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La dottrina Colby e il suo primo test: quando il Medio Oriente torna al centro

16 Giugno 2026 ore 07:00

Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti avviano l’Operazione Epic Fury, colpendo obiettivi militari iraniani insieme a Israele. Nelle settimane successive, settantatré velivoli C-17 trasportano batterie Patriot dal Giappone verso il Golfo Persico. Quella riallocazione di asset solleva una domanda sulla tenuta della National Defense Strategy 2026, che vede l’Indo Pacifico come una delle priorità strategiche della politica estera Usa.

Elbridge Colby, Sottosegretario alla Difesa per la politica e principale architetto della NDS, aveva impostato l’intera strategia su un principio chiaro: gli Stati Uniti non possono fare tutto ovunque e devono scegliere. La scelta è l’Indo-Pacifico. La Cina è la minaccia prioritaria. La guerra in Iran ha messo alla prova quel principio prima ancora che la strategia potesse consolidarsi.

Una strategia costruita sulla scelta

Il 3 marzo 2026, Colby compare davanti al Senate Armed Services Committee per difendere la NDS. Il documento si regge su quattro pilastri principali. Il primo è la sicurezza del territorio nazionale; il secondo, e più rilevante, è la deterrenza della Cina nell’Indo-Pacifico; il terzo è il burden sharing con gli alleati negli altri teatri; il quarto è il potenziamento della base industriale della difesa.

La logica del documento riprende quella di Strategy of Denial, il libro che Colby pubblica nel 2021 e che la USNI Proceedings definisce il riferimento più completo per comprendere l’approccio americano alla competizione con Pechino. L’obiettivo non è dominare la regione, ma impedire che la Cina la domini, attraverso la deterrenza per negazione lungo la “prima catena delle isole”, dall’arcipelago giapponese a Taiwan fino alle Filippine.

La logica non è minacciare ritorsioni dopo un’aggressione, ma rendere credibile agli occhi di Pechino che qualsiasi tentativo militare su Taiwan fallirebbe sul campo, prima ancora che Washington possa intervenire direttamente. 

Vale la pena notare che la NDS 2026 non menziona esplicitamente Taiwan nel testo, definendo la deterrenza della Cina prevalentemente in termini economici e strategici. Una scelta che lascia una certa vaghezza sulle soglie di intervento americano, percepita con preoccupazione dagli alleati regionali.

Come osserva Foreign Policy, la NDS 2026 rappresenta il punto in cui un decennio di argomenti sull’uso della potenza americana si traduce in dottrina applicabile. La struttura è solida. Le difficoltà emergono nell’applicazione.

La contraddizione emerge in Congresso

Il problema emerge quasi in tempo reale. Mentre Colby testimonia al Senato il 3 marzo, le operazioni militari in Iran sono già in corso da giorni. I senatori lo mettono alle strette. Colby risponde che le operazioni “non sono una guerra infinita” e che non contraddicono le priorità strategiche. I dati operativi raccontano però altro.

The Diplomat documenta come gli asset di difesa aerea vengano spostati dalla Corea del Sud verso il Medio Oriente, con Seoul che si dice preoccupata ma impossibilitata a opporsi. Il ridispiegamento progressivo verso il CENTCOM solleva interrogativi concreti sulla tenuta della deterrenza nell’area e ha ricadute dirette sulla questione taiwanese.

La scena più significativa si svolge alla House Armed Services Committee. La congresswoman Strickland mette Colby di fronte alla contraddizione in modo metodico: gli fa confermare una per una le premesse della NDS, la Cina come pacing threat, l’Indo-Pacifico come teatro prioritario, la necessità di presenza navale avanzata e munizioni di precisione, poi gli chiede di spiegare come le operazioni contro l’Iran si concilino con quei principi. Il verbale è pubblico: le risposte di Colby non sciolgono il nodo.

Pechino incassa

Mentre Washington è impegnata nel Golfo, Pechino si posiziona. In un’analisi di maggio, il Brookings Institution individua tre vantaggi concreti per la Cina: lo spazio strategico ottenuto mentre gli Stati Uniti spostano risorse dall’Asia al Medio Oriente, la possibilità di presentarsi come attore stabile di fronte a un’America percepita come destabilizzante, e il tempo necessario a rafforzare la propria posizione nell’Indo-Pacifico senza pressioni immediate da Washington.

Il summit di Pechino del 14-15 maggio conferma questa lettura. Il vertice era previsto per aprile, ma viene rinviato di un mese proprio per via della guerra in Iran. Il CSIS aveva già avvertito che Giappone, Corea del Sud e Taiwan avrebbero monitorato con preoccupazione la possibilità che Trump, cercando il supporto cinese sull’Iran, facesse concessioni su dossier vitali per la propria sicurezza.

Il timore si rivela fondato almeno in parte. Il ministro degli Esteri Wang Yi dichiara a margine del vertice che Pechino ha percepito che Washington comprende la posizione cinese su Taiwan. Xi propone un framework di “stabilità strategica” come cornice per i prossimi tre anni. Trump smentisce di aver fatto concessioni, ma la dichiarazione cinese rimane negli atti diplomatici. La teoria alla base della NDS 2026 è solida. Il problema è che la politica americana tende a tornare in Medio Oriente ogni volta che la regione esplode: è successo in Iraq, in Afghanistan, ed è successo di nuovo con l’Iran. Resta da capire se Washington riuscirà a mantenere le proprie priorità quando arriverà la prossima crisi.

Tra guerre e ‘nuovi imperi’: l’europa e la costruzione di un nuovo ordine internazionale

15 Giugno 2026 ore 10:38

L’erosione della sicurezza tra Europa e nuovi imperi. 

La guerra in Ucraina sta assumendo una dimensione sempre più critica per gli effetti che produce sull’intera architettura della sicurezza europea. Il progressivo intensificarsi di incursioni nello spazio aereo, attività militari lungo il fianco orientale della NATO, operazioni ibride e pressioni sotto la soglia del conflitto diretto segnalano la crescente erosione dei meccanismi di contenimento che, fino a oggi, hanno evitato un allargamento del conflitto oltre il teatro ucraino. Episodi come la caduta di droni in territorio romeno o il loro abbattimento nei cieli lettoni non possono essere considerati semplici incidenti tattici, ma indicano una crescente compressione delle distanze strategiche tra Russia ed Europa. In questo contesto, errori di valutazione, incidenti non controllati o dinamiche di escalation potrebbero produrre conseguenze difficilmente prevedibili. Non sorprende, quindi, che nei Paesi baltici, in Finlandia, in Polonia, in Romania e in Moldavia si sia consolidata la percezione di una minaccia crescente alla stabilità regionale. A rendere il quadro ancora più teso hanno contribuito anche le dichiarazioni dell’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, secondo cui «c’è una guerra in corso» e simili episodi continueranno a verificarsi, con la conseguenza che «i cittadini europei non dormiranno sonni tranquilli».

La questione, tuttavia, trascende il solo teatro ucraino. Dal Medio Oriente al Sahel, fino alle numerose guerre a media intensità che si sviluppano lontano dall’attenzione mediatica globale, si osserva una tendenza comune: l’indebolimento della capacità delle istituzioni multilaterali di prevenire, gestire o risolvere i conflitti. Molti dei presupposti che avevano alimentato le aspettative dell’epoca post-bipolare appaiono oggi in fase di revisione. La fiducia nell’universalizzazione delle regole internazionali, nel rafforzamento del multilateralismo, nella progressiva limitazione del ricorso alla forza e nella stabilizzazione degli equilibri strategici attraverso il controllo degli armamenti ha lasciato spazio a una realtà dominata solo dalla competizione geopolitica e dal ritorno delle logiche di potenza. Il sistema internazionale è ormai nettamente evoluto in senso sempre più competitivo e “imperiale”, dove Stati Uniti, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese agiscono come poli di potenza che ridefiniscono sfere di influenza e priorità strategiche secondo le proprie logiche di proiezione globale. La competizione tra queste potenze ha quindi ridotto gli spazi di autonomia di tutti gli altri attori, a cominciare dall’ Europa.

