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La storia di Casillo, l’azienda familiare che lavora il grano per il 70% della pasta italiana

17 Agosto 2026 ore 07:00

Contenuto tratto dal numero di agosto 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Prendete dieci pacchi di pasta da uno scaffale qualsiasi di un supermercato italiano. “In sette c’è della materia prima che abbiamo lavorato noi”, dice Francesco Casillo, presidente e amministratore delegato di Casillo Spa Società Benefit, dal quartier generale di Corato, in provincia di Bari. Il nome sulla confezione è quello dei grandi pastifici. Ma a monte, molto spesso, ci sono lui e il primo gruppo molitorio italiano, uno dei maggiori trasformatori mondiali di grano duro, tra i principali operatori di trading cerealicolo del Paese e in Europa. Un gruppo con un fatturato di 1,5 miliardi che il consumatore vede raramente. “Siamo un po’ nell’ombra”, ammette Casillo. “Ma dietro molta della pasta e dei prodotti da forno che finiscono in tavola ci siamo noi”.

Le origini del gruppo Casillo

La storia è cominciata nel 1958, quando il padre di Francesco, Vincenzo, si mise alla guida di un piccolo molino a Corato. Ed è anche la storia della Puglia, perché all’epoca c’erano tante aziende che nascevano nei borghi attorno a piccoli molini di grano – grano duro, quello che serve per fare la pasta. Da quei primi chicchi è cresciuto tutto il resto: l’aggregazione di altri molini, la leadership anche nel grano tenero — “attualmente siamo quelli che ne macinano di più in Italia” — e poi il trading. Quest’ultima attività, il commercio del grano su scala mondiale, è l’altra anima di Casillo: nata comprando grano per i propri molini, si è poi specializzata anche nel rivenderlo, “quasi sempre a enti governativi o mugnai”. Ma il trading è un mestiere dai margini instabili, che vive di oscillazioni: “Da almeno cinque anni abbiamo investito moltissimo in innovazione e brand per intraprendere un nuovo percorso”, dice Casillo. “Vogliamo essere partner indispensabili nella creazione di prodotti”.

Il molino come bioraffineria

L’obiettivo, quindi, è allontanarsi il più possibile dalla logica delle commodities. Di farine e semole, è vero, esistono tanti tipi, ma restano prodotti dove si compete sul prezzo con margini sottili. Un meccanismo spietato dal quale è legittimo volersi affrancare. La risposta è arrivata da un fronte da cui nessuno l’aspettava: dal sottoprodotto. Il molino classico, spiega Casillo, “compra il grano, lo macina e ottiene due prodotti: lo sfarinato, che va al pastificio o al panificatore, e la crusca, che viene utilizzata per uso zootecnico”.

Insomma, la parte più nutriente del chicco — il germe e gli strati ricchi di proteine, vitamine e sali minerali — è finita per più di un secolo nei mangimi degli animali. Il motivo: i suoi grassi irrancidiscono in fretta e comprometterebbero la conservazione della farina. “Noi abbiamo stravolto questo concetto”, dice Casillo. “Abbiamo convertito il molino da produttore di farina e crusca a produttore di proteine, di fibre, di amidi e di grassi. Il molino, quasi, in una bioraffineria”. Il risultato di questa conversione ha un nome: Altograno. È costato “decine e decine di milioni” e anni di ricerca insieme a diverse università, su un processo — la lavorazione circolare — oggi coperto da brevetto. Scomponendo il chicco e ricomponendolo, Casillo ottiene uno sfarinato che, secondo l’azienda, contiene più proteine, più fibre e meno carboidrati di una farina tradizionale, senza il difetto storico dei prodotti integrali, in cui “il consumatore sente il cartone, sente il legno”, dice l’ad.

L’imprenditore pensa di avere creato qualcosa di inedito. “Una nuova categoria merceologica. Quello che produciamo oggi è anche difficile da spiegare: non è né la farina tradizionale raffinata, né l’integrale”. Forse la rivendicazione è un po’ eccessiva, perché in realtà farine arricchite col germe di grano esistono da svariati anni. Un chicco di grano ha tre parti: l’endosperma, la crusca e il germe (la porzione più nutriente, anche se fa solo il 2-3% del peso). Ma il germe ha un problema, spiegano gli esperti: appena lo rompi, i suoi oli irrancidiscono in poche settimane a contatto con l’aria. Ecco perché le farine di germe, finora, sono state un po’ dei compromessi. O avevano vita breve, prodotti artigianali da consumare subito, oppure il germe veniva tostato, e ciò degradava le sue qualità.

