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Eclissi, lo spettacolo più straordinario del cielo

12 Ottobre 2026 ore 21:48

Che cosa cercavano le decine di migliaia di turisti che il 12 agosto hanno affollato una striscia del territorio spagnolo dalla costa atlantica fino alle Baleari? Erano tutti alla ricerca dell’emozione del Sole che si spegne nel corso di un’eclissi totale. Alcuni hanno avuto fortuna, altri no perché nubi sfilacciate o semplicemente foschia hanno rovinato lo spettacolo. È quello che è successo a me: nel cielo perfetto di Ibiza si è materializzata una nuvoletta, giusto prima della totalità. Anche l’Italia è stata lambita dall’ombra della Luna con una preferenza per le regioni del nord che hanno goduto di oltre il 90 per cento di copertura del disco solare.

Indipendentemente dal fascino ancestrale del sole nero, vorrei sottolineare che l’eclisse è un momento magico che ci rende unici nel Sistema solare. Assistere all’oscuramento del Sole è, infatti, possibile solo per noi terrestri grazie a una fortuita combinazione tra dimensioni e distanza del Sole e della Luna, visti dalla Terra. Per dirla in termini astronomici, il Sole e la Luna appaiono avere le stesse dimensioni angolari nel cielo. È questa coincidenza, unica nel Sistema solare, a rendere possibile alla piccola Luna di oscurare il Sole. Avere le stesse dimensioni angolari non è però sufficiente: perché si verifichi un’eclisse occorre che, nel percorrere le loro orbite, Luna e Terra siano allineate con il Sole.

Marco Bastoni, “Il piccolo libro delle eclissi. Tra mito e scienza, lo spettacolo più straordinario del cielo”, Apogeo, 2026, 160 pagine, 16 euro

In questo rapporto a tre astronomico gioca un ruolo fondamentale l’inclinazione, piccola ma non trascurabile, del piano dell’orbita della Luna rispetto al piano dell’orbita della Terra intorno al Sole. Sono poco meno di 5°, ma sono fondamentali per regolare il succedersi dei momenti “speciali” della Luna che si verificano quando i tre corpi celesti si allineano e possono farsi ombra, determinando le eclissi. Si tratta di fenomeni abbastanza rari perché, come spiega molto bene Marco Bastoni nel suo Il piccolo libro delle eclissi, si richiedono delle condizioni particolari perché la Luna deve trovarsi al posto giusto nel momento giusto in modo tale che si verifichi un perfetto allineamento tra Sole, Luna e Terra.

Grazie alla nostra conoscenza delle complicate e molteplici periodicità dei moti della Luna adesso sappiamo predire con precisione le eclissi, ma, esattamente come Marco Bastoni, ammiro le capacità dei nostri antenati. Pur facendo i conti in caratteri cuneiformi su tavolette d’argilla, i babilonesi erano già in grado di prevedere le eclissi di Sole e di Luna. Diciamo che era una necessità: nell’antichità le eclissi erano foriere di sventura e occorreva essere pronti per cercare di correre ai ripari.

Adesso il terrore è scomparso e le eclissi sono diventate magneti turistici che, però, continuano a offrire le stesse antiche suggestioni. Sappiamo che non ci sono i draghi che mangiano il Sole, ma non possiamo restare indifferenti. È madre natura al suo meglio.

 

Lessico dell’Ecologia Politica e della Crisi Climatica: la grammatica dell’Antropocene

12 Ottobre 2026 ore 04:47

Articolo da Il Mago di Oz - Cultura, libri e pensiero critico

L’ecologia politica ha costruito in pochi decenni un linguaggio nuovo per descrivere la crisi del rapporto tra umanità e pianeta. Non è un vocabolario neutro: ogni termine porta dentro una diagnosi, una responsabilità, una visione del mondo. Antropocene, greenwashing, tipping point, climate justice non sono solo definizioni tecniche, ma strumenti concettuali per leggere la realtà e orientare l’azione. Questo lessico raccoglie i termini fondamentali dell’ambientalismo e dell’ecologia politica, dai concetti classici ai neologismi della crisi climatica contemporanea, spiegandone non solo il significato scientifico, ma anche la funzione critica e politica: cosa permettono di vedere, cosa denunciano, quali conflitti nominano. Nota

L'articolo Lessico dell’Ecologia Politica e della Crisi Climatica: la grammatica dell’Antropocene sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

[2026-10-15] Apertura CdL Felix @ CDL FELIX Asti

8 Ottobre 2026 ore 22:11

Apertura CdL Felix

CDL FELIX Asti - Via XX Settembre 112 Asti
(giovedì, 15 ottobre 17:00)
Apertura CdL Felix

Come ogni giovedì, il CDL sarà aperto dalle 17 alle 20 nel cortile di via XX settembre 112. Birra fresca, giornali, libri in prestito, consultazione e vendita!

