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Due delle quattro opere di Antonello da Messina rubate al MuMe sono state recuperate

17 Agosto 2026 ore 07:00

Quattro tavole attribuite al grande pittore Antonello da Messina sono state rubate la sera di Ferragosto dal Museo regionale interdisciplinare di Messina. Due delle opere sottratte sono state ritrovate poche ore dopo sul muro esterno dell’edificio. Rimangono disperse una tavola del Polittico di San Gregorio e un piccolo dipinto bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà. Secondo le prime ricostruzioni, almeno tre persone con il volto coperto sarebbero entrate nel museo forzando un ingresso secondario. Le immagini della videosorveglianza, acquisite dalla polizia, indicherebbero che il furto è durato tra i due e i tre minuti.

I responsabili hanno raggiunto le sale in cui erano esposte le opere e hanno sottratto tre dei cinque pannelli superstiti del Polittico di San Gregorio, oltre alla tavoletta bifronte conservata in una teca blindata. Due pannelli del polittico sono stati successivamente abbandonati lungo viale della Libertà, sul muro che delimita il museo. Alcuni passanti li hanno notati e hanno avvertito le forze dell’ordine. Non sono invece ancora stati recuperati il terzo pannello e la tavoletta bifronte.

Le prime notizie parlavano di sistemi di sicurezza elusi, ma la direzione del museo ha poi precisato che allarmi e telecamere erano attivi. «I sistemi di sicurezza, allarme e videosorveglianza sono perfettamente funzionanti e sono in corso indagini degli organi competenti quali polizia e carabinieri del nucleo tutela del patrimonio culturale», ha comunicato il museo. Secondo quanto emerso dalle verifiche iniziali, l’allarme sarebbe scattato quando sono state infrante le protezioni delle opere e le telecamere avrebbero registrato il furto. Gli investigatori stanno quindi cercando di stabilire perché il funzionamento dei singoli dispositivi non abbia impedito ai responsabili di allontanarsi con i dipinti. Le registrazioni della videosorveglianza sono state affidate agli inquirenti, mentre gli specialisti della polizia scientifica hanno effettuato i rilievi nell’edificio. Alle indagini partecipa anche il Nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri.

Il Polittico di San Gregorio, conosciuto anche come Polittico del Rosario, è una delle opere più importanti della produzione giovanile di Antonello da Messina. Fu commissionato da Fabria Cirino, badessa del monastero di Santa Maria extra moenia, e venne completato nel 1473. Era composto in origine da sei tavole inserite in una struttura lignea che non si è conservata. Al centro si trovava la Madonna in trono con il Bambino e gli angeli reggicorona, affiancata dai santi Gregorio e Benedetto. Nella parte superiore erano collocati l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata. Il pannello centrale della parte più alta, probabilmente dedicato al Cristo morto sorretto dagli angeli, è andato perduto. Il polittico sopravvisse al terremoto che distrusse gran parte di Messina nel 1908, ma riportò danni provocati dai detriti, dalla polvere e dalla pioggia caduta sulla città nei giorni successivi. Nel corso del Novecento fu sottoposto a diversi restauri. Prima del furto ne rimanevano cinque pannelli, esposti insieme nel museo messinese.

L’altra opera ancora dispersa è una piccola tavola dipinta su entrambi i lati. Su una faccia raffigura la Madonna con il Bambino benedicente e un francescano in adorazione, sull’altra il Cristo in pietà. Le dimensioni e la composizione indicano che era destinata alla devozione privata. Gli studiosi la datano tra il 1465 e i primi anni Settanta del Quattrocento. Il dipinto proveniva dalla collezione di Wilhelm Soldan, nella quale si trovava dal 1930. Fu attribuito ad Antonello nel 2003 e acquistato nello stesso anno dalla Regione Siciliana attraverso la casa d’aste Christie’s.

La direttrice del museo, Marisa Mercurio, ha definito le opere coinvolte tra le più importanti e conosciute dell’artista. «Siamo sconvolti per quello che è accaduto, erano due delle opere più importanti e note di Antonello da Messina. Una grande perdita per il museo, per la città, la comunità e il mondo dell’arte», ha detto, auspicando che le indagini portino all’arresto dei responsabili. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha detto di avere parlato con il sindaco di Messina, Federico Basile, e con il comando dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale. Ha inoltre assicurato la disponibilità del ministero a collaborare con le autorità siciliane, competenti per la gestione dei musei regionali in virtù dell’autonomia speciale.

Il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, ha parlato di uno «sfregio» e ha annunciato l’avvio di un’ispezione interna. L’assessore alla Cultura del Comune di Messina, Enzo Caruso, ha collegato l’attenzione recente verso Antonello all’acquisto pubblico di un Ecce Homo per diversi milioni di euro, ma al momento non sono stati indicati elementi investigativi che mettano in relazione quell’operazione con il furto.

Le opere di Antonello da Messina arrivate fino a oggi sono circa quaranta. In Sicilia sono conservati, tra gli altri, l’Annunciata di Palazzo Abatellis a Palermo, un’Annunciazione esposta a Siracusa e il Ritratto d’ignoto del Museo Mandralisca di Cefalù. Un altro Ecce Homo dell’artista, rubato nel 1974 dal museo del Broletto di Novara, non è mai stato recuperato.

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L’Italia ha vinto il medagliere degli Europei di atletica di Birmingham

17 Agosto 2026 ore 06:30

L’Italia ha chiuso al primo posto il medagliere degli Europei di atletica di Birmingham, con 22 podi complessivi: dieci ori, sei argenti e sei bronzi. Il risultato è stato deciso nell’ultima gara del programma, la staffetta maschile 4×400, vinta dagli italiani davanti alla Gran Bretagna per tre centesimi. Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati hanno concluso in 2 minuti, 59 secondi e 16 centesimi, precedendo il quartetto britannico, arrivato in 2 minuti, 59 secondi e 19 centesimi. I Paesi Bassi hanno ottenuto il bronzo con 2 minuti, 59 secondi e 49 centesimi. Per l’Italia è stato il primo titolo europeo nella 4×400 maschile. In batteria la stessa formazione aveva stabilito il record italiano e il primato dei campionati con 2 minuti, 58 secondi e 10 centesimi.  La Gran Bretagna si è classificata seconda nel medagliere con nove ori, otto argenti e due bronzi, per un totale di 19 medaglie. La Germania, terza per numero di ori, ha raccolto 21 podi, con sei vittorie, dieci secondi posti e cinque terzi posti.

Il successo della staffetta maschile ha concluso una serata nella quale l’Italia aveva già ottenuto l’oro di Larissa Iapichino nel salto in lungo e il bronzo della 4×400 femminile. Iapichino ha vinto con una misura di 7 metri, realizzata al primo tentativo. Il salto è stato favorito da un vento di 2,1 metri al secondo, appena superiore al limite consentito per l’omologazione dei primati, ma valido ai fini della gara. La britannica Jazmin Sawyers si è fermata a 6,99 metri, mentre la francese Hilary Kpatcha ha conquistato il bronzo con 6,98.

È stato il primo titolo europeo all’aperto nel salto in lungo femminile per un’atleta italiana. Iapichino era arrivata seconda agli Europei di Roma del 2024. A Birmingham ha mantenuto il comando per tutta la finale, in una gara molto equilibrata: tra la prima e la quinta classificata ci sono stati appena sei centimetri. Poco dopo, Alessandra Bonora, Anna Polinari, Alice Mangione ed Eloisa Coiro hanno concluso al terzo posto la 4×400 femminile in 3 minuti, 23 secondi e 57 centesimi. L’oro è andato ai Paesi Bassi, con 3 minuti, 21 secondi e 10 centesimi, davanti alla Gran Bretagna. Per la staffetta femminile italiana è stato il ritorno sul podio europeo dopo dieci anni.

