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Un anno dopo Anchorage, la pace in Ucraina resta un miraggio. Conversazione con Di Liddo (Cesi)

14 Agosto 2026 ore 17:24

Si celebra in queste ore l’anniversario dell’incontro di Anchorage tenutosi nel 2025, durante il quale il presidente statunitense Donald Trump e quello russo Vladimir Putin si sono incontrati faccia a faccia in un bilaterale che avrebbe dovuto permettere di affrontare diversi dossier sul tavolo. A partire, ovviamente, dalla guerra in Ucraina. Eppure, nonostante le speranze e le speculazioni, dodici mesi dopo al situazione nel Paese dell’Est Europa non sembra essere cambiata più di tanto, con il conflitto che continua a mietere vittime su base quotidiana. Cosa resta di quell’incontro? E che prospettive ci sono oggi per la guerra in Ucraina? Formiche.net lo ha chiesto a Marco Di Liddo, direttore del Cesi ed esperto di spazio post-sovietico.

Un anno fa Putin e Trump si incontravano in Alaska. A un anno di distanza cosa rimane di quell’incontro?

Resta davvero poco, ma qualcosa resta. A partire da una visione comune del mondo che hanno il presidente degli Stati Uniti e il presidente della Russia, una visione incentrata sulla preminenza, almeno formale, delle grandi potenze, e quindi una loro fiducia nella politica di potenza a livello globale. In generale resta un tentativo di sinergia su tutta una serie di dossier: a cominciare dal rifiuto delle politiche di resilienza contro il cambiamento climatico, arrivando a una vicinanza rispetto a imporre la politica delle rispettive capitali nei principali teatri regionali e in generale la ricerca di intese tra i grandi della terra che devono creare un nuovo sistema di norme, una nuova governance globale che poi deve essere imposta a tutti quanti, andando a negare quello che è l’assetto costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale e soprattutto dopo il 1991. Oltre a questo però le grandi visioni sull’Africa, sull’Europa, sull’Asia restano soltanto carta a straccia.

Proprio di una “divisione del mondo in sfere di influenza” tra i due leader si era parlato nell’immediato. Anche lei crede che fosse plausibile?

Assolutamente. I due leader continuano a credere in un mondo diviso in sfere di influenza. Ma dei due quello che avrebbe una struttura economica e una potenza militare, almeno sulla carta, in grado di promuovere questo tipo di visione è soltanto Trump. Putin non può che sfruttare circostanze positive che si creano nelle pieghe delle crisi internazionali, ma non è in grado più di imporre in maniera unilaterale la visione e l’interesse della Russia a livello globale soltanto con l’uso della forza, quindi deve portare avanti una politica internazionale basata sostanzialmente sul principio del contropiede, reattiva e non proattiva, volta a sfruttare le occasioni. C’è da dire però che anche gli Stati Uniti, soprattutto con i pessimi risultati della campagna militare e politica in Medio Oriente per quanto riguarda il conflitto con l’Iran, hanno dimostrato che anche il loro ventaglio di capacità non è infinito, e che neppure una macchina bellica così preparata come quella americana può essere sempre vincente. Parafrasando Darth Vader in Guerre Stellari, non bisogna andare troppo fieri del terrore tecnologico che si è costruito, perché la capacità di distruggere un pianeta è insignificante rispetto alla potenza della forza. In questo caso la capacità di fare operazioni a lungo raggio, di avere la flotta più potente del mondo, di bombardare per settimane un avversario è insignificante di fronte alla resilienza di un sistema politico, in questo caso quello iraniano, che invece si è dimostrato molto più coriaceo di quella capacità militare americana e israeliana che li si oppone.

Per quel che riguarda la guerra in Ucraina, che prospettive abbiamo oggi? Quanto è lontana una sua fine?

La guerra in Ucraina è ancora lontana da una soluzione, sia che si tratti di una soluzione sbilanciata, sia ancora più lontana che una situazione concertata, nel senso non c’è margine oggi che Kyiv e Mosca possano sedersi al tavolo e trovare un accordo, perché gli interessi sono ancora divergenti. Gli ucraini, nonostante le difficoltà legate alla mancanza di personale e soprattutto alla coperta cortissima per quanto riguarda la difesa aerea, lotteranno fino alla fine per la propria indipendenza, per il ripristino della propria integrità territoriale e in ultima istanza per la propria dignità di popolo. Dall’altra parte i russi sanno che non possono scendere a un compromesso che non possa essere venduto internamente e internazionalmente come vittoria, perché altrimenti il loro sistema di potere potrebbe avere l’ennesima crepa e quindi andare incontro a tumulti, a scossoni dagli esiti imprevedibili dal punto di vista interno, mentre dal punto di vista internazionale ciò risulterebbe in un ridimensionamento ulteriore di Mosca. Quindi per motivi diversi siamo di fronte a una guerra di sopravvivenza, una guerra di sopravvivenza nazionale per Kyiv, una guerra di sopravvivenza di un sistema preciso di potere per Mosca, e quindi tutti e due andranno avanti fino ad esaurire l’ultima carta a disposizione. E di conseguenza questa guerra finirà soltanto finché uno dei due non avrà esaurito tutte le carte e non sarà più fisicamente dal punto di vista militare o dal punto di vista politico in grado di continuare a combattere.

La crisi dello stretto di Hormuz pesa sulle dinamiche diplomatiche relative al conflitto? E come?

