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Negli Stati Uniti il voto degli iscritti conferma la direzione presa dal sindacato UAW

di: loc
14 Ottobre 2026 ore 12:05

di Ezio Boero

La rielezione di Shawn Fain a segretario (presidente, lo definiscono negli USA) di United Auto Workers ha rilievo non solo per quel Sindacato, che tramanda la sua lunga storia di lotte del Lavoro, ma anche per il contesto sociale degli Stati Uniti.

Un milione e mezzo di iscritti nel 1979, oggi solo più 190.000 in produzione nel settore tradizionale dell’auto, 100.000 tra i lavoratori delle università, 600.000 pensionati e altri sparsi in vari settori, UAW continua ad essere al centro del mondo sindacale degli USA. 

Fain, eletto nel 2023, si era presentato per contrastare un lungo periodo di concessioni al padronato e le vicende di corruzione che avevano caratterizzato l’epilogo della storica maggioranza che aveva governato UAW per 70 anni. Condannata per corruzione quando FCA (Fiat-Chrysler), allora governata da Marchionne, pagò, dal 2009 al 2016, 3,5 milioni di tangenti ai leader di UAW e dovette pagare 30 milioni di dollari per violazione delle leggi federali sul lavoro. Mentre il presidente di UAW, Dennis Williams, fu condannato a 21 mesi di prigione per appropriazione dei fondi del Sindacato (utilizzati a piene mani per pagarsi spese personali) e, per pene minori, lo furono anche altri 12 dirigenti sindacali.

A seguito di ciò, nel 2021, il Dipartimento di Giustizia di Detroit nominò per 6 anni un monitor (controllore) federale, Neil Barofsky, per vigilare su possibili ritorni di illeciti, e denunciò la modalità del voto degli organismi di UAW, effettuato all’interno degli stessi, come una delle cause di possibile corruzione, invitando a una votazione tra tutti gli iscritti.

Nella successiva votazione “un-membro-un-voto”, i due terzi dei pochi votanti (solo il 14% degli iscritti, segnalando forse con ciò la sfiducia o il disinteresse al rinnovamento) confermò  la nuova modalità di voto per gli organismi. E successivamente, nell’autunno 2022, con un’affluenza ancor più bassa, installò la nuova maggioranza di Fain. Peraltro dopo un ballottaggio coll’esponente della “vecchia guardia”, in cui lui vinse soprattutto per l’appoggio delle migliaia di lavoratori-studenti universitari (staffisti, docenti, assistenti di ricerca e dottorandi, ecc) che s’erano iscritti negli ultimi anni al Sindacato. Molti dei quali presenti all’interno del caucus (la storica componente sindacale) di Unite All Workers for Democracy (UAWD), che da anni si batteva per la democrazia interna.

Fain, ex elettricista di fabbrica in uno stabilimento dell’Indiana, subentrò come Presidente appena il giorno prima dello svolgimento della Convention che doveva votare le piattaforme per il rinnovo dei contratti delle Big 3 (GM, Ford e Chrysler, ora in Stellantis). Una per ogni azienda, perché negli Stati Uniti i contratti sindacali, quando ci sono, sono raramente nazionali di categoria (postini, ferroviere), pochi anche quelli aziendali e in genere sono di stabilimento.

La vertenza delle 3 Grandi dell’auto era stata caratterizzata da uno sciopero di 6 settimane, simultaneo e  progressivo (una novità per UAW, così come i resoconti settimanali on line sull’andamento delle trattative) e da un voto conclusivo di approvazione ambivalente (con un risicato 55% di sì al contratto in General Motors, il cui personale ha maggiore anzianità e memoria contrattuale). 

Dopo questi contratti, che acquisivano un aumento salariale finale del 25%, e in un contesto di aumento delle spese belliche e dell’inflazione, e di una forte riduzione di produzione di auto elettriche, a cui l’amministrazione Trump ha sottratto gli incentivi all’acquisto deliberati da Biden, UAW aveva aperto, con l’impiego di 40 milioni di dollari, una campagna di sindacalizzazione degli stabilimenti delle 15 marche di auto asiatiche ed europee nel Sud degli Stati Uniti, governato dai Repubblicani e ferocemente antisindacale. La campagna tentava di recuperare iscritti, che nel 1983 erano il 60% dei lavoratori dell’auto, mentre oggi sono solo il 16% degli odierni 1,3 milioni di lavoratori del comparto.  

