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Nello specchio rosso

11 Giugno 2026 ore 07:37

A febbraio 2020, vivevo in Austria e ho deciso di iscrivermi a una Winter School dell’Università di Vienna sul modernismo. Su cinquanta studenti almeno la metà veniva dalla Cina, erano in Europa apposta per seguire quel corso, alcuni non avevano potuto viaggiare per via delle restrizioni pandemiche che lì il governo aveva già iniziato ad applicare. Il professore di letteratura contemporanea fece una lunga lezione introduttiva che partiva dai fondamenti del cristianesimo e arrivava agli inizi del Novecento: stava tentando di riassumere un paio di millenni di cultura occidentale a servizio degli studenti non europei – c’erano anche australiani, giapponesi, indiani, americani che non conoscevano la storia d’Europa. Nei giorni successivi abbiamo studiato Freud, Schnitzler, Otto Wagner, Klimt, Schiele. Ho dialogato con i miei compagni cinesi e mi sono reso conto che di loro non sapevo niente, mentre loro sapevano molto di me.

Per caso, pochi mesi dopo, confinato in casa per via del Covid ho letto Red Mirror, il saggio di Simone Pieranni appena pubblicato da Laterza. Il nostro futuro si scrive in Cina, dobbiamo guardare la Cina per sapere cosa ne sarà almeno in parte della nostra società, studiare la Cina significa anche studiare noi stessi, era la sintesi del libro. Red Mirror era una citazione della quasi omonima serie Netflix sulle distorsioni della tecnologia, su quello schermo nero su cui, specchiandoci quando è spento, possiamo vedere noi stessi e contemporaneamente il vuoto. In quel periodo Simone Pieranni dirigeva la redazione esteri del manifesto. Aveva già pubblicato cinque saggi sulla Cina e fondato China Files, un’agenzia di stampa nata a Pechino nel 2008 per parlare di affari cinesi e asiatici tramite il contributo di giornalisti, sinologi ed esperti di comunicazione. Più tardi avrebbe pubblicato altri tre saggi, l’ultimo dei quali, 2100 (2026), è stato finalista del premio Strega Saggistica.

Oggi Pieranni lavora per Chora Media, per cui dirige la sezione Chora News, cura e realizza podcast. Il 7 aprile è uscito per Mondadori il suo ultimo saggio Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti. Pieranni riusa la metafora dello specchio per mettere a fuoco lo sguardo opposto, quello della Cina sull’Occidente. Il saggio approfondisce il modo in cui la Cina e i cinesi hanno accolto, studiato e interiorizzato la cultura liberale e capitalista americana dalla rivoluzione maoista a oggi, raccontando come il capitalismo ha influito sulle volontà di potenza cinesi e come si configura oggi il rapporto ambivalente con gli Stati Uniti di Donald Trump. Ho parlato con Simone Pieranni del suo lavoro di giornalista, per capire cosa significa per lui raccontare la Cina oggi.

Partiamo dalla metafora dello specchio. Nei tuoi saggi hai inquadrato il rapporto tra l’Occidente e la Cina da vari punti di vista: la tecnologia, il cibo, l’organizzazione sociale e del lavoro. Nello Specchio americano parli di come il governo e la società cinesi si sono relazionati alle democrazie liberali e alle società capitaliste nell’ultimo secolo, del rapporto oscillante tra fascinazione economica e cattivo giudizio morale che la conoscenza approfondita della società americana ha generato in Cina. Ho letto il tuo saggio usando, in modo un po’ inconsapevole, le mie lenti di europeo, di persona che vive in una parte di mondo dove prevale un’idea di democrazia molto diversa da quella americana, più tendente al welfare state che allo stato ultra-liberale. Sappiamo che l’Unione Europea come soggetto politico rischia di diventare un nemico degli interessi di Trump. La Cina, invece, come ci percepisce?

Lo specchio è una metafora su cui torno spesso perché parlare di Cina per me è guardarsi allo specchio, è un riflesso sulle nostre considerazioni sull’altro, sul diverso, sul lontano. Simon Leys, uno dei miei sinologi preferiti, diceva che scrivere di Cina significa scrivere di sé stessi. Il dibattito sulle democrazie europee in Cina è quasi assente. Secondo me la “nuova scuola” di commentatori cinesi semplifica un po’ il rapporto tra USA ed Europa: le distinguono, ma identificano un po’ tutto l’Occidente con gli Stati Uniti. I discorsi cinesi sul funzionamento delle democrazie sono quasi sempre in riferimento a Trump. L’Unione Europea in questo momento è considerata dalla Cina più un mercato che un soggetto politico. Peraltro, Pechino organizza la propria diplomazia sulla base di rapporti bilaterali allo scopo di far valere il proprio peso economico. Quello che noto quando sto in Cina è che l’Unione Europea non è percepita come soggetto forte, forse anche perché noi trasmettiamo molto poco il nostro ruolo all’esterno: se non siamo in grado di agire come soggetto unitario, tantomeno i cinesi sono in grado di percepirci così.

