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La nuova “grammatica della guerra”: il dominio dello spazio cibernetico come forma di neo-colonialismo nella Magnifica Humanitas

3 Agosto 2026 ore 07:00

L’orbe tecnocratico, vittima della sindrome di Babele, con la pretesa di definire un unico linguaggio e una sola via del progresso, scorge nell’uso dell’IA uno strumento per accrescere le proprie capacità di controllo sociale. Questa inedita forma di neo-colonialismo, fondata sull’appropriazione di dati come risorsa strategica, si accompagna, nell’enciclica leoniana, ad una costante antropologica che rintraccia nell’uomo moderno l’incapacità di porre dei limiti concreti al retto uso della potenza tecnologica. Animato da una marcata sensibilità geopolitica, il Pontefice americano sottrae il cyberspazio all’illusione della sua immaterialità restituendogli una dimensione tangibile. Il controllo sistematico di infrastrutture digitali, appannaggio esclusivo di grandi attori economici privati, definisce una condizione di oligopolio entro la quale sono questi stessi soggetti a stabilirne le regole di accesso. I Data Center, archivi delle nuove terre rare del potere (dati sanitari, dati demografici, profili epidemiologici) perpetuano un assetto egemonico che riproduce le asimmetrie del potere digitale, ridisegnando una geografia di nuovi centri e periferie globali, guidati da una logica estrattiva unidirezionale. Lo scontro tra imperialismi contrapposti, che Leone XIV individua come uno dei tratti caratterizzanti del cogente ordine internazionale, trova nell’impiego delle nuove tecnologie un acceleratore della rivalità tra “potenze che vogliono conservare il proprio primato e potenze che aspirano a conquistarlo”.

Disinformazione e guerra cognitiva nell’era digitale

La manipolazione e il controllo degli ambienti informativi, nella corsa alla colonizzazione dello spazio digitale, costituiscono un ulteriore terreno di confronto funzionale a preparare culturalmente, mediante la diffusione di narrazioni semplificanti, le condizioni per la guerra cognitiva: una forma di conflitto diretta all’erosione delle capacità critiche e percettive degli individui, che anticipa e alimenta le forme di scontro convenzionale. Lo spazio cibernetico si configura, dunque, come un luogo all’interno del quale vengono condotti “attacchi informatici, manipolazione di dati, campagne di influenza orchestrate con l’aiuto dell’IA [che] possono destabilizzare interi Paesi prima ancora che si arrivi a uno scontro armato aperto”. Prevost riconosce nell’uso strumentale della tecnologia e dell’IA un potenziale vettore di condizionamento sociale, estraneo alla neutralità, e capace di orientare l’opinione pubblica al punto da riscrivere la grammatica dei conflitti contemporanei. Nelle parole del Pontefice:

La conflittualità esasperata spinge verso guerre asimmetriche e ‘ibride’, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico, con l’uso di disinformazione e campagne che alimentano paura, per influenzare l’opinione pubblica.

In questo scenario di vulnerabilità diffusa, l’enciclica leoniana richiama la crisi del sistema multilaterale. La riconfigurazione degli equilibri globali segna il ritorno a un paradigma binario che individua nella contrapposizione amico-nemico la via per ricostruire un’identità collettiva frammentata. La sedimentazione di nuovi immaginari condivisi, sospinti da una “cultura violenta della potenza” trasferisce progressivamente il conflitto dal piano cognitivo al piano materiale, in un processo in cui “la diversità dell’altro […] vissuta come minaccia [alimenta] un desiderio di possesso, volontà di dominio, ambizioni egemoniche […]”. Ne deriva una concezione dell’alterità che tende a identificare la sicurezza con l’accumulazione di capacità militari.

IA e sistemi d’arma

L’implementazione dell’IA nei sistemi d’arma ad autonomia operativa rappresenta, nella riflessione di Leone XIV, il punto di massima convergenza tra innovazione tecnologica e crisi della responsabilità politica. L’intelligenza artificiale e l’imperante narrazione taumaturgica dell’efficienza algoritmica abbassano la soglia del ricorso alla violenza; accompagnate dalla proliferazione di nuovi attori armati che “intrecciano motivazioni ideologiche vaghe con interessi economici”, trasformano la difesa in prevenzione, innescando una spirale securitaria che rende la guerra una condizione permanente, il cui fine ultimo non si sostanzia più nell’ottenimento della “vittoria definitiva”, bensì nella “perpetuazione del conflitto come fonte di potere e rendita”. 

Potere e tecnologia: comprendere la nuova spazialità del conflitto 

La Magnifica Humanitas, pur assumendo toni di severa invettiva nei confronti dell’IA, non indugia in una sterile forma di luddismo, né paventa un’utopica regressione verso una società pre-tecnologica. La critica leoniana richiama, con rinnovata urgenza, la necessità di regolamentare la corsa allo spazio cibernetico: un dominio potenzialmente illimitato che definisce nuove forme di interazione e in cui si addensa lo scontro tra attori geopolitici eterogenei. L’enciclica svela la persistenza storica di una matrice neo-coloniale che, mutate le coordinate spaziali, ne conserva intatta la morfologia. Laddove un tempo erano le terre emerse, il mare, lo spazio aereo ed extra-atmosferico a definire il limes della contesa, a questi si affiancano i flussi di dati e le infrastrutture digitali. Interrogarsi criticamente sull’importanza del cyberspazio vuol dire assumere uno sguardo consapevole e disincantato sulle nuove forme che il potere e la conflittualità assumono nella contemporaneità. Non si tratta di normalizzare l’ineluttabilità dello scontro, quanto piuttosto di adottare un approccio autenticamente realista che permetta di leggere con lucidità “interessi, paure, vincoli e rapporti di forza”.

L’Italia invasa dai data center

30 Luglio 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale

Secondo i dati più recenti, i data center – le infrastrutture che ospitano i server necessari, tra le altre cose, ad addestrare e utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale – presenti o in progettazione in Italia sono 262: solo un anno fa erano 146. La crescita non riguarda soltanto il numero degli impianti, ma anche il loro fabbisogno energetico. Nel 2024 i data center italiani hanno consumato 5,8 TWh, pari a circa il 2% dei consumi elettrici nazionali. Secondo alcuni scenari riportati dall’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, entro il 2035 potrebbero arrivare a consumare tra 24,5 e 42 TWh, pari al 7-12% del totale nazionale.