Per una nuova responsabilità dell’Europa

Questi scenari e il ripetersi degli episodi sempre più pericolosi che si vanno registrando sui cieli e già oltre i confini dell’Europa dovrebbero indurre i leader europei a un atto di responsabilità. È questo il momento di rilanciare una riflessione politica, morale e strategica di più ampio respiro. La guerra non può diventare il nuovo orizzonte ordinario delle relazioni internazionali. Una prima prospettiva di un’Europa responsabile deve senz’altro dare priorità ad un percorso concreto di pace per l’Ucraina La contrapposizione si è fatta ancora più aperta tra Russia e Ucraina e le iniziative negoziali arretrano sugli umori di Putin, cui fa ora gioco anche il bellicismo di Trump su altri fronti. Dopo la lettera aperta di Zelensky rivolta a Putin, nella quale lo aveva invitato a considerare i suoi 73 anni e a cogliere l’opportunità di perseguire una soluzione negoziata al conflitto, il leader del Cremlino ha chiarito di non vedere, allo stato attuale, l’utilità di un vertice personale con Zelensky, ribadendo che le operazioni militari proseguiranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati da Mosca. È un segnale della persistente distanza tra le parti e della difficoltà di riattivare, nell’immediato, un canale politico diretto ad alto livello. Proprio per questo l’Europa deve promuovere senza esitare un progetto negoziale, partendo da una richiesta chiara e immediata di cessate il fuoco. La strada intrapresa dal formato E3, Francia, Regno Unito, e Germania – avallata anche da molti altri Stati Ue – è dunque quella giusta. Il vertice di Londra tra Volodymyr Zelensky, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz ha assunto perciò un significato che va oltre il sostegno all’Ucraina. Per la prima volta dopo molti mesi, l’Europa prova infatti a presentarsi non soltanto come garante militare della resistenza ucraina, ma come soggetto politico capace di formulare una proposta per l’uscita dal conflitto. I quattro leader hanno indicato alcuni punti essenziali: un cessate il fuoco immediato, l’utilizzo dell’attuale linea di contatto come base negoziale iniziale, garanzie di sicurezza credibili per Kiev, il mantenimento del congelamento degli asset russi fino a una soluzione concordata e la tutela degli interessi strategici europei. Si tratta di una piattaforma che tiene insieme il principio di realtà e il rispetto del diritto internazionale. L’Italia dovrebbe saper leggere meglio quanto sta avvenendo, non alimentando il giudizio superficiale che vorrebbe l’iniziativa di Londra soprattutto il tentativo di leader indeboliti al proprio interno di recuperare centralità sul piano internazionale. È una valutazione miope che non coglie il problema. Nel caso dell’Ucraina l’iniziativa è piuttosto il frutto del lavoro delle principali diplomazie europee, consolidatosi nel tempo e che risponde a una constatazione sempre più evidente: la sicurezza europea non può essere affrontata senza una forte assunzione di responsabilità da parte degli europei stessi. Occorre perciò puntare a ricostruire un formato E5 o E6 (con Italia, Polonia e Spagna) e concepire in termini concreti il contributo che il nostro Paese intende offrire alla costruzione di una posizione europea più coesa per l’Ucraina, e questo potrà già avvenire dai prossimi vertici, come il G7 previsto dal 15 al 17 giugno a Évian in Francia. La leadership dell’Italia ha il peso della responsabilità di unirsi senza esitazioni alla convergenza strategica di cui in questo momento ha bisogno la diplomazia dell’ Unione Europea

Iran–Israele–Stati Uniti: i rischi di escalation incontrollata del conflitto

Parallelamente, il Medio Oriente dovrà rappresentare l’ altro ambito di intervento, vista l’ultima escalation dello scontro tra Stati Uniti e Iran, i nuovi attacchi iraniani sui Paesi Arabi, l’ostinazione di Netanyahu sul fronte libanese. Le interconnessioni con i fronti iraniano e  libanese, con le dinamiche della crisi palestinese e con la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo Persico stanno indirizzando il conflitto in progressiva escalation sul piano globale, con tutte le conseguenze umanitarie per i popoli della regione e le ripercussioni che in Europa i cittadini stanno pagando in termini di aumento dei costi delle materie prime e dei flussi energetici. Anche per l’imprevidibilità di Trump – che ora ha rilanciato lo scontro finale, deciso a ottenere un risultato in vista delle elezioni di midterm – la guerra non si presenta ancora come un evento lineare, ma come un processo frammentato e potenzialmente auto-rinforzante, nel quale la soglia tra contenimento e allargamento resta costantemente instabile.

L’Europa non può rimanere semplice spettatrice: dal G7 al G20, all’Onu e anche con altre intese multilaterali può promuovere un immediato cessate il fuoco tra tutte le parti coinvolte e individuare un nucleo qualificato di mediatori internazionali incaricati di guidare un processo credibile di de-escalation. Sulla questione del programma nucleare iraniano occorre affidare all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica la mediazione e le funzioni di verifica indipendente e di supervisione tecnica che le competono. Per il Libano, e in particolare per il ruolo di Hezbollah, la prospettiva di stabilizzazione richiede percorsi progressivi di disarmo verificabile e il rafforzamento del mandato delle Nazioni Unite sul terreno. In parallelo, sulla dimensione umanitaria e dei diritti fondamentali, il sistema multilaterale deve riaffermare con maggiore forza i propri strumenti di tutela, attraverso il rafforzamento degli organismi delle Nazioni Unite,  a cominciare dalle Forze di pace dell’Onu  e dall’Alto Commissario per i diritti umani, oltre che per le altre agenzie collegate.

L’Europa nella competizione tra grandi potenze

In questa prospettiva allora è bene chiarire come muoversi in Europa. Mentre Stati Uniti, Federazione Russa e Cina ridefiniscono gli equilibri globali secondo logiche di potenza e di competizione sistemica, l’Europa rischia ancora di restare priva di una chiara postura strategica autonoma. Resta un punto centrale da chiarire: come sancito dalla Costituzione, le decisioni sulla collocazione internazionale dell’Italia non possono essere prerogativa esclusiva dell’esecutivo. È necessario un dibattito più ampio che coinvolga il Parlamento, il Capo dello Stato e le altre Istituzioni di garanzia, e dunque la società civile e il mondo accademico. La comparazione con altre esperienze europee, ed anche oltre l’Europa,  evidenzia come il dibattito strategico possa essere alimentato anche a livello culturale, contribuendo a una maggiore consapevolezza collettiva delle trasformazioni in atto. Occorre prendere d’esempio quanto accaduto in Finlandia, dove lo stesso capo dello Stato Alexander Stubb ha aperto un ampio dibattito con la pubblicazione del saggio “Il triangolo del potere. Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale”. Stubb ha lanciato un monito: di fronte ad una competizione tra blocchi sempre più fluida, l’ Europa ha necessità di sviluppare la cooperazione anche oltre le tradizionali alleanze, guardando principalmente al Resto del Mondo (Canada, Giappone, Australia, etc.) e al Global South in particolare (Unione Africana, India, Brasile, paesi del Golfo, ecc.) rispetto a chi propone nuovi domini. Quest’area del mondo, da un lato percepisce ora lo sfruttamento e la “trappola del debito” cinese, dall’altro si vede alienata dagli Usa per le politiche tariffarie, le dinamiche neocoloniali delle grandi imprese, oltre che per le scelte bellicistiche di cui subisce le pesanti conseguenze umanitarie ed economiche e per  il progressivo ridimensionamento degli aiuti allo sviluppo. La crescente competizione tra blocchi e l’emergere di un “Sud globale” sempre più rilevante impongono dunque all’Europa di ripensare le proprie alleanze e le proprie priorità strategiche, superando una logica esclusivamente dipendente dalle tradizionali architetture transatlantiche. In sostanza di tratta delle stesse tesi sostenute dal premier canadese Mark Carney al Forum di Davos: le “middle powers” devono rafforzare la cooperazione tra loro e costruire nuove coalizioni fondate su interessi e valori condivisi, per evitare di essere schiacciate dalla crescente rivalità tra le grandi potenze, contribuire alla definizione di un ordine internazionale equilibrato e multipolare, premessa necessaria per promuovere concreti processi di pace.

Per una governance della pace: Mediterraneo, Europa e architetture multilaterali

In tale scenario, l’Italia può ambire a svolgere un ruolo di media potenza responsabile, valorizzando la propria tradizionale funzione di ponte economico, politico e culturale nel Mediterraneo allargato. Questa postura implica però una chiara assunzione di responsabilità europea e il superamento di derive antieuropee che, indebolendo la coesione dell’Unione, riducono la capacità complessiva dell’Europa di incidere sulle trasformazioni dell’ordine internazionale. La costruzione di una strategia esterna coerente richiede infatti una maggiore integrazione politica e una visione condivisa dei beni strategici europei, a partire dalla stabilità regionale e dalla difesa del diritto internazionale.

Su questa base, l’ipotesi di una iniziativa diplomatica strutturata assume una rilevanza crescente. In presenza di una domanda diffusa di riduzione dell’escalation globale, l’Europa potrebbe farsi promotrice di una Conferenza internazionale per la pace, concepita non soltanto come tavolo negoziale tra Stati, ma come spazio politico più ampio di ridefinizione delle condizioni della convivenza internazionale. In concreto, una Conferenza per la pace può nascere da una iniziativa congiunta dei Capi di Stato e di Governo europei che poi si estenda ai Paesi del Mediterraneo, cerniera tra Nord e Sud del mondo, e farsi proposta globale coinvolgendo gli altri continenti nel contesto delle Nazioni Unite.  L’obiettivo potrebbe puntare dunque alla definizione di una Carta della pace, intesa come documento al tempo stesso normativo e programmatico. Essa potrebbe includere principi essenziali quali la cessazione delle ostilità e l’avvio di negoziati nei principali teatri di crisi, il divieto dell’aggressione come strumento di politica internazionale, la riduzione progressiva degli arsenali e il rafforzamento dei regimi di non proliferazione, insieme al consolidamento della diplomazia preventiva e dei meccanismi di cooperazione allo sviluppo. In questo quadro rientra anche la gestione delle dinamiche migratorie, che non può essere affrontata esclusivamente in chiave securitaria, ma richiede politiche di investimento nei Paesi di origine, sostegno ai processi di stabilizzazione e una valutazione realistica del contributo dei lavoratori migranti alle economie europee.