Indubbiamente le dinamiche dello stretto e in generale la guerra ad Hormuz influenza in maniera diretta tutto il mondo dal punto di vista economico e politico, e quindi anche la guerra in Ucraina. Sia la Russia che l’Ucraina proiettano quelle che sono le proprie reti di influenza, le proprie necessità e le proprie capacità nel Golfo Persico. Ed è ovvio che Putin spalleggi l’Iran, perché ha bisogno che l’Iran entro certi limiti invii dei sistemi d’arma, e soprattutto perché aiutando l’Iran mette in difficoltà gli Stati Uniti, fornendo intelligence per aiutare il targeting iraniano contro obiettivi sensibili degli Stati Uniti o degli alleati degli Stati Uniti e quindi questo si trasforma in capitale politico che Putin può mettere sul tavolo del conflitto in Ucraina. Come riesce a farlo? Innanzitutto se aumenti la pressione sugli alleati degli Stati Uniti nel Golfo, costringi inevitabilmente gli Stati Uniti a dover fare una scelta sulle forniture dei sistemi antiaerei, e quindi se devi proteggere in modo prioritario l’Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati,  Kyiv deve aspettare. E se Kyiv deve aspettare il ratio di successo dei bombardamenti russi aumenta perché l’Ucraina non ha Patriot a sufficienza. Naturalmente questo è il circolo materiale, poi c’è il circolo politico.

Cosa intende?

Putin può presentarsi agli Stati Uniti sostenendo che, se Washington vuole che Mosca eserciti la propria influenza sull’Iran per convincerlo ad assumere una posizione più moderata sullo Stretto di Hormuz, sul programma missilistico o su quello nucleare, allora gli Stati Uniti dovrebbero concedere alla Russia qualcosa sul dossier ucraino. In pratica, Washington dovrebbe lasciare a Mosca più margine di manovra su Kyiv, ad esempio spingendo gli ucraini a interrompere gli attacchi contro le infrastrutture critiche russe o ad accettare condizioni di pace più favorevoli al Cremlino. Questo è il tipo di scambio strategico che Mosca cerca di proporre. Tuttavia, non si tratta di un meccanismo automatico e non è affatto detto che gli altri attori siano disposti ad accettarlo. La grande lezione dell’ultimo decennio è che la politica dei blocchi funziona sempre meno, e che le grandi potenze non hanno più la capacità di imporre unilateralmente la propria volontà ai rispettivi alleati. Le medie potenze hanno acquisito maggiore peso politico e autonomia decisionale, dando vita a un multilateralismo frammentato, in cui i tradizionali punti di riferimento si indeboliscono e la gestione delle crisi diventa molto più complessa e imprevedibile.

Pakistan, quando l’identità religiosa diventa strategia

14 Agosto 2026 ore 16:37

Mentre gran parte del mondo insiste che l’unica soluzione possibile in Medio Oriente sia quella dei due Stati, ricorre l’anniversario di quando, quasi ottant’anni fa, la soluzione dei due Stati fu applicata in un’altra parte del mondo. Il risultato fu il Pakistan.

Per comprendere meglio il Pakistan di oggi, uno Stato nel quale l’esercito esercita da decenni un’influenza politica e istituzionale eccezionale e che recentemente ha acquisito nuova rilevanza internazionale grazie al ruolo di intermediario tra Stati Uniti e Iran, bisogna tornare alle circostanze della sua nascita. Il Pakistan ha contemporaneamente firmato alla Mecca, il luogo più sacro dell’Islam, un patto di difesa che lo lega ad Arabia Saudita e Turchia, due potenze sunnite che, in modi diversi, rivendicano la leadership del mondo musulmano.

Per un Paese nel quale la definizione dell’identità nazionale è stata a lungo intrecciata alla rivalità con l’India, è motivo di grande orgoglio. Il Pakistan può presentarsi come mediatore, potenza militare e, soprattutto, unico Stato musulmano dotato di armi nucleari. Il suo arsenale diventa così non soltanto il deterrente contro l’India, ma potenzialmente una risorsa strategica per l’intero mondo islamico.

Qui emerge una contraddizione. Il giorno in cui il deterrente nucleare pakistano dovesse realmente essere utilizzato per difendere un altro Stato sarebbe anche il giorno in cui il Pakistan rischierebbe la propria distruzione. Il feldmaresciallo Asim Munir ha costruito un sistema che garantisce enorme prestigio in tempo di pace ma potrebbe imporre una scelta impossibile in guerra. Non rispettare l’impegno significherebbe perdere credibilità. Rispettarlo in un conflitto esistenziale potrebbe significare l’annientamento.

È una contraddizione stranamente familiare. Lo stesso Pakistan nacque da una soluzione politica destinata a risolvere un conflitto comunitario apparentemente inconciliabile.

Le origini precedono di molto il 1947. La All-India Muslim League fu fondata a Dhaka nel 1906, inizialmente non per chiedere uno Stato musulmano separato, ma per tutelare gli interessi politici dei musulmani nell’India britannica. La politica coloniale contribuì a istituzionalizzare la divisione. Gli elettorati separati introdotti dalle riforme Morley-Minto del 1909 spinsero sempre più gli indiani a rapportarsi allo Stato coloniale come comunità religiose anziché come cittadini di una futura India.

Neppure Muhammad Ali Jinnah fu inizialmente il profeta della Partizione. Uno sciita gujarati finì per diventare il fondatore di uno Stato sunnita. Per buona parte della sua carriera sostenne la cooperazione tra indù e musulmani e garanzie costituzionali per questi ultimi. Nel 1940, però, la Muslim League approvò a Lahore la risoluzione che divenne la base politica del Pakistan, chiedendo che le regioni a maggioranza musulmana del nord-ovest e dell’est fossero raggruppate in entità politiche indipendenti.

Nei sei anni successivi l’ambiguità divenne una richiesta precisa. La Muslim League si presentò sempre più come unica rappresentante politica dei musulmani indiani e il successo nei collegi musulmani alle elezioni del 1945-46 rafforzò enormemente Jinnah.

Ma i musulmani indiani non erano affatto unanimi. Importanti organizzazioni e autorità religiose si opposero alla Partizione. Gran parte dell’establishment deobandi respinse la teoria delle due nazioni e sostenne un nazionalismo indiano condiviso. Al contrario, settori degli ulema, influenti pir e soprattutto reti barelvi appoggiarono la Muslim League. Il Pakistan stava diventando una patria musulmana.

La successiva escalation portò quindi a uno degli episodi più oscuri che precedettero la Partizione. La Muslim League proclamò il 16 agosto 1946 “Direct Action Day” per dimostrare la determinazione musulmana a ottenere il Pakistan.

