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Dare più voce agli studenti e il senso del fare insieme per la scuola

12 Ottobre 2026 ore 22:47

Promuovere il benessere scolastico e la partecipazione attiva come strumenti per prevenire la dispersione scolastica: è questo l’obiettivo della collaborazione tra Save the children e UniCredit, con il Fondo carta etica, dal 2024 sostiene Fuoriclasse in movimento, programma nazionale sviluppato dall”organizzazione, che in più di 10 anni ha coinvolto 250 scuole in tutta Italia, 39.526 studenti e studentesse, 2.699 docenti, 990 classi.

Al centro del progetto ci sono i consigli fuoriclasse, organismi di partecipazione che coinvolgono rappresentanti di studenti e studentesse, docenti e dirigenti scolastici. Attraverso assemblee, consultazioni nelle classi, elezioni e incontri con la dirigenza, bambini e ragazzi possono individuare bisogni e criticità e contribuire alla definizione di soluzioni concrete per migliorare la propria scuola. Le proposte possono riguardare la didattica, gli spazi scolastici, le relazioni di classe e il rapporto tra scuola e territorio.

Nell’anno scolastico 2025-2026, il sostegno di UniCredit ha raggiunto 130 scuole distribuite in 16 regioni, coinvolgendo 19.981 studenti e studentesse, 1.428 docenti, 530 classi e 130 consigli fuoriclasse, in territori difficili nelle periferie delle grandi città come nelle aree interne.

Tra le scuole in cui è attivo il progetto c’è l’Istituto comprensivo Morricone nel quartiere San Basilio di Roma. Le votazioni dei consigli e la presentazione delle iniziative degli studenti per una scuola migliore sono state l’occasione per fare il punto sull’iniziativa: un confronto cui hanno preso parte gli esponenti dell’organizzazione e dell’azienda, i docenti e il dirigente scolastico.

Fuoriclasse in movimento è il programma nazionale di Save the Children attivo da oltre dieci anni per promuovere il protagonismo di studenti e studentesse e contrastare la dispersione scolastica. UniCredit, con il Fondo Carta Etica, dal 2024 sostiene l’iniziativa. Le voci dei protagonisti, in un giorno speciale all’Istituto Comprensivo Morricone nel quartiere San Basilio di Roma

Parte attiva della propria comunità scolastica

«Contrastare la dispersione scolastica», spiega Stefano Gallo, head of territorial development di UniCredit , «significa intervenire prima che l’abbandono si manifesti, creando le condizioni perché ragazze e ragazzi possano sentirsi ascoltati, coinvolti e parte attiva della propria comunità scolastica. È questo il valore di Fuoriclasse in movimento e della collaborazione con Save the children: un progetto che, grazie al Fondo carta etica di Unicredit, ci permette di essere concretamente presenti nei territori e di contribuire a costruire contesti educativi più inclusivi e partecipativi».

I risultati raggiunti, aggiunge Gallo, «ci confermano quanto sia importante investire non solo nell’accesso all’istruzione, ma anche nella qualità dell’esperienza scolastica, dando ai più giovani strumenti e spazi per esprimersi, partecipare e contribuire al cambiamento».

Comunità scolastiche più inclusive, accoglienti ed estese

Al punto sull’iniziativa, per Save the children, era presente Giancarla Pancione, direttrice marketing, fundraising & brand dell’organizzazione. «Da oltre dieci anni, con Fuoriclasse in movimento», precisa, «lavoriamo per prevenire la dispersione scolastica e promuovere il benessere e la partecipazione di bambine, bambini e adolescenti, offrendo loro spazi concreti in cui esprimere idee, bisogni e proposte per migliorare la scuola che vivono ogni giorno».