Di fronte a un’espansione così rapida, è necessario chiedersi se lo sviluppo dei data center possa essere governato in modo sostenibile o rischi invece di riprodurre le distorsioni già osservate negli Stati Uniti e in altri paesi: consumo di acqua ed energia, occupazione del suolo, aumento dei costi per i cittadini e benefici occupazionali inferiori alle attese.

È in questo scenario che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha elaborato la “Strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali esteri in data center”. L’obiettivo di questa strategia è mostrare come il territorio italiano, con una rete di infrastrutture (fibra ottica, 5G e cavi sottomarini) distribuita in modo omogeneo in tutta la penisola, “possa garantire uno sviluppo sostenuto e sostenibile dei data center in grado di moltiplicare il fattore attrattivo agli investimenti”. Il documento presenta in tal senso un’analisi di settore e una strategia per ridurre e semplificare tempi e modalità di investimento, per rendere l’Italia un polo di investimenti strategico, definito ‘Hub del Mediterraneo’. 

La diffusione dei data center in Italia

Il mercato dei data center in Italia è effettivamente in fortissima crescita: nel triennio 2023-2025 ci sono stati investimenti pari a 7,1 miliardi di euro e per i prossimi tre anni ci si aspetta di raggiungere i 25 miliardi. Una cifra comunque inferiore rispetto alle previsioni del 2023: secondo i dati riportati sempre dall’Osservatorio del Politecnico, ci si aspettava infatti di raggiungere 10,5 miliardi di euro. L’incongruenza è dovuta principalmente agli errori di previsione di operatori internazionali, che sono entrati nel mercato italiano con eccessivo ottimismo riguardo alle tempistiche burocratiche italiane. Ed è proprio per venire incontro alle esigenze degli investitori internazionali e capitalizzare il più possibile le previsioni di mercato che è stata sviluppata la Strategia del Mimit. 

Attualmente, dalla richiesta di costruzione di un data center fino al diritto di iniziare i lavori è previsto un iter che va dai 18 mesi ai 3 anni, periodo nel quale vengono espletate le valutazioni urbanistiche e ambientali. Un periodo che secondo l’Italian Data Center Association (IDA), citata nella strategia, pone il nostro paese in svantaggio competitivo rispetto ad altre nazioni europee. Per superare questo limite, il Mimit propone l’introduzione di un’Autorizzazione Unica a livello nazionale, che possa semplificare le procedure e unificarle sotto un unico ente amministrativo, così da garantire tempi certi.

L’impatto dei data center sul territorio

La semplificazione, in linea di principio, non sottovaluta l’impatto dei data center nel territorio italiano. Anzi, la strategia identifica quattro potenziali effetti benefici a livello territoriale e locale derivanti dagli investimenti sui data center: riqualificazione di aree industriali dismesse (i cosiddetti siti brownfield), iniezione di risorse economiche nei comuni coinvolti, utilizzo del calore di scarto per teleriscaldamento, aumento dei posti di lavoro nel territorio. Va tuttavia verificato se e in che modo questi benefici possono concretizzarsi, analizzando la situazione nei territori protagonisti della crescita del settore. 

La Lombardia è di gran lunga la regione che riceve più investimenti, candidandosi a essere una delle maggiori regioni europee per numero di data center, attualmente concentrati soprattutto nella città metropolitana di Milano, a Bergamo e, più di recente, nella provincia di Pavia. Questi territori stanno vivendo un aumento vertiginoso di nuove strutture: secondo Data Center Map, sono oltre 110 i data center attivi nella sola Lombardia, a cui se ne aggiungeranno una trentina nei prossimi anni. Il rapido sviluppo di queste strutture porta con sé alcune controversie rispetto ai benefici ambientali, specialmente riguardo alla bonifica e riutilizzo delle aree industriali e al teleriscaldamento tramite il calore di scarto. 

Su questi aspetti, la strategia pone solo delle linee guida da rispettare laddove possibile: per esempio, riconvertire siti brownfield invece di utilizzare aree verdi (greenfield) o prediligere sistemi a circuito chiuso in grado di consumare meno acqua. Tuttavia, in assenza di una legge, queste linee guida non vincolano chi investe nel territorio italiano. Per colmare questo vuoto, e per l’ampio numero di investitori, nel maggio scorso la Lombardia è stata la prima regione italiana a promulgare una legge in questa direzione, che pone disincentivi fino al 200% per chi costruisce su terreni verdi che potrebbero essere destinati all’agricoltura.

“Ma la legge non ha tenuto conto delle richieste”, commenta, parlando con Guerre di Rete, Renato Bertoglio di Legambiente Pavia. “Abbiamo chiesto di governare il processo, di porre vincoli, invece hanno messo disincentivi che il più delle volte non hanno un effetto reale, perché costa meno pagare il sovrapprezzo piuttosto che bonificare un’ex area industriale”. Anche da parte di Legambiente, dunque, c’è la richiesta di una legge nazionale che definisca delle condizioni e le renda vincolanti. In assenza di essa, il sito di costruzione di un data center è soggetto alle contingenze del luogo e degli attori coinvolti: può essere effettivamente scelto un sito brownfield, come nel caso del progetto del data center hyperscale della società DC Adriatic a Bari, oppure occupare 60mila metri quadri di terreno verde, come a Certosa di Pavia.

L’invasione del pavese

Negli ultimi anni, proprio la zona del pavese sta vedendo la costruzione di numerosi data center: oltre a Certosa, a Lacchiarella è previsto un campus con cinque data center da oltre 200mila metri quadri, a Vellezzo Bellini 110mila, a Bornasco 165mila. Non sempre i progetti offrono ai territori in cui sono installati i benefici indicati nella strategia: se a Magenta, per esempio, è stata riqualificata la vecchia area industriale della Novaceta, a Certosa si vuole costruire su un terreno verde che era destinato ad uso agricolo. 

In entrambi i casi, i cittadini denunciano la costruzione a breve distanza dalle abitazioni: “Non si è considerato che, negli ultimi anni, i paesi si sono espansi in contiguità alle aree dismesse”, dice a Guerre di Rete Sergio Manera, fisico e membro del Comitato di tutela del territorio Certosino. “Non si può costruire vicino alle case, così si rischiano di ripetere gli errori del passato, quando si costruiva senza la sensibilità ambientale che abbiamo oggi”. Nella legge della Regione Lombardia è assente qualsiasi riferimento al limite di vicinanza, e ciò, secondo Manera, fa perdere valore agli immobili del territorio, ridimensionando in questo modo anche gli oneri di urbanizzazione che, secondo la strategia, dovrebbero costituire risorse economiche per i comuni dove si costruisce. 

