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Il dilemma del Golfo: sfiducia in Washington, ma nessuna alternativa credibile

14 Ottobre 2026 ore 08:43

La ritorsione iraniana contro le basi statunitensi e i Paesi del Golfo ha segnato il tramonto della “oasi di stabilità”, ovvero l’illusione di Paesi percepiti come quasi impermeabili al disordine mediorientale. L’offensiva iraniana, in risposta all’operazione statunitense Epic Fury condotta assieme al corrispettivo israeliano Ruggito del Leone, ha adottato uno schema che Robert Pape ha definito di “escalation orizzontale“ (danneggiare le fonti di ricchezza e le infrastrutture critiche anziché intensificare gli attacchi su obiettivi militari), colpendo i punti vitali del modello di sviluppo delle monarchie. Con oltre 6.700 missili e droni lanciati contro i soli Paesi del Golfo nei primi quaranta giorni di guerra, Teheran ha dimostrato un’elevata capacità di saturazione delle difese nemiche.

Il conflitto pone una domanda che va oltre il conteggio dei danni materiali: la sfiducia crescente verso l’alleato americano si traduce davvero in un riposizionamento strategico del Golfo, o le monarchie restano vincolate, militarmente e finanziariamente, a Washington?

Le basi statunitensi, da garanzia a bersaglio

Il sistema di deterrenza regionale che perdurava dai primi anni Novanta è entrato in crisi profonda. Teheran, sostenendo che gli Stati ospitanti basi degli USA ne avessero facilitato le operazioni militari, ha attaccato le monarchie del Golfo con l’obiettivo di colpire i mercati ed esercitare pressione su Washington affinché fermasse le proprie offensive. Da ciò è nato un paradosso strategico: le basi, pensate come asset di sicurezza, sono diventate il bersaglio più esposto. Un caso emblematico è la base di Al Udeid (Qatar), la maggiore installazione statunitense nella regione, colpita più volte. Per il Middle East Institute, la vulnerabilità delle monarchie è sistemica, legata al ruolo di hub energetico globale e all’integrazione nelle alleanze di Washington.

Il conflitto ha incrinato il rapporto tra Washington e le monarchie: la crisi di fiducia è nata perché la Casa Bianca ha ignorato gli avvertimenti dei partner regionali prima della guerra, e si è ampliata con l’omissione di un vincolo sui programmi missilistici iraniani dal Memorandum di giugno. Trump ha perseguito i propri interessi, in primis la riapertura di Hormuz, lasciando gli alleati arabi sotto la minaccia di ulteriori raid. Inoltre, in merito al conflitto in Yemen, Trump ha respinto le richieste di Mohammed bin Salman di raid contro gli houthi e offerto solo intelligence, perché intende restare concentrato sull’Iran e Hormuz.

Percependo Washington come imprevedibile, le monarchie hanno avviato consulenze con Ucraina e Corea del Sud in merito a sistemi anti-drone e anti-missile, sebbene diversi analisti avvertano che sostituire l’infrastruttura di sicurezza statunitense richiederebbe uno o due decenni. L’alternativa più concreta è regionale: il 7 agosto Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato il Patto della Mecca, contenente una clausola di difesa collettiva; il Patto, è stato attivato il 5 ottobre a seguito di attacchi degli houthi e si trova ora alla prova dei fatti. Sul piano globale, come osserva l’Institute for National Security Studies, Cina e Russia non dispongono né della volontà politica né della capacità militare per sostituire gli USA.

I danni alle infrastrutture e il paradosso della diversificazione

Gli attacchi iraniani hanno colpito, tra gli altri, impianti di gas, data center di Amazon ad Abu Dhabi, raffinerie in Kuwait e Arabia Saudita, impianti di dissalazione in Bahrain e Kuwait e il porto di Jebel Ali. Nonostante i sistemi Patriot e THAAD abbiano intercettato più del 90% dei missili e dei droni di Teheran, l’Iran ha superato l’ombrello difensivo con tecniche di saturazione. Alcuni dei danni alle infrastrutture energetiche hanno riguardato un generatore della centrale nucleare di Barakah e il complesso di GNL di Ras Laffan. In Qatar, gli attacchi hanno ridotto del 17% la capacità di produzione di GNL per un periodo che potrebbe arrivare fino a cinque anni.

