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È morto a 73 anni Beppe Angiolini, il visionario buyer fondatore di Sugar ad Arezzo

17 Ottobre 2026 ore 08:49

Alle 5 del mattino si è spento nella sua abitazione di Arezzo Giuseppe Angiolini, conosciuto a livello internazionale nel fashion system semplicemente come Beppe di “Sugar“. Figura centrale nelle dinamiche dell’industria della moda e pioniere delle moderne strategie di distribuzione del lusso, avrebbe compiuto 74 anni il prossimo 5 dicembre. Da tempo lottava contro una malattia che non ne aveva intaccato l’entusiasmo e la lucidità professionale.

Beppe Angiolini non è stato soltanto uno dei buyer italiani più influenti degli ultimi quarant’anni: è stato un interprete culturale della moda, un innovatore del retail, un talent scout capace di anticipare i cambiamenti del gusto prima che diventassero fenomeni globali. Fondatore di Sugar, voce autorevole di Camera Buyer Italia, direttore artistico e consulente, Angiolini ha incarnato una figura rara nel fashion system: quella del buyer che diventa creatore di immaginari, ponte tra stilisti, mercato e pubblico. Ha portato il concetto di negozio a un livello culturale, ha trasformato Arezzo in un crocevia creativo, ha influenzato generazioni di addetti ai lavori. Ha anticipato la moda in ogni sua evoluzione, senza mai perderne la poesia.

La notizia del decesso è data dal Corriere di Arezzo. Le esequie dell’imprenditore devono ancora essere organizzate.

Gli inizi: un anticonformista in una città che non lo capiva

La sua storia inizia da un gesto controcorrente. “Con la moda non c’entri niente”, gli dissero i genitori quando nel 1979 annunciò che avrebbe aperto un negozio invece di lavorare nell’azienda agricola di famiglia. Ma a 19 anni, con i pantaloni a zampa, i cappotti lunghissimi e una cura ossessiva per il colore, Angiolini aveva già la sua direzione. “Già i miei compagni mi guardavano come un eccentrico”, ricordava. “Ma la moda per me era un fatto culturale: cambia ogni sei mesi, si rinnova, ti obbliga a metterti in gioco. Non potevo far finta che non fosse la mia strada”. Arezzo, allora, non era certo una capitale creativa. Eppure lui intuì che anche in provincia si poteva fare avanguardia.

Chi frequenta i front row delle settimane della moda milanesi e parigine lo ricorda come una presenza fissa e inconfondibile, lontanissima dagli eccessi visivi e dalle stravaganze a favore di flash che spesso animano gli ingressi delle sfilate. Osservava le uscite con l’occhio silenzioso e analitico del buyer d’esperienza, capace di valutare in pochi secondi la caduta di un tessuto, la pulizia di un taglio e la reale vendibilità di una collezione sui mercati internazionali.

Sugar: quando un negozio diventa un luogo culturale

Il primo punto vendita Sugar nasce tra il 1978 e il 1979, in anni in cui il Made in Italy muoveva i suoi passi più audaci con Armani, Versace, Ferré. Angiolini captava quell’energia e decideva di portarla in città. “All’inizio avevo solo piccoli marchi e brand sconosciuti”, ricordava. “Ma volevo dare l’idea che anche qui si potesse trovare qualcosa di speciale”. È un’intuizione radicale per l’epoca, quando lo shopping è ancora un gesto funzionale e il concetto di concept store non esiste. Sugar cambia le regole: ambientazioni curate come set cinematografici, selezioni in anticipo sui tempi, un dialogo costante con arte, design e architettura. Negli anni ’90 il negozio si espande, diventando più punti vendita. Poi, nel 2018, la svolta definitiva: il trasferimento nel restaurato Palazzo Lambardi, ribattezzato “Palazzo Sugar“. Affreschi, soffitti lignei, mosaici romani inglobati nel pavimento convivono con abiti di ricerca e installazioni contemporanee. Il retail diventa una narrazione. “La boutique fisica è il tuo biglietto da visita, racconta chi sei. Lo shopping online ti porta nel mondo. Oggi le due cose devono parlarsi”, diceva in anni in cui molti nel settore faticavano a capirlo.

