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Meloni difende la libertà d’espressione del fascismo

15 Giugno 2026 ore 07:00

Personalmente, penso che la fiera “Più libri più liberi” abbia fatto male ieri ad aprire le porte a un editore che pubblicava libri inneggianti al nazismo e ai nazisti (come scrissi qui a suo tempo) e faccia male oggi a infilare una ridicola dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione nel modulo di partecipazione. Ma il punto non è quello che penso io, bensì quello che pensa, e ha sentito l’urgenza di dichiarare, Giorgia Meloni. Ieri infatti la nostra presidente del Consiglio si è affrettata a twittare tutta la sua indignazione contro il «patentino antifascista» e la «censura», ricorrendo al più classico pezzo del repertorio trumpiano: «È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono». Da dove si capisce chiaramente tutto quello che c’è da capire sulle sue convinzioni in materia di fascismo e antifascismo.

Contrariamente a quello che scrivono in tanti, Meloni non sta affatto «inseguendo» il generale Roberto Vannacci, che ieri ha tenuto a battesimo il suo partito, Futuro nazionale, dicendo una gran quantità di cose orrende su cui ovviamente spera di essere duramente criticato, per potere gridare anche lui alla censura della sinistra e alla dittatura del pensiero unico. Semmai è Vannacci a inseguire Meloni, che in verità non si è mai mossa da dove è sempre stata. E cioè al fianco di Donald Trump e del suo movimento Maga (Make America Great Again), di cui ha condiviso sin dall’inizio principi, idee e obiettivi. Come dimostra anche questa ridicola polemica sulla libertà di espressione. Ma naturalmente qualcuno potrebbe obiettarmi, rovesciando lo stesso ragionamento appena fatto su Vannacci, che semmai qui sono Trump e la destra americana a essere venuti sulle storiche posizioni dell’estrema destra italiana, che al nazionalismo e all’autarchia, al culto del capo e agli spettacoli gladiatori in suo onore, obiettivamente, c’era arrivata già cento anni prima. In effetti, è proprio così. E semmai anche Meloni, come Trump, dovesse ottenere un secondo mandato, temo ne avremmo ulteriore conferma.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

 

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Il fascismo è incompatibile con l’ordine democratico, e l’antifascismo è il cuore della Costituzione

15 Giugno 2026 ore 04:45

Torna periodicamente, soprattutto negli ambienti culturali e intellettuali, una tesi che si presenta come una difesa della libertà ma che finisce per smarrire il senso della nostra storia repubblicana. Secondo questa impostazione, chiedere l’adesione ai valori antifascisti costituirebbe una forma di conformismo ideologico, una professione di fede incompatibile con il pluralismo democratico.

È una tesi che merita rispetto. Ma è una tesi sbagliata. L’errore consiste nel considerare l’antifascismo una delle tante opinioni politiche possibili. Non lo è.

L’antifascismo non è una corrente culturale. Non è una preferenza ideologica. Non è una posizione che sta sullo stesso piano del liberalismo, del socialismo, del conservatorismo o di qualsiasi altra tradizione politica.

L’antifascismo è il fondamento storico e costituzionale della Repubblica italiana. La Costituzione non nasce dall’incontro tra fascismo e antifascismo. Non è il risultato di una mediazione tra due culture politiche equivalenti. Nasce dalla sconfitta del fascismo. Nasce dalla Resistenza. Nasce dalla volontà di impedire che possano ripetersi la soppressione delle libertà politiche, il partito unico, le leggi razziali, il carcere per gli oppositori, il controllo dell’informazione, la subordinazione delle istituzioni a un uomo solo al comando.

Per questa ragione la XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta espressamente la riorganizzazione del partito fascista. Non esiste una disposizione analoga contro altre idee politiche. Non è un dettaglio giuridico. È una scelta consapevole dei Costituenti.

Il fascismo non fu considerato un semplice avversario politico da battere nelle urne. Fu giudicato incompatibile con l’ordine democratico.

Naturalmente ogni forma di discriminazione arbitraria deve essere respinta. Nessuno dovrebbe essere escluso da uno spazio culturale per le proprie idee legittimamente espresse. Ma una cosa è pretendere l’adesione a una specifica linea politica. Altra cosa è richiedere il riconoscimento dei principi costituzionali che rendono possibile la convivenza democratica.