Abbiamo un sacco di nuovi arrivi, passate a trovarci!

Yambo, esploratore dell’infinito

9 Ottobre 2026 ore 10:43

Un astronomo punta il telescopio verso Marte e, invece di canali e calotte polari, ci trova l’amore. È il 1910 e sugli schermi italiani passa Un matrimonio interplanetario: pochi minuti di pellicola muta, fondali dipinti, una storia sentimentale che attraversa lo spazio. È considerato il primo film di fantascienza girato in Italia. Lo firma un autore che i lettori, soprattutto i più giovani, conoscono già da anni con uno pseudonimo esotico e un po’ buffo: Yambo.

Dietro quel nome c’era Enrico Novelli (Pisa, 1874 – Firenze, 1943), figlio d’arte – il padre Ermete riconosciuto come uno dei più grandi maestri d’arte drammatica – e autore di una produzione che ancora oggi nessuno è riuscito a censire per intero. Romanzi d’avventura e d’anticipazione, racconti, fumetti, illustrazioni, teatro e teatro di figura, cinema, giornalismo, divulgazione scientifica. «Un incursore dell’immaginario», lo definiscono Paolo Tozzi e Francesca Brunetti nella prefazione di Yambo 150. L’universo di Yambo tra scienza, avventura e immaginazione (Felici Editore, 2026). Un artista «radicalmente eclettico al punto da risultare inafferrabile» e che proprio per questo il Novecento ha finito per perdere per strada.

Paolo Tozzi, Fabio Gadducci, Francesca Brunetti (a cura di), Yambo 150. L’universo di Yambo tra scienza, avventura e immaginazione, Felici Editore, 2026, 164 pagine, 20 euro

Per i 150 anni dalla nascita di Yambo un gruppo decisamente eterogeneo – esperti di fumetto e di letteratura per ragazzi, storici del cinema e della scienza, bibliotecari, informatici, autori e astrofisici – ha deciso di festeggiare. A Firenze, la Biblioteca Marucelliana ha esposto autografi, disegni e volumi rari, mentre un ciclo di incontri si è svolto tra la Marucelliana e la biblioteca dell’Inaf di Arcetri. A Torino il MuFant, il Museo del fantastico e della fantascienza, ha ricollocato Yambo nella storia internazionale del genere. A Pisa, sua città natale, Palazzo Blu ha messo in dialogo le tavole originali de Gli esploratori dell’infinito con la loro nuova vita a fumetti, la graphic novel firmata da Davide La Rosa e Armin Barducci.

Il volume curato da Tozzi, Brunetti e Fabio Gadducci raccoglie e racconta queste esperienze. Ma c’è anche la giovinezza bohémienne di Novelli tra Firenze, Milano e la Roma umbertina, il suo rapporto col fumetto, il serrato confronto con il francese Albert Robida.

Chi si occupa di letteratura per l’infanzia e per ragazzi sa bene che fantasia e scienza non sono mondi antitetici. Quando Gianni Rodari parlava del “binomio fantastico” come scintilla per mettere in moto l’immaginazione, evidenziava proprio l’incontro tra elementi apparentemente lontani. Nella storia della letteratura giovanile, i classici topoi della narrazione — dal viaggio verso mondi inesplorati alle macchine prodigiose, dai viaggi nel tempo alla conquista dello spazio — sono sempre stati il terreno d’elezione su cui s’innestano le scoperte e le ipotesi scientifiche del proprio tempo. Yambo ha incarnato questo spirito in modo esemplare. In romanzi come Gli eroi del Gladiator (1900) o La colonia lunare (1908) la meraviglia del racconto non va mai a scapito della cura dell’informazione. Yambo citava fonti scientifiche coeve, dimostrando una curiosità insaziabile e un rispetto profondo per i fatti della scienza, riuscendo al contempo a mantenere un registro ironico e leggero.

Come sottolinea Paolo Tozzi, ricercatore all’Inaf di Arcetri e tra i curatori del volume: «La nostra scoperta dell’universo di Yambo è nata quasi per caso, nell’ambito di iniziative che intrecciavano astrofisica e cinema muto. Ci siamo trovati di fronte a una produzione sterminata e di sorprendente accuratezza scientifica e tecnologica. Basti pensare che nel romanzo Gli esploratori dell’infinito Yambo riporta nozioni astronomiche attinte direttamente dai testi specialistici dell’epoca, citando con precisione le fonti e ricorrendo a geniali espedienti ironici qualora le esigenze narrative lo costringessero a deviare dal rigore filologico. Un atteggiamento intellettuale proprio del vero scienziato, oggi quanto mai raro da rintracciare in chi si occupa di narrazione».

