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Cornell and Toxic Frat Culture

12 Ottobre 2026 ore 22:51
A U.S. campus lawsuit points to a global pattern: how male impunity, silence and institutional failure enable sexual violence.

© Lauren Petracca for The New York Times

Chi Phi fraternity house at Cornell University.

La lunga scia di sangue di Ludwig

12 Ottobre 2026 ore 22:00

di Gioacchino Toni

Roberto Taddeo, Ludwig. Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi, prefazione di Stefano Nazzi, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 562, € 25,00

Il 4 marzo del 1984, mentre è in corso una festa in maschera in una discoteca a Castiglione delle Stiviere, due giovani versano benzina sulla moquette del locale e le danno fuoco. Fortunatamente l’incendio non si propaga: i due vengono fermati dai presenti e consegnati alle forze dell’ordine chiamate sul posto. Si tratta del ventinovenne Wolfgang Abel e del ventottenne Marco Furlan, entrambi provenienti da famiglie veronesi facoltose e ben inserite socialmente: il padre del primo ha un ruolo di rilievo in un importante gruppo assicurativo tedesco, mentre quello del secondo è direttore del reparto di chirurgia plastica e centro ustioni dell’Ospedale Civile Maggiore di Verona Borgo Trento. I due si conoscono sin dal liceo, conducono una vita riservata, partecipano raramente alle occasioni mondane e condividono l’ideologia neonazista. Nonostante si rivelino poco loquaci durante gli interrogatori – limitandosi a sostenere di aver appiccato il fuoco per scherzo –, gli inquirenti, grazie al materiale rinvenuto durante le perquisizioni domiciliari, capiscono presto di trovarsi di fronte ai responsabili di una lunga scia di sangue – di cui hanno fatto le spese senzatetto, prostitute, omosessuali, tossicodipendenti e religiosi – rivendicata dall’organizzazione “Ludwig” attraverso lettere spedite ai giornali.

La sigla, accostata a un simbolo nazista, compare per la prima volta in un comunicato inviato alla redazione veneziana del quotidiano «Il Gazzettino» il 25 novembre del 1980. Fornendo riscontri non riportati dalla stampa per confermare l’attendibilità della nota, che si chiude con il motto “Gott Mit Uns”, vengono rivendicati dal gruppo i delitti del nomade Guerrino Spinelli, dato alle fiamme nell’auto in cui dorme, e deceduto dopo otto giorni di agonia a Verona nell’agosto del 1977, del cameriere omosessuale Luciano Stefanato, ripetutamente pugnalato e colpito con ferocia a Padova nel dicembre del 1978, e del tossicodipendente Claudio Costa, ucciso a bastonate a Venezia nel dicembre del 1979. L’estrema violenza e il sadismo di queste uccisioni lasciano intendere l’intenzione di impartire una “lezione” a “marginali” e “diversi” considerati “indegni di vivere”.

È con questa prima rivendicazione di tre efferati omicidi commessi negli anni precedenti che compare la sigla Ludwig, a indicare un’organizzazione mai delineata con precisione nemmeno nei comunicati successivi. A passare meticolosamente in rassegna le vicende che riguardano Wolfgang Abel e Marco Furlan, l’attività degli inquirenti, le perizie psichiatriche e le sentenze giudiziarie, oltre a delineare nuove prospettive di lettura degli eventi, è il corposo volume Ludwig. Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi (Mimesis, 2026) di Roberto Taddeo, consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del Forteto, autore di MDF. La storia del Mostro di Firenze (Mimesis, 2023) in tre volumi, curatore de Il labirinto del Mostro di Firenze (Mimesis, 2025) e coautore de La controteoria dell’acqua. Perché Zodiac non è il Mostro di Firenze e viceversa (Jouvence, 2025).

Se sino al 1980 non vengono prodotte rivendicazioni, da quel momento in poi le cose cambiano: di ogni nuovo crimine il gruppo Ludwig si assume la responsabilità attraverso un comunicato alla stampa. Un cambio di rotta, suggerisce Taddeo, che potrebbe far pensare all’ingresso di nuovi soggetti nel gruppo.

Il 20 dicembre 1980 a Vicenza viene uccisa una prostituta a colpi di accetta; il 24 maggio 1981 viene appiccato il fuoco a tre giovani mentre dormono in un edificio frequentato da tossicodipendenti a Verona (solo due di loro sopravvivono); successivamente vengono presi di mira alcuni religiosi: il 20 luglio 1982 vengono uccisi a martellate due frati a Vicenza e il 26 febbraio 1983, sempre a colpi di martello, un sacerdote a cui viene conficcato nel cranio un punteruolo con un crocifisso. Anche la scelta di obiettivi religiosi, accusati nei comunicati di aver “tradito il vero Dio”, rappresenta una novità per gli ambienti dell’estrema destra, soliti a definirsi pagani. L’abbraccio all’integralismo cattolico di alcuni settori neofascisti sarebbe arrivato soltanto parecchio tempo dopo.