Per Pancione il «progetto dimostra quanto ascoltare gli studenti e coinvolgerli nelle decisioni che li riguardano possa contribuire a costruire comunità scolastiche più inclusive, accoglienti e capaci di rispondere alle loro esigenze. Il sostegno di UniCredit», sottolinea ancora, «ci consente di rafforzare e ampliare questo percorso, portando l’esperienza di Fuoriclasse in movimento a un numero sempre maggiore di bambine, bambini e adolescenti, e riconoscendo i più giovani come protagonisti attivi del proprio presente e del futuro della scuola».

Da sinistra Stefano Gallo, head of territorial development di Unicredit, Paolo Lozzi, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo Morricone, Giancarla Pancione, direttrice marketing, fundraising & brand Save the children

I consigli? Sì, danno più voce agli studenti

A termine dell’anno scolastico 2025-2026 l’iniziativa è stata oggetto di un motoraggio. Risulta che 2.200 tra studenti e studentesse il 91,6% considera i consigli fuoriclasse utili per dare maggiore voce agli studenti, l’86,5% percepisce una maggiore attenzione degli adulti verso le loro opinioni e l’84,3% ritiene che la scuola tenga maggiormente conto dei bisogni degli alunni.

Sul fronte del benessere, l’89,7% dichiara di aver vissuto più emozioni positive, l’87,5% di aver aumentato la capacità di collaborare, l’86,2% di avere migliori relazioni con compagni e insegnanti e l’83,5% di sentirsi meglio a scuola; l’84,1% segnala inoltre un maggiore coinvolgimento nella vita scolastica e l’86,7% una maggiore capacità di promuovere e difendere i propri diritti.

Tra i rappresentanti dei consigli fuoriclasse, l’85,2% percepisce che la propria voce venga realmente ascoltata, oltre venti punti percentuali in più rispetto agli studenti che non ricoprono incarichi di rappresentanza.

Che ne pensano i docenti

Coinvolti nel monitoraggio anche 644 docenti, che hanno confermato il valore dell’iniziativa: il 94,5% considera i consigli fuoriclasse uno strumento efficace per dare ascolto agli studenti, il 91,8% ritiene che il progetto abbia migliorato il benessere scolastico e il 95% osserva un aumento delle emozioni positive
tra gli alunni.

I docenti segnalano inoltre maggiore partecipazione alla vita scolastica (91,5%), miglioramento delle capacità collaborative (88,8%), rafforzamento dell’autostima e delle risorse personali (87,2%) e miglioramento delle relazioni (85,6%).

Il cambiamento riguarda anche gli adulti: l’86,8% dichiara di aver rafforzato le proprie competenze sulle metodologie partecipative e l’84,5% afferma di utilizzare maggiormente approcci educativi centrati sull’ascolto e sul coinvolgimento degli studenti.

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I dati sulla dispersione scolastica

Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2025 la quota di giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato precocemente il sistema di istruzione e formazione è scesa
all’8,2%, rispetto al 9,8% del 2024, raggiungendo in anticipo l’obiettivo europeo fissato per il 2030. Il fenomeno resta più diffuso tra i ragazzi (10,1%) rispetto alle ragazze (6,2%) e tra i giovani con cittadinanza non italiana (26,2%, contro il 6,7% degli italiani).

Sul fronte della dispersione implicita, quella che riguarda gli studenti che completano il percorso scolastico senza raggiungere livelli adeguati di apprendimento, i dati Invalsi 2026 registrano una riduzione al 6,3%, dall’8,7% del 2025.

La dispersione, come hanno anche sottolineato a VITA Stefano Gallo e Giancarla Pancione, viene rilevata quando l’abbandono si è già verificato, ma il processo può iniziare molto prima, con perdita di motivazione, difficoltà relazionali, scarso senso di appartenenza e mancato coinvolgimento nella vita scolastica.

Per questo il progetto interviene già nel primo ciclo di istruzione, lavorando su benessere, relazioni positive, fiducia in sé stessi e partecipazione, fattori che possono rafforzare il legame degli studenti con la scuola.