Il primo incontro di Tozzi con questo universo è avvenuto tra gli scaffali di casa: una copia di Ciuffettino del 1940 nella biblioteca paterna. «Da quel momento ho cominciato a indagare», spiega, «e l’universo di Yambo mi si è letteralmente spalancato davanti, come in un big bang».

Paolo Tozzi, astronomo all’Inaf – Osservatorio astrofisico di Arcetri

Prendiamo un titolo a caso, scegliendo nell’immensa produzione di Enrico Novelli: il già citato Gli esploratori dell’infinito.  Nel 1898 Carl Gustav Witt e Auguste Charlois scoprono Eros, il primo asteroide noto la cui orbita si avvicina a quella terrestre. Pochi anni dopo Yambo lo ribattezza Cupido, lo fa catturare dall’atmosfera terrestre e lo trasforma in un veicolo: a bordo salgono un milionario misantropo, Harry Shtarr, e il suo segretario Giorgio, in fuga dalla noia della vita sulla Terra. Scopriranno di non essere soli: una banda di falsari ha impiantato lassù una zecca clandestina. Un’esplosione spinge l’asteroide su un’orbita ellittica che porta l’improbabile combriccola fino ai confini del sistema solare.

C’è, in questa trama, tutto l’armamentario della grande letteratura per ragazzi: il viaggio straordinario di ascendenza verniana, l’isola deserta che si fa robinsonata spaziale, i pirati – qui falsari –, i mostri – le «zoologie impossibili» dei mercuriani –, il mondo rovesciato in cui gli adulti appaiono ridicoli. Sono i topoi di sempre della fiaba e del romanzo d’avventura, e Yambo li riempie di scienza e di tecnica: l’isola diventa un corpo celeste, il vascello un’astronave, il talismano un’invenzione. Con un dettaglio che oggi suona profetico: un asteroide agganciato, portato in orbita vicino alla Terra e abitato da chi vuole farci affari. A oltre un secolo di distanza le sonde Hayabusa2 e Osiris-Rex hanno riportato a terra campioni di Ryugu e Bennu, e lo sfruttamento minerario dei piccoli corpi del Sistema solare è entrato nei piani di agenzie spaziali e aziende private.

Se Yambo ha ancora qualcosa da dire, però, non è tanto sull’astrofisica di oggi quanto sul modo di raccontarla. Tozzi ne è convinto: «In questi anni complicati rischiamo di concentrarci troppo sui contenuti e troppo poco sulle narrazioni. I festival scientifici e i libri divulgativi, soprattutto quelli per ragazzi, si rivolgono spesso a chi è già curioso e appassionato di scienza. Ma sono le storie a far nascere la curiosità anche in chi parte lontano dall’astrofisica, e più in generale dalla conoscenza».

Yambo ci riuscì con un successo enorme, in un’epoca e in un contesto molto diversi dal nostro, trasferendo la stessa libertà di scrittura in ogni forma espressiva che toccava: romanzo, teatro, cinema, giornalismo, saggio, fumetto, illustrazione. «Yambo ci lancia una sfida», conclude Tozzi: «affrontare l’enorme complessità del contemporaneo con leggerezza, senza rinunciare a un estremo rigore filologico e, soprattutto, con una piena consapevolezza del potere della narrazione».

Non è un caso che Umberto Eco, ne La misteriosa fiamma della regina Loana, abbia scelto proprio il nome Yambo per il suo protagonista, un uomo che ha perso la memoria e la ritrova sfogliando i libri e i giornalini della propria infanzia. Yambo come chiave d’accesso a un immaginario condiviso, sepolto ma non perduto.

 

2+2=5 (La muraglia cinese che divide la Louisiana dall’Arizona)

di: Ca Gi
2 Febbraio 2015 ore 21:01

2+2=5

Due più due fa cinque. Bisogna accettarlo: E’COSI’ PERCHE’ LO DICONO TUTTI.

Non importa essersi informati, aver seguito centinaia di lezioni, imparato a memoria le tabelline, ottenuto una laurea in matematica: se ti trovi di fronte due o più persone che sostengono che 2+2=5 tu, che sostieni faccia 4, sei un povero sfigato bastiancontrario in minoranza che “non capisce”.

O peggio: se anziché limitarti a sostenere che “due più due fa quattro e non cinque” hai l’ardire di indicare prove materiali a tuo favore (schemi delle tabelline, testi di matematica ecc), con ogni probabilità verrai tacciato d’esser [ noioso / pesante / arrogante / antipatico / stressante / fondamentalista / troppo rigido ].