Un altro grano

Il trucco di Casillo sta scritto, in due parole, sull’etichetta: “Germe di grano disoleato”. Invece di trattare il germe, l’azienda gli toglie l’olio — cioè esattamente la parte che irrancidisce. Quel che resta è un concentrato più stabile, proteine e fibre, che viene reintrodotto nella farina o nella semola: il 25% nella miscela per la pasta, il 30% in quella per i dolci. Il risultato, dicono le schede tecniche, è uno sfarinato che si conserva 12 mesi come una farina qualsiasi, con grassi ridotti e proteine e fibre molto superiori. Nel frattempo l’olio estratto non si butta: diventa olio di germe di grano, ricco di vitamina E, un business a sé. Eccolo qui il concetto di ‘bioraffineria’, dove ogni frazione del chicco trova un suo impiego.

Casillo non si nasconde dietro la modestia. Paragona la sua innovazione ad altri prodotti inconfondibili (anche se non proprio sanissimi). “Un po’ come la Nutella, che, quando fu inventata, stravolse usi e costumi; o come la Red Bull, che ha creato le bevande energetiche dal nulla”. Con una differenza cruciale: quelli sono alimenti finiti, Altograno resta un ingrediente. Una base con cui, dice Casillo, “si può fare di tutto: la pasta, il pane, i biscotti, i taralli”.

Ma dove si compra, oggi? Il consumatore trova la miscela Altograno in quattro confezioni — per pasta, pane, pizza, dolci — sullo shop online di Molino Casillo. La rete di supermercati partner, a scorrere l’elenco pubblicato dall’azienda, non sembra molto estesa, a dire la verità. Sono di più i forni, in giro per l’Italia, che con Altograno impastano il pane, i dolci, la pizza. Nel negozio Pane e Pazienza, a Roma, sulla Portuense, una signora risponde solerte. Com’è la farina Altograno? “Buona, pochi carboidrati, ricca di fibre e proteine. Ci facciamo il pane. Solo ciabattine”.

Ok, ma fa davvero bene come sostiene l’azienda? La scienza per ora è agli inizi. Un primo studio dell’Università di Bari, condotto insieme al gruppo Casillo, ha testato una pasta a base di Altograno per contenere colesterolo e alterazioni metaboliche su un gruppo specifico di pazienti. Il verdetto più atteso, uno studio condotto da un autorevole centro di ricerca italiano, sotto la guida di uno specialista in gastroenterologia, arriverà a dicembre. L’idea scientifica è plausibile: aumentare fibre e proteine e ridurre i carboidrati può migliorare il profilo nutrizionale di un alimento. Stabilire se questo si traduca in benefici clinici misurabili richiede però studi sull’uomo, ancora in corso.

Il mercato delle farine

La strada per la crescita, invece, è chiarissima. Come un microchip di ultima frontiera, Altograno vuole infilarsi nei prodotti degli altri, perfezionandoli. Alcuni esempi: la Strapasta di Garofalo, fatta con Altograno, e soprattutto l’alleanza siglata ad aprile con Puratos Italia, filiale del gigante belga (3,7 miliardi di ricavi globali) che distribuisce ingredienti da forno a panetterie e pasticcerie. Il mercato italiano delle farine per panificazione vale tra 1,3 e 2 miliardi di euro, ma è nel complesso statico. Ciò vuol dire che il business può aumentare solo nel segmento delle farine speciali, ed è qui che Altograno vuole farsi largo.

Se tutto andrà secondo i piani, dice Casillo, queste innovazioni faranno il 50% del margine del gruppo entro il 2030. La metà della redditività affidata a prodotti che pochi anni fa non esistevano. L’ultimo tassello è l’Agrifood Hub di Corato, 15 milioni di investimento, che verrà inaugurato a settembre in un vecchio molino ristrutturato insieme al Politecnico di Bari: centro di ricerca con impianti pilota, incubatore di startup e accademie di formazione, aperto — dice Casillo — “anche ai nostri concorrenti, perché no”.

Questione sovrana

Ma eccoci al punto cruciale, il tema che forse sta più a cuore a molti puristi dell’alimentazione. Sulle schede tecniche Altograno si legge: “Materie prime di origine vegetale provenienti da agricoltura Ue/Non Ue”. Significa che un alimento che vuole essere simbolo del saper fare italiano è prodotto con grano che può arrivare da ovunque. Casillo dice che l’Italia della pasta non ha il grano che le serve. “Per motivi geografici non abbiamo i terreni necessari. Detta con una battuta, la Francia è come decine di Pianure Padane messe insieme”.

