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Carosello napoletano

16 Giugno 2026 ore 22:00

di Giovanni Iozzoli

Michele Franco, Carosello napoletano. Interventi sulla città, autoproduzione, Napoli, Aprile 2026, pp. 495, scaricabile gratuitamente qui.

Michele Franco è una di quelle figure che, attraversando nei decenni la scena politica di alcuni territori – nel nostro caso l’area metropolitana di Napoli -, esercitano un ruolo e una funzione non solo militante ma anche intellettuale, contribuendo alla lettura delle trasformazioni dei territori stessi. In un’epoca di apologia acritica del giovanilismo, c’è ancora un disperato bisogno di intelligenze che incarnino, anche biograficamente, la continuità della presenza e dell’analisi, soprattutto dentro le convulsioni di una metropoli come Napoli. Figure preziose in cui “rosso ed esperto” si fondono e l’inchiesta sociale diventa presupposto e risultante dei processi di organizzazione.

Questa ponderosa raccolta di scritti – che attraversa quasi un cinquantennio di militanza ed elaborazione – è stata pubblicata, in ere geopolitiche differenti, dentro bollettini, documenti, giornali, blog, riviste cartacee e digitali. Aver messo in fila cronologicamente e reso disponibile questa mole di documentazione, consente di uscire dalla logica polverosa degli “archivi di movimento” e considerare piuttosto questi materiali come una cartografia della metropoli, dei suoi conflitti, delle sue metamorfosi sociali e produttive. Uno strumento attuale di lavoro politico, dunque.

Michele, nella ricca introduzione, ricostruisce per somme linee il suo percorso politico e intellettuale: l’esplosione del ’77, l’approdo all’autonomia operaia (sponda Rosso-Veneto) e la straordinaria deflagrazione del post-terremoto, che produsse nella metropoli partenopea livelli di conflitto formidabili. Tale specialissima condizione, nella ricostruzione della storia sociale napoletana, rende inadeguato lo schema narrativo che racconta il decennio ’80 solo in termini di “riflusso”:

Occorre ricordare che nei primi anni ’80, nell’area napoletana, i fattori di cosiddetto riflusso culturale e politico – che cominciavano ad affermarsi in forme rovinose e destrutturanti nel resto del paese – furono attutiti e percepiti con meno nettezza da una condizione sociale di diffusa mobilitazione che ancora permaneva. Infatti, nell’area partenopea, vivemmo una sorta di dilatazione temporale del ciclo di lotte degli anni 70, la quale derivava dalle lotte post-terremoto che, fin dai primi giorni dopo il sisma, attraversarono, con forme di esemplificazione radicali, la metropoli almeno fino alla metà degli anni 80. (pag. 4)

Le giovani generazioni che si affacciavano alla politica nel decennio ’80 a Napoli, potevano contare su un quadro di mobilitazione sociale ancora vivo e attivo – il fronte casa/lavoro ma anche la deindustrializzazione che ridimensionava il peso sociale delle partecipazioni statali, in primis l’Italsider e l’Alfa e degradava territori e aspettative. Il fattore centrale di ogni lettura restava l’evento terremoto, che assunse la funzione di formidabile acceleratore della modernizzazione degli assetti in tutta la Campania; l’area metropolitana fu letteralmente ridisegnata, così come l’intero arco delle figure sociali e produttive. Chiaro che questo “frullatore” della storia richiedeva uno sforzo di analisi ed elaborazione continuo e sollecito. All’indomani del sisma, nei primi mesi dell’81, scrive l’autore su una pubblicazione dell’autonomia napoletana:

Certamente non tutti i piani di ristrutturazione e di riconversione nascono a ridosso del terremoto del 23 novembre, ma esiste un ventaglio di progetti che faranno registrare delle accelerazioni e delle forzature dalla situazione venutasi a creare dopo il sisma. Non è un caso che un esercito di progettisti, di enti di ricerca, di centri studi, di istituti universitari, si sono lanciati in un “orgia” di proposte e di consigli al potere ufficiale, una testimonianza quindi dell’interesse del capitale affinché la cosiddetta “ricostruzione” marci in una direzione che consenta che il ciclo di accumulazione capitalistica non si fermi ma che si aprano nuove forme di valorizzazione per il capitale. (pag. 12)

E ancora:

Il terremoto è l’occasione storica per il capitale di portare a compimento i suoi progetti nella metropoli partenopea, città “particolare” per il suo ruolo strategico rispetto alla politica d’intervento più generale del capitale nel meridione, sia per la qualità e quantità dei comportamenti conflittuali operai e proletari. (…) L’intervento statale si cimenta ai massimi livelli per recuperare un controllo sociale dimostratosi inadeguato e per un recupero del deficit statale. In questo senso è possibile affermare che ai caratteri tradizionali della spesa pubblica – ristrutturazione dell’intervento, tagli antiproletari – si aggiunge quello di essere il principale strumento per la riconversione territoriale. (pag. 41)