Le gare dell’ultima giornata avevano già portato due argenti. Pietro Riva si era classificato secondo nella maratona maschile, completata in 2 ore, 9 minuti e 18 secondi, sette secondi dopo il tedesco Amanal Petros. Riva aveva conservato energie per il tratto conclusivo e aveva superato gli altri inseguitori negli ultimi 800 metri. Dopo la gara ha spiegato: «Sono stato per 41 chilometri superconcentrato sul come non spendere una briciola di energia in più, per preparare l’ultimo chilometro e la volata, senza preoccuparmi minimamente del distacco dai primi. Ha funzionato!».

Nella maratona femminile Rebecca Lonedo, Sofiia Yaremchuk e Giovanna Epis hanno ottenuto l’argento nella classifica a squadre. Lonedo si è piazzata sesta, Yaremchuk settima ed Epis ventunesima. La somma dei loro tempi ha collocato l’Italia dietro alla Gran Bretagna e davanti alla Spagna. La gara individuale è stata vinta dalla finlandese Alisa Vainio.

Il bilancio italiano è stato costruito in più discipline. Leonardo Fabbri aveva aperto la serie degli ori nel getto del peso, gara in cui Zane Weir aveva conquistato l’argento. Nadia Battocletti aveva poi vinto sia i 5.000 sia i 10.000 metri, accompagnata sul podio dei 5.000 dal bronzo di Micol Majori. Dariya Derkach ha conquistato il titolo nel salto triplo femminile, Gianmarco Tamberi quello nel salto in alto, con Matteo Sioli terzo. Nel salto triplo maschile Andy Diaz ha vinto con 18,15 metri e Andrea Dallavalle ha ottenuto il bronzo. Fausto Desalu è arrivato terzo nei 200 metri.

Un contributo rilevante è arrivato anche dalle prove di marcia. Massimo Stano e Sofia Fiorini hanno vinto le due maratone, con Fiorini capace di stabilire il record mondiale in 3 ore, 15 minuti e 11 secondi. Francesco Fortunato ha conquistato l’argento e Andrea Cosi il bronzo nella mezza maratona maschile, mentre Alexandrina Mihai è arrivata seconda nella prova femminile. Sara Fantini ha completato il gruppo degli argenti con il secondo posto nel lancio del martello.

Non tutte le gare più attese hanno avuto un esito favorevole. Marcell Jacobs si è fermato durante la finale dei 100 metri per un problema all’adduttore sinistro. Mattia Furlani si è infortunato durante le qualificazioni del salto in lungo. La staffetta maschile 4×100 è stata squalificata dopo la perdita del testimone, mentre quella femminile ha concluso al quarto posto. Nell’ultima serata l’Italia non ha completato neppure la nuova 4×100 mista, a causa di un errore nel secondo cambio tra Vittoria Fontana e Fausto Desalu. La gara è stata vinta dalla Gran Bretagna con il record europeo di 39 secondi e 97 centesimi. Nei 3.000 siepi il migliore degli italiani è stato Osama Zoghlami, undicesimo, mentre Matteo Oliveri ha concluso tredicesimo nel salto con l’asta e Ludovica Cavalli dodicesima nei 1.500 metri.

L’Italia ha vinto anche la classifica a punti, con 226, davanti alla Gran Bretagna e alla Germania, e ha eguagliato il proprio record di 45 finalisti. È il secondo successo consecutivo nel medagliere europeo dopo quello ottenuto a Roma nel 2024, quando la squadra italiana aveva raccolto 24 medaglie, comprese undici d’oro. A Birmingham i podi sono stati due in meno, ma sono bastati per confermare il primo posto davanti alla nazionale padrona di casa.

Domenica l’Italia ha ottenuto altre cinque medaglie agli Europei di nuoto di Parigi. Simona Quadarella ha vinto i 400 metri stile libero in 4 minuti, 1 secondo e 34 centesimi, nuovo primato personale e record dei campionati, completando la tripletta iniziata con i successi negli 800 e nei 1.500 metri. Thomas Ceccon ha conquistato l’argento nei 100 dorso, preceduto per un centesimo dal greco Apostolos Christou. Anche Benedetta Pilato è arrivata seconda nei 50 rana, a un centesimo dalla lituana Rūta Meilutytė.

Gli altri due argenti sono arrivati dalle staffette 4×100 miste. Sara Curtis, Benedetta Pilato, Anita Gastaldi ed Emma Virginia Menicucci hanno stabilito il record italiano nella prova femminile, mentre Thomas Ceccon, Nicolò Martinenghi, Alberto Razzetti e Carlos D’Ambrosio si sono classificati secondi in quella maschile. L’Italia ha chiuso al secondo posto sia il medagliere generale degli sport acquatici, con 43 podi e un bilancio di 13 ori, 15 argenti e 15 bronzi, sia quello del nuoto in vasca, con sei ori, otto argenti e sei bronzi. In entrambe le classifiche il primo posto è andato alla Gran Bretagna.

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Perché siamo ossessionati dalla ricerca del migliore?

17 Agosto 2026 ore 04:45

«E dunque mi sai dire qual è il migliore?». Il miglior ristorante della città. Il miglior hotel del mondo. Il vino con il punteggio più alto. Il cocktail bar da non perdere. Il pane premiato, il caffè vincitore, la spiaggia perfetta. Siamo sempre alla ricerca della referenza migliore da provare o da vivere. Migliore per chi? Secondo quale criterio? E in relazione a cosa? O a chi?

Viviamo in un’epoca in cui scegliere è diventato incredibilmente complicato. Non perché manchino le opportunità, ma perché sono praticamente infinite. Ogni ricerca online restituisce centinaia di risultati, migliaia di recensioni, classifiche, premi, guide. A questo si aggiungono gli infiniti – talvolta molto utili, talvolta per nulla – contenuti degli influencer e algoritmi pronti a suggerirci cosa dovremmo desiderare.

Le classifiche – come abbiamo già analizzato su queste pagine – costituiscono uno strumento utile per orientarsi in ogni categoria di riferimento. Premiano il lavoro di chi ha raggiunto livelli di eccellenza, fissano standard, raccontano il valore di un progetto. Nel turismo, come nella gastronomia o nel vino, sono strumenti preziosi e che vale (ancora) la pena consultare. Il problema nasce quando smettiamo di usarle come strumenti e iniziamo a considerarle fonti di risposte definitive e assolute.

Il nocciolo della questione si articola in due ordini di grandezza. Il primo, riguarda il pensiero di credere che esista un’eccellenza suprema indiscussa e valida per chiunque e dovunque indistintamente. Il secondo, direttamente connesso al primo, è pensare che il migliore sia un concetto necessario. Questo tipo di ossessione non consente di accogliere con la giusta dose di stupore, curiosità e approfondimento le sfumature di ogni realtà. Le storie, le motivazioni, le argomentazioni, le cause di quello che stiamo provando, sia esso un vino, un piatto o un servizio di un hotel di lusso.

Esiste anche un lato oscuro della medaglia, una storia di giustificazione dietro alla quale alcuni provano a nascondersi. In un mondo che ci offre infinite possibilità delegare la decisione a una classifica è rassicurante. Se qualcuno ha già valutato, confrontato e premiato, ci sentiamo più al sicuro nella nostra scelta. Quando prenotiamo l’hotel che occupa il primo posto in una classifica internazionale, quando scegliamo il ristorante più premiato o la bottiglia con il punteggio più alto, non stiamo semplicemente inseguendo un’apparente idea di migliore. Stiamo cercando una garanzia, una conferma. Un modo per ridurre il rischio di tornare a casa pensando «avrei potuto scegliere meglio».

Courtesy Belmond via Pinterest

Un hotel può essere straordinario sotto ogni punto di vista: architettura, servizio, ristorazione, formazione del personale, attenzione al dettaglio. Tutti elementi che possono essere osservati, analizzati e, almeno in parte, misurati. Tuttavia, quello che nessuna guida, nessun premio e nessuna classifica potranno mai conoscere con certezza è chi sono i clienti. Non possono sapere il perché di un viaggio. Se stanno festeggiando un momento speciale o cercando semplicemente qualche giorno per rallentare. È ovvio che ci sono strumenti che ormai consentono di risalire ai target dominanti anche andando a ritroso nel sistema di prenotazione, facendo sondaggi e orientando i propri guest a scegliere determinate attività o esperienze. Tuttavia, non si possono conoscere il carattere, le aspettative o il tipo di ricordo che ogni famiglia, coppia o viaggiatore individuale sono interessati a costruire.

