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La battaglia per gli Orti urbani di Livorno, il costruttore tira dritto: salda il prezzo ed evoca lo sgombero. Gli attivisti: “Porteremo la protesta in Regione”

17 Ottobre 2026 ore 09:35

Nello stesso giorno in cui a Livorno si radunavano circa un migliaio di persone per difendere gli Orti urbani, il costruttore Frangerini annunciava di star perfezionando l’acquisto dell’area e di voler andare avanti con il progetto. La giornata di venerdì 16 ottobre segna un passaggio importante della battaglia per i sei ettari di verde di via Goito. Studenti, docenti e comitati hanno sfilato in corteo, ripetendo lo slogan: “Chi semina cemento raccoglie resistenza”. Da piazza Cavour sono arrivati proprio in via Goito, dove si sono riuniti in assemblea per capire come proseguire la mobilitazione nelle prossime settimane. Soprattutto alla luce delle recenti dichiarazioni di Stefano Frangerini. L’imprenditore edile ha spiegato in un’intervista a Il Tirreno che entro lunedì salderà il prezzo per proseguire con l’acquisto dell’area degli Orti, che si è aggiudicato all’asta a fine giugno, per circa un milione e 200mila euro, versando una caparra intorno ai 100mila. Non intende mollare, dunque, nonostante il Collettivo – che 14 anni fa ha ripulito e occupato i terreni e li ha trasformati in uno spazio sociale autogestito – continui a battersi per lo spostamento degli indici edificatori su un’area già urbanizzata, per evitare un’ulteriore cementificazione e altro consumo di suolo.

Il pagamento, però, non equivale ancora alla consegna materiale del terreno. Come dichiarato dallo stesso Frangerini, sarà il tribunale a dover completare il trasferimento dell’area, che il costruttore pretende di ricevere libera da persone e cose. Il suo legale ha già sollecitato l’Istituto vendite giudiziarie affinché venga eseguita la liberazione. Sullo sfondo c’è anche il cambio al vertice della Prefettura: Giancarlo Dionisi andrà in pensione il primo novembre e Frangerini ha lasciato intendere di attendersi che il suo successore affronti la questione dello sgombero. Uno scenario che preoccupa gli attivisti. “Ora che Frangerini perfeziona l’acquisto, la partita politica torna tutta nelle mani dell’amministrazione comunale”, dice a ilfattoquotidiano.it Giovanni Ceraolo di Usb, tra i promotori della mobilitazione. La richiesta resta quella avanzata da settimane: aprire un nuovo tavolo con il costruttore per trasferire altrove la capacità edificatoria prevista dal Piano operativo. “È una strada percorribile e a Livorno è già stata utilizzata in passato. Il Comune deve scegliere se vuole che in via Goito si costruisca oppure se vuole davvero cercare una soluzione alternativa”.

In queste ultime settimane, il confronto istituzionale si è fermato. “Negli ultimi quindici, venti giorni non abbiamo più avuto contatti né con il Comune né con la Prefettura”, spiega Ceraolo. Il Collettivo annuncia però di voler continuare la battaglia su due fronti: da una parte la mobilitazione e la resistenza pacifica a un eventuale sgombero, dall’altra quello amministrativo e legale. “Abbiamo incontrato avvocati e giuristi esperti di urbanistica e presenteremo una diffida formale all’amministrazione sul Piano operativo. Se poi verrà approvato un piano attuativo, valuteremo anche eventuali ricorsi al Tar”, aggiunge. Per ora, dicono gli attivisti, non è ancora arrivata un’intimazione formale di sgombero. Ma il timore è che la situazione possa accelerare dopo il perfezionamento dell’acquisto e l’arrivo del nuovo prefetto. “Siamo preoccupati che il costruttore possa entrare nell’area e iniziare a intervenire prima ancora che la partita politica sia chiusa, come successo a Reggio Emilia con il Bosco Ospizio”, dice Ceraolo. Il Collettivo ribadisce quindi di essere pronto a opporsi pacificamente alla liberazione dei terreni.

In ogni caso, quella di venerdì non è stata e non sarà l’ultima manifestazione. Dall’assemblea negli Orti è uscita la proposta di portare la vertenza direttamente a Firenze, davanti alla Regione Toscana. La data deve ancora essere decisa, ma Ceraolo assicura che sarà il prossimo passaggio della mobilitazione. “La Regione e il governatore Eugenio Giani devono dirci se intendono difendere questo spazio verde o sostenere la possibilità di costruirci”, commenta Ceraolo. E conclude: “Le istituzioni politiche devono prendersi la responsabilità di fare una scelta definitiva. Se il Comune deciderà di proseguire con lo sgombero, dovrà essere pronto ad accettare tutte le conseguenze sociali e politiche del caso”.