Nel marzo del 1983, quando a Ludwig non è ancora stato dato un volto (o più volti), viene arrestato Silvano Romano, ricercatore presso la facoltà di Fisica dell’Università di Pavia, in seguito a una sua telefonata al rabbino di Padova in cui, identificandosi, lo avverte che, secondo gli studi da lui condotti sull’organizzazione Ludwig, questa potrebbe presto colpire la comunità ebraica cittadina. L’uomo è profondamente religioso, si interessa di teologia e di storia, parla il tedesco, conduce una vita molto riservata e da qualche tempo segue i delitti del gruppo Ludwig, di cui si dice convinto della matrice esoterica e nazista. Gli inquirenti, oltre a interpretare la telefonata al rabbino come una minaccia rivolta alla comunità ebraica, trovano nel corso delle perquisizioni diverso materiale relativo alle azioni firmate Ludwig raccolto da Romano per le sue indagini amatoriali: quanto basta per convincerli di avere tra le mani lo spietato mostro. Anche la stampa non ha dubbi: è un serial killer. Il castello accusatorio, però, non regge a lungo. Diversi elementi portati sbrigativamente a prova di colpevolezza crollano miseramente e persino il nome Ludwig trovato sull’agenda dell’accusato si rivela essere quello di un amico. Dopo una settimana di ingiusta detenzione, Romano viene liberato.

L’8 aprile del 1983, giusto un paio di giorni dopo la scarcerazione del ricercatore universitario, viene spedito da Peschiera del Garda alla sede milanese dell’Ansa un comunicato firmato Ludwig che si apre con uno slogan destinato a essere ripreso da tutta la letteratura sul caso e a scuotere l’opinione pubblica: «la nostra fede è nazismo, la nostra giustizia è morte, la nostra democrazia è sterminio». Tuttavia, segnala Taddeo, dietro queste affermazioni a effetto non è difficile cogliere «la banalissima retorica di un’esagerazione lessicale post-adolescenziale, si direbbe quasi bambinesca, e che in buona sostanza tradisce non solo l’età anagrafica dell’autore, o degli autori, ma anche la loro tragica insicurezza» [p. 134]. Tutti i comunicati del gruppo, per quanto infarciti di frasi a effetto, restano sostanzialmente privi di approfondimento ideologico.

Oltre agli slogan altisonanti, però, il comunicato inviato all’Ansa contiene un riferimento a una rivendicazione, riguardante il rogo di San Giorgio a Verona del 24 maggio 1981, spedita a «Repubblica» (e mai giunta alla testata), a proposito del quale il gruppo ha già espresso la paternità in un comunicato del 23 luglio 1982, circa un anno dopo i fatti. Per quale motivo Ludwig si premura di puntualizzare di aver già rivendicato quel crimine a «Repubblica»? E perché, si domanda Taddeo, lo fa proprio nel momento in cui viene scarcerato Romano?

Il 14 maggio 1983, durante la proiezione di un film, viene dato alle fiamme il cinema a luci rosse Eros Sexy Center di Milano, provocando la morte di sei uomini – cinque presenti in sala e un medico intervenuto per prestare soccorso – e il ferimento di decine di persone. Sei giorni dopo la strage, il 20 maggio 1983, alla sede milanese dell’Ansa giunge, spedita da Bologna, la rivendicazione di Ludwig. Il comunicato si apre con queste parole: «Rivendichiamo il rogo dei cazzi. Una squadra della morte ha giustiziato uomini senza onore irrispettosi della legge di Ludwig», seguite da alcuni riferimenti alle modalità con cui sono state appiccate le fiamme, così da confermare l’autenticità del messaggio.

Sei mesi dopo, il 17 dicembre 1983, con modalità analoghe viene incendiato il Theatre Casa Rosso, un nightclub di Amsterdam, provocando la morte di tredici persone, sei donne e sette uomini. Le indagini seguono prima la pista della criminalità legata allo sfruttamento della prostituzione, poi si spostano sulla vendetta di un lavoratore licenziato, l’israeliano Joseph Lan, che viene arrestato mentre si allontana da Amsterdam insieme ad altri connazionali. Nonostante le testimonianze parlino di tre individui all’opera per appiccare l’incendio, viene arrestato il solo Lan, poi condannato a soli dodici anni. La strage olandese viene successivamente rivendicata dal gruppo Ludwig, anche se gli inquirenti non sono propensi a darle credito.

Il mese successivo, il 7 gennaio 1984, viene dato alle fiamme il nightclub Liverpool di Monaco di Baviera, provocando la morte, dopo mesi di agonia, della giovane barista italiana Corinna Tartarotti. Mentre gli inquirenti locali brancolano nel buio, il 18 gennaio 1984, spedita da Novara, viene recapitata all’Ansa di Milano la rivendicazione del gruppo Ludwig, che si attribuisce sia l’attentato di Amsterdam che quello di Monaco di Baviera. Nel comunicato, come al solito stringato, si legge: «Rendiamo noto che l’attentato di Amsterdam è stato rivendicato con un messaggio inviato all’Ansa. Rivendichiamo lo spettacolo pirotecnico di Monaco. Al Liverpool non si scopa più. Ferro e fuoco sono la punizione nazista». Solo sul secondo attentato vengono forniti elementi utili a provare l’effettiva responsabilità del gruppo.