Il buyer come visionario: istinto, ricerca, coraggio

Per Angiolini il buyer non era un ruolo tecnico: era un lavoro ad alto tasso creativo: “Questo mestiere devi avercelo dentro. L’esperienza serve, ma è una questione di istinto”, ripeteva spesso. La sua capacità di “sentire” i designer giusti al momento giusto è una delle chiavi del suo mito. Negli anni ’80 e ’90 sostiene Romeo Gigli, Jean Paul Gaultier, Giorgio Armani, Prada. Nel 2000 intuisce la rivoluzione estetica di Hedi Slimane per Dior Homme e poi per Saint Laurent. Negli anni 2010 lancia il Gucci di Alessandro Michele, che proprio da Sugar trovò una delle sue prime sponde più convinte. “Sono molti i nomi che mi hanno dato soddisfazioni. Sono loro che hanno fatto la storia della moda, e per me hanno segnato dei cambiamenti importanti”. La sua lettura delle tendenze era semplice: “Non esiste più un diktat. C’è libertà. L’importante è vestirsi tenendo presente se stessi. Ma sento che un po’ di eleganza, più armoniosa, sta tornando”.

Arezzo come capitale culturale della moda

Una delle sue imprese più sorprendenti non riguarda la moda in sé, ma la geografia della moda. Grazie a Sugar, Arezzo diventa una meta corteggiata da buyer internazionali, fotografi, stilisti, clienti globali. “Tra un Pitti e una Milano Fashion Week, chi può passa da Arezzo per vedere cosa ha fatto Beppe”, si dice nel settore. Angiolini amava profondamente la sua città, di cui è stato direttore artistico e promotore culturale. “Arezzo è il mio grande amore. Dobbiamo pensare mondo. Volare più alto”. Si batteva per una città più connessa, più ambiziosa, più consapevole della sua ricchezza artistica. Spesso citava con ammirazione gli interventi di Patrizio Bertelli sul patrimonio storico: “Condividiamo la stessa passione: conservare e far vivere la bellezza”.

Dietro l’immagine del professionista veloce, riservato, sempre in viaggio, c’era un uomo generoso e curioso: “Ho solo pochissimi minuti”, diceva quando lo si chiamava per un’intervista. Poi restava al telefono un’ora, senza perdere mai lucidità né passione. Il suo mantra? “Non credere in ciò che fai è l’unico errore da non commettere”. Sugar resta il suo manifesto: un luogo dove la moda si guarda, si tocca, si comprende. Dove la bellezza diventa esperienza. Dove il retail diventa racconto. E resta soprattutto la sua lezione: essere fedeli alla propria visione, sempre. Anche quando il mondo intorno non è ancora pronto a capirla.

L’impegno per il distretto dell’oro e la candidatura a sindaco

Nonostante il consolidato successo globale e la presenza fissa nei salotti televisivi per l’analisi dei look in occasione di grandi eventi mediatici come il Festival di Sanremo, Angiolini ha mantenuto un legame operativo inossidabile con il proprio territorio. Ha ricoperto il ruolo di direttore artistico di Arezzo Oro, mettendo le proprie competenze a disposizione del distretto orafo locale, e ha coltivato una lunga collaborazione con Franco Marinoni e la Confcommercio. Un impegno civico culminato la scorsa primavera con la discesa in campo per le elezioni amministrative, proponendosi come candidato sindaco in un progetto politico guidato dalla volontà di rilanciare l’immagine della città.

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Woolrich, nata per vestire i cacciatori rinuncia alle pellicce in Europa

15 Ottobre 2026 ore 14:54

Continuano ad aumentare i marchi e le maison che rinunciano alle pellicce. Tra gli ultimi ad annunciare ufficialmente un impegno fur-free, in collaborazione con la Fur Free Alliance (coalizione di 45 organizzazioni per la protezione degli animali presenti in oltre 30 Paesi) è il marchio internazionale di outewear Woolrich Europe. 