La principale causa, gli accordi commerciali come il NAFTA hanno portato allo smantellamento, attorno ai Grandi Laghi, dell’intera filiera dell’auto, di cui Detroit era il centro: UAW stima che 90.000 fabbriche, grandi e dell’indotto, abbiano chiuso. 

Finora, l’unico contratto nell’auto nel Sud degli USA è stato raggiunto presso la Volkswagen  di Chattanooga, nel Tennessee. Mentre, dopo una prima sconfitta, contestata da UAW a causa della grande campagna antisindacale dell’impresa, è ancora aperta la vicenda della Mercedes-Benz a Vance nel Kentucky, in attesa di probabili nuove elezioni.

Nel contempo, Fain aveva acquisito un incarico in un comitato consultivo dell’amministrazione Biden e praticata progressivamente una gestione accentratrice e anche autoritaria, esautorando due membri della sua segreteria (la tesoriera Margareth Mock e Rich Boyer, responsabile del dipartimento per Stellantis). Licenziamenti che il monitor indipendente ha costretto a ripristinare. Inoltre, la maggioranza “riformatrice” si è  ulteriormente sfarinata: la componente del caucus UAWD si è divisa sostanzialmente tra operai e studenti; e solo quella chiamatasi UAW Member Action ha continuato a sostenere esplicitamente Fain. 

L’appoggio di UAW ai dazi di Trump, mentre altri grandi Sindacati degli USA li hanno avversati, non è stato che il seguito di quanto fece UAW con la precedente direzione negli anni ’80, con lo slogan “Buy american, your job depends on it”. Mentre il dissenso ai trattati di libero scambio, come il NAFTA, che aveva eliminato posti di lavoro e tagliato occupati e salari, è un’opinione largamente diffusa nel mondo del lavoro statunitense. 

E’ stato probabilmente l’appoggio di UAW alla causa palestinese che ha portato allo scontro tra Fain, ormai quasi “un uomo solo al comando”, e il monitor Barofsky, i cui rapporti semestrali (con diffusione ai 300.000 iscritti UAW nel settore dell’auto)  sono stati sempre più incentrati sui comportamenti autoritari di Fain. Un leaderismo peraltro  consueto a tutti i livelli nel mondo statunitense e apprezzato da molti (lo si vede nel voto a Trump).  Accusato di aver creato un clima di sospetto e di rappresaglia interna, e anche di favoritismi nei confronti di suoi familiari, Fain ha svelato una telefonata del monitor che contestava a UAW la decisione dal Sindacato di aderire all’iniziativa per il cessate il fuoco a Gaza. Un intervento, quello del monitor, aldilà delle sue prerogative, ha sostenuto UAW, che è poi continuato con crescenti pressioni sul Sindacato per riconsiderare o ammorbidire la sua opposizione al genocidio di Gaza. UAW è comunque andata avanti: la Convention di giugno ha votato il congelamento dei rapporti con la Federazione sindacale israeliana Histadrut, che “mina l’unità globale dei lavoratori promuovendo il colonialismo dei coloni”, e, seppur passato con un voto risicato, il disinvestimento delle risorse UAW (400.000 dollari) già investite in obbligazioni emesse negli Stati Uniti dallo Stato di Israele.  

Lo stallo della campagna di sindacalizzazione del Sud degli USA, l’appoggio ai dazi di Trump e il dissenso al rinnovo di accordi di libero commercio, le rotture all’interno della maggioranza sindacale, l’appoggio alla causa palestinese (invertendo il tradizionale appoggio a Israele dei Sindacati USA), le accuse del monitor federale con passaggi che tendevano a screditare il presidente di UAW: tutti questi elementi si sono scaricati sulle elezioni, avvenute in settembre, per il rinnovo degli organismi dirigenti,.Con l’aggiunta di periodici interventi ostili di Trump. 