Partecipazione e scuola

Per rafforzare nel tempo la partecipazione di tutta la comunità scolastica, nel 2025 Save the children ha anche avviato, in collaborazione con Ashoka Italia, una sperimentazione triennale che coinvolge 18 istituti comprensivi della rete Fuoriclasse in movimento, con l’obiettivo di rendere più strutturale il ruolo
dei consigli Fuoriclasse all’interno della scuola. Dopo il primo anno, il 68,8% delle scuole ha avviato o completato la fase di formalizzazione e il 75% ha inserito i consigli nei documenti ufficiali della scuola.

Resta informato su ProdurreBene.

In apertura e nel testo foto e video di Alessio Nisi

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Acqua Sant’Anna, visite ginecologiche gratuite in azienda: la prevenzione diventa welfare

12 Ottobre 2026 ore 16:36

C’è qualcosa, nelle iniziative di welfare aziendale e sociale di Acqua Sant’Anna, che richiama l’Olivetti degli anni Cinquanta e Sessanta. Chi conosce un po’ la storia industriale del nostro Paese sa quanto le idee di Adriano Olivetti fossero all’avanguardia e quanto quel modello di attenzione e cura per le persone resti, ancora oggi, un riferimento raro in un capitalismo spesso orientato al solo profitto. Molto di quello spirito sembra perduto, oppure ridotto a pratiche di moral washing. Proprio per questo vale la pena raccontare le realtà che continuano a investire sul sociale in modo concreto, e senza troppo clamore. Acqua Sant’Anna, l’azienda di acque minerali con sede a Vinadio, in provincia di Cuneo, è una di queste. Ne abbiamo parlato con Cristiana Genta, responsabile della comunicazione dell’azienda e promotrice, in più di un’occasione, di iniziative pensate per migliorare la vita dei dipendenti e sostenere progetti di interesse collettivo.

Che cosa farà Acqua Sant’Anna questo ottobre?

Ottobre è tradizionalmente il mese dedicato alla prevenzione dei tumori femminili. Abbiamo scelto di tradurre questa attenzione in un’iniziativa molto concreta rivolta alle nostre dipendenti: offriremo gratuitamente, direttamente in azienda, visite ginecologiche e Pap test, così da rendere la prevenzione più semplice e accessibile.

L’iniziativa si inserisce in un percorso più ampio, che abbiamo avviato già a settembre sostenendo come partner la serata di raccolta fondi organizzata al Ranch delle Donne di Nichelino da Acto Piemonte, l’Alleanza contro il tumore ovarico e i tumori ginecologici.

Sono iniziative che proseguono da qualche anno. Quante persone avete coinvolto da quando avete cominciato?

Nel corso degli anni abbiamo coinvolto centinaia di persone, con iniziative rivolte alle nostre collaboratrici e ai nostri collaboratori, alle loro famiglie e, più in generale, al territorio.

Penso per esempio al progetto “Mammografia ed Ecografia Gratuita”, realizzato insieme a WelfareCare, che ha portato una clinica mobile (foto di apertura) negli stabilimenti di Vinadio e Orbassano e ha permesso alle nostre collaboratrici di fare gratuitamente esami di prevenzione. Oppure a “Un Baffo per la Ricerca”, promosso con la Fondazione Ricerca Molinette, grazie al quale abbiamo offerto ai collaboratori uomini visite di prevenzione per la salute della prostata e dei testicoli.

A queste iniziative si aggiungono i servizi di supporto psicologico, nutrizionale e finanziario messi a disposizione dei dipendenti e il sostegno a realtà del territorio come il Ranch delle Donne e Acto Piemonte.

Più del numero in sé, però, per noi conta la continuità di questo impegno: la prevenzione non dovrebbe essere un appuntamento occasionale, ma diventare un’abitudine.

Perché un’azienda commerciale dovrebbe occuparsi del bene comune?

