Vista elenco

Sollicciano, sul carcere di Firenze sono dovuti intervenire i giudici: Dap e governo sapevano ma non si sono mossi

16 Giugno 2026 ore 16:21

Lo avevamo detto oltre un anno fa. Era tutto scritto. Sul sito di Antigone, la scheda relativa a Sollicciano si apre così: “Le condizioni strutturali dell’Istituto sono semplicemente disastrose”. Il seguito potete leggerlo da soli. Dopo la visita congiunta di Antigone e Magistratura Democratica del 21 marzo 2025, avevamo chiesto che il carcere di Sollicciano a Firenze venisse immediatamente chiuso. Là dentro si viveva una vita indecente, contraria a ogni senso di umanità, indegna di uno Stato che si vuole presentare come democratico.

“È difficile descrivere”, scrivevamo allora, “la condizione di degrado raggiunta dalla struttura (…). Non si tratta più di trascorrere il tempo in uno spazio ridotto o di non poter usufruire di un programma teso alla risocializzazione a causa del sovraffollamento, come ormai accade alla maggior parte dei luoghi di detenzione italiani. A Sollicciano si tratta di essere costretti a sopravvivere adattandosi a condizioni di vita inumane che non corrispondono al senso di umanità della pena richiesto dall’art. 27 comma 3 della Costituzione. La struttura degli edifici che ospitano le sezioni e lo stato di degrado dell’intero impianto idrico sono tali che le continue infiltrazioni di acqua piovana e di acqua dispersa hanno cosparso di muffa intere pareti e provocano continui sversamenti di acqua dai soffitti e dai terrazzi, che allagano i pavimenti e obbligano i ristretti a vivere nell’umidità, se non proprio nell’acqua. I servizi igienici delle celle (dove spesso vengono ricavati spazi dispensa) oltre ad essere coperti di macchie di muffa, sono privi di copertura della tazza e di cassa di scarico, tanto che le persone detenute devono utilizzare un tubo di fortuna attaccato al lavandino. Sempre a causa delle infiltrazioni di acqua è saltato l’impianto elettrico di alcune celle e le persone detenute devono stare al buio. Le cimici continuano ad infestare i materassi”. E potremmo continuare.

Le condizioni igieniche, sanitarie e strutturali dell’istituto non erano già all’epoca sostenibili. Nonostante questo e altri successivi appelli, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non si è mosso. Oggi è una Procura – caso senza precedenti – a chiederne il sequestro. Il Tribunale di Firenze ha emesso un decreto di sequestro preventivo per ben sette sezioni del carcere fiorentino. I detenuti verranno, inevitabilmente, ammassati da qualche altra parte, visto il tasso di affollamento carcerario che ha ormai raggiunto il 140% su base nazionale (e oltre il 200% in molti istituti: oggi solo 22 carceri su 189 non sono sovraffollate).

L’applicativo informatico utilizzato dal Ministero della Giustizia per misurare lo spazio delle celle si discosta dai criteri dettati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel 2021. Il governo non vuole regole, non gradisce controlli. Vuole mano libera. Nel suo continuo braccio di ferro con la magistratura, ha deciso che il detenuto deve accontentarsi di meno spazio di quello previsto dalle norme per come i magistrati le interpretano.

Allo stesso modo, ha deciso che i detenuti possono vivere in mezzo alle cimici, alla muffa, agli allagamenti. Sapevano tutto e non hanno fatto nulla. Adesso sono intervenuti i giudici a riaffermare dei limiti minimi. Non era mai accaduto prima in questi termini. Speriamo che non ci si fermi qui. Non basta una mano di vernice a Sollicciano: come accade in Paesi più civili del nostro, nessuno deve più entrare in carcere se non c’è uno spazio dignitoso ad accoglierlo.

L'articolo Sollicciano, sul carcere di Firenze sono dovuti intervenire i giudici: Dap e governo sapevano ma non si sono mossi proviene da Il Fatto Quotidiano.