Tra i sei candidati a Presidente e a Vice-Presidente, si ritrovano i due membri della sua ex segreteria “licenziati” da Fain, che evidentemente hanno inteso rappresentare la maggioranza precedente a lui. Da cui, a converso, sono stati recuperati da Fain anche alcuni candidati nella sua lista. 

Ma lo spoglio delle schede elettorali per il voto sugli organismi di UAW (presidente, segretario-tesoriere, tre vicepresidenti e nove direttori regionali, che insieme costituiscono il Consiglio Esecutivo), iniziato il 6 ottobre e amministrato dal monitor, ha ratificato  la vittoria di Fain. Costruita su quello che quello che, non a vanvera, è stato vantato un buon accordo del 2023 con le Big 3; i contratti stipulato con la Volkswagen in Tennessee e con American Axle, la grande impresa di ricambi per GM; il partecipato movimento in molti atenei del Paese, indotto anche dall’adesione a UAW, coll’appoggio alla causa palestinese contro il genocidio del governo Netanyahu.

La lista di Fain si conferma quindi col 68% dei consensi alla carica di Presidente di UAW (rendendo non necessario il ballottaggio avvenuto nelle elezioni del 2022) e di Tesoriere. Ottiene anche i tre ulteriori ruoli della Segreteria e vince gli 8 dei Direttori delle 9 Regioni degli Usa in cui è suddiviso l’intervento di UAW. La principale minoranza, rappresentata soprattutto dai già allontanati dalla segreteria, ottiene solo il 13% (per il presidente) e il 23% (per la carica di tesoriere)

Che il risultato del voto di 100.000 iscritti (il 10% degli aventi diritto; ancora una volta un numero assai scarso rispetto al milione di associati a UAW) rappresenti la continuità di una politica e la difesa dell’autonomia del Sindacato di fronte agli attacchi esterni, oppure una mancanza di alternative credibili che non fossero solo la critica a Fain al seguito di quella del monitor, lo dirà il futuro. 

Parrebbe comunque anche un’ulteriore vittoria (dopo quella di Mamdani a sindaco di New York e di altri/e nelle primarie del Democratic Party) dei Democratic Socialists of America, Partito da cui Fain non è certo lontano, partecipando anche ad iniziative pubbliche con la deputata Ocasio-Cortes e con l’indipendente Sanders. 

Una vittoria che pare, dai primi commenti dei media, realizzata con un voto meno consistente (solo la metà della similare elezione precedente, quella del 2022) di lavoratori studenti ma maggiore nei grandi stabilimenti operai

La confermata dirigenza UAW può ora guardare al futuro, quando l’ostile monitor nel 2027 avrà terminato il suo compito (ma il decreto di nomina tiene aperta la possibilità di proseguirlo) e  in vista del rinnovo dei contratti con le Big  3, che erano stati fatti scadere il 30 aprile 2028 con l’idea di fare del Primo Maggio (che non è festivo negli USA, il Paese da cui origina) una giornata nazionale di mobilitazione. A cui UAW ha invitato gli altri Sindacati ad allinearsi. Nel periodo, UAW si troverà di fronte al rinnovo dei contratti di John Deere, Volvo e General Dynamics e poi delle Big 3, e alla conclamata intenzione delle imprese di non dare significativi aumenti salariali e di introdurre tecnologie di riduzione degli occupati originate dall’intelligenza artificiale. E alla necessità di intervenire anche sul ripristino o sul miglioramento dell’assicurazione sanitaria post-pensione, da sempre carente o assente negli USA per tutti/e.

Fain, nella proclamazione della vittoria che lo conferma per altri 4 anni, ha dichiarato: “stiamo lottando per l’intera classe lavoratrice, sia al tavolo delle trattative che nell’arena politica”. In cui UAW sta appoggiando, non come storicamente fatto da quel Sindacato genericamente il Democratic Party, ma candidati/e che siano esplicitamente dalla parte del lavoro organizzato.

L’auspicio è che le lavoratrici e i lavoratori, anche quelli del settore dell’auto iscritti a UAW, possano partecipare maggiormente alla conduzione del proprio Sindacato, che si depuri maggiormente da leaderismi e battaglie interne che potrebbero apparire lotte per il potere.