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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione (seconda puntata)

10 Dicembre 2024 ore 11:13

Nella prima parte di questa disamina abbiamo affrontato due differenti approcci: quello che pretende che il potere garantisca la fruizione in sicurezza dell’adrenalina facile e quello colpevolizzante verso l’escursionista per scaricare su di lui le responsabilità di politica e marketing, cioè di chi l’ha invogliato a andare in montagna promettendo adrenalina facile e sicura.
In questo secondo pezzo vorremmo dar conto della visione Molotov, che è radicalmente opposta a entrambi agli approcci precedenti, perché li considera facce della stessa medaglia: l’estrattivismo turistico che va contestato in maniera radicale. La voce molotova promuove la conoscenza e il rispetto del territorio, la consapevolezza dei propri limiti e la responsabilità nell’assunzione del rischio. Per farlo, a seguito di una prima analisi, utilizzeremo un esempio assurto alle cronache quest’estate.

PARTE TERZA
– La versione Molotov –

Le vere lacune, quello che manca in toto nel dibattito, sono conoscenza e consapevolezza di quel che si sta andando a fare. È più che evidente. E infatti si commentano drammi senza capacità di analizzarli, additando.
Se ipotizzassimo una libertà di scelta consapevole e informata non sarebbe necessario garantire qualcuno, ma semplicemente assumere responsabilità senza pretesa di voler distribuire colpe. Come in ogni cosa della vita se ci si infila nei casini ci si arrangia, se non si è sicuri si evita.

Detto in pratica, secondo noi la responsabilizzazione avrebbe senso se servisse a smontare l’idea che tanto, dovesse andar male qualcosa, qualcuno dall’alto dei cieli aiuterà se non si è capaci, se non si è ragionevolmente al sicuro.
Semplicemente deve essere reso chiaro come dato ambientale che non ci si può fidare al 100% di nessun cavo, che non ci si può fidare di nessun sentiero, mappa, tacca, cartello, app, di niente e nessuno.
Ci si può fidare di quello che si sa valutare, si impara a farlo non fidandosi, e non si è comunque del tutto immuni dal rischio. Riassumendo va sviluppata competenza a saggiare il territorio, a calarcisi dentro e non a starci sopra: la mappa non è il territorio.

La consapevolezza di una scelta, in questo caso estrema: Hansjörg Auer in solitaria e slegato sulla Via attraverso il pesce alla Punta Rocca in Marmolada.

C’è caso e caso: c’è chi assume la propria responsabilità conscio di quel che affronta e c’è chi non ha il senso dello stare in montagna tenendo conto degli altri.
Tornare ‘slegati’ da un sentiero impervio e selvaggio, anche attrezzato, oppure scegliere di salire ‘slegati’ un itinerario alpinistico, osare quindi, è una cosa. E fa parte del gioco, pericoloso certo ma consapevole. Altra cosa è mettersi in mostra in una situazione turistica, non sapere cosa si rischia e si fa rischiare a chi è intorno.
Per un sacco di ragioni. La prima che ci viene in mente è che se il terreno è isolato o poco frequentato si rischierà in proprio. I pericoli oggettivi sono comunque dietro l’angolo, ma non più che in ogni cosa della vita.

Conoscere bene una zona e i propri limiti aiuta a saper valutare con sufficiente precisione e a ‘mettersi in sicurezza’. La stessa persona, con la stessa esperienza, saprà cambiare approccio di salita o discesa in relazione a un contesto diverso, da parco divertimenti. Ecco perché se si è su un tratto attrezzato zeppo di gente non è buona prassi passare slegati. Perché si fa rischiare, oltre a rischiare in proprio. L‘appiattimento di sfumatura che porta con sé l’iper-frequentazione non dà ragione di queste dinamiche spicce, figuriamoci di altre, ben più delicate.

OUTRO
– Un esempio –

Prendiamo un esempio di cronaca e una ferrata che risponde al criterio dello snaturamento storico in ottica turistica: la Bepi Zac alle cime di Costabella.
Una ferrata storica importante, in una regione a vocazione turistico-alpina talmente forte che va tenuta in piedi a qualsiasi costo. Ricordiamo qui che i grimaldelli che tengono in vita con accanimento questo come altri percorsi, sono l’inserimento delle infrastrutture della grande guerra tra i beni culturali protetti dal codice Urbani e la “sicurezza”.

L’invasività dei lavori di consolidamento e “messa in sicurezza” della Ferrata Bepi Zac alle creste di Costabella.