Come sottolinea Chiara Brocchetta, vicepresidente del Comitato Certosino, ci sono altre vie per far girare l’economia locale: “Certosa ha guadagnato tre milioni dagli oneri dovuti alla costruzione, ma il vicino comune di Borgarello ne ha presi molti di più attraverso progetti europei. In tutto il territorio stanno nascendo sempre più data center, bisogna considerare gli effetti cumulativi di questi impianti in un corridoio agricolo che è anche un’area ad alto interesse turistico”.

D’altronde, l’impatto ambientale non riguarda soltanto i comuni in cui vengono costruiti i data center, ma anche in quelli confinanti. Ce lo spiega Alberta Samuele, sindaca di Borgarello, comune che confina con Certosa e con l’area in cui sorgerà il data center: “L’effetto inquinante sarà prevalentemente nel nostro comune, che non godrà di alcun beneficio economico da questa struttura. Negli ultimi anni abbiamo vinto bandi da sei milioni di euro spesi in opere pubbliche: costruzione di un ambulatorio, ristrutturazione della scuola, depavimentazione. Ci può essere crescita economica anche senza snaturare il territorio”. 

Da quanto emerge da queste testimonianze, la scelta di siti brownfield, laddove venisse effettuata, non sarebbe comunque sufficiente per mitigare gli impatti ambientali, che rimarrebbero elevati specialmente perché si costruiscono tanti impianti in un’area ridotta. In Lombardia è presente quasi la metà dei data center nazionali e anche guardando le richieste di allacciamento (dunque l’interesse futuro) per i data center, La Lombardia da sola rappresenta quasi il 50% di potenza richiesta, seguita con molto distacco da Piemonte (15%) e Puglia (10%). 

Nonostante la maggior parte delle richieste non sia concretamente realizzabile, il rapporto mostra bene la loro distribuzione. La sola Milano, secondo dati del Politecnico, concentra il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale con 414 MW IT e punta a superare il valore simbolico di 1 GW entro il 2028. D’altra parte, la strategia del Ministero si propone di distribuire queste infrastrutture su tutta la penisola, ma i comitati cittadini e Legambiente sono d’accordo nel chiedere con celerità una legge nazionale che governi il fenomeno.

Teleriscaldamento e rinnovabili

Anche l’energia pulita gode di grande attenzione. Oggi, con il mix energetico che è al 40% circa composto da fonti rinnovabili, le emissioni di CO2 da parte dei data center sono approssimativamente un milione di tonnellate, a quanto riporta il Politecnico di Milano. Secondo il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) entro il 2030 sarà necessario installare in Italia circa 65 GW di nuova capacità rinnovabile per realizzare un mix elettrico decarbonizzato al 65%. Se anche fosse raggiunto questo obiettivo, secondo l’Osservatorio del Politecnico le emissioni raggiungerebbero un intervallo tra 2,9 e 5 milioni di tonnellate. Una crescita sostenuta e dovuta proprio all’aumento dei data center, ma comunque contenuta rispetto alle 5-8 milioni di tonnellate di emissioni previste se il mix energetico rimanesse invariato. 

La strada verso le rinnovabili è un impegno fondamentale e la strategia del Ministero si muove in questa direzione. Tuttavia, l’energia pulita, da sola, non è sufficiente, perché, come ci spiega Manera, “nel momento in cui ci si allaccia alla corrente elettrica, si utilizza il mix nazionale. Quindi non è possibile, come dicono alcuni, realizzare un data center con energia al 100% rinnovabile, a meno di togliere le fonti pulite ad altri, visto che la coperta è corta”.

Per questo motivo, grande importanza è dedicata anche alle tecnologie che permettono di ridurre inquinamento e dispersione di calore. Il teleriscaldamento, capace di riutilizzare il calore di scarto dei data center per riscaldare abitazioni vicine, è per esempio considerato da varie parti la soluzione ottimale. Permette di ridurre i costi dell’energia così come le emissioni di CO2: esemplare è il caso del data center Avalon 3 di Retelit, a Milano, che, secondo IDA, consente di riscaldare le abitazioni di 1.250 famiglie del Municipio 6, con un risparmio energetico equivalente a 1.300 tonnellate di petrolio e una riduzione delle emissioni di CO2 di 3.300 tonnellate. Ad oggi sono però ben pochi i progetti che godono di tale efficienza. “Ma sono necessari: l’alternativa è la dispersione di calore nell’aria”, spiega Manera, che fa notare come esista una direttiva UE che impone alle imprese uno studio di efficienza energetica per questo tipo di impianti.

La crescita occupazionale

La strategia del Mimit cita tra gli impatti benefici sui territori anche la “creazione di posti di lavoro ad alta specializzazione, sia nelle fasi di progettazione e costruzione sia nella gestione operativa delle infrastrutture stesse”. Secondo l’Italian Data Center Association (IDA), nel 2024 si contavano 28mila lavoratori nell’orbita dei data center, ma di questi solo 1200 erano lavoratori diretti nelle strutture. La maggioranza dei nuovi posti di lavoro riguarda la fase di costruzione, oppure si concentra nelle imprese legate al mondo del digitale e dell’intelligenza artificiale, e quindi la creazione di data center è solo in parte causa di queste nuove assunzioni. 

Non è facile trovare dati sulla crescita dell’occupazione nei data center, ma varie fonti riportano che il settore è agli ultimi posti riguardo a numero di lavoratori per metro quadro. Un recente articolo del Wall Street Journal ha riportato il caso di Abeline, una città in Texas in cui per un data center che inizialmente avrebbe dovuto occupare 100mila metri quadrati non sarebbero stati assunti più di 100 lavoratori. In questo modo, creare un data center in un territorio non significa necessariamente aumentare i posti di lavoro in quel dato luogo. 

Nella strategia del Mimit, molta attenzione è dedicata alla semplificazione amministrativa per ridurre i tempi degli investimenti, mentre per le questioni ambientali si rimanda alle direttive europee e alle linee guida del Ministero dell’Ambiente. Anche per questo è necessaria una legge complessiva, che garantisca una visione a lungo termine di sviluppo tecnologico sostenibile.

L'articolo L’Italia invasa dai data center proviene da Guerre di Rete.