Le conseguenze furono catastrofiche. Calcutta precipitò nella violenza comunitaria, poi estesasi al Bengala, Bihar, Punjab e altrove. Indù, musulmani e sikh furono vittime e carnefici in una spirale crescente di vendette. Gandhi continuò a tentare di impedire la divisione dell’India. Voleva preservare la convivenza. Ma Gandhi fallì.

Nehru e Patel, accettando la Partizione, non erano necessariamente convinti che fosse definitiva. Nehru parlò pubblicamente della possibilità che la divisione potesse, un giorno, ricondurre all’unità. Resta controverso anche il ruolo di Lord Mountbatten. Accelerò il ritiro britannico, previsto entro giugno 1948, trasferendo invece il potere nell’agosto 1947. Un subcontinente di quasi 400 milioni di persone fu diviso in pochi mesi da Cyril Radcliffe, un avvocato britannico che non aveva mai visitato l’India. Ebbe appena cinque settimane per dividere Punjab e Bengala. Il confine definitivo fu reso pubblico soltanto dopo l’indipendenza. Una Brexit rapida.

Il Pakistan nacque il 14 agosto 1947. L’India divenne indipendente il giorno successivo. Poi arrivò la catastrofe umana. Treni raggiunsero le stazioni carichi di cadaveri invece che di passeggeri. Donne furono rapite, violentate e convertite forzatamente all’Islam. Famiglie che vivevano fianco a fianco da generazioni si ritrovarono improvvisamente ai lati opposti di una frontiera internazionale.

Il numero esatto dei morti probabilmente non sarà mai conosciuto. Le stime più alte arrivano a circa due milioni in pochi mesi, mentre tra dieci e quindici milioni di persone furono sradicate. Fu una delle più grandi e rapide catastrofi umane del XX secolo. La soluzione dei due Stati.

All’epoca le cifre raccontavano una storia molto più piccola. Lo stesso Nehru ammise pochi mesi dopo che i dati militari sulle vittime erano una grave sottostima. La normalizzazione della tragedia iniziò quasi contemporaneamente agli eventi. Mountbatten, ormai governatore generale dell’India, Nehru e gli altri leader avevano bisogno di una narrativa. Il nuovo Stato pakistano doveva costruire una propria narrativa fondativa. La Gran Bretagna aveva interesse a raccontare un ritiro ordinato dall’Impero. Nessuno aveva interesse a sottolineare che la soluzione politica appena adottata aveva prodotto una catastrofe umanitaria su scala continentale.

Il Pakistan sopravvisse. Ma non rimase integro. Nel 1971, dopo discriminazioni politiche, repressione e infine guerra, il Pakistan orientale si separò diventando Bangladesh. L’identità musulmana che aveva giustificato la Partizione non bastò a tenere insieme bengalesi e pakistani occidentali, divisi da lingua, cultura, interessi economici e geografia.

La separazione del Bangladesh mostrò i limiti dell’identità religiosa come unico collante nazionale. Decine di milioni di musulmani erano rimasti in India dopo il 1947, mentre nel Pakistan orientale lingua, cultura, rappresentanza politica e interessi economici finirono per prevalere sull’appartenenza religiosa comune.

Il problema dell’identità pakistana emerse subito nella scelta della lingua. L’urdu divenne lingua nazionale pur non essendo la lingua madre maggioritaria di nessuna delle principali regioni del Pakistan. Il suo centro culturale era nell’India settentrionale, soprattutto Uttar Pradesh, Delhi e Lucknow, e arrivò con l’élite politica e burocratica muhajir.

La contraddizione era massima nel Pakistan orientale, dove i bengalesi costituivano il più grande gruppo linguistico del Paese. Eppure nel 1948, proprio a Dhaka, Jinnah dichiarò che l’urdu sarebbe stata l’unica lingua dello Stato. Nel 1971 il Bangladesh dimostrò i limiti della religione come sostituto di lingua, cultura e identità.

Un’ironia simile riguardava la religione. Il movimento deobandi, destinato a esercitare un’enorme influenza sulla vita religiosa pakistana e successivamente afghana, era nato a Darul Uloom Deoband, nell’Uttar Pradesh. Ancora più significativamente, importanti deobandi come Husain Ahmad Madani e la Jamiat Ulema-e-Hind avevano respinto la teoria delle due nazioni e si erano opposti alla Partizione.

Il paradosso è evidente. La nuova patria musulmana adottò una lingua nazionale il cui cuore culturale rimaneva in India e subì la crescente influenza di una tradizione religiosa nata anch’essa in India, mentre le identità punjabi, sindhi, pashtun, balochi e bengalese esistevano da secoli. Una comune identità nazionale pakistana doveva essere costruita sopra identità linguistiche, culturali e regionali molto più antiche.

Gli strumenti più efficaci furono l’Islam e l’esercito. Il vuoto fu progressivamente occupato dall’istituzione dotata della maggiore organizzazione, gerarchia e continuità: i militari, destinati a diventare uno degli attori determinanti della vita politica pakistana. L’Islam fornì la legittimità ideologica, i militari la continuità istituzionale.

È qui che si comprende il momento di Asim Munir. La mediazione tra Washington e Teheran ha restituito al Pakistan rilevanza internazionale, mentre l’accordo di difesa della Mecca con Arabia Saudita e Turchia permette al Paese nato come patria dei musulmani indiani di immaginarsi oggi garante militare e nucleare di una ummah molto più vasta, uno spazio strategico islamico.

Eppure proprio la storia del Pakistan dovrebbe suggerire prudenza verso grandi progetti politici fondati sull’identità religiosa. La soluzione dei due Stati del 1947 non pose fine all’ostilità tra indù e musulmani. Né produsse un’identità nazionale capace di superare tutte le divisioni linguistiche, culturali e politiche: il Pakistan si spezzò in due appena ventiquattro anni dopo.