L’annuncio arriva dopo l’invio all’azienda di oltre 200mila email e le manifestazioni davanti ai negozi in tutta Europa. Con il passaggio a novembre 2025 del marchio “Woolrich” per i territori di Europa, Turchia e Federazione Russa al nuovo proprietario BasicNet si è registrato un cambio di passo che ha portato all’adesione all’iniziativa fur-free di Fur Free Alliance. 

Obiettivo un’Europa fur-free

Questa nuova adesione, sottolinea una nota, giunge in un momento cruciale per il futuro della pelliccia in Europa, mentre la Commissione europea si appresta a rispondere all’Iniziativa dei cittadini europei Fur Free Europe, che ha raccolto oltre 1,5 milioni di firme per chiedere il divieto di allevamento di animali da pelliccia in tutta l’Ue. Era previsto che la Commissione presentasse la propria risposta a marzo, ma la decisione è stata rinviata a dopo l’estate.

Nati per vestire i cacciatori

Fondata nel 1830, Woolrich è considerata il più antico marchio americano di abbigliamento outdoor e ha fornito abiti persino per la Guerra civile americana e per spedizioni in Antartide. Quando nacque in Pennsylvania forniva abiti per cacciatori, taglialegna e trapper.  Oggi Woolrich conta 33 negozi e outlet nel mondo, di cui 23 nell’Unione europea.

Nell’ambito dell’intesa, Woolrich Europe ha aderito al Fur Free Retailer Program internazionale, che conta 1.700 marchi e rivenditori partner in tutto il mondo.
Il marchio cesserà la produzione di nuovi capi contenenti pelliccia animale entro il 31 dicembre 2026, fermo restando lo smaltimento dello stock nel tempo. In pratica, dal 1° gennaio 2027 tutte le nuove collezioni di Woolrich Europe saranno fur-free. L’adesione è una decisione di BasicNet, nuovo proprietario di Woolrich Europe, e si applicherà a tutti i negozi europei di Woolrich. Woolrich Europe si è fatta inoltre parte attiva per cercare di estendere la scelta fur-free alle attività al di fuori dell’Europa, che non sono di proprietà di BasicNet.

Un anno di campagna globale

La Fur Free Alliance aveva lanciato una campagna globale durante le settimane della moda del settembre 2025 per chiedere a Woolrich di seguire l’esempio dei suoi concorrenti – tra cui Canada Goose, Moncler, Napapijri, Parajumpers e molti altri – adottando una policy fur-free e ponendo fine all’uso di pellicce di animali tra cui coyote e cani procione. Due mesi dopo, il gruppo italiano BasicNet ha annunciato l’acquisizione di Woolrich Europe da L-Gam, fondo di investimento con sede in Lussemburgo.

«È un vero segno dei tempi che un marchio nato producendo cappotti bordati di pelliccia per i cacciatori di animali da pelliccia oggi diventi fur-free», doichiara Joh Vinding, presidente della Fur Free Alliance. «Il nuovo proprietario di Woolrich Europe, BasicNet, ha compreso chiaramente che i consumatori di oggi non vogliono avere nulla a che fare con un’industria della pelliccia arcaica e crudele, e chiedono invece materiali più etici, migliori per gli animali e per il pianeta. Complimenti a BasicNet per aver saputo leggere i segnali dei tempi e per aver aiutato Woolrich Europe a entrare nel XXI secolo».

Un segnale per l’intero settore

«Nel corso degli anni abbiamo accolto con favore molti annunci fur-free. La decisione di Woolrich Europe, però, ha un peso particolare», sottolinea Simone Pavesi, responsabile Lav Area Moda Animal Free, «si tratta di un marchio storico di capispalla, un settore in cui la pelliccia è stata a lungo considerata parte integrante del prodotto. Con questa scelta responsabile, il nuovo proprietario, BasicNet, dimostra un impegno reale e concreto verso l’impatto ambientale e sociale della propria produzione, oltre che verso il valore del rispetto per gli animali, un valore sempre più radicato nella nostra società. È un segnale chiaro per l’intero settore».

Nel 2023 la Fur Free Alliance ha condotto con successo una campagna analoga nei confronti del marchio di lusso italiano Max Mara e negli ultimi anni ha collaborato con numerosi marchi, tra cui Gucci, Armani, Prada, Hugo Boss e molti altri, per l’adozione di policy fur-free.

