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Lavoro di cura, come trovare le persone e come convincerle a restare

14 Ottobre 2026 ore 15:08

Abbiamo sempre più bisogno di cura e rischiamo di avere sempre meno persone disposte a sceglierla come professione. Questo paradosso tocca le famiglie, i servizi e le istituzioni ben prima di diventare un tema di politica pubblica. Da qui è partito il webinar “Prendersi cura di chi cura. Come costruire un welfare sostenibile”, nuovo appuntamento di “Agorà Bene Comune”, il percorso di riflessione sui temi più urgenti dell’agenda sociale italiana promosso dalla Direzione Impact della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo insieme a VITA.

Introdotto da Andrea Lecce, responsabile della Direzione Impact di Intesa Sanpaolo, e moderato da Stefano Arduini, direttore di VITA, l’incontro ha visto gli interventi di Francesco Seghezzi, presidente dell’Associazione Adapt, di Maria Grazia Campese, presidente e direttrice generale della cooperativa sociale Spazio Aperto Servizi, di Riccardo Sollini, direttore generale della Fondazione Anffas di Macerata e autore del libro “I care. Curare e prendersi cura”, e di Alessia Minuz, presidente di Koinè Cooperativa sociale.

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La cura come infrastruttura

Siamo abituati a considerare infrastruttura soltanto ciò che è materiale, ha osservato Lecce in apertura, ne esiste però una altrettanto essenziale per la coesione e lo sviluppo del Paese: quella costituita dalle persone che educano, assistono, accompagnano le fragilità e contribuiscono a costruire  autonomia e inclusione. Oggi questa infrastruttura è chiamata a confrontarsi con sfide profonde, legate all’invecchiamento della popolazione, all’evoluzione dei bisogni sociali e alla trasformazione delle reti familiari. In questo contesto, ha osservato Andrea Lecce, la riflessione non può limitarsi alla disponibilità futura di operatori qualificati, ma deve concentrarsi sulle condizioni che rendono le professioni della cura attrattive e sostenibili. Per questo, secondo Lecce, non basta chiedersi dove troveremo gli operatori di cui avremo bisogno. La domanda più scomoda è un’altra: «che cosa dobbiamo cambiare perché una persona scelga di lavorare nella cura e scelga, nel tempo, di continuare a farlo». Retribuzione adeguata, qualità organizzativa, opportunità di crescita professionale, ma anche riconoscimento sociale, rappresentano elementi fondamentali per valorizzare chi ogni giorno opera a servizio delle persone e delle comunità.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

È in questa prospettiva che si inserisce l’impegno della Direzione Impact della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo che promuove una lettura dei risultati capace di andare oltre i tradizionali indicatori quantitativi. La misurazione dell’impatto dei finanziamenti a iniziative ad alto valore sociale messo a punto dalla Direzione Impact, consente infatti di comprendere quali cambiamenti concreti generino gli investimenti nelle comunità, nelle organizzazioni e nella vita delle persone, offrendo strumenti utili per orientare in modo più efficace le scelte future. Come ha ricordato Lecce, l’obiettivo è passare  «dal misurare ciò che facciamo al comprendere ciò che cambia». Quando i bisogni di cura diventano sempre più diffusi e complessi, ha aggiunto, la risposta non può che essere collettiva. E’ la finalità degli incontri di Agorà Bene Comune: favorire il confronto tra istituzioni, Terzo settore, mondo economico e società civile per individuare soluzioni condivise e rafforzare le condizioni che rendono il welfare più sostenibile, inclusivo e capace di generare valore per l’intera comunità.

Il sommerso che cresce nei servizi alla persona

È passata quasi inosservata, ha esordito Seghezzi, la notizia che nel 2023, ultimo anno con dati disponibili, il lavoro irregolare in Italia è tornato a crescere dopo cinque anni di flessione. Le unità di lavoro non regolari sono 3,1 milioni, 145mila in più rispetto al 2022 (+4,9%). Il tasso di irregolarità è salito al 12,7% dal 12,5%, e il sommerso è cresciuto al doppio del ritmo dell’occupazione regolare (+2,4%). Il terziario resta l’area più esposta, con un tasso medio del 13,9% che nei servizi alla persona arriva al 40,5%. Per molte famiglie, infatti, le prestazioni non dichiarate continuano a fare da valvola di flessibilità. Nel solo lavoro domestico, secondo le stime di Domina, gli irregolari sono 742mila, in larghissima parte donne (88%) e straniere (69%). Sono lavoratrici senza tutele durante il rapporto e senza prospettiva previdenziale, che lavorano fino a tardissima età per arrivare, nel migliore dei casi, a un assegno sociale che pesa sui conti pubblici.