Quasi ottant’anni dopo, il Pakistan lega nuovamente la propria sicurezza a un’ambiziosa idea politica costruita in parte sulla solidarietà musulmana. Per Asim Munir, la Mecca è un trionfo diplomatico. Un deterrente nucleare ha un valore straordinario quando serve a garantire che non venga mai utilizzato. Il Pakistan acquista prestigio suggerendo che il proprio potere protegga una comunità più vasta, ma nel momento in cui quella promessa venisse realmente messa alla prova dovrebbe scegliere tra credibilità e sopravvivenza. È il paradosso al centro del successo di Asim Munir.

La storia possiede uno sgradevole senso dell’ironia. La prima soluzione dei due Stati non pose fine al conflitto che avrebbe dovuto risolvere. La seconda, quella che oggi viene proposta per la Terra Santa, non sarà migliore. Mentre il Pakistan celebra la propria indipendenza e una rinnovata centralità internazionale, l’anniversario della Partizione ricorda anche i milioni di indù, musulmani e sikh travolti dalla nascita di un nuovo ordine politico. Tutti indiani nell’ultimo giorno dell’India unita. È una memoria che dovrebbe accompagnare qualsiasi nuovo progetto che cerchi di trasformare la solidarietà religiosa in architettura strategica.

Ceuta, l’ondata di disinformazione social dietro l’arrivo dei migranti

14 Agosto 2026 ore 15:36

Donne che camminano con i capelli bagnati e il sorriso, soddisfatto, stampato in faccia. Il pollice alzato in segno di tranquillità. Un video pubblicato su Facebook due giorni prima dell’inizio dell’arrivo di migliaia di migranti a Ceuta sosteneva (falsamente) che le porte della Spagna erano aperte ai migranti che arrivavano in maniera illegale a chi arrivava in mare. Il post è stato condiviso migliaia di volte e ha generato una cascata di commenti e repliche nella stessa linea.

Dal 30 luglio, migliaia di persone si sono buttati in mare nella speranza di raggiungere la frontiera tra il Marocco e la Spagna. Novanta persone sono morte affogate e la situazione ha scatenato una crisi politica e diplomatica in tutta Europa (inclusa l’Italia).

Per Moustafa Ayad, ricercatore dell’Institute for Strategic Dialogue, tutto è iniziato in un lampo. Al quotidiano The New York Times, l’esperto ha spiegato che quei primi post sono diventati una valanga. Per tre settimane, milioni di post su Facebook, Instagram, WhatsApp, TikTok e Telegram hanno speculato sulla decisione del tribunale spagnolo sulle condizioni dei migranti illegali in Spagna, come risulta dalle analisi di Ayad e altri ricercatori sul caso nelle piattaforme di quei giorni.

“Il contenuto ha cominciato a diffondersi in maniera organica e ha sfruttato una disperazione latente in molti in Marocco e altri posti dell’Africa per cercare opportunità economiche in Europa”, si legge sul NYT. In seguito, quella disperazione è stata sfruttata da gruppi online che organizzano il traffico di persone, con offerte su Facebook e WhatsApp per aiutare chi voleva attraversare il confine. Non è ancora chiaro se le autorità di Spagna e Marocco fossero a conoscenza di questo fenomeno.

Almeno 215 account su Facebook hanno pubblicato il 30 luglio un messaggio falso sulla decisione del Tribunale spagnolo. Uno dei post più condivisi è di Youssef Belhaissi, portavoce della Delegazione Interministeriale di Diritti Umani di Marocco, un’agenzia del governo di Rabat.

Secondo Jorgen Carling, esperto del Peace Research Institute Oslo, per molto tempo le speculazioni hanno influito nel modo in cui i migranti decidono le rotte per andare all’estero. E i social network hanno amplificato questo processo. Nel caso di Ceuta, ci sono post che offrono consigli, mappe e il materiale da portare in viaggio, per cui tutto indica che c’è stata una strumentalizzazione con fini economici.

Marcelino Madrigal, esperto di disinformazione in Spagna, ha seguito il fenomeno dell’evoluzione dei contenuti e ribadisce che la presenza di informazione logistica dimostra che si vuole monetizzare sulla crisi. Per Madrigal ancora nessuno è responsabile. Al NYT l’esperto ha avvertito: “È Zuckerberg? (il colpevole, ndr). Il governo marocchino? Il governo spagnolo? Finché non sarà identificato potrà accadere di nuovo”.

Anche l’analisi realizzata dal gruppo specializzato nel contrasto alla disinformazione “411” sostiene che contenuti diffusi da profili riconducibili alla propaganda russa hanno raggiunto centinaia di migliaia di utenti nelle ore immediatamente successive all’inizio della crisi di Ceuta. Come scritto da Formiche.net, secondo i ricercatori la campagna sarebbe partita il 1° agosto, all’indomani del tentativo di decine di migliaia di migranti di attraversare il confine tra Marocco e Spagna. I messaggi descrivevano gli eventi come un “assalto organizzato” all’Europa, argomentando che le autorità fossero complici o incapaci di reagire. In numerosi casi, tali narrazioni sono state accompagnate da contenuti islamofobi e da teorie del complotto.

Le supply chain europee aiutano la Cina sui dazi Usa. L’accusa della Casa Bianca

14 Agosto 2026 ore 15:12

La guerra commerciale degli Stati Uniti contro la Cina si sta spostando dalle tariffe all’origine delle merci. E nel nuovo fronte aperto da Washington finiscono anche alcuni dei suoi principali alleati.

La Casa Bianca ha accusato più di 40 Paesi, tra cui Canada, Messico e Giappone, oltre all’Unione europea, di consentire agli esportatori cinesi di aggirare i dazi statunitensi facendo transitare merci attraverso giurisdizioni sottoposte a tariffe inferiori.

Secondo il rapporto “The Great Transshipment Scam”, il fenomeno interesserebbe circa 60 miliardi di dollari di commercio nella stima centrale, anche se le valutazioni citate dall’amministrazione oscillano tra 40 e 303 miliardi.