Gasolio, il prezzo della geopolitica

14 Ottobre 2026 ore 10:21

Il costo del gasolio in Italia dipende oggi da vicende geograficamente lontane e da un decreto annunciato e non ancora arrivato. Finché l’Europa resta dipendente dalle importazioni, ogni crisi internazionale si traduce prima o poi in un rincaro alla pompa.

L'articolo Gasolio, il prezzo della geopolitica proviene da Lavoce.info.

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14 Ottobre 2026 ore 10:21

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Il dilemma del Golfo: sfiducia in Washington, ma nessuna alternativa credibile

14 Ottobre 2026 ore 08:43

La ritorsione iraniana contro le basi statunitensi e i Paesi del Golfo ha segnato il tramonto della “oasi di stabilità”, ovvero l’illusione di Paesi percepiti come quasi impermeabili al disordine mediorientale. L’offensiva iraniana, in risposta all’operazione statunitense Epic Fury condotta assieme al corrispettivo israeliano Ruggito del Leone, ha adottato uno schema che Robert Pape ha definito di “escalation orizzontale“ (danneggiare le fonti di ricchezza e le infrastrutture critiche anziché intensificare gli attacchi su obiettivi militari), colpendo i punti vitali del modello di sviluppo delle monarchie. Con oltre 6.700 missili e droni lanciati contro i soli Paesi del Golfo nei primi quaranta giorni di guerra, Teheran ha dimostrato un’elevata capacità di saturazione delle difese nemiche.

Il conflitto pone una domanda che va oltre il conteggio dei danni materiali: la sfiducia crescente verso l’alleato americano si traduce davvero in un riposizionamento strategico del Golfo, o le monarchie restano vincolate, militarmente e finanziariamente, a Washington?

Le basi statunitensi, da garanzia a bersaglio

Il sistema di deterrenza regionale che perdurava dai primi anni Novanta è entrato in crisi profonda. Teheran, sostenendo che gli Stati ospitanti basi degli USA ne avessero facilitato le operazioni militari, ha attaccato le monarchie del Golfo con l’obiettivo di colpire i mercati ed esercitare pressione su Washington affinché fermasse le proprie offensive. Da ciò è nato un paradosso strategico: le basi, pensate come asset di sicurezza, sono diventate il bersaglio più esposto. Un caso emblematico è la base di Al Udeid (Qatar), la maggiore installazione statunitense nella regione, colpita più volte. Per il Middle East Institute, la vulnerabilità delle monarchie è sistemica, legata al ruolo di hub energetico globale e all’integrazione nelle alleanze di Washington.

Il conflitto ha incrinato il rapporto tra Washington e le monarchie: la crisi di fiducia è nata perché la Casa Bianca ha ignorato gli avvertimenti dei partner regionali prima della guerra, e si è ampliata con l’omissione di un vincolo sui programmi missilistici iraniani dal Memorandum di giugno. Trump ha perseguito i propri interessi, in primis la riapertura di Hormuz, lasciando gli alleati arabi sotto la minaccia di ulteriori raid. Inoltre, in merito al conflitto in Yemen, Trump ha respinto le richieste di Mohammed bin Salman di raid contro gli houthi e offerto solo intelligence, perché intende restare concentrato sull’Iran e Hormuz.

Percependo Washington come imprevedibile, le monarchie hanno avviato consulenze con Ucraina e Corea del Sud in merito a sistemi anti-drone e anti-missile, sebbene diversi analisti avvertano che sostituire l’infrastruttura di sicurezza statunitense richiederebbe uno o due decenni. L’alternativa più concreta è regionale: il 7 agosto Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato il Patto della Mecca, contenente una clausola di difesa collettiva; il Patto, è stato attivato il 5 ottobre a seguito di attacchi degli houthi e si trova ora alla prova dei fatti. Sul piano globale, come osserva l’Institute for National Security Studies, Cina e Russia non dispongono né della volontà politica né della capacità militare per sostituire gli USA.