Un ulteriore asse di questa prospettiva riguarda il dialogo tra tradizioni religiose e culturali, che può contribuire alla costruzione di un linguaggio condiviso della pace. Il coinvolgimento delle leadership religiose, in particolare, può rafforzare la dimensione etica della cooperazione internazionale, favorendo la creazione di reti di fiducia transnazionali. In questa direzione si inserisce l’idea più volte richiamata da Papa Leone XIV: «Se volete la pace, preparate istituzioni di pace….  la costruzione della pace è un compito affidato a tutti».

In conclusione, sul piano storico le grandi conferenze internazionali dimostrano come dopo grandi fasi di conflitto sistemico sono seguiti i momenti di ridefinizione dell’ordine globale. Dalle esperienze europee dell’età moderna fino ai negoziati del secondo dopoguerra, la diplomazia multilaterale ha rappresentato uno strumento essenziale di ricostruzione della legalità internazionale. L’Europa, in particolare, porta con sé la memoria delle più alte forme di distruzione politica e militare del Novecento, ma anche l’esperienza unica di un processo di integrazione fondato sulla progressiva sostituzione della forza con la regola. È proprio questa traiettoria storica a conferire al continente una responsabilità specifica nella fase attuale. La sfida consiste nel trasformare nuovamente la competizione tra attori in forme regolamentate di cooperazione, rafforzando gli strumenti del diritto internazionale e contenendo le dinamiche di militarizzazione delle crisi. In ultima analisi, abbiamo ancora una traccia da percorrere, che rimane un riferimento universale: la Carta delle Nazioni Unite, nata dopo le grandi tragedie di due guerre mondiali. È il caso di richiamare i suoi passi salienti, che sintetizzano gli impegni fondamentali assunti alle Nazioni Unite: gli Stati  furono infatti  «decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona, nell’eguaglianza dei diritti di uomini e donne e delle nazioni grandi e piccole». E ancora «a creare le condizioni per mantenere la giustizia e il rispetto degli obblighi internazionali, a promuovere il progresso sociale e un più elevato tenore di vita, a praticare la tolleranza e vivere in pace in rapporti di buon vicinato, a unire le forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale». Occorre che questa scelta trovi finalmente attuazione concreta, grazie a un’azione politica responsabile e lungimirante dei suoi leader: è questa l’unica via possibile perché dall’Europa parta una risposta credibile, senza ulteriori rinvii, alla domanda di pace dell’umanità

In dialogo con Alissa Pavia: l’evoluzione delle relazioni tra Turchia e Arabia Saudita nei nuovi equilibri regionali. 

15 Giugno 2026 ore 07:00

Alissa Pavia è Nonresident Senior Fellow presso il programma Middle East dell’Atlantic Council, Research Program Leader del Centro Studi Geopolitica.info e Junior Fellow di Aspen Institute Italia. Ha lavorato per cinque anni presso l’Atlantic Council a Washington D.C., dove ha codiretto il programma Nord Africa e si è occupata principalmente di sicurezza nel Mediterraneo allargato, dinamiche politico-strategiche nordafricane, competizione tra grandi potenze e implicazioni per gli interessi euro-atlantici. In precedenza ha maturato esperienze presso l’Assemblea Parlamentare della NATO, le Nazioni Unite e l’European Foundation for Democracy. È laureata in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l’Università degli Studi di Milano e ha conseguito una laurea magistrale alla Johns Hopkins University – School of Advanced International Studies (SAIS). Attualmente sta completando un secondo master in Middle East Policy Studies presso il Washington Institute. 

Il tema centrale dell’intervista è l’evoluzione delle relazioni tra Arabia Saudita e Turchia, attualmente interessate da un significativo processo di trasformazione e riavvicinamento. L’analisi prende in esame diversi aspetti di questo rapporto, a partire dall’impatto del conflitto in Iran e dalle sue ripercussioni sugli equilibri regionali. Successivamente, l’attenzione si concentra sull’evoluzione delle relazioni turco-saudite alla luce del dossier libico e delle dinamiche che coinvolgono anche gli Emirati Arabi Uniti. L’intervista, inoltre, approfondisce il ruolo degli Stati Uniti nei rapporti tra Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e viene evidenziato il peso della strategia americana negli attuali processi di riallineamento regionale. 

Come sono cambiate le relazioni tra Arabia Saudita e Turchia negli ultimi anni alla luce dell’ascesa dell’Iran come attore regionale e delle recenti tensioni in Medio Oriente? E in che misura la percezione della minaccia iraniana ha favorito il riavvicinamento tra Ankara e Riad, nonostante le profonde divergenze che avevano caratterizzato i loro rapporti dopo le Primavere arabe?

L’Arabia Saudita e la Turchia si stanno muovendo con grande cautela sulla questione iraniana. Hanno priorità diverse: la Turchia considera prioritaria la stabilità regionale e il mantenimento di un Iran quanto più stabile possibile, perché un collasso del regime comporterebbe un forte aumento di rifugiati verso il suo territorio. Per Riyad, invece, l’obiettivo principale è la caduta del regime attuale. Detto questo, la situazione attuale – con la chiusura dello Stretto di Hormuz e la strategia attuale americana (un engagement di media intensità invece di un intervento deciso stile Iraq 2003) – riduce il livello di sicurezza percepita dall’Arabia Saudita. 

Esiste comunque una convergenza strategica importante: sia Ankara che Riyad hanno interesse a contenere l’Iran. Nessuno dei due vuole un Iran nucleare. Anche nel caso in cui il regime iraniano non dovesse cadere, i leader turco e saudita convergono sulla necessità di limitarne l’influenza regionale e le sue capacità militari.

Tuttavia, è ancora troppo presto per definire chiaramente quale ruolo abbia avuto e avrà la guerra in Iran nel riavvicinamento tra Riyad e Ankara. Riyad rimane fortemente dipendente dagli Stati Uniti per la propria sicurezza, ma si sta aprendo alla possibilità di una maggiore convergenza nel settore della difesa con la Turchia, grande esportatrice di droni.

Turchia e Arabia Saudita hanno sostenuto schieramenti diversi nel conflitto libico, ma negli ultimi anni le loro relazioni bilaterali sono migliorate sensibilmente. In che modo questo riavvicinamento tra Ankara e Riyad si riflette sulle dinamiche del rapporto tra Turchia ed Emirati Arabi Uniti in Libia?

In Libia, Arabia Saudita e Turchia risultano sempre più allineati. Se in passato seguivano traiettorie opposte – con Ankara che sosteneva il governo di Tripoli ad ovest e Riyad che appoggiava Haftar e l’est – negli ultimi anni Riyad si è progressivamente spostato verso l’ovest. Questa mossa, però, non è stata determinata dal riavvicinamento con la Turchia, bensì dal fatto che i sauditi non puntano più su Haftar. Riyad e Abu Dhabi si trovano su fronti opposti in Libia, così come accade in Sudan e Yemen. Ankara sta cercando di mantenere un equilibrio strategico tra i due Paesi del Golfo: da un lato non può permettersi di alienare gli Emirati Arabi Uniti, con i quali ha importanti interessi economici e di integrazione regionale; dall’altro mostra un allineamento maggiore con Riyad. La ragione di fondo è che Turchia e Arabia Saudita condividono una visione simile sulla Libia: entrambe preferiscono il rafforzamento del potere centrale per garantire stabilità nel Paese. Gli Emirati, al contrario, puntano maggiormente sulla frammentazione regionale. Recentemente la Turchia si sta esponendo anche sul fronte orientale: sono stati individuati droni turchi nelle zone controllate da Haftar, segnale di un parziale riavvicinamento tra Ankara ed Haftar motivato soprattutto da interessi economici ed energetici, in particolare il mantenimento del corridoio energetico tra Libia e Turchia. Questo movimento ha favorito anche un parziale riallineamento con gli Emirati. Tuttavia, Ankara manterrà probabilmente una certa distanza da Abu Dhabi in Libia, privilegiando il rapporto con Riyad. I due Paesi condividono una visione più simile sulla stabilità regionale e, rifacendosi entrambi a buoni rapporti con l’amministrazione Trump, la Turchia considera l’Arabia Saudita un polo più forte e strategico rispetto agli Emirati nell’orbita americana.

In che modo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca sta influenzando le relazioni tra Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti? Quali sono gli interessi strategici degli Stati Uniti nella regione e come si riflettono sulle dinamiche di cooperazione e competizione tra questi attori regionali?

L’amministrazione Trump ha un impatto decisamente positivo sulle dinamiche tra questi Paesi. A differenza di Biden, che aveva assunto posizioni molto antagoniste nei confronti dell’Arabia Saudita, Trump è vicino sia a Mohammed bin Salman che a Recep Tayyip Erdoğan. L’interesse strategico americano è chiaro: Washington vuole partner forti e affidabili nella regione, capaci di condividere responsabilità di sicurezza. Gli USA perseguono una linea di disimpegno militare parziale, ma mantengono un forte impegno diplomatico e politico. L’obiettivo è coltivare rapporti solidi con potenze stabili ed emergenti, anche a costo di qualche screzio con alleati tradizionali come Israele.