ATTENZIONE: qui non si parla di divergenze d’opinioni ma di pura e semplice negazione di fatti.

OPINIONI VS. DESCRIZIONI DELLA REALTA’

Se Gianni sostiene che “il Gran Canyon é più bello della muraglia cinese” e Pinotto che “la muraglia cinese é più bella del Gran Canyon” si tratta di una divergenza d’opinioni, ossia considerazioni personali non misurabili e prive di valore oggettivo.

Se Gianni invece sostenesse che “la muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona” non ci troveremmo più di fronte ad un’opinione personale ma ad una descrizione della realtà che pertanto può esser misurata in gradi di veridicità a seconda della sua maggior o minor capacità di rappresentare coerentemente la realtà conosciuta.

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A GIANNI NON INTERESSA LA REALTA’

Se Gianni sostenesse che “la muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona“, per dimostrare che la muraglia cinese sta in Cina potresti mostrare fotografie, guide di viaggio, atlanti, documentari, testimonianze di amici cinesi, libri di storia. Ma tutto ciò potrebbe essere inutile.

Non per colpa dei tuoi atlanti o delle tue fotografie. Non per colpa del tuo amico cinese o delle tue guide di viaggio. Ma per colpa di Gianni stesso. Si perché fondamentalmente A GIANNI NON INTERESSA LA REALTA’. Non cerca riscontri oggettivi alle proprie credenze. Non mette in discussione le proprie convinzioni.

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Gianni é talmente abituato a stare nella sua prigione di convinzioni (anche se non é detto ci si trovi poi così comodo) che  la difenderà a spada tratta, percependo come un attacco qualunque cosa potesse anche solo potenzialmente intaccarla. Perché Gianni ha paura ad uscire da quella prigione che conosce benissimo ed in cui sa come muoversi. Ecco che quindi Gianni bollerà tutte le prove in grado di distruggere la sua convinzioni  come “roba noiosa da leggere, poco interessante, di parte e magari anche falsa”.

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Brooks, dopo aver passato l’intera vita in carcere, alla notizia della sua scarcerazione tenta di uccidere un altro detenuto per prolungare la sua stessa prigionia (Le ali della libertà)

UN CRIMINE

Se la stupidità é una condizione sfortunata e pericolosa e l’ignoranza é una condizione risolvibile, la negazione della conoscenza é certamente un crimine.

Negando di affrontare l’evidenza, quindi, Gianni commette un crimine di cui é il solo responsabile.

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COLPA DI GIANNI E DI CHI LO NUTRE

Pur non discolpando Gianni é comunque innegabile che la sua negazione della realtà derivi ANCHE all’humus culturale in cui é immerso. Perché vi sono anche molti altri “Gianni” a cui fa comodo che Gianni stesso resti com’é e fanno di tutto per alimentarlo e stimolarlo con cibi adatti a mantenerlo così.

Come un alcolizzato che fin da giovane é stato spinto a preferire i liquori in base al maggior tasso alcolico e non in base ad un gusto addestrato da corsi da sommelier, a Gianni é sempre e solo stato insegnato a descrivere/descriversi grossolanamente la realtà; più con la pancia che attraverso analisi logica e riscontri oggettivi.

A ciò hanno contribuito l’ambiente in cui é cresciuto, la famiglia in cui ha vissuto, gli amici che si é scelto, gli insegnanti che più l’hanno coinvolto, le cose che ha letto e sentito.

Se Gianni non ha una propensione personale a documentarsi e l’ambiente in cui é cresciuto lo ha abituato a leggere poco e/o a leggere male sarà sicuramente molto più a suo agio nella fruizione di testi che rispondono con semplicità alla sua pancia. Si troverà più a suo agio coi brevi servizi di Striscia la Notizia e con gli schiamazzi populisti che con la lettura di OpenData come dati Istat ed Eurostat o con testi troppo articolati e complessi.

Se poi Gianni si trova in un ambiente particolarmente avverso ai valori di precisione, merito, ricerca, dialogo ed analisi come l’Italia attuale (NB: non che all’estero sia tutto meglio, ma qui gli italici modelli di riferimento stan facendo danni a livelli diversissimi e in tutti i campi) una certa colpa va addossata pure all’humus di cultura popolare italiana.

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HUMUS CULTURAL-POPOLARE ITALIANO

Nell’Italia che legge poco e principalmente i libri acquistabili al supermercato, con almeno un terzo della popolazione dichiarata analfabeta funzionale, in cui l’istruzione scolastica fornisce una preparazione scarsa (rapporto OCSE 2014), con una copertura internet arretrata e conseguente alto analfabetismo digitale, in cui la gente legge più riviste settimanali che quotidiani, e s’informa principalmente attraverso Tv e Social Network, appare chiaro quante difficoltà può trovare il nostro Gianni.