Sullo sfondo c’è un Paese che invecchia. Secondo le previsioni Istat gli over 65, oggi il 24,7% della popolazione, saranno il 34,5% nel 2050, mentre i 15-64enni scenderanno dal 63,4% al 55,3%. Cresce dunque chi ha bisogno di cura e si riduce chi dovrebbe lavorare, contribuire e fare da caregiver. L’Italia conta 1,5 lavoratori della long-term care ogni 100 over 65, contro una media Ocse di 5. Anche la base professionale invecchia: tra i lavoratori domestici regolari il 27,2% ha almeno 60 anni e appena l’1,6% meno di 25.

Per Seghezzi il problema è insieme vecchio e nuovo. È vecchio perché in Italia non è mai esistito un vero mercato del lavoro domestico e di cura. È nuovo perché la demografia e la crescita dell’occupazione femminile hanno moltiplicato i bisogni e ridotto chi se ne faceva carico. Ne nasce un meccanismo perverso. La cura resta culturalmente legata alle donne, e così l’aumento dell’occupazione femminile si traduce in più lavoratrici in nero, spesso straniere, dentro un sistema che «scarica i costi del lavoro di cura su chi dispone di minori risorse economiche e di tutela». Per uscirne serve un sostegno pubblico a tutti i livelli, con una detassazione e una decontribuzione importanti che favoriscano l’emersione, e serve un ruolo attivo delle relazioni industriali. Prima ancora, però, serve cambiare sguardo: smettere di considerare questi lavori servizi a basso valore aggiunto e misurarne il valore con metriche diverse. Metriche legate agli effetti che la cura produce su persone e famiglie e alle sue ricadute economiche e sociali.

Per trovarli bisogna sapere perché dovrebbero restare

Da quel cambio di metrica è ripartita Maria Grazia Campese, descrivendo un cortocircuito: mentre il bisogno di cura cresce, diminuisce la capacità del sistema di attrarre e trattenere chi deve garantirla. Le cooperative non possono più chiedersi soltanto dove trovare gli operatori. Devono chiedersi che cosa debba cambiare perché una persona qualificata scelga di entrare in imprese come Spazio Aperto Servizi e decida di rimanerci. Campese ha condensato la risposta in quattro parole, senso, crescita, valore ed equilibrio, che chiamano in causa tre livelli.

Il primo sono le politiche pubbliche. Nei servizi ad alta intensità di lavoro, qualità, sostenibilità economica e condizioni dei lavoratori sono legate a filo doppio, e servono finanziamenti e regole coerenti con il costo reale della qualità. Il secondo sono le organizzazioni, chiamate a superare un modello fondato implicitamente sulla disponibilità al sacrificio. Devono costruire condizioni che tengano insieme senso del lavoro, crescita professionale, autonomia ed equilibrio tra vita e lavoro, restituendo spazio alla competenza e spostando l’attenzione dalle prestazioni erogate agli esiti prodotti. Il terzo è il sistema economico e finanziario. Può sostenere investimenti di medio-lungo periodo sulle persone e sull’innovazione, e contribuire a sviluppare metriche capaci di rendere visibile il valore che il welfare genera nel tempo. «La sfida», ha detto Campese, «non è soltanto aumentare le risorse disponibili, ma cambiare la metrica del valore con cui orientiamo le decisioni di investimento».

Dal minutaggio alla comunità

Più radicale l’impostazione di Riccardo Sollini. Per lui il primo passo è liberare il Terzo settore dalla logica di mercato e burocratica, fatta di minutaggi rigidi e di una standardizzazione di stampo ospedaliero, che riduce la cura a mera prestazione. L’alternativa sono i servizi su base comunitaria, nei quali il servizio torna a essere «uno spazio di vita, di incontro e di partecipazione attiva».