Sia la Turchia che l’Arabia Saudita auspicano il mantenimento di una presenza americana nella regione, ritenendola essenziale per la stabilità, soprattutto come deterrente nei confronti dell’Iran. 

Sul fronte turco, la questione curda ha visto un parziale miglioramento grazie all’accordo mediato dagli americani con i siriani (in particolare dell’inviato statunitense Tom Barrack, ambasciatore in Turchia), che ha escluso le milizie curde siriane da alcuni equilibri di potere: un esito visto positivamente da Erdoğan.

Gli Stati Uniti mantengono rapporti molto forti con gli Emirati Arabi Uniti, ma stanno privilegiando chiaramente il rapporto con Riyad. Questo approccio riflette anche fattori personali: l’Arabia Saudita fu il primo Paese visitato da Trump nel suo primo mandato e la famiglia Trump ha importanti investimenti nel Regno. Nonostante ciò, Washington evita di inserirsi nelle tensioni tra Riyad e Abu Dhabi. 

Riyad e Abu Dhabi, da parte loro, fingono pubblicamente che non esistano problemi tra loro e non chiedono agli USA di prendere posizione ufficiale, consapevoli che Washington non vorrebbe, né potrebbe, scegliere apertamente una parte.

La nuova costituzione nordcoreana e i rapporti con il Sud

15 Giugno 2026 ore 07:00

La Corea del Nord, a maggio di quest’anno, ha modificato la propria Costituzione, ristrutturandone numerosi articoli e preamboli. L’intento, secondo quanto riportato dai siti d’informazione della Corea del Sud, sarebbe quello di definire, a livello legislativo e simbolico, i numerosi cambiamenti avvenuti nel contesto nazionale e internazionale, concernenti, in tal senso, l’abbandono della riunificazione tra le due Coree e la centralizzazione del potere da parte di Kim Jong-un negli organi dello Stato e sulle forze nucleari. Inoltre, le recenti variazioni apportate al testo fondamentale indicano la volontà del regime di dipingersi come un’entità statuale normale, eliminando le profonde influenze ideologiche e agiografiche presenti in molti passaggi; a ciò si aggiunge una precisa (ma non esaustiva) enunciazione dei confini nazionali.

I cambiamenti apportati

Andando più in profondità, sono stati circa quindici gli elementi soggetti a cambiamento, modifica o cancellazione. Dal punto di vista simbolico, rilevante è stato il depennamento dei contributi e del ruolo che ebbero Kim Il-sung e Kim Jong-il nella costruzione dello Stato e dei suoi principi politico-ideologici nella prima parte del preambolo. Un’azione concepita, verosimilmente, per consolidare la figura di Kim Jong-un, ora dotato di un culto della personalità e di una produzione concettuale propri, e abolire al contempo le forti profusioni agiografiche presenti nel testo costituzionale. Un’attività simile è stata condotta anche nella seconda parte dell’introduzione, ove sono scomparsi i riferimenti alla “metà settentrionale” della penisola coreana, alla “completa vittoria del socialismo” e ai “tre principi di riunificazione della patria”.

Guardando invece al tema della nomenclatura e del territorio, all’articolo 1 è stata inserita una nuova clausola che specifica il nome dello Stato, ovvero Repubblica Popolare Democratica di Corea, mentre il precedente contenuto è stato integrato nel preambolo del nuovo testo costituzionale. A ciò segue l’articolo 2, riguardante la nuova clausola sui confini nazionali, così ora stabiliti: “a nord con la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa e a sud con la Repubblica di Corea, nonché il mare territoriale e lo spazio aereo stabiliti sulla base di esso”. La mancanza di chiarimenti sullo spazio aereo e marittimo ha dato adito ad alcune ipotesi, tra cui l’intenzione, da parte di Pyongyang, d’impiegare la Northern Limit Line (NLL), confine marittimo de facto tra le due Coree imposto dall’armistizio di Panmunjom e mai riconosciuto dal regime nordcoreano, come possibile futura zona di confronto e ostilità verso Seul.

Per ciò che concerne invece gli organi dello Stato, l’articolo 89 prevede ora il controllo esclusivo delle forze nucleari da parte della Presidente della Commissione per gli Affari di Stato e la possibilità di delegarne l’uso a un organo di comando statale. La stessa Presidenza avrebbe poi nuovi poteri, tra cui la sospensione, la nomina o la rimozione di figure o quadri apicali dello Stato (compresi il Primo Ministro e il Presidente del Parlamento), nonché l’esercizio del diritto di veto e la destituzione dei deputati. Infine, la nuova Costituzione include la priorità della modernizzazione e della scientifizzazione dell’industria della difesa nazionale e la cancellazione di espressioni facenti riferimento alla “gratuità” delle cure mediche, alla libertà “dallo sfruttamento e dall’oppressione”, nonché all’abolizione della tassazione e al non riconoscimento della disoccupazione.

Il nuovo corso degli eventi

La costituzione appena redatta determina, in virtù delle sue modifiche, un netto cambiamento nel modo in cui Pyongyang vede sé stessa e il mondo che la circonda.

Per quanto riguarda la leadership, Kim Jong-un ha nei fatti cementificato la propria figura all’interno del regime e del partito, transitando il paese verso una condizione nella quale, più che il riferimento alle precedenti generazioni, si vuole identificare nell’attuale leader l’odierno stato di sviluppo e ammodernamento del paese, tanto dal punto di vista economico quanto da quello militare e diplomatico. La cancellazione dei riferimenti al padre e al nonno nel testo costituzionale, pertanto, risponde non solo all’esigenza della Corea del Nord di identificare il nuovo corso che il paese ha intrapreso sotto la guida dell’attuale Kim, ma anche a quella della sua normalizzazione. Non più, quindi, una costituzione “socialista e kimilsungista-kimjongilista”, bensì una costituzione essenzialmente nazionale, riflettente il mutamento della percezione che il regime ha e vuole dare di sé: un paese forte e dialogante con le principali potenze, siano esse Stati Uniti, Cina o Russia.

In riferimento, invece, alla questione territoriale, i temi d’interesse sono principalmente due: la riunificazione e i rapporti con la Corea del Sud. Alla luce dell’articolo 2 e di parte del preambolo, senza tuttavia dimenticare le numerose dichiarazioni precedenti, la Corea del Nord ha completamente epurato dal proprio impianto costituzionale ogni riferimento a politiche di “riunificazione della patria”, in virtù di un necessario allineamento con il quadro di riferimento e la prassi attuali, con Pyongyang in netta opposizione a Seul rispetto a nuove proposte di interlocuzione. Ciò nonostante l’ampia disponibilità al dialogo dell’amministrazione Lee rispetto al precedente governo Yoon. L’abbandono della riunificazione risponderebbe tanto a una logica di realpolitik, considerando le difficoltà economiche, politiche e sociali legate all’integrazione di due sistemi estremamente differenti tra loro, con non poche incognite, quanto allo stato attuale della Corea del Nord, caratterizzato dall’applicazione di riforme economiche che, nonostante alcune problematiche, stanno avendo successo, dall’alleanza con la Russia e dalla conseguente crescita economica derivante dall’interscambio con Mosca, senza dimenticare i numerosi fondi illeciti ottenuti attraverso attività cybercriminali. In tale contesto, il riferimento alla “grande unità nazionale”, rappresentativo di uno stato delle cose ormai mutato all’interno e attorno alla penisola coreana, è forse apparso anacronistico.

In relazione al tema nucleare, fattore certamente di rilievo nel dialogo intercoreano, la recente riforma costituzionale, più che alla clausola di “controllo esclusivo” da parte della Commissione per gli Affari di Stato, riguarda la possibilità di delegare l’utilizzo delle armi nucleari ad altri organi di comando statali. L’articolo 89 faceva precedentemente riferimento a un’eventuale possibilità di delega dell’utilizzo delle forze nucleari all’omonimo comando, nell’eventualità che la presidenza della Commissione per gli Affari di Stato fosse colpita per prima dagli eventi bellici in quanto supremo  organo esecutivo dello Stato. La modifica andrebbe così non solo a potenziare le capacità di difesa in caso di conflitto, soprattutto in presenza di attacchi immediati miranti alla decapitazione della leadership, ma anche a rafforzare la resilienza delle stesse forze nucleari. Anche in caso di loro abbattimento, come descritto, il compito relativo all’utilizzo delle armi di distruzione di massa passerebbe infatti ad altri enti facenti parte dell’esercito.

Quali risposte da Seul?

Per rispondere a tali nuove sfide, anche Seul pare aver modificato, seppur solo in parte, il suo approccio verso il Nord. L’attuale governo ha predisposto, per tramite del Ministero dell’Unificazione, un insieme di politiche miranti all’implementazione di principi, strategie e iniziative volte alla “coesistenza pacifica” tra Corea del Sud e Corea del Nord, declinando la riunificazione in favore di un rapporto di coabitazione statuale. Tale framework vedrebbe la ripresa e l’istituzionalizzazione dei rapporti intercoreani, la creazione di una base economica condivisa tra Pyongyang e Seul e la denuclearizzazione della penisola. Obbiettivi, questi, che devono però seguire alcuni principi cardine, tra cui: il rispetto per il sistema nordcoreano, evitare l’unificazione tramite assorbimento del Nord da parte del Sud, la non attuazione di atti ostili verso la Corea del Nord.