Teheran ha adottato una “strategia economica eseguita tramite distruzione fisica”, colpendo sia l’export di idrocarburi sia gli snodi finanziari e tecnologici. L’economia del Golfo ha fatto affidamento per decenni all’export di idrocarburi attraverso Hormuz, mentre la diversificazione verso turismo, finanza e aviazione ha incrementato le fonti di reddito. Il paradosso strutturale è che tali settori, su cui le monarchie hanno investito molto per svincolarsi dai propri limiti geografici, restano vulnerabili tanto quanto i terminal petroliferi, perdipiù con una maggiore concentrazione di potenziali target.

Kpler ha stimato i flussi di greggio mediorientali a poco meno dell’80% del livello prebellico; tuttavia, senza contare l’Iran, frenato dal blocco navale statunitense, l’export di greggio del Golfo è già tornato ai livelli prebellici, anche grazie agli oleodotti saudita ed emiratino che aggirano Hormuz. Gli attacchi alle navi si sono intensificati nell’ultimo periodo – dodici raid probabilmente iraniani tra il 30 settembre e il 6 ottobre –, mentre Teheran ribadisce che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso finché Washington non accetterà le sue sette condizioni. Il Brent resta sopra i 100 dollari e le riserve strategiche globali sono ai minimi da decenni. Conseguentemente, l’Agenzia Internazionale dell’Energia e i Paesi del G7 hanno concordato l’immissione sul mercato di circa cento milioni di barili di petrolioper calmierare le quotazioni ed evitare carenze.

Lo shock ha ridefinito le gerarchie della crescita: il FMI ha ridotto le prospettive globali al 3%, indicando nel Medio Oriente l’epicentro della crisi, mentre la Banca Mondiale avverte che un blocco persistente porterebbe la crescita all’1,3% e 32 Paesi al default. Le finanze del Golfo ne risentono: il deficit del primo semestre del Qatar ha già superato la previsione annuale e quello saudita ne è al 97%, e i prelievi dai fondi sovrani potrebbero causare il primo calo degli asset in oltre un decennio. Il Qatar, inoltre, ha esteso fino a inizio dicembre la clausola forza maggiore (la sospensione dei propri doveri contrattuali a seguito di un certo impedimento) riguardo alle forniture di GNL, mentre il ripristino di un impianto di gas emiratino è slittato al 2027. Il Golfo non appare più un’oasi di stabilità, bensì il motore della frammentazione economica.

Le diverse strategie all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG)

Nel momento in cui gli interessi di Washington si sono discostati da quelli del Golfo, i primi hanno prevalso, lasciando le monarchie esposte agli attacchi di Teheran. Perciò il conflitto ha accelerato il passaggio dall’ombrello difensivo statunitense a una modello di sicurezza nella quale la relazione con Washington resta centrale, ma viene affiancata dal cosiddetto “omnibalancing”: una strategia con cui uno Stato sviluppa relazioni sia con alleati sia con rivali per proteggersi contemporaneamente da un insieme di minacce interne ed esterne, garantendosi autonomia senza schierarsi in modo esclusivo. Il CCG ha difatti risposto alla condotta statunitense  con tre differenti modelli di hedging(la diversificazione calibrata dei partner di sicurezza ed economici senza rompere apertamente con l’alleato principale).

L’Arabia Saudita, ha rafforzato i legami con la Cina e con il Pakistan e la Turchia attraverso il Patto de La Mecca. perseguendo un hedging assertivo per negoziare con la Casa Bianca da una posizione di maggiore forza. A fine luglio Washington e Riad hanno firmato un accordo di cooperazione nucleare civile, ma Trump ne ha vincolato l’approvazione all’adesione agli Accordi di Abramo: un tentativo di riavvicinare l’alleato mentre la fiducia militare si erode. Il Qatar mantiene una dipendenza esplicita dalle garanzie statunitensi, sancite dall’atto della Casa Bianca del settembre 2025, pur restando un mediatore indispensabile con Teheran. Gli EAU occupano una posizione intermedia: un hedging più “agile”, che combina diversificazione economica, soft power e capacità militari mirate, mantenendosi pronti per ricalibrare la propria posizione quando necessario.