Non è un caso, inoltre, che in Cina si facciano discorsi sulle democrazie sulla base delle loro amicizie diplomatiche: l’Ungheria di Orbán, la Serbia, quelle che noi definiamo “democrazie imperfette”, che i cinesi sentono più in sintonia con la loro organizzazione sociale. Nel saggio racconto di alcuni americanisti cinesi che cercano di dimostrare che si può essere una potenza economica anche senza essere una democrazia: lo scopo della loro ricerca è giustificare il fatto che la Cina non sia una democrazia, quindi cercano i propri simili in giro per il mondo.


A proposito della bilateralità dei rapporti di cui parlavi, alla Cina interessa trattare gli Stati europei come soggetti singoli piuttosto che come unione? Negli ultimi mesi abbiamo assistito varie volte ai tentativi di Trump e delle destre nostrane di smontare l’unità degli Stati europei per difendere i propri interessi economici. La Cina ha lo stesso interesse?

Nell’opinione pubblica cinese l’Unione Europea è considerata poco rilevante, quasi non rientra nel dibattito. Da un punto di vista istituzionale, invece, la Cina fa un passaggio ulteriore rispetto agli Stati Uniti: quando Angela Merkel era al suo ultimo mandato in Germania e negli USA governava Biden l’Unione Europea era un soggetto un po’ più forte e i dialoghi con la Cina erano più intensi; e tuttavia i cinesi si chiedevano se per parlare con i leader europei dovessero chiamare Biden o qualcuno di loro. I cinesi ci considerano totalmente assoggettati al volere di Washington, una visione peraltro condivisa da una parte dell’opinione pubblica italiana. Non è un caso che la Cina spinga per una maggiore autonomia dell’Unione Europea. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha detto qualche tempo fa che quando parla con l’Unione Europea gli sembra di essere di fronte a un semaforo di cui il rosso, l’arancione e il verde si accendono contemporaneamente; ha parlato di una sorta di disturbo cognitivo dell’Unione Europea, che dal canto suo ha definito la Cina allo stesso tempo partner, competitor e rivale sistemica. I cinesi dicono, insomma, “Decidetevi su cosa siamo per voi”.

A proposito di partnership e competizione: nel contesto di guerra multipolare in cui l’Unione Europea si trova quasi trascinata a forza dagli Stati Uniti, la Cina sembra proporsi come un soggetto più stabile, meno caotico e imprevedibile, più affidabile, ad eccezione della pressione militare sui territori che considera “suoi” come Taiwan. È uno strumento di soft power ideologico?

Credo che questa immagine di stabilità sia già presente nella nostra opinione pubblica; non penso però che dipenda dal soft power cinese ma dal nostro antiamericanismo. Abbiamo idee molto rigide sulla Cina. Per farti un esempio, il mio podcast Zoom China ora è diventato un video-podcast e YouTube è un ambiente in cui si esprimono opinioni molto forti e polarizzate; quindi se ad esempio racconto che la Cina ha problemi politici interni sono accusato di essere un suprematista occidentale che parla a sproposito di quel Paese. C’è una polarizzazione nell’opinione pubblica per cui la Cina o è una feroce dittatura o una specie di paradiso che si contrappone al capitalismo predatorio degli USA. L’idea della Cina come punto di riferimento è ovviamente un’immagine che anche la Cina stessa cerca di dare, ma deriva dal fatto che di fronte a tutto quello che sta succedendo, è essenzialmente ferma. Questo immobilismo a volte è solo presunto: di fronte all’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, ad esempio, la Cina ha rappresentato un supporto fondamentale per Putin da un punto di vista economico. Sull’Iran e sul Venezuela non si è mossa per necessità di stabilità sia interna che esterna, e in più perché stare fermi di fronte alle politiche aggressive di Trump può rivelarsi la mossa vincente proprio in relazione agli Stati Uniti.

