indica la natalità torinese. Riportati esattamente in scala anche i cerchi, al tempo in acciaio con coprimozzo marchiato, e gli pneumatici, dalle dimensioni corrette per larghezza e altezza.
Interni essenziali, come l’originale
All'interno, dove alcuni modelli tendono a semplificare, troviamo lo stesso rigore per i dettagli: i sedili anteriori, con una resa credibile delle imbottiture e dei rivestimenti, presentano la giusta conformazione, la plancia rimane fedele nel disegno e la strumentazione è chiara, completata dal volante sportivo a due razze e dalla leva del cambio correttamente posizionata. I contrasti cromatici tra sedili, tappezzeria e interni portiera sono piacevoli e riproducono esattamente l’atmosfera funzionale dell’auto reale, lontana dal superfluo. La qualità dell’assemblaggio e l’allineamento delle parti compensano ampiamente la mancanza di parti apribili. È un modello che in vetrina può "dialogare" sia con sportive della stessa epoca che con altre berline storiche. Disponibile sul sito ufficiale in preordine al costo di 121,90 euro - una cifra sostenibile per chi colleziona la storia delle auto italiane in scala - per averla tra le mani bisognerà attendere l'estate.


















Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-026-10104-7
Retraction Note: Antibodies against endogenous retroviruses promote lung cancer immunotherapyNature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09937-5
Finetuning a large language model on a narrow task of writing insecure code causes a broad range of concerning behaviours unrelated to coding.Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09963-3
Different agonists produce equilibria of at least four distinct active states of the G-protein-bound M2 muscarinic acetylcholine receptor, each with a different ability to activate G proteins.Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09926-8
Integrating computational analyses of T cell exhaustion and mitochondrial fitness atlases with in vivo CRISPR screens has identified KLHL6 as a dual-negative regulator of both exhaustion differentiation and mitochondrial dysfunction, highlighting its potential as a target to enhance anti-tumour immunity.Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09969-x
Chemical language models trained on known metabolites can identify previously unknown metabolites from mass spectrometry-based metabolomics data with high accuracy.Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09943-7
CFAP20 has a key role in rescuing RNA polymerase II complexes that have arrested during DNA transcription, limiting the accumulation of R-loops and preventing collisions between the transcription and replication machinery.Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09965-1
Polyamines prevent the action of kinases on acidic phosphorylatable motifs in spliceosomal proteins, thus providing a mechanism for metabolite-mediated regulation of alternative splicing in cells.Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-026-10104-7
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Polyamines prevent the action of kinases on acidic phosphorylatable motifs in spliceosomal proteins, thus providing a mechanism for metabolite-mediated regulation of alternative splicing in cells.
Il recente abbordaggio della petroliera russa nel Nord Atlantico segna un punto di svolta nelle relazioni internazionali marittime. L’operazione statunitense, giustificata dalla necessità di implementare delle sanzioni, ma inquadrata nella nuova National Security Strategy 2025, solleva questioni fondamentali sulla tenuta del sistema giuridico internazionale e sui rischi di un ritorno a pratiche unilaterali che minacciano l’ordine marittimo globale, oltre a manifestare forti rischi di escalation militare.
Il sequestro della petroliera Marinera, precedentemente nota come Bella 1, avvenuto il 7 gennaio 2026 nel Nord Atlantico tra Islanda e Regno Unito, rappresenta un caso paradigmatico delle crescenti tensioni tra applicazione unilaterale di sanzioni economiche e rispetto del diritto internazionale del mare. L’operazione, condotta da forze speciali statunitensi dopo un inseguimento di oltre due settimane attraverso l’Atlantico, pone interrogativi cruciali sul futuro dell’ordine giuridico marittimo e sulle implicazioni geopolitiche di una prassi che, se normalizzata, potrebbe destabilizzare profondamente gli equilibri internazionali.
La vicenda assume particolare rilevanza alla luce della National Security Strategy 2025 pubblicata dalla Casa Bianca il 4 dicembre scorso, documento che rivela le vere motivazioni strategiche dell’azione americana ben oltre le giustificazioni formali addotte. La strategia riafferma la Dottrina Monroe attraverso un cosiddetto Trump Corollary, dichiarando l’intenzione di negare a competitori extra-emisferici la capacità di posizionare forze o controllare asset strategicamente vitali nell’emisfero occidentale. In questo quadro, il sequestro della Marinera non appare come un semplice atto di enforcement sanzionatorio, ma come parte di una più ampia riconfigurazione della proiezione di potenza americana nel suo emisfero di influenza.