Intenti che, a loro volta, andrebbero espletati verso iniziative chiave come il risolvimento delle questioni umanitarie causate dalla partizione, una maggiore informazione e partecipazione pubblica sul tema e una più ampia operazione in tema di collaborazione, scambio e mutui benefici derivati da questi ultimi. In concreto, ciò ha significato per la Corea del Sud ridurre le proprie attività di propaganda verso il Nord tramite lo spegnimento degli altoparlanti lungo il 38° parallelo e il tentativo di vietare ai cittadini sudcoreani d’inviare palloni aerostatici oltreconfine contenenti manifesti contro il regime kimista (proposta respinta dalla corte costituzionale); l’utilizzo di un linguaggio più moderato nei confronti del Nord; la volontà di continuare a spingere per il ripristino di progetti di cooperazione, quali il Tumen River Project, il Gaesong Industrial Complex o l’istituzione di cosiddette Peace Economic Special Zone nelle aree interne alla zona demilitarizzata.

Proposte che, però, continuano a trovare il no di Pyongyang. Kim Yo-jong, sorella di Kim Jong-un e Direttrice del dipartimento degli affari generali di partito, sebbene abbia più volte elogiato l’atteggiamento “franco e di larghe vedute” della presidenza Lee, ha confermato come il regime nordcoreano sia intento nella prosecuzione della dottrina dei “due Stati ostili”, osservando inoltre come alla diminuzione delle tensioni non corrisponda un cambio di passo verso la riconciliazione.

Una situazione che, per la Corea del Sud, si fa sempre più complessa. I cambiamenti apportati alla costituzione, oltre a confermare il cambio di paradigma nei rapporti intercoreani, vanno a inscrivere nella legge fondamentale nordcoreana una situazione descritta come di “coesistenza ostile”, diametralmente opposta alla posizione sudcoreana, andando a codificare uno stato di compresenza conflittuale a lungo termine tra due Stati sovrani, se non anche permanente. Allo stesso tempo, l’assenza di formulazione esplicitamente ostili (nella costituzione Seul non è mai effettivamente citata come “Stato ostile”) non escluderebbe l’apertura di un dialogo tra le controparti, sebbene Pyongyang abbia più volte fatto uso della carta diplomatica per ottenere profitto da momentanee fasi di distensione. In tale contesto, inoltre, il supporto economico garantito da Mosca e la più recente visita di Xi Jinping nella capitale nordcoreana, con l’obiettivo di aumentare l’interscambio e il sostegno economico, scientifico e di difesa tra i due paesi, hanno permesso alla Corea del Nord di registrare una crescita economica considerevole per gli standard del paese, trasformando al contempo Kim Jong-un in un attore geopoliticamente rilevante nella regione dell’Asia nordorientale. Scenario che per la Casa Blu significa vedere ridotto il proprio spazio di manovra nel dialogo con il Nord, con il rischio di far decidere ad altre potenze il futuro assetto di una penisola sempre più divisa.

La Corea del Nord verso la stabilità costituzionale

12 Giugno 2026 ore 08:47

L’annuncio dell’ultima revisione alla Costituzione della Repubblica Democratica Popolare di Corea, deliberato il 22-23 marzo 2026 dalla prima sessione della quindicesima Assemblea Popolare Suprema e un mese dopo la conclusione del IX Congresso del Partito del Lavoro (19-25 febbraio 2026), ha rapidamente generato le più varie reazioni sulla stampa.

Appare tuttavia opportuno, in questa fase, contestualizzare innanzitutto la revisione nell’ambito del percorso costituzionale nordcoreano nel suo complesso1, tenendo ben presente le sue peculiarità. È bene ricordare come il costituzionalismo della DPRK svolga un ruolo diverso da quello occidentale: qui, la Costituzione non svolga un ruolo prescrittivo, disponendo cambiamenti sostanziali nella governance politica e ordinamentale, quanto piuttosto un ruolo descrittivo. L’evoluzione costituzionale è la tela su cui il regime registra le variazioni e le modifiche intercorrono, nel corso degli anni, nel suo assetto di potere e nei punti cardine della sua ideologia politica. Inoltre, come anche nel caso cinese, quello nordcoreano è un sistema in cui la convergenza delle fonti scritte compone un quadro costituzionale non scritto e più ampio, una Costituzione vivente che cambia e si evolve in maniera assai più fluida di quanto non siamo abituati a ritenere in Occidente2.

Nel caso del 2026, tra i principali punti di interesse, mi concentrerò soprattutto su uno, passato quasi del tutto inosservato in letteratura.

Fino ad ora, il nome ufficiale della Legge fondamentale nordcoreana era Costituzione Socialista della Repubblica Popolare Democratica di Corea (조선민주주의인민공화국 사회주의헌법), nome ufficialmente adottato con la sua entrata in vigore nel 1972. Con la revisione del marzo 2026, il termine viene espunto dal nome ufficiale dell’atto, che ora si chiama semplicemente Costituzione della Repubblica Popolare Democratica di Corea (조선민주주의인민공화국 헌법). Similmente, l’art. 1, che fino ad ora aveva definito lo Stato come uno “Stato socialista indipendente”, ha rimosso il riferimento al socialismo, limitandosi ad affermare che “Il nome del nostro Paese è Repubblica Popolare Democratica di Corea”3.

A prima vista, potrebbe sembrare la semplice espunzione di una ridondanza, visto che il termine socialista compare comunque altrove nel testo della Carta, a partire dal preambolo. Non si tratta, invece, di una mera modifica stilistica, quanto piuttosto di una tendenza ben precisa che deve essere analizzata fin dalla sua origine, ormai decenni fa, in concomitanza con la caduta dell’Unione Sovietica.

Alla revisione costituzionale del 1992, la prima dopo venti anni di vigenza della Carta del 1972, seguiranno molte altre revisioni che individuano una tendenza, che spesso passa inosservata, e che avevo già avuto modo di definire come “processo di de-occidentalizzazione”4. Da un contesto giuridico tipicamente marxista-leninista, attuato dal 1948 su forte spinta sovietica, la DPRK comincia ad avvertire la necessità di plasmare il proprio ordinamento ricorrendo a narrative proprie, non mutuate dall’esterno, fossero anche quelle socialiste – socialismo che, è bene ricordare, è pure considerato un prodotto occidentale dagli osservatori coreani.
Uno dei passaggi più rilevanti è l’introduzione in Costituzione, nel 1972, dell’onnipresente principio del juche (주체), l’idea-guida fondamentale del Paese, che informa a sua immagine tutte le istituzioni a partire dallo Stato, dal Partito e dalle Forze Armate, un termine intraducibile che indica un’idea di auto-sufficienza, di bastare a sé stessi e appropriarsi del proprio destino5, sempre da una prospettiva collettivistica di corpo sociale unitario. Inizialmente, il juche viene costituzionalmente definito come “un’interpretazione creativa del marxismo-leninismo”6, riconducendolo quindi in maniera forzata all’ortodossia comunista, pur mostrando caratteri nazionali che, già in tempi non sospetti, Scalapino e Lee definivano come “antitesi del marxismo”7. Con il passare degli anni, la definizione cambia, diventando, due decenni dopo, “una visione del mondo incentrata sul popolo e sull’ideologia rivoluzionaria per raggiungere l’indipendenza delle masse popolari”8, quindi senza più alcun riferimento al marxismo. Il collettivismo confuciano inizia a farsi strada nel sentire politico del regime, e viene incorporato nel juche9, rispetto alle interpretazioni iniziali che psi muovevano ancora nell’ambito di una cornice concettuale socialista. Nel 2019, la Repubblica “è guidata nella sua costruzione e nelle sue attività solo dal grande Kimilsungismo-Kimjongilismo”10, formulazione tuttora in uso, facendo assorbire il juche dal pensiero del leader che si fa fonte di diritto.

Ma l’evoluzione dei principi costituzionali dello Stato è solo uno dei percorsi che convergono verso la de-occidentalizzazione dell’ordinamento. Parallelamente, negli ultimi tre decenni assistiamo al progressivo abbandono dei riferimenti al marxismo-leninismo in particolare e al comunismo in generale, che già dal 2009 non troveranno più alcuna menzione in Costituzione. Anche nelle pubblicazioni ufficiali del Partito stesso, il marxismo viene piuttosto considerato come una tappa di transizione, da contestualizzarsi in un periodo storico ormai concluso. Si tratta di una riscoperta ideologica profonda, già preannunciata da Kim Il-sung e soprattutto da Kim Jong-il nel loro rifiuto del dogmatismo11.

La revisione costituzionale del 2026 è da contestualizzarsi in questo preciso percorso politico-culturale, perché è solo all’interno di questa traiettoria che acquista un senso compiuto. La rimozione del termine “socialista” dal titolo della Costituzione e dal primo articolo – termine che rimane comunque in altre parti della Carta, a differenza del riferimento al comunismo ormai del tutto superato – è infatti indice di un ulteriore passaggio nel percorso mediante il quale il regime di Pyongyang afferma la propria autosufficienza non solo politica ma anche ideologica e culturale, non avvertendo più la necessità di fondare il proprio orizzonte di senso collettivo in ideali maturali altrove. Se nei primi anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, si avvertita ancora l’esigenza di conciliare principi che si avviavamo a prendere strade anche molto diverse, negli ultimi anni il cambio di passo si rende sempre più esplicito, cominciando a riguardare la stessa idea di socialismo.