L’accusa arriva sei settimane prima della prevista visita di Xi Jinping a Washington, dopo l’incontro con Donald Trump a Pechino dello scorso maggio, mentre Stati Uniti e Cina cercano di mantenere aperto il dialogo consapevoli che la competizione è sempre più serrata e meno selettiva. La tregua commerciale concordata dai due presidenti a Busan resta in vigore, ma le tensioni continuano: Washington ha sollevato dubbi sul rispetto degli impegni cinesi sulle terre rare, mentre Pechino contesta nuove restrizioni americane (export control su tecnologie, soprattutto quelle abilitanti l’ecosistema dell’intelligenza artificiale), motivate dalla sicurezza nazionale.

Il rapporto della Casa Bianca –  presentato giovedì dal consigliere per il commercio e la politica industriale della Casa Bianca e direttore dell’Office of Trade and Manufacturing Policy, Peter Navarro, uno dei più falchi nei confronti della Cina di un’amministrazione che non ha una linea univoca con Pechino – suggerisce però che il confronto commerciale sta assumendo una dimensione più ampia. Per Washington, contenere l’accesso cinese al mercato americano significa ormai intervenire sulle supply chain dei Paesi attraverso cui passano componenti, investimenti e prodotti cinesi.

È qui che entra l’Europa

La Casa Bianca classifica l’Unione europea tra i “Tier 1 Diversified Scale Leaders” della cosiddetta “Shadow Transshipment Network”, insieme a Canada, India, Israele, Giappone, Messico, Corea del Sud e Taiwan. Sono economie caratterizzate da grandi volumi commerciali, basi industriali diversificate e importanti piattaforme di esportazione verso gli Stati Uniti, nelle quali, secondo Washington, il rischio di transshipment può essere incorporato dentro flussi commerciali per il resto legittimi.

La distinzione è rilevante. L’amministrazione non descrive l’Europa come una semplice piattaforma di contrabbando commerciale. Il problema, nella lettura americana, è precisamente la profondità delle sue catene industriali: componenti cinesi possono entrare in processi produttivi sofisticati, subire assemblaggio, finissaggio, testing o repackaging e arrivare negli Stati Uniti con un’origine diversa, senza che la trasformazione sia necessariamente sufficiente a giustificarla secondo le regole doganali americane.

Il rapporto traccia anche una geografia interna del fenomeno. Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Romania formerebbero una “Central and Eastern European Processing Belt”, utilizzata per finissaggio, manifattura a contratto, stoccaggio doganale e rietichettatura. Belgio e Paesi Bassi, insieme alla Svizzera extra-Ue, vengono invece classificati tra le “Developed Logistics Platforms”: economie dotate di porti, trading houses, bonded warehouses e sistemi avanzati di riesportazione.

Dietro la contestazione tecnica sulle regole d’origine emerge una divergenza politica più ampia. Washington considera la competizione con Pechino sempre più come un sistema nel quale anche le politiche commerciali degli alleati possono rafforzare o indebolire l’efficacia delle misure americane. E questa lettura del contesto è univoca, indipendente dalle sfumature interne all’amministrazione corrente o dall’approccio differente dei Democratici.

I veicoli elettrici offrono un esempio dell’asimmetria. Il rapporto osserva che i prodotti cinesi colpiti dalle tariffe statunitensi (già ai tempi dell’amministrazione Biden), come gli EV, entrano nel mercato americano in quantità molto inferiori rispetto all’Unione europea. Ma più aumenta il differenziale tariffario tra Cina e Paesi terzi, maggiore diventa anche l’incentivo economico a modificare le rotte commerciali e, nei casi illegali, l’origine dichiarata delle merci.

È una delle contraddizioni della strategia tariffaria di Trump. Differenziare i dazi permette a Washington di esercitare pressioni diverse sui propri partner, ma crea contemporaneamente opportunità di arbitraggio. Navarro, per questo, ha avvertito che il modello sviluppato dalla Cina potrebbe essere replicato da altri Paesi sottoposti a tariffe elevate, citando esplicitamente India e Vietnam – e che questi non siano rivali degli Usa, ma anzi siano più vicini all’essere alleati, nella lettura statunitense è quasi indifferente.

La questione europea assume così un significato che supera il dossier doganale. Una parte delle frizioni transatlantiche sulla Cina deriva dalla percezione americana che l’Europa non stia partecipando alla competizione economica con Pechino con la stessa intensità richiesta da Washington. Il rapporto porta questa divergenza direttamente dentro le supply chain: agli alleati non viene più chiesto soltanto un maggiore allineamento politico sulla Cina, ma implicitamente anche che le loro strutture industriali non offrano percorsi alternativi verso il mercato statunitense.

La risposta americana sarà sempre più tecnologica

La Customs and Border Protection sta iniziando a utilizzare “Detective Border”, un sistema basato sull’intelligenza artificiale che dovrebbe combinare dati sulle spedizioni, rotte commerciali, classificazioni dei prodotti, relazioni proprietarie e capacità produttiva per individuare anomalie e distinguere investimenti e nearshoring legittimi dal semplice pass-through.

L’Executive Order 14411 rafforza parallelamente responsabilità degli importatori, garanzie finanziarie, trasparenza proprietaria e strumenti sanzionatori, mentre gli Agreements on Reciprocal Trade prevedono disposizioni per impedire che i vantaggi negoziati con Washington finiscano sostanzialmente a Paesi terzi.

Per le imprese europee, la conseguenza potrebbe essere un controllo americano molto più intrusivo sull’origine economica dei prodotti destinati agli Stati Uniti. Controllo che, se affidato a sistemi di intelligenza artificiale, rischia di diventare un processo freddo e automatizzato, privo del contesto e della flessibilità che finora hanno caratterizzato i waiver discrezionali concessi agli alleati.

Per Bruxelles, il problema è più politico. Se Washington considera l’integrazione delle supply chain europee con la Cina una vulnerabilità della propria strategia commerciale, la distanza transatlantica su Pechino non riguarderà più soltanto dazi, investimenti o sicurezza economica: riguarderà sempre più la domanda di quanto cinese possa esserci in un prodotto europeo prima che Washington smetta di considerarlo europeo.