I comunicati con cui vengono rivendicati l’incendio del cinema a luci rosse milanese e quello del locale notturno bavarese – insieme al quale si rivendica pure la paternità di quello olandese – riportano slogan ad effetto e al tempo stesso beffardi nel linguaggio, più infantili che politici in senso stretto.

Con l’arresto di Abel e Furlan nel 1984, in seguito alla mancata strage alla discoteca di Castiglione delle Stiviere, la polizia, gli psichiatri, i tribunali e i media hanno i loro serial killer da consegnare alle patrie galere e all’opinione pubblica. La lunga scia di sangue e di fuoco rivendicata dal gruppo Ludwig, che attraversa il passaggio dagli anni Settanta al decennio successivo, si chiude con una verità processuale incentrata su convincimenti psichiatrici che appaiono oggi decisamente traballanti; una verità che relega sullo sfondo l’universo neonazista a cui fanno riferimento i due giovani. Durante il processo si insiste soprattutto sulla freddezza del loro ambiente familiare e sui loro deliri di onnipotenza, che li avrebbero condotti a commettere delitti gratuiti mascherandoli, anche a se stessi, da “volontà di purificazione”. Insomma, stando alle verità processuali, Wolfgang Abel e Marco Furlan sono cresciuti in ambienti familiari anaffettivi e sono arrivati a uccidere per il semplice gusto di farlo, mentre l’armamentario ideologico esibito nelle rivendicazioni può essere derubricato a semplice mascheramento utile a dare un senso a una sete di sangue che senso non ha.

Nel 1988, scaduti i termini della carcerazione preventiva, i due vengono posti agli arresti domiciliari in attesa della sentenza di appello che, il 10 aprile 1990, pur confermando la condanna di primo grado, riduce leggermente la pena. Mentre Abel torna in carcere, Furlan si dà alla latitanza e vive indisturbato a Creta per quattro anni prima di essere arrestato casualmente e ricondotto in Italia. Le sue nuove dichiarazioni, che aprirebbero scenari tesi ad allargare il gruppo Ludwig, vengono sostanzialmente lasciate cadere. Abel viene rimesso in libertà nel 2016; cinque anni dopo entra in coma a causa di una caduta dalle scale, senza più risvegliarsi fino alla morte, sopraggiunta nel 2024. Vale la pena notare, sottolinea Taddeo, come rispetto ad Abel, Furlan goda di una serie di facilitazioni derivanti da una provenienza sociale privilegiata e da una rete di conoscenze negli ambienti dell’estremismo di destra che potrebbe essersi rivela utile durante la latitanza.

«L’idea di Ludwig quale assassino seriale a due teste, che ripete il suo schema omicidiario sulla base di un disturbo psicotico condiviso (folie à deux), è obsoleta e va interamente rifiutata sia da un punto di vista storico che clinico», scrive Roberto Taddeo. «La follia a due è stata una proiezione processuale dettata da esigenze investigative e giudiziarie, ampiamente superata non solo dalle indagini sopravvenute ma pure dalla stessa letteratura psichiatrica». Per quanto le perizie psichiatriche siano giunte a stabilire la semi-infermità mentale dei due al momento degli omicidi, con Abel nel ruolo di trascinatore di Furlan, «la razionalizzazione e l’inquadramento storiografico di questa vicenda non permettono più di trattare il caso Ludwig come un esempio di psicopatologia travasata da un assassino all’altro. Questo perché, fermo restando il vizio di mente di entrambi, Abel non ha indotto nulla in Furlan, e la “coppia del male”, intesa come perimetro chiuso all’interno del quale venivano ideati e commessi i delitti, semplicemente non è mai esistita» [p. 518].

La meticolosa ricostruzione degli eventi induce Taddeo a dirsi convinto che gli omicidi commessi da Ludwig non possano essere letti come il risultato di azioni commesse da una coppia di folli che condividono i medesimi intenti, ma necessitino di essere collocati all’interno di un contesto più ampio e complesso. Sono parecchi gli elementi che inducono a «pensare a Ludwig come a una multiforme banda di assassini che ha agito intorno o dietro ai due che sono stati arrestati, processati e condannati». Anziché interrogarsi sull’esistenza o meno di un “terzo uomo”, secondo l’autore occorrerebbe piuttosto prendere atto dell’esistenza di una pluralità di «soggetti interscambiabili nell’esecuzione dei delitti e nelle strategie dell’organizzazione» [p. 519].

Dozens Killed in Airstrikes Near Sudan-Egypt Border

The attacks occurred at a remote gold mine hundreds of miles from the front lines of Sudan’s devastating civil war. Videos showed what appeared to be Egyptian munitions.