Kuwait e Bahrain seguono in larga parte l’approccio emiratino. Manama è ulteriormente esposta a Teheran in quanto secondo firmatario degli Accordi di Abramo nel Golfo, fattore che ha attirato crescenti pressioni militari iraniane. L’Oman, sebbene colpito dal conflitto, è rimasto fedele al ruolo di mediatore neutrale, avvicinandosi al modello qatariota. Ciononostante, hanno ruoli differenti, in quanto Doha presidia il tavolo negoziale, mentre Mascate ha assunto un ruolo centrale nei colloqui con Teheran sulla gestione della navigazione nello Stretto di Hormuz.

L’Iran ha “calibrato” i propri raid tentando di acuire le divergenze nel CCG, costringendo gli Stati a “combattere sei battaglie distinte”. La rivalità tra Riad e Abu Dhabi si è intensificata: l’uscita degli EAU dall’OPEC confligge con la strategia saudita di prezzi alti per finanziare Vision 2030. Inoltre, mentre Riad perseguiva la via diplomatica, Abu Dhabi, colpita da oltre 3.000 missili e droni, ha percepito la moderazione saudita come un tradimento della solidarietà nei propri confronti.

Il vincolo del dollaro

Un ulteriore aspetto rilevante è quello valutario. Alla crescente sfiducia verso l’ombrello statunitense si contrappone l’assenza di alternative monetarie credibili: nonostante gli EAU abbiano minacciato pagamenti in yuan qualora l’accesso al dollaro si riducesse, e la quota di riserve globali in dollari sia scesa al 56,7% nel secondo trimestre del 2026, il sistema finanziario globale in dollari continua a garantire una liquidità che nessun’altra valuta può eguagliare. La rilevanza del dollaro risiede nella profondità dei mercati finanziari statunitensi e nella centralità della valuta come riserva, mezzo di pagamento e principale fonte di liquidità globale.

Ne emerge un doppio vincolo: le monarchie hanno perso fiducia nella protezione militare di Washington, ma restano ancorate alla sua architettura finanziaria. Il rialzo dei tassi della Fed del 16 settembre, subito seguito da EAU, Arabia Saudita e Qatar, mostra che l’ancoraggio al dollaro (peg) impone loro la politica monetaria statunitense anche in piena crisi: la de-dollarizzazione rappresenta, al momento, più una minaccia negoziale che una traiettoria concreta.

Alla domanda posta in apertura, la risposta è netta: la sfiducia produce hedging tattico, non un riallineamento strategico. Il caso più eloquente è la Cina: Pechino ha superato Washington come primo partner commerciale del Golfo da oltre un decennio, con scambi con il CCG per quasi 298 miliardi di dollari nel 2023 contro gli 80 degli USA. Eppure, anche se Pechino si offre come mediatore, l’egemonia economica non si è tradotta in un’offerta di sicurezza comparabile. Al contempo, il Patto della Mecca, già in una fase di messa alla prova operativa, segnala il tentativo di trasformare la diversificazione in una capacità di sicurezza regionale più autonoma, ma non costituisce, almeno per ora, una reale alternativa all’ombrello americano. Il dilemma delle monarchie resta dunque irrisolto: la fiducia in Washington si erode, ma non esiste, al momento, un sostituto credibile. Strategie di diversificazione e apertura a nuovi partner non implicano, dunque, la sostituzione degli Stati Uniti: nel breve e medio periodo, i costi di un effettivo distacco da Washington restano superiori a quelli del mantenimento del legame strategico.

Il gasolio di Putin e le priorità di Washington: le sanzioni come variabile dei prezzi

12 Ottobre 2026 ore 08:48

Il 9 ottobre Donald Trump ha annunciato che la Russia immetterà sul mercato oltre 300.000 tonnellate di gasolio, seguite da 500.000 a novembre e da un milione nei mesi successivi; poche ore dopo l’Office of Foreign Assets Control del Tesoro ha rilasciato una licenza generale valida fino al 7 aprile 2027. La decisione è giunta tre settimane dopo la firma del Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act, che consente dazi del 100% sui principali acquirenti di idrocarburi russi, e mentre a Miami gli inviati americani discutevano con ucraini ed europei le condizioni per chiudere la guerra.