L’idea di un “socialismo nel nostro stile” 12(우리식 사회주의), elaborata nei primi anni Novanta da Kim Jong-il13, rispecchia in parte il “socialismo con caratteristiche cinesi” (中国特色社会主义), ma si spinge oltre: il regime di Pyongyang, al contrario, lo reinventa completamente fino a superarlo, ricordandolo come un passaggio rilevante ma ormai rilegato al passato, e cercando in tal modo una nuova via per il futuro: l’emancipazione, quindi, viene per esempio realizzata andando a recuperare narrative ancestrali, e abbandonando orami del tutto il modello che aveva ispirato, inizialmente, la fondazione dello Stato. La successione dinastica, il recupero dell’idea confuciana della famiglia-nazione e il ritorno velato del mandato del Cielo, sono tutti elementi che si sono fatti strada nell’ordinamento rimpiazzando gradualmente concetti provenienti dal mondo socialista tradizionale, andando ben oltre una semplice reinterpretazione. L’abbandono del marxismo e del comunismo conduce alla radicale reinterpretazione del “socialismo nel nostro stile”, e prosegue nel percorso di de-occidentalizzazione dell’ordinamento. La fase attuale è quindi quella della stabilizzazione, laddove anche il nome della Legge fondamentale non necessita più di riferimenti ideologici esterni, ma basta a sé stesso esattamente come l’idea di juche.

“Il popolo è il mio Cielo”14, affermava Kim Il-sung ben prima del 1972, andando già a porre le basi per una riscoperta delle narrative tradizionali che nei secoli passati avevano informato la sino-sfera, e sostituendoli gradualmente – e discretamente – con un retaggio marxista non ritenuto più in grado di spiegare la realtà odierna del Paese.

Federico Lorenzo Ramaioli
Diplomatico e avvocato, Senior Research Associate presso gLAWcal (UK). Eventuali opinioni espresse nel presente testo saranno da considerarsi come esclusivamente riferibili al suo autore e non ad eventuali istituzioni o enti di appartenenza

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  1. Diplomatico e avvocato, Senior Research Associate presso gLAWcal (UK). Eventuali opinioni espresse nel presente testo saranno da considerarsi come esclusivamente riferibili al suo autore e non ad eventuali istituzioni o enti di appartenenza. ↩
  2. Per un’analisi più approfondita rimando al mio testo: Federico Lorenzo Ramaioli, Le Leggi del Regno Eremita. Come si Governa la Corea del Nord, Mimesis, Milano 2024. ↩
  3.  Sul caso cinese, applicabile in questo caso anche alla Corea del Nord, cfr. Jiang Shigong, “Written and Unwritten Constitutions: A New Approach to the Study Constitutional Government in China”, in Modern China, vol. XXXVI, n. 1, 2010, pp. 12–46; Federico Lorenzo Ramaioli, “Heaven beyond the law. Chinese constitutionalism as a form of legal and cultural pluralism”, in “Academia Letters”, articolo 2617, agosto 2021, pp. 1-8. ↩
  4. Cost., 2026, art. 1.  ↩
  5. Federico Lorenzo Ramaioli, “The road back to the East: the progressive de-Westernization of North Korean constitutionalism”, in Academia Letters, articolo 3487, Settembre 2021, pp. 1-8. ↩
  6. Si tratta, come è stata ufficialmente definita, di “un’ideologia secondo cui le masse popolari sono padrone della rivoluzione e della costruzione e che esse hanno la forza per portarle avanti. In altre parole, è un’ideologia secondo cui l’uomo è il padrone del proprio destino e ha il potere di plasmare il proprio destino.” Juche Idea. Answers to Hundred Questions, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 2012, p. 1. ↩
  7. Cost., 1972, art. 4. ↩
  8. Robert A. Scalapino, Lee Chong-Sik, Communism in Korea, vol. II, The Society, University of California Press, Berkeley-Los Angeles 1972-1973. p. 868. ↩
  9.  Cost., 1992, art. 3. ↩
  10. Paul French, North Korea State of Paranoia, Zed Books, Londra-New York 2014, p. 58. Kim Suk Hi, “Will North Korea Be Able to Overcome the Third Wave of Its Collapse?”, in The Survival of North Korea. Essays on Strategy, Economics and International Relations,a cura di Kim Suk Hi, Terence Roehrig, Bernhard Seliger, McFarland & Co., Jefferson-Londra 2011, pp. 29-32; Oh Kongdan, Ralph C. Hassig, North Korea Through the Looking Glass, Brookings Institution Press, Washington 2000, pp. 22-23.
    ↩
  11. Cost., 2019, art. 3. 
    ↩
  12.  Kim Il-sung ebbe per esempio ad affermare che lo stesso Marxismo “non è un dogma, è una guida all’azione e una teoria creativa”, che avrebbe potuto “dispiegare la sua indistruttibile vitalità solo quando applicato creativamente per adattarsi alle specifiche condizioni di ogni Paese.” Kim Il-sung, “On eliminating dogmatism and formalism and establishing Juche in ideological work”, 28 dicembre 1955, in Kim Il-sung. Works, vol. IX, July 1954-December 1955, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 1982, p. 412. ↩
  13.  Per un’analisi, Charles K. Armstrong, “Ideological Introversion and Regime Survival: North Korea’s ‘Our-Style Socialism’”, in Why Communism Did Not Collapse. Understanding Authoritarian Regime Resilience in Asia and Europe,a cura di Martin K. Dimitrov, Cambridge University Press, Cambridge 2013, pp. 99-122; Shin Gi-Wook, Ethnic Nationalism in Korea. Genealogy, Politics, and Legacy, Stanford University Press, Stanford 2006, pp. 79-95. ↩
  14. “Il nostro è un socialismo incentrato sull’uomo, un’incarnazione dell’idea di juche. Il nostro Partito e il popolo hanno costruito il socialismo a loro modo e sulla base dell’idea di juche. Nel nostro Paese noi abbiamo risolto il problema del potere a modo nostro per venire incontro al volere del nostro popolo e la specifica situazione del Paese.” Kim Jong-il, “Socialism of our country is a socialism of our style as the embodiment of the juche idea”, 27 Decembre 1990, in Kim Jong-il. For the Victory of the Socialist Cause, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang, 1999, pp. 38-39.  ↩
  15. “Certo che c’è qualcosa in cui credo come in Dio: il popolo. Ho venerato il popolo come il Cielo e l’ho rispettato come fosse Dio. Il mio Dio non è altri che il popolo. Solo le masse popolari sono onniscienti e onnipotenti sulla terra. Quindi, il motto della mia vita è ‘il popolo è il mio Dio’.” Kim Il-sung, Reminiscences. With the Century, vol. V, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 1994, p. 326. La frase è ricorrente e sarà citata più volte: “Per tutta la mia vita, da quando ho intrapreso la via della rivoluzione sino ad ora, ho considerato il popolo come il Cielo, l’ho servito e ho fatto la rivoluzione attingendo alla sua forza. I rivoluzionari vinceranno tutto il mondo ed emergeranno sempre vittoriosi quando credano nel popolo e su di esso si basino, ma falliranno sempre quando si allontanino da esso e siano da esso abbandonati.” Kim Il-sung, “Officials must become true servants of the people”, 28 dicembre 1992, in Works, vol. XLIV, December 1992-July 1994, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 1999, p. 28. ↩

Saseno e la subordinazione italiana nel basso Adriatico

11 Giugno 2026 ore 07:00

L’isola di Saseno sorge all’imbocco del Canale d’Otranto, di fronte alla costa pugliese, nel punto in cui l’Adriatico si restringe a stretto. Per quasi trent’anni territorio sovrano italiano e poi, per l’intera Guerra fredda, base sottomarina interdetta, è oggi destinata a un uso opposto: il governo di Tirana ne ha affidato lo sviluppo a un fondo statunitense legato a Jared Kushner per un resort di lusso da 1,4 miliardi di euro.

La vicenda è stata letta soprattutto in chiave ambientale e come caso di nepotismo politico. Dal punto di vista italiano, però, il problema rilevante è diverso: l’ingresso di capitale privato americano e del Golfo in un punto che la dottrina navale nazionale ha sempre ritenuto vitale, e l’assenza di qualsiasi reazione da parte di Roma. È su questa assenza, più che sul progetto in sé, che occorre ragionare per valutare il peso effettivo dell’Italia nell’Adriatico orientale.

Da poligono militare a concessione privata

Il rilievo di Saseno è funzione della posizione, non delle dimensioni. L’isola presidia l’ingresso orientale dello stretto, largo circa settantadue chilometri, che costituisce l’unico accesso ai porti dell’alto Adriatico; chi ne controlla le alture dispone, in linea di principio, di una capacità di sorveglianza e di interdizione sul traffico tra Mediterraneo e Adriatico. È una rendita di posizione indipendente dai regimi che si sono succeduti sull’isola, e spiega perché Saseno sia stata storicamente oggetto di competizione tra le potenze affacciate sul canale.