After Russian Diesel Deal, Trump Faces New Crisis Over Ukraine

President Trump’s surprise decision to suspend sanctions on Russian diesel fuel stunned Ukrainian and European officials, who were meeting with U.S. envoys at an exclusive golf club near Miami.

© Valentyn Ogirenko/Reuters

Jared Kushner and Steve Witkoff with President Volodymyr Zelensky of Ukraine in Kyiv last month.

NATO Details Plan to Shield Ukraine’s European Allies From Russia

With the Russians intensifying sabotage, arson and cyberattacks against European nations supporting Ukraine, NATO divulged a blueprint, in case of war, to deter the Kremlin.

© Omar Marques/Getty Images

Gen. Alexus G. Grynkewich of the U.S. Air Force, NATO’s top military commander, speaking at the Warsaw Security Forum on Monday.

Trump Gives Putin a Hand in Russia’s Economic War With Ukraine

12 Ottobre 2026 ore 18:20
President Trump is moving to buy Russian diesel while also pressuring Ukraine to halt attacks on refineries, a lifeblood of Moscow’s war machine.

© Reuters

Smoke rising from fires at an oil refinery after what the authorities said was a Ukrainian drone strike in Moscow last month.

Guida (incompleta) al voto di midterm

Il 3 novembre si vota per le elezioni di metà mandato. Si tratta di elezioni di enorme importanza, una frase che si usa spesso ma che stavolta mi pare avere senso per una serie piuttosto lunga di ragioni. La prima è quella di segnalare ai repubblicani che il loro seguire la presidenza Trump può costare loro caro. Qui provo a mettere in fila un numero di informazioni più alto possibile, per orientarsi, seguire, capire.

Per cosa si vota?

Per tutta la Camera dei rappresentanti, che oggi è a maggioranza repubblicana. Al momento siedono alla Camera 218 repubblicani, un indipendente e 214 democratici. I sondaggi fanno pensare a un cambio di maggioranza. Di quale entità? Questo si decide seggio per seggio e candidato per candidato: i collegi sono uninominali, si vince con un voto in più, per questo i sondaggi nazionali sul voto ai partiti non ci dicono nulla se non parlare di una tendenza.

Al Senato i seggi in palio sono 33, la maggioranza è 51 e ai democratici serve di tenere tutti i seggi che detengono che vanno al voto e strapparne quattro ai repubblicani. Difficile, ma i sondaggi dicono sia possibile.

Come a (quasi) ogni elezione di midterm il partito al potere arriva svantaggiato, hanno perso seggi e voti Bush jr, Obama, Trump al primo mandato, Biden. Negli Stati in cui si vota per il Senato e i seggi sono contesi, Bush era sgradito al 60% nel 2006, come Obama nel 2014, i partiti di entrambi i presidenti persero la maggioranza al Senato. Oggi, in quegli Stati, il gradimento di Trump è più basso di quelli di Bush jr. e Obama al momento del midterm.

Cosa potrebbe essere un vantaggio, un paracadute per i repubblicani? Il primo fattore è la mappa dei collegi senatoriali che vanno al voto. Il Senato si rinnova di un terzo ogni sei anni, per cui a ogni ciclo elettorale gli Stati che votano sono diversi; il 2026 favorisce in teoria il Grand Old Party: sono di più gli Stati dove si vota che eleggono più spesso (o praticamente sempre, come in Kansas) senatori del partito del presidente Trump.

Ci sono poi i seggi senatoriali di Michigan e Minnesota dove, i sondaggi ci dicono, i candidati democratici vanno peggio di come va il candidato governatore del loro partito. Del Michigan parlo più giù, in Minnesota la candidata è Peggy Flanagan, vice governatrice dello Stato e molto progressista. Non è una campaigner fenomenale e, nello Stato, non rappresenta il cambiamento in una tornata elettorale dove essere una novità sembra essere un fattore cruciale.

I vantaggi dei repubblicani si fermano qui. La mappa elettorale vantaggiosa del 2026 rischia infatti di trasformarsi in un disastro, nel senso che in diversi Stati dove il senatore uscente è repubblicano e in un clima politico normale, il Grand Old Party non avrebbe problemi a fare en plein. I sondaggi in Texas, Kansas, Alaska ci dicono il contrario. In Alaska i democratici hanno eletto un solo senatore per un solo mandato negli ultimi 45 anni, in Kansas l’ultimo eletto Dem risale all’anno di elezione di Franklin Delano Roosevelt (1932) quando il presidente Dem perse solo 6 Stati. Il Texas è meno rosso repubblicano di Kansas e Alaska ma anche qui l’ultima eletta democratica è la senatrice Ann Richards nel 1991.

