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Ricevuto ieri — 20 Gennaio 2026

Milano, le cooperative promuovono il Piano per l’economia sociale

20 Gennaio 2026 ore 11:47

Soddisfazione. È quella che esprimono i presidenti delle centrali cooperative attive a Milano l’avvio del Piano per l’economia sociale del Comune di Milano. L’iniziativa viene considerata un passo strategico per un nuovo modello di sviluppo della città.

«Accogliamo con soddisfazione l’approvazione in Consiglio comunale dell’avvio del percorso per la costruzione del Piano attuativo per l’economia sociale del Comune di Milano. In questi ultimi tre anni abbiamo contribuito attivamente alla riflessione all’interno del dibattito portato in città sia nella commissione speciale Economia civile e sviluppo del Terzo settore sia nei luoghi di confronto avviati dalla Pubblica amministrazione». Così Giovanni Carrara, presidente di Confcooperative Milano e dei Navigli, Attilio Dadda, presidente di Legacoop Lombardia e Cinzia Sirtoli, presidente di Agci Lombardia dopo il via libera in aula, in serata, della delibera.

«La delibera» continuano i tre presidenti, «segna l’attivazione formale di un processo atteso e fortemente voluto, che riconosce pienamente il perimetro dell’economia sociale e il ruolo centrale del mondo cooperativo e del Terzo settore nella definizione delle politiche di sviluppo della città».

Una fase nuova

«L’avvio di questo Piano rappresenta un passaggio importante perché apre una fase nuova: il riconoscimento della cooperazione come soggetto pienamente titolato dell’economia sociale costituisce un fatto strategico e ne conferma il ruolo di componente strutturale del sistema economico», sottolineano Carrara, Dadda e Sirtoli. 

«Affermare che l’economia sociale contribuisca a interpretare lo sviluppo della città significa puntare su un modello capace di ridurre le disuguaglianze, rafforzare la qualità del lavoro e il benessere delle comunità. Le cooperative uniscono creazione di valore e impegno sociale, producendo beni e servizi di interesse generale, mettendo al centro la persona e la comunità favorendo così inclusività e sostenibilità».

Particolare rilievo assumono gli strumenti che il Piano potrà mettere in campo: dal social procurement, con il coinvolgimento delle partecipate e l’utilizzo degli appalti pubblici per favorire l’inserimento lavorativo di persone fragili, ai modelli abitativi cooperativi e solidali, fino alla valorizzazione delle imprese dell’economia sociale nei progetti di rigenerazione urbana, economia circolare e di welfare di comunità.

Le centrali cooperative ribadiscono «la propria disponibilità a contribuire attivamente alla fase di costruzione del Piano, affinché l’attivazione del percorso si traduca rapidamente in politiche pubbliche, strumenti operativi e azioni concrete in grado costruire piani di sviluppo territoriale e un’economia davvero inclusiva, resiliente e sostenibile». 

In apertura Photo by Bernard Guevara on Unsplash

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Un Piano per l’economia sociale per far svoltare Milano: «Troppe disuguaglianze, serve uno sviluppo più solidale e sostenibile»

20 Gennaio 2026 ore 11:33

Con il voto di ieri il Consiglio comunale di Milano ha avviato l’iter per la costruzione di un Piano attuativo per l’Economia Sociale. Piano, di cui si sono già dotate altre due città metropolitane in Italia: Bologna e Torino. Una mappatura di tutte quelle realtà organizzative e imprenditoriali che, insieme al Terzo Settore, possono generare impatto sociale e ambientale positivo dentro un’economia sociale, seguendo le indicazioni della Commissione Europea.
Strumenti finanziari e premiali, come ad esempio riservare una percentuale di gare pubbliche alla cooperazione sociale per favorire inserimenti lavorativi di persone svantaggiate. Modelli abitativi cooperativi e solidali, per favorire lo strumento della proprietà indivisa nel piano straordinario casa. «Sono alcuni degli obiettivi della delibera che abbiamo promosso e che nasce con la consapevolezza che questa città, dopo quindici anni, ha bisogno di ripensare il proprio modello di sviluppo per tenere insieme crescita economica e sostenibilità, produzione e impatto sociale sulla comunità, innovazione e inclusione, e per ridurre davvero la forbice delle diseguaglianze». Le parole sono di Valerio Pedroni, consigliere comunale del Pd e presidente della commissione speciale Economia Civile e Sviluppo del Terzo Settore. Pedroni insieme a Natascia Tosoni – vicepresidente della commissione Sviluppo Economico e Politiche del Lavoro e a Betrice Uguccioni capogruppo del Pd, a dicembre avevano già promosso un emendamento, integrando il Bilancio di previsione con questo obiettivo. Ancora Pedroni: « Se vogliamo una città inclusiva dobbiamo smettere di fingere che tutti i modelli economici siano equivalenti. Non lo sono. Oggi Milano cresce, ma cresce in modo diseguale: attrae grandi capitali e rischia di espellere il cittadino medio, i giovani, chi vive del proprio lavoro. Un Piano per l’economia sociale serve a orientare lo sviluppo verso chi, per natura e per statuto, non sottrae valore ma lo genera e lo redistribuisce nei territori».