La lettura più immediata, quella di un avvicinamento strategico fra Washington e Mosca, è anche la meno solida. La domanda utile è un’altra: che cosa rivela la licenza sul modo in cui l’amministrazione americana ordina i propri interessi, e quali conseguenze ne derivano per un’Europa che sulle sanzioni ha costruito la propria risposta all’aggressione russa. La tesi qui sostenuta è che il gasolio non segnala un’alleanza nuova, ma la subordinazione delle sanzioni alla politica dei prezzi in una fase di emergenza energetica: un precedente che le cancellerie europee non possono archiviare come episodico.

Uno shock di offerta, non un rovesciamento di alleanze

Il contesto spiega più delle intenzioni. Dagli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, a febbraio, lo Stretto di Hormuz è in larga parte chiuso. Da luglio, inoltre, Mosca ha vietato quasi tutte le esportazioni di gasolio dopo che i droni ucraini avevano fermato una quota rilevante della sua capacità di raffinazione. Ne è derivata una crisi del distillato medio: a settembre il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti ha toccato il record di 6,52 dollari al gallone, più del doppio rispetto a un anno prima, e il G7 ha concordato il rilascio di 100 milioni di barili di scorte d’emergenza. A meno di un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il costo del carburante è diventato un problema di politica interna prima ancora che di politica estera.

Letta in questa chiave, la licenza è anzitutto uno strumento di gestione del mercato, e la sua efficacia è dubbia. Con i fattori di conversione standard, le 300.000 tonnellate iniziali equivalgono a circa 2,2 milioni di barili, poco più di un giorno di esportazioni americane di gasolio verso l’Europa, che a luglio avevano toccato 1,7 milioni di barili al giorno. È poi incerto che la Russia possa consegnarle: nel terzo trimestre le sue esportazioni di gasolio sono crollate a 190.000 barili al giorno, contro gli 850.000 del primo, e per la prima volta il Paese ha dovuto importarne. Un ex dirigente dell’Agenzia internazionale dell’energia, citato da Al Jazeera, dubita che Mosca possa onorare le forniture senza sottrarle al mercato interno.

Il dato politico più rilevante è la contraddizione interna all’amministrazione. Il 18 settembre Trump ha firmato una legge che inasprisce le sanzioni contro Mosca; il 9 ottobre il Tesoro ne ha attenuato l’effetto con un atto amministrativo. Non è un’incoerenza casuale: le sanzioni restano lo strumento di pressione per eccellenza, ma vengono sospese quando il loro costo ricade sul consumatore americano. Per Washington la sanzione è diventata reversibile a condizioni che nulla hanno a che vedere con la condotta russa in Ucraina, ed è questo, più del gasolio, il segnale che il Cremlino registra.

Che cosa ottiene Mosca senza concedere nulla

Il guadagno economico russo è per ora più potenziale che reale, perché dipende da volumi che la Russia fatica a produrre. Il guadagno politico è invece immediato. Mosca aveva posto la condizione in modo esplicito: il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva legato la ripresa delle esportazioni alla rimozione delle sanzioni occidentali. La licenza accoglie quella condizione senza una contropartita pubblica: nessun cessate il fuoco, nessuna sospensione degli attacchi alla rete elettrica ucraina, nessun meccanismo di verifica.

La sequenza si inserisce in un disegno più ampio. Secondo Reuters, l’inviato speciale Jared Kushner e Kirill Dmitriev, consigliere di Putin, hanno discusso nelle ultime settimane l’ingresso di un investitore americano nei gasdotti Nord Stream e la cessione delle attività estere di Lukoil, accompagnata dalla rimozione delle relative sanzioni. La Casa Bianca ha negato colloqui recenti sul Nord Stream e Berlino ha ricordato che la riapertura richiederebbe un’autorizzazione che non intende concedere. Le trattative sono esplorative, ma indicano che la leva energetica è diventata moneta negoziale nel dialogo fra Washington e Mosca, gestita da canali personali più che istituzionali.