Ci vuole poco a fare i conti: se più del 60% della pasta italiana viene esportato, comprare dall’estero diventa una condizione di sopravvivenza della filiera. E così l’imprenditore pugliese esprime il suo punto di vista: “La pasta è buona non perché è fatta di grano italiano. Non c’è un diretto collegamento tra la materia prima italiana e il saper fare degli italiani. I pastai italiani si sono distinti da secoli per la capacità di miscelare i migliori grani del mondo, tra cui quello italiano”. 

I numeri, in effetti, raccontano splendori e miserie. Da un lato la pasta che conquista sempre di più i mercati del mondo. Ma dall’altro chi coltiva la sua materia prima affonda. Secondo Confagricoltura, le quotazioni del frumento duro di qualità in Italia sono scese sotto i 300 euro a tonnellata, meno dei costi medi di produzione. In 13 anni le superfici coltivate si sono ridotte del 10%, mentre la quota di fabbisogno coperta dalla produzione nazionale è crollata dal 78% al 56,5%. Non una crisi di mercato, denuncia l’associazione degli agricoltori, ma “una crisi di sovranità produttiva”.

Per Francesco Casillo, la sovranità da difendere sta altrove. “Il saper fare italiano non dipende da dove nasce il chicco, ma da come lo trasformiamo. È questo che il mondo ci riconosce, ed è questo che tutti provano a copiare — perché si copia soltanto ciò che vale. Un sapere così non si difende mettendolo sotto vetro: si difende rinnovandolo. Per questo lo affidiamo ai giovani e all’innovazione: ciò che il mondo ci riconosce oggi, loro dovranno saperlo reinventare domani.”

L’articolo La storia di Casillo, l’azienda familiare che lavora il grano per il 70% della pasta italiana è tratto da Forbes Italia.

Gioielli all’asta a Monterey

12 Agosto 2026 ore 10:00

Dal 13 al 15 agosto 2026 la Monterey Car Week tornerà a essere uno degli appuntamenti più importanti del calendario internazionale e, come da tradizione, l’asta di RM Sotheby’s si annuncia come uno dei suoi momenti clou. Il catalogo riunisce vetture che coprono oltre un secolo di storia dell’automobile, dalle pionieristiche Mercedes dei primi del Novecento fino alle supercar degli anni Settanta, con una concentrazione di rarità che ricorda più un museo che una vendita all’incanto.

La McLaren F1 GTR di Nick Mason

Tra i 199 lotti il pezzo da novanta è una McLaren F1 GTR del 1996, nota anche come la "F1 Pop Art" per la livrea rosso e giallo. Oltre al valore intrinseco e alla storia assolutamente interessante legata alla nascita e ai trascorsi sportivi c'è un'altra particolarità che la rende unica: la vettura è appartenuta alla leggenda del rock Nick Mason, batterista dei Pink Floyd e appassionato collezionista di auto. La stima è stellare: supera i 35 milioni di dollari.

Aston Martin e Talbot-Lago

Un altro modello per cui i collezionisti saranno pronti a battersi a colpi di rilanci è una Aston Martin DB4 GT Zagato del 1962 (stimata tra 12 e 15 milioni di dollari), una delle sole 19 costruite. L’esemplare proposto da RM Sotheby’s vanta motore matching numbers, un passato agonistico in Australia e numerosi riconoscimenti nei principali concorsi d’eleganza internazionali. Accanto alla britannica trova posto un altro capolavoro di stile: una Talbot-Lago T150-C SS Teardrop Coupé by Figoni et Falaschi del 1938 (7-8 milioni ), considerata una delle più celebri espressioni dell’aerodinamica francese anteguerra.

Maranello in tripla veste

Maranello sarà rappresentata da tre vetture molto diverse tra loro. Una Ferrari 275 GTB Alloy by Scaglietti del 1966 (2,5-3 milioni) incarna la tradizione delle granturismo degli anni Sessanta, mentre una 512 BB/LM del 1979 (2-3,5 milioni) richiama il mondo delle competizioni endurance. Completa il trio una Dino 246 GTS Scaglietti del 1972 (450-550 mila dollari), una delle sportive italiane più amate di sempre.