Nessuno si scandalizzerebbe se una manifestazione culturale chiedesse il rispetto della dignità della persona, il rifiuto del razzismo, l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, il pluralismo delle opinioni o il ripudio della violenza politica. Eppure tutti questi principi appartengono a quel patrimonio storico, morale e giuridico che chiamiamo antifascismo.

Abbiamo creduto troppo a lungo che il fascismo appartenesse definitivamente al passato. Abbiamo pensato che la democrazia fosse ormai irreversibile. Abbiamo considerato superfluo ricordare da dove provenissero le nostre libertà. Abbiamo dato per scontato ciò che scontato non è mai stato. Emilio Lussu, Sandro Pertini, Ferruccio Parri e tanti altri protagonisti dell’antifascismo democratico sapevano bene che la libertà non è una conquista definitiva. Non lo avevano appreso nei libri. Lo avevano imparato nelle carceri, al confino, nella clandestinità, nella lotta contro la dittatura. Sapevano che la democrazia non si difende da sola.

I liberali italiani degli anni Venti commisero un errore storico che non dovremmo dimenticare. Considerarono il fascismo un fenomeno transitorio, una forza politica come le altre, destinata a essere assorbita dalle regole della normale competizione democratica. Quando compresero che non era così, era ormai troppo tardi.

Karl Popper chiamò tutto questo il paradosso della tolleranza. Una società che tollera senza limiti anche coloro che vogliono distruggere la tolleranza finisce inevitabilmente per perdere entrambe. Per questo la democrazia deve riconoscersi il diritto di difendersi dai propri nemici. Non si tratta di limitare la libertà. Si tratta di proteggerne le condizioni di esistenza.

L’antifascismo non è una fede da imporre. Non è un’etichetta identitaria da esibire. Non è una parola da usare come arma contro gli avversari. È il nome storico della scelta compiuta dalla Repubblica italiana quando decise che la libertà, il pluralismo, la dignità della persona e la democrazia non sarebbero mai più stati negoziabili.

Per questo l’antifascismo non è un’opinione. Perché il fascismo non fu un’opinione tra le altre. Fu la negazione del diritto degli altri ad averne una.

C’è qualcosa di inquietante nel fatto che, a ottant’anni dalla stesura della nostra Costituzione, si avverta la necessità di spiegare queste cose.

Non stiamo discutendo di interpretazioni storiche controverse. Non stiamo riaprendo dibattiti storiografici legittimamente aperti. Stiamo ribadendo principi che, fino a non molti anni fa, sembravano patrimonio condiviso di ogni persona di buona volontà, indipendentemente dalla propria collocazione politica. Princìpi che attraversavano trasversalmente la destra e la sinistra, il laicismo e il cattolicesimo democratico, il liberalismo e il socialismo. L’antifascismo come base minima, come pavimento sotto i piedi, come ciò che non si discute perché è la condizione del discutere tutto il resto.

Che oggi quel pavimento sembri tremare non è una questione accademica. È il segnale che qualcosa, nel modo in cui abbiamo trasmesso la memoria e custodito le istituzioni, non ha funzionato come avrebbe dovuto. Le generazioni che avevano vissuto il fascismo sulla propria pelle portavano quella consapevolezza nel corpo, non solo nella mente. Con la loro scomparsa, abbiamo ereditato le parole senza il peso che le parole portavano.

Forse è questo il vero nodo. Non la malafede di chi mette in discussione l’antifascismo, ma la fragilità di chi lo dava per acquisito senza curarsi di trasmetterlo. La Repubblica ha ottant’anni. È ancora giovane, per una democrazia. Ed è abbastanza vecchia da sapere che nulla si conserva da solo.

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[2026-06-13] Red Contest @ CSA Intifada

10 Giugno 2026 ore 23:19

Red Contest

CSA Intifada - Via XXV Aprile, Ponte a Elsa
(sabato, 13 giugno 19:30)
Red Contest

Red Contest, al CSA Intifada di Empoli l'ultima semifinale: quattro artisti in gara per conquistare la finale

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Il conto alla rovescia è iniziato. Sabato 13 giugno il CSA Intifada di Empoli ospiterà l'ultima selezione della semifinale del Red Contest, il concorso musicale dedicato a band e cantautori che scrivono e interpretano musica originale in lingua italiana.

Una serata all'insegna della musica emergente, della partecipazione del pubblico e della valorizzazione di nuovi talenti, che decreterà chi accederà alla finalissima in programma l'11 luglio al Circolo ARCI Il Botteghino di La Rotta, nel comune di Pontedera.