Per l’Italia quella posizione è stata a lungo una questione di sicurezza. Occupata nel 1914 e mantenuta come possedimento sovrano dal 1920 al 1947, l’isola fu il perno dello sbarramento d’Otranto, il dispositivo navale con cui la Regia Marina chiudeva l’Adriatico alla flotta austro-ungarica; la sovranità italiana cessò con il trattato di pace del 1947, dopo di che Saseno servì come base sommergibilistica del blocco comunista. Il richiamo storico fissa il termine di paragone dell’analisi, cioè il grado di rilevanza che l’isola ha avuto per la sicurezza italiana, rispetto al quale va misurato il disinteresse odierno.

Il progetto attuale è di natura esclusivamente commerciale: nulla autorizza a ipotizzare un riuso militare dell’isola da parte statunitense o dei finanziatori del Golfo. Il dato rilevante è il mutamento di giurisdizione. Con decreto del 2 dicembre 2024 il presidente Bajram Begaj ha sottratto l’isola al piano di dispiegamento delle forze armate, e poiché i fondali restano disseminati di ordigni inesplosi, il Comitato per gli investimenti strategici ha posto la bonifica a carico della Difesa albanese come condizione per rendere agibile il resort. L’impiego di un apparato militare statale per garantire la redditività di un investimento privato estero indica la gerarchia in atto: la sicurezza nazionale viene subordinata alla logica del capitale, e lo Stato europeo storicamente competente su quel tratto di mare resta estraneo al processo.

Un investimento opaco

La cornice giuridica è quella dell’investitore strategico, concessa il 30 dicembre 2024 alla Atlantic Incubation Partners, veicolo riconducibile al fondo Affinity Partners di Kushner, con licenze accelerate e accesso diretto ai terreni demaniali. Vanno tenute distinte due cifre che la stampa tende a confondere: il progetto sull’isola riguarda 45 ettari, circa l’otto per cento della superficie, per 1,4 miliardi di euro, mentre il piano costiero di Zvërnec, sulla terraferma protetta tra la laguna di Narta e l’Adriatico, è un’urbanizzazione ben più estesa, di millequattrocento ettari e diecimila stanze, valutata 4,7 miliardi. I mille posti di lavoro e la durata decennale spesso citati sono per ora proiezioni del promotore e non obblighi sottoscritti.

La struttura proprietaria è opaca. Lo Stato albanese rivendica una partecipazione diretta in una entità giuridica congiunta e nega che vi sia privatizzazione, ma la quota effettivamente in suo possesso non è mai stata resa pubblica. Il capitale privato proviene in larga parte da fondi sovrani del Golfo, sauditi, qatarioti ed emiratini, convogliati da Affinity, mentre la componente continentale è gestita attraverso una catena di società schermo che termina in un trust olandese e ne occulta i soci albanesi. In un’operazione che cede in concessione un bene demaniale, l’elemento meno verificabile resta così la misura stessa di quella cessione.

L’operazione è ora oggetto di un’inchiesta giudiziaria. Lo SPAK, la procura speciale anticorruzione, ha aperto il 2 giugno 2026 un procedimento sulle modifiche del 2024 alla legge sulle aree protette, che hanno ridotto di oltre cinquemila ettari la tutela dell’ecosistema di Narta, e sul trasferimento ai privati dei titoli di proprietà di Zvërnec. L’indagine coinvolge soci locali con precedenti per appropriazione di terreni e falso documentale, ma non ha finora prodotto incriminazioni formali contro i vertici di Affinity o l’esecutivo albanese, né sequestri sul perimetro del progetto; allo stato, qualsiasi conclusione sulla corruzione sarebbe prematura.

Belgrado e l’arbitro europeo

Il principale fattore di rischio per l’operazione è di natura giudiziaria, come mostra il precedente serbo. A Belgrado Affinity aveva concordato con il governo la trasformazione dell’ex Stato maggiore jugoslavo, edificio vincolato e simbolo dei bombardamenti NATO del 1999, in un albergo a marchio Trump, previa rimozione del vincolo; per quella rimozione il ministro della Cultura Nikola Selaković è finito sotto processo il 4 febbraio 2026, e il fondo si è ritirato dal progetto poche ore dopo l’incriminazione del dicembre precedente.

La reazione di Affinity nei due casi è opposta, e la differenza è informativa. A Belgrado il fondo si è ritirato di fronte a un’incriminazione; a Saseno resta, benché l’inchiesta riguardi un espediente identico. La spiegazione plausibile è il diverso grado di copertura offerto dall’esecutivo: a fronte di proteste estese a più città e dell’indagine dello SPAK, il premier Edi Rama ha escluso ogni sospensione del progetto, mentre il presidente serbo Vučić aveva dovuto cedere. La permanenza del fondo a Saseno funziona quindi come indicatore della fiducia degli investitori nella capacità del governo albanese di proteggere l’operazione dalla magistratura e dalla pressione popolare.

Il secondo vincolo esterno è europeo. La Commissione ha collegato Saseno e Narta al percorso di adesione, avvertendo che il progetto può pregiudicare la chiusura del Capitolo 27 su ambiente e clima; la delegazione dell’Unione a Tirana ha promosso una campagna a tutela della natura albanese e ha chiesto l’abrogazione sia delle modifiche del 2024 sia della legge del 2015 sugli investimenti strategici. A porre condizioni a Tirana sul futuro dello stretto è quindi la Commissione, non l’Italia: la leva regolatoria nell’Adriatico si è spostata a Bruxelles, mentre Roma, storicamente la potenza di riferimento di quel mare, non esercita un ruolo equivalente.

Da guarnigione a comprimario: la postura italiana

La posizione italiana si caratterizza per l’assenza di posizione. Nessuna dichiarazione della Farnesina, della Difesa, della Marina o atto di sindacato ispettivo parlamentare risulta riferito all’ingresso di capitale americano e del Golfo a Saseno. L’assenza non costituisce di per sé prova di una linea, dato che ogni inferenza resta tale; ma in un Paese tanto esposto su quel mare un silenzio così completo è esso stesso un dato politico.

L’interpretazione corrente attribuisce il silenzio a un calcolo: Roma non si oppone perché controllerebbe già le infrastrutture funzionali dello stretto. L’esame di quelle infrastrutture, però, ne ridimensiona la portata. Nell’interconnessione elettrica sottomarina tra Valona e la Puglia, firmata nel gennaio 2025 e valutata circa un miliardo di euro, capitale e tecnologia sono emiratini, affidati a Masdar e Taqa, la generazione è ospitata dalle utility albanesi e a Terna spetta la sola integrazione di rete sul versante pugliese, con Eni nel ruolo di acquirente. L’Italia vi occupa quindi la posizione di mercato di destinazione e nodo di transito, non di proprietario dell’infrastruttura, in coerenza con un Piano Mattei che la candida a hub fra Africa, Balcani ed Europa pur appoggiandosi spesso a capitale estero.

Il secondo pilastro, il protocollo migranti con i centri di Shengjin e Gjadër gestiti da personale italiano in territorio albanese, è anch’esso condizionato dalle scelte di Tirana. Rama ne assicura la continuità finché lo vorrà l’Italia, ma la diplomazia albanese ne ha già fissato il termine: l’intesa non sarà prorogata oltre l’adesione all’Unione prevista per il 2030, data oltre la quale quel territorio cesserebbe di essere extraterritoriale. La durata dello strumento dipende perciò dal calendario dell’allargamento europeo, deciso a Bruxelles e a Tirana, non dalla programmazione italiana.Tre elementi convergono in una sola lettura: il silenzio sull’isola, il ruolo marginale nell’architettura energetica e la dipendenza del dispositivo migratorio dal calendario altrui. L’Italia, che un secolo fa controllava Saseno come questione di sicurezza, non partecipa oggi alla ridefinizione del controllo sullo stretto, condotta dal capitale privato americano e del Golfo, regolata da Bruxelles e condizionata dalla sovranità albanese. Non si tratta di costrizione: Roma sceglie l’accomodamento perché opporsi a capitali alleati avrebbe un costo superiore alla perdita simbolica, e perché le sue priorità dipendono dallo stesso sistema di relazioni atlantiche e mediorientali. La posizione di comprimario, però, comporta che i benefici acquisiti restino subordinati a decisioni prese altrove: l’arresto del progetto per via giudiziaria o europea, come a Belgrado, o la chiusura dei centri migranti nel 2030 lascerebbero l’Italia priva del bene simbolico e con un controllo solo parziale sulle infrastrutture che considerava proprie. È la condizione di un attore che nell’Adriatico orientale ha smesso da tempo di fissare le regole.

Il Sahel come fianco sud dell’Europa: Mali e Niger nella crisi della sicurezza regionale

9 Giugno 2026 ore 07:00

Per lungo tempo il Sahel è stato percepito in Europa come una periferia instabile: rilevante per le crisi migratorie, importante per il contrasto al terrorismo, ma comunque esterno al nucleo della sicurezza europea. Questa lettura appare oggi insufficiente. La domanda non è più se l’instabilità saheliana possa produrre effetti sul continente europeo, ma attraverso quali canali tali effetti si stiano già manifestando: sicurezza, energia, rotte, influenza strategica e capacità europea di agire nel proprio vicinato.