Tra eleganza e ingegneria

A impreziosire ulteriormente il catalogo della Monterey Car Week 2026 ci sono anche alcune delle più raffinate espressioni della produzione europea del dopoguerra. Tra queste spicca la Lancia Aurelia B24S Convertible by Pinin Farina del 1958 (225-300 mila dollari), una delle cabriolet italiane più eleganti del suo tempo, simbolo dell’incontro tra tecnica e stile firmato Pinin Farina. A rappresentare la scuola delle sportive torinesi arriva invece la Fiat 8V Coupé by Vignale del 1953 (0,75-1 milione), raro esempio della “Otto Vu” con carrozzeria Vignale, tra le più ricercate dai collezionisti. Chiude il trio la 1966 Porsche 911 Coupé (250.000-300.000 dollari), proposta nelle prime serie e tra le più significative evoluzioni della sportiva tedesca, destinata a diventare un punto di riferimento nella storia dell’automobile.

Dalla Miura alla Gullwing

Tra le altre protagoniste figurano una Lamborghini Miura P400 Bertone del 1967 (1,9-2,8 milioni di euro), considerata da molti la prima supercar moderna, e una Mercedes-Benz 300 SL Gullwing del 1955 (1,8-2,2 milioni). Per la Casa della Stella ci sarà anche una rarissima Mercedes Simplex 40 HP Rear-Entrance Tonneau del 1904 (5-6 milioni), testimonianza degli albori dell’automobile.

Le altre meraviglie

Il catalogo comprende inoltre una Bugatti Type 57SC Atalante del 1937 (4,5-6 milioni di euro), tra le Bugatti più desiderate dai collezionisti, una Duesenberg Model JN Convertible Coupé del 1935 (5,75-8 milioni) e una Chevrolet Corvette L88 Red/Nart Le Mans del 1968 (0,9-1,1 milioni di euro). Un insieme che conferma ancora una volta Monterey come il palcoscenico privilegiato per le automobili più importanti del mondo. L'elenco completo dei lotti all'asta può essere consultato sul sito ufficiale di RM Sotheby's.

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Bugatti Gran Prix

Gooding Christie’s, le auto all’asta a Monterey

8 Agosto 2026 ore 07:00

Per chi segue il mondo delle aste è divertente notare come la sfida tra collezionisti - per aggiudicarsi i pezzi più rari e pregiati - sia diventata anche una sfida tra Case d’aste, per chi riesce ad avere tra i propri lotti le vetture più prestigiose e in grado di fare notizia. Ormai da alcuni anni, in California, in occasione di uno degli eventi più importanti per il mondo delle classiche - il Concorso d’Eleganza di Pebble Beach - si ritrovano faccia a faccia le potenze delle vendite all’incanto: RM Sotheby’s, Broad Arrow e Gooding Christie’s. Saranno infatti impegnate contemporaneamente, per un’abbuffata di capolavori a quattro ruote che potrebbe provocare la sindrome di Stendhal anche ai più scafati frequentatori.

La Daytona Coupé di Carroll Shelby in persona

L'evento di Gooding Christie’s, che si terrà il 14 e 15 agosto presso il Parc du Concours, è giunto alla ventitreesima edizione e anche quest’anno non mancano automobili da sogno, con un parterre equamente distribuito dai primi anni del 900 fino a oggi. La regina dell’asta sarà senza dubbio la Shelby Cobra Daytona Coupé del 1964 appartenuta dal 1975 al 1998 a Carroll Shelby in persona, l'unico esemplare mai posseduto dal suo creatore. Con soli sei esemplari costruiti, è anche un’auto estremamente rara che, nel caso di questo esemplare, ha gareggiato dal 1964 al 1968 prima di finire in Giappone, dove era stata trasformata in auto stradale quando, negli anni 70, fu individuata e riportata negli USA. La stima è “in excess of 25.000.000 $” e non c’è bisogno di aggiungere altro.