Tra terrorismo e flussi irregolari, l’Europa accelera sulla sicurezza delle frontiere

14 Agosto 2026 ore 14:59

Mentre il ministro dell’interno italiano conferma lo stop a Schengen e la presidente del Consiglio rilancia la tesi che poggia sulla “difesa dei confini”, in Europa si registra una tendenza a cascata verso posizioni più rigide nei confronti dei flussi irregolari, che vanno letti in parallelo con i rischi di infiltrazioni terroristiche sventolati dalle analisi delle intelligence. Il Parlamento francese, ad esempio, ha votato un inasprimento delle procedure, mentre aumentano gli Stati membri che seguono i puntini politici tracciati dall’asse Meloni-Frederikssen.

La difesa dei confini

Giorgia Meloni, sin dall’inizio del suo arrivo a Palazzo Chigi, ha basato l’iniziativa del governo sui flussi migratori su un preciso assunto: i confini vanno difesi. Una traccia che non è solo stata seguita relativamente i fatti di Ceuta, con le note polemiche createsi sull’asse Roma-Madrid, ma che ha caratterizzato tutti i consigli europei dove la premier ha sollecitato gli Stati membri ad una ricalibratura delle politiche comunitarie. In questa direzione vanno letti gli incontri, più o meno ristretti, avuti da Meloni con vari leader che hanno condiviso in questi quattro anni dossier e soluzioni. Così nasce l’alleanza programmatica con la premier danese Mette Frederikssen, che pur partendo da diversi trascorsi politici, ha fatto una virata sulle posizioni di Roma. Che oggi raccoglie i frutti di un metodo e di un’idea (quella dei centri in Albania), su cui altri Paesi europei si stanno già muovendo.

La tendenza europea

La difesa dei confini è una tesi sostenuta anche dal governo francese. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha parlato di “un solo principio guida: la sicurezza del popolo francese”. Parole che ha pronunciato dopo l’approvazione di una misura che inasprisce la detenzione per i migranti. Poche settimane fa infatti il Parlamento francese ha approvato un disegno di legge che estende la detenzione agli stranieri considerati “pericolosi” in centri di detenzione amministrativa (Cra) per circa sette mesi, più che raddoppiando il periodo massimo per coloro che erano stati condannati per terrorismo. Dopo il voto del Senato, l’Assemblea Nazionale ha votato con 345 voti sì e 177 no il provvedimento sostenuto dal governo, dalla destra e dal Rassemblement National. Per cui a questo punto gli immigrati senza documenti possono essere trattenuti in un centro di detenzione amministrativa in attesa di espulsione se sussiste il rischio che fuggano.

In Germania è un momento difficile per il cancelliere Friedrich Merz, già in grande difficoltà per i sussidi tedeschi alle auto elettriche che nella stragrande maggioranza vanno a marchi cinesi: il tema dell’exploit nei sondaggi di AfD lo costringe ad un giro di vite sul tema migratorio. Ma il governo italiano si rifiuta di riprendere tre migranti il ​​cui trasferimento dalla Germania era previsto per il 19 agosto, dal momento che i casi risalgono a prima del 12 giugno, giorno in cui il nuovo patto europeo su migrazione e asilo è entrato pienamente in vigore.

La tesi di Piantedosi

Se la tutela della dignità della persona rappresenta uno dei valori fondanti dell’Unione europea, allora è doveroso pretendere dai Paesi terzi un impegno effettivo e verificabile nella lotta contro le organizzazioni criminali di trafficanti di esseri umani. Questa la tesi che il ministro dell’interno, Matteo Piantedosi, affida all’Audizione al Comitato Schengen, con una serie di precisazioni di merito. Innanzitutto chiama in causa l’Ue, che deve mostrare maggior rigore nei confronti degli Stati membri che, “per scelte politiche o ideologiche, adottano decisioni suscettibili di produrre effetti su tutto il territorio dell’Unione”. In secondo luogo chiede di “proteggere le frontiere europee e garantire la tenuta del complessivo sistema di gestione dell’immigrazione è la nostra priorità. Solo su queste basi possiamo continuare a costruire una politica migratoria europea credibile, difendendo davvero lo spazio di libera circolazione, a cui il Governo italiano tiene e che difenderà sempre”. L’Italia segnala un calo degli arrivi e un aumento delle espulsioni: arrivi a meno 55% dall’inizio dell’anno rispetto al 2025. Dall’inizio dell’attuale legislatura, la diminuzione è stata ancora più marcata, pari all’82%.

Scenari

Non c’è solo Ceuta a preoccupare le intelligence europee. Giorni fa un gruppo di migranti ha attaccato le guardie di frontiera lituane dopo essere entrato nel Paese attraverso un tunnel al confine con la Bielorussia. Stesso scenario nel Sahel, che sconta i movimenti geopolitici dei super players esterni. Un allarme che sta risuonando anche al Cairo, dove il governo sta dialogando con la Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara (CEN-SAD) al fine di rafforzare il blocco e sviluppare i relativi meccanismi istituzionali per consolidare la sicurezza e la stabilità nella regione. La lotta al terrorismo, il contrasto dell’immigrazione clandestina e il rafforzamento delle capacità di sicurezza sono i tre obiettivi su cui è al lavoro anche il Centro Antiterrorismo del Sahel e del Sahara al Cairo.

L’Ungheria rivede il progetto nucleare firmato da Orbán. Ecco perché

14 Agosto 2026 ore 12:15

Il nuovo governo ungherese guidato da Péter Magyar apre un nuovo fronte nei rapporti con la Russia mettendo in discussione il Paks II, progetto di espansione della principale centrale nucleare del Paese affidata alla russa Rosatom e simbolo della lunga cooperazione tra Budapest e Mosca. La svolta arriva in un momento particolarmente delicato, con l’’ondata di caldo eccezionale che sta colpendo l’Europa ha ridotto il livello del Danubio ai minimi storici, limitando drasticamente la produzione della centrale di Paks, che normalmente copre circa un terzo del fabbisogno elettrico nazionale. In questi giorni l’impianto è sceso a poco più del 10% della capacità a causa della scarsità d’acqua necessaria al raffreddamento.