Le basi giuridiche del diritto internazionale marittimo
Il diritto del mare si fonda su un principio cardine sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982, nota come UNCLOS. L’articolo 92 della Convenzione stabilisce con chiarezza che le navi in alto mare sono soggette alla giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera, principio che affonda le sue radici nel diritto consuetudinario internazionale e rappresenta uno dei pilastri dell’ordine marittimo globale. Questo sistema, costruito faticosamente nel dopoguerra, garantisce la libertà di navigazione e la certezza giuridica necessarie al commercio internazionale.
La Convenzione prevede eccezioni limitate e tassative al principio della giurisdizione esclusiva. L’articolo 110 consente l’abbordaggio in alto mare esclusivamente in caso contrasto alla pirateria, tratta di schiavi, trasmissioni abusive non autorizzate, o quando vi sia fondato motivo di ritenere che la nave sia priva di nazionalità. Evidentemente, la violazione di sanzioni economiche unilaterali non figura tra le fattispecie che legittimano l’uso della forza in acque internazionali secondo il diritto del mare, a meno di una autorizzazione specifica proveniente o dallo Stato di bandiera, o dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
La Russia ha, di fatti, immediatamente contestato il sequestro richiamando proprio questi principi. Il Ministero dei Trasporti russo ha dichiarato che in conformità alle norme della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982, in acque internazionali vige il regime di libertà di navigazione e nessuno Stato ha il diritto di usare la forza contro navi regolarmente registrate nelle giurisdizioni di altri Stati. Mosca ha precisato che la Marinera aveva ricevuto permesso temporaneo di navigare sotto bandiera russa il 24 dicembre 2025, registrazione comunicata formalmente agli Stati Uniti il 31 dicembre.
Le argomentazioni statunitensi e la dottrina della nave apolide
La difesa giuridica americana si articola sulla qualificazione della Marinera come nave priva di nazionalità. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha definito la nave come un vascello della flotta ombra venezuelana, dichiarandola apolide dopo aver battuto una bandiera falsa. Questa argomentazione si fonda sulla tesi che il cambio di bandiera, avvenuto mentre la nave era inseguita dalle autorità americane, costituisse un atto fraudolento privo del legame sostanziale tra nave e Stato di registro richiesto dall’articolo 91 dell’UNCLOS.
La dottrina statunitense sostiene infatti che, quando una nave utilizza più bandiere per convenienza o effettua cambi di registro in circostanze sospette, essa possa essere trattata come priva di nazionalità e quindi soggetta alla giurisdizione universale. Washington ha inoltre richiamato il mandato di sequestro emesso da un tribunale federale americano, basato su precedenti violazioni delle sanzioni statunitensi da parte della Bella 1, sanzionata nel giugno 2024 per presunto trasporto di petrolio per conto del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane.
Tuttavia, questa costruzione giuridica presenta fragilità evidenti sul piano del diritto internazionale. Il concetto di legame sostanziale, pur presente nella Convenzione, non è definito in modo preciso e la prassi internazionale ha sempre riconosciuto ampia discrezionalità agli Stati nel determinare le condizioni di registrazione delle proprie navi. La rapidità del cambio di bandiera, per quanto sospetta, non costituisce di per sé prova di frode se, come nel caso di specie la Russia, lo Stato di registro ha formalmente accettato la nave nel proprio registro navale e ne ha dato comunicazione agli altri Stati.
Le vere motivazioni strategiche secondo la National Security Strategy 2025
Oltre le giustificazioni giuridiche formali, la National Security Strategy 2025 rivela le autentiche motivazioni dell’azione americana. Il documento definisce come interesse nazionale vitale degli Stati Uniti garantire che l’emisfero occidentale rimanga ragionevolmente stabile e ben governato, prevenendo migrazioni di massa, facilitando la cooperazione governativa contro i cartelli della droga e impedendo incursioni straniere ostili o proprietà di asset chiave. La strategia identifica esplicitamente il controllo delle vie marittime cruciali e delle catene di approvvigionamento strategico come priorità fondamentale per impedire ad attori stranieri di danneggiare l’economia americana.
In questo contesto, il sequestro della Marinera appare come applicazione pratica del principio secondo cui gli Stati Uniti non tollerano più la presenza o il controllo di asset strategici da parte di competitori extra-emisferici nella loro sfera di influenza. Il petrolio venezuelano, risorsa strategica dell’emisfero occidentale, diventa oggetto di contesa non solo per ragioni sanzionatorie, ma come strumento di riaffermazione del dominio regionale americano. La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, avvenuta il 4 gennaio 2026, conferma che il blocco navale non è un’azione isolata ma parte di una strategia complessiva di riproposizione della supremazia statunitense nell’emisfero.