Anni 60 da corsa con Ferrari e Porsche

C’è un’altra auto da corsa tra i lotti all’asta che non ha bisogno di presentazioni: è una Ferrari 250 P del 1963 con un pedigree sportivo di tutto rispetto fatto di un secondo e un terzo posto, rispettivamente alla 12 Ore di Sebring e alla 24 Ore di Le Mans. Utilizzata anche dal team N.A.R.T. di Luigi Chinetti e da quasi 40 anni parte di una delle più importanti collezioni Ferrari del Nord America, la sua storia è documentata dall’esperto Marcel Massini ed è presente in numerose autorevoli pubblicazioni e, con una valutazione tra i 15 e i 20 milioni di dollari, è un altro dei pezzi più pregiati. Rimanendo negli anni 60, c’è una spettacolare Porsche 907 “coda lunga” del 1968, che può vantare una vittoria alla 24 ore di Daytona del 1968 e un secondo posto alla 100 Km di Monza dello stesso anno. Il suo motore originale - un otto cilindri boxer Tipo 771 da 2.2 litri per 270 CV - è stato ritrovato e ripristinato nel 2010 insieme al cambio, e oggi è pronto a ruggire nei principali eventi storici riservati ai prototipi: per poterlo fare, però, bisogna prima mettere in conto tra i 4,5 e i 5,5 milioni di dollari. Il premio per la rarità però spetta di diritto alla Ferrari Dino 206 S Berlinetta del 1966, in quanto, dei 18 esemplari completati, solo tre furono carrozzati come Berlinetta e, essendo l'ultimo completato, il telaio 014 offerto all’asta a Monterey occupa un posto unico. Anche in questo caso, si tratta di una vettura da corsa schierata dal leggendario North American Racing Team (N.A.R.T.), che ha gareggiato nelle più importanti competizioni di durata del mondo, tra cui Le Mans, Sebring e Daytona nella categoria 2 litri, essendo spinta da un V6 di 1.986 cm³ da 220 CV. La stima degli esperti di Gooding Christie’s è una cifra compresa tra i 3,5 e i 5 milioni di dollari.

Maserati e Porsche che hanno fatto la storia

Come al solito, sono troppe le auto meritevoli di attenzioni per poterle menzionare tutte, ma ci proveremo lo stesso, dividendole per categorie: iniziamo con tre splendide “barchette” da corsa, ovvero una Maserati Tipo 61 “Birdcage” del 1959, guidata anche da Ken Miles, un’altra Maserati, una 200 SI del 1957 e una Porsche 550A Spyder del 1958 con una carriera sportiva in Austria (condita da record di velocità e vittoria nel campionato nazionale, classe 1.5 litri) e una seconda vita negli USA. Rimanendo in casa Porsche, troppo bella per non parlarne, a Monterey ci sarà anche una 910 del 1967, in condizioni strepitose e ormai una veterana dei principali eventi riservati alle classiche, da Le Mans Classic a Goodwood Revival.

Due Vector, una LM002 e l’auto Hot Wheels

Tra le “stranezze”, addirittura una coppia di Vector, la sportiva americana anni 80 tanto rivoluzionaria quanto sfortunata: c’è l’unico esemplare spider, una Avtech WX-3R realizzata nel 1993, con il suo V8 biturbo da 6.0 litri interamente di alluminio e 625 CV, ma anche una M12 del 1996 spinta da un V12 Lamborghini e prodotta solamente in 14 esemplari. Si fa sicuramente notare anche la Lamborghini LM002, qui rappresentata da un esemplare del 1988, a carburatori, nella rara tinta Blu Acapulco e con l’autografo del mitico collaudatore Valentino Balboni sul cruscotto. La più originale del gruppo però è una Pontiac Firebird del 1970 realizzata in esemplare unico sulla base di un design destinato a un modellino Hot Wheels.

Dall’Autobahn ai rally, fino ai giorni nostri

Per chiudere, un trittico senza nessun legame tra loro, se non il fatto di essere, nel loro genere, auto iconiche: la prima è la capostipite delle feroci berline Mercedes regine dell’Autobahn, la mitica E500 sviluppata insieme alla Porsche, con un esemplare del 1994 in allestimento Limited e soli 50.158 km. Proseguiamo con una Lancia Rally 037 del 1983 in allestimento e con livrea da corsa, quella con cui ha partecipato al Campionato Spagnolo Rally: nel corso della sua vita ha avuto solo due proprietari. La più moderna - ha solo 2 anni di vita - è una Ferrari 812 Competizione con oltre 140 mila euro solo in optional, dai sedili da corsa tipo Daytona ai cerchi di carbonio. Una di 999 esemplari prodotti, è stimata tra i 2 e i 2.4 milioni di dollari.

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L’asta di Broad Arrow sbarca a The Quail

7 Agosto 2026 ore 07:30

La casa d'aste Broad Arrow organizza la sua tradizionale vendita in occasione della Monterey Car Week trasferendo la sede dal Monterey Jet Center al Quail Golf Club di Carmel, in California. L'appuntamento, giunto alla ventitreesima edizione, è per il 13 e 14 agosto 2026 (con il 12 giornata di preview). Il lotto include circa 185 vetture, tra classiche pre e post belliche, auto da competizione, rare supercar e youngtimer.