Il fatto è il seguente:
alcune famigliole portano i bambini slegati sulla ferrata Bepi Zac che percorre sfasciumi in quota e sale fino attorno ai 2700mslm. Le foto sono state scattate nel secondo tratto, in zona Costabella.
Di pericoli oggettivi ce ne sono, caduta massi ad esempio, ma non è nemmeno questo il punto, è proprio che ci sono passaggi esposti (come nella quasi totalità dei casi quando c’è un cavo) e portarsi un pargolo in braccio perché incapace a percorrerla (e forse spaventato) non pare il caso, tout court.
A cadere su un terreno del genere ci si può far male-male; se si cade con un bimbo in braccio ci si è comportati idioti.
Premesso questo, e che portare figli piccoli senza attrezzatura è promuovere l’incultura e non la cultura della fruizione della montagna, il dibattito a cui normalmente si assiste in questi casi è fuorviante, e suona più o meno sempre allo stesso modo: «criminali», oppure «se i tizi fossero dei super esperti della zona che avessero valutato quello che stavano facendo e non dei turisti sprovveduti?»

Per quanto ci riguarda restano vittime del marketing. Possono essere tra i più esperti dell’Universo, sono però in un ambiente altamente frequentato, in cui il pericolo oggettivo è in primis l’affollamento (le scariche di sassi che ne possono derivare, attese lunghe e estenuanti fissi a un cavo, cadute altrui…).
Altrettanto oggettivo è il fatto che un figlio piccolo non può essere esperto, che il genitore sta decidendo per lui (al punto che in alcuni scatti il genitore se lo carica in collo).
Se ti cade un etto di sasso sul braccio che fai?
È la visione indotta del marketing, in cui l’escursionista-consumatore viene preso in trappola, è la modalità di vendita della fruizione a proiettare l’immagine per cui basta spendere, comprare l’attrezzatura cara, per essere sicuri e al sicuro.
Aggiungiamo poi che se il terreno di gioco è quello alpinistico, in cui il potere d’acquisto applicato alla retorica e al terreno acrobatico, al linguaggio spesse volte ricalcato da quello bellico – militarista –, essere indotti nell’abbaglio del superuomo che fa tutto da solo è un passo brevissimo.
Comportamenti del genere su terreni a zero possibilità di sperimentazione, che obbligano a seguire un tracciato più pedissequamente che una via alpinistica o un sentiero, sono stupidi e non del tutto consapevoli.
È una protesi del gioco che l’imprenditoria e la politica stanno costruendo sulla pelle delle valli e delle cime.

In conclusione non caschiamo nel gioco: sono le scelte di indirizzo a generare i mostri cui la politica che le ha prodotte non vuole rispondere in maniera proficua.
La responsabilità è politica, la colpa è del modello economico che ha intenzione di sfruttare ancor di più la montagna in ogni modo, oltre qualunque limite di ragionevolezza.
In altre parole: se si precludono i corridoi faunistici agli orsi che si è ‘preteso’ di importare sul territorio anche per aumentare l’afflusso turistico, salvo poi lamentarsi del loro sovrannumero e proporre come unica soluzione l’abbattimento, si sta giocando con la pelle degli animali non umani.
Se si rendono instagrammabili i sentieri, con panchine giganti e ammiccamenti acchiappa click, perché si vuol far crescere il turismo in maniera esponenziale e incontrollata ma poi li si chiude quando qualcuno si fa male, si sta giocando con la pelle degli animali umani.
Se si trova normale spendere valanghe di soldi per alimentare i comprensori sciistici (o per realizzare skidome al chiuso in assenza di neve), per alimentare la speculazione edilizia, per realizzare Olimpiadi che lasceranno scheletri e macerie; se si pretende eliminare il rischio nelle attività ludiche criminalizzando per decreto o divieto ma si dà per assodata l’alta probabilità di farsi male in quell’obbligo alienante che è il mondo del lavoro si sta giocando con la pelle della società.

Così facendo le amministrazioni e governi dimostrano di prendere scelte politiche di indirizzo che non manifestano rispetto alcuno verso i luoghi, verso le differenti specie animali che abitano quei luoghi, nessun rispetto anche verso le persone che abitano la montagna o che vengono da fuori, invogliate ad andare a ‘fare il ponte tibetano’ con la stessa spensieratezza con cui andrebbero nell’ennesimo inutile nuovissimo iper mega centro commerciale.
In questi precisi ambiti queste scelte vanno censurate e attaccate.
Servono cultura e capacità interpretative, sensibilizzazione, non overdose di emozioni indotte, normate da chi al primo guaio provocato si lava le mani e risponde con l’unico strumento che padroneggia: la repressione.

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