E proprio il dibattito di movimento della Napoli post 1980 – scrittura militante di un’epoca in cui l’analisi della fase è una cosa maledettamente seria – è forse quello che più attira lo sguardo del lettore contemporaneo. Alcuni elementi sembrano profetici, altri decisamente meno, ma le tendenze di fondo sono individuate adeguatamente, sia pur con gli ampi margini di approssimazione che la storia impone alle previsioni umane. Michele in quegli anni è uno dei giovani quadri di movimento che studia le onde del conflitto dall’osservatorio privilegiato dell’internità. Sia pur nel “canone” stilistico dei documenti politici dell’epoca, tutti i nodi vengono squadernati con lucidità: la catastrofe naturale assimilata alla guerra; la deindustrializzazione come riorientamento di grandi flussi di investimento pubblico/privato; la ininterrotta pressione sulla spesa pubblica che da arma proletaria diventerà nel corso del decennio sbilancio cronico e crisi fiscale.

E ancora la dialettica tra iniziativa di movimento e iniziativa armata, nel territorio in cui il Partito Guerriglia pone per tre anni una pesante ipoteca sulla dinamica sociale – e anche qui lo sforzo di assunzione di un punto di vista autonomo in grado di sottrarsi alla pretesa egemonia senzaniana, senza mai scivolare sul terreno della desolidarizzazione o della dissociazione. Una ricchezza di temi e suggestioni che definiscono una narrazione “in diretta” del conflitto e degli attori sociali in campo.

… al di là di come il “caso Cirillo” si risolverà, vogliamo affermare alcune cose da comunisti a comunisti, alle BR.
Bagnoli, Secondigliano, il centro storico, non sono campi di battaglia in cui la rivoluzione si può fare con la divisa del “nuovo partigiano”; queste zone e tante altre di Napoli e del sud, sono i lager diffusi e i laboratori sociali dove il comando del capitale, in tutta la sua violenza, esercita il suo controllo ed estorce il suo profitto. (…)  La trasformazione dei processi proletari di autovalorizzazione in autodeterminazione si dà esclusivamente sul terreno del contropotere, in una accurata dialettica tra iniziativa di massa e azione politica destabilizzante. (pag. 48)

Al netto degli equilibrismi semantici e gergali dell’epoca – che riflettevano la necessità di collocarsi nello spazio stretto della critica marxista, non delle scomuniche – la posizione di movimento era chiara: l’azione brigatista rischiava di spostare il conflitto sociale sul piano della militarizzazione e, proprio dove sembrava porsi come vincente (vedi l’esito “vertenziale” del sequestro Cirillo) lasciava sul terreno macerie pesantissime che avrebbero ostacolato la lotta di classe nella sua fase di sviluppo ulteriore.

Particolarmente centrale in quegli anni, è il rovello epistemologico e politico sul “soggetto”, che in quel drammatico crinale rappresentava forse il nodo più problematico e dibattuto. Napoli fu, tra l’altro, il laboratorio in cui nacquero i Nap, cioè l’espressione più matura di un protagonismo diverso del sottoproletariato, che assumeva valenza rivoluzionaria superando lo stigma storico del movimento operaio ufficiale contro i lumpen. Michele, dirigente per lunghi anni del movimento dei disoccupati organizzati, misurerà sul campo difficoltà e potenzialità delle nuove letture della composizione di classe.

In quegli anni – a Napoli e nel Sud – come compagni autonomi, non ci accontentavamo esclusivamente delle suggestioni e delle oggettive novità analitiche a proposito di fabbrica diffusa o del poliedrico dibattito circa i nuovi soggetti sociali, che costituivano i classici capisaldi teorici del filone politico dell’Autonomia dopo la crisi dello stato piano. Nei territori meridionali cominciavamo a leggere il testo di Alessandro Serafini/Luciano Ferrari Bravo “Stato e sottosviluppo”, il libro di James O’Connor su La crisi fiscale dello Stato ed avevamo conosciuto la vera e propria epopea del Vogliamo tutto di Nanni Balestrini in cui è narrata la vicenda dell’immigrato meridionale incarnato dal buon Alfonso Natella di Salerno, che diventa l’avanguardia di lotta nella cattedrale dell’operaio massa, la Fiat Mirafiori di Torino. (pag. 2)

Michele Franco, come decine di altri quadri politici e sociali, pagherà il suo prezzo alla pratica della “pesca a strascico” che i magistrati mettono in atto in quegli anni per isolare le formazioni combattenti. Colpire le avanguardie sociali e la militanza diffusa, significava mettere in ginocchio i fattori di organizzazione e di direzione politica dei movimenti.