Il capolavoro di Maserati

Tra le vetture più significative figura una Maserati A6GCS del 1954 (stimata tra 2,1-2,5 milioni di euro), vettura ufficiale di fabbrica guidata in gara da Luigi Musso, contributo decisivo al titolo italiano Maserati nella classe Sport Internazionale di quell'anno. Il telaio, il venticinquesimo di 52 esemplari costruiti, ha corso per decenni alla Mille Miglia Storica e ai Monterey Historics, ed è stato premiato al Pebble Beach Concours d'Elegance del 2014.

Carrellata di cavallini

In ogni asta che si rispetti non possono mancare le vetture di Maranello. Il catalogo di Broad Arrow include una carrellata di modelli capaci di far battere il cuore ai collezionisti più raffinati. Fra questi una Ferrari 275 GTB/4 del 1967 (2,8-3 milioni di euro), una 275 GTB Alloy del 1966 (2,4-2,6 milioni di euro), una 575 GTZ by Zagato (1-1,3 milioni), una Dino 246 GTS del 1973 (528.000-616 mila euro)

L'universo Porsche

Il capitolo Porsche più antico è affidato a una 356 Porsche-Sauter del 1951 (1,6-1,9 milioni di euro), presentata come anello di congiunzione tra la Porsche numero 1 e la America Roadster. Segue una 924 Carrera GTR del 1981 (528-723 mila euro), vettura da competizione realizzata in soli 17 esemplari, gestita dal team Brumos e vincitrice di classe a Le Mans. Chiude il trittico una 959 Komfort del 1988 (2,3-2,6 milioni di euro), uno dei 266 esemplari realizzati per il mercato tedesco.

Gli altri modelli

Tra le altre vetture del catalogo meritano una menzione una Lamborghini Miura P400 S del 1968 (2,8-3,2 milioni), una Shelby 427 Cobra del 1966 (2-2,2 milioni), una Mercedes-Benz 300 SL Gullwing Coupe del 1955 (1,6-1,9 milioni), una BMW 507 Series II del 1958 (1,5-1,8 milioni) e una Aston Martin DB4 Series V Convertible del 1963 (967 mila-1,2)

La prima gara di Senna

Non manca un pezzo di storia della Formula 3: un Ralt RT3 del 1982 (440.000-616.000 euro), la monoposto con cui Ayrton Senna conquistò pole position, vittoria e giro veloce a Thruxton, nel suo debutto assoluto in categoria. Restaurata con cura, è considerata l'unica F3 sopravvissuta guidata dal pilota brasiliano.

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2+2=5 (La muraglia cinese che divide la Louisiana dall’Arizona)

di: Ca Gi
2 Febbraio 2015 ore 21:01

2+2=5

Due più due fa cinque. Bisogna accettarlo: E’COSI’ PERCHE’ LO DICONO TUTTI.

Non importa essersi informati, aver seguito centinaia di lezioni, imparato a memoria le tabelline, ottenuto una laurea in matematica: se ti trovi di fronte due o più persone che sostengono che 2+2=5 tu, che sostieni faccia 4, sei un povero sfigato bastiancontrario in minoranza che “non capisce”.

O peggio: se anziché limitarti a sostenere che “due più due fa quattro e non cinque” hai l’ardire di indicare prove materiali a tuo favore (schemi delle tabelline, testi di matematica ecc), con ogni probabilità verrai tacciato d’esser [ noioso / pesante / arrogante / antipatico / stressante / fondamentalista / troppo rigido ].

ATTENZIONE: qui non si parla di divergenze d’opinioni ma di pura e semplice negazione di fatti.

OPINIONI VS. DESCRIZIONI DELLA REALTA’

Se Gianni sostiene che “il Gran Canyon é più bello della muraglia cinese” e Pinotto che “la muraglia cinese é più bella del Gran Canyon” si tratta di una divergenza d’opinioni, ossia considerazioni personali non misurabili e prive di valore oggettivo.

Se Gianni invece sostenesse che “la muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona” non ci troveremmo più di fronte ad un’opinione personale ma ad una descrizione della realtà che pertanto può esser misurata in gradi di veridicità a seconda della sua maggior o minor capacità di rappresentare coerentemente la realtà conosciuta.

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A GIANNI NON INTERESSA LA REALTA’

Se Gianni sostenesse che “la muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona“, per dimostrare che la muraglia cinese sta in Cina potresti mostrare fotografie, guide di viaggio, atlanti, documentari, testimonianze di amici cinesi, libri di storia. Ma tutto ciò potrebbe essere inutile.