Secondo Magyar, proprio gli eventi climatici dimostrano i limiti del progetto ereditato dal precedente governo di Viktor Orbán. Il premier ha criticato la scelta di realizzare una centrale con un sistema di raffreddamento fortemente dipendente dal fiume, osservando che impianti di questo tipo sono ormai raramente costruiti a livello internazionale. Le dichiarazioni arrivano poche ore dopo l’intervento dell’amministratore delegato di Rosatom, Alexei Likhachev, che al contrario aveva assicurato come i lavori procedessero regolarmente nonostante il cambio di governo. Secondo il manager russo, la preparazione del sito del quinto reattore sarebbe completata per oltre l’80%, mentre sarebbero già in produzione componenti destinati al sesto reattore. Rosatom, ha aggiunto, non avrebbe ricevuto richieste di chiarimento dal nuovo esecutivo ungherese.

Magyar ha però contestato questa ricostruzione. Ricordando che il contratto originario prevedeva l’entrata in funzione di Paks II entro il 2024, il premier ha sottolineato come, dopo una spesa di circa 1.000 miliardi di fiorini (equivalenti a circa 2,8 miliardi di euro), sul sito siano presenti soprattutto infrastrutture preliminari e grandi scavi. Per questo il governo ha avviato una revisione completa del progetto, che riguarderà sia gli aspetti finanziari sia le soluzioni tecniche adottate per il raffreddamento dei futuri reattori.

La verifica potrebbe mettere in discussione una delle iniziative più rappresentative della politica estera di Orbán. L’accordo fu firmato nel 2014 direttamente a Mosca e prevedeva la costruzione di due nuovi reattori da parte di Rosatom, sostenuti da un finanziamento statale russo fino a 10 miliardi di euro. Due anni più tardi lo stesso Orbán definì l’intesa “l’affare del secolo”. Il progetto aveva resistito anche dopo l’invasione russa dell’Ucraina, con Budapest che aveva continuato a difendere la cooperazione nucleare con Mosca, mantenendo Paks II al riparo dalle sanzioni europee e preservando uno dei principali canali di collaborazione energetica tra un Paese dell’Unione europea e il Cremlino.

La revisione annunciata da Magyar potrebbe quindi segnare una significativa discontinuità rispetto al passato. Pur senza annunciare la cancellazione dell’opera, il nuovo governo lascia intendere che tempi, costi e modalità di realizzazione saranno riesaminati alla luce delle mutate condizioni climatiche, economiche e geopolitiche. Una scelta che potrebbe incidere non solo sulla sicurezza energetica ungherese, ma anche sul futuro della presenza industriale russa nel settore nucleare europeo.

Vertice Nato di Ankara, l’Ue è pronta a blandire Trump per evitare il “deragliamento” del tycoon

7 Luglio 2026 ore 12:00

Il motto è stato coniato. Ed è molto suggestivo e ambizioso. La sua traduzione operativa, beh, questo è tutt’altro discorso. Molto, molto complicato. “Un’Europa più forte in una Nato più forte”. È il motto contenuto nella dichiarazione finale approvata dai 32 ambasciatori alleati e, a ben vedere, il senso del vertice di Ankara sta tutto qui. Tener fede alle promesse dell’anno scorso, far vedere agli Usa e a Donald Trump che il vecchio mondo sta davvero aprendo i cordoni della borsa, tracciando percorsi “credibili” verso il famoso 5% di Pil in difesa.

Il segretario generale Mark Rutte (e gli sherpa) hanno fatto il possibile per costruire un summit (l’ennesimo) a prova di Trump. Ma l’apprensione è palpabile perché se il tycoon deraglierà si potrà entrare in una fase che alcuni, alla Nato, non esitano a definire “pericolosa”. Oggi in una Ankara super blindata – centinaia i manifestanti anti-vertice arrestati – prima dell’arrivo dei leader, si terrà un gigantesco forum dell’industria della difesa transatlantica in cui verranno annunciati contratti, intese e cooperazioni per miliardi e miliardi: è uno degli spettacoli pirotecnici organizzati per stuzzicare l’immaginazione di Trump. Poi c’è la cena al palazzo presidenziale del Sultano, Recep Tayyip Erdoğan. Lì i 32 capi di Stato e di Governo alleati saranno soli – senza ambasciatori o consiglieri – con mogli (o mariti) e gli ospiti, tra cui ad esempio Volodymyr Zelensky.

In parallelo, le cene dei ministri degli Esteri e della Difesa, dove sono stati invitati, rispettivamente, i Paesi del Golfo e i partner asiatici (Giappone, Corea, Australia e Nuova Zelanda). Mercoledì sarà la volta del vertice vero e proprio: un giro di tavolo del Consiglio Atlantico da 2-3 ore massimo, proprio per limitare il più possibile i rischi. Ecco, si capirà allora perché c’è chi vorrebbe abolire la ricorrenza annuale (gli Usa in primis ma non solo) e dunque l’edizione del 2027 prevista a Tirana è in bilico anche perché l’Albania è tra i Paesi che non è ancora al 2%. Il Paese candidato a egemone del nuovo corso della Nato 2.0 è senz’altro la Germania, che intende arrivare al 3,5% della difesa ‘core’ già nel 2029, con uno sforzo di bilancio mostruoso: nessuno, in Europa, ha una potenza di fuoco economica simile. Varsavia, pur con le debite proporzioni, è l’altro astro nascente della sicurezza continentale, che affianca i leader tradizionali, Francia e Gran Bretagna.