La copertina del numero di VITA magazine dedicato a Milano


Pedroni nella vostra ottivca chi sono i soggetti dell’economia sociale da valorizzare?

Enti del Terzo settore, cooperative, imprese sociali. Realtà che non distribuiscono utili, ma li reinvestono nel bene comune; che creano lavoro dignitoso, rigenerano quartieri, tengono insieme dimensione economica e responsabilità sociale. Per anni li abbiamo relegati al solo ambito del welfare, come se fossero “riparatori” delle disuguaglianze prodotte altrove. Oggi non è più così: queste realtà operano a tutto campo nell’economia urbana.

In che senso “a tutto campo”?

Producono lavoro e valore nel verde e nella manutenzione urbana, nel commercio di prossimità, nel turismo sostenibile, nella rigenerazione urbana, nella gestione di impianti sportivi e culturali. Sono imprese a tutti gli effetti, ma con una differenza fondamentale: il loro obiettivo non è estrarre valore dal territorio, ma restituirlo. Se Milano vuole un modello economico giusto, deve riconoscerlo e facilitarlo in ogni modo.

Il consigliere comunale Valerio Pedroni, presidente della commissione speciale Economia Civile e Sviluppo del Terzo Settore


E l’ente pubblico cosa può fare, concretamente?

Usare gli strumenti che già ha, ma in modo coerente. Gare riservate, criteri premiali negli appalti, social procurement, agevolazioni fiscali e concessioni che tengano conto dell’impatto sociale e ambientale. Il Comune è un grande regolatore e un grande acquirente: può e deve orientare il mercato premiando chi produce valore condiviso, non chi compete solo sul massimo ribasso.

Nella delibera parlate anche di alleanza con il mondo imprenditoriale. Non è una contraddizione?

Al contrario, è il punto decisivo. L’economia sociale non deve restare isolata. Milano ha un tessuto imprenditoriale avanzato che ha a cuore la dimensione dell’impatto: penso alle società benefit, alle imprese che lavorano su una Csr strategica, alla finanza d’impatto. Questa alleanza è fondamentale per ampliare scala e strumenti: il social procurement delle aziende, ad esempio, può diventare una leva potentissima per far crescere l’economia sociale.

Che ruolo ha la finanza d’impatto in questo scenario?

Un ruolo chiave. Per espandere l’economia sociale servono capitali coerenti con le sue finalità: investimenti pazienti, fondi dedicati, strumenti di co-investimento che misurino il ritorno sociale insieme a quello economico. La delibera apre esplicitamente a questa prospettiva: non assistenzialismo, ma sviluppo economico orientato all’impatto.

Che impatto vi aspettate sulla città?

Più lavoro di qualità, più servizi di prossimità, meno disuguaglianze, quartieri che tornano a vivere. Milano può essere una città attrattiva senza essere espulsiva. Questo Piano dice una cosa semplice ma radicale: se vogliamo un futuro per la città, dobbiamo premiare chi la città la cura, la abita e la fa crescere ogni giorno. Si pensi anche sul tema della casa: lo strumento delle cooperative di abitanti è molto interessante, sia nella formula della proprietà divisa, che in quella ancora più radicale della proprietà indivisa: io abito dentro un condominio che appartiene ad una cooperativa di cui sono socio: sostengo i costi con tariffe davvero sociali e mi curo del vicinato. È un modo diverso di abitare, prima ancora che di vivere la città: si premia la coesione e non l’individualismo, pur rispettando gli spazi e la riservatezza di ognuno. Anche questa è economia sociale. Che vorrei pervadesse anche la nostra proposta di piano straordinario per la casa.

Milano può davvero diventare un modello nazionale?

Sì, perché qui esistono tutte le condizioni: un Terzo settore maturo, una cooperazione forte, un mondo imprenditoriale avanzato e una finanza d’impatto che guarda con interesse alla città. Se riusciamo a mettere a sistema questi attori attraverso politiche pubbliche coerenti — dal procurement agli strumenti finanziari ai modelli di abitare — Milano può diventare un laboratorio nazionale di economia sociale urbana. E dimostrare che sviluppo e giustizia sociale, innovazione e inclusione non sono alternative, ma la stessa cosa vista da due angolazioni diverse.

Nella foto: Una seduta del Consiglio Comunale di Milano (LaPresse)

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Ricevuto prima di ieri

Miliardari mai così ricchi: nel mondo possiedono oltre 18mila miliardi di dollari (otto volte il Pil italiano)

19 Gennaio 2026 ore 18:02

La disuguaglianza non è solo una questione economica. È una frattura che attraversa le società, indebolisce la coesione sociale e mina progressivamente le fondamenta della democrazia. È questo il messaggio centrale del nuovo rapporto Oxfam, Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia, presentato a Davos e accompagnato da dati aggiornati al 2025. Un’analisi che mette in relazione concentrazione della ricchezza, povertà diffusa e crescente squilibrio di potere politico, a livello globale e nel contesto italiano.