Non per colpa dei tuoi atlanti o delle tue fotografie. Non per colpa del tuo amico cinese o delle tue guide di viaggio. Ma per colpa di Gianni stesso. Si perché fondamentalmente A GIANNI NON INTERESSA LA REALTA’. Non cerca riscontri oggettivi alle proprie credenze. Non mette in discussione le proprie convinzioni.

STOCKHOLM SYNDROME

Gianni é talmente abituato a stare nella sua prigione di convinzioni (anche se non é detto ci si trovi poi così comodo) che  la difenderà a spada tratta, percependo come un attacco qualunque cosa potesse anche solo potenzialmente intaccarla. Perché Gianni ha paura ad uscire da quella prigione che conosce benissimo ed in cui sa come muoversi. Ecco che quindi Gianni bollerà tutte le prove in grado di distruggere la sua convinzioni  come “roba noiosa da leggere, poco interessante, di parte e magari anche falsa”.

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Brooks, dopo aver passato l’intera vita in carcere, alla notizia della sua scarcerazione tenta di uccidere un altro detenuto per prolungare la sua stessa prigionia (Le ali della libertà)

UN CRIMINE

Se la stupidità é una condizione sfortunata e pericolosa e l’ignoranza é una condizione risolvibile, la negazione della conoscenza é certamente un crimine.

Negando di affrontare l’evidenza, quindi, Gianni commette un crimine di cui é il solo responsabile.

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COLPA DI GIANNI E DI CHI LO NUTRE

Pur non discolpando Gianni é comunque innegabile che la sua negazione della realtà derivi ANCHE all’humus culturale in cui é immerso. Perché vi sono anche molti altri “Gianni” a cui fa comodo che Gianni stesso resti com’é e fanno di tutto per alimentarlo e stimolarlo con cibi adatti a mantenerlo così.

Come un alcolizzato che fin da giovane é stato spinto a preferire i liquori in base al maggior tasso alcolico e non in base ad un gusto addestrato da corsi da sommelier, a Gianni é sempre e solo stato insegnato a descrivere/descriversi grossolanamente la realtà; più con la pancia che attraverso analisi logica e riscontri oggettivi.

A ciò hanno contribuito l’ambiente in cui é cresciuto, la famiglia in cui ha vissuto, gli amici che si é scelto, gli insegnanti che più l’hanno coinvolto, le cose che ha letto e sentito.

Se Gianni non ha una propensione personale a documentarsi e l’ambiente in cui é cresciuto lo ha abituato a leggere poco e/o a leggere male sarà sicuramente molto più a suo agio nella fruizione di testi che rispondono con semplicità alla sua pancia. Si troverà più a suo agio coi brevi servizi di Striscia la Notizia e con gli schiamazzi populisti che con la lettura di OpenData come dati Istat ed Eurostat o con testi troppo articolati e complessi.

Se poi Gianni si trova in un ambiente particolarmente avverso ai valori di precisione, merito, ricerca, dialogo ed analisi come l’Italia attuale (NB: non che all’estero sia tutto meglio, ma qui gli italici modelli di riferimento stan facendo danni a livelli diversissimi e in tutti i campi) una certa colpa va addossata pure all’humus di cultura popolare italiana.

giornali

HUMUS CULTURAL-POPOLARE ITALIANO

Nell’Italia che legge poco e principalmente i libri acquistabili al supermercato, con almeno un terzo della popolazione dichiarata analfabeta funzionale, in cui l’istruzione scolastica fornisce una preparazione scarsa (rapporto OCSE 2014), con una copertura internet arretrata e conseguente alto analfabetismo digitale, in cui la gente legge più riviste settimanali che quotidiani, e s’informa principalmente attraverso Tv e Social Network, appare chiaro quante difficoltà può trovare il nostro Gianni.

Viste le premesse non stupisce il fatto che il dialogo nazionale vada avanti a colpi di emergenze emotive. Con la spinta degli introiti da grandi numeri e la scusante esteriore della simpatia si é lasciato sempre più spazio ad un tipo di comunicazione eccessiva, semplicistica ed inaccurata.

PROPAGANDA AUTORIGENERANTE

Ogni giorno escono a ritmi frenetici migliaia di articoli, post, commenti, tweet e servizi formanti un flusso mastodontico che investe la persona, la quale ormai si percepisce sempre meno figura che deve cercare le informazioni utili, e più utente raggiunto dalle notizie.

La mole di notizie che investono la persona la obbligano ad impiegare il suo tempo in un’operazione di rapidissima e frenetica scrematura quantitativa dei dati. Per ogni articolo letto per intero sono stati scartati decine e decine di titoli e foto che tuttavia, passando davanti agli occhi della persona vengono letti ed assorbiti.