Attraverso le oltre 500 pagine di interventi e riflessioni, si snoda il rosario doloroso delle eterne crisi napoletane che però – anche quando esalano il tanfo della putrescenza – manifestano sempre guizzi di vitalità e rilancio in avanti delle contraddizioni.
Leggiamo qualche titolo: “Dalle mobilitazioni contro l’uso antisociale dell’emergenza rifiuti alle campagne antiautoritarie”; “Mobilitazione popolare e protagonismo delle periferie”; “I primi 100 giorni di Luigi Bonaparte De Magistris”; “Rita De Crescenzo o della ragionevole ideologia”. Munnezza, bassolinismo, produzione di soggettività e discorso pubblico, periferie in fiamme, degrado e riscatto: gli ultimi 25 anni, soprattutto napoletani (ma non solo) squadernati davanti al lettore alla ricerca di un filo rosso che tenga il caleidoscopio partenopeo dentro una dimensione coerente. L’intellettuale – collettivo o individuale – resta quasi abbacinato dalle infinite vie di fuga che frammentano all’infinito i fenomeni sociali a Sud. Si parte dal terremoto – crepuscolo e spartiacque di un’epoca – e si arriva ad un presente inafferrabile, che non si riesce a collocare come “inizio” o come “fine” di qualcosa.

Dal 23 novembre 1980 la città non ha più smesso di mutare pelle e il nuovo impattante terremoto è stata la sua progressiva collocazione dentro i grandi flussi turistici mediterranei. La turistificazione dell’economia napoletana sta ricreando i medesimi effetti della catastrofe naturale: migliaia di persone vengono espulse dal centro storico, masse di f-l si spostano da un serbatoio all’altro del precariato metropolitano, una quantità enorme di attività economiche deperiscono e altre nascono, mentre nuovi ceti e centri di potere si spartiscono finanziamenti privati e fondi pubblici.  L’ultimo ventennio, insomma, è quello in cui il degrado antropologico e il boom turistico intrecciano le rispettive linee di crescita. L’autore conclude, nella post-fazione, con una nota ascrivibile all’ottimismo della volontà:

l’auspicio – dunque – è che riprenda un affatto collettivo orientato ad una pratica di inchiesta permanente – una grande con/ricerca corale – per aggiornare ed adeguare costantemente la lettura e l’interpretazione del complicato sommovimento strutturale, culturale e sociale su cui si fondano le forme di vita e di riproduzione della metropoli partenopea. (pag. 495).

Studiare e organizzarsi, insomma, come sempre la storia del movimento operaio ha imposto ai suoi figli migliori.

Il Castello delle Cerimonie verso la chiusura? Il messaggio che non lascia speranze all’hotel “La Sonrisa” dopo la decisione del Consiglio di Stato

15 Giugno 2026 ore 09:53

“Siamo spiacenti ma non ci sono camere disponibili nel periodo selezionato o ci sono restrizioni nel numero di pernottamenti minimi richiesti”. È questo il messaggio in cui ci si imbatte provando a effettuare prenotazioni sul sito del Grand Hotel “La Sonrisa”, meglio noto come “Il Castello delle Cerimonie”. E poco importa se si seleziona il periodo estivo, quello autunnale o addirittura gennaio 2027. La situazione non cambia modificando il numero degli ospiti e le date di arrivo e partenza. Nella location di Sant’Antonio Abate, in provincia di Napoli, sembra ormai impossibile entrare. Ci si sta definitivamente avviando verso la chiusura? È quel che viene da pensare soprattutto alla luce di quanto accaduto nei giorni scorsi, quando il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso che i Polese, proprietari della location, avevano presentato sperando di poter ribaltare l’ordinanza del Tar Campania, che a sua volta aveva già confermato la revoca delle licenze da parte del Comune.

La decisione dei giudici

I giudici si sono pronunciati tenendo conto della sentenza definitiva datata febbraio 2024, secondo cui i locali de “La Sonrisa” sarebbero abusivi e senza la destinazione turistica-ricettiva. Stando così le cose, la struttura pur rimanendo formalmente aperta non può svolgere attività alberghiera e di ristorazione, e in tal senso andrebbe letta anche la mancata disponibilità di camere evidenziata dal sistema di prenotazione, sebbene proprio nella giornata di ieri si sia svolto un evento dedicato alla scaramanzia napoletana. È giunto il momento di scrivere la parola ‘fine’ per l’hotel del compianto don Antonio Polese?