In questo quadro, l’incognita resta The Donald. «Putin vuole finire la guerra in Ucraina, lo vuole fortemente», proclama Trump nello Studio Ovale, nel giorno dell’ennesima strage di civili uccisi nei bombardamenti russi. «Anche Zelensky lo vuole, ne parleremo al vertice della Nato», ha aggiunto. “Tre settimane fa ho detto al presidente Xi che gli Stati Uniti hanno l’esercito più potente del mondo e non ha avuto nulla da obiettare”, ha fatto sapere il tycoon, riferendo del colloquio con il presidente cinese. A prendere la parola è anche il “cameriere” del tycoon a Bruxelles, al secolo Mark Rutte, segretario generale della Nato. Gli Usa non stanno «spaccando» la Nato, assicura Rutte nel corso della conferenza stampa prevertice, rispondendo ad una domanda sull’attacco di Hegseth alla scorsa ministeriale difesa. «Avere una revisione della postura e delle forze è una mossa saggia, sarà in consultazione con gli alleati, non c’è da preoccuparsi», ha aggiunto. Se lo dice lui…

Ad Ankara si disserta, in Ucraina si continua a morire. È di almeno 20 morti il bilancio degli attacchi russi della scorsa notte sull’Ucraina, che hanno preso di mira la capitale Kiev e la sua regione. Lo riferiscono le autorità locali, precisando che 14 persone sono morte a Kiev e altre 6 nella sua regione. L’aeronautica militare ucraina ha riferito che la Russia ha lanciato durante la notte 351 droni e 68 missili, prendendo di mira principalmente Kiev, e ha precisato che tutti i 29 missili balistici hanno colpito i loro obiettivi, sottolineando l’urgente necessità di un maggiore sostegno in materia di difesa. «Per intercettare i missili balistici, abbiamo bisogno dei mezzi per l’intercettazione», ha affermato il portavoce dell’aeronautica militare, Yurii Ihnat, parlando alla tv nazionale. «I russi stanno certamente sfruttando il fatto che ora vi sia una grave carenza di missili intercettori, sia in Ucraina che nel mondo», ha aggiunto.

In questo scenario devastato, Volodymyr Zelensky ha esortato i suoi alleati a prendere «decisioni forti» al vertice Nato «È di fondamentale importanza che il mondo, in primis gli Stati Uniti e i nostri partner europei, escano dal vertice Nato di Ankara con decisioni forti a sostegno della nostra difesa aerea», ha dichiarato il presidente ucraino sui suoi canali social. «Finché i missili Patriot rimarranno nelle scorte dei nostri alleati, la Russia è solo incoraggiata a continuare a `squarciare´ gli edifici residenziali. Stati Uniti e Europa hanno abbastanza forza per fermare questo terrore». La forza ce l’hanno. Quello che scarseggia è la volontà politica di esercitarla. E non solo a Washington. È il 1.594° giorno di guerra in Ucraina, ma Trump assicura: la fine della guerra è più vicina di quanto si crede. Sullo sfondo, il clamore dei missili che piovono su Kiev.

Attentato di Monaco, trovata morta a Kiev la donna sospettata dell’attacco all’oligarca Ermolaev: uccisa a colpi d’arma da fuoco

7 Luglio 2026 ore 10:30

È stata trovata morta vicino Kiev, dove sarebbe stata uccisa a colpi d’arma da fuoco. Il corpo di Anastasia Berezovska, trentanovenne di nazionalità ucraina ma residente in Germania, considerata la principale sospettata dell’attentato dinamitardo di lunedì 29 giugno nel Principato di Monaco che ha gravemente ferito l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev, la compagna e il figlio 13enne, è stato trovato privo di vita nei pressi della capitale dell’Ucraina. A riferirlo è il quotidiano ucraino Ukrainska Pravda citando le forze dell’ordine locali: il cadavere di Anastasia Berezovska è stato scoperto nella tarda serata del 6 luglio e, nell’ambito dell’inchiesta relativa alla sua morte, sarebbero già state arrestate due persone. Si tratta di un ufficiale in servizio della Direzione principale dell’intelligence militare ucraina (Gur) e un ex appartenente alle forze dell’ordine.

Nei confronti di Berezovska la Procura di Monaco aveva emesso un mandato d’arresto, notificato poi all’Interpol. La 39enne ucraina era stata inizialmente scambiata per un uomo a causa dei vestiti indossati: prima dell’attacco dinamitardo, come emerso dalle indagini condotte nel Principato, Berezovska avrebbe compiuto diversi sopralluoghi nei giorni e nelle ore precedenti l’attentato davanti alla casa dell’oligarca ucraino. Dopo aver piazzato la bomba era poi fuggita in Francia e da lì in Italia utilizzando un’auto recuperata a Beausoleil, in Francia, al confine con Monaco, dove era arrivata a piedi dopo l’attentato. Dal nostro Paese si sarebbe diretta verso la vicina Svizzera, per poi scomparire fino alla tarda serata di lunedì, quando il suo corpo è stato rinvenuto nei dintorni di Kiev.

La pista privilegiata dalla Procura di Monaco è quella di un’azione dimostrativa dei servizi segreti ucraini, per dare un segnale a tutti gli oligarchi come Ermolaev, quelli noti come “Battaglione Monaco” per la scelta di rifugiarsi nel Principato per sfuggire alle rappresaglie di Kiev. Ermolaev, dal 2019 in possesso di un passaporto cipriota, dal dicembre 2023 è sottoposto a sanzioni con un decreto del Consiglio di sicurezza nazionale ucriaino: il provvedimento, della durata di 10 anni, impone tra le altre cose il congelamento totale degli asset finanziari. L’accusa nei confronti dell’imprenditore riguarda le sue condotte illecite in Crimea: è nella regione ucraina sotto occupazione russa e dal 2014 annessa illegalmente da Mosca dopo un referendum farsa che le aziende di Ermolaev continuava a vendere propri prodotti, in particolare alcolici, nonostante il divieto imposto dal governo ucraino. Ermolaev ha sempre respinto ogni addebito, negando qualsiasi legame con la Crimea e col Cremlino.

“Carburante fino a maggio. Dopo non so, nessuno lo sa”, l’avviso di O’Leary ad di Ryanair. Il Paese che rischia di più

23 Aprile 2026 ore 10:09
"Per maggio le compagnie petrolifere rassicurano, ma su giugno non abbiamo certezze”. Michael O'Leary, amministratore delegato di Ryanair fa il punto sulla crisi del cherosene provocato dalla guerra in Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Se la guerra in Medio Oriente dovesse perdurare...

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