Perché un’azienda non vive separata dal contesto in cui opera: è fatta di persone, famiglie, comunità e territorio. Per questo riteniamo che occuparsi del benessere delle persone e del territorio significhi anche costruire le condizioni per una crescita solida e duratura dell’impresa.

Naturalmente un’azienda deve produrre valore economico, ma oggi questo non può essere l’unico parametro con cui misurare il proprio impatto. C’è anche una responsabilità verso le persone e le comunità con cui si entra ogni giorno in relazione.

Cristiana Genta (foto di Silvano Pupella)

Per Sant’Anna, quindi, la responsabilità sociale non è un’attività separata dal modo di fare impresa: è qualcosa che cerchiamo di tradurre in iniziative concrete, continuative e coerenti con i nostri valori.

Il bene comune, qui, ha un aspetto molto concreto, perché è localizzato e si rivolge ogni volta a un segmento preciso della cittadinanza…

Sì, ed è proprio l’aspetto a cui teniamo di più. Preferiamo intervenire su bisogni concreti, individuando di volta in volta le persone che possiamo aiutare e il modo più efficace per farlo.

Essere legati a un territorio significa anche conoscerne le esigenze. Per questo cerchiamo di costruire iniziative che abbiano una ricaduta reale sulle persone che lavorano con noi, sulle loro famiglie e sulle comunità che ci sono vicine.

Il filo rosso che lega le tante attività di questi anni è la prevenzione. Perché proprio la prevenzione? C’entra il modo in cui l’azienda vuole che sia percepito il marchio?

La prevenzione è prima di tutto una scelta di responsabilità. Intervenire prima significa aiutare le persone a prendersi cura della propria salute e, in molti casi, aumentare le possibilità di individuare per tempo eventuali problemi.

Per un’azienda come Sant’Anna, che da sempre parla di idratazione e di benessere quotidiano, è naturale avere una sensibilità particolare verso questi temi. Ma non vorremmo che queste iniziative fossero lette come un’estensione della comunicazione di prodotto.

La nostra ambizione è piuttosto trasformare valori come l’attenzione alla persona e il benessere in comportamenti concreti, mettendoli a disposizione di chi lavora con noi e delle comunità in cui siamo presenti.

Torniamo al moral washing. Per molte aziende l’impegno a ridurre l’impatto ambientale e a favorire l’inclusione è serio, non di facciata. Ma non è vero che ormai le persone guardano a queste iniziative con sospetto, come a semplici operazioni di marketing?

Sì, questo rischio esiste, e credo sia anche comprensibile. Negli ultimi anni abbiamo visto moltissima comunicazione legata alla sostenibilità, all’inclusione e alla responsabilità sociale, e inevitabilmente le persone sono diventate più attente a distinguere le dichiarazioni dai comportamenti.

Per questo credo che la risposta migliore stia sempre nei fatti: continuità, concretezza e capacità di misurare ciò che si fa. Una singola campagna può attirare l’attenzione, ma è la coerenza delle scelte nel tempo a costruire credibilità.

Nel nostro caso significa lavorare su più fronti contemporaneamente: dall’innovazione dei materiali e della logistica alle iniziative di welfare, dalla prevenzione sanitaria al sostegno alle realtà del territorio.

Non pensiamo che un’azienda debba raccontarsi perfetta. Pensiamo piuttosto che debba dimostrare, con le scelte di ogni giorno, di prendere sul serio le responsabilità che si assume.

Da dove, o da chi, nasce la volontà di impegnare il marchio Sant’Anna in attività non profit, rivolte al bene comune?

Nasce dalla cultura imprenditoriale costruita da Alberto Bertone, fondatore di Acqua Sant’Anna, scomparso prematuramente nel novembre 2025. Aveva una concezione dell’impresa molto legata alle persone e al territorio e guardava con particolare attenzione a un modello di ispirazione olivettiana, in cui l’azienda non fosse soltanto un luogo di produzione, ma anche una comunità.