Per questo motivo – e non solo – un hotel eccellente può non essere quello che ricorderemo con più affetto. E un piccolo albergo, magari privo di riconoscimenti internazionali, può diventare il luogo a cui penseremo per anni. Se l’eccellenza come concetto e come obiettivo appartiene all’hotel (o alla ristorazione), l’esperienza e le emozioni ad essa connesse afferiscono al viaggiatore.

È nell’incontro tra queste due dimensioni, nella difficilissima impresa di trovare un equilibrio delle parti, che diventa possibile scovare l’indirizzo che soddisfi le nostre aspettative e le nostre esigenze. Non il migliore tra tutti, ma senza ombra di dubbio la soluzione migliore per noi in quel momento, capace di regalarci un’emozione positiva durevole nel tempo.

«Quando sei felice facci caso», Kurt Vonnegut
Photo courtesy Alexandre Chambon, Arch Daily, Belmond

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L’idea di Zuckerberg di far proliferare la superintelligenza non convince gli esperti di sicurezza

17 Agosto 2026 ore 04:45

Mark Zuckerberg

Mark Zuckerberg ha scritto un manifesto sull’intelligenza artificiale, ma leggerlo come futurologia da Silicon Valley sarebbe riduttivo. In “The Future is for Everyone, il fondatore di Meta propone una dottrina politica della superintelligenza. Al centro non ci sono solo innovazione, profitti o creatività. C’è il potere.

La tesi è radicale: se la superintelligenza sarà la tecnologia più potente mai costruita, il modo più sicuro di gestirla non sarà concentrarla in poche mani, ma distribuirla. «Il percorso migliore e più realistico per costruire un futuro positivo», scrive Zuckerberg, è renderla accessibile a tutti: non un’unica superintelligenza benevola, ma molte intelligenze in competizione, capaci di controllarsi a vicenda.

È equilibrio di potenza applicato all’intelligenza artificiale. Ma coincide anche con la strategia industriale di Meta: modelli open-weight, infrastrutture più rapide, meno vincoli su training e distillazione, leadership americana nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale aperta. L’ambiguità sta proprio nella sovrapposizione tra principio politico e interesse aziendale.

Da qui nasce la domanda che attraversa il manifesto: l’apertura può davvero funzionare come garanzia democratica o rischia, al contrario, di riprodurre nell’intelligenza artificiale i dilemmi della proliferazione strategica?

Per capirlo bisogna spostare il manifesto dal terreno tecnologico a quello geopolitico. Zuckerberg immagina una collaborazione più stretta tra frontier lab e governo americano, accesso precoce di Washington ai modelli avanzati, controlli sui semiconduttori verso i rivali e abbastanza energia e data center da non perdere la corsa. L’intelligenza artificiale diventa così potenza nazionale.

Jennifer Ewbank, già vicedirettrice della Central Intelligence Agency per l’innovazione digitale, vede in questo uno dei meriti del manifesto: la corsa alla superintelligenza richiede una partnership reale tra governo e frontier lab. Ma aggiunge, citata da Cipher Brief, che gli Stati Uniti devono guidare l’ecosistema globale open-weight, perché il Paese i cui modelli diventeranno l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale del mondo ne influenzerà anche valori e assunzioni. È la stessa logica della Digital Silk Road cinese: Pechino esporta tecnologia, ecosistema e idea di società.

In questa cornice l’intelligenza artificiale aperta smette definitivamente di essere una scelta commerciale. Diventa uno strumento di statecraft: non solo un modo di competere sul mercato, ma un mezzo per proiettare influenza, fissare standard e incorporare valori politici nell’infrastruttura tecnologica globale.

È proprio su questo punto che si apre la crepa nella dottrina Zuckerberg. Teresa Shea, per oltre trent’anni alla National Security Agency e già direttrice della signals intelligence, concorda su controlli all’export, infrastrutture e cooperazione con il governo. Non concorda però sull’idea che distribuire la superintelligenza renda il mondo più sicuro. La proliferazione di capacità dual-use, osserva su Cipher Brief, abbassa la barriera d’accesso anche per avversari e reti criminali, e presuppone rivali razionali e disposti a giocare secondo le nostre regole.

La sua obiezione pesa di più perché arriva mentre i modelli frontier mostrano comportamenti sempre meno prevedibili. Alcuni test recenti hanno documentato, in condizioni sperimentali, strategie di inganno e azioni non autorizzate da parte di modelli avanzati di Anthropic e OpenAI. Casey Newton ha osservato che Zuckerberg sembra trasformare la sicurezza dell’intelligenza artificiale da problema di controllo dei sistemi a problema di distribuzione del potere. Ma, come nella sua metafora dei draghi di “House of the Dragon”, due soggetti dotati di un’arma devastante non rendono necessariamente il mondo più sicuro. Possono renderlo più instabile.

Il rischio non riguarda soltanto i modelli in sé. Un rapporto del The Hague Centre for Strategic Studies e di Datenna, commissionato dal ministero della Difesa olandese, mostra che la competizione sull’intelligenza artificiale militare non si gioca solo sui chip. L’intelligenza artificiale può incidere su sensing, decision-making, comunicazione e movimento; per questo software e hardware che la abilitano vanno considerati insieme ai semiconduttori. Il trasferimento tecnologico verso la Cina può passare anche da aziende, investimenti, università e collaborazioni scientifiche.

È qui che il vecchio dilemma tra aperto e chiuso comincia a perdere significato. Un modello non è una capacità militare isolata: diventa potere quando viene combinato con calcolo, sensori, software, comunicazioni, hardware e competenze.

Da questa premessa il rapporto delinea tre scenari. «Expanding the Patchwork»: più restrizioni unilaterali e plurilaterali, con Washington pronta a usare sanzioni extraterritoriali. «Fortress Europe»: una risposta dell’Unione europea basata su controlli delle esportazioni, screening degli investimenti e sicurezza della conoscenza. «The Return of CoCom»: una coalizione di circa 24 democrazie tecnologicamente avanzate, coordinata dal G7, per impedire alla Cina di colmare il divario militare-tecnologico, sulla base dell’esperienza del Comitato di coordinamento per i controlli multilaterali sulle esportazioni creato dal blocco occidentale per imporre un embargo sui Paesi dell’area sovietica durante la Guerra Fredda.

Sono tre modi diversi di rispondere alla stessa domanda: quanto siamo disposti a chiudere il sistema per impedire che una tecnologia strategica finisca nelle mani sbagliate?

Il punto comune tra questi scenari è che nessuno assume l’apertura come bene in sé. Tutti partono dall’idea opposta: che l’accesso alle capacità abilitanti dell’intelligenza artificiale debba essere gestito, limitato o quantomeno tracciato quando entra in gioco la competizione militare.

È qui che la distanza da Zuckerberg diventa evidente. Lui propone di aprire il sistema per fare dell’intelligenza artificiale americana lo standard globale e impedire il monopolio del potere. Ewbank vi vede influenza strategica. Shea vede proliferazione. Il rapporto olandese ricorda che la tecnologia può filtrare attraverso una rete molto più ampia e meno controllabile dei soli modelli.

Da qui la conclusione non può limitarsi a stabilire se Zuckerberg abbia torto quando avverte che la concentrazione dell’intelligenza artificiale è pericolosa. Su questo ha ragione: una manciata di aziende o governi che controllasse la capacità cognitiva più potente del pianeta costituirebbe una concentrazione di potere senza precedenti.

Il problema è l’altra metà della sua equazione. Distribuire il potere non significa automaticamente distribuire la sicurezza.

È per questo che la superintelligenza potrebbe inaugurare un nuovo equilibrio strategico, ma solo dopo aver chiarito che cosa si sta costruendo: una deterrenza paragonabile, per logica, a quella nucleare, oppure una tecnologia dual-use che rende più facile per Stati, aziende, reti criminali o sistemi autonomi esercitare capacità distruttive.