D’altronde, come questo immobilismo esercita fascino su di noi, così rischia di essere un boomerang verso i Paesi del Sud globale che vedono nella Cina un alleato. Banalizzando, se sei un alleato della Cina e pensi che potresti avere problemi con gli Stati Uniti sai già che Pechino non ti aiuterà in nessun modo: viene giù Bashar al-Assad e non succede nulla, prendono Maduro e non succede niente, idem quando bombardano l’Iran. Questo perché la Cina non ha alleanze come le concepiamo noi, rapporti che prevedono sostegno militare automatico in caso di guerra. È un Paese molto centrato su sé stesso: quello che succede nel mondo è osservato dal governo cinese soltanto come lente per capire se avranno vantaggi o svantaggi interni. Sull’Iran, ad esempio, è stata fatta scena muta perché le priorità al momento dello scoppio della guerra erano l’Assemblea nazionale e l’incontro previsto con Trump. A livello internazionale, al massimo, per la Cina può essere importante quello che succede in Myanmar o nelle Filippine.


L’elettorato profondo americano è molto concentrato sugli affari interni del proprio Paese e poco su quello che succede all’esterno, a dispetto delle politiche interventiste dei vari governi. Anche in Cina è così?

La Cina è un Paese molto diversificato al suo interno, sia a livello etnico – ci sono più di 50 etnie – sia per le condizioni di vita – si va da zone tropicali a regioni al confine con la Siberia. Però sì, semplificando molto potremmo dire che alla persona comune non interessa molto di quello che succede all’estero. Trump, della cui immagine in Cina racconto anche nel libro, fa ovviamente parlare di sé, ma in periodi in cui non c’è una personalità così “effervescente” la politica internazionale conta ben poco. Anche sui social, se non fosse che in questo momento gli Stati Uniti stanno davvero occupando la scena mondiale, si parla quasi sempre di affari interni come le pensioni, le questioni legate alla sanità o alle governance locali. La politica internazionale magari occupa canali specifici, ad esempio alcuni podcast appannaggio per lo più di élite urbane.

Parlando della tua attività di giornalista che racconta la Cina, ti do tre verbi: informare, raccontare, spiegare. Quali pensi che descrivano meglio il tuo lavoro? Quale delle tre dimensioni è più forte, magari a seconda del mezzo che usi – articoli, saggi, podcast – o dell’argomento di cui parli?

Privilegio le prime due. In qualità di giornalista, la mia priorità è informare su quello che succede. Aggiungerei poi la dimensione del racconto, che è arrivata soprattutto da quando faccio i podcast. Scrivere podcast ha cambiato la mia scrittura in generale, nell’ultimo saggio ho dovuto lavorare molto sulla forma. Quando scrivo mi piace inserire elementi di narrazione vera e propria, strumenti letterari della lingua. Non userei “spiegare” perché non è un elemento che mi attira, penso che molte cose di cui mi occupo non possano essere spiegate, si possono raccontare passando delle informazioni in relazione alle quali il lettore o l’ascoltatore deve avere una parte attiva. Mi piace pensare di dare a chi mi legge o ascolta degli strumenti in una forma fruibile, che è la forma del racconto. Per farti un esempio, per me che sono un appassionato dell’hard boiled, un racconto in bello stile può essere lo strumento per informare il pubblico su questioni molto noiose come un summit del partito comunista cinese, magari lavorando sui personaggi.

Com’è cambiata la tua percezione del pubblico italiano sugli affari cinesi da quando hai fondato China Files a oggi? Pensi che oggi rispetto a prima il pubblico generalista sia più consapevole su certi argomenti?

Con China Files partivamo dall’ignoto più totale, non sapevamo cosa avremmo fatto né a chi avremmo parlato. Era il 2008, c’era un interesse crescente nei confronti della Cina ma non sapevamo quale pubblico ci avrebbe letto. Abbiamo avuto poi occasione di presentare il nostro progetto in contesti in cui anche professori universitari ci hanno dato fiducia – noi non eravamo quasi niente nel panorama mediatico italiano. Le regole che mi do adesso quando lavoro sono le stesse dei tempi di China Files: raccontare cose in una maniera comprensibile anche da chi non è esperto di Cina e allo stesso tempo essere rigorosi, in modo che anche un sinologo possa accedere alle informazioni con interesse, bilanciando le informazioni accademiche con l’interesse verso la contemporaneità.