Chat sessista e immagini rubate delle passeggere, Atm apre un'indagine: “Il rispetto non è un valore negoziabile”

16 Giugno 2026 ore 16:11
A far emergere il caso è stata una passeggera che ha fotografato una conversazione WhatsApp tra alcuni dipendenti Atm con immagini estratte dalle telecamere di bordo e commenti sessisti sulle donne. Atm ha aperto un’indagine interna e annunciato denuncia alle forze dell’ordine

Biglietti aerei, stop ai "trucchetti" delle compagnie low cost. Queste sono le nuove regole su bagagli, app e rimborsi

16 Giugno 2026 ore 15:28
Niente più obbligo di scaricare app per ottenere la carta d'imbarco, stop ai costi per correggere i nomi e trasparenza totale sui bagagli fin dal primo clic. Ma prima di cantare vittoria serve l’ok definitivo dell’Ue

“Così ho scoperto la chat sessista dei lavoratori Atm. Non siamo al sicuro neppure con i conducenti dei mezzi pubblici”

16 Giugno 2026 ore 13:45

“Purtroppo o per fortuna, dallo schermo mi è subito balzata all’occhio un’immagine scattata dalle telecamere di sorveglianza: era una foto ingrandita dei glutei di una ragazza”. La ragazza ventiseienne che ha svelato la chat sessista dei dipendenti Atm (l’azienda del trasporto pubblico di Milano) innescando la protesta su Instagram, ha raccontato al Corriere della Sera come è andata. Prima di tutto ha spiegato da cosa è stata attratta la sua attenzione, mentre viaggiava su un tram: sullo smartphone di un dipendente seduto davanti a lui, aperto sulla chat incriminata, erano appena stata condivisa l’immagine del sedere di una ignara passeggera. La foto era stata scattata immortalando il monitor collegato alle telecamere per la sorveglianza a bordo del veicolo. Insieme all’immagine, il conducente aveva condiviso il commento: “È il mio dolce per voi”. Dando la stura alle parole sessiste e offensive dei partecipanti alla chat.

La ragazza ha dichiarato che altre foto di analogo tenore sessista potrebbero essere state condivise in quella chat: “A un certo punto l’uomo ha aperto la galleria fotografica del gruppo. Lì ho notato che tra i tanti post che si erano scambiati, c’erano altre immagini prese dalle telecamere di sorveglianza”. Cioè? “Foto simili: ancora una volta, corpi di donne fotografati senza il consenso delle interessate”. La ragazza ha spiegato anche il contesto a bordo del mezzo pubblico, vicino al lavoratore dell’azienda pubblica: “Lui era letteralmente davanti a me. Si comportava come se non fosse su un mezzo pubblico, tra la gente, all’ora di punta. Io dopo qualche fermata sono scesa”.

E l’effetto, ha continuato, è quello di “non potersi più sentire al sicuro. Banalmente, qualsiasi donna o ragazza che viaggia da sola sui mezzi pubblici di notte cerca protezione nei lavoratori, magari vuole un posto vicino al conducente e si tranquillizza al sapere che ci sono delle telecamere di sorveglianza che dovrebbero rendere un luogo sicuro. In realtà, poi, si scopre che gli stessi lavoratori impiegati in società pubbliche usano quelle telecamere per diffondere immagini intime. Lo trovo spaventoso“. Per questo, ammette la ragazza, “mi cadono le braccia quando alcune persone sminuiscono questi fatti, non tutti li reputano gravi”. Dopo aver condiviso su Instagram le foto della chat, la ragazza ha dichiarato che “in ogni caso io mi sto muovendo con uno studio legale per la denuncia”.

Alla chat di gruppo sarebbero iscritti 7 dipendenti dell’Atm: un conducente, cinque amministrativi, un altro in pensione. L’azienda locale ha avviato un’indagine interna, che nel giro di tre mesi potrebbe condurre a possibili sanzioni come la censura, una multa (trattenuta di 4 ore dallo stipendio), la sospensione dal servizio, fino alla retrocessione o alla destituzione. “Quanto agli episodi accertati, al momento ce ne sarebbe soltanto uno: quello documentato dalla foto scattata dalla 26enne”, riferisce il Corriere. Atm ha presentato una denuncia alla Polizia postale. Anche il sindaco Beppe Sala ha invitato a chiarire: “Atm deve far luce, ma deve anche intervenire e, se verranno individuati delle responsabilità, non ci siano interventi che rimettano coloro che hanno fatto queste cose in condizione di nuocere ancora”.