IA e colonialismo dei dati

“Anche questa mi doveva capitare”, pensa,“di parlare a una macchina come se fosse un essere umano.”

      Dino Buzzati, Il grande ritratto

Informatiche del dominio

La comparsa dell’Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA) ha cambiato in maniera significativa gli scenari del possibile, e qualche volta dell’impossibile, invadendo i luoghi del digitale in una inarrestabile corsa verso un futuro che non sappiamo esattamente cosa prometta. 

Ormai parte imprescindibile del nostro immaginario collettivo, l’IA percorre senza sosta il dedalo di Internet che credevamo realtà virtuale pronta a soddisfare ogni nostro desiderio, mettendo saperi e conoscenza a disposizione di ciascuno in uno scambio totalmente orizzontale e democratico, e soprattutto perfettamente gratuito, all’insegna di una piena condivisione. Ma non è andata così, come era abbastanza prevedibile, nel momento in cui le piattaforme commerciali hanno preso possesso della Rete, trasformandola in un lucroso affare di proporzioni planetarie.

L’IA si distingue in due principali tipologie: generativa e discriminativa. Quest’ultima è incentrata su compiti di classificazione e previsione statistica mentre quella generativa è decisamente più complessa poiché prevede che si possano realizzare contenuti originali, quali testo, foto, musica, audio e video sulla base di modelli di apprendimento automatico addestrati a questo scopo. In risposta a precise richieste, i cosiddetti prompt, la macchina fornisce altrettanto precise risposte, o quanto più precise possibili, basandosi su set di dati di enormi dimensioni per comprendere, riassumere e produrre nuovi contenuti. Maggiore la quantità di dati a disposizione, maggiori le possibilità che l’elaborazione dell’IA sia efficace su ogni questione riguardante lo scibile umano. 

Spesso è stato detto che i dati sono il nuovo petrolio, carburante che alimenta questi oracoli al silicio virtuosi e dottissimi, riflesso sempre più abbagliante di ciò che sta al di là dello schermo. Eppure, i dati non sono presenti in natura, bisogna appropriarsene dopo averli strutturati e resi tali; impadronirsene ed elaborarli significa costruire “relazioni di dati” che assicurano la conversione quasi spontanea della vita quotidiana in una corrente continua di informazioni. Il risultato è ineluttabile: un nuovo ordine sociale fondato su un monitoraggio costante, che offre incalcolabili opportunità per la selezione e l’influenza comportamentale

Le “relazioni di dati”, tuttavia, sono sottoposte anche ad un rinnovato colonialismo, mettendo “a profitto” gli stessi esseri umani che ne facilitano la strutturazione interagendo con i loro dispositivi – computer, tablet, telefoni, smartwatch e via dicendo –, proprio come il colonialismo europeo si è appropriato, lungo un arco di alcuni secoli, di territori e risorse d’oltremare per ricavarne favolosi guadagni. 

Il “colonialismo dei dati”, neologismo coniato per indicare questo recente processo di espropriazione, combina pratiche predatorie tipiche del colonialismo storico, utilizzando metodi di quantificazione del calcolo per mezzo di algoritmi. Non si tratta più, come un tempo, di occupare nuove terre e sottomettere le popolazioni native per allargare i confini metropolitani e rendere più ricca la propria nazione; piuttosto, di invadere gli spazi virtuali di Internet, per farli diventare veri e propri siti di sfruttamento, geografie immateriali nelle quali esercitare un potere “digitale-territoriale”.

I dati sono, dunque, una forma di appropriazione fondamentale di risorse. In questo caso, però, non si tratta semplicemente di impossessarsi di materie prime allo stato naturale, come poteva accadere con l’argento delle miniere del Sud America, il cotone delle piantagioni schiaviste degli Stati Uniti o la gomma del Congo belga. É la vita, adesso, che deve essere configurata in modo da facilitare la produzione di queste ricchezze digitali; i dati sui comportamenti o sulle caratteristiche di un individuo si combinano con i dati relativi a quelli di altri individui collegati in Rete per dare origine a connessioni “informazionali” tra punti prestabiliti che le piattaforme digitali intendono governare. Principali protagoniste del “colonialismo dei dati” sono le grandi aziende, che oggi conosciamo con l’appellativo di Big Tech, coinvolte nell’incetta di atti sociali quotidiani, tramutati poi in dati quantificabili che vengono analizzati e conservati per creare profitti: Amazon, Google, Apple, Meta con Facebook, Instagram e Whatsapp, ma anche, in Cina, Baidu, Alibaba, Tencent.

Stiamo assistendo, in buona sostanza, ad una riorganizzazione della comunità umana tramite un’ampia trasformazione dei rapporti sociali. La recentissima tecnologia informatica, grazie all’insieme delle conoscenze, abilità e competenze che incarna – con particolare riferimento alle infrastrutture digitali innervate dalle IA algoritmiche – sta approntando giorno dopo giorno un nuovo tipo di società “tradotta” in un flusso di dati che sarà continuamente monitorato, catturato e ordinato per valore. 

Ora, rappresentando noi stessi quella società, ne consegue, irrimediabilmente, che ne sta andando della nostra esistenza personale e della nostra identità. Il nostro stesso “sé” risulta compromesso e veniamo indebitamente “espropriati” come collettività e come individualità nel medesimo momento. Il “colonialismo dei dati” tramuta la nostra vita in un costrutto sociale virtuale, ormai maturo per la mercificazione. 

I pregiudizi degli algoritmi

Riproposizione, in qualche misura, della vecchia colonial mind, l’IA generativa sembra perpetuare stereotipi che amplificano i preconcetti sul genere e sulle etnie, forse mettendo perfino in pericolo l’incolumità delle persone. 

Interessante e drammatica la testimonianza di Joy Buolamwini dalle pagine del Time nel 2019. Scienziata, attivista e fondatrice dell’Algorithmic Justice League, Buolamwini scrive: “Le macchine possono discriminare in modo dannoso. L’ho sperimentato in prima persona, quando ero una studentessa laureata al MIT nel 2015 e ho scoperto che alcuni software di analisi facciale non potevano rilevare il mio viso dalla pelle scura fino a quando non ho indossato una maschera bianca. Questi sistemi sono spesso addestrati su immagini di uomini prevalentemente dalla pelle chiara”.