Nella programmazione editoriale mi immagino di avere un dialogo costante con chi ascolta, mi faccio meno problemi a selezionare temi di nicchia: qualche tempo fa abbiamo fatto una puntata sul Buthan ad esempio. Il pubblico nuovo si inserisce nel discorso a mano a mano, e comunque concepisco il mio lavoro giornalistico come una grande narrazione unica in cui le informazioni nuove si tengono insieme con quello che ho detto prima, ad esempio con un episodio del podcast del passato. Il podcast, che è una forma di comunicazione un po’ autoritaria e verticale – uno parla, gli altri ascoltano –, si nutre del confronto con il pubblico che avviene tramite i social, tramite i commenti, tramite gli incontri. È come se fosse un discorso costante che incrocia podcast, libri, commenti e presentazioni.


Nell’accademia italiana vedo un soggetto capace di produrre le forme più complesse e approfondite di cultura e allo stesso tempo inadatto a comunicare con l’esterno, raccontare la ricerca. Senti di svolgere una funzione di mediazione tra l’accademia e il pubblico?

Io mi sento molto nel mezzo tra l’accademia e il fuori, devo studiare molto e allo stesso tempo “divulgare”, per dirla in maniera un po’ semplicistica. L’accademia italiana continua ad avere una serie di problemi riguardo ai linguaggi che usa: leggo moltissimi accademici stranieri che scrivono come scrivo io, pur avendo una base di ricerca molto più ampia della mia. Ad esempio, Daniel Bell, ex preside della Scuola di Scienze politiche e Pubblica amministrazione all’Università di Shandong, ha pubblicato un libro di dialoghi fra filosofi cinesi su temi contemporanei, scritto in un linguaggio contemporaneo, un approccio impensabile in Italia. In parte credo ci sia anche una questione generazionale legata ai nuovi linguaggi. Probabilmente l’accademia dovrebbe prendere più parola, soprattutto sui temi complessi o sui pregiudizi sulla Cina che sono molto difficili da scardinare, ma mi sembra che sia indietro sulle forme più recenti di comunicazione. 

Con Altri orienti allarghi lo sguardo dalla Cina all’Asia intera. Quali sono i filtri che usi per raccontare i diversi Paesi dell’Asia da un punto di vista locale e non con lo sguardo occidentale? Il sistema informativo italiano ha gli strumenti per raccontare vicende di Paesi che mediamente non sono presi in considerazione dal nostro sguardo?

La base del buon lavoro giornalistico sono le fonti. Io uso sempre fonti giornalistiche provenienti dai Paesi di cui parlo, considerando che quasi tutti i Paesi ormai hanno siti di informazione in inglese. Anche gli studiosi e le studiose locali si occupano di attualità e per me sono un’ottima fonte di informazione. Prendere il loro punto di vista è essenziale, ovviamente cercando sempre di contestualizzarlo. Inserire nel discorso analisti occidentali può essere utile a fare un confronto, se usare un punto di vista occidentale permette di contestualizzare meglio un fenomeno, ma il mio punto di partenza sono sempre le fonti asiatiche. Con la Cina chiaramente sono avvantaggiato, perché conosco anche i meandri e le sottoculture, mentre in altri contesti cerco di arrivarci tramite i magazine o la lettura di libri. Le buone fonti distinguono il giornalismo dalla semplice informazione. Per questo è fondamentale conoscere persone del posto, intessere relazioni e allo stesso tempo saper tenere le distanze critiche da ogni fonte a seconda della provenienza.

Com’è cambiato il tuo lavoro quotidiano di giornalista nel passaggio dalla direzione della redazione esteri del manifesto a Chora?

La vita di un caporedattore degli esteri è un inferno, prima di tutto per i tempi: dai giornali esci tardi e lavori sempre. Il manifesto ha una grande tradizione di esteri ed era un lavoro per il quale ho imparato a seguire sempre quello che succede, a curare il lavoro degli altri, ma anche ad avere un’agenda mia, sapere quali sono gli argomenti sui quali i lettori e le lettrici si aspettano che il giornale tenga il punto. Il mio lavoro di curatela dei podcast di Chora News non si differenzia molto da quello che facevo al manifesto, ma se penso soltanto ai podcast fatti da me posso dilatare i tempi, curare meglio i contenuti, approfondire. Il metodo è completamente diverso. Ho un processo molto lungo di lettura e uno abbastanza veloce di scrittura.

Più in generale, pensi che la forma podcast permetta un’informazione più adatta all’organizzazione della vita contemporanea?

Sicuramente. Essendo costretti al multitasking il podcast è uno strumento utile. Io ad esempio ne ascolto tanti e sempre mentre faccio altro. L’audio mi permette di informarmi senza dover fare solo quello, senza usare le mani che servono a tenere un giornale, banalmente.

È uno strumento più sostenibile dal punto di vista economico?