Viste le premesse non stupisce il fatto che il dialogo nazionale vada avanti a colpi di emergenze emotive. Con la spinta degli introiti da grandi numeri e la scusante esteriore della simpatia si é lasciato sempre più spazio ad un tipo di comunicazione eccessiva, semplicistica ed inaccurata.

PROPAGANDA AUTORIGENERANTE

Ogni giorno escono a ritmi frenetici migliaia di articoli, post, commenti, tweet e servizi formanti un flusso mastodontico che investe la persona, la quale ormai si percepisce sempre meno figura che deve cercare le informazioni utili, e più utente raggiunto dalle notizie.

La mole di notizie che investono la persona la obbligano ad impiegare il suo tempo in un’operazione di rapidissima e frenetica scrematura quantitativa dei dati. Per ogni articolo letto per intero sono stati scartati decine e decine di titoli e foto che tuttavia, passando davanti agli occhi della persona vengono letti ed assorbiti.

A causa del gran numero e la rapidità con cui questi brandelli d’informazione passano sotto gli occhi di tutti, DI FATTO l’immaginario popolare viene plasmato più facilmente da immagini come questa che da argomenti che illustrano la realtà scientifica dei fatti (ossia che i migranti che giungono in Italia sono più sani degli italiani stessi):

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(bufala priva di fondamento)


Allarmi di questo tipo vengono lanciati continuamente sui social network per esser visualizzati, rigirati, riportati, riscritti, copiati, rilanciati e, qualora ottenessero un certo successo, fatti proprio da blogger, giornalisti e politici che, per ottenere visibilità/visualizzazioni/consenso rilanceranno con maggior forza.

Il nostro Gianni, dopo aver esser stato raggiunto qualche decina o centinaia di volte da notizie simili avrà sicuramente assorbito il meme “gli immigrati portano l’ebola” e non andrà ad informarsi oltre: se ha già pregiudizi verso gli immigrati avrà già fatto sua quest’idea. Poco importa che sia tutta una balla e la realtà sia esattamente l’opposto (ossia che gli immigrati, più che portare malattie si ammalano quando arrivano in Italia).

Oltre alle bufale vere e proprie circolano allo stesso modo mezze verità, letture parziali dei fatti, esagerazioni gargantuesche ed ipersemplificazioni in un deleterio mix in cui un servizio al telegiornale può parlare di uno scambio di tweet tra un politico ed una soubrette a proposito di un’allarme-bufala lanciato da un blog che ha citato una frase falsa attribuita alla moglie del direttore del telegiornale, scatenando schiere di tifosi da smartphone che si lanciano in battaglie a suon di tweet, post e like a favore o contro la notizia. L’informazione diventa intrattenimento-spettacolo e le diverse opinioni vengono irregimentate in tifo da stadio. La natura stessa dei social network tende a premiare proprio quest’ultimo aspetto, livellando i dialoghi al minimo comun denominatore (tu tiri pietra – io lancio sasso) rendendolo DI FATTO il modo moderno di “dialogare”.

TUTTO QUESTO SENZA MAI VERIFICARE LA VERIDICITÀ’ DELLE AFFERMAZIONI LETTE E SOSTENUTE

La mancata distinzione tra informazione ed intrattenimento crea di fatto una forma di propaganda autorigenerante in cui sono le stesse persone suggestionate ad alimentare unilateralmente ciò che li ha suggestionati riproponendolo e rinnovandolo, distruggendo la distinzione fatta ad inizio di questo articolo, tra opinione e descrizione della realtà.

Ecco come negli ultimi anni il chiacchiericcio del momento é stato preso in ostaggio dai diversi Frame (sempre nuovi perché lo storytelling deve sempre essere fresco e affascinante):

“pericolo lavavetri”, “imprenditori suicidi”, “boom stupri”, “mandiamo a casa la casta”, “Berlusconi innocente”, “Toghe rosse”, “scandalo auto blu”, “Corona incarcerato per una foto”, “i clandestini ci stanno invadendo”, “questo governo non é stato votato”, “ridateci i nostri marò”, “L’Europa ci comanda” oltre a decine e decine di “rivelazioni” mai fatte, “ricerche” irreperibili. Il tutto utilizzando perlopiù un linguaggio urlato a volte cartoonesco,  ma sempre attento più alla forma accattivante che all’attendibilità del contenuto.