La contraddizione del manifesto sta tutta qui: per vincere la corsa all’intelligenza artificiale, gli Stati Uniti potrebbero volerla aperta e diffusa; per governarne i rischi, potrebbero aver bisogno del contrario.

Il vero dilemma americano, dunque, non è più soltanto se l’intelligenza artificiale debba essere aperta o chiusa. È molto più difficile: quanto potere bisogna distribuire perché l’America resti dominante, e quanto bisogna trattenerne perché quella stessa potenza rimanga governabile.

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Non sottovalutate il cibo berlinese

17 Agosto 2026 ore 04:45

Dire Berlino e pensare alla cucina non è ancora un automatismo, soprattutto per un italiano. La capitale tedesca continua a pagare un pregiudizio gastronomico piuttosto tenace, quello di una città interessante per arte, musica, club e creatività, molto meno quando arriva il momento di sedersi a tavola. Eppure basta cambiare prospettiva per scoprire una delle scene più dinamiche d’Europa.

Ilaria, originaria di Tradate nel varesotto, questa trasformazione la osserva da oltre dieci anni. Era arrivata a Berlino dopo gli studi in economia per uno stage e, salvo una parentesi milanese durante la pandemia, è rimasta. Ha lavorato nel social media per Zalando e per diverse aziende tedesche, poi nel 2019 ha aperto un blog dedicato alla scena gastronomica cittadina. Durante la crisi pandemica sono arrivate consulenze per alberghi e ristoranti, quindi, quasi per gioco, i tour gastronomici.

«Collaboravo con un’agenzia di viaggi. Mi piace il cibo, ho proposto di organizzare un tour e ho scoperto che alle persone piaceva moltissimo. Probabilmente ho semplicemente dato forma a una delle mie doti naturali che ben si abbina ai miei interessi».

Oggi ne organizza tre o quattro alla settimana nei mesi più richiesti, con gruppi di massimo otto persone ciascuno. Durano circa due ore e intercettano soprattutto americani, inglesi, olandesi, francesi e viaggiatori del Nord Europa. Italiani, finora, nessuno. «Mi dispiace, perché qui c’è tantissimo da scoprire anche per noi».

Foto di Ilaria Bertin

Una cucina senza passaporto
Capire Berlino attraverso il cibo significa innanzitutto rinunciare alla ricerca di una cucina berlinese paragonabile a quelle delle nostre città. La sua identità gastronomica nasce piuttosto dalle persone che sono arrivate qui. Il currywurst è diventato uno dei simboli cittadini. Il döner kebab nella versione servita dentro il pane, secondo la storia più diffusa, sarebbe nato proprio a Berlino all’interno della comunità turca. La presenza vietnamita racconta invece un altro pezzo del Novecento tedesco, legato agli accordi tra Vietnam e Germania Est e all’arrivo nella DDR di studenti e lavoratori vietnamiti.

La città si mangia così, attraverso stratificazioni successive. Ogni migrazione ha lasciato ingredienti, tecniche, locali e abitudini. La contaminazione è diventata una forma di identità e negli ultimi due o tre anni il movimento ha accelerato. «Chef da tutta Europa cercano di entrare nella scena berlinese, spesso iniziando con dei pop-up», ci racconta Ilaria. Arrivano format internazionali, collaborazioni temporanee e progetti come quella tra Apollo Bagels di New York e Sofi, bakery berlinese. Intanto crescono il pairing gastronomico, i vini naturali e l’universo alcohol free. Berlino funziona particolarmente bene proprio nelle nicchie, perché trova un pubblico disposto a cercarle.

@bro_d SOFI x Apollo Bagels Berlin Pop-Up 🥯☕️ #fyp #berlinfood #popup #apollobagels #berlinrestaurant ♬ Small Change – DON WEST

Maritozzi vegani e fattorie del Brandeburgo
Il tour più richiesto da Ilaria è quello che esplora la scena vegana. Si attraversa una zona di Mitte che permette di tenere insieme presente e passato della città, camminando e mangiando in quattro indirizzi diversi. Tra una tappa e l’altra si parla di Berlino Est, della caduta del Muro e della trasformazione di quartieri un tempo poverissimi, occupati successivamente da studenti, artisti e nuove comunità creative.

A tavola arrivano anche incontri difficili da immaginare prima di partire. Ci sono i maritozzi completamente vegetali e una macelleria vegana gestita da un italiano. C’è una bakery italiana fondata da una ragazza di Pavia trasferitasi a Berlino dieci anni fa. Molti ristoratori e artigiani si spingono appena fuori città, nel Brandeburgo, per acquistare direttamente gli ingredienti nelle fattorie. Il vegetale, qui, ha smesso da tempo di essere una semplice alternativa. È diventato terreno di sperimentazione.

Poi ci sono i vini naturali. Anche in questo caso il tour prevede poche persone e diverse soste, e in ogni locale viene scelta una bottiglia e da quella si parte per raccontare il produttore, il territorio e il modo in cui il vino è stato realizzato. Lo stesso approccio sta entrando nel mondo delle bevande senza alcol, una scena che a Berlino cresce rapidamente e che Ilaria ha cominciato a esplorare.

Il punto interessante dei suoi tour emerge però quando il bicchiere e il piatto diventano strumenti per parlare con qualcuno: «Mi piace unire la cultura del cibo con le persone». Per questo i gruppi rimangono piccoli. Si conversa con chi gestisce i locali, si fanno domande, si scoprono produzioni e ingredienti. Il turista smette per qualche ora di collezionare indirizzi e comincia a capire perché quei luoghi esistono proprio lì.

E inevitabilmente, racconta Ilaria, prima o poi si finisce a parlare dell’Italia. «Gli stranieri ci amano». Un giorno le piacerebbe portare questo stesso modello anche qui.

Intanto continua a raccontare Berlino a chi ha abbastanza curiosità da prenotare un tour gastronomico in una città che molti ancora non associano alla buona tavola. Forse è proprio questa la sua fortuna. Berlino non deve difendere una cucina immobile né custodire un repertorio intoccabile. Può assorbire ciò che arriva, trasformarlo e restituirlo con un accento proprio.

Per capire la città bisogna assaggiare le sue contraddizioni. E accettare che un maritozzo vegano, un döner e una bottiglia di vino naturale possano raccontare Berlino molto meglio di qualsiasi piatto che pretenda di essere autenticamente berlinese.

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Da bleisure a coolcation, il viaggiatore contemporaneo ha un nuovo vocabolario

17 Agosto 2026 ore 04:45

C’è stato un tempo in cui raccontavano ai nostri amici di amare il viaggio, quella sensazione piacevole di vacanza mista a ozio, fare i turisti in terra straniera e farsi stupire dalle novità. Oggi potremmo essere etichettati come dei veri boomer oltre che non essere aggiornati con i tempi. Siamo passati da che il lessico dell’ospitalità era semplice e funzionale a una condizione dove il vocabolario legato a questo settore non è più sufficiente per descriverlo e sta vivendo un vero e proprio stravolgimento.

Non si va più semplicemente in vacanza. Eh no! Si parte per una coolcation. Si prolunga una trasferta di lavoro trasformandola in bleisure. Si sceglie un hotel per la sua proposta in ottica sleep tourism. Si vola a migliaia di chilometri per assistere a un concerto, facendo gig-tripping (molto americana come attitudine). Ancora, si visita una destinazione perché è diventata il set di una serie televisiva, seguendo il fenomeno del set-jetting.

Proprio perché il lessico si è moltiplicato e siamo stati nuovamente invasi da un’ondata di neologismi – per forza di cose – prevalentemente di lingua inglese, eccoci in soccorso per fare un po’ di chiarezza.

In riferimento ai nuovi modi di viaggiare, accanto ai già noti termini quali staycation – la vacanza vicino a casa – oppure il nanotrip – il viaggio brevissimo di poche ore, magari con una sola notte fuori casa – oppure lo slow travel, troviamo al primo posto il bleisure. Il termine deriva dalla contrazione di business e leisure e indica la trasferta di lavoro che si prolunga di qualche giorno per visitare la destinazione in cui ci si trova. Una pratica ormai così diffusa da essere diventata una categoria di mercato su cui fare promozione anche per compagnie aeree, hotel, centri congressi, ristoranti.