Diciamo che a Chora la parte che porta i soldi è quella branded. Chora News, facendo informazione e quindi ascolti, magari permette alle aziende di accorgersi di Chora come ecosistema. Credo che non ci sia davvero sostenibilità economica per questo tipo di prodotti finché la loro fruizione sarà mediata da piattaforme non gestite da chi li produce. È diverso per i media che possono permettersi di avere una piattaforma propria. Un altro fattore da tenere in considerazione nel nostro caso è la lingua: i podcast in italiano sono fruibili da un pubblico più ristretto di altri. Infine, in Italia non siamo educati a pagare volentieri i contenuti informativi e culturali, perché i grandi media, da noi, non hanno fatto come quelli americani che hanno abituato il pubblico a pagare la qualità.

L'articolo Nello specchio rosso proviene da Il Tascabile.

Controculture hippie e cyber, “comune” e sussunzione capitalistica

4 Giugno 2026 ore 08:02

L a controcultura hippie degli anni Sessanta e quella cyber degli anni Novanta non sono mai apparse così vicine come in Grateful Dead economy. La psichedelia finanziaria di Andrea Fumagalli (2016, ora in corso di ripubblicazione in lingua inglese per i tipi di Bloomsbury’s con il titolo Financial Psychedelia and the Commons). Sia gli hippie auto-organizzati nelle proprie comunità sia gli hacker connessi tramite la rete informatica hanno mostrato uno spirito cooperativo mediante cui svicolare da pressioni, imperativi e coazioni del capitale. Se la mossa conclusiva del sistema capitalista consiste nel separare le persone le une dalle altre, allora la replica più plausibile a questo scacco sta proprio nel creare inedite forme comunitarie o di connessione e condivisione, come quelle degli hippie prima e degli hacker poi.

E in mezzo a queste due controculture cosa c’entrano i Grateful Dead? La band di San Francisco è stata attiva dagli anni Sessanta (in prima battuta sotto altri nomi, per poi assumere quello definitivo nel 1966) fino al 1995, anno della morte del leader Jerry García, coprendo l’intero periodo durante cui si avvicendano le comunità hippie e il movimento hacker. I Grateful Dead rappresentavano una sincera espressione della controcultura hippie: “vivevano in una sorta di comune, composta da più di venti persone, al centro del quartiere di Haight-Ashbury”. La sussistenza dei comunardi dipendeva dagli introiti della band, ma i Grateful Dead rifiutavano le leggi di mercato e credevano nella libera fruizione della musica: i loro concerti, partecipati da migliaia e migliaia di persone (100.000 spettatori all’ultimo concerto primo della morte di Jerry García), erano gratuiti o a prezzi modici o ancora organizzati per sovvenzionare iniziative solidali promosse da comunità hippie, e le stazioni radio li trasmettevano gratuitamente.

Perdipiù, la band permetteva al pubblico di registrare liberamente i brani suonati nel corso dei suoi straordinari eventi live, alimentando un mercato sommerso che non aiutava le vendite discografiche. Insomma, la situazione finanziaria non era delle più rosee, eppure i membri della band mantennero sempre un divertito distacco da quell’equivalente generale e astratto che è il denaro: quando il reverendo Hart, padre del percussionista, scappò con il fondo cassa per finanziare le proprie attività religiose, “i Dead la presero con filosofia (come era nel loro spirito), al punto da scriverci sopra una canzone ironica: He’s Gone!”.

I Grateful Dead rappresentavano una sincera espressione della controcultura hippie: vivevano in una sorta di comune, rifiutavano le leggi di mercato e credevano nella libera fruizione della musica mantennero sempre un divertito distacco da quell’equivalente generale e astratto che è il denaro.
I Grateful Dead tengono comunque una testa di ponte nella cultura hacker: si tratta di John Perry Barlow, che collaborò con la band in qualità di paroliere dal 1971 fino al suo scioglimento, e che era anche un giornalista informatico, un filosofo digitale e un pioniere e attivista del web. Insomma, un autentico esponente dello spirito hacker. Nel 1996 Barlow assistette alle sessioni del Forum economico mondiale, una serie di incontri e conferenze che si tiene ogni inverno a Davos, in Svizzera, e vede la partecipazione di esponenti di primo piano dell’oligarchia politico-industriale globale: quell’occasione gli fu propizia per scrivere “A Declaration of the Independence of Cyberspace”, che poi spedì via e-mail alla sua rete di contatti. In essa incalzava i governi: “[n]on avete alcuna sovranità sui luoghi [virtuali] dove ci incontriamo […] lo spazio sociale globale (il web) che stiamo costruendo è per sua natura indipendente dalla tirannia che voi volete imporci”. Le sue parole sono espressione di quell’anelito antiautoritario e libertario che è alla base pure delle comunità hippie.