Mali e Niger offrono due angolature complementari dello stesso problema. Il primo mostra la difficoltà crescente degli Stati saheliani nel contenere attori armati non statali sempre più adattivi. Il secondo segnala la trasformazione delle risorse strategiche in strumenti di sovranità politica e competizione internazionale. Insieme, i due casi indicano che il Sahel non può più essere trattato come un dossier regionale separato, ma come uno dei punti di pressione del fianco sud europeo.

Dal ritiro occidentale alla sovranità militare

Il ciclo di colpi di Stato che ha attraversato Mali, Burkina Faso e Niger ha modificato il quadro politico della regione più di quanto abbiano fatto molte operazioni militari precedenti. Non si è trattato soltanto di una sostituzione di élite al potere, ma di una ridefinizione dei rapporti tra sicurezza interna, legittimità politica e posizionamento internazionale. Le giunte militari hanno costruito parte del proprio consenso presentando la rottura con la Francia e con l’Occidente come recupero di sovranità nazionale.

Questa narrazione ha intercettato un dato reale: la lunga presenza occidentale non è riuscita a produrre stabilità duratura. L’operazione Serval e poi Barkhane avevano contenuto l’avanzata jihadista in alcune fasi, ma non avevano risolto le fratture territoriali, etniche e istituzionali che alimentano il conflitto. Il ritiro francese dal Mali nel 2022, seguito dall’espansione dell’influenza russa tramite Wagner e poi Africa Corps, ha mostrato che l’uscita dell’Occidente non coincide automaticamente con la ricostruzione dell’autonomia strategica degli Stati saheliani.

La formalizzazione dell’uscita di Mali, Burkina Faso e Niger dall’ECOWAS nel gennaio 2025 ha rafforzato questa traiettoria. L’Alleanza degli Stati del Sahel è diventata il contenitore politico di un nuovo discorso regionale, fondato su sovranità, sicurezza e rifiuto delle pressioni esterne. Tuttavia, il problema resta aperto: una sovranità costruita quasi esclusivamente sulla centralità militare rischia di restare dipendente da emergenza permanente, sostegno esterno e repressione interna. Il risultato non è necessariamente uno Stato più forte, ma uno Stato più isolato e più esposto.

Jihadismo, risorse e competizione esterna

Gli sviluppi recenti in Mali confermano che il vuoto lasciato dal ridimensionamento occidentale non è stato occupato da un’autorità statale più efficace. Il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (JNIM), affiliato ad al-Qaida, e le formazioni tuareg del nord hanno dimostrato una capacità di adattamento superiore a quella prevista da molte letture occidentali. Le offensive coordinate, la pressione su Kidal e l’estensione della minaccia verso Bamako indicano che gli attori non statali non operano più soltanto come forze di disturbo, ma come soggetti capaci di incidere sugli equilibri strategici del Paese.

Il caso maliano è rilevante perché mostra una trasformazione della guerra irregolare. I gruppi jihadisti e ribelli non sfruttano soltanto la debolezza dello Stato, ma la convertono in vantaggio operativo. Si muovono tra periferie desertiche, aree rurali, confini porosi e centri urbani, alternando pressione militare, controllo delle rotte e capacità di intimidazione. In questo quadro, la presenza russa non sembra aver invertito la tendenza. Al contrario, gli abusi attribuiti ai contractor e la difficoltà nel garantire sicurezza capillare rischiano di alimentare nuovi risentimenti locali.

Il Niger completa il quadro da un’altra prospettiva: quella delle risorse strategiche. La crisi tra Niamey e Orano attorno alla miniera di Somaïr non riguarda soltanto una controversia industriale. L’annuncio della nazionalizzazione della società mineraria, dopo anni di presenza francese nel settore dell’uranio, segnala la volontà della giunta nigerina di trasformare una risorsa energetica in leva politica. Anche in questo caso, la parola “sovranità” diventa centrale, ma il suo significato resta ambiguo: può indicare controllo nazionale delle risorse, oppure apertura a nuovi rapporti di dipendenza verso attori alternativi.

La competizione tra potenze entra così nel Sahel non solo attraverso basi, consiglieri militari o contratti di sicurezza, ma anche tramite miniere, logistica, accordi infrastrutturali e canali finanziari. Russia e Cina non sono presenti nello stesso modo, né perseguono necessariamente obiettivi identici, ma entrambe beneficiano dell’indebolimento del dispositivo occidentale e della crisi dell’influenza francese. Il Sahel diventa così uno spazio in cui la de-occidentalizzazione non produce automaticamente autonomia, ma moltiplica le offerte esterne disponibili per regimi in cerca di protezione, risorse e legittimazione.

Perché riguarda l’Europa

Per l’Europa, la crisi saheliana non è rilevante solo per ragioni umanitarie o migratorie. È rilevante perché riguarda la profondità strategica del Mediterraneo allargato. L’instabilità del Mali, del Niger e del Burkina Faso non resta confinata entro frontiere formali: tende a propagarsi verso il Golfo di Guinea, a interagire con la fragilità libica e a incidere sulle reti criminali, sui traffici e sulle rotte che collegano Africa occidentale, Nord Africa ed Europa meridionale.

L’Italia è coinvolta in questa dinamica in modo diretto, anche quando non viene citata come attore di primo piano. La sicurezza del Mediterraneo centrale dipende anche dalla stabilità delle aree interne africane. La Libia, il Niger e il Sahel non sono compartimenti separati, ma segmenti di uno stesso arco di vulnerabilità. Se lo Stato perde controllo sulle aree interne, aumentano gli spazi per gruppi armati, reti di traffico, economie illegali e attori esterni interessati a usare l’instabilità come leva negoziale.

Vi è poi una dimensione energetica e industriale. Il caso dell’uranio nigerino non va letto in termini semplicistici, come se la sicurezza energetica europea dipendesse da una sola miniera o da un solo Paese. La sua importanza è più ampia: mostra come le filiere strategiche possano diventare oggetto di pressione politica in una fase di competizione globale sulle materie prime. Per un’Europa che parla di autonomia strategica, transizione energetica e sicurezza industriale, il controllo delle risorse e delle rotte non è più un tema secondario.

Infine, il Sahel riguarda l’Europa perché misura la credibilità della sua politica estera. L’Unione Europea e i singoli Stati membri hanno spesso alternato cooperazione allo sviluppo, missioni militari, programmi di formazione e gestione emergenziale dei flussi migratori. Questa pluralità di strumenti non ha però sempre prodotto una strategia coerente. Il rischio è che l’Europa continui a reagire alle crisi saheliane come episodi separati, senza riconoscere che esse compongono ormai una linea di frattura permanente del proprio vicinato.

Oltre l’emergenza: quale strategia europea

Una nuova strategia europea per il Sahel dovrebbe partire da un presupposto realistico: non esiste un ritorno semplice all’ordine precedente. La stagione della centralità francese è chiusa o comunque profondamente ridimensionata. Allo stesso tempo, l’idea che le giunte militari possano garantire stabilità attraverso la sola forza appare smentita dagli sviluppi sul terreno. L’Europa deve quindi evitare due errori opposti: la nostalgia dell’intervento occidentale e l’abbandono di uno spazio considerato ormai perduto.

Il primo terreno è quello della sicurezza. La cooperazione militare non può essere ridotta alla formazione di unità locali se manca una lettura politica delle fratture territoriali. Rafforzare le capacità statali significa anche sostenere intelligence, controllo delle frontiere, sicurezza delle infrastrutture, protezione delle comunità locali e contrasto alle economie illegali. Senza questi elementi, la risposta militare rischia di produrre risultati tattici e fallimenti strategici.

Il secondo terreno è quello delle risorse. L’Europa non può limitarsi a denunciare la penetrazione russa o cinese se non è in grado di offrire partenariati più credibili, meno estrattivi e più stabili. La sicurezza delle filiere minerarie ed energetiche richiede accordi trasparenti, investimenti infrastrutturali e un rapporto meno intermittente con gli Stati africani. La competizione sulle materie prime non si vince soltanto con dichiarazioni politiche, ma con presenza economica, capacità industriale e continuità diplomatica.

Il terzo terreno è politico. Cooperare con partner saheliani non significa legittimare automaticamente colpi di Stato o abusi, ma neppure immaginare che la regione possa essere stabilizzata solo attraverso condizionalità esterne. L’Europa deve combinare pressione diplomatica, incentivi, canali regionali e dialogo pragmatico. In assenza di una proposta europea riconoscibile, altri attori continueranno a occupare lo spazio lasciato vuoto, offrendo protezione senza riforme, armi senza istituzioni e retorica sovranista senza stabilità.

Il Sahel costringe l’Europa a riconoscere un dato che la guerra in Ucraina e le crisi mediorientali hanno reso ancora più evidente: la sicurezza del continente non si esaurisce sul fianco est, né può essere delegata interamente ad altri attori. Mali e Niger mostrano che il confine strategico europeo passa anche attraverso deserti, miniere, rotte terrestri e capitali fragili. Considerare il Sahel una periferia significherebbe ignorare uno dei luoghi in cui si decide la capacità europea di proteggere il proprio vicinato, difendere i propri interessi e trasformare l’autonomia strategica da formula retorica in politica concreta.

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