Il risultato é l’aver impantanato ogni dialogo nazionale in uno sciocco chiacchiericcio monopolizzato da meme che sostituiscono la realtà dei fatti e che all’orecchio di chi si é preso la briga di documentarsi suonano assurde come  “La muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona” o “due più due fa cinque”. Ma guai a negarle! Se ci provassi verresti subito tacciato di essere via via noioso / poco interessante / di parte / arrogante / radical chic / il solito sessantottino / uno dei centri sociali / fascista / anarchico / marziano.

Non c’é che adattarsi. Prendere una pastiglia omeopatica, farsi fare un massaggio shiatsu, chattare su Facebook a proposito di quel post letto di sfuggita e mi ha indignato tanto per poi andare in centro (stando ovviamente lontano tutti i negri per non prender malattie) a comprare quel nuovo prodotto “bio” che tutti dicono faccia benissimo. Ma prima dovrò prelevare dei contanti alla mia banca che sarà certo in mano a degli ebrei.

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È USCITO IL NUOVO LIBRO DI DANIELE PERRA: “Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov”

20 Gennaio 2024 ore 15:57

Lev Tolstoj, nel suo racconto I cosacchi, così descrive la prima penetrazione del mondo russo nell’area caucasica: “Molto, molto tempo fa i loro avi, vecchi credenti, scapparono dalla Russia e si stabilirono oltre il Terek, tra i ceceni del Greben’, la prima striscia di montagne boschive della Grande Cecenia. Vivendo tra i ceceni, i cosacchi si mescolarono con loro e si appropriarono delle usanze, del modo di vita e dei gusti dei montanari; ma mantennero anche lì, in tutta la sua bellezza primitiva, la lingua russa e la vecchia fede. La leggenda ancora oggi più viva tra i cosacchi dice che lo zar Ivan il Terribile venne sul Terek, chiamò a sé dal Greben’ i vecchi, regalò loro la terra da questo lato del fiume, lì esorto a vivere in pace e promise di non costringerli né alla sudditanza, né a cambiare la fede. Ancora oggi le stirpi cosacche si considerano dello stesso ceppo dei ceceni e l’amore per la libertà, per l’ozio, per il saccheggio e per la guerra costituisce il tratto principale del loro carattere”.

Tolstoj, come noto, militò nel corpo di spedizione dello Zar in Caucaso, nel corso della guerra pluridecennale che infiammò la regione a metà del XIX secolo ed almeno fino al 1864, anno che convenzionalmente ne segna la fine. Dunque, chi meglio di lui poteva raccontare, arricchendola di espedienti narrativi, l’epopea caucasica della Russia? Tuttavia la sua opera fu in qualche modo l’espressione più tardiva di quello che si potrebbe definire l’“orientalismo russo”, ed anche quella meno incline alla fascinazione immaginifica per l’Oriente che si ritrova, invece, in altri interpreti del calibro di Puškin e Lermontov. Tolstoj, di fatto, racconta la guerra caucasica per quello che sostanzialmente è stata: una guerra sì di espansione (talvolta brutale, a differenza dell’estensione imperiale verso la Siberia) ma con caratteristiche precipuamente russe. E quali sono queste caratteristiche?

Daniele Perra, nella sua opera Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov (edita dalla storica casa editrice parmense Edizioni all’insegna del Veltro, che ha in catalogo diversi testi sull’“altra Europa”), cerca di dare una risposta a questa domanda, partendo dall’affermazione dello storico Andreas Kappeler secondo cui “la trasposizione semplicistica dei concetti di imperialismo e colonialismo nella realtà russa, diffusa soprattutto nella ricerca americana, finisce per occultare molto più di quanto spieghi”. Facendo nostro per un attimo il pensiero di uno dei padri della “scienza” geopolitica, Friedrich Ratzel, si potrebbe addirittura affermare che, avendo seguito una direttrice lineare nello spazio e nel tempo, l’utilizzo della categoria “colonialismo” in rapporto all’espansione russa sia del tutto fuorviante. Questa, in realtà, fu una storia di incontro, scontro, assimilazione, convivenza, vantaggio ed arricchimento reciproco (soprattutto culturale) che ha plasmato in modo determinante l’autocoscienza del gigante eurasiatico, a prescindere dalle pulsioni nazionalistiche (in molti casi eterodirette) che l’hanno ciclicamente minacciato (non esclusa l’esperienza dell’Imamato di Šamil, che, come fa notare Perra, ebbe la sua buona dose di sostegno da parte turca, francese e britannica). Eppure, c’è chi ancora oggi parla di “de-colonization of Russia”, sostenendo la necessità di smantellarla territorialmente per renderla innocua sia sul piano demografico che su quello economico e militare.