Dentro questo cambio di modello Sollini colloca la questione generazionale. Le nuove generazioni non vanno «subite» né considerate soltanto manodopera: vanno inserite in posizioni chiave. Portano infatti nei servizi la spinta al cambiamento metodologico, all’innovazione e al rigore basato sulle evidenze, e rompono le zone di comfort in cui gli enti rischiano di arenarsi. Il ricambio, però, non deve cancellare la storia e l’etica degli operatori storici. Qui entra in gioco il reverse mentoring, uno scambio in due direzioni: i giovani mettono a disposizione metodo scientifico e visione progettuale, i senior trasmettono l’etica della cura e la capacità di gestire la complessità umana. Per Sollini è «l’antidoto al burnout e alle dimissioni volontarie».

Sullo sfondo c’è una lettura politica del lavoro sociale. Il Terzo settore, ha ricordato Sollini, è nato come coscienza critica della società e corpo intermedio, non come fornitore low cost dello Stato. Per tornare a essere strumento di trasformazione della realtà deve saldare il rigore scientifico con la coscienza politica dei diritti. Da qui una proposta concreta: rivedere i piani di studio e portare il Terzo settore nei comitati di indirizzo dei corsi universitari.

Specie rare

Il filo della visibilità è stato ripreso da Alessia Minuz, che ha portato l’esperienza di Koinè, una cooperativa che ha scelto di agire sul riconoscimento simbolico, culturale e professionale del lavoro sociale. La perdita di attrattività delle professioni del welfare, ha spiegato, dipende certo dalla retribuzione, che resta decisiva. Ma pesa anche un immaginario che riduce competenze complesse a vocazione, disponibilità personale o sacrificio. Con la campagna “Specie Rare” Koinè ha trasformato una difficoltà interna alle organizzazioni in una questione pubblica. La campagna rappresenta educatrici, educatori e professionisti sociali come specie in via di estinzione, la cui scomparsa mette a rischio l’intero ecosistema del welfare.

Alla denuncia si è affiancata la prova del valore. Nei 14 nidi d’infanzia che gestisce in Lombardia, Koinè ha realizzato una valutazione d’impatto che ha coinvolto 569 famiglie, l’80% di quelle iscritte nella primavera 2025. Oltre il 95% ha espresso un giudizio molto positivo sul rapporto con educatrici ed educatori. Il 92% ha riconosciuto progressi dei bambini nelle competenze motorie e nell’autonomia, l’88% nella comunicazione e nel linguaggio, l’86% nella gestione delle emozioni e delle relazioni. Sono numeri che restituiscono il nido non come semplice risposta organizzativa all’esigenza di conciliazione, ma come luogo che produce cambiamenti concreti nella vita di bambini, famiglie e comunità. E servono anche a chi ci lavora. Quando una professionista vede documentato che il suo intervento ha sostenuto l’autonomia di un bambino o generato fiducia tra servizio e comunità, ha osservato Minuz, riceve una conferma pubblica della propria competenza. La valutazione diventa così strumento di apprendimento, di miglioramento e di dignità professionale.

Da qui i tre impegni proposti da Minuz. Il primo è raccontare le professioni attraverso le competenze, superando la retorica del sacrificio e della vocazione. Il secondo è misurare i cambiamenti generati e non soltanto le prestazioni erogate, coinvolgendo lavoratori, famiglie e comunità. Il terzo è trasformare le evidenze in decisioni, perché il riconoscimento simbolico diventi anche economico, organizzativo e politico. «Non possiamo prenderci cura di chi cura», ha concluso, «se continuiamo a considerare invisibile il valore che il suo lavoro genera».

Una responsabilità condivisa

Gli interventi partivano da angolature diverse: i dati sul lavoro sommerso, la gestione di un’impresa sociale, il modello di servizio, la valutazione d’impatto. Eppure hanno evidenziato una convinzione comune: riconoscere e valorizzare il lavoro di cura rappresenta una condizione essenziale per garantire la sostenibilità del sistema di welfare nei prossimi anni. In questo percorso, la capacità di misurare gli effetti sociali generati dalle iniziative assume un ruolo sempre più strategico, perché rende visibili i risultati che spesso rimangono nascosti e fornisce evidenze utili per orientare investimenti, politiche e modelli organizzativi.  Per questo la domanda con cui Lecce aveva aperto l’incontro, chi si prende cura di chi cura?, non può che avere una risposta che coinvolge una pluralità di attori: istituzioni, organizzazioni del Terzo settore, comunità e sistema economico-finanziario. Una responsabilità condivisa che richiede visione, collaborazione e capacità di generare impatto misurabile, affinché la cura sia sempre più  «una responsabilità condivisa», riconosciuta come un investimento sul bene comune e sul futuro del Paese.