Le IA vengono istruite a partire da insiemi di dati che riflettono i pregiudizi tipici della cultura occidentale ad ogni livello. Questo significa che l’IA propone modelli di interpretazione della realtà ingannevoli e fortemente orientati a privilegiare i bianchi e la loro cultura. Un aspetto, quest’ultimo, da non sottovalutare. Vengono   fabbricati veri e propri cliché improntati al più schietto razzismo: le donne asiatiche sono iper-sessualizzate; le africane e gli africani vengono per lo più rappresentati come primitivi, al contrario degli europei che appaiono solidamente evoluti; i leaders appartengono sempre al sesso maschile e i detenuti nella maggioranza dei casi sono persone di colore. Esempi eclatanti di colonizzazione algoritmica li ritroviamo in Sud Africa o in Indonesia, dove si sperimentano modelli di sorveglianza digitale utili all’industria globale del controllo per esportare quelle tecnologie altrove, vendendole in tutto il mondo.  

Il “colonialismo dei dati” nutre sé stesso divorando senza sosta informazioni con modalità che possono apparire scontate e quel che è peggio neutrali, allo scopo di promuovere, ci viene ripetuto ossessivamente, indiscutibili miglioramenti favoriti dall’uso di tecnologie che sembrano davvero miracolose e alla portata di tutti e non, invece, persistenti tentativi di coercizione dello sviluppo umano. 

Ma non è soltanto questione di Big data o di piattaforme concepite per impiegarne lo straordinario potenziale. La materialità dell’IA, un elemento che non dobbiamo trascurare e su cui vale la pena riflettere, ci racconta un’altra storia, fatta di corpi e terre rare: basti pensare soltanto al litio senza il quale non funzionerebbero le batterie dei nostri cellulari oppure al lavoro in condizione quasi servile di coloro che “ripuliscono” i pacchetti di dati per eliminarne i contenuti cruenti, pornografici o particolarmente sgradevoli, la cosiddetta “etichettatura”, facendo sì che l’IA non sia in grado di proporli in risposta a una delle tante domande che le vengono formulate sugli argomenti più disparati e l’utente finale non li riceva. Sottopagati e traumatizzati da ciò che vedono e sentono con conseguenze dirette sulla loro salute mentale, i data cleaners, principalmente del Sud globale (l’insieme dei Paesi in via di sviluppo collocati perlopiù nell’emisfero meridionale), conducono un’attività “fantasma”, occultata a sguardi indiscreti, di cui i consumatori occidentali non hanno nemmeno lontanamente conoscenza.

L’Impero dell’IA, se così possiamo definirlo, è ben più tangibile di quanto si possa credere mentre, per altro verso, siamo sedotti dallo spettacolo del digitale che ci promette scenografie maestose e pirotecniche: basterà, a questo proposito, citare gli archivi di informazioni depositati nei potenti server, unità fisiche di cui si evita il surriscaldamento con appositi circuiti di raffreddamento ad acqua, conservati in molte aree del pianeta con maggior concentrazione negli Stati Uniti, che vengono alimentate da semplice energia elettrica, al pari di ciò che accade per una qualsiasi lampadina.

Nel labirinto irrequieto di Internet, pieno di intense suggestioni ma al tempo stesso di molti anfratti oscuri, il Minotauro aspetta un Teseo che liberi i prigionieri dalle loro catene virtuali. Probabilmente noi tutte e noi tutti.

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La sfida industriale dei computer quantistici

17 Giugno 2026 ore 11:30

Immagine in evidenza rielaborata con IA

La computazione quantistica è una delle tecnologie più discusse degli ultimi anni e l’idea di costruire sistemi di calcolo basati sui fenomeni della fisica quantistica continua ad alimentare aspettative enormi. Eppure il quantum computing resta lontano dall’essere una tecnologia matura. Non soltanto perché molti problemi scientifici devono ancora essere risolti, ma anche perché, al momento, manca una filiera industriale in grado di produrre in modo scalabile, e a costi sostenibili, l’hardware necessario a far funzionare un computer quantistico.

Come si può immaginare, costruire un hardware simile è molto complesso. Servono materie prime rare, chimica avanzata, sistemi criogenici sofisticati, ottica di precisione e componenti prodotti da un numero ristretto di aziende specializzate.

Il problema fondamentale è che un computer quantistico non deve semplicemente “calcolare”. Deve riuscire a “mantenere in vita” stati fisici estremamente fragili e utilizzarli per il calcolo. La grande promessa del quantum computing – sfruttare fenomeni quantistici come la sovrapposizione e l’entanglement per eseguire operazioni impraticabili per i computer tradizionali – dipende infatti dalla capacità di isolare gli effetti quantistici dalle interferenze del mondo esterno. Il problema, come anticipato anche da Heisenberg, è che gli stati quantistici sono incredibilmente instabili. Basta pochissimo per distruggerli: una vibrazione microscopica, una minima interferenza elettromagnetica, una variazione termica impercettibile. Questo significa che la prima e principale sfida da affrontare per produrre un computer quantistico è quella di costruire una specie di guscio che isoli il processo di calcolo dal “rumore” dell’ambiente esterno.

La sfida del freddo

Una delle interferenze più difficili da controllare è il calore. Per questo molti computer quantistici – in particolare quelli basati su circuiti superconduttori, una delle architetture oggi più sviluppate da aziende come IBM e Google — operano a temperature vicinissime allo zero assoluto, inferiori persino a quelle dello spazio profondo. Per raggiungerle servono sofisticati sistemi criogenici chiamati dilution refrigerator (refrigeratore a diluizione): strutture metalliche, simili a candelabri barocchi, che sono diventate una delle immagini simbolo del quantum computing.

Uno degli elementi chiave per il funzionamento di questi refrigeratori è invece l’elio-3. Rarissimo sulla Terra, l’elio-3 è un isotopo in proporzione più abbondante sulla superficie lunare, dove si è accumulato per miliardi di anni a causa del bombardamento del vento solare. I depositi di elio-3 diffusi nella regolite lunare alimentano da decenni miti tecnologici su future miniere sulla Luna che oggi, nell’era del “capitalismo spaziale”, paiono meno fantascientifici di un tempo. E del resto si può facilmente immaginare come un eventuale aumento della domanda di questo isotopo, connessa alla crescita del quantum computing, potrebbe rendere ancora più allettante l’avvio di attività estrattive lunari.  Nell’attesa, gran parte dell’elio-3 disponibile sul nostro pianeta deriva indirettamente dal decadimento del trizio prodotto nei vecchi programmi nucleari militari, creando così un cortocircuito tra una tecnologia di frontiera e i residui industriali della guerra fredda.