L’allevamento di animali da pelliccia è al momento vietato in 24 Paesi europei e Israele ha proibito la vendita di pellicce così come negli Stati Uniti in 16 città e nell’intero Stato della California. 

Nell’immagine in apertura pellicce in una sfilata di moda a Londra nel 2014 – Photo by Joel Ryan/Invision/AP da LaPresse

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Paninaro. Denudado.

di: Ca Gi
23 Febbraio 2015 ore 15:59

PN

Qualche giorno fa sullo spagnolo Jot Down Magazine é stato pubblicato l’articolo Paninaro: una revolución consumista. che tratta ovviamente dell’omonimo “movimento” italiano anni’80.  Articolo perfetto nel raccontarne storia ed estetica, ma forse un po timido nel mettere a nudo il nocciolo della questione. Impossibile trattenersi dal riempire tale vuoto:

– l’articolo é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale-
[Sorry, I don’t speak Spanish] 
Italy here! Just some observations
1) ALL the (ex?) paninari will say that they didn’t have any social/political/ethical idea just because “we were young and only interested about fun and fashion”
2) ALL the (ex?) paninari grown up developing right-wing sympathy
3) The paninari were openly racist against people from southern Italy (calling them “terroni”: southern douchebag), against every kind of left-ish movement (calling them “china”: chinese communist) and people with un-fashioned clothing and lower economic opportunities (calling them “truzzi”: roughs). If you can read italian language you will easily recognize these features in all the paninari-comicbooks [one example here: http://docmanhattan.blogspot.it/2011/03/ledonismo-violento-dei-fumetti-del.html ] where usually a cool, rich and stylish north-italian guy, subdues and humiliates some south-italian Carabiniere or a bunch of un-fashioned socialists (both portrayed as idiotic losers and cheaters) and ends up conquering a beautiful easy girl.
4) The paninaro style came up in couple of posh High-Schools in Milano, but the media seized it immediately, shaping it trough commercial advertising
5) It’s quite impossible to separate the “paninaro” movement/style/fashion from the commercial brands with which is linked. If you remove Moncler, El Charro, Timberland, Burghy and so on, what remains are only class discrimination and racism. The fact that many (ex?) paninaro still refuse to admit it is because of hypocrisy or because they are still unaware of their true nature.
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Manca però un sesto punto che parli del cosiddetto “disimpegno” dei paninari. Gli anni ’80 vengono raccontati come un decennio che cercò di scrollarsi di dosso le brutture degli anni di piombo con una “botta di vita” ma é particolarmente evidente come questo “scrollarsi di dosso” (ed i paninari sono un’ottima rappresentazione di QUESTO aspetto di quegli anni) non fu affatto un superamento delle tensioni sociali, economiche ed ideologiche che caratterizzarono il decennio precedente, bensì un generale “volgersi da un’altra parte”.

Ubriacarsi per dimenticare / Ballare per non pensare Se vi fu una condanna del decennio precedente fu meramente una condanna “estetica” e non etica: si condannarono genericamente gli eccessi ma senza affrontare le questioni di base.

Bandiera bianca: ognuno resti nella propria trincea e tiriamo fuori il vino!

QUEGLI anni ’80, gli anni ’80 dei paninari, son stati anni mascherati da day-after party: ai primi accenni di doposbornia dal decennio precedente si é semplicemente voluti passati ad un diverso tipo di ubriacatura che ha mascherato i sintomi esteriori negativi pur continuando ad alimentare ciò che li aveva causati.

RACCONTARSELA che un cambio di stile sia segno di un cambio di natura é il tratto tipico di chi non vuole fare i conti con la storia e vuole/deve celare agli altri (e magari pure a sé stesso) proprio quella natura che non affronta apertamente.

Non disimpegno, quindi, ma ipocrisia e conformismo, (mal)celati attraverso l’originalità di una codificazione estetica che ironicamente si rivela cartina al tornasole dei tratti essenziali (elitismo, classismo, razzismo, snobismo) da cui se ne comprende facilmente l’etica sottostante.

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