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Ripristino natura, l’Italia invia a Bruxelles la bozza annacquata di quello che doveva essere il piano originario

17 Ottobre 2026 ore 09:35

Blindata nelle stanze ministeriali per mesi, presentata in ritardo a Bruxelles a fine settembre, ma rimasta ‘secretata’ fino al 7 ottobre. Perché tanto mistero attorno alla bozza del Piano nazionale di Ripristino della natura (Pnr)? Per capirlo basta leggere ciò che rimane degli obiettivi che guidano il Regolamento europeo approvato nonostante il voto contrario dell’Italia. Non resta neppure lo scheletro. Tanto che appare difficile comprendere come le misure sopravvissute potranno bastare da sole a recuperare gli ecosistemi degradati, tutelare e rafforzare la biodiversità e aumentare la resilienza del territorio di fronte anche agli effetti dei cambiamenti climatici. Obiettivi questi del regolamento Ue che, comunque, è già vigente dal 18 agosto 2024 (e non aspetta il Pnr). Ma se da un lato lo svuotamento del piano è nelle corde del Governo Meloni che tanto l’ha ostacolato, non si capisce come l’esecutivo pensa di uscire dal cul-de-sac nel quale si è cacciato, dato che la bozza dovrà essere valutata ora dalla Commissione europea. Nei prossimi sei mesi esaminerà il documento e potrà formulare osservazioni e indicazioni, in vista della definizione della versione finale. Si preannuncia l’ennesimo contrasto con Bruxelles che pone obiettivi e l’Italia che fa un po’ come le pare. L’Italia, però, dovrà arrivare alla versione definitiva entro il 1 settembre 2027. Tra le voci più critiche sulla bozza, quella di Paolo Pileri, ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. “Hanno azzerato articolo 8, quello sul ripristino degli ecosistemi urbani. Invece di lavorare alla depavimentazione – spiega a ilfattoquotidiano.it – hanno pensato bene di pavimentato il Piano nazionale di ripristino. Anche ciò che resta di quell’articolo è stato indebolito dietro le parole: da ‘devono’ a ‘possono’, da ‘obbligo’ a ‘si auspica’ e così via”.

La bozza sul ripristino nella natura rimasta secreta

La prima criticità ha riguardato l’iter poco trasparente. Il regolamento Ue Nature Restoration Law (2024/1991) imponeva la consegna dei piani entro il 1 settembre. L’Italia ha trasmesso la bozza a Bruxelles con quasi un mese di ritardo (il 25 settembre) ma, fino ai primi giorni di ottobre, il testo inviato a Bruxelles è rimasto di fatto inaccessibile. Sono quattordici le associazioni che hanno espresso forte delusione per il percorso di partecipazione, oltre alla preoccupazione per i contenuti finali del Piano, chiedendo al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica di rendere pubblico il testo definitivo e di dare conto degli esiti della consultazione pubblica aperta il 23 aprile e conclusa il 24 giugno. Tra queste, Legambiente, Slow Food, Wwf Italia, la sezione nazionale della Commissione internazionale per la protezione delle Alpi, Federazione Nazionale Pro Natura, Fondazione Marevivo, Lav (Lega antivivisezione) e Lipu.

Chi ha affossato il Piano italiano

Ma le quattordici associazioni ambientaliste hanno anche denunciato le pressioni stringenti (Leggi l’approfondimento) da parte dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci) e dei costruttori edili (Ance) volte a indebolire e deregolamentare le tutele sugli ecosistemi urbani. Di fatto, l’Associazione nazionale costruttori edili ha elaborato e trasmesso una serie di osservazioni critiche che sono state poi ampiamente condivise e integrate nella proposta di emendamenti presentata ufficialmente dall’Associazione nazionale comuni italiani, che puntava – ed è riuscita nell’intento – a riscrivere la bozza del Pnr, stralciando diverse misure chiave elaborate originariamente dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Il resto lo ha fatto l’Istituto nazionale di urbanistica (Inu) con i suoi appunti. Uno su tutti: “La prescrizione del Regolamento, che stabilisce che dal settembre 2026 gli Stati membri non debbano ridurre la dotazione di spazi verdi urbani (Ugs) né la copertura arborea urbana (Utc), imponendo ai comuni di dimostrare il saldo rispetto ai livelli del 2024, pone dunque rilevanti problemi applicativi”. Molto diversa la posizione della Siu, la Società italiana degli urbanisti), la principale società scientifica che riunisce i docenti e i ricercatori italiani nel campo della tecnica e della pianificazione urbanistica, di cui Pileri fa parte. E che ha sostenuto fino all’ultimo il piano di ripristino, per come era stato concepito.