Questa sensibilità è rimasta parte della cultura di Sant’Anna. Significa cercare di coniugare la crescita dell’impresa con la responsabilità verso chi ci lavora e verso il territorio in cui operiamo.

È un’eredità che sentiamo molto forte e che cerchiamo di mantenere viva non con dichiarazioni di principio, ma con iniziative concrete: dal welfare aziendale alla prevenzione, fino al sostegno alle realtà che ogni giorno lavorano per rispondere ai bisogni della comunità.

Credit foto: Acqua Sant’Anna

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Social procurement, si può fare

12 Ottobre 2026 ore 15:17

La chiamano “scelta responsabile” o “sconfinamento”. Qualcuno la definisce “leva strategica” e altri osservano senza sentirsi ancora pronti. Il social procurement o approvvigionamento sociale è l’approccio messo in atto da un’organizzazione pubblica o privata quando decide di utilizzare il proprio potere d’acquisto non soltanto per ottenere beni e servizi, ma anche per generare un impatto sociale. Si può tradurre in più azioni: nella scelta dei fornitori (quando l’azienda acquista prodotti e servizi da imprese o cooperative sociali, realtà del Terzo settore o aziende che favoriscano l’inclusione lavorativa o abbiano una missione di impatto sociale) ma anche nella stesura di un bando (quando un ente inserisce clausole sociali nei processi di selezione delle forniture). Attenzione: il principio economico del miglior rapporto qualità-prezzo resta sempre valido, ma si integra anche il criterio della capacità di produrre un valore aggiunto per la collettività.

In Piemonte esiste già una casa comune del social procurement. È nata a giugno 2024 in seno a Torino Social Impact, la rete che coinvolge oltre 450 partner per promuovere l’economia sociale, e ha preso la forma di un portale sperimentale per favorire il potenziale di collaborazione ancora inespresso tra imprese profit e organizzazioni non profit. Oggi quel progetto è maturo per compiere un passo di consapevolezza in più. O meglio, due.

Una sperimentazione sul campo

«A maggio e giugno scorso, abbiamo avviato due percorsi, rivolti rispettivamente al settore pubblico e a quello privato, che ci consentono di sviluppare una sperimentazione sul campo», spiega Raffaella Scalisi, advisor di Torino Social Impact. «Dopo due anni di divulgazione e formazione, abbiamo capito quanto sia fondamentale per le imprese sociali dialogare direttamente con le aziende ed entrare nelle logiche del procurement, una funzione cruciale caratterizzata da processi, procedure e strumenti gestionali molto strutturati. Pensare che basti invitare le aziende ad avvicinarsi al social procurement sarebbe ingenuo: bisogna comprenderne i meccanismi e conoscere il linguaggio».

Si parla spesso della difficoltà delle imprese sociali nel dialogare con il mercato profit, ma non è solo questo il punto: «Non basta preparare le imprese sociali, occorre anche costruire un confronto con le aziende, intercettarne le esigenze e le modalità operative. Per questo siamo molto contenti che Unione Industriali abbia scelto di accompagnarci in questo percorso di collaborazione, sostenuto dalla Camera di commercio e dalla Fondazione Compagnia di San Paolo».

Social procurement pubblico

Il percorso nasce nell’ambito del Piano per l’Economia sociale Torino 2030 come laboratorio territoriale, in collaborazione con il progetto europeo Proseco, di cui Torino Social Impact e la Città di Torino sono partner. «La sperimentazione è rivolta a tutte le stazioni appaltanti, pubbliche amministrazioni, enti strumentali, società partecipate, università e centrali uniche di committenza interessate a integrare appalti sociali, clausole sociali e criteri premiali di impatto sociale nelle proprie procedure di acquisto», prosegue Scalisi. «È un tema complesso, applicabile a diverse tipologie di procedure. Richiede la capacità di trovare il giusto equilibrio tra le opportunità offerte dal mercato e i requisiti richiesti, perché vincoli eccessivi rischiano di ridurre il numero degli operatori disponibili e di rallentare l’attività della pubblica amministrazione. È un aspetto importante, su cui ci concentreremo, tenendo conto anche della revisione del quadro normativo sugli appalti, avviato dalla Commissione europea per valorizzare maggiormente la sostenibilità sociale nelle procedure pubbliche».