Nel midterm si vota anche per 36 governatori e la cosa ci appassiona meno ma è molto importante: pensate alla risposta ai raid dell’ICE da parte di alcuni governatori, al diritto all’aborto, ai rischi per il processo elettorale se nel 2028 le cose fossero sul filo di lana o al gerrymandering, quel giochino per cui le assemblee legislative statali ridisegnano i distretti elettorali della Camera a loro favore – di solito in un anno elettorale questo non avviene, il 2026 fa eccezione, lo hanno fatto prima i repubblicani e i democratici hanno risposto. La figura politica che sembra emergere nella campagna per i governatorati è il candidato democratico in Iowa Rob Sand, che è una figura centrista, parla di tasse basse, di dare la caccia ai politici corrotti di entrambi i partiti, di caccia ed è un politico di talento. Sand sembra essere perfetto per l’Iowa rurale.

Importante: a ogni Stato, a ogni luogo del Paese con un tessuto sociale, un’economia diverse corrisponde una tipologia di candidato. In questo senso la candidatura del progressista El Sayed in Michigan è interessante perché se dovesse vincere romperebbe almeno in parte uno schema.

Quali sono gli scontri al Senato più importanti? Direi nove: Alaska, Georgia, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, North Carolina, Ohio, Texas, di cui sette sono al momento in mano repubblicana. In generale, i democratici sembrano aver individuato quasi ovunque dei buoni candidati per il contesto locale o comunque per rappresentare una gamma ampia di idee e sensibilità.

I seggi democratici sono Georgia e Michigan, nel primo Jon Ossoff cerca la rielezione (quasi certa), nel secondo Abdul El Sayed, candidato progressista ha vinto le primarie con un’agenda piuttosto radicale. El Sayed è avanti nei sondaggi, ma rispetto al candidato governatore democratico nello Stato è qualche punto indietro. El Sayed sconta il nome, gli attacchi repubblicani sull’islamismo e forse anche l’agenda troppo a sinistra (o forse quella lo aiuterà a vincere?). El Sayed è un ottimo candidato in termini di capacità di rispondere a domande difficile, puntuale, molto americano nonostante le origini. Il suo è un seggio importante perché se vincesse sarebbe la prima volta di un progressista in uno Stato di quelli da vincere alle presidenziali. Se perdesse l’ala moderato del partito potrebbe dire: “Vedete? Con questi candidati si vince solo a New York e in California”.

Ossoff vincerà in uno Stato tradizionalmente repubblicano, che ha votato Trump e con un governatore repubblicano. È bravo, giovane, fotogenico, e una vittoria schiacciante potrebbe proiettarlo sulla rampa delle primarie presidenziali del 2028. Ha un problema su Gaza, essendo ebreo ed avendo un po’ balbettato in passato. Qui mi pare che risponda bene (“se è genocidio lo decide la Corte internazionale, Israele ha violato le leggi di guerra, ho votato contro l’invio di armi”).

I sondaggi

Nella grafica qui sotto ho riportato le medie di uno dei diversi siti seri che fanno medie di sondaggi. Alcuni li includono tutti e spesso ci sono sondaggi poco seri, commissionati, appunto, per smuovere le medie. Per questo troverete medie diverse a seconda del sito dove andrete. I sondaggi sono aggiornati al 12 ottobre.

Il gradimento del presidente Trump (medie dei sondaggi)

  • NEW YORK TIMES Approve 37% Disapprove 60%
  • Real Clear Politics Approve 37.80% Disapprove 60%
  • Fifty Plus One Approve 34.60% Disapprove 61.90%
  • Nate Silver Approve 37.30% Disapprove 59.70%

Il Texas e gli altri

L’altro seggio importante è il Texas, dove il giovane James Talarico è in vantaggio sul Procuraotre generale dello Stato, sostenuto da Trump, Ken Paxton. Il rappresentante democratico ha un’aria per bene che difficilmente si può associare a un “comunista lunatico” e così lo si accusa di essere vegetariano (falso) e di avere poco testosterone (Tala freak’o lo chiama Trump). Il candidato Dem usa parabole religiose per proporre le sue idee e metterle in contrasto con quelle del nazionalismo religioso in voga nella destra americana contemporanea. “La giustizia economica è menzionata 3.000 volte nelle nostre Scritture. È un aspetto fondamentale della nostra tradizione, eppure è del tutto assente nel nazionalismo cristiano”. Talarico non è uno di quei candidati progressisti che correranno altrove nelle elezioni di metà mandato, ma non è neppure un moderato.

Ken Paxton è stato sostenuto da Trump alle primarie contro il senatore uscente John Cornyn. Un moderato il secondo, un procuratore generale statale messo sotto impeachment dal suo stesso partito il primo. Paxton è una figura divisiva, quasi tutti i sondaggisti sostengono che lo scontro Talarico-Cornyn, sarebbe stato molto più difficile per il democratico. Negli ultimi cicli elettorali il loro margine delle vittorie repubblicane è sceso in maniera costante. Qui il ritorno a casa democratica degli ispanici potrebbe fare la differenza: nel 2024 votarono in maggioranza Trump, oggi non sono per niente contenti (ICE e prezzi).

A oggi in tutto il paese hanno già votato più di due milioni di persone, gli ispanici stanno votando in anticipo molto più che nel 2022 e nel 2024 (alle presidenziali normalmente vota molta più gente).