Kyiv ne ha colto subito le implicazioni. Zelensky ha definito la licenza una decisione debole di partner forti e ha subordinato la sospensione degli attacchi alle raffinerie alla fine dei bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche ucraine, provocando la reazione del Presidente Trump che ha dichinato come sia giunto il momento per l’Ucraina di cambiare presidente. La richiesta di risparmiare le raffinerie, che Trump gli aveva rivolto già a settembre, mostra il punto: le operazioni ucraine diventano un costo da comprimerequando incidono sui prezzi globali, benché siano una delle poche leve di Kyiv sull’economia di guerra russa.

Esiste peraltro una lettura alternativa che va soppesata. Gli incentivi economici sono uno strumento diplomatico legittimo, e una pressione priva di prospettive negoziali rischia di prolungare la guerra senza migliorarne l’esito. L’erosione, del resto, non è soltanto americana: già a maggio il Regno Unito ha esentato con una licenza generale il gasolio e il carburante per aviazione raffinati da greggio russo in Paesi terzi. L’argomento regge però solo se la concessione è legata a risultati verificabili. Al 10 ottobre nessuna fonte pubblica indica che lo sia, e un allentamento incondizionato abbassa il prezzo che Mosca dovrà pagare per ottenere il successivo.

L’Europa davanti a una garanzia negoziabile

Per le capitali europee il problema non è il gasolio, che il quadro sanzionatorio dell’Unione fondato sul Regolamento (UE) n. 833/2014 continua a escludere, ma ciò che la licenza rivela sull’alleato. La NATO poggia sulla presunzione che le due sponde dell’Atlantico condividano la stessa gerarchia delle minacce. Se Washington è disposta a sospendere la pressione su Mosca per contenere i prezzi interni, la convergenza diventa condizionale: non scompare, ma dipende dal ciclo economico ed elettorale americano. La questione non è se l’alleanza sia finita, ma se l’Europa possa continuare a pianificare la propria sicurezza assumendo che le priorità di Washington coincidano con le sue.

La risposta europea è avviata, ma incompleta. Secondo il primo rapporto annuale sulla prontezza della difesa, accolto dai ministri il 28 settembre, gli Stati membri hanno speso nel 2025 418 miliardi di euro, circa il 2,2% del PILdell’Unione, ma restano lacune significative proprio dove la dipendenza dagli Stati Uniti è maggiore. Berlino accelera: Merz a Kiev ha impegnato un miliardo di euro per droni intercettori e produzione congiunta di armamenti a lungo raggio. La spesa nazionale, tuttavia, non equivale a capacità europea, e la coesione politica è già sotto pressione, come mostra la posizione slovacca nell’Alleanza.

In questo quadro la proposta di Mark Carney offre un criterio più che un modello. A Davos, a gennaio, il primo ministro canadese aveva parlato di una rottura dell’ordine internazionale e invitato le medie potenze a cooperare per ridurre le dipendenze; il 17 settembre, al Parlamento europeo, ha proposto una partnership con l’Unione su minerali critici, industria della difesa, intelligenza artificiale e sicurezza energetica, escludendo di voler creare un terzo blocco. Il Canada è l’unico Paese extraeuropeo ammesso al fondo da 150 miliardi per gli acquisti comuni di difesa, e il giorno prima Ursula von der Leyen aveva prospettato per Ottawa una forma di associazione all’Unione. La logica è quella della copertura strategica: moltiplicare i partner affidabili senza rompere con Washington. Il limite è altrettanto chiaro: una rete di medie potenze riduce le vulnerabilità industriali ed energetiche, ma non sostituisce la deterrenza nucleare, l’intelligence strategica e la logistica americane.

Per l’Italia la questione è concreta. Il Paese dipende dalle rotte marittime del Mediterraneo allargato per l’approvvigionamento energetico e contribuisce alla deterrenza atlantica con capacità che il dibattito interno fatica a rafforzare, come segnala la frenata del governo sul potenziamento delle Forze armate. Roma ha dunque interesse a un regime sanzionatorio europeo autonomo e stabile, che non oscilli con i prezzi alla pompa americani, e a una partecipazione piena ai programmi comuni di acquisizione, compresi quelli aperti al Canada.