Il nostro Codice mette già a disposizione diversi strumenti: «L’obiettivo è approfondirne la conoscenza per utilizzarli al meglio, con il supporto di giuristi ed esperti di impatto sociale, affinché il social procurement diventi una pratica ordinaria e non un esperimento isolato. Dall’altro lato, puntiamo a promuovere il confronto tra i soggetti responsabili delle procedure, creando occasioni di collaborazione per individuare insieme le modalità più efficaci di applicazione della normativa».

L’iniziativa si articola in tre fasi, suddivise in quattro incontri tra la fine del 2026 e il primo semestre del 2027. Tra un incontro e il successivo è previsto un accompagnamento individuale da parte del team di progetto, che coinvolge diversi esperti: Sergio Foà, docente di Diritto pubblico all’Università di Torino, la ricercatrice Valentina Galliano e Tommaso Tropeano, research fellow del Politecnico di Milano e advisor Torino Social Impact.

E privato

«Per il social procurement privato, entreremo direttamente nelle aziende», spiega Scalisi. «Dopo un primo confronto più ampio, tre aziende (Xori Group, Comau e Italgas, nda) hanno scelto di proseguire in tutte le fasi del percorso. Si tratta di un gruppo ristretto, selezionato da Unione Industriali sulla base di una sensibilità già maturata sul tema, una propensione a svilupparlo e una significativa capacità industriale e di acquisto. In queste settimane si svolgeranno i primi incontri di initial development: tre ore dedicate a ciascuna azienda, a partire da una valutazione iniziale.
Per ogni fase è prevista una checklist di domande elaborata a partire dalla letteratura scientifica sulle partnership tra profit e non profit, nell’ambito di una ricerca condotta dal Politecnico di Torino e con il contributo di una dottoranda per monitorare e verificare sia gli aspetti esecutivi sia quelli relazionali, valutandone l’impatto».

Uno dei focus group realizzati a maggio nell’ambito delle attività di Torino Social Impact sul social procurement.

L’obiettivo in questo caso è quello di sviluppare e testare modelli di collaborazione tra imprese profit e imprese sociali capaci di generare valore economico, organizzativo e sociale in modo concreto. «Non si tratta soltanto di divulgazione o formazione, ma di una vera e propria analisi della supply chain per l’individuazione di ambiti di fornitura adatti al social procurement e della conseguente modellizzazione dello strumento all’interno delle procedure aziendali. Le imprese partecipanti saranno accompagnate da un gruppo di esperti attraverso un percorso personalizzato.

Per Luca Rollino, ceo di Xori Group, si tratta di «un’opportunità di valore strategico. Crediamo che la competitività passi dall’innovazione della supply chain e dalla capacità di generare un impatto reale sul territorio. Grazie a questa collaborazione, rafforziamo il nostro percorso Esg integrando le imprese sociali nei processi di acquisto per trasformarli in una leva di valore condiviso». Gli esperti coinvolti in questo caso sono sei: Alessandra Quarta, docente di Diritto privato all’Università di Torino, Tommaso Tropeano, research fellow al Politecnico di Milano e advisor Torino Social Impact, Francesca Montagna, docente in Ingegneria gestionale e della produzione del Politecnico di Torino e tre tre membri dell’associazione Manager non profit (Giulio Prandi, Maurizio Natta e Giacomo Vessia).

In apertura, uno dei due focus group che realizzati da Torino Social Impact nell’ambito delle attività sul social procurement. Le fotografie sono state fornite da Torino Social Impact

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