I danni alle infrastrutture e il paradosso della diversificazione

Gli attacchi iraniani hanno colpito, tra gli altri, impianti di gas, data center di Amazon ad Abu Dhabi, raffinerie in Kuwait e Arabia Saudita, impianti di dissalazione in Bahrain e Kuwait e il porto di Jebel Ali. Nonostante i sistemi Patriot e THAAD abbiano intercettato più del 90% dei missili e dei droni di Teheran, l’Iran ha superato l’ombrello difensivo con tecniche di saturazione. Alcuni dei danni alle infrastrutture energetiche hanno riguardato un generatore della centrale nucleare di Barakah e il complesso di GNL di Ras Laffan. In Qatar, gli attacchi hanno ridotto del 17% la capacità di produzione di GNL per un periodo che potrebbe arrivare fino a cinque anni.

Teheran ha adottato una “strategia economica eseguita tramite distruzione fisica”, colpendo sia l’export di idrocarburi sia gli snodi finanziari e tecnologici. L’economia del Golfo ha fatto affidamento per decenni all’export di idrocarburi attraverso Hormuz, mentre la diversificazione verso turismo, finanza e aviazione ha incrementato le fonti di reddito. Il paradosso strutturale è che tali settori, su cui le monarchie hanno investito molto per svincolarsi dai propri limiti geografici, restano vulnerabili tanto quanto i terminal petroliferi, perdipiù con una maggiore concentrazione di potenziali target.

Kpler ha stimato i flussi di greggio mediorientali a poco meno dell’80% del livello prebellico; tuttavia, senza contare l’Iran, frenato dal blocco navale statunitense, l’export di greggio del Golfo è già tornato ai livelli prebellici, anche grazie agli oleodotti saudita ed emiratino che aggirano Hormuz. Gli attacchi alle navi si sono intensificati nell’ultimo periodo – dodici raid probabilmente iraniani tra il 30 settembre e il 6 ottobre –, mentre Teheran ribadisce che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso finché Washington non accetterà le sue sette condizioni. Il Brent resta sopra i 100 dollari e le riserve strategiche globali sono ai minimi da decenni. Conseguentemente, l’Agenzia Internazionale dell’Energia e i Paesi del G7 hanno concordato l’immissione sul mercato di circa cento milioni di barili di petrolioper calmierare le quotazioni ed evitare carenze.

Lo shock ha ridefinito le gerarchie della crescita: il FMI ha ridotto le prospettive globali al 3%, indicando nel Medio Oriente l’epicentro della crisi, mentre la Banca Mondiale avverte che un blocco persistente porterebbe la crescita all’1,3% e 32 Paesi al default. Le finanze del Golfo ne risentono: il deficit del primo semestre del Qatar ha già superato la previsione annuale e quello saudita ne è al 97%, e i prelievi dai fondi sovrani potrebbero causare il primo calo degli asset in oltre un decennio. Il Qatar, inoltre, ha esteso fino a inizio dicembre la clausola forza maggiore (la sospensione dei propri doveri contrattuali a seguito di un certo impedimento) riguardo alle forniture di GNL, mentre il ripristino di un impianto di gas emiratino è slittato al 2027. Il Golfo non appare più un’oasi di stabilità, bensì il motore della frammentazione economica.

Le diverse strategie all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG)

Nel momento in cui gli interessi di Washington si sono discostati da quelli del Golfo, i primi hanno prevalso, lasciando le monarchie esposte agli attacchi di Teheran. Perciò il conflitto ha accelerato il passaggio dall’ombrello difensivo statunitense a una modello di sicurezza nella quale la relazione con Washington resta centrale, ma viene affiancata dal cosiddetto “omnibalancing”: una strategia con cui uno Stato sviluppa relazioni sia con alleati sia con rivali per proteggersi contemporaneamente da un insieme di minacce interne ed esterne, garantendosi autonomia senza schierarsi in modo esclusivo. Il CCG ha difatti risposto alla condotta statunitense  con tre differenti modelli di hedging(la diversificazione calibrata dei partner di sicurezza ed economici senza rompere apertamente con l’alleato principale).