L'articolo “Così ho scoperto la chat sessista dei lavoratori Atm. Non siamo al sicuro neppure con i conducenti dei mezzi pubblici” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Maturità, la denuncia: “Agli studenti con disabilità negato il diritto di ripetere l’anno”

16 Giugno 2026 ore 08:01

“L’esame di maturità non è uguale per tutti, esiste una normativa che discrimina gli studenti con disabilità rispetto a quelli senza”. A denunciarlo a ilfattoquotidiano.it è Evelina Chiocca, presidente e tra i fondatori della Federazione Osservatorio182, organizzazione costituita da oltre 20 associazioni rappresentative delle persone con disabilità e delle loro famiglie, presente con otto sedi regionali. “In Italia ci sono delle regole differenti che colpiscono esclusivamente gli alunni che vivono condizioni di fragilità che si apprestano a svolgere l’esame di Stato al termine dell’ultimo anno delle scuole superiori. Le leggi vigenti sull’esame di maturità consentono agli studenti che non sostengono una o più prove d’esame di ripetere l’anno scolastico, mentre per gli alunni con disabilità che non dovessero sostenere una o più prove prevede il rilascio dell’attestato di credito formativo. Agli uni è concessa la ripetizione e quindi la possibilità di conseguire il diploma”, segnala Chiocca, “agli altri, in quanto persone con disabilità, questo diritto di ‘ripetere’ non viene concesso. Si parla tanto di inclusione scolastica, ma qui siamo di fronte a qualcosa di molto grave che è l’opposto del concetto di pari opportunità e di uguaglianza di fronte alla legge”, evidenzia l’esperta.

La Federazione Osservatorio182 si costituisce a settembre 2024 e prende il nome dal decreto 182/2020, legge che ha previsto un nuovo modello nazionale di Piano educativo individualizzato (Pei) con rinnovate modalità di assegnazione del sostegno didattico agli alunni con disabilità. “La differenza di trattamento in occasione dell’esame di maturità verso gli alunni con disabilità è poco trattata sui media ma è una questione molto sentita dalle famiglie e colpisce quasi nel silenzio generale ragazze e ragazzi con disabilità”, afferma Chiocca. Nel decreto legislativo 62/2017 (art.20, comma 5) è indicato che “agli studenti con disabilità per i quali sono state predisposte dalla commissione/classe, in base alla deliberazione del consiglio di classe di cui al comma 1, prove d’esame non equipollenti, o che non partecipano agli esami o che non sostengono una o più prove, è rilasciato l’attestato di credito formativo”. “Questa disposizione normativa”, aggiunge la presidentessa dell’Osservatorio182, “è stata confermata e ripresa quest’anno dall’Ordinanza Ministeriale n. 54 del 26 marzo”

Se uno studente con disabilità non sostiene una o più prove d’esame, allora si vede consegnare solo un attestato con un valore evidentemente inferiore rispetto al diploma di scuola secondaria di secondo grado. Ma non è solo questo. “Nei fatti viene negata la libertà di scelta di poter ripetere l’anno come invece è consentito ai propri compagni senza disabilità. Questo diverso trattamento”, aggiunge Chiocca, “riguarda anche gli studenti con disabilità per i quali è stato adottato un percorso personalizzato, finalizzato al conseguimento del diploma, se non si presentano all’esame di Stato o se non sostengono una o più prove d’esame non ricevono il diploma, come invece accade per gli altri compagni di classe”.

Chiocca, già presidente anche del Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno (C.I.I.S.), docente nei corsi universitari di specializzazione TFA sostegno, conclude rilasciando a ilfattoquotidiano.it un appello indirizzato alle istituzioni: “L’alunno con disabilità subisce quindi un trattamento differente, a fronte della stessa identica situazione. Chiediamo un intervento correttivo urgente, affinché questa forma di discriminazione nei confronti degli studenti e delle studentesse con disabilità venga cancellata dall’ordinamento legislativo italiano”. L’Osservatorio182 offre assistenza legale gratuita alle famiglie che hanno figli con disabilità in età scolare oltre a organizzare incontri per informazione-consulenze rivolti ai genitori e corsi di formazione in itinere dedicati ai docenti sul tema del sostegno scolastico.