Al di là della figura di Barlow, tra i Dead e la cultura hacker sussiste una profonda analogia data dalla rilevanza che per entrambi assumono i beni comuni, categoria capace di superare la dicotomia tra proprietà privata e proprietà pubblica; come i Grateful Dead concepivano la musica quale sorta di bene comune, così gli hacker intendevano lo spazio informatico e le informazioni accessibili grazie a esso come un bene comune: in tal modo, “[l]o spirito della musica come common si traduce e si rilancia nel concetto di cyberspazio come common”.

I beni comuni assumono un rilievo fondamentale, oltre che per i Dead, anche nella controcultura hippie: furono gli hippie di San Francisco a fondare la Haight Ashbury Free Clinics, un ospedale rimasto in funzione fino al 2019 e dove chiunque avesse necessità poteva ricevere cure gratuite. Le comunità hippie sono il frutto di un esodo attivo dalla società capitalista, di quello che si dice un drop out:

il movimento hippie non si pone sul piano del conflitto diretto con le istituzioni. Diversamente pratica e diffonde stili di vita che si basano sul motto, coniato da Timothy Leary [professore di psicologia ad Harvard tra i protagonisti del movimento hippie]: Turn on, tune in, drop out. Il significato e l’interpretazione della frase in italiano è: “accendi la mente” (turn on), sintonizzati con l’universo (tune in), abbandona il tempo e lo spazio presente realizzando te stesso (drop out).

Il valore prodotto al loro interno è un valore d’uso, esito di una produzione fatta dall’essere umano e destinata all’essere umano, senza alcuna struttura proprietaria di mezzo che si appropri di questo valore per trasformarlo in denaro, in valore di scambio. Le risorse che consentono la produzione non sono date da nient’altro che dalla natura e dalla forza-lavoro: le comuni hippie sono per la maggior parte comuni agricole dove è l’uomo a dominare le macchine e non viceversa. La base della produzione stessa è la rete, cioè un intreccio di rapporti orizzontali e cooperativi tra i membri della comunità che costituisce ciò che Andrea Fumagalli chiama “comune”: concetto da non confondere né con la comunità stessa né con i beni comuni. La sussunzione di questo comune da parte del capitale, cioè la sua messa al servizio del processo di produzione e accumulazione, ha dato origine al contemporaneo capitalismo biocognitivo, in cui le conoscenze degli uomini costituiscono la materia prima e “sfuma la divisione fra tempo di lavoro e tempo libero”.
Come i Grateful Dead concepivano la musica quale sorta di bene comune, così gli hacker intendevano lo spazio informatico e le informazioni accessibili grazie a esso come un bene comune, categoria capace di superare la dicotomia tra proprietà privata e proprietà pubblica.
Il concetto di capitalismo biocognitivo teorizzato da Andrea Fumagalli è stretto parente di quello di semiocapitale elaborato da Franco Bifo Berardi: mentre il primo pone l’accento sulle conoscenze che gli esseri umani utilizzano nel processo produttivo di beni sempre più spesso immateriali, il secondo insiste sui segni e i simboli che gli esseri umani si scambiano in funzione del buon andamento del ciclo di produzione e consumo. In entrambi i casi, ciò che tanto le conoscenze quanto i segni e i simboli pongono in rilievo è la centralità del linguaggio, il quale veicola le conoscenze ed è a sua volta veicolato da segni e simboli. L’essere umano dell’odierno capitalismo è un animale parlante, che attraverso la parola si relaziona e coopera con i suoi simili: un soggetto astratto al quale è senz’altro riconducibile l’hippie che si organizza assieme agli altri attivisti per condurre un’esistenza comunitaria entro un villaggio agricolo.

Il limite delle comunità hippie, nonché la ragione ultima della fine della loro esperienza, stava nella loro dimensione limitata, che rendeva impossibile raggiungere l’autosufficienza solo grazie ai valori d’uso prodotti dai comunardi; comunque, quello che soprattutto mancava a queste comunità era, secondo Andrea Fumagalli, una moneta che stabilisse il valore dei beni autoprodotti, così da intrattenere con l’esterno quei rapporti di scambio necessari per bilanciare le carenze interne.