L’Arabia Saudita, ha rafforzato i legami con la Cina e con il Pakistan e la Turchia attraverso il Patto de La Mecca. perseguendo un hedging assertivo per negoziare con la Casa Bianca da una posizione di maggiore forza. A fine luglio Washington e Riad hanno firmato un accordo di cooperazione nucleare civile, ma Trump ne ha vincolato l’approvazione all’adesione agli Accordi di Abramo: un tentativo di riavvicinare l’alleato mentre la fiducia militare si erode. Il Qatar mantiene una dipendenza esplicita dalle garanzie statunitensi, sancite dall’atto della Casa Bianca del settembre 2025, pur restando un mediatore indispensabile con Teheran. Gli EAU occupano una posizione intermedia: un hedging più “agile”, che combina diversificazione economica, soft power e capacità militari mirate, mantenendosi pronti per ricalibrare la propria posizione quando necessario.

Kuwait e Bahrain seguono in larga parte l’approccio emiratino. Manama è ulteriormente esposta a Teheran in quanto secondo firmatario degli Accordi di Abramo nel Golfo, fattore che ha attirato crescenti pressioni militari iraniane. L’Oman, sebbene colpito dal conflitto, è rimasto fedele al ruolo di mediatore neutrale, avvicinandosi al modello qatariota. Ciononostante, hanno ruoli differenti, in quanto Doha presidia il tavolo negoziale, mentre Mascate ha assunto un ruolo centrale nei colloqui con Teheran sulla gestione della navigazione nello Stretto di Hormuz.

L’Iran ha “calibrato” i propri raid tentando di acuire le divergenze nel CCG, costringendo gli Stati a “combattere sei battaglie distinte”. La rivalità tra Riad e Abu Dhabi si è intensificata: l’uscita degli EAU dall’OPEC confligge con la strategia saudita di prezzi alti per finanziare Vision 2030. Inoltre, mentre Riad perseguiva la via diplomatica, Abu Dhabi, colpita da oltre 3.000 missili e droni, ha percepito la moderazione saudita come un tradimento della solidarietà nei propri confronti.

Il vincolo del dollaro

Un ulteriore aspetto rilevante è quello valutario. Alla crescente sfiducia verso l’ombrello statunitense si contrappone l’assenza di alternative monetarie credibili: nonostante gli EAU abbiano minacciato pagamenti in yuan qualora l’accesso al dollaro si riducesse, e la quota di riserve globali in dollari sia scesa al 56,7% nel secondo trimestre del 2026, il sistema finanziario globale in dollari continua a garantire una liquidità che nessun’altra valuta può eguagliare. La rilevanza del dollaro risiede nella profondità dei mercati finanziari statunitensi e nella centralità della valuta come riserva, mezzo di pagamento e principale fonte di liquidità globale.

Ne emerge un doppio vincolo: le monarchie hanno perso fiducia nella protezione militare di Washington, ma restano ancorate alla sua architettura finanziaria. Il rialzo dei tassi della Fed del 16 settembre, subito seguito da EAU, Arabia Saudita e Qatar, mostra che l’ancoraggio al dollaro (peg) impone loro la politica monetaria statunitense anche in piena crisi: la de-dollarizzazione rappresenta, al momento, più una minaccia negoziale che una traiettoria concreta.

Alla domanda posta in apertura, la risposta è netta: la sfiducia produce hedging tattico, non un riallineamento strategico. Il caso più eloquente è la Cina: Pechino ha superato Washington come primo partner commerciale del Golfo da oltre un decennio, con scambi con il CCG per quasi 298 miliardi di dollari nel 2023 contro gli 80 degli USA. Eppure, anche se Pechino si offre come mediatore, l’egemonia economica non si è tradotta in un’offerta di sicurezza comparabile. Al contempo, il Patto della Mecca, già in una fase di messa alla prova operativa, segnala il tentativo di trasformare la diversificazione in una capacità di sicurezza regionale più autonoma, ma non costituisce, almeno per ora, una reale alternativa all’ombrello americano. Il dilemma delle monarchie resta dunque irrisolto: la fiducia in Washington si erode, ma non esiste, al momento, un sostituto credibile. Strategie di diversificazione e apertura a nuovi partner non implicano, dunque, la sostituzione degli Stati Uniti: nel breve e medio periodo, i costi di un effettivo distacco da Washington restano superiori a quelli del mantenimento del legame strategico.

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