L’indicatore da osservare non è la durata della licenza, ma la sua funzione. Se resterà una misura emergenziale, legata alla chiusura di Hormuz e destinata a decadere con la normalizzazione dei flussi, il gasolio sarà ricordato come un episodio di politica dei prezzi. Se invece aprirà una serie di allentamenti senza contropartite, dal Nord Stream alle attività di Lukoil, segnalerà che per Washington la pressione su Mosca è negoziabile in sé. In entrambi i casi l’Europa ha già ricevuto l’informazione decisiva: la tenuta delle sanzioni dipende ormai dalle sue scelte, e la credibilità della sua deterrenza dalla velocità con cui trasformerà la spesa in capacità.

A volte ritornano. Opporsi alla ripresa del nucleare

7 Ottobre 2026 ore 14:00

In questo mondo di ladri e ciarlatani, i governanti italiani non possono permettersi il lusso di non essere alti rappresentanti, nella prima categoria, ma anche della seconda! Così, come nei più famosi film dell’orrore, quelli che sembravano definitivamente sepolti da anni, escono dalle loro tombe con un nuovo vestito, ma con l’inconfondibile nefasto lezzo di sempre. Escono dalla tomba idee fasciste di patria e razza, e, per non sbagliarsi, riaffiorano anche tecnologie bocciate da 40 anni per mezzo di ben 2 referendum. Parlo del nucleare.

I ciarlatani parlano di crisi energetica, del petrolio che non abbiamo, per cui dobbiamo assolutamente stringere accordi con governi a dir poco criminali; parlano del gas da comprare a tutti costi, di terre rare e poi – ciliegina sulla torta – della recente guerra innescata da Stati Uniti e Israele con l’attacco all’Iran e il conseguente blocco dello stretto di Hormuz. In questo contesto, caratterizzato dalla retorica di giornalisti prezzolati e di politici, si ritira fuori il nucleare.

Queste chiacchiere nascondono una realtà ancora peggiore. Prima di tutto chiariamo che la politica energetica in Italia, ma anche le scelte politiche dei governanti italici e il posizionamento delle truppe italiane nei vari paesi del mondo, è dominata dagli interessi finanziari dell’ENI, la multinazionale nostrana, la compagnia energetica integrata in decine di paesi, che abbraccia tutti i settori, compreso quello della transizione energetica, della ricerca chimica e dello sviluppo di tecnologie innovative. Il governo italiano non fa nessuna scelta senza il suo beneplacito, in particolar modo oggi che la geografia mondiale sta cambiando radicalmente, e che le guerre sono solo l’aspetto più tremendo e spettacolare dello sfruttamento dei territori e non solo.

A questo va aggiunto che il boom dell’intelligenza artificiale, in tutti i campi, compreso quello militare, richiede molta energia. Si pensi che, secondo quanto indicano le proiezioni, entro la fine del decennio i data center per L’IA arriveranno ad assorbire circa 945 terawattora all’anno, una cifra che eguaglia l’intero fabbisogno energetico di una nazione fortemente industrializzata, come il Giappone.

In Italia le attuali forniture energetiche sono oggi appena sufficienti al fabbisogno nazionale.

Dovendo necessariamente limitare le emissioni di anidride carbonica dunque si deve eliminare o almeno diminuire l’uso di combustibile fossile, e in maniera folle ci si è rivolti al nucleare.

Questa scelta nasce da una parte dall’immenso spreco energetico in atto, imposto da questo sistema capitalista, dall’altro dal limite dettato inevitabilmente dalla strategia politica adottata anche per le rinnovabili, quella di non utilizzare le case e gli edifici esistenti, ma, per mantenere il monopolio e la proprietà dell’energia, si preferisce installare immensi campi eolici e fotovoltaici, finanziati per altro anche da chi propone il nucleare, perché il business deve essere in tutti i settori.

Ancora tu…ma non dovevamo vederci più?

Il Parlamento il 23 settembre 2026 ha approvato la legge delega al Governo in materia di energia nucleare. Tutto questo anche se c’erano già stati ben 2 referendum che avevano detto no al nucleare.