In sostanza, la National Security Strategy 2025 riorienta gli Stati Uniti verso l’emisfero occidentale e riafferma la Dottrina Monroe con un Trump Corollary, essenzialmente asserendo una presenza neo-imperialista. Questa riconfigurazione strategica potrebbe anche comportare il trasferimento di risorse militari da teatri considerati meno rilevanti, come l’Europa e il Medio Oriente, verso l’emisfero occidentale e l’Indo-Pacifico, segnalando una ridefinizione delle priorità geopolitiche americane.
Le criticità per l’ordine internazionale
L’accettazione della prassi americana costituirebbe tuttavia un pericoloso precedente per il sistema giuridico internazionale marittimo. Se ogni potenza ritenesse legittimo disconoscere la bandiera di navi straniere sulla base di proprie valutazioni unilaterali circa la legittimità del cambio di registro, il principio della giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera verrebbe svuotato di significato. Le conseguenze sarebbero devastanti per la certezza giuridica e la prevedibilità delle relazioni marittime internazionali.
Il caso solleva questioni di asimmetria di potere particolarmente rilevanti per le medie potenze e per l’Unione Europea. Se gli Stati Uniti possono sequestrare navi in alto mare invocando violazioni delle proprie sanzioni unilaterali, altri Stati potrebbero rivendicare lo stesso diritto rispetto alle proprie normative interne. Questa frammentazione del diritto del mare, finirebbe per compromettere gravemente la libertà di navigazione, principio fondamentale non solo per il commercio globale ma anche per la proiezione di potenza delle marine militari europee e della stessa Italia, da dove il confronto diretto con la presenza statunitense diventa impari.
Per l’Italia, nazione con una lunga tradizione marittima e interessi commerciali globali, il precedente della Marinera presenta rischi concreti. Il nostro Paese beneficia enormemente del sistema di libertà di navigazione garantito dall’UNCLOS e dalla certezza giuridica che ne deriva. Un mondo in cui le maggiori potenze possono unilateralmente sequestrare navi in alto mare sulla base di proprie sanzioni domestiche, è un mondo in cui gli operatori marittimi italiani ed europei si troverebbero esposti a rischi giuridici imprevedibili, con conseguenze negative per la competitività del nostro sistema portuale e della nostra flotta mercantile.
Sul piano geopolitico più ampio, la vicenda tende ad accelerare la tendenza alla multipolarizzazione conflittuale degli spazi marittimi. In effetti, la Russia aveva dispiegato forze navali, incluso un sottomarino, per scortare la nave, segnalando la determinazione di Mosca a contrastare l’azione americana. Sebbene le forze russe non siano arrivate in tempo, l’episodio dimostra come le tensioni su questioni marittime possano rapidamente provocare escalation in cui singoli incidenti possono condurre verso confronti militari diretti tra grandi potenze.
La questione assume inoltre particolare delicatezza sotto il punto di vista dell’unità di intenti per il vecchio continente. Il Regno Unito ha fornito supporto logistico e di sorveglianza all’operazione americana, ma altri Stati membri dell’Unione Europea, inclusa l’Italia, non sono stati consultati su un’azione che stabilisce un precedente potenzialmente lesivo dei loro interessi marittimi di lungo periodo. Questa asimmetria rivela le fragilità dell’autonomia strategica europea, anche in materia di diritto del mare, oltre alla necessità di una posizione più coesa e assertiva dell’Unione su questioni che toccano interessi fondamentali comuni.
In conclusione, il sequestro della Marinera rappresenta molto più di una controversia giuridica su sanzioni economiche. Esso segna un possibile punto di svolta nell’ordine marittimo internazionale, dove le norme consolidate del diritto del mare rischiano di essere subordinate agli obiettivi strategici unilaterali delle grandi potenze. Per l’Italia e per l’Europa, la vicenda impone una riflessione urgente sulla necessità di difendere il sistema multilaterale basato su regole, anche quando ciò comporti divergenze rispetto alle scelte del principale alleato atlantico. La tutela della libertà di navigazione e della certezza giuridica in alto mare non è questione tecnica ma interesse strategico vitale per una Nazione marittima come l’Italia, ma anche un modo per evitare pericolose escalation fra potenze marittime e militari. È quanto mai opportuno che ciascuna nazione faccia quindi valere le proprie posizioni nelle sedi appropriate, dal Tribunale Internazionale del Diritto del Mare alle istituzioni europee e atlantiche.