Ecosistemi urbani: i Comuni coinvolti

Molto diversa la bozza inviata a Bruxelles. In un articolo su Altraeconomia, Pileri si è soffermato sull’articolo 8 del testo, quello sul ripristino degli ecosistemi urbani. A ilfattoquotidiano.it, Pilieri ricorda che l’applicazione di quell’articolo coinvolge 2.761 enti comunali, che rappresentano circa il 38% del territorio nazionale. “Metà del consumo di suolo registrata nel 2024, e si parla di quattromila ettari, è stata consumata da questi 2.761 Comuni, proprio cancellando aree verdi” aggiunge. Entro il 31 dicembre 2030 non dovrà esserci alcuna perdita netta della superficie nazionale totale degli spazi verdi urbani né della copertura arborea rispetto ai valori del 2024. Dal 1 gennaio 2031 i Comuni dovranno garantire una tendenza positiva all’aumento progressivo degli spazi verdi urbani e della copertura arborea.

Le misure sparite dal piano

“Delle 23 misure del Pnr valide per tutti i Comuni e proposte dall’Ispra – scrive Pileri – ben 15 sono state completamente cancellate, senza nessuna proposta alternativa”. Tra quelle svanite dalla bozza inviata a Bruxelles, la misura che prevedeva un registro delle perdite di aree verdi, ma anche “quella che minimizzava il consumo di suolo, quella che prevedeva oneri urbanistici supplementari per sostenere un po’ gli interventi di ripristino e quella che invocava il principio di precauzione per il quale si chiedeva di sospendere interventi che generavano riduzione degli spazi verdi fino alla pubblicazione del monitoraggio ufficiale al 2030”. Nel testo inviato alla Commissione manca la misura con la quale si sarebbero dovuti limitare gli interventi su suoli urbani non artificializzati “quella di depavimentare con contestuale ricostituzione dei suoli ed equipaggiamento ecologico delle superfici”. La depavimentazione dei cortili scolastici è ormai solo una opzione. Pileri la definisce “una posizione antistorica” e guarda ad altri Paesi, come la Francia, “dove già da alcuni anni nei quartieri del centro si stanno depavimentando tanti cortili scolastici” e la Danimarca “dove si stanno eliminando le recinzioni attorno alle scuole”. Le misure di depavimentazione rimaste, spiega Pileri “sono state un po’ declassate a deimpermeabilizzazioni e un po’ trasformate in suggerimenti”. Di obbligatorio, insomma, non c’è più nulla. “Credo che i Comuni non si stiano davvero rendendo conto che le conseguenze di questo stravolgimento ricadranno proprio sulle loro casse, oltre al fatto che queste misure – conclude Pileri – avrebbero rappresentato una difesa. Avrebbero aiutato i Comuni, infatti, a respingere alcune pretese di trasformazione che gli operatori privati vogliono fare. Ora saranno più esposti a questi rischi, oltre a quelli legati agli eventi estremi causati dai cambiamenti climatici”.

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La battaglia per gli Orti urbani di Livorno, il costruttore tira dritto: salda il prezzo ed evoca lo sgombero. Gli attivisti: “Porteremo la protesta in Regione”

17 Ottobre 2026 ore 09:35

Nello stesso giorno in cui a Livorno si radunavano circa un migliaio di persone per difendere gli Orti urbani, il costruttore Frangerini annunciava di star perfezionando l’acquisto dell’area e di voler andare avanti con il progetto. La giornata di venerdì 16 ottobre segna un passaggio importante della battaglia per i sei ettari di verde di via Goito. Studenti, docenti e comitati hanno sfilato in corteo, ripetendo lo slogan: “Chi semina cemento raccoglie resistenza”. Da piazza Cavour sono arrivati proprio in via Goito, dove si sono riuniti in assemblea per capire come proseguire la mobilitazione nelle prossime settimane. Soprattutto alla luce delle recenti dichiarazioni di Stefano Frangerini. L’imprenditore edile ha spiegato in un’intervista a Il Tirreno che entro lunedì salderà il prezzo per proseguire con l’acquisto dell’area degli Orti, che si è aggiudicato all’asta a fine giugno, per circa un milione e 200mila euro, versando una caparra intorno ai 100mila. Non intende mollare, dunque, nonostante il Collettivo – che 14 anni fa ha ripulito e occupato i terreni e li ha trasformati in uno spazio sociale autogestito – continui a battersi per lo spostamento degli indici edificatori su un’area già urbanizzata, per evitare un’ulteriore cementificazione e altro consumo di suolo.