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«Mi affido ai medici e alle vostre preghiere». Perché nelle équipe oncologiche sempre più spesso c’è l’assistente spirituale laico

14 Ottobre 2026 ore 12:53

«I medici ritengono opportuno intervenire e allora, seguendo i loro consigli, ho deciso di operarmi per toglierlo. L’intervento è già programmato nei prossimi giorni. Vi ringrazio per la vostra vicinanza spirituale e mi affido alla vostra preghiera»: queste le parole di Papa Leone XIV domenica. Poche parole, molto chiare, per comunicare al mondo di avere un nodulo al polmone: dopo l’intervento, il nodulo si è rivelato un adenocarcinoma polmonare. I medici e le preghiere: due cose che nelle parole del Papa vanno insieme. Ma quanto conta nella malattia – per tutti e al di là dell’essere o meno credenti o di quale religione si professi – una presa in carico che non silenzi la dimensione spirituale? Perché è così importante? Chi è e cosa fa l’assistente spirituale laico, che sempre più spesso è presente nelle équipe che seguono pazienti affetti da patologie cronico-degenerative e terminali? Alla scoperta di una figura che accompagna antropologicamente la nostra ricerca di senso dinanzi alla sofferenza, senza confondere la spiritualità con la religione, la fede o la consolazione mistica. (Sara De Carli)

“Mi prendo cura di te” non è una formula gentile. È un atto epistemologico, una scelta di campo. È questo il titolo del nuovo libro di Laura Campanella, filosofa, consulente pedagogica e tra le prime assistenti spirituali laiche operative nei contesti di fine vita in Italia. Un titolo che entra con decisione in uno dei territori più complessi della medicina contemporanea: la presa in carico integrale della persona nelle fasi di malattia grave, cronicità e fine vita. Un territorio in cui non bastano più le competenze cliniche, ma che richiede un approccio interdisciplinare. È in questo spazio di incontro tra filosofia pratica, pedagogia esistenziale, psicologia, cure palliative, bioetica ed educazione alla morte (death education) che si colloca la riflessione proposta da Campanello che riconosce la dimensione spirituale come costitutiva della salute globale della persona, secondo il paradigma adottato dall’Oms e dalle principali scuole di medicina palliativa.

La copertina del libro di Laura Campanello

La morte, dunque, non è intesa come opposizione alla vita, ma come una delle sue soglie costitutive. Ciò permea la visione dell’accompagnamento e della fragilità umana, dove è fondamentale una figura professionale dedicata e formata, di cui il testo propone una sistematizzazione teorico-pratica, figura ancora in fase di istituzionalizzazione nel panorama sanitario italiano, è recente la costituzione dell’associazione nazionale Assistenti Spirituali nella Cura (leggi qui). È l’«assistente spirituale laico». L’obiettivo dell’autrice è di offrire una fondazione teorica dell’assistenza spirituale come pratica laica di accompagnamento esistenziale e di fornire strumenti formativi, narrativi ed esperienziali per chi opera nei contesti di sofferenza, malattia, fine vita e lutto.

Campanello spazia dalla filosofia antica alla psicologia, dalla riflessione pedagogica alla medicina palliativa con casi concreti, per arrivare a una definizione non confessionale di spiritualità come «ricerca di senso», «pratica di consapevolezza», «apertura alla vita nella sua interezza», «capacità di sostare nell’impotenza», attraversamento dell’angoscia e della finitudine. Dopotutto, la spiritualità non è religione. Non è fede dogmatica. Non è consolazione mistica. È piuttosto ciò che in psicologia esistenziale viene chiamato ricerca di senso. Come ricorda Campanello, il padre della logoterapia Viktor Frankl dimostrò già negli anni Cinquanta che la percezione di senso è uno dei principali fattori protettivi contro la disperazione, la depressione e il desiderio di morte nei pazienti oncologici e terminali.