Si è diffusa nelle ultime ore l’ipotesi che a generare il luminoso fragore registrato nel barese la sera del 10 gennaio 2026 possa essere stato un bolide. I dati tuttavia sembrerebbero escludere tale possibilità. Le camere all-sky della rete Prisma, che da ormai dieci anni si occupa proprio di osservare i cieli italiani in cerca di meteore brillanti per ricavare l’area di caduta al suolo di eventuali frammenti meteoritici, la sera in questione non hanno avvistato alcun bolide.
«Le nostre camere di Castellana Grotte e Lecce, le più vicine alla zona», dice infatti Dario Barghini, ricercatore dell’Inaf di Torino ed esperto scienziato della rete Prisma, «non hanno registrato alcun bolide nell’orario indicato, ovvero dopo le ore 18:00. Difficilmente un evento del genere passerebbe inosservato».
Vi potreste invece esser persi il bolide che la notte seguente, domenica 11 gennaio, è stato registrato, alle ore 21:09 Ut circa (le 22:09 ora locale), da cinque camere in cinque diverse regioni: Amelia, Napoli, Roma, San Sepolcro e Teramo. «La triangolazione ha permesso di determinare la traiettoria dell’oggetto che», prosegue Barghini, «diretto verso nord-ovest, ha attraversato il cielo a metà strada tra le isole di Ponza e Ventotene e la costa della nostra penisola, tra Gaeta e Terracina. Dopo aver impattato l’atmosfera a 90 km di altezza con una velocità di circa 27 km/s, si è estinto dopo circa due secondi e mezzo a una quota di poco superiore ai 40 km, avendo quindi subìto una significativa decelerazione, chiaramente evidente dai dati».
L’orbita dell’oggetto era molto eccentrica: al perielio raggiungeva i paraggi del pianeta Mercurio, mentre all’afelio oltrepassava le parti più esterne della fascia degli asteroidi, spingendosi in direzione dell’orbita di Giove.
«Rimane importante», conclude Barghini, «che eventi come quello del 10 gennaio, anche se poi si risolvono in falsi allarmi, siano segnalati da chi ne è testimone perché sono comunque utili informazioni per noi ricercatori. Sul nostro sito è infatti presente un form di segnalazione bolidi».

L’esercito statunitense continua a puntare sulle armi laser per potenziare le sue difese contro i droni, veri protagonisti del conflitto in Ucraina. Il Pentagono sta installando il Locust Laser Weapon System di seconda generazione di AeroVironment su alcuni dei suoi veicoli tattici, segnando l’evoluzione dei sistemi a energia diretta da ingombranti dimostrazioni di laboratorio a strumenti operativi modellati dall’uso sul campo.
Il primo veicolo a implementare il sistema è l’Oshkosh Joint Light Tactical Vehicle (JLTV), combinando affidabilità testata in combattimento con perfezionamenti derivati da oltre tre anni di impiego operativo all’estero. Precedentemente integrato sui veicoli General Motors Defense Infantry Squad, il passaggio alla piattaforma JLTV espande la manovrabilità del Locust in una gamma più ampia di ambienti operativi. Il sistema è platform-agnostic: insomma, è estremamente versatile e può essere installato su pressoché ogni veicolo.
Secondo AeroVironment, la versione aggiornata include un nuovo sistema per indirizzare il fascio di energia: dotato di apertura maggiore, ora dispone di una letalità più precisa.
,Locust opera con controlli automatizzati e manuali: le funzioni automatiche eseguono ricerca e tracciamento infrarossi multi-target, sovrappongono tracciamento ad altissima larghezza di banda su video ad alta definizione e si integrano apertamente con vari tipi di sensori.
Gli operatori possono guidare il sistema manualmente usando un controller da gaming standard, assistiti da funzioni avanzate come il tracking guidato, un telemetro laser e un sistema di acquisizione.

Il centro di comando del sistema Locust
L’interfaccia riduce al minimo i requisiti di addestramento massimizzando l’efficacia in ambienti ad alta densità di minacce.
Il supporto di rete per il command-and-control permette all’esercito di schierare Locust in tempi rapidi e di coordinarne l’impiego in modo efficace durante le operazioni. I sistemi sono già stati utilizzati dagli operatori in contesti reali, raggiungendo elevati livelli di disponibilità operativa e prestazioni concrete, con un impatto diretto nella protezione di soldati, alleati e infrastrutture critiche dalle minacce aeree.