Questa dipendenza da materie prime estremamente specializzate rende la filiera dei refrigeratori a diluzione molto fragile. A produrre queste macchine, infatti, sono pochissime aziende al mondo. La finlandese Bluefors, per esempio, è diventata in pochi anni uno dei principali fornitori dell’industria quantistica globale, ma anche uno degli snodi più delicati dell’intera catena produttiva. Se oggi si osserva la struttura industriale del quantum computing, ci si accorge infatti che il settore assomiglia meno all’industria informatica classica e più a un ecosistema di nicchie iperspecializzate, dove pochi attori controllano componenti essenziali e difficilmente sostituibili.

Una pluralità di approcci

Un ulteriore problema del quantum computing è che, almeno per ora, non esiste un’unica architettura dominante. Coesistono approcci diversi, ciascuno dei quali richiede infrastrutture, materiali e competenze specifici. Se i computer quantistici basati su circuiti superconduttori richiedono criogenia avanzata, i computer quantistici basati sugli “ioni intrappolati” dipendono invece da laser ad altissima stabilità, vuoto ultra-spinto e componenti fotonici delicatissimi. Altri approcci ancora – come quelli basati sui qubit fotonici o sugli atomi neutri (atomi privi di carica elettrica controllati tramite laser) – richiedono invece fibre e circuiti ottici a bassissima perdita, sorgenti luminose avanzate, specchi e cavità ottiche ad altissima qualità e, in alcuni casi, dispositivi microfabbricati costruiti con tolleranze estremamente ridotte.

Questo significa che, al momento, non esiste una singola frontiera industriale del quantum, ma molte frontiere sovrapposte. Per certi versi, la situazione ricorda alcune fasi iniziali dell’elettronica e dell’informatica del dopoguerra, quando convivevano tubi a vuoto, relè, transistor, memorie magnetiche e soluzioni architetturali diverse. Al tempo, l’industria elettronica era quindi un ecosistema frammentato, popolato da soluzioni incompatibili e processi produttivi difficili da standardizzare. La crescita esplosiva del settore arrivò solo quando emersero componenti, architetture e processi produttivi condivisi, capaci di trasformare dispositivi sperimentali in prodotti scalabili. È una lezione storica importante anche per il quantum computing.

Oggi il settore si trova ancora in una fase pre-standardizzazione: nessuno sa davvero quale architettura diventerà dominante, quali materiali saranno indispensabili o quali componenti potranno essere prodotti industrialmente su larga scala. E finché questa convergenza non avverrà, la computazione quantistica rischia di rimanere in un limbo “proto-industriale”, in cui ogni laboratorio tende a costruire il proprio ecosistema tecnologico come una specie di artigianato scientifico avanzatissimo.

Il problema del talento

La conseguenza di questo fatto è che molti processi produttivi necessari dipendono dall’esperienza accumulata da piccoli gruppi di tecnici altamente specializzati e sono, al momento, difficili da riprodurre serialmente.

La costruzione di un refrigeratore a diluzione, per esempio, richiede tecnici capaci di assemblare manualmente sistemi criogenici estremamente delicati, minimizzando vibrazioni, dispersioni termiche e impurità microscopiche. Si tratta di processi che dipendono ancora da forme di conoscenza pratica accumulate negli anni più che da standard industriali codificati. Dinamiche simili esistono anche nel campo dei semiconduttori avanzati e della litografia estrema. ASML, l’azienda olandese che produce le macchine EUV utilizzate per realizzare i chip più sofisticati al mondo, dipende a sua volta da una rete ristrettissima di fornitori iper-specializzati che, a loro volta, si avvalgono dell’esperienza di pochissimi “super-esperti” in singoli problemi tecnici altamente specifici. 

Il vero collo di bottiglia “industriale” della computazione quantistica non riguarda solo le macchine, i materiali o la fisica, ma anche – e forse soprattutto – la disponibilità di talento tecnico adeguato alla portata della sfida produttiva che il quantum computing rappresenta. Per costruire un computer quantistico non basta infatti disporre di buoni fisici teorici o di eccellenti ingegneri. Serve la capacità di integrare competenze molto rare e diverse tra loro: criogenia estrema, scienza dei materiali, ottica avanzata, microfabbricazione, elettronica a radiofrequenza, software di controllo, vuoto ultra-spinto, chimica ultrapura. E soprattutto serve farlo in modo coordinato, continuo e riproducibile. La vera difficoltà non è solo inventare una tecnologia funzionante, ma costruire una massa critica di persone capaci di trasformarla in un sistema industriale.

Per questo il futuro “industriale” del quantum computing è anche un gigantesco problema di scala umana. Non basta avere qualche centinaio di ricercatori eccellenti sparsi nel mondo accademico. Affinché la tecnologia diventi industriale servono migliaia di tecnici, ingegneri e operatori altamente qualificati distribuiti lungo filiere produttive estremamente sofisticate (un fatto che la Cina sembra aver compreso prima di tutti). Servirà cioè trasformare competenze oggi quasi artigianali in capacità industriali diffuse.

La scienza alla base di tecnologie importanti può certamente nascere da un piccolo gruppo di persone eccezionalmente dotate, ma un’industria richiede la capacità di riprodurre sistematicamente quel livello di competenza su larga scala. Ancora una volta ci si può rivolgere alla storia della microelettronica per capirlo. Il vero salto nella produzione seriale di hardware informatici non avvenne infatti quando un gruppo di pionieri ai Bell Labs inventò i transistor, ma quando gli Stati Uniti cominciarono a formare enormi quantità di ingegneri in grado di capire come funzionavano e come si potevano migliorare transistor e circuiti integrati.

In questo senso la vera sfida per il futuro della computazione quantistica non è soltanto costruire una macchina capace di funzionare. È costruire le condizioni industriali, economiche e umane per trasformare una tecnologia sperimentale fragile in un’infrastruttura produttiva stabile.

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La sfida dei data center spaziali

11 Giugno 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza rielaborata con Intelligenza Artificiale

I data center divorano l’1,5% dell’elettricità mondiale. Per la precisione: 415 terawattora nel 2024. L’equivalente di quasi l’intero consumo annuo di energia elettrica di una nazione come la Francia. Ma è una quota destinata a più che raddoppiare entro il 2030, spinta soprattutto dall’intelligenza artificiale generativa, che l’Agenzia Internazionale dell’Energia identifica come “il fattore più importante” di questa crescita.