Il Maine è il seggio forse più complicato: qui la senatrice eletta è la repubblicana Susan Collins, che spesso ha rotto con il suo partito ed è una formidabile procacciatrice di fondi federali per il suo Stato. Il candidato democratico è Troy Jackson, molto vicino ai sindacati e progressista, ma non un formidabile campaigner. In Maine le primarie Dem le aveva vinte Graham Planter che era il candidato perfetto, se non fosse che era uno che aveva molestato più di una donna in passato. Gli erano state perdonate molte cose (un tatuaggio, l’alcol) ma non (giustamente) questa. Jackson è in vantaggio, ma Collins ha sorpreso più di una volta.

In Alaska (ogni Stato ha bisogno di candidati diversi) la candidata Dem Mary Peltola parla quasi solo di difesa della pesca (e del costo del diesel che è un problema per i pescatori) ed è favorevole a nuove trivellazioni petrolifere. Anche lei è in vantaggio. In Alaska vivono 750mila persone, basta spostare pochi voti.

In Kansas il candidato democratico è un pastore di megachurch, difficile immaginare una figura meno imputabile di essere un estremista. Promette di lavorare anche con gli avversari. Qui c’è un tema che non riguarda necessariamente la moderazione sulle cose, ma sul modo di concepire la politica: Adam Hamilton (così si chiama), come altri in Stati tendenzialmente repubblicani, promette di superare il clima tossico e polarizzato di questi anni. Vedremo se, come e quanto il messaggio funzionerà.

In Ohio l’ex senatore Sherrod Brown spera di riprendersi il seggio perso, Brown è un progressista vecchia maniera che cerca il voto degli operai ed ex working class in uno Stato divenuto progressivamente più repubblicano a partire dal 2012. Qui Trump ha vinto tre volte su tre.

In ogni caso i democratici il giorno dopo il voto, dovessero vincere bene, si troveranno di fronte al dilemma su cosa debbano essere in vista del 2028. Sarà uno scontro durissimo, anche se c’è qualche figura forse in grado di tenere assieme mondi diversi.

I soldi

A oggi le donazioni ai partiti sono più di un miliardo e 700 milioni di dollari, più di un miliardo per i repubblicani e 250 milioni da gruppi di interesse che donano a chi promette di difendere quello che sta loro a cuore (le cryptocurrencies, la lobby filo israeliana Aipac, ecc.). La politica è sempre più cara e uno degli argomenti dei democratici è farla finita con le norme che regolano le donazioni. La cosa è complicata perché ci sono diverse sentenze della Corte Suprema che hanno consentito questa degenerazione del costo delle campagne elettorali.

La maggior parte del denaro è stata donata ai Super PAC (political action committees) che possono legalmente accettare somme illimitate, mentre le campagne hanno regole molto più severe specie su quanto il singolo individuo possa donare. Tra i grandi donatori Soros (ai Dem), Musk, la vedova del magnate di casinò Adelson, i fratelli Winklevoss che guadagnano miliardi con le crypto. Il Texas è per adesso lo Stato dove si è speso di più e questo è un pessimo segnale per i repubblicani, che in uno Stato così, normalmente non devono investire. Le corse più costose a oggi sono texas, Georgia, Ohio, Michigan. I repubblicani hanno un vantaggio netto in termini finanziari, ma quanto peserà alla fine? I soldi servono per la pubblicità radio, Tv e sul Web, per organizzare la campagna, pagare il personale e così via. Ma contenuti che riescono a divenire virale e i volontari possono aiutare a ovviare allo svantaggio finanziario. Non solo: il costo di uno spot Tv per le campagne è regolato dalla legge ed è quindi molto più basso del costo di uno spot comprato da un Political Action Committee.

(questo è un post da American Diner su Substack)

La Bedrocan olandese è fallita: a rischio la cannabis nelle farmacie italiane

12 Ottobre 2026 ore 12:10
Quando Bedrocan nacque, nel 1984, era un’azienda agricola di famiglia e nelle sue serre crescevano cicoria ed erbe aromatiche. La cannabis arrivò dopo, con la prima licenza nel 2002 e, l’anno seguente, il contratto che ne fece l’unico coltivatore autorizzato dallo Stato olandese. Per oltre vent’anni da quelle serre sono usciti Bedrocan, Bediol, Bedica, Bedrolite: …

Morbo di Crohn

12 Ottobre 2026 ore 09:53
Arriva Mirikizumab, il nuovo pacco farmacologico firmato Eli Lilly per il morbo di Crohn, una patologia infiammatoria cronica e progressiva del tratto intestinale che da noi in Italia colpisce circa 100mila persone.La nuova sbobba chimica è un cosiddetto "farmaco biologico" che stranamente costa molto più dell'oro.Il prezzo per un flaconcino da 15 ml, infatti, è ...continua a leggere "Morbo di Crohn"

Il gasolio di Putin e le priorità di Washington: le sanzioni come variabile dei prezzi

12 Ottobre 2026 ore 08:48

Il 9 ottobre Donald Trump ha annunciato che la Russia immetterà sul mercato oltre 300.000 tonnellate di gasolio, seguite da 500.000 a novembre e da un milione nei mesi successivi; poche ore dopo l’Office of Foreign Assets Control del Tesoro ha rilasciato una licenza generale valida fino al 7 aprile 2027. La decisione è giunta tre settimane dopo la firma del Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act, che consente dazi del 100% sui principali acquirenti di idrocarburi russi, e mentre a Miami gli inviati americani discutevano con ucraini ed europei le condizioni per chiudere la guerra.