Il Pentagono ha un nuovo cannone laser portatile per distruggere i droni è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
La proliferazione di brani generati dall’intelligenza artificiale sta diventando un tema critico per le piattaforme di streaming musicale. Negli ultimi giorni, numerosi abbonati a YouTube Music hanno espresso su Reddit e altri forum un crescente malcontento per la massiccia presenza di quella che definiscono “AI slop” nelle loro raccomandazioni personalizzate. Gli utenti segnalano che i propri mix e le sessioni di riproduzione automatica vengono invasi da artisti fittizi con cataloghi sterminati di canzoni generiche, rendendo difficile la scoperta di musica prodotta da esseri umani.
Recentemente, anche la piattaforma video di YouTube è stata interessata dallo stesso problema, con la nascita di centinaia di canali dedicati interamente alla pubblicazione di spazzatura generata dall’AI. In alcuni casi, questi canali guadagnano milioni di euro. Un portavoce di YouTube ha anticipato che l’azienda non intende combattere questo fenomeno. Google è una delle aziende che ha investito più massicciamente nelle intelligenze artificiali generative.
Tornando a YouTube Music: il problema principale risiede nella difficoltà di filtrare questo tipo di contenuti. Molti ascoltatori lamentano che i pulsanti “Non mi interessa” o il pollice verso non producono l’effetto sperato: sebbene il singolo brano venga rimosso, l’algoritmo tende a proporre quasi immediatamente tracce simili provenienti dallo stesso “artista” sintetico o da profili correlati.
Questa persistenza sta spingendo diversi utenti premium a considerare la cancellazione dell’abbonamento, percependo un calo drastico nella qualità del servizio e una mancanza di controllo sulla propria esperienza di ascolto.
Mentre YouTube Music fatica a contenere l’ondata di contenuti generati dalle macchine, altre piattaforme stanno adottando strategie più trasparenti. Deezer, ad esempio, ha implementato un sistema di tagging che identifica chiaramente i brani 100% AI, escludendoli dalle raccomandazioni algoritmiche per proteggere i proventi degli artisti reali.
Anche Spotify sta affrontando problemi molto simili, mentre Apple Music viene spesso citata dagli utenti come l’oasi più sicura per chi cerca esclusivamente musica prodotta da persone. E’ evidente che YouTube dovrà presto fare qualcosa e adeguarsi alle richieste degli utenti: sono sempre di più le piattaforme (come Pinterest e TikTok) che hanno introdotto la possibilità di nascondere completamente i contenuti generati dall’AI.
YouTube Music invaso dalla spazzatura generata dall’AI: gli utenti minacciano di andarsene è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Al CES 2026 MSI ha deciso di spingere con decisione sull’integrazione dell’intelligenza artificiale nei monitor gaming, affiancando a questa visione un nuovo modello della linea MPG pensato per chi cerca qualità d’immagine pura. Dopo aver introdotto lo scorso anno funzioni di rilevamento della presenza umana, l’azienda amplia ora il concetto con un pacchetto di assistenza AI più aggressivo e, in parallelo, con un QD-OLED di nuova generazione orientato alle prestazioni visive.
Il cuore della strategia è il Meg X, che MSI definisce il primo “vero” monitor AI. All’interno del pannello trova spazio una NPU dedicata, incaricata di analizzare in tempo reale i contenuti a schermo e intervenire automaticamente sulle impostazioni.
Con un solo comando è possibile attivare sei funzioni di assistenza, pensate soprattutto per gli sparatutto in prima persona. Il sistema può evidenziare i personaggi, simulare uno zoom per migliorare la mira, applicare una sorta di visione notturna e modulare la luminosità per facilitare il recupero dopo effetti accecanti come le flashbang.
L’AI è anche in grado di riconoscere il genere del gioco e cambiare profilo visivo, passando ad esempio a impostazioni dedicate quando rileva un racing game. A supporto c’è un secondo assistente che guida l’utente nei menu e si integra con il sensore AI Care 3.0, capace di ridurre luminosità e refresh quando il giocatore si allontana, con benefici anche sulla durata del pannello.
Per chi guarda con diffidenza alle funzioni intelligenti, MSI ha mostrato il MPG 341CQR QD-OLED X36. Si tratta di un ultrawide da circa 86 centimetri di diagonale, con refresh a 360Hz e risoluzione 3440×1440 in formato 21:9.
Il pannello QD-OLED di quinta generazione adotta un layout RGB Stripe dei sub-pixel, pensato per ridurre le aberrazioni cromatiche e migliorare la leggibilità dei testi grazie alla tecnologia tandem OLED. Il rivestimento DarkArmor Film limita le dominanti violacee dovute alla luce ambientale e incrementa i livelli di nero fino al 40%. Spicca anche la gestione avanzata dell’HDR, con 14 punti di regolazione della luminosità per evitare variazioni fastidiose tra finestre. La curvatura è di 1800R, la luminosità HDR raggiunge i 1.300 nit e la connettività include HDMI 2.1, DisplayPort 2.1a e USB-C con alimentazione fino a 98 watt. Prezzi e disponibilità non sono ufficiali, ma le prime valutazioni di TechPowerUp e PC Gamer indicano un posizionamento premium anche in Europa.