Coolcation, invece, racconta un cambiamento climatico prima ancora che turistico. Se per decenni l’estate significava cercare il sole e l’ozio sotto l’ombrellone, oggi sempre più viaggiatori fanno il contrario: scelgono la Norvegia, la Scozia, le Alpi, le Faroe Islands o l’Islanda per sfuggire alle ondate di calore. Al di là della sua efficacia e aderenza alla realtà, la vera considerazione che ci viene da fare è che probabilmente questo vocabolo non sarebbe mai nato vent’anni fa.

Una categoria differente è dettata dalle motivazioni dei viaggi. È così che sono nati termini quali il set-jetting, ovvero visitare luoghi famosi di film e serie tv. È successo con la Sicilia dopo The White Lotus”, con la Croazia dopo Game of Thrones”, con la Corea del Sud grazie alle produzioni televisive degli ultimi anni. Esiste però anche il gig-tripping, cioè la moda dell’organizzare un viaggio per assistere a un concerto o a un evento musicale inseguendo i propri idoli. Lo sleep tourism è forse uno di quelli più noti e che presumibilmente farà meno fatica a perdurare nel tempo. Una delle tendenze più sorprendenti degli ultimi anni prevede infatti di scegliere un hotel non tanto per quello che c’è fuori, quanto per quello che promette dentro: silenzio, materassi progettati scientificamente, programmi dedicati al sonno, camere prive di stimoli digitali e tisane calmanti. Lo sleep tourism predilige il dormire bene, ridare un ritmo di riposo e attività al proprio organismo, e il sonno di qualità (con annesse facilities e servizi a disposizione) diventa il motivo stesso del viaggio.

Anche se alcuni di questi termini risultano come meri slogan di marketing, di fatto ognuno descrive un comportamento che, fino a pochi anni fa, non esisteva o aveva un peso marginale ed è quindi giusto conoscere.

Il lessico sta cambiando anche per quello che riguarda il lusso e le strutture di ospitalità. Ancora una volta la lingua italiana non ne esce vincitrice in quanto il luxury hotel è sempre di più un lifestyle hotel, così come il resort è sempre più un retreat. Il concetto delle realtà boutique e di design si sta leggermente perdendo in virtù di private residencies, curated experience o taylor-made solutions.

La trasformazione più interessante riguarda una parola molto più radicata, ovvero il turista. Le brochure degli hotel parlano di travellers. Le agenzie costruiscono esperienze per explorers. I brand raccontano il conscious traveller, il curious traveller, l’untamed traveller. Gli hotel stessi li considerato guest. Ma esistono anche gli slow travellers, i wellness travellers, i luxury adventurers o i nature-first travellers. Forse dovremmo interrogarci sempre di più su che cosa è il turismo oggi, che cosa significa viaggiare nel nostro tempo e quali concetti si evocano. Un fenomeno che realmente sociologi e studiosi del turismo osservano da decenni, ma che oggi sembra prendere una nuova forma. Il desiderio di sentirsi diversi dagli altri turisti è diventato parte integrante dell’esperienza di viaggio stessa, aiutando sempre più individui a ritrovarsi, recuperare energie mentali e fisiche, serenità emotiva, equilibrio famiglia, personale e di coppia.

E voi, quali viaggiatori volete essere?

Credits Keona Sample, Gracey Media Photo via Pinterest

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Ogni cuvée ha una colonna sonora

17 Agosto 2026 ore 04:45

La musica non serve solo a rendere ancora più gradevole bere un calice di Champagne ma può contribuire a far emergere aspetti che l’assaggio, da solo, non sempre rende immediatamente evidenti. È questa la convinzione di Julie Cavil, chef de caves di Krug, che da anni porta avanti il dialogo tra composizione musicale e assemblaggio enologico. La celebre maison ha affidato al compositore Max Richter una rilettura musicale di tre Champagne legati alla vendemmia 2008, ed è proprio da qui che nasce una domanda più ampia: quanto può il suono modificare ciò che percepiamo nel bicchiere? Che suono ha uno Champagne? E soprattutto, ascoltare una musica mentre lo si beve può cambiare davvero ciò che percepiamo? La domanda potrebbe sembrare un esercizio di sinestesia, se Krug non avesse deciso di trasformarla in un progetto concreto affidandosi a Max Richter, compositore e pianista britannico noto per un linguaggio capace di muoversi tra scrittura orchestrale ed elettronica.

Il progetto si chiama “Every Note Counts” e mette in dialogo Richter con Julie Cavil, chef de caves di Krug, partendo da tre diverse interpretazioni enologiche della vendemmia 2008. L’idea è semplice quanto ambiziosa: prendere tre Champagne con identità differenti e chiedere a un musicista di tradurre in suono le sensazioni suscitate dall’assaggio.

Richter ha così composto tre brani originali. Clarity nasce dall’incontro con Krug Clos d’Ambonnay 2008, Champagne proveniente da un solo appezzamento, una sola varietà d’uva e una sola annata. Ensemble interpreta Krug 2008, mentre Sinfonia accompagna Krug Grande Cuvée 164ème Édition, assemblaggio costruito a partire da 127 vini appartenenti a undici annate differenti. Tre composizioni che diventano una sorta di trasposizione musicale del passaggio dal solista all’orchestra.

È da questo esperimento che nasce la nostra conversazione con Julie Cavil. Perché dietro un progetto inevitabilmente spettacolare si nasconde una questione interessante per chiunque si occupi di vino: dove finisce la suggestione e dove comincia una reale interazione tra i sensi? E soprattutto, in un momento in cui la degustazione viene sempre più spesso circondata da musica, immagini e scenografie, quanto spazio resta al contenuto del bicchiere?

«Fin dal mio primo giorno in Krug sono rimasta colpita dal parallelismo tra musica e vino», racconta. «Entrambi si costruiscono attraverso equilibrio, ritmo, tensione e sfumature. Entrambi sono capaci di creare una connessione emotiva immediata». Un’affinità che negli anni è diventata parte integrante del suo modo di leggere ogni cuvée, tanto da arrivare a tradurre in suoni perfino gli appunti delle degustazioni del comitato tecnico. Oggi, spiega, ogni Champagne possiede «non solo un gusto, un aroma e una consistenza, ma anche un suono e una forma».  

Per Cavil, però, il punto di partenza resta sempre il vino. La musica entra in scena solo dopo, come strumento interpretativo. «Lo Champagne viene prima di tutto: la sua storia, la sua personalità, la sua espressione. La musica non distrae né abbellisce, ma invita a scoprire nuove dimensioni dell’esperienza di degustazione».  

L’idea trova un sostegno anche nella ricerca scientifica. Gli studi coordinati dal professor Charles Spence dell’Università di Oxford mostrano come il suono possa modificare la percezione di dolcezza, acidità, corpo o freschezza senza alterare il contenuto del bicchiere. Per alcuni l’effetto è molto evidente, per altri rappresenta un elemento che si aggiunge ad altri fattori, come il tipo di calice, la temperatura di servizio, la compagnia o persino lo stato d’animo del momento.  

In un’epoca in cui il vino viene sempre più spesso raccontato attraverso esperienze immersive, il rischio che scenografia e spettacolo prendano il sopravvento esiste. Cavil ne è consapevole, ma rivendica una gerarchia precisa: «Ogni esperienza nasce dalla cuvée, dalla sua composizione e dalla sua storia. Musica, gastronomia e scenografia funzionano come la cornice di un’opera d’arte: ne valorizzano la lettura senza modificarne il contenuto».  

Non è un caso che Krug per i suoi abbinamenti con la musica scelga musicisti come Max Richter o, in passato, Ryuichi Sakamoto. Più che una vicinanza stilistica, la Maison ricerca interlocutori capaci di portare uno sguardo diverso sul mestiere: «Cerchiamo autenticità, sensibilità e capacità di mettere in discussione il nostro modo di pensare. Gli incontri più interessanti sono quelli in cui entrambe le discipline imparano qualcosa l’una dall’altra».  