Le reti elettriche globali sono già sotto pressione, ma la costruzione di nuove linee di trasmissione richiede dai quattro agli otto anni nei paesi più avanzati. Nel frattempo, la domanda di calcolo aumenta così velocemente che nessuna infrastruttura terrestre riesce a stare al passo.

È in questo contesto che governi e aziende tecnologiche hanno cominciato a guardare allo spazio. Del resto, lo spazio offre energia solare continua senza competere con le reti terrestri, la possibilità di sfruttare il raffreddamento passivo nel vuoto senza consumare acqua e di elaborare i dati direttamente a bordo dei satelliti che li raccolgono, senza doverli trasmettere integralmente a Terra. Quello che sembrava fantascienza è diventato, nel giro di pochi anni, un programma industriale con date, contratti e lanci già effettuati.

A maggio 2025, la Cina ha lanciato i primi satelliti di una costellazione per l’elaborazione dei dati direttamente nello spazio. Nella stessa direzione si stanno muovendo anche gli Stati Uniti. Le due grandi potenze hanno avviato programmi concreti, ancora in parte sperimentali, per portare calcolo e archiviazione oltre il cielo. Si tratta, però, di un salto tecnologico con una conseguenza politica: in futuro, i dati più strategici di governi, eserciti e grandi aziende potrebbero non trovarsi più in nessuna nazione.

I progetti a stelle e strisce

I satelliti producono quantità enormi di dati, spesso troppo grandi per essere inviati interamente sulla Terra in tempo reale. Processarli in orbita riduce la latenza e la dipendenza dalle stazioni terrestri. Hewlett Packard Enterprise ha dimostrato la fattibilità di questo approccio con il programma Spaceborne Computer. La multinazionale statunitense, leader nelle soluzioni tecnologiche edge-to-cloud (in cui l’elaborazione dei dati avviene in parte sul dispositivo remoto e in parte sui server centrali), ha installato server commerciali standard sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) nel 2017, 2021 e 2024. Questo ha permesso di ridurre fino al 90% il volume dei dati da trasmettere a Terra.

In un’intervista a Via Satellite (novembre 2025), Clint Crosier, già responsabile della pianificazione della U.S. Space Force e oggi direttore Aerospace & Satellite Solutions di AWS, ha illustrato i risultati pratici. In un test con la startup italiana D-Orbit, elaborare i dati direttamente a bordo del satellite ha permesso di trasmettere a Terra solo le immagini realmente utili: il satellite ha continuato a soddisfare tutti i requisiti della missione usando il 42% in meno di banda. Liberando quella banda, lo stesso satellite può inviare quasi il doppio dei dati utili senza alcuna modifica all’hardware. Il vantaggio per le applicazioni militari è evidente (non a caso, il Department of Defense Space Strategy statunitense identifica lo spazio come dominio operativo a tutti gli effetti).

Gli Stati Uniti stanno inoltre sviluppando la Proliferated Warfighter Space Architecture (PWSA) della Space Development Agency (SDA): una costellazione di centinaia di piccoli satelliti in orbita bassa interconnessi otticamente. Una flotta progettata per garantire comunicazioni resilienti e rilevamento missilistico anche in caso di attacchi a infrastrutture terrestri. A dicembre 2025, la SDA ha assegnato contratti per circa 3,5 miliardi di dollari per la costruzione di altri 72 satelliti di tracciamento missilistico. La logica strategica è chiara: in uno scenario di conflitto, gli impianti e le installazioni a terra sono tra i primi obiettivi a essere colpiti. Una capacità di calcolo dislocata nello spazio, interconnessa otticamente e ridondante offre invece maggiore sicurezza e una continuità operativa difficilmente replicabile sulla Terra.

La Cina accelera: la Three-Body Computing Constellation

Dagli Stati Uniti alla Cina. Come già accennato, il 14 maggio 2025 la Repubblica Popolare ha lanciato i primi 12 satelliti della Three-Body Computing Constellation, sviluppata dall’istituto di ricerca Zhejiang Lab e dall’azienda ADA Space di Chengdu. Ogni satellite offre 744 TOPS (tera-operazioni al secondo) e l’intera rete è progettata per espandersi fino a 2.800 satelliti, con una potenza computazionale complessiva di 1.000 peta-operazioni al secondo, paragonabile per ordine di grandezza ai supercomputer terrestri più potenti. I satelliti sono collegati da link laser inter-satellite (un collegamento che usa fasci di luce laser per trasmettere dati direttamente da un satellite all’altro), alimentati da pannelli solari e raffreddati passivamente dal vuoto, eliminando i costosi sistemi di raffreddamento a liquido dei data center terrestri.

Secondo un piano quinquennale citato dall’emittente televisiva cinese CCTV e ripreso dalla Reuters lo scorso 29 gennaio, la CASC (China Aerospace Science and Technology Corporation) ha annunciato la costruzione di un’infrastruttura digitale spaziale da un gigawatt di potenza, identificata come pilastro del 15° Piano Quinquennale cinese, integrando capacità cloud, edge computing e terminali per elaborare dati direttamente in orbita.

Il ruolo delle aziende private

C’è però da osservare che la corsa ai data center orbitali non è più una prerogativa dei governi. A novembre 2025, Starcloud ha lanciato il primo satellite equipaggiato con una GPU NVIDIA H100, realizzando la prima dimostrazione di addestramento AI direttamente in orbita. L’11 gennaio 2026, con la missione Twilight di SpaceX, sono arrivati in orbita i primi due nodi del data center orbitale della statunitense Axiom Space, sviluppati in collaborazione con la canadese Kepler Communications e collegati tramite link ottici da 2,5 Gbps.

Google, con il progetto Suncatcher, punta invece a una costellazione di satelliti dotati di TPU (i processori per l’intelligenza artificiale progettati da Google) alimentati da energia solare, con un primo test, in collaborazione con la società di San Francisco Planet Labs, previsto per il 2027. Secondo indiscrezioni, SpaceX starebbe preparando una generazione aggiornata dei satelliti della sua costellazione Starlink capace di ospitare carichi di calcolo, con link ottici inter-satellite a banda ultralarga.

A rendere economicamente plausibili delle infrastrutture permanenti in orbita è anche la riduzione dei costi di lancio, che – secondo uno studio della NASA – sono passati da circa 54mila dollari al chilogrammo con lo Space Shuttle a 2.700 dollari con il razzo riutilizzabile Falcon 9 della società spaziale di Elon Musk: una riduzione di venti volte in due decenni. Tuttavia, la gestione privata di sistemi potenzialmente critici introduce domande (per ora) senza risposta: a cominciare da chi sia responsabile in caso di violazione dei dati su un satellite commerciale.