Il pagamento, però, non equivale ancora alla consegna materiale del terreno. Come dichiarato dallo stesso Frangerini, sarà il tribunale a dover completare il trasferimento dell’area, che il costruttore pretende di ricevere libera da persone e cose. Il suo legale ha già sollecitato l’Istituto vendite giudiziarie affinché venga eseguita la liberazione. Sullo sfondo c’è anche il cambio al vertice della Prefettura: Giancarlo Dionisi andrà in pensione il primo novembre e Frangerini ha lasciato intendere di attendersi che il suo successore affronti la questione dello sgombero. Uno scenario che preoccupa gli attivisti. “Ora che Frangerini perfeziona l’acquisto, la partita politica torna tutta nelle mani dell’amministrazione comunale”, dice a ilfattoquotidiano.it Giovanni Ceraolo di Usb, tra i promotori della mobilitazione. La richiesta resta quella avanzata da settimane: aprire un nuovo tavolo con il costruttore per trasferire altrove la capacità edificatoria prevista dal Piano operativo. “È una strada percorribile e a Livorno è già stata utilizzata in passato. Il Comune deve scegliere se vuole che in via Goito si costruisca oppure se vuole davvero cercare una soluzione alternativa”.

In queste ultime settimane, il confronto istituzionale si è fermato. “Negli ultimi quindici, venti giorni non abbiamo più avuto contatti né con il Comune né con la Prefettura”, spiega Ceraolo. Il Collettivo annuncia però di voler continuare la battaglia su due fronti: da una parte la mobilitazione e la resistenza pacifica a un eventuale sgombero, dall’altra quello amministrativo e legale. “Abbiamo incontrato avvocati e giuristi esperti di urbanistica e presenteremo una diffida formale all’amministrazione sul Piano operativo. Se poi verrà approvato un piano attuativo, valuteremo anche eventuali ricorsi al Tar”, aggiunge. Per ora, dicono gli attivisti, non è ancora arrivata un’intimazione formale di sgombero. Ma il timore è che la situazione possa accelerare dopo il perfezionamento dell’acquisto e l’arrivo del nuovo prefetto. “Siamo preoccupati che il costruttore possa entrare nell’area e iniziare a intervenire prima ancora che la partita politica sia chiusa, come successo a Reggio Emilia con il Bosco Ospizio”, dice Ceraolo. Il Collettivo ribadisce quindi di essere pronto a opporsi pacificamente alla liberazione dei terreni.

In ogni caso, quella di venerdì non è stata e non sarà l’ultima manifestazione. Dall’assemblea negli Orti è uscita la proposta di portare la vertenza direttamente a Firenze, davanti alla Regione Toscana. La data deve ancora essere decisa, ma Ceraolo assicura che sarà il prossimo passaggio della mobilitazione. “La Regione e il governatore Eugenio Giani devono dirci se intendono difendere questo spazio verde o sostenere la possibilità di costruirci”, commenta Ceraolo. E conclude: “Le istituzioni politiche devono prendersi la responsabilità di fare una scelta definitiva. Se il Comune deciderà di proseguire con lo sgombero, dovrà essere pronto ad accettare tutte le conseguenze sociali e politiche del caso”.

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Bagnacavallo, 17 ottobre: «Gli alberi e il sistema bosco»

convegno promosso dall’associazione HumuSapiens Sabato 17 ottobre, dalle 9 alle 13, Sala di Palazzo Vecchio – Bagnacavallo Gli alberi e il sistema bosco: come funzionano, cosa ci insegnano, perché ne abbiamo bisogno: è il convegno promosso dall’associazione HumuSapiens con il...
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Golfo della Spezia, Enea mappa l’impatto delle attività umane sugli habitat marini

17 Ottobre 2026 ore 08:19
Golfo della Spezia, Enea mappa l’impatto delle attività umane sugli habitat marini

ROMA (ITALPRESS) – Nel Golfo della Spezia ENEA ha individuato gli habitat marini più esposti al rischio di degrado a causa delle attività umane applicando – per la prima volta nel Mar Mediterraneo – un metodo innovativo che incrocia mappe degli habitat e delle pressioni antropiche con i dati sulla vulnerabilità degli ecosistemi. Dallo studio, pubblicato sulla rivista Environmental Management, emerge che le aree a rischio più elevato si localizzano soprattutto entro i primi 250 metri dalla costa dove si concentrano sia le attività umane che gli habitat più vulnerabili.