La voce dei dipendenti

Il prossimo 24 novembre ci sarà l’udienza pubblica per la decisione definitiva nel merito, e prima, il 9 luglio, toccherà alla Cassazione pronunciarsi sui ricorsi avanzati dagli avvocati dei Polese. Certo, ci sarebbe anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo davanti alla quale i legali dell’hotel hanno portato la vicenda, ma come scrive Fanpage i tempi di Strasburgo “sono lunghi e difficilmente potrebbero incidere sulla stagione in corso”. Nel frattempo persone molto vicine alla struttura, come Gaetano Nino Davide, uno dei volti storici che da anni lavora nell’hotel, si mobilitano sui social raccogliendo il sostegno e la solidarietà delle persone. “Il lavoro di una vita merita rispetto e tutela, non può essere cancellato all’improvviso. Lo Stato non deve dimenticarsi di noi: ha il dovere di tutelarci, e farlo con amore prima di ogni altra cosa” si legge in uno degli ultimi post di Nino.

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Il Gattablu di Scampia. Esperienze di de-istituzionalizzazione della psichiatria

3 Giugno 2026 ore 18:00

Questo testo, curato da Nicola Valentino per le edizioni “Sensibili alle foglie”, racconta l’esperienza del “Gattablu”, uno dei primi centri di riabilitazione psichiatrica e psicosociale espressione del vasto movimento basagliano nato in Campania nei primi anni ’90, durante la fase di  chiusura dell’ex Ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi, il cosiddetto “Frullone”. Un’operazione coraggiosa, affrontata con l’entusiasmo e l’ottimismo di quel momento storico, dal prof. Sergio Piro e da un gruppo di operator3 che occuparono piccole costruzioni in stato di abbandono diventate poi la casa della comunità che cura, di cui questo libro ci racconta.

Qui, come in altri centri diurni con la medesima ispirazione ideale, iniziano i processi di affrancamento dalle solitudini, si inizia ad allenare relazioni e dialogo, si potenziano strumenti e abilità che consentono di raggiungere uno stato di benessere soggettivo, sociale, e funzionale. Il Gattablu rappresenta uno snodo cruciale di quel processo di de-istituzionalizzazione che ha rivoluzionato la psichiatria e che ha contribuito e contribuisce a migliorare la vita degli utenti e delle famiglie.

I pazienti vengono coinvolti a vari livelli nella gestione delle attività del centro, anche la preparazione collettiva del cibo stimola l’attività e la tessitura di relazioni affettive. L’arte ha un ruolo centrale come forma di “autocura” , quando l’esistenza diventa difficile, è una risorsa vitale, un mondo in cui ci si rifugia e che rigenera, un’esperienza che esce dal centro ad incontrare il mondo fuori: “dall’arte reclusa all’arte pubblica”.

Le opere diventano installazioni in giardini pubblici, fanno parte di mostre e incontrano collezionisti o appassionati, sono sul carro di carnevali di quartiere a Napoli. Molte opere hanno trovato acquirenti e il ricavato di ogni vendita è andato a beneficio di tutta la comunità, nell’ottica di qualcosa di proteso verso un futuro diverso per ognun.

La vocazione inclusiva del centro, all’interno dell’ampio movimento associativo creato dal basso in quegli anni, porta il Gattablu a intessere relazioni con una vasta rete di soggetti e situazioni. Al Gattablu, (nome probabilmente derivato da un gatto che abitava le strutture, e il blu un probabile riferimento al cavallo blu basagliano), nei più di trent’anni di attività, sono state organizzate iniziative, incontri con altre associazioni, progetti con scuole, occasioni di socialità.

Il libro cerca di raccontare proprio il valore umano e sociale di questa rete di legami sociali indispensabile per la cura della sofferenza psichica, una rete che tiene insieme, come osservava Sergio Piro, sofferenza individuale e sofferenza sociale.

Per tornare sull’arte come come modo per uscire fuori dal centro diurno e aprirsi al mondo, è molto interessante la vasta produzione artistica che include dipinti, disegni, sculture, scrittura di racconti, poesie, pensieri.

La stessa ristrutturazione delle palazzine è stata impreziosita da mosaici e installazioni che, insieme a quanto è rimasto nella struttura, costituiscono un patrimonio che ha bisogno di essere innanzitutto preservato, in particolare da quando, a gennaio 2026, l’ASL ha chiuso il centro e stabilito di procedere alla demolizione delle strutture. In questa fase di regressione nei metodi della cura della malattia mentale e di tagli alla sanità, l’incontro con l’archivio “arte ir-ritata” della Coop Sensibili alle foglie, assume un particolare valore per la divulgazione e la protezione di questo patrimonio a rischio di dispersione o di appropriazione indebita. In attesa  che si apra una nuova prospettiva di esistenza per questa preziosa esperienza di cura e solidarietà.

 Il Gattablu         

Una narrazione delle attività artistiche e sociali del Centro Diurno di salute mentale di Napoli Scampia  a cura di Nicola Valentino

Edizioni : Sensibili alle foglie (pag. 109)

recensione a cura di Nadia Nardi

 

 

 

 

 

 

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