I nuovi monitor di MSI usano l’AI per aiutarti a barare nei videogiochi online è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Dopo anni di aggiornamenti marginali, Samsung potrebbe finalmente rivoluzionare il comparto fotografico dei suoi flagship Ultra. Secondo il leaker Ice Universe, il Galaxy S27 Ultra vedrà la sostituzione di tre sensori: fotocamera principale, ultra-wide e frontale.
Un cambio di rotta significativo considerando che il sensore ISOCELL HP2 da 200MP è rimasto invariato dal Galaxy S23 Ultra e dovrebbe essere presente anche nell’imminente S26 Ultra. Le fotocamere teleobiettivo potrebbero rimanere invariate, con l’eccezione della periscopica che potrebbe ricevere un’apertura del diaframma più ampia.
I dettagli specifici sugli aggiornamenti hardware rimangono vaghi. In passato si era parlato di un sensore da 200MP di dimensioni maggiori, ipotesi poi accantonata per questioni di costi. Tuttavia, la mossa di Samsung appare quasi obbligata di fronte all’offensiva dei produttori cinesi. Vivo X300 Ultra e Oppo Find X9 Ultra dovrebbero debuttare con ben due sensori da 200MP ciascuno, mentre Xiaomi prepara il 17 Ultra Leica Edition, versione fotografica potenziata del già impressionante 17 Ultra destinato al mercato globale. Nessuno di questi modelli detronizzerà Samsung nell’immediato, ma potrebbero indurre molti utenti a riconsiderare la scelta di un Galaxy.
È prematuro entusiasmarsi per rumors relativi a un dispositivo atteso per il 2027, quando il Galaxy S26 non è ancora stato presentato (questione di pochissimo, tuttavia). Insomma, tutte queste indiscrezioni vanno prese con la massima cautela, perché nel frattempo potrebbero cambiare davvero molte cose.
Tuttavia, il cambiamento risulta necessario per Samsung, che negli ultimi anni sembra aver dimenticato il significato stesso di “Ultra”: offrire le massime prestazioni possibili in ogni aspetto. Per i flagship di fascia premium, le specifiche tecniche contano più che altrove, e gli utenti si aspettano il meglio assoluto dal segmento più costoso del mercato. E’ davvero arrivato il momento di darsi una svegliata e smettere di far finta che la concorrenza dei cinesi – con fotocamere sempre più moderne e batterie sempre più grandi – non esista.
Samsung Galaxy S27 Ultra: finalmente nuove fotocamere dopo anni di letargo è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Asus ha deciso di mettere in pausa i nuovi lanci di ROG Phone e Zenfone per il 2026, una mossa che potrebbe segnare l’inizio della fine per l’intera categoria dei gaming phone. Questi dispositivi, nati come controcultura rumorosa e senza compromessi rispetto agli smartphone mainstream, stanno perdendo progressivamente appeal tra gli utenti. Batterie enormi, trigger fisici sulle spalle, sistemi di raffreddamento attivo, luci RGB e chipset spinti al limite: caratteristiche che un tempo giustificavano l’esistenza di una nicchia dedicata, ma che oggi non bastano più a competere con i flagship tradizionali.
I gaming phone come ROG Phone e RedMagic continuano a eccellere nelle prestazioni pure, offrendo sistemi di raffreddamento superiori e autonomia estesa. Tuttavia, nel 2026 la situazione è radicalmente cambiata. Dispositivi come Galaxy S25 Ultra, iPhone 17 Pro Max o OnePlus 15 riescono ora a gestire giochi AAA a frame rate elevati senza surriscaldarsi eccessivamente.
Il throttling termico esiste ancora, ma non è più catastrofico come in passato. Il divario tra un gaming phone e un flagship si è ridotto a tal punto da diventare irrilevante: i gaming phone hanno perso i loro vantaggi esclusivi, mentre i flagship tradizionali hanno mantenuto e migliorato i propri punti di forza, come fotocamere superiori, aggiornamenti software prolungati e design più raffinati.
Storicamente si presumeva che i gamer non fossero interessati a fotocamere di qualità o supporto software a lungo termine. Questa ipotesi si è rivelata errata. ROG Phone e RedMagic hanno fatto progressi su questi fronti, ma rimangono lontani dagli standard dei flagship mainstream.