Lo spirito comunitario e di condivisione proprio delle comunità hippie e dei Grateful Dead trasmigrerà, venendo però contrassegnato da una più o meno marcata nota individualistica, nella cultura hacker. Se le comunità hippie rappresentano l’esperimento di “un altrove dal sistema capitalistico”, gli hacker connessi nel cyberspazio cercano “di ritagliare spazi di autonomia e alterità nel sistema capitalistico di produzione”: il loro non è più un esodo.

La cultura hacker mette in primo piano la tecnologia, soprattutto quella informatica e cibernetica, nelle quali vede un mezzo per il libero e gratuito accesso all’informazione e alle conoscenze scientifiche: insomma, uno strumento per aumentare la consapevolezza delle persone e affrancarle dal complesso militare-industriale. L’apprendimento del sapere è dunque mediato dagli ultimi ritrovati della tecnologia e dalla costituzione di una rete permessa non tanto dalla prossimità fisica quanto dalle connessioni telematiche. Proprio per questa ragione parliamo di “cultura” hacker anziché di comunità: essa, sebbene fondata sulla condivisione di conoscenze e opinioni, non ha espresso mai forme di vita associata più significative dei computer club, ove quante più persone venivano familiarizzate all’uso delle nuove tecnologie, e degli esperimenti di connessioni multiple, antesignani degli odierni servizi digitali di messaggistica, che permettevano agli utenti di offrirsi servizi, scambiarsi consigli e trovarsi dei compagni per le attività del tempo libero.

Se le comunità hippie rappresentano l’esperimento di “un altrove dal sistema capitalistico”, gli hacker connessi nel cyberspazio cercano “di ritagliare spazi di autonomia e alterità nel sistema capitalistico di produzione”: il loro non è più un esodo.
Nella rete degli hacker il concerto che nel contesto della comunità hippie coinvolgeva solo gli esseri umani viene ora a implicare anche le macchine informatiche: sono proprio il libero accesso dell’uomo ai dispositivi informatici e la diffusione gratuita delle informazioni a configurare un “comune”, una rete cooperativa, differente da quella al centro dell’esperienza hippie.

Le reti informatiche attraverso cui, secondo la controcultura hacker, dovrebbe realizzarsi l’emancipazione dell’individuo dal complesso militare-industriale vengono facilmente risignificate dal capitale, che scorge in questo reticolo planetario l’infrastruttura di un nuovo paradigma produttivo, i cui cardini sono la rapida condivisione di conoscenze e l’immediata comunicazione consentite dalla istantaneità della connessione informatica. Non a caso oggi la rete informatica è alla base dei servizi offerti dalle società di consulenza transnazionali e dei profitti delle grandi multinazionali, nonché della compravendita di titoli sulle piazze finanziarie di tutto il globo e del microtrading, ma anche del lavoro schiavile di uomini e donne del Sud del mondo che addestrano ChatGpt e altre forme di intelligenza artificiale.

La controcultura cyber non ha fatto altro che unificare ed espandere su tutto il pianeta le reti cooperative inaugurate dagli hippie: a differenza dello spazio geografico, Internet promette di espandersi illimitatamente o perlomeno proporzionalmente alla capienza delle nostre menti e dei nostri immaginari. Il terreno, tutto immateriale, che il capitale può mettere a coltura per ricavarne valore appare sconfinato o quasi.

Oggi nell’universo delle Ict, di internet, dei social media tutta la nostra vita viene messa a valore. […] è l’insieme della collettività umana che continua a riprodursi in modo allargato sino a diventare la base dell’accumulazione e della valorizzazione proprietaria individuale e d’impresa. L’individuo è fonte di valore solo se opera collettivamente, negando tale collettività. Da qui nasce l’espropriazione capitalistica dell’etica hacker, della cooperazione sociale, del comune: in ultima analisi della Grateful Dead economy.

In parallelo allo stabilimento dell’egemonia sulla rete informatica, il capitale ha proceduto alla cooptazione degli appetiti egoistici espressi da coloro che sarebbero poi assurti a imprenditori di punta della Silicon Valley. Andrea Fumagalli fissa il momento fatidico di questa svolta nel 1985: allora viene sì fondata the Well (Whole Earth ʼLectronic Link), comunità virtuale articolata in personal computer collegati tra loro e volta a promuovere e diffondere informazioni, attività e oggetti utili alla costruzione di un’esistenza emancipata, ma anche il Media Lab del Massachusetts Institute of Technology, il cui scopo era (ed è tuttora) produrre innovazioni a fini di lucro.