Quando in tempi non sospetti noi anarchici sostenevamo che il referendum non era la panacea di tutti i mali, che dietro questo strumento, apparentemente di democrazia diretta, si poteva effettuare una truffa, indubbiamente avevamo ragione! Vediamo perché.

Una delle cose fondamentali della Costituzione era, ed è, la sovranità del Parlamento; secondo il principio della democrazia parlamentare, il Parlamento mantiene il potere di legiferare su qualsiasi materia non vietata dalla Costituzione, approvando nuove norme e cornici di regole (come le recenti leggi delega sulla fissione sostenibile).

I referendum sul nucleare, in entrambe le occasioni, erano referendum abrogativi, regolati dall’Articolo 75 della Costituzione italiana. D’altronde in Italia i referendum possono essere solo abrogativi – qui sta l’inganno! – sono cioè uno strumento che permette ai cittadini solo di cancellare leggi esistenti, non di scriverne di nuove o di inserire divieti assoluti in Costituzione.

I tre quesiti del 1987

Nel Referendum del 1987 nessuno dei quesiti chiedeva esplicitamente “Volete vietare il nucleare?”

I cittadini furono chiamati a cancellare i meccanismi normativi che ne facilitavano lo sviluppo.

Il primo quesito, relativo alla localizzazione, abrogò la norma che permetteva allo Stato (tramite il CIPE) di decidere dove costruire le centrali. Il secondo quesito, relativo ai contributi, abolì i compensi finanziari previsti per i Comuni e le Regioni che accettavano di ospitare centrali o impianti nucleari sul proprio territorio. Il terzo quesito, relativo all’estero, vietò all’ENEL di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e gestione di centrali nucleari fuori dall’Italia.

Ovviamente chi era andato a votare, intendeva semplicemente dire se era o no favorevole al nucleare, ed effettivamente in un primo momento il referendum funzionò, con un effetto immediato: la chiusura delle centrali allora attive e il blocco del programma energetico nazionale.

Ma questo cadavere riemerse dalla terra in cui era sepolto all’epoca del quarto governo Berlusconi, che inserì nuove norme nel 2008 e nel 2009.

Così, per fermare il morto vivente, nel 2011 si ricorse ad un nuovo referendum. Il quesito del 2011 cercò di essere più specifico, andò a colpire direttamente la nuova strategia, chiese e ottenne l’abrogazione delle nuove disposizioni che permettevano la localizzazione, la progettazione e la costruzione di nuovi impianti per la produzione di energia elettrica nucleare sul territorio nazionale.

Sembrava la volta buona! Ma la terra sotto il cadavere è ora di nuovo in movimento, alla faccia di chi va, in buona fede, a votare ai referendum. Così lo zombie nucleare ritorna… una storia infinita!

Parafrasando Battisti potremmo dire: “ma non dovevamo vederci più?”

In realtà i referendum del 1987 e del 2011 hanno esaurito i loro effetti nel momento stesso in cui hanno cancellato i testi di legge a cui si riferivano, ma non costituiscono un vincolo perpetuo.

Un referendum abrogativo elimina un testo di legge specifico, lasciando un “vuoto” che i governi successivi non possono colmare subito riproponendo la stessa identica norma (il che violerebbe la volontà popolare nel breve termine) ma che può essere ridiscusso anni dopo.

Certamente non c’è ancora nessuna autorizzazione immediata, il testo non autorizza la costruzione di nuovi impianti nucleari, ma conferisce al governo la delega per fare ciò.

L’esecutivo ha tempo un anno per scrivere i decreti attuativi e definire una disciplina organica sull’intero ciclo di vita dell’energia nucleare. Secondo il governo il ritorno dell’energia atomica sarà nella prima metà degli anni 2030, cosa peraltro impossibile.

Ovviamente non avremmo nulla da eccepire se la tecnologia scoprisse nuove fonti di energia pulita a basso costo, ma al di là delle menzogne dei ciarlatani, la scienza in questi anni non ha sviluppato né centrali nucleari a fusione, né sa come risolvere l’annoso problema delle micidiali scorie radioattive, né tanto meno ha dato sicurezza in caso di incidente nucleare. Insomma, il nucleare è tutto tranne che pulito!