L'articolo Maturità, la denuncia: “Agli studenti con disabilità negato il diritto di ripetere l’anno” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Le cure non dovrebbero mai avere un confine: Fondazione Il Fatto Quotidiano a fianco di Soleterre

di: F. Q.
16 Giugno 2026 ore 08:00

In Palestina, la sanità pubblica è stremata. Meno del 20% della popolazione ha un accesso regolare a un ospedale funzionante. Per un bambino malato, la strada verso la guarigione è un labirinto di checkpoint, strade bloccate e attese burocratiche infinite (anche fino a 3 mesi prima di iniziare le cure).

5.200 i nuovi casi di tumore diagnosticati ogni anno in Palestina. Dal 40% al 60% dei pazienti è costretto a rinunciare alle cure per motivi economici o geopolitici. Oggi, se hai bisogno di un trapianto salvavita in Palestina, l’unica opzione è andare all’estero. Ma questo significa:

– Un rischio clinico altissimo: viaggiare per ore con le difese immunitarie azzerate.
– Costi insostenibili: curarsi all’estero costa alla sanità pubblica fino al 300% in più.
– Famiglie spezzate: bambini piccolissimi che affrontano mesi di isolamento, lontani da mamma, papà e fratellini.

La nostra risposta: “Grande contro il Cancro”
La Fondazione il Fatto Quotidiano vuole supportare Soleterre che crede da sempre in una cosa semplice: “La salute è un diritto umano universale, non un privilegio legato al passaporto. Dal 2010, con il programma “Grande contro il cancro”, lottiamo per azzerare la mortalità dei bambini oncologici”.

A Ramallah, in Cisgiordania, è prevista per l’autunno la realizzazione, presso l’Istishari Arab Hospital, della prima Unità di Trapianto di Cellule Staminali Ematopoietiche di tutta la Palestina. Un progetto strategico e innovativo per il sistema sanitario palestinese, che garantirà accesso a cure salvavita finora negate o ritardate, contribuendo allo sviluppo di un sistema sanitario più autonomo. Il progetto permetterà ai pazienti di curarsi nel proprio territorio, senza dover affrontare trasferimenti complessi e costosi, con un impatto non solo economico ma anche emotivo: le famiglie sono oggi costrette a separarsi per affrontare le cure all’estero. Al momento il progetto è nel pieno della fase di scambio formativo, con sessioni di training già avvenute in Italia e a maggio in Palestina. A essere coinvolti una decina tra ematologi, pediatri e infermieri del San Gerardo (Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori – Monza), Azienda Ospedaliera San Camillo – Forlanini di Roma, Ospedale San Francesco di Nuoro.

Non è un sogno lontano, c’è già una strategia scientifica e concreta:

  • Formazione d’eccellenza: stiamo già formando un’équipe di 9 medici e infermieri palestinesi nei migliori ospedali italiani (Monza, Roma, Nuoro).
  • Ottobre 2026: è la data del nostro appuntamento con la storia. Verrà eseguito il primo trapianto a Ramallah, con la supervisione sul posto dei medici specialisti italiani.
  • Verso l’autonomia (2027-2028): l’obiettivo è rendere l’ospedale totalmente indipendente, slegando la Palestina dalla dipendenza estera.

Noi della Fondazione il Fatto Quotidiano ci auguriamo che nessun bambino debba mai più sentirsi dire che la sua vita dipende da un confine.

Aiutaci a dare a centinaia di bambini la possibilità che oggi manca: curarsi liberi, nel proprio Paese.

L'articolo Le cure non dovrebbero mai avere un confine: Fondazione Il Fatto Quotidiano a fianco di Soleterre proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il Bari Pride 2026 dedicato ad Ambra Dentamaro, ragazza trans uccisa nel 2018: una storia mai risolta

16 Giugno 2026 ore 07:13

di Rosamaria Fumarola

Gli organizzatori del Pride che si è tenuto a Bari in un clima festoso e come sempre di grande partecipazione hanno inteso dedicare quest’anno la manifestazione ad Ambra Dentamaro, una donna transessuale ammazzata nel 2018 in una strada adiacente il lungomare, il cui assassino non è stato mai trovato.