Il grande divario globale: ricchezza estrema, democrazie fragili

Secondo Oxfam, il mondo sta vivendo una fase di concentrazione della ricchezza senza precedenti. Nel 2025 il patrimonio complessivo dei miliardari globali ha raggiunto la cifra record di 18.300 miliardi di dollari, con un aumento reale del 16% in un solo anno e dell’81% rispetto al 2020. Si tratta di un ammontare esorbitante, equivalente a 8 volte il Pil dell’Italia e a 26 volte le risorse necessarie per riportare alla soglia di 3 dollari al giorno chiunque viva sotto tale soglia di povertà estrema. Una crescita rapidissima, che avviene mentre quasi metà della popolazione mondiale vive in condizioni di povertà o forte vulnerabilità economica e una persona su quattro soffre di insicurezza alimentare.

La nuova ricchezza continua a concentrarsi nelle mani di pochi: l’1% più ricco intercetta una quota sproporzionata della crescita economica, mentre miliardi di persone restano intrappolate in redditi insufficienti ad assicurare condizioni di vita dignitose. L’aumento dei prezzi dei beni essenziali ha colpito soprattutto le famiglie più povere, mentre grandi imprese e settori strategici hanno registrato profitti record.

Ma il nodo, per Oxfam, non è solo economico. La concentrazione estrema di ricchezza si traduce in concentrazione di potere politico. Le élite economiche influenzano sempre più le decisioni pubbliche, orientano le politiche fiscali, limitano la progressività dei sistemi tributari e condizionano il dibattito pubblico anche attraverso il controllo dei media e delle piattaforme digitali. In molti Paesi questo processo si accompagna a dinamiche di autocratizzazione, repressione del dissenso e restringimento degli spazi democratici: un circolo vizioso che rende sempre più difficile correggere le disuguaglianze.

Disuguitalia: ricchezza concentrata, povertà persistente

L’Italia si colloca pienamente dentro questo quadro. I dati aggiornati al 2025 descrivono un Paese segnato da disuguaglianze profonde e strutturali. Il 10% più ricco delle famiglie detiene circa il 60% della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera ne possiede appena il 7,4%. Ancora più marcata è la concentrazione al vertice: il 5% più ricco controlla quasi la metà della ricchezza complessiva e l’1% più ricco ne detiene oltre il 22%.

Negli ultimi anni la crescita della ricchezza è stata fortemente sbilanciata. Tra il 2024 e il 2025 oltre il 60% dell’incremento complessivo è andato al top 5% delle famiglie, mentre al 50% più povero è arrivata solo una quota residuale. Emblematico anche l’andamento dei grandi patrimoni: nel solo 2025 la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata di 54,6 miliardi di euro, raggiungendo un totale di 307,5 miliardi detenuti da 79 individui.

Sul fronte sociale, la povertà assoluta resta elevata e sostanzialmente immutata. Oltre 2,2 milioni di famiglie, pari a circa 5,7 milioni di persone, vivono in condizioni di povertà assoluta. Colpisce soprattutto il dato che in Italia il lavoro non rappresenti più una garanzia contro la povertà: l’incidenza del lavoro povero è alta tra operai, giovani e donne, mentre salari bassi e precarietà continuano a caratterizzare ampie fasce del mercato del lavoro.

Il rapporto segnala inoltre una trasformazione strutturale del Paese in senso sempre più “ereditocratico”. Una quota crescente della ricchezza deriva da trasferimenti intergenerazionali, con almeno 2.500 miliardi di euro che si stima passeranno di mano nel prossimo decennio. Un processo che riduce la mobilità sociale e cristallizza i divari di partenza.

Fisco, lavoro e democrazia: un nodo politico

Per Oxfam, queste disuguaglianze non sono il frutto del caso. Il sistema fiscale italiano resta poco progressivo e sbilanciato sui redditi da lavoro, mentre grandi patrimoni ed eredità sono scarsamente tassati. Le recenti riforme dell’Irpef hanno beneficiato soprattutto i contribuenti con redditi medio-alti, senza incidere in modo significativo sulla riduzione dei divari.

Il rischio, è che l’accumularsi di disuguaglianze economiche alimenti sfiducia nelle istituzioni, riduca la partecipazione democratica e rafforzi la percezione che le regole del gioco favoriscano sempre gli stessi. In questo senso, la disuguaglianza non è solo una questione di giustizia sociale, ma una minaccia diretta alla qualità della democrazia.

Invertire la rotta, conclude Oxfam, richiede scelte politiche chiare: una fiscalità più equa, politiche del lavoro capaci di garantire salari dignitosi, investimenti nei servizi pubblici e un contrasto deciso alla povertà. Perché senza ridurre le disuguaglianze, prendersi cura della democrazia diventa un obiettivo sempre più difficile da raggiungere.

Foto di Yaroslav Muzychenko su Unsplash

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