L’enologa di Krug Julie Cavil e il musicista Max Richter
L’enologa di Krug Julie Cavil e il musicista Max Richter

Se dovesse trasformare una caratteristica musicale in uno Champagne futuro, Cavil sceglierebbe il silenzio. O meglio, il rapporto tra suono e pausa: «Sono le pause a dare significato alle note. Mi piacerebbe creare uno Champagne in cui precisione e misura permettano a ogni sfumatura di emergere».

Molto più prudente è invece sul possibile effetto della musica direttamente sul vino: «La musica non cambia lo Champagne», precisa. «Può cambiare il modo in cui lo viviamo». Anche l’ipotesi che melodie o vibrazioni possano influenzare l’affinamento resta, almeno per Krug, una suggestione. L’azienda non ha mai svolto test specifici, anche se durante il lungo affinamento presta la massima attenzione alla stabilità delle bottiglie, perché vibrazioni meccaniche e movimenti potrebbero interferire con il naturale assestamento del vino. Diverso è il caso delle vibrazioni sonore, il cui effetto, secondo Cavil, riguarda soprattutto la percezione umana e non l’evoluzione fisica della cuvée.  

Alla fine il paragone tra un maître de chai e un compositore torna inevitabilmente. Ogni parcella viene ascoltata come fosse uno strumento dell’orchestra: «Assaggio i vini come fossero musicisti, ciascuno con il proprio timbro, il proprio colore e la propria tessitura. Il mio compito consiste nel comprenderne le singole voci e decidere se, in quell’annata, debbano diventare solisti, ensemble o orchestra». Una definizione che restituisce bene l’idea di un assemblaggio in cui la tecnica resta fondamentale, ma la sensibilità interpretativa fa la differenza. Il dettaglio non modifica la sostanza, ma molto spesso fa la differenza.

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Il luogo dove una comunità si ritrova

17 Agosto 2026 ore 04:45

Locanda del Pilone

Il mondo della vendemmia ha sempre avuto una certa fantasia quando si trattava di propiziarsi una buona annata. C’era il primo grappolo raccolto con una preghiera, la prima cesta d’uva affidata al padrone di casa, i canti che accompagnavano il lavoro tra i filari molto prima che arrivassero trattori e casse bluetooth. Se la vendemmia dipendeva dal sole, dalla pioggia e da una buona dose di fortuna, qualsiasi gesto che promettesse un raccolto migliore meritava di essere conservato.

Poi c’erano i piloni. Chi non è cresciuto in campagna probabilmente li ha sempre scambiati per piccole cappelle ai bordi delle strade. In Piemonte, invece, il pilone è qualcosa di più. Lo trovi all’incrocio di una strada bianca, all’inizio di una vigna o vicino a una cascina, è lì da decenni, spesso da secoli. A volte dedicato a un santo protettore dei raccolti, altre costruito per ringraziare dopo una grandinata evitata o una vendemmia andata bene.

Ma il suo significato più intrigante va oltre la religione. Il pilone era uno dei pochi luoghi dove una comunità si fermava davvero. Durante le rogazioni ci si ritrovava lì per chiedere che la grandine girasse al largo e che la stagione facesse il suo dovere. Era un punto di riferimento, prima ancora che un simbolo. Un posto dove il territorio smetteva di essere un insieme di campi e diventava una comunità.

È da qui che prende il nome la Locanda del Pilone. La piccola cappella dedicata a San Rocco è ancora lì, accanto alla struttura. E più si passa del tempo in questo luogo, più ci si rende conto che il nome non è stato scelto perché suonava bene.

Qui tutto gira intorno allo stesso principio, fare in modo che le persone si sentano parte di qualcosa. La famiglia Boroli è arrivata all’ospitalità passando dal vino. Prima le vigne, poi la cantina, infine l’ospitalità. La Locanda occupa un antico casale restaurato, con poche camere affacciate sui vigneti, una piscina che guarda le colline e un ristorante stellato. Potrebbe fermarsi qui e funzionerebbe comunque. Invece succede una cosa abbastanza rara: l’impressione è che nessuno stia cercando di convincerti che sei in un posto speciale, te ne accorgi da dettagli molto meno appariscenti, dal modo in cui ti parlano del produttore delle nocciole, come se stessero nominando un vicino di casa; dal fatto che i vini Boroli non sono un marchio da esibire, ma il naturale prolungamento delle vigne che hai davanti agli occhi.

Anche Federico Gallo lavora nello stesso modo. In dieci anni ha costruito una cucina profondamente piemontese senza trasformarla in un esercizio di nostalgia. La conferma è arrivata durante la cena organizzata per celebrare i suoi dieci anni alla Locanda. L’occasione sembrava perfetta per raccontare lo chef, invece ha raccontato tutto il resto. C’erano i quattro fratelli Boroli, i collaboratori, i fornitori, gli amici del progetto. A ognuno Federico Gallo ha dedicato un piatto che ha segnato una tappa del proprio percorso. Non era un menu celebrativo, ma una specie di album di famiglia. Anche il pairing seguiva la stessa logica. I Barolo e le altre etichette Boroli dialogavano con gli Champagne Krug, di cui il ristorante è Ambassade.

Se il pilone una volta riuniva i contadini prima della vendemmia, oggi mette attorno allo stesso tavolo chi quel territorio lo coltiva, lo cucina, lo racconta e lo attraversa. Cambiano le persone, cambia il contesto, ma il rito è rimasto lo stesso.

Locanda del Pilone
Strada della Cicchetta, 34 – Loc. Madonna di Como, Alba (CN)

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Come leggere i cibi dell’estate dal banco alla cucina

17 Agosto 2026 ore 04:45

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Alle sette e mezza del mattino, sotto i teloni ancora umidi di un mercato di paese, i pomodori hanno già occupato tre cassette. I pomodori cuore di bue stanno larghi, costoluti e leggermente spaccati in cima; i datterini si accalcano lucidi, quasi tutti della stessa misura; i San Marzano, più opachi e allungati, aspettano la salsa. Poco più avanti, una mano rigira un peperone verde per controllare che la buccia sia tesa, mentre il venditore taglia un melone e ne avvicina una fetta al naso di una cliente. Sul cartello c’è scritto soltanto «pomodori», «peperoni», «meloni». Il resto bisogna saperlo leggere.

Al supermercato il consumatore ha imparato a voltare la confezione. Cerca gli ingredienti, confronta le percentuali, individua il sale e diffida delle parole decorative. Al banco dell’ortolano non c’è nulla da girare: le informazioni sono nella forma, nel colore, nella consistenza e nel momento della stagione. Proprio qui comincia la parte interessante. Un peperone verde non porta gli stessi pigmenti di uno rosso; una pesca raccolta troppo presto può ammorbidirsi senza sviluppare lo stesso profumo; una melanzana da poche chilocalorie può diventare uno dei bocconi più energetici della tavola dopo avere incontrato una padella d’olio.

Il valore nutrizionale dipende anche dal modo in cui un alimento viene scelto, conservato e cucinato. L’estate offre ortaggi e frutti ricchi d’acqua, fibre, vitamine e sostanze vegetali, ma non li consegna con il manuale d’uso. Per orientarsi bastano alcuni indizi, quasi tutti già visibili sul banco.

Pomodoro – Il rosso che vuole compagnia
Il pomodoro crudo e la salsa non sono due versioni intercambiabili dello stesso alimento. Il primo conserva meglio la vitamina C, sensibile al calore; la seconda rende più disponibile il licopene, il carotenoide responsabile del colore rosso. La sua attività antiossidante contribuisce a limitare lo stress ossidativo – l’eccesso di molecole reattive che può danneggiare lipidi e strutture cellulari – ed è studiata soprattutto in relazione alla salute cardiovascolare.

Nel pomodoro fresco il licopene rimane in parte intrappolato nelle cellule vegetali. Triturazione e calore ne facilitano la liberazione durante la digestione; poiché è liposolubile, consumarlo insieme a una quota di grassi, come l’olio d’oliva, ne favorisce l’assorbimento. In un piccolo studio su adulti sani, i pomodori cotti con olio hanno prodotto concentrazioni plasmatiche di licopene superiori rispetto a quelli preparati senza. La cucina mediterranea ci aveva già visto lungo.