Per dispositivi che costano oltre 1.000 dollari, i compromessi sono difficili da giustificare. Il Black Shark 5 Pro tentò di colmare il divario con un sistema fotografico valido e fu apprezzato, ma fu anche uno degli ultimi modelli del brand a ricevere attenzione prima che Xiaomi abbandonasse silenziosamente la spinta globale del marchio. Ironicamente, i gaming phone sono diventati vittime del proprio successo: caratteristiche come raffreddamento attivo, camere di vapore e batterie enormi sono ora integrate nei flagship tradizionali come OnePlus 15, che offre prestazioni da gaming phone in un formato convenzionale e ad un prezzo, tutto sommato, competitivo.
La fine dei gaming phone: Asus ferma ROG Phone e Zenfone, nicchia morta per sempre? è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
I nuovi occhiali intelligenti di Meta si faranno attendere più del previsto al di fuori degli Stati Uniti. Durante il CES 2026, l’azienda ha infatti annunciato che il lancio dei Ray-Ban Display in Italia, Francia, Regno Unito e Canada è stato ufficialmente posticipato. La decisione nasce da una domanda che ha superato ogni previsione interna, esaurendo rapidamente le scorte iniziali e costringendo l’azienda a rivedere i propri piani di espansione globale per dare priorità al mercato statunitense.
Meta vuole affinare la sua filiera produttiva prima di sbarcare anche in Europa. Il rischio, altrimenti, sarebbe quello di avere un lancio caratterizzato da lunghissime liste d’attesa.
Il debutto americano, avvenuto lo scorso settembre al prezzo di 799 dollari, ha generato liste d’attesa che si estendono ormai per gran parte del 2026. Meta ha descritto i Ray-Ban Display come un prodotto unico nel suo genere, caratterizzato da un inventario estremamente limitato a causa della complessità dei componenti, come il display heads-up integrato e il controller Neural Band.
Per ora, l’unico modo per acquistarli negli USA rimane il sistema di prenotazione obbligatoria per una dimostrazione fisica in punti vendita selezionati, una misura necessaria per gestire il forte squilibrio tra offerta e richiesta.
Nonostante il rinvio della distribuzione, Meta ha approfittato del palco di Las Vegas per presentare aggiornamenti software che arricchiranno l’esperienza d’uso. Tra le novità spiccano la modalità “teleprompter“, che permette di leggere note e testi direttamente sulle lenti, e la scrittura virtuale EMG, che consente di comporre messaggi tracciando le lettere nell’aria con le dita.
Mentre gli utenti americani inizieranno a testare queste funzioni nei prossimi mesi, i consumatori europei e canadesi dovranno attendere nuove comunicazioni ufficiali, poiché Meta non ha ancora fissato una nuova finestra temporale per l’uscita internazionale.
Nel frattempo, anche OpenAI e Apple stanno lavorando ai loro rispettivi occhiali smart con intelligenza artificiale: potrebbero debuttare il prossimo anno.
Meta ha posticipato l’arrivo dei Ray-Ban Display in Italia è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Lego sta per rivoluzionare il suo prodotto più iconico: il classico mattoncino 2×4 diventa un computer funzionante. Dal 1° marzo l’azienda lancerà Smart Bricks, una piattaforma di computing embedded abbastanza piccola da inserirsi completamente all’interno di un tradizionale mattoncino Lego.
Presentato pubblicamente per la prima volta al CES 2026, il sistema si basa su un ASIC personalizzato più piccolo di un singolo bottoncino Lego e include elaborazione integrata, firmware aggiornabile via app smartphone e una rete di sensori. Gli Smart Bricks rilevano movimento, orientamento, gesti e tag NFC. Quando più mattoncini sono connessi, formano automaticamente una rete Bluetooth Mesh che consente loro di riconoscere le posizioni reciproche, coordinando effetti sonori, luminosi e di movimento attraverso l’intero set.
I mattoncini si ricaricano via wireless tramite un sistema multipad che alimenta più pezzi simultaneamente, con batterie che mantengono le prestazioni anche dopo anni di inattività. Ogni unità contiene sensori di luce e inerziali e può produrre effetti sonori e luminosi dall’interno del modello.
Durante la demo con alcuni dei primi set Star Wars che supportano la tecnologia, le astronavi hanno emesso ronzii quando vengono inclinate in volo, le spade laser si sono illuminate durante i duelli e la Marcia Imperiale è partita automaticamente quando l’Imperatore Palpatine è stato posizionato sul trono della Morte Nera.