Nessuna riduzione religiosa o confinamento clinico, solo l’esigenza anche molto concreta di riconoscere alla spiritualità la sua dimensione antropologica e il suo ruolo nella qualità della vita nei pazienti affetti da patologie cronico-degenerative e terminali. L’autrice afferma esplicitamente che l’assistenza spirituale non può essere una tecnica esterna, ma deve fondarsi su un «percorso interiore dell’operatore», che diviene egli stesso strumento della relazione di cura.

La filosofia come pratica di cura

Campanello ha studiato filosofia, disciplina tutt’altro che speculativa ma un vero esercizio trasformativo, strumento di vita, capace di incidere sui vissuti di angoscia, paura della morte, perdita di senso, disperazione e lutto anticipatorio. La meditazione sulla morte e l’accettazione della finitudine, lo insegnano stoici ed epicurei, è uno strumento clinico ed esistenziale. Che aiuta nel trovare risposte alle mille domande dell’esistenza, alle fiabe che ci raccontiamo, per usare le parole di Chandra Candiani citata in apertura e chiusura del volume: «Si narra che il fiume, correndo verso il mare, racconti a se stesso delle fiabe, per farsi compagnia e per avere meno paura di quell’attimo in cui diventerà immenso» (Sogni del fiume).

Le narrazioni cliniche come strumento epistemologico

Particolarmente significativa è la sezione dedicata alle «storie di cura e di vita»: il paradigma della medicina narrativa è un dispositivo di conoscenza. Il testo racconta cosa accade quando un paziente può finalmente parlare della propria morte senza essere zittito, sedato emotivamente o distratto con frasi di circostanza.

Nulla è edulcorato. Campanello ci parla con rispetto e lucidità di ventilazione meccanica interrotta, sedazione palliativa, Sla, hospice, lutto anticipatorio, paura, vergogna, rabbia verso i familiari, desiderio di controllo sulla propria fine. Le narrazioni non hanno funzione meramente esemplificativa, ma assumono un valore epistemologico: mostrano la sofferenza come evento biografico totale, capace di ristrutturare identità, relazioni, temporalità e progettualità. Di particolare rilevanza è il capitolo dedicato alla convivenza con la sclerosi laterale amiotrofica Sla, patologia paradigmatica della perdita progressiva dell’autonomia corporea in presenza di piena integrità cognitiva. Il caso viene utilizzato come laboratorio esistenziale per interrogare le categorie di dignità, libertà, dipendenza, identità e desiderio di controllo sulla propria fine.

Il pensiero magico

Volere non è sempre potere. La medicina punta a guarire, ad aggiustare e a concentrarsi sull’intervento verso quel particolare organo e tessuto da curare senza vedere la persona. Campanello critica l’approccio di quella medicina che finisce per rimuovere la dimensione simbolica, esistenziale e relazionale del morire. L’autrice parla esplicitamente di un «pensiero magico della medicina occidentale», riferendosi a quell’illusione prometeica di onnipotenza terapeutica, che genera accanimento, rimozione della morte e infantilizzazione del paziente. In contrapposizione, l’autrice promuove una visione sistemica della cura, in cui il lavoro d’équipe diviene spazio di integrazione delle competenze e delle dimensioni della persona e della sua autodeterminazione, in linea con la Legge 219/2017 sul consenso informato e le Disposizioni anticipate di trattamento. Ma una legge non basta. Serve una cultura.

Il lavoro d’équipe: quando la cura è un sistema complesso

L’assistenza spirituale non è una figura solitaria, ma parte integrante dell’équipe di cura. La sua funzione si realizza nel dialogo con medici, infermieri, psicologi e tutti i professionisti coinvolti nell’accompagnamento della persona, contribuendo a una presa in carico realmente globale. In questa prospettiva, anche la morte, troppo spesso rimossa dal discorso pubblico e sanitario, torna a essere riconosciuta come parte della vita e dell’esperienza umana.

Da qui, nasce una diversa idea di cura: una cura che non nega il limite, ma lo riconosce; che non anestetizza il dolore, ma lo attraversa; che non promette un’impossibile onnipotenza terapeutica, ma resta accanto alla persona con rigore, lucidità e profonda umanità. È un invito a ripensare la medicina come pratica della relazione e dell’accompagnamento, nella quale la ricerca di senso diventa parte integrante del prendersi cura.

L'articolo «Mi affido ai medici e alle vostre preghiere». Perché nelle équipe oncologiche sempre più spesso c’è l’assistente spirituale laico proviene da Vita.it.

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