La varietà orienta soprattutto gusto e destinazione. Datterini e ciliegini tendono a concentrare dolcezza e aroma; cuore di bue e costoluti, più acquosi, rendono bene da crudi; San Marzano e altri pomodori allungati, carnosi e con poche cavità interne, sopportano la trasformazione in salsa. Sono tendenze, non formule: cultivar, maturazione, irrigazione e terreno possono spostare parecchio i valori. Alternare crudo, appena scottato e cotto permette di conservare alcuni nutrienti e renderne più accessibili altri.

Peperone – Il colore non è un semaforo
Verde, giallo e rosso non indicano sempre tre tappe della stessa corsa. Il peperone verde è spesso raccolto prima della completa maturazione, mentre il colore finale – giallo, arancione o rosso – dipende anche dalla varietà. Un peperone giallo, insomma, non è necessariamente un rosso che non si è ancora impegnato abbastanza.

La maturazione modifica comunque la composizione. Con la diminuzione della clorofilla emergono carotenoidi diversi e cambia la dolcezza percepita. Secondo le tabelle del Crea, cento grammi di peperone verde crudo apportano circa centoventisette milligrammi di vitamina C; nei peperoni rossi e gialli il valore medio sale a circa centosessantasei. Una porzione normale può quindi superare ampiamente la quantità associata, nell’immaginario comune, agli agrumi.

La cottura apre un piccolo negoziato. La vitamina C teme acqua, calore e tempi prolungati, mentre alcuni carotenoidi diventano più accessibili quando la struttura vegetale si ammorbidisce e il peperone viene consumato con un grasso. Crudo mantiene croccantezza e più vitamina C; arrostito, soprattutto se privato della buccia, può risultare più tollerabile.

Anche la varietà suggerisce l’uso. I friggitelli, piccoli e dalla polpa sottile, richiedono cotture rapide; il corno di bue, più lungo e carnoso, regge forno, griglia e farciture. Il peperone di Senise Igp viene invece essiccato e può diventare crusco dopo un passaggio brevissimo nell’olio. Il colore racconta maturazione e pigmenti; forma e spessore della polpa indicano quale cucina gli conviene.

Melanzana – A tutta buccia
Da cruda, la melanzana apporta appena ventitré chilocalorie per cento grammi ed è composta soprattutto da acqua. La sua reputazione di alimento leggero, però, dura fino all’incontro con la padella: la polpa porosa assorbe facilmente i grassi e la densità energetica del piatto può cambiare molto secondo la cottura.

La salatura preventiva richiama parte dell’acqua e rende la consistenza più compatta, ma non impedisce alla melanzana di impregnarsi. Contano soprattutto temperatura dell’olio, durata della frittura e spessore delle fette. Forno, griglia e microonde richiedono meno condimento e mantengono il piatto più vicino al profilo dell’ortaggio di partenza.

La buccia viola concentra antociani, pigmenti studiati per la loro attività antiossidante; la polpa fornisce fibra, utile per sazietà e regolarità intestinale. Pelarla significa perdere una parte dei pigmenti, non svuotarla di ogni interesse. Le varietà lunghe e le perline hanno spesso una pelle più sottile; quelle grandi e tonde possono risultare più coriacee. Sulla carta la melanzana è leggera. Il resto lo decide la cucina.

Zucchina – La forza della leggerezza
La zucchina fa della discrezione il proprio punto di forza. È composta soprattutto da acqua, ha una densità energetica molto bassa e apporta potassio – coinvolto nell’equilibrio dei liquidi e nella normale funzione muscolare – insieme a piccole quantità di vitamina C e fibra. La buccia aggiunge pigmenti e altra fibra, perciò, quando è tenera e ben lavata, conviene conservarla.

Le varietà cambiano soprattutto consistenza e destinazione. La romanesca, costoluta e saporita, mantiene una buona tenuta in padella; la trombetta d’Albenga ha polpa soda e delicata, con i semi concentrati quasi soltanto nell’estremità; le zucchine tonde si prestano alle farciture. Griglia, vapore e cotture rapide ne rispettano la freschezza; lasciata cuocere più a lungo, la zucchina diventa una base cremosa capace di dare volume a zuppe, salse e impasti.

Anche il fiore è commestibile. Quello femminile rimane attaccato al frutto, mentre il maschile cresce su uno stelo più sottile; entrambi possono essere consumati crudi, appena scottati, farciti o aggiunti a frittate e risotti. La frittura resta la destinazione più celebre, non l’unica.

Una precauzione riguarda l’amarezza intensa e anomala. Può segnalare la presenza di cucurbitacine – sostanze prodotte naturalmente dalle Cucurbitacee come difesa – che, in concentrazioni elevate, provocano disturbi gastrointestinali e resistono alla cottura. In quel caso la zucchina va scartata. Per il resto, il suo pregio è semplice: acqua, leggerezza e una versatilità che non reclama il centro del piatto.

Cipolla rossa – Il meglio sta appena sotto
La cipolla rossa concentra una parte importante dei propri flavonoidi negli strati più esterni. Sono composti vegetali che partecipano alla difesa dallo stress ossidativo: tra questi domina la quercetina, mentre gli antociani sono responsabili delle tonalità rosse e violacee. Eliminare, insieme alla tunica secca, uno o due strati carnosi può quindi portarne via una quota rilevante.

Uno studio condotto sulla cipolla rossa di Tropea ha osservato che, dopo una normale pelatura domestica, la parte edibile conservava ancora il settantanove per cento di uno dei principali derivati della quercetina, ma soltanto il ventisette per cento degli antociani complessivi. La conclusione non è mangiare la buccia cartacea: basta fermarsi quando comincia il tessuto integro e succoso.

La dolcezza della Tropea non dipende semplicemente da una quantità eccezionale di zuccheri. Entrano in gioco acqua, acidità e minore aggressività dei composti solforati – le sostanze responsabili della piccantezza e delle lacrime durante il taglio. Cruda mantiene croccantezza e intensità; marinata nell’aceto o nel limone perde parte della forza; cotta lentamente sviluppa una dolcezza più rotonda. Prima della ricetta conta un gesto molto più semplice: sbucciarla senza eccesso di zelo.

Cappero e cucuncio – Il bocciolo e il frutto
Il cappero è un bocciolo floreale raccolto prima che si apra. Appena colto è duro, amaro e poco accomodante; la conservazione sotto sale, in salamoia o nell’aceto ne modifica consistenza e sapore, trasformandolo nell’ingrediente pungente che conosciamo. In questo caso la lavorazione è ciò che lo rende gradevole e utilizzabile in cucina.

La composizione è ricca di flavonoidi, soprattutto quercetina e rutina, e di glucosinolati – sostanze presenti anche nelle crucifere, responsabili di parte delle note amare e piccanti. I valori calcolati su cento grammi sono notevoli, ma la porzione reale è di pochi capperi: più che un alimento da consumare in quantità, è un ingrediente capace di aggiungere molto con pochissimo.

I boccioli più piccoli, classificati commercialmente come non-pareilles, sono apprezzati per consistenza e finezza. Il cucuncio è invece il frutto della stessa pianta: più grande, carnoso e provvisto di semi. Nessuno dei due nasce salato; il sodio dipende dal metodo di conservazione e può essere ridotto sciacquando o dissalando il prodotto, senza eliminarlo del tutto. Proprio questa intensità permette, dopo il risciacquo, di evitare altro sale aggiunto e portare nel piatto sapidità, acidità e una lieve nota amara.

Anguria e melone – L’acqua non racconta tutto
Anguria e melone contengono oltre il novanta per cento d’acqua e contribuiscono all’idratazione estiva insieme a ciò che si beve durante la giornata. Aggiungono freschezza, volume, potassio e una densità energetica contenuta, ma dietro la somiglianza iniziale nascondono composizioni diverse.

