Obesità, l’Italia non dimagrisce. Serve una risposta di sistema
Quasi un italiano su due convive con un peso in eccesso. Circa il 32% è in sovrappeso e oltre il 10% presenta obesità. I più colpiti: gli abitanti delle regioni del Sud e le persone con minore istruzione o maggiori difficoltà economiche.
L’obesità, appena inserita dalla Lancet commission tra le 17 gravi minacce che da qui al 2100 peseranno di più sulla salute del pianeta, affligge il nostro paese, dove la tendenza è inalterata negli anni, in un contesto mondiale di progressivo peggioramento. Non c’è ragione di rallegrarsi. I comportamenti degli italiani non vengono scalfiti dalle varie ma frammentate iniziative di comunicazione rivolte ai cittadini.
Per iniziare a risolvere questa situazione, che pesa sulla vita delle persone e sui conti pubblici, «c’è necessità di fare sistema, di potenziare l’interazione tra mondi che devono collaborare, perché bisogna cambiare l’opinione pubblica e rendere i decisori pubblici sempre più consapevoli di questo» ha detto Silvio Buscemi, presidente della Società Italiana dell’Obesità e professore di Nutrizione Clinica all’Università di Palermo presentando il congresso nazionale Sio WiP – Obesità Work in Progress 2026, in corso a Palermo. «La multidisciplinarietà e la polispecialità emergono dal programma del congresso dove sono almeno una decisa i simposi congiunti Sirn, e con i radiologi medici della Sirn abbiamo appena firmato un protocollo di collaborazione e studio, Sie, Sic, Sid, Simi, Sip, Siedp, Sisdca».

«I dati confermano un fenomeno sostanzialmente stabile nel tempo, ma mostrano il persistere di importanti disuguaglianze» ha spiegato Valentina Minardi, ricercatrice del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute (Cnapps) dell’Istituto Superiore di Sanità. «Impressionante anche i dati della sedentarietà, che si accompagna all’obesità e mostra gli stessi gradienti regionali e socio-educativi». Un altro elemento sul quale è importante richiamare l’attenzione riguarda il ruolo degli operatori sanitari: «Meno della metà degli intervistati riferisce di aver ricevuto indicazioni sul controllo del peso, nonostante sappiamo che il consiglio di un professionista sanitario aumenta significativamente la probabilità di adottare comportamenti salutari». Pressoché nessun medico di famiglia, infatti, porta l’attenzione del proprio assistito il problema del peso.
«Abbiamo finalmente riconosciuto l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante, ma dobbiamo ancora imparare a intercettarla e prenderla in carico come tale. Il riconoscimento della malattia deve tradursi in prevenzione, diagnosi precoce e percorsi di cura concretamente accessibili» conclude Buscemi. Come, ad esempio, garantire a tutti i nuovi farmaci, quelli di cui parlano tutti, che vogliono tutti e che ancora non sono nei Lea: «è un problema politico, perché combattere l’obesità significa anche recuperare forza lavoro e risparmiare i costi di salute delle malattie associate all’obesità» osserva Buscemi. «Abbiamo un governo che si fregia di essere il più duraturo. Che assuma uno sguardo lungo di corretta programmazione degli interventi».
Oltre al calcolo dei costi e dei benefici, tante sono le complessità con cui fare i conti. «Perché tutto qui è molto complesso: le malattie croniche non trasmissibili, l’esposoma, la società» ammette Roberto Vettor, Past President SIO, facendo riferimento ai determinanti sociali della salute. Poi, c’è anche il fatto che non basta sembrare magri per essere al riparo da problemi metabolici. Inoltre, andrebbe sensibilizzata la classe medica: «Così come si ascolta il cuore o si misura la pressione, non si misurano di routine peso e circonferenza vita e altezza».
I pazienti
«Sarebbe ora arrivassero risposte concrete, rendendo accessibili nei Lea i percorsi e la presa in carico multidisciplinare e continuativa, per garantire diritto alla cura a tutti indipendentemente dalla Regione in cui vive. Le differenze regionali continuano a persistere. Andrebbe anche istituito un piano di attuazione con risorse e scadenze» ha detto Iris Zani, presidente dell’associazione Amici oltre il peso e della Fiao federazione italiana delle associazioni, intervenendo all’inaugurazione del congresso. «Chiediamo un’attenzione al contrasto allo stigma: i pregiudizi allontanano le persone dai servizi e compromettono il rapporto di fiducia con i professionisti. È importante anche riconoscere un ruolo stabile alle associazioni coinvolgendone nei tavoli decisionali e chiamarle al confronto con le istituzioni».

La ricerca e l’Ia
La ricerca continua a essere importante. Spiega Vettor: «Dobbiamo andare verso la medicina di precisione. Non basta salire sulla bilancia. Gli strumenti di Ia li stiamo già usando, ma li useremo sempre più. Dovremmo essere noi a governare il processo: penso alla raccolta dati che per noi sono così preziosi e regaliamo costantemente alle grandi compagnie».
Povertà alimentare infantile
Oltre a fare in modo che la persona obesa venga riconosciuta come paziente, a mancare è il passaggio a reali programmi di prevenzione primaria in una società dove, lo dicono oggi i dati di Action Aid sulla povertà alimentare in Italia, circa 430mila, il 5,6% dei minori sotto i 16 anni, i bambini e i ragazzi che vivono in famiglie costrette, per ragioni economiche, a rinunce che riguardano l’alimentazione o la socialità. Anche i clinici riuniti in congresso riconoscono il maggior costo di un’alimentazione salutare rispetto al junk food più economico. «La famiglia media oggi non può costruirsi una dieta di qualità» dicono. Un primo passo potrebbe essere quello di rendere meno accessibili i cibi problematici per la salute. Per Valentina Minardi, «un regalo per le festività potrebbe essere la «sugar tax» che negli altri paesi ha portato a evidenti risultati». E, poi, chi è costretto a rinunce alimentari, come può dedicare risorse mentali e finanziarie agli stili di vita salutari se non aiutato da grandi programmi nazionali?
La prevenzione primaria
Già, perché va bene affrontare con i nuovi potenti farmaci il problema dell’obesità, ma è altrettanto importante impedire che le persone diventino in sovrappeso o obese. «La prevenzione primaria è una componente fondamentale, fatta di interventi verso gli operatori e la cittadinanza» spiega Minardi. «La strada è quella della mobilità attiva, dell’educazione nelle scuole e dell’accesso ai servizi». La prevenzione va guidata, ci sono i progetti del Piano nazionale prevenzione, le Urban Health, le Food Policies, ma non si sono tradotti in cambiamenti nei nostri comportamenti. «La prevenzione ha tempi lunghi, al contrario dei nuovi farmaci il cui effetto è evidente pressoché istantantaneamente».
Un approccio integrato
Nelle recenti prime linee guida dedicate all’obesità dell’Oms, si parla di approccio integrato: si raccomanda nei bambini di agire su alimentazione, movimento, comportamenti, sonno e ambiente familiare, all’interno di un percorso assistenziale continuativo e di evitare farmaci e chirurgia. Si raccomanda, inoltre, di agire contestualmente anche sulla salute mentale, ansia ed emozioni, per la loro interconnessione con il comportamento alimentare, e si ribadisce la dimensione sociale del fenomeno, rilevante almeno quanto i fattori psicosociali e la suscettibilità biologica.
Foto di AllGo – An App For Plus Size People su Unsplash
L'articolo Obesità, l’Italia non dimagrisce. Serve una risposta di sistema proviene da Vita.it.