Per riesumare il morto, anche se è in via di putrefazione, niente viene detto sul fatto che al momento non c’è soluzione al problema delle scorie radioattive, scorie che, non dimentichiamolo, hanno una durata di pericolosità che può durare fino a centinaia di migliaia di anni!

E così si sorvola sulla sicurezza.

Tutte le centrali nucleari attualmente sono a fissione

Allo stato attuale delle conoscenze, senza eccezione alcuna, tutte le centrali nucleari sono a fissione.

E quindi, siano di nuova o di vecchia generazione, tutte producono micidiali scorie radioattive!

Ma ecco che altri morti tornano, bussano alla porta, e questa volta sono concreti.

Circa il 99% del combustibile esaurito e delle scorie radioattive prodotte dalle vecchie centrali nucleari italiane si trova attualmente stoccato all’estero, in particolare in Francia e nel Regno Unito. Queste scorie devono tornare, ma il governo italiano, non sapendo minimamente dove metterle in sicurezza, ha prorogato l’accordo con la Francia per mantenere le scorie nei depositi d’oltralpe fino al 2040 (con un rinvio di circa 15 anni rispetto alla scadenza iniziale fissata per il 2025). Questi rifiuti andranno ad aggiungersi agli attuali circa 33.766 metri cubi di rifiuti radioattivi custoditi in depositi temporanei in attesa di essere trasferiti in luoghi più sicuri non ancora identificati. Veramente vogliamo produrre altre scorie?

La quarta generazione di nucleare non c’è

Il morto vivente riesumato viene proposto con un nuovo vestito, ma il vestito non è ancora stato fatto! Sto parlando delle nuove centrali nucleari, piccoli reattori modulari, al massimo da 300 MW, che dovrebbero essere costruiti e assemblati in fabbrica e poi trasportati sul sito pronti a entrare in funzione. Attualmente i primi e unici piccoli reattori modulari (SMR, Small Modular Reactors) realmente operativi nel mondo si trovano in Russia e in Cina e sono in via sperimentale!

Propagandate come la manna caduta dal cielo, le SMR non esistono in nessun paese occidentale, perché la tecnologia è ancora in via di sviluppo commerciale.

I reattori modulari diventano possibili solo se si costruiscono i moduli in serie. I vantaggi economici della produzione in serie si ottengono solo se viene costruita una grande quantità di unità, un traguardo non garantito e dai costi iniziali molto alti.

Queste centrali sono più piccole e per ottenere la stessa energia delle altre bisogna costruirne molte di più, conseguentemente sono necessari più siti e avremo più scorie nucleari da smaltire. Aggiungiamo a questo che, nel malaugurato caso di un conflitto bellico (ovviamente, fatti i dovuti scongiuri! ma di questi tempi purtroppo non sarebbe impossibile), ogni centrale è un obiettivo strategico da colpire, conseguentemente il territorio va militarizzato anche per organizzare un eventuale evacuazione in caso di incidenti.

Sappiamo bene che gli speculatori cercheranno di iniziare i lavori il prima possibile; intorno al nucleare girano interessi ingenti, economici e militari. Sappiamo che se lo riterranno necessario potranno accelerare anche il percorso, anche se non certamente nei tempi annunciati dal governo, che l’ha sparata alta!

Il nucleare civile è anche estremamente legato al nucleare bellico, che oggi è addirittura auspicato come elemento di deterrenza militare, e certamente questa riproposizione del nucleare è figlia diretta del clima bellico e prebellico che si respira.

Nucleare fa rima con militare. I programmi militari traggono vantaggio dagli immensi investimenti economici statali destinati all’energia civile e viceversa, anche perché il combustibile per le centrali e il materiale fissile per le bombe (uranio – 235 o plutonio) derivano dallo stesso processo iniziale di separazione e arricchimento delle bombe. Alcuni reattori civili servono anche a produrre elementi chiave per gli arsenali atomici, come il tritio. Infine, non dimentichiamo che la ricerca scientifica, i tecnici specializzati, i laboratori e i reattori alimentano contemporaneamente sia il settore energetico sia quello della difesa e anche dell’attacco militare.

Insomma, la piazza ci attende prima dell’invasione dei morti. Per non essere anche noi zombie.

Salvatore Corvaio

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