Tra questi figurano le praterie di fanerogame marine quali la Posidonia oceanica e la Cymodocea nodosa, identificate come ad alto rischio, rispettivamente per il 72,8% e il 20,6% della loro estensione totale, ma anche le colonie del corallo mediterraneo Cladocora caespitosa, il coralligeno e gli impianti di molluschicoltura. Le principali cause di rischio sono gli ancoraggi non regolamentati delle imbarcazioni, la presenza delle condotte di scarico, la vicinanza dei porti turistici e di altre attività di nautica.

“Le mappe di rischio ci aiutano a capire dove intervenire per proteggere gli habitat più vulnerabili”, spiega Alessandro Sebastiani, ricercatore del Dipartimento ENEA Sostenibilità e primo autore dello studio. “Questo modello applicato al Golfo della Spezia rappresenta un punto di partenza per una pianificazione dello spazio marittimo basata sugli ecosistemi[2], fondamentale per la tutela della biodiversità e dei servizi ecosistemici in aree fortemente antropizzate”.

Lo studio contiene anche la simulazione di azioni di tutela degli ecosistemi, quali ormeggi regolamentati, controlli più efficaci e interventi per ridurre le pressioni legate agli scarichi e alle aree portuali. In questo scenario, la superficie di habitat ad alto rischio entro 250 metri dalla costa si riduce del 78,9%.

“Queste riduzioni sono il risultato di una simulazione e mostrano il potenziale degli interventi di gestione”, precisa Elisabetta Salvatori, co-autrice dello studio e responsabile della Sezione Soluzioni Integrate e Nature-based per la rigenerazione Urbana del Dipartimento Sostenibilità ENEA.

“L’approccio proposto può essere applicato anche in altre aree costiere del Mediterraneo per aiutare amministrazioni e portatori di interesse a confrontare le misure di gestione possibili e a verificarne i risultati attraverso il monitoraggio”. 

Il Golfo della Spezia è un’area di grande valore naturalistico vicina alle aree marine protette di Porto Venere e delle Cinque Terre, al Parco di Montemarcello-Magra-Vara e al Santuario per i mammiferi marini “Pelagos”. Qui praterie di fanerogame, coralligeno e corallo madreporario mediterraneo dal grande interesse ecologico convivono con una crescente urbanizzazione costiera e attività impattanti come il turismo, l’acquacoltura e il trasporto marittimo.

L’attività è stata condotta nell’ambito del progetto RAISE (Robotics and AI for Socio-economic Empowerment), finanziato dalla Missione 4, Componente 2, Investimento 1.5 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – PNRR.

-Foto ufficio stampa Enea-
(ITALPRESS).

Firenze, tranvia: parte raccolta firme per referendum contro taglio alberi Campo Marte

16 Ottobre 2026 ore 17:41
Firenze, tranvia: parte raccolta firme per referendum contro taglio alberi Campo Marte

Lo ha dichiarato il consigliere della lista Schmidt a Palazzo Vecchio, Massimo Sabatini. Per poter andare avanti nell’iter sono necessarie 5.000 firme.

“Più di 2.000 persone hanno sfilato per dire no all’abbattimento degli alberi in viale dei Mille. Da domani partiremo con la raccolta firme” per chiedere una consultazione popolare per evitare il taglio delle alberature sulla futura linea della tramvia per Rovezzano“. Lo ha dichiarato il consigliere della lista Schmidt a Palazzo Vecchio, Massimo Sabatini. Per poter andare avanti nell’iter sono necessarie 5.000 firme.

Sabatini ha sottolineato che “se prima” i gruppi di cittadini “erano considerati nessuno, poi si sono rivelati in più di 2.000 sui viali alberati, con le firme faranno vedere di essere molti di più. C’è qualcuno in grado di capire questo alla guida di Firenze?”.

Sentenza storica: è lecito sapere che armi passano nei…

… nei porti italiani. Festa a Ravenna che si prepara allo sciopero internazionale del 30 ottobre. di Manuela Foschi IL CONSIGLIO DI STATO HA RESPINTO IL RICORSO DELLE DOGANE ORA TRASPARENZA E BLOCCO DELLE ARMI NEL PORTO DI RAVENNA  ...
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