Si tratta di esperienze agli antipodi, espressione di due declinazioni radicalmente differenti delle potenzialità insite nella rete informatica quale “piattaforma orizzontale e flessibile su cui la stessa società potrebbe evolversi”: sarà il secondo modello a prevalere e a concorrere all’affermazione dell’etica anarco-capitalista, la quale, pur battendosi contro le grandi concentrazioni di capitale nell’universo delle tecnologie di informazione e comunicazione e di internet,non mette mai in discussione le fondamenta del sistema di produzione capitalistico: la proprietà privata nella figura dell’individualismo proprietario e il rapporto capitale-lavoro come fonte di valorizzazione e accumulazione, ovvero di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

In definitiva, la nuova cooperazione umana nascente grazie ai computer è stata sviata dal mercato, che ha riconnesso alla produzione di innovazioni un premio economico individuale, anziché il progresso della società, e fatto sì che le nuove conoscenze prodotte dal lavoro vivo dell’essere umano, una volta codificate nei software, venissero per ciò stesso recintate e privatizzate: ricondotte sotto lo scudo dei diritti di proprietà intellettuale e così distolte dal servizio alla collettività.

La tesi di Andrea Fumagalli è che le prassi cooperative spontanee che animavano la controcultura hippie degli anni Sessanta e quella cyber degli anni Novanta, potenzialmente in grado di sottrarre terreno all’ordine dominante, siano state largamente sussunte dal capitale: in altre parole, esso ha saputo valorizzarle, volgendole dunque alla propria logica. In particolare, la cooperazione tra gli esseri umani è stata posta alle base del modello di produzione e accumulazione postfordista, che si è affermato in seguito alla crisi economica del 1975 scatenata dalla guerra dello Yom-Kippur e dal rialzo del prezzo del petrolio. La recessione ha messo in crisi il modello verticale-gerarchico di fabbrica fordista, dove la produzione era “fondata su uno schema omogeneo e standardizzato di organizzazione del lavoro”, e fatto da apripista a un’organizzazione d’impresa più cooperativa, “dove la forza-lavoro viene coinvolta in misura maggiore nel processo di elaborazione progettuale e produttiva”.

La nuova cooperazione umana nascente grazie ai computer è stata sviata dal mercato, che ha riconnesso alla produzione di innovazioni un premio economico individuale, anziché il progresso della società: le nuove conoscenze prodotte dal lavoro vivo dell’essere umano, una volta codificate nei software, vengono per ciò stesso recintate e privatizzate.
Se nella fabbrica fordista “i luoghi di lavori erano puntellati da scritte del tipo ‘Silenzio, qui si lavora’, ora è la lingua, il comunicare, che comincia a creare valore”. Nel modello postfordista il general intellect, cioè la capacità tecnico-scientifica raggiunta dalla civiltà, non viene più a trasfondersi, come riteneva Marx, nelle macchine e nei mezzi di produzione più avanzati; esso alberga invece, come scrive Christian Marazzi (Capitale & linguaggio, 2002, nei corpi dei lavoratori, “scatol[e] degli arnesi del lavoro mentale”, e si esprime nelle reti cooperative, in ciò che Andrea Fumagalli chiama “comune”.

In conclusione, le controculture hippie e cyber presentano indubbiamente il merito di avere messo in discussione il concetto di proprietà privata, eppure non hanno impedito che lo spirito imprenditoriale prevalesse su quello sociale, mettendo a profitto la cooperazione cui tendono gli esseri umani. Andrea Fumagalli ritiene che il rilancio di un’esperienza comunitaria capace di rappresentare un esodo stabile dalla società capitalista debba passare per la creazione di una moneta alternativa, sostitutiva di quelle legali. Deve trattarsi di una moneta che fissi il valore dei beni ancorandolo al tempo necessario alla loro produzione, secondo la teoria del valore-lavoro: si tratta di retribuire le persone esclusivamente in base al loro tempo di lavoro, rimuovendo così una gran fetta di diseguaglianze.

Questa moneta diverrebbe quindi l’unità contabile di una grande banca del tempo, nella quale la disponibilità economica di ciascuno dipenderà soltanto dalla sua attività lavorativa, calcolata in ore; le persone la userebbero, oltre che per pagare il lavoro prestato all’interno della comunità i beni e i servizi lì offerti, anche per avviare scambi con l’esterno. Non potrà però essere prestata in cambio del pagamento di interessi, dunque non svolgerà quella funzione creditizia, propria delle banche tradizionali, la quale consente l’accumulazione di capitale a favore delle banche stesse e delle grandi imprese in grado di indebitarsi. In tal modo si svilupperà un circuito dei pagamenti non assimilabile a quello capitalistico, insomma ciò che Andrea Fumagalli chiama “psichedelia finanziaria”.

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