Sul palco dell'Intifada si esibiranno quattro progetti musicali provenienti da esperienze e percorsi artistici differenti:

Amira Gamira.wav. Ego Nel Pagliaio, Masu Tere$kova

Gli artisti si contenderanno il passaggio all'ultimo atto della manifestazione davanti a una giuria di qualità e al pubblico presente, chiamato a svolgere un ruolo decisivo nella scelta dei finalisti. Uno degli aspetti caratteristici del Red Contest è proprio il coinvolgimento diretto degli spettatori. Durante la serata, infatti, a ogni consumazione effettuata al bar verrà consegnata una scheda di voto.

Perché il voto sia considerato valido sarà necessario indicare il nome di due artisti. Il risultato finale sarà determinato dalla combinazione dei voti del pubblico e delle valutazioni espresse dalla giuria di qualità.

Un sistema che punta a valorizzare sia il gradimento degli spettatori sia gli aspetti tecnici e artistici delle esibizioni.

L'appuntamento prenderà il via alle 19.30 con la cena organizzata negli spazi del centro sociale, mentre i concerti inizieranno alle ore 21.
L'ingresso sarà a offerta libera, permettendo a tutti di partecipare e sostenere l'iniziativa.
Il Red Contest rappresenta ormai una realtà consolidata nel panorama musicale indipendente toscano. Il concorso è aperto a band e cantautori che producono musica originale e scrivono testi in italiano, offrendo ai partecipanti importanti opportunità di crescita artistica e visibilità.

Tra i premi previsti per i vincitori figurano un'esperienza di registrazione audio-video presso l'Elfland Studio di Ponsacco, interviste e passaggi radiofonici su Punto Radio, oltre a numerose occasioni di esibizione in realtà sociali e politiche del territorio.

L'iniziativa è organizzata da Festa Rossa e dal Circolo ARCI Il Botteghino, con l'obiettivo di promuovere la musica originale e creare spazi di incontro tra artisti emergenti e pubblico.

Appuntamento all'11 luglio per la finaleLa serata del 13 giugno rappresenterà dunque l'ultimo passaggio prima dell'evento conclusivo del concorso. I vincitori delle semifinali si ritroveranno sabato 11 luglio al Circolo ARCI Il Botteghino di La Rotta per la finale del Red Contest 2026, dove verranno assegnati i premi e sarà proclamato il progetto musicale vincitore.

Per gli appassionati di musica indipendente e per chi desidera scoprire nuovi talenti della scena italiana, l'appuntamento del CSA Intifada si presenta come un'occasione da non perdere, tra concerti dal vivo, partecipazione attiva e la possibilità di contribuire direttamente alla scelta dei finalisti.

Modena ribelle. Contro lo sciacallaggio fascista e le intimidazioni di Stato

2 Giugno 2026 ore 18:00

La settimana tra il 16 e il 23 maggio ha visto la città di Modena trasformarsi in un terreno di scontro aperto tra il fango del razzismo di Stato e la risposta militante, autorganizzata e antifascista.

Sabato 16 maggio: la tragedia e l’attivazione della macchina reazionaria

Tutto ha inizio sabato 16 maggio. All’interno dello Spazio Sociale Libera è in corso un’assemblea per discutere l’autodifesa comunitaria contro i nuovi decreti sicurezza e la svolta autoritaria del governo Meloni. All’improvviso, la riunione viene interrotta da una notizia drammatica: un’auto a forte velocità ha travolto otto persone che stavano camminando in pieno centro, in una zona pedonale frequentata quotidianamente da ognuno di noi.

La macchina dello sciacallaggio razzista e securitario si attiva istantaneamente, non appena viene resa nota l’identità del guidatore: Salim El Koudri, trentunenne nato in Italia da genitori marocchini.

I professionisti dell’odio xenofobo si fiondano sulla tragedia per strumentalizzarla. Personaggi come Roberto Vannacci e Roberto Fiore piombano immediatamente a Modena per tenere comizi improvvisati, cercando di trasformare un dramma legato al disagio o alla fatalità in un manifesto d’odio permanente.

Questo odio xenofobo, viscerale e calcolato, non è un’anomalia: è lo strumento con cui il potere divide gli sfruttati, indicando un finto nemico per nascondere i veri responsabili della miseria sociale. Contro questa violenza verbale e antropologica, che deumanizza l’individuo in base alla sua origine, non chiediamo le ipocrite “politiche di inclusione” della sinistra istituzionale. L’inclusione di Stato è solo un’assimilazione forzata nelle logiche del capitale, un modo per rendere tollerabile lo sfruttamento purché normato. Noi non vogliamo essere inclusi in questo sistema violento; vogliamo distruggerlo attraverso la solidarietà internazionalista.