Dal canto suo, l’Europa non dispone di un programma comparabile per il cloud orbitale. Il progetto IRIS² – 290 satelliti per comunicazioni sicure, contratto da 10,5 miliardi firmato nel dicembre 2024 con il consorzio SpaceRISE – non include infrastrutture di calcolo orbitale autonome. Sul fronte della ricerca, il progetto europeo ASCEND ha completato nel 2024 uno studio che conferma la fattibilità tecnica dei data center orbitali e si pone l’obiettivo di dispiegare 1 GW entro il 2050. ASCEND è guidato da Thales Alenia Space, joint venture tra Thales e Leonardo: la partecipazione dell’azienda italiana è il contributo più diretto del nostro paese a questo scenario.

C’è poi da notare che D-Orbit, startup comasca già protagonista del test AWS, è tra le realtà italiane più avanzate sul tema dell’elaborazione dati in orbita e ha sottoscritto contratti con l’ESA (l’Agenzia spaziale europea) nell’ambito della costellazione di osservazione IRIDE, finanziata con fondi PNRR. Ma l’Italia non ha un programma nazionale dedicato al cloud orbitale. Il rischio è quello già visto in altri ambiti digitali: competenze industriali elevate senza controllo sull’infrastruttura finale.

Vulnerabilità e limiti

Il 24 febbraio 2022, all’ora esatta dell’invasione russa dell’Ucraina, un attacco informatico ha colpito la rete KA-SAT di Viasat (il gigante californiano delle telecomunicazioni satellitari), disabilitando decine di migliaia di modem satellitari in Ucraina e in Europa. Il malware usato – un wiper chiamato AcidRain – non ha violato nessun satellite in orbita, sfruttando invece una vulnerabilità VPN in server di gestione della rete fisicamente localizzati nel nord Italia, propagandosi fino a disabilitare 5.800 turbine eoliche in Germania. A maggio 2022, Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e una dozzina di governi europei – inclusa l’Italia – hanno attribuito pubblicamente l’attacco al GRU, l’intelligence militare russa.

Il caso Viasat contiene una lezione che vale doppio per i data center orbitali: il punto più vulnerabile di un’infrastruttura spaziale non è il satellite. È tutto ciò che lo gestisce da Terra: stazioni di controllo, reti di uplink, sistemi di autenticazione, catena di fornitura dell’hardware. A questo si aggiunge un problema strutturale specifico dello spazio: il patching. Un data center terrestre può infatti ricevere una patch di sicurezza in pochi minuti. Un satellite in orbita bassa ha finestre di comunicazione limitate, banda ristretta e nessuna possibilità di intervento fisico. Se un sistema orbitale venisse compromesso, la risposta sarebbe strutturalmente più lenta e, in alcuni scenari, impossibile senza un nuovo lancio.

Jamming e spoofing GPS sono già operativi in zona di conflitto e documentati sistematicamente dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) nel Mar Nero, in Medio Oriente e nel Baltico: dimostrano che l’interferenza deliberata sulle infrastrutture spaziali è una realtà, non un’ipotesi. Un attacco a un sistema orbitale porterebbe le stesse complessità a un livello superiore: chi ha giurisdizione, chi può intervenire, con quali strumenti e in quale tempo utile.

Il vuoto normativo

L’Outer Space Treaty del 1967 attribuisce allo Stato di lancio la giurisdizione e il controllo sugli oggetti spaziali, indipendentemente da dove operino. Ma questo trattato non contempla infrastrutture digitali, non regola la proprietà dei dati in orbita, non prevede meccanismi di applicazione in caso di violazione informatica. 

A quasi sessant’anni dalla firma, non esiste nessun trattato internazionale che disciplini specificamente la protezione dei dati nello spazio. Nel 2019, dopo otto anni di negoziato, l’UN COPUOS (la Commissione delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico) ha adottato 21 linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali: volontarie, non vincolanti e relative a detriti, sicurezza operativa e traffico orbitale. La protezione dei dati non è contemplata.

Il primo segnale che la questione stia diventando urgente sul piano normativo è arrivato a gennaio di quest’anno: SpaceX ha depositato all’americana FCC (Federal Communications Commission) una richiesta per lanciare fino a un milione di satelliti definiti esplicitamente “orbital data centers”. Questo è il primo iter normativo al mondo che affronta direttamente il tema, ma riguarda una sola nazione e non tocca le questioni di giurisdizione sui dati.

Payal Arora, professoressa di AI inclusiva all’Università di Utrecht (Olanda), ha sintetizzato il problema in un’analisi pubblicata da Rest of World nel febbraio 2026: se i dati dei cittadini sono elaborati in orbita, la sovranità digitale “diventa ambigua”, sospesa tra il Paese d’origine, lo Stato di lancio e l’operatore commerciale del satellite. Nessuno dei meccanismi esistenti – né il diritto spaziale internazionale, né il diritto cyber nazionale, né i trattati di mutua assistenza giudiziaria – è stato progettato per rispondere a questi aspetti.

Per decenni il potere digitale è stato ancorato a piattaforme fisiche entro confini nazionali. Anche i cavi sottomarini, che trasportano oltre il 95% del traffico internet globale, hanno una giurisdizione di riferimento, con trattati, procedure e responsabilità definite. Il cloud orbitale rompe questo sistema. I dati possono essere archiviati ed elaborati in luoghi che nessuna autorità nazionale può raggiungere, né fisicamente né giuridicamente. In sostanza, per la prima volta, la localizzazione dei dati smette di coincidere con il territorio.

Come spiega Jane Munga, ricercatrice per l’Africa al Carnegie Endowment for International Peace, la sovranità tende a seguire la proprietà dell’infrastruttura: chi non partecipa al suo possesso e alla sua governance rischia di essere relegato a produttore di dati senza alcuna capacità reale di controllo su come siano archiviati, elaborati o usati. Un’incognita che sconfina dal campo dell’innovazione tecnologica. Quello in corso è un passaggio epocale le cui conseguenze sono ancora da scrivere. Il rischio è che si erigano infrastrutture informatiche cruciali per nazioni, imprese e cittadini che superino la sovranità digitale degli Stati. Senza che ci siano le regole per governarle.

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