Ad onor del vero, parte di questo piano è stato portato a compimento con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che, come osserva lo stesso Perra, fu “l’erede geopolitica” dell’Impero zarista. A tale proposito, l’ormai veterano della rivista di studi geopolitici “Eurasia” fa notare che, con il crollo del colosso socialista (provocato da spinte sia interne che esterne), la Russia “si ritrovò privata di circa 5,3 milioni di chilometri quadrati di territorio, una superficie superiore a quella dell’intera Unione Europea odierna (4,3 milioni di chilometri quadrati) o dell’India (2,3 milioni di chilometri quadrati). A ciò si aggiunga il fatto che si vide totalmente tagliata fuori da diverse aree di primaria importanza strategica (nel Baltico, nel Caucaso ed in Asia Centrale) e sulle quali con grande difficoltà poteva ristabilire una certa influenza”. Parte della strategia dell’arco di crisi di Brzezinski e soci consisteva proprio nella destabilizzazione dei confini russi, in primo luogo nella fascia meridionale. Prosegue inoltre l’autore: “con la disintegrazione dell’URSS, i diversi anelli che formavano il complesso energetico integrato sovietico finirono per trovarsi al di fuori dei confini della Russia. Mosca, sul finire degli anni ’90, era in una posizione in cui, da un lato, doveva affrontare la crescente concorrenza di ex Repubbliche sovietiche come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan (capaci di aumentare in breve tempo la produzioni di idrocarburi grazie a massicci investimenti occidentali) e, dall’altro, doveva affrontare altri Paesi di nuova indipendenza come Ucraina, Bielorussia e Moldavia tutti fortemente indebitati con la Russia per il mancato pagamento di approvvigionamenti energetici”.

È in un tale contesto che si inserisce il conflitto ceceno, che viene esaminato nella seconda parte di questo lavoro (la prima è dedicata più in generale alla storia del Caucaso). Ed è in Cecenia che, nonostante gli errori ed orrori di una “guerra sporca” (e fratricida) ben raccontata dall’autore di Obiettivo Ucraina (Anteo Edizioni 2022), rinasce una Russia capace di opporsi a quello che Perra definisce come un processo di “occidentalizzazione dello spazio” o di “desacralizzazione dello spazio”. Si ha infatti a che fare con un mero consumo di territorio, cultura e vita, che nello specifico caso caucasico è rappresentato dalla perniciosa penetrazione del wahhabismo (“l’Islam americano”), la quale, minando i fondamenti tradizionali dei popoli della regione, ha suscitato l’opposizione anche di molti esponenti del separatismo ceceno della prima ora. In Cecenia, dunque, rinasce la Russia, la quale, mantenendo la sua presenza nel Caucaso ed evitando la parcellizzazione etnico-settaria, attraverso la Cecenia ha saputo ritagliarsi uno spazio di rilievo nel mondo musulmano, del quale essa stessa fa parte.

Il libro di Daniele Perra, approfondendo anche tradizione e aspetti peculiari dell’Islam caucasico, presenta nel dettaglio la storia e la geopolitica di una regione che rimane centrale per comprendere la complessità e le sfumature dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”. Di conseguenza, la sua lettura è assolutamente consigliata.

Daniele Perra, Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2024, pp. 192, € 24,00.

L'articolo È USCITO IL NUOVO LIBRO DI DANIELE PERRA: “Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov” proviene da Giubbe Rosse News.

[Archive] photos by Paola Ghirotti Chado Joan Katsura Rikyu Collana album 02 Giardino giapponese

[Archive] photos by Paola Ghirotti Chadō  Joan Katsura Rikyū Collana album 02  Giardino giapponese  Libro fotografico di Paola Ghirotti formato ad album 21 x 15 cm (aperto 42 x 15 cm)  64 pagine a 4 colori + 16 pagine in bianco/nero - carta copertina bianco mat da 300 grammi con plastificazione opaca allestimento cucitura filorefe, dorso quadro - ISBN 979-12-210-3375-5 Il filo conduttore di questo progetto sul giardino giapponese è, per il primo album fotografico, la cerimonia del tè. Il progetto grafico dà spazio alle immagini; nell’ultimo sedicesimo in bianco e nero, troverete i testi su Chadō, Joan e Katsura Rikyū in italiano e in inglese, di seguito, le didascalie alle immagini ed il glossario. Le diapositive sono state scattate con Hasselblad SWC e con Olympus Om 1, su pellicola Velvia 50 e 100 e Kodachrome 25    

conversazioni con CIRCE intorno a Internet Mon Amour

di: Unit
3 Gennaio 2020 ore 00:00

lost - internet mon amour

Locandina in PDF

Mercoledì 22 gennaio 2020 alle ore 19.00 @Cox18 - via Conchetta 18 - Milano

Conversazioni con C.I.R.C.E. intorno a:

Internet Mon Amour
cronache prima del crollo di ieri
di Agnese Trocchi.