A causa del gran numero e la rapidità con cui questi brandelli d’informazione passano sotto gli occhi di tutti, DI FATTO l’immaginario popolare viene plasmato più facilmente da immagini come questa che da argomenti che illustrano la realtà scientifica dei fatti (ossia che i migranti che giungono in Italia sono più sani degli italiani stessi):

ebola-falso-facebook

(bufala priva di fondamento)


Allarmi di questo tipo vengono lanciati continuamente sui social network per esser visualizzati, rigirati, riportati, riscritti, copiati, rilanciati e, qualora ottenessero un certo successo, fatti proprio da blogger, giornalisti e politici che, per ottenere visibilità/visualizzazioni/consenso rilanceranno con maggior forza.

Il nostro Gianni, dopo aver esser stato raggiunto qualche decina o centinaia di volte da notizie simili avrà sicuramente assorbito il meme “gli immigrati portano l’ebola” e non andrà ad informarsi oltre: se ha già pregiudizi verso gli immigrati avrà già fatto sua quest’idea. Poco importa che sia tutta una balla e la realtà sia esattamente l’opposto (ossia che gli immigrati, più che portare malattie si ammalano quando arrivano in Italia).

Oltre alle bufale vere e proprie circolano allo stesso modo mezze verità, letture parziali dei fatti, esagerazioni gargantuesche ed ipersemplificazioni in un deleterio mix in cui un servizio al telegiornale può parlare di uno scambio di tweet tra un politico ed una soubrette a proposito di un’allarme-bufala lanciato da un blog che ha citato una frase falsa attribuita alla moglie del direttore del telegiornale, scatenando schiere di tifosi da smartphone che si lanciano in battaglie a suon di tweet, post e like a favore o contro la notizia. L’informazione diventa intrattenimento-spettacolo e le diverse opinioni vengono irregimentate in tifo da stadio. La natura stessa dei social network tende a premiare proprio quest’ultimo aspetto, livellando i dialoghi al minimo comun denominatore (tu tiri pietra – io lancio sasso) rendendolo DI FATTO il modo moderno di “dialogare”.

TUTTO QUESTO SENZA MAI VERIFICARE LA VERIDICITÀ’ DELLE AFFERMAZIONI LETTE E SOSTENUTE

La mancata distinzione tra informazione ed intrattenimento crea di fatto una forma di propaganda autorigenerante in cui sono le stesse persone suggestionate ad alimentare unilateralmente ciò che li ha suggestionati riproponendolo e rinnovandolo, distruggendo la distinzione fatta ad inizio di questo articolo, tra opinione e descrizione della realtà.

Ecco come negli ultimi anni il chiacchiericcio del momento é stato preso in ostaggio dai diversi Frame (sempre nuovi perché lo storytelling deve sempre essere fresco e affascinante):

“pericolo lavavetri”, “imprenditori suicidi”, “boom stupri”, “mandiamo a casa la casta”, “Berlusconi innocente”, “Toghe rosse”, “scandalo auto blu”, “Corona incarcerato per una foto”, “i clandestini ci stanno invadendo”, “questo governo non é stato votato”, “ridateci i nostri marò”, “L’Europa ci comanda” oltre a decine e decine di “rivelazioni” mai fatte, “ricerche” irreperibili. Il tutto utilizzando perlopiù un linguaggio urlato a volte cartoonesco,  ma sempre attento più alla forma accattivante che all’attendibilità del contenuto.

Il risultato é l’aver impantanato ogni dialogo nazionale in uno sciocco chiacchiericcio monopolizzato da meme che sostituiscono la realtà dei fatti e che all’orecchio di chi si é preso la briga di documentarsi suonano assurde come  “La muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona” o “due più due fa cinque”. Ma guai a negarle! Se ci provassi verresti subito tacciato di essere via via noioso / poco interessante / di parte / arrogante / radical chic / il solito sessantottino / uno dei centri sociali / fascista / anarchico / marziano.

Non c’é che adattarsi. Prendere una pastiglia omeopatica, farsi fare un massaggio shiatsu, chattare su Facebook a proposito di quel post letto di sfuggita e mi ha indignato tanto per poi andare in centro (stando ovviamente lontano tutti i negri per non prender malattie) a comprare quel nuovo prodotto “bio” che tutti dicono faccia benissimo. Ma prima dovrò prelevare dei contanti alla mia banca che sarà certo in mano a degli ebrei.

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