I giorni successivi: la caccia alle streghe e le intimidazioni all’avvocato

Nei giorni successivi al 16 maggio, il clima in città si fa ancora più pesante. La rabbia sociale viene scientificamente deviata dai media borghesi e dai fascisti contro un unico capro espiatorio. In questo scenario di caccia alle streghe si inseriscono le pesanti pressioni e le tutele negate alla difesa legale.

L’avvocato di Salim El Koudri, che è anche lo storico legale dello Spazio Sociale Libera, diventa il bersaglio di una campagna diffamatoria e intimidatoria senza precedenti. Non si è trattato solo di attacchi sui giornali o sui social, ma di vere e proprie pressioni politiche e minacce velate volte a isolare il legale e a colpire, attraverso di lui, l’intero tessuto politico della Modena antifascista e libertaria. Un tentativo di linciaggio che dimostra come, per lo Stato e i suoi servi, il “diritto alla difesa” sia solo un paravento ipocrita, pronto a saltare non appena un caso tocca gli interessi della propaganda razzista e dell’ordine costituito.

Di fronte a questa provocazione reazionaria, la parte autoorganizzata e antifascista della città non è rimasta a guardare, rispondendo subito con la mobilitazione, un presidio immediato e la costruzione della piazza successiva.

Sabato 23 maggio: la risposta della Modena complice e solidale

Il culmine della mobilitazione si è raggiunto sabato 23 maggio, quando le strade di Modena sono state attraversate da un corteo antifascista determinato, autogestito e partecipato. Centinaia di compagne, compagni, realtà studentesche, del sindacalismo di base e singole individualità si sono date appuntamento per respingere l’odio neofascista e le logiche securitarie dello Stato che lo spalleggiano.

A differenza di chi si limita alla sterile retorica delle celebrazioni istituzionali, la piazza ha voluto ricordare che l’antifascismo a Modena ha radici profonde, che affondano nella storica e mai sopita tradizione anarchica del territorio. Dalle barricate del passato alle lotte operaie, Modena ricorda i suoi figli libertari che hanno sempre combattuto il fascismo non in nome di una legalità borghese, ma per l’emancipazione totale delle oppresse e degli oppressi.

“La risposta della Modena complice e solidale è stata chiara,” dichiarano le realtà libertarie e antifasciste promotrici. “Il fascismo e l’odio xenofobo non si combattono delegando alle istituzioni, firmando patti per l’inclusione o difendendo carte costituzionali troppo spesso tradite dal potere. Si combattono con l’organizzazione dal basso, la vigilanza militante, il mutuo soccorso e l’azione diretta nelle strade. Di fronte alla violenza strutturale di chi propone confini, espulsioni e gabbie, noi rispondiamo con il rifiuto di ogni autorità.”

La mobilitazione si è svolta in un clima di forte compattezza e fermezza, dimostrando che la memoria della resistenza anarchica e comunarda non è un cimelio da museo, ma uno strumento vivo per bloccare ogni rigurgito nostalgico e autoritario.

Nessuno spazio al fascismo, al razzismo, ai loro servitori e a chi usa l’intimidazione per tappare la bocca ai compagni. La lotta continua nelle strade, ogni giorno.

Colby Lia. USI Modena

 

 

 

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IN PIAZZA PER FRANCO SERANTINI

7 Maggio 2026 ore 11:09
7 MAGGIO 1972 – 7 MAGGIO 2026 A Cinquantaquattro anni dall’assassinio del compagno Franco Serantini “ANARCHICO VENTENNE COLPITO A MORTE DALLA POLIZIA MENTRE SI OPPONEVA AD UN COMIZIO FASCISTA” GIOVEDÌ 7 MAGGIO ORE 18 IN PIAZZA SERANTINI (S. Silvestro)

Liberiamoci dal fascismo!

25 Aprile 2026 ore 08:12
Liberiamoci dal fascismo! La liberazione la possiamo ottenere solo con l’azione diretta, agendo in prima persona. La vittoria dei NO al referendum non ha fermato la manovra autoritaria e guerrafondaia del governo fascista. Le opposizioni parlamentari non hanno voluto approfondire la crisi della maggioranza e hanno mantenuto un immobilismo che ha fatto sostanzialmente il gioco […]
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