La lettura più immediata, quella di un avvicinamento strategico fra Washington e Mosca, è anche la meno solida. La domanda utile è un’altra: che cosa rivela la licenza sul modo in cui l’amministrazione americana ordina i propri interessi, e quali conseguenze ne derivano per un’Europa che sulle sanzioni ha costruito la propria risposta all’aggressione russa. La tesi qui sostenuta è che il gasolio non segnala un’alleanza nuova, ma la subordinazione delle sanzioni alla politica dei prezzi in una fase di emergenza energetica: un precedente che le cancellerie europee non possono archiviare come episodico.

Uno shock di offerta, non un rovesciamento di alleanze

Il contesto spiega più delle intenzioni. Dagli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, a febbraio, lo Stretto di Hormuz è in larga parte chiuso. Da luglio, inoltre, Mosca ha vietato quasi tutte le esportazioni di gasolio dopo che i droni ucraini avevano fermato una quota rilevante della sua capacità di raffinazione. Ne è derivata una crisi del distillato medio: a settembre il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti ha toccato il record di 6,52 dollari al gallone, più del doppio rispetto a un anno prima, e il G7 ha concordato il rilascio di 100 milioni di barili di scorte d’emergenza. A meno di un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il costo del carburante è diventato un problema di politica interna prima ancora che di politica estera.

Letta in questa chiave, la licenza è anzitutto uno strumento di gestione del mercato, e la sua efficacia è dubbia. Con i fattori di conversione standard, le 300.000 tonnellate iniziali equivalgono a circa 2,2 milioni di barili, poco più di un giorno di esportazioni americane di gasolio verso l’Europa, che a luglio avevano toccato 1,7 milioni di barili al giorno. È poi incerto che la Russia possa consegnarle: nel terzo trimestre le sue esportazioni di gasolio sono crollate a 190.000 barili al giorno, contro gli 850.000 del primo, e per la prima volta il Paese ha dovuto importarne. Un ex dirigente dell’Agenzia internazionale dell’energia, citato da Al Jazeera, dubita che Mosca possa onorare le forniture senza sottrarle al mercato interno.

Il dato politico più rilevante è la contraddizione interna all’amministrazione. Il 18 settembre Trump ha firmato una legge che inasprisce le sanzioni contro Mosca; il 9 ottobre il Tesoro ne ha attenuato l’effetto con un atto amministrativo. Non è un’incoerenza casuale: le sanzioni restano lo strumento di pressione per eccellenza, ma vengono sospese quando il loro costo ricade sul consumatore americano. Per Washington la sanzione è diventata reversibile a condizioni che nulla hanno a che vedere con la condotta russa in Ucraina, ed è questo, più del gasolio, il segnale che il Cremlino registra.

Che cosa ottiene Mosca senza concedere nulla

Il guadagno economico russo è per ora più potenziale che reale, perché dipende da volumi che la Russia fatica a produrre. Il guadagno politico è invece immediato. Mosca aveva posto la condizione in modo esplicito: il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva legato la ripresa delle esportazioni alla rimozione delle sanzioni occidentali. La licenza accoglie quella condizione senza una contropartita pubblica: nessun cessate il fuoco, nessuna sospensione degli attacchi alla rete elettrica ucraina, nessun meccanismo di verifica.

La sequenza si inserisce in un disegno più ampio. Secondo Reuters, l’inviato speciale Jared Kushner e Kirill Dmitriev, consigliere di Putin, hanno discusso nelle ultime settimane l’ingresso di un investitore americano nei gasdotti Nord Stream e la cessione delle attività estere di Lukoil, accompagnata dalla rimozione delle relative sanzioni. La Casa Bianca ha negato colloqui recenti sul Nord Stream e Berlino ha ricordato che la riapertura richiederebbe un’autorizzazione che non intende concedere. Le trattative sono esplorative, ma indicano che la leva energetica è diventata moneta negoziale nel dialogo fra Washington e Mosca, gestita da canali personali più che istituzionali.

Kyiv ne ha colto subito le implicazioni. Zelensky ha definito la licenza una decisione debole di partner forti e ha subordinato la sospensione degli attacchi alle raffinerie alla fine dei bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche ucraine, provocando la reazione del Presidente Trump che ha dichinato come sia giunto il momento per l’Ucraina di cambiare presidente. La richiesta di risparmiare le raffinerie, che Trump gli aveva rivolto già a settembre, mostra il punto: le operazioni ucraine diventano un costo da comprimerequando incidono sui prezzi globali, benché siano una delle poche leve di Kyiv sull’economia di guerra russa.