Ambra non aveva completato il percorso anche legale che avrebbe fatto di lei una donna a tutti gli effetti e pur avendo un lavoro la sera si prostituiva. La sua è una storia di disinteresse e di imbarazzo della cosiddetta società civile barese, che in ogni sua componente non ha mostrato alcun impegno per la ricerca del responsabile della sua morte. Le indagini, ad esempio, condotte in modo superficiale, con errori macroscopici che forse persino un bambino avrebbe saputo evitare, hanno inizialmente trascinato in giudizio un individuo sulla base di indizi che portavano in una diversa direzione. Una difesa lineare è riuscita a smantellare la tesi accusatoria e a restituire la libertà ad un innocente.

La vicenda è permeata da grande drammaticità anche per il coinvolgimento di quest’uomo, che nulla aveva in comune con l’individuo ripreso dalle videocamere, mentre si allontanava trascinando la macchina in panne dal vicolo in cui l’assassinio era stato compiuto. Quanto ad Ambra, ciò che di lei si sa è emerso dalle testimonianze delle sue amiche, alcune delle quali prostitute e da quanto dichiarato dal padre e dalla madre. In genere sul piano umano persino per chi è autore di un omicidio esiste il riscatto, che la narrazione amorevole dei parenti garantisce.

Nel caso di Ambra ciò che è apparsa evidente è stata la vergogna per quella vita nonché per quella morte. I volti dei genitori sono apparsi blerati nelle registrazioni del processo mandate in onda in tv. Un’amica della vittima ha raccontato che pur avendo incominciato il percorso per il cambiamento di sesso, Ambra lo aveva interrotto e addirittura si era fatta estrarre le protesi al seno prima impiantate, secondo la testimone per garantire una minore esposizione alla famiglia con cui viveva.

Visualizza questo post su Instagram

Un post condiviso da Bari Pride (@baripride)

Le incertezze nelle parole proferite dalla madre hanno poi definitivamente avvalorato questa tesi. Le colleghe peraltro non lesinavano di aggredirla verbalmente e fisicamente a causa, pare, delle tariffe concorrenziali delle prestazioni offerte. La sua vita è finita in un vicolo, dove qualcuno l’ha accoltellata, qualcuno che è poi tornato alla sua esistenza di sempre, forse ai suoi affetti, al suo lavoro e che da quella notte in silenzio gongola per aver conservato integra la libertà.

Qualche giorno fa durante una conferenza stampa, gli organizzatori del Pride barese hanno dichiarato, con un intervento sintetico, di voler dedicare ad Ambra la manifestazione di quest’anno. Di lei non hanno raccontato granché, ma è stato un modo per impedire che la sua storia fosse dimenticata. Tuttavia i suoi genitori hanno ritenuto indispensabile intervenire per prendere le distanze da un uso della memoria della figlia che, a loro dire, Ambra stessa avrebbe disapprovato.

Fa specie che questa famiglia preferisca l’oblio alla verità e si faccia oggi portavoce di intenzioni che nessuno può sapere davvero se la giovane uccisa in quel vicolo così vicino al mare avrebbe condiviso.

Assente è stato un intervento della famiglia perché si indagasse seriamente sulla morte di Ambra, assente l’impegno delle forze dell’ordine per la ricerca del colpevole, assente l’interesse della società civile perché si facesse chiarezza su quest’omicidio. Certo timida la presenza di chi ha condiviso con Ambra lo stesso mondo, la stessa rete sociale, timida ma pur sempre presenza e che oggi dopo troppo tempo interroga Bari sulla sua morte. Perché soffocarne la voce?

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo Il Bari Pride 2026 dedicato ad Ambra Dentamaro, ragazza trans uccisa nel 2018: una storia mai risolta proviene da Il Fatto Quotidiano.

Cos'è la Digital Cooperation Organization, l'alleanza multilaterale (e digitale) che passa dal Golfo

16 Giugno 2026 ore 06:20
La prima organizzazione intergovernativa dedicata all'economia digitale sta crescendo in fretta e si appresta a raggiungere quota 20 paesi membri, di cui 3 europei. Un'accelerazione che arriva mentre le Nazioni Unite faticano a mantenere il proprio ruolo di guida, e nonostante i conflitti in corso

❌