Include anche un microfono, ma non per registrazioni vocali: la portavoce Jessica Benson ha spiegato che rileva input sonori come il soffio su una torta di compleanno, reagendo in tempo reale. Lo Smart Brick non contiene fotocamere né componenti di intelligenza artificiale, distinguendosi da prodotti precedenti come Lego Mario che si basava su fotocamere per scansionare alcuni codici a barre.
I primi Smart Play saranno tutti della linea Star Wars: Darth Vader’s TIE Fighter con uno Smart Brick, il Red Five X-Wing di Luke con cinque tag e due personaggi, e la Stanza del trono con A-Wing con due Smart Bricks.
Lego definisce questa “l’evoluzione più significativa del sistema Lego dal lancio delle minifigure nel 1978”. Alcuni leak suggeriscono che la prossima linea a supportare la nuova tecnologia Smart Brick sarà quella dedicata ai Pokémon.
LEGO ha presentato la sua “più grande rivoluzione” dal 1978 ad oggi è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Il panorama dei laptop premium ritrova un protagonista familiare. Durante l’edizione 2026 del CES, Dell ha annunciato ufficialmente il ripristino del marchio XPS, ammettendo che la strategia di rebranding dell’anno scorso non ha dato i frutti sperati. Il tentativo di emulare la nomenclatura di Apple, con termini come “Pro Max” o “Premium”, aveva infatti generato confusione tra i consumatori, spingendo il COO Jeff Clarke a dichiarare la necessità di un ritorno a una struttura di gamma più chiara e riconoscibile.
I nuovi XPS 14 e XPS 16 segnano un’importante evoluzione nel design, correggendo alcune scelte recenti che erano risultate poco pratiche. La novità più rilevante è la scomparsa della barra delle funzioni a sfioramento, sostituita da tasti fisici tradizionali per garantire una migliore accessibilità. Pur mantenendo un’estetica ricercata con la tastiera “zero-lattice” e il trackpad invisibile, i nuovi modelli puntano sulla portabilità: la versione da 14 pollici ha uno spessore inferiore ai 15 millimetri e offre diverse opzioni di schermi OLED con risoluzione 2.8K.
Sotto la scocca dei nuovi modelli batte un cuore potente: il processore Intel Core Ultra, con configurazioni che arrivano fino ai chip X7 e X9 per massimizzare le prestazioni grafiche. Nonostante il ritorno alla semplicità del brand, i costi di listino hanno subito un incremento dovuto alla situazione del mercato dei semiconduttori e delle memorie RAM.
L’XPS 14 viene proposto a un prezzo di partenza di 2.050 dollari, mentre il modello da 16 pollici parte da 2.200 dollari. Nel corso dell’anno la famiglia si allargherà ulteriormente con il debutto di un nuovo XPS 13. Prezzi e disponibilità per l’Europa non sono ancora stati annunciati.
Dell ammette l’errore: “abbandonare i laptop XPS è stata una pessima idea” è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
OK, thanks, but I'm using an RTL-SDR dongle and I've already
tried lowering the gain, but without success.
For now, I've given up on the idea of receiving DAB...
just a note:in my case DAB-Decoder is VERY sensitive to wrong Frequency Setting and strong Signal.so if any problems, try ATT and vary the Frequency a little bit.-> using my cheap RTL Device is perfect for DAB here, with the RSPduo there is no chance, as even a small antenna is overloading the input (~15km direkt line of sight to two Transmitters
Thank you very much Albert !
The yellow dotted lines designate the bandwidth of the DAB demodulator.The DAB signal has a bandwidth of approx. 2 MHz and is not in the FM band (87 - 108 MHz), but around 200Mhz.
Here in Vienna we have 3 active DAB+ channels with 40 programs in sum.178.352 MHz (channel 5C)180.064 MHz (channel 5D)211.648 MHz (channel 10B)
Albert,
You answered my question about the new DAB function in Openwebrx version 1.3.
However, I think you misunderstood my question, unfortunately.
Hi Robert,
explanation here: https://en.wikipedia.org/wiki/Digital_Audio_Broadcasting
You have to tune to one of the channels in your region in order to decode the transmissions.
Example:
Regards,Albert
Am 06.12.2025 um 10:43 schrieb ROBERT_FR via groups.io <lavigneroland@...>:
Hello everyone,I just installed the October 11, 2023 version of OpenWebRX.(V1.3.0)
The new feature (for me) is that there's now a "DAB" button that opens a small "Loading" window in the bottom left corner (which is empty).I don't understand how it works. Is there an explanation somewhere?Thanks<DAB_LOADING.png>
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Grazie per la guida e soprattutto per il reverse engineering.
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