Esiste peraltro una lettura alternativa che va soppesata. Gli incentivi economici sono uno strumento diplomatico legittimo, e una pressione priva di prospettive negoziali rischia di prolungare la guerra senza migliorarne l’esito. L’erosione, del resto, non è soltanto americana: già a maggio il Regno Unito ha esentato con una licenza generale il gasolio e il carburante per aviazione raffinati da greggio russo in Paesi terzi. L’argomento regge però solo se la concessione è legata a risultati verificabili. Al 10 ottobre nessuna fonte pubblica indica che lo sia, e un allentamento incondizionato abbassa il prezzo che Mosca dovrà pagare per ottenere il successivo.

L’Europa davanti a una garanzia negoziabile

Per le capitali europee il problema non è il gasolio, che il quadro sanzionatorio dell’Unione fondato sul Regolamento (UE) n. 833/2014 continua a escludere, ma ciò che la licenza rivela sull’alleato. La NATO poggia sulla presunzione che le due sponde dell’Atlantico condividano la stessa gerarchia delle minacce. Se Washington è disposta a sospendere la pressione su Mosca per contenere i prezzi interni, la convergenza diventa condizionale: non scompare, ma dipende dal ciclo economico ed elettorale americano. La questione non è se l’alleanza sia finita, ma se l’Europa possa continuare a pianificare la propria sicurezza assumendo che le priorità di Washington coincidano con le sue.

La risposta europea è avviata, ma incompleta. Secondo il primo rapporto annuale sulla prontezza della difesa, accolto dai ministri il 28 settembre, gli Stati membri hanno speso nel 2025 418 miliardi di euro, circa il 2,2% del PILdell’Unione, ma restano lacune significative proprio dove la dipendenza dagli Stati Uniti è maggiore. Berlino accelera: Merz a Kiev ha impegnato un miliardo di euro per droni intercettori e produzione congiunta di armamenti a lungo raggio. La spesa nazionale, tuttavia, non equivale a capacità europea, e la coesione politica è già sotto pressione, come mostra la posizione slovacca nell’Alleanza.

In questo quadro la proposta di Mark Carney offre un criterio più che un modello. A Davos, a gennaio, il primo ministro canadese aveva parlato di una rottura dell’ordine internazionale e invitato le medie potenze a cooperare per ridurre le dipendenze; il 17 settembre, al Parlamento europeo, ha proposto una partnership con l’Unione su minerali critici, industria della difesa, intelligenza artificiale e sicurezza energetica, escludendo di voler creare un terzo blocco. Il Canada è l’unico Paese extraeuropeo ammesso al fondo da 150 miliardi per gli acquisti comuni di difesa, e il giorno prima Ursula von der Leyen aveva prospettato per Ottawa una forma di associazione all’Unione. La logica è quella della copertura strategica: moltiplicare i partner affidabili senza rompere con Washington. Il limite è altrettanto chiaro: una rete di medie potenze riduce le vulnerabilità industriali ed energetiche, ma non sostituisce la deterrenza nucleare, l’intelligence strategica e la logistica americane.

Per l’Italia la questione è concreta. Il Paese dipende dalle rotte marittime del Mediterraneo allargato per l’approvvigionamento energetico e contribuisce alla deterrenza atlantica con capacità che il dibattito interno fatica a rafforzare, come segnala la frenata del governo sul potenziamento delle Forze armate. Roma ha dunque interesse a un regime sanzionatorio europeo autonomo e stabile, che non oscilli con i prezzi alla pompa americani, e a una partecipazione piena ai programmi comuni di acquisizione, compresi quelli aperti al Canada.

L’indicatore da osservare non è la durata della licenza, ma la sua funzione. Se resterà una misura emergenziale, legata alla chiusura di Hormuz e destinata a decadere con la normalizzazione dei flussi, il gasolio sarà ricordato come un episodio di politica dei prezzi. Se invece aprirà una serie di allentamenti senza contropartite, dal Nord Stream alle attività di Lukoil, segnalerà che per Washington la pressione su Mosca è negoziabile in sé. In entrambi i casi l’Europa ha già ricevuto l’informazione decisiva: la tenuta delle sanzioni dipende ormai dalle sue scelte, e la credibilità della sua deterrenza dalla velocità con cui trasformerà la spesa in capacità.

Nessun alunno è straniero. Lettera al Presidente della Repubblica e al Ministro dell’Istruzione e del Merito

12 Ottobre 2026 ore 07:27
di Lucia Donat Cattin   Consigli di classe. Scuola, democrazia e società, rubrica a cura di Mimmo Cangiano e Sofia Santosuosso   La lettera che ho scelto di inviare al Presidente della Repubblica e al Ministro dell’Istruzione e del Merito nasce da oltre venticinque anni di insegnamento nella scuola secondaria, dalla mia specializzazione in Italiano …

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