Fino a quando continueremo a considerare le macchine alla stregua delle bestie non …

DIVULGARE LA CULTURA E LA REALTÀ DEI NATIVI AMERICANI: LA MISSION DELLA ATTIVISTA MILANDRI

Basta ascoltarla parlare, o leggere uno dei suoi libri, per capire che Raffaella Milandri ha dedicato, da 15 anni a questa parte, tutte le sue energie vitali alla causa dei Nativi Americani e, più in generale, dei Popoli Indigeni. “Non sono nata scrittrice, fotografa e giornalista, ma lo sono diventata, per poter divulgare la importanza della diversità e della multiculturalità, che sono le vere e uniche maestre di vita, in questo mondo in cui ci si schiera solo da una parte o dall’altra, senza dialogo e senza voler ascoltare l’altro. Ho sempre avuto la passione dei Popoli Indigeni e dei Nativi Americani, sin da piccola quando leggevo Tex Willer e, da ragazza, Jack London. Dopo un periodo come direttore commerciale e amministratore aziendale, ho lasciato tutto e ho iniziato a viaggiare per conoscere le realtà che tanto mi affascinavano. Finiti i soldi,  son tornata a lavorare per mantenere economicamente la mia passione e la mia curiosità”. Tra il 2006 e il 2018, la Milandri scatta oltre 100.000 fotografie, durante i suoi viaggi in Alaska, in Papua Nuova Guinea, in Camerun, India e tanti sperduti angoli di mondo, sempre alla ricerca di Popoli da salvare, di diritti umani da salvaguardare. Mentre la macchina fotografica e la telecamera diventano sue compagne inseparabili, per documentare inchieste scottanti e a volte molto pericolose, inizia, dal 2011, la sua produzione letteraria: il suo sguardo è diretto come la sua scrittura, mossa da una curiosità vorace verso la dicotomia “Popoli Indigeni”, ossia “gli altri”, e “Popoli Occidentali”, ossia “noi”.  La diversità di cultura la annichilisce, rimanendo conquistata dai Popoli Indigeni e in particolare dai Nativi Americani, e soffrendo nel paragonare il loro di stile di vita e la loro filosofia al “nostro”, che le sembra a volte sterile e troppo materialista. Se la colonializzazione è stata l’inizio dei mali di questo mondo, oggi la globalizzazione appare ugualmente devastante e dominatrice, non portando benefici ma soprattutto spazzando via culture e differenze solo in nome delle risorse naturali, del consumismo, insomma del denaro. Le potenze coloniali sono state sostituite da multinazionali e entità sovranazionali che pilotano gusti, consumi, ma anche abbigliamento, linguaggi, religioni, educazione. E, quindi, cultura. “Ho scritto molto negli ultimi dieci anni, ho scritto disperatamente per divulgare le voci e le testimonianze che ho ascoltato, i messaggi che ho raccolto in remoti villaggi di popoli discriminati, di cui molti ignorano l’esistenza. Ho promosso petizioni e campagne: per i Dongria Khond in India, per i Bakà in Camerun, per i Nativi Americani, per la ILO 169”. Chiediamo alla Milandri se i suoi appelli siano stati ascoltati: “Ho realizzato presto, pur avendo avuto alcuni spazi in tv nazionale, che siamo, in Italia senz’altro, troppo incentrati su noi stessi per prestare la dovuta attenzione a problematiche internazionali. Tranne magari le guerre, il terrorismo e i cambiamenti climatici, che fanno più audience di popoli a rischio di estinzione”. Raffaella Milandri ha realizzato un nuovo libro sui Nativi Americani, di cui negli anni è diventata una dei massimi esperti italiani; le domandiamo di illustrarcene i contenuti: “In Italia, ma anche all’estero, i Nativi Americani sono oggetto di una disinformazione incredibile. Chi pensa che siano quasi estinti, chi crede che vivano ancora nei teepee. Eppure ci sono, anzi con il Census 2020 sono risultati oltre nove milioni negli Stati Uniti. Ci sono centinaia di tribù e riserve, di diverse tipologie, pur se la maggioranza di loro vive in aree metropolitane, al di fuori delle riserve. Studiano, lavorano, cercano di proteggere la loro cultura e le loro usanze. Ho voluto realizzare una Guida alle Tribù e Riserve Indiane degli Stati Uniti, non solo per divulgare preziose informazioni  storiche, legislative e culturali, ma anche per poter aiutare il turismo nelle riserve, e quindi le economie tribali”.
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