La polpa rossa dell’anguria deve il colore al licopene, lo stesso carotenoide presente nel pomodoro. Contiene anche citrullina – un amminoacido utilizzato dall’organismo nella produzione di arginina e ossido nitrico, coinvolto nella regolazione del tono dei vasi sanguigni. Le quantità cambiano tra cultivar e parti del frutto e non fanno dell’anguria un integratore per la circolazione; una quota è presente anche nella fascia bianca vicina alla buccia, che può essere marinata o trasformata in conserva.

Tra i meloni, la differenza più evidente è scritta nella polpa. Quelli arancioni, come cantalupo e retato, sono ricchi di betacarotene e contengono mediamente più vitamina C. Nelle tabelle Crea, i meloni invernali a polpa chiara hanno invece più acqua e, in media, meno zuccheri e calorie, mentre potassio e fibra rimangono su valori simili. L’arancione offre soprattutto carotenoidi; il bianco punta su acqua e delicatezza. Qui il colore anticipa davvero una parte di ciò che finirà nel piatto.

Drupacee – Questione di tempo
Pesche, nettarine, percoche, albicocche e susine condividono il nocciolo, non la stessa composizione. Il colore offre qualche indizio: nelle albicocche e nelle varietà a polpa gialla prevalgono i carotenoidi; nelle susine rosse e violacee aumentano gli antociani, concentrati soprattutto nella buccia. Quando è integra e ben lavata, conservarla permette di trattenere più fibra e pigmenti.

Pesche e nettarine sono nutrizionalmente molto simili: la differenza più evidente è la buccia, vellutata nelle prime e liscia nelle seconde. Le percoche hanno in genere una polpa più soda e aderente al nocciolo, adatta alla cottura e alla conservazione; le pesche a polpa fondente risultano più succose e delicate. Le differenze tra cultivar possono comunque superare quelle suggerite dal nome del frutto.

Conta soprattutto il momento della raccolta. Pesche, nettarine, albicocche e molte susine sono frutti climaterici: dopo essere stati staccati continuano a produrre etilene, ad ammorbidirsi e a sviluppare parte dei propri aromi. Nei primi giorni il profumo può intensificarsi; con il tempo eccessivo, la polpa perde consistenza e la freschezza aromatica diminuisce.

Questo non significa che qualsiasi frutto acerbo recuperi in cassetta ciò che non ha ricevuto sull’albero. Una pesca raccolta troppo presto può ammorbidirsi senza raggiungere lo stesso equilibrio tra profumo, dolcezza e acidità di una raccolta più vicina alla maturità fisiologica. Per pesche e nettarine conviene cercare profumo, assenza di verde intorno al picciolo e una polpa che ceda appena alla pressione. Il tempo continua a lavorare anche dopo il raccolto, ma non fa miracoli.

Frutti di bosco – Tutta la sostanza del colore
Lamponi, more, mirtilli, ribes e fragoline vengono riuniti sotto il nome di frutti di bosco, pur appartenendo a famiglie botaniche diverse. A tenerli insieme sono soprattutto le dimensioni ridotte, la stagione breve e una notevole ricchezza di pigmenti. Le fragole coltivate vengono spesso associate al gruppo per composizione e uso, anche se hanno una storia differente.

Mirtilli, more e ribes scuri devono le tonalità blu, viola e quasi nere agli antociani, studiati per la capacità di contrastare l’ossidazione e di modulare alcuni processi infiammatori e vascolari. Lamponi, fragole e more contengono anche ellagitannini, che il microbiota intestinale trasforma in altri metaboliti. Il dato più concreto non sta nella singola molecola, ma nella varietà di pigmenti che questi frutti permettono di introdurre in una porzione piccola.

La consistenza aggiunge un’altra differenza. Lamponi e more sono formati da numerose piccole drupe e devono ai semi una quota di fibra elevata; fragole e ribes apportano molta vitamina C, mentre nei mirtilli buona parte dei pigmenti si concentra nella buccia. Mangiarli interi conserva la struttura fibrosa; ridurli in succo significa perderne una parte.

Sono frutti delicati: muffe e ammaccature si diffondono rapidamente, perciò conviene conservarli asciutti e lavarli soltanto poco prima del consumo. Il congelamento ne modifica la consistenza, ma conserva fibra e minerali e mantiene una parte consistente dei pigmenti, mentre la vitamina C può ridursi durante conservazione e scongelamento. Fuori stagione, il surgelato può essere una scelta più sensata di un fresco raccolto troppo presto e rimasto a lungo in viaggio.

Fichi e fico d’India – Due famiglie sotto lo stesso nome
Non tutti i fichi si presentano due volte. Le varietà bifere producono all’inizio dell’estate i fioroni, sviluppati sui rami dell’anno precedente, e tra la fine dell’estate e l’autunno i forniti; le varietà unifere danno un solo raccolto. I primi sono in genere più grandi e acquosi, i secondi più piccoli e concentrati, anche se dolcezza, colore e consistenza cambiano molto tra cultivar e andamento della stagione.

Quello che chiamiamo frutto è in realtà un siconio – un ricettacolo carnoso che racchiude numerosi piccoli fiori. I granelli che scricchiolano sotto i denti sono i minuscoli frutti sviluppati da quei fiori e contribuiscono, insieme alla buccia e alla polpa, alla quota di fibra. Nel fico fresco convivono fibra solubile e insolubile: la prima trattiene acqua e contribuisce a rendere più morbido il contenuto intestinale, la seconda favorisce il transito. Si aggiungono potassio e una piccola quota di calcio.

La dolcezza può trarre in inganno. Il fico fresco contiene oltre l’ottanta per cento d’acqua e apporta circa sessantatré chilocalorie per cento grammi: più di pesche e anguria, ma molto meno di quanto suggerisca la polpa mielosa. Con l’essiccazione l’acqua diminuisce e zuccheri, fibra, energia e minerali si concentrano. Il fico secco è quindi un alimento più denso, da consumare in una porzione minore.

Il fico d’India condivide il nome, non la famiglia botanica. La polpa ha una quantità di zuccheri ed energia simile a quella del fico fresco, ma contiene circa cinque grammi di fibra per cento grammi, quasi tutta insolubile. I numerosi semi contribuiscono a questa quota, utile alla regolarità intestinale ma non sempre ben tollerata quando il consumo è abbondante. Le varietà bianche, gialle e rosse cambiano soprattutto per pigmenti; la differenza più concreta rimane sotto i denti.

Erbe aromatiche – Quando le foglie contano
L’estate è la stagione in cui le erbe aromatiche smettono di arrivare sul piatto in due foglie contate. Basilico, prezzemolo, menta, maggiorana e finocchietto riempiono mazzi e vasi, abbastanza abbondanti da entrare nelle ricette a manciate. Usate come decorazione incidono poco; trasformate in pesti, salse verdi, insalate e ripieni diventano una vera componente vegetale del piatto.

Sotto il profumo c’è una composizione tutt’altro che trascurabile. Molte di queste foglie apportano vitamina K, folati e carotenoidi; il prezzemolo è anche particolarmente ricco di vitamina C. Cinque grammi – la porzione indicata dalle tabelle nutrizionali – ne forniscono circa otto milligrammi: non sostituiscono una porzione di verdura, ma mostrano quanta sostanza possa stare in una manciata.

Basilico, menta, origano, timo, salvia e rosmarino contengono inoltre composti fenolici. Tra questi figurano l’acido rosmarinico e, in rosmarino e salvia, l’acido carnosico; timo e origano devono parte del proprio carattere a timolo e carvacrolo. Sono sostanze studiate soprattutto in modelli sperimentali per la capacità di contrastare l’ossidazione e modulare alcuni processi infiammatori. Nel piatto partecipano alla varietà della dieta, senza assumere il ruolo di farmaci.

La consistenza suggerisce anche il modo di usarle. Basilico, menta, prezzemolo ed erba cipollina affidano buona parte del proprio carattere a profumi fragili e rendono meglio freschi, aggiunti alla fine o lavorati senza lunghe cotture. Rosmarino, salvia, timo e origano sopportano forno, brace ed essiccazione, che elimina l’acqua e modifica il profilo aromatico.

Il loro vantaggio nutrizionale coincide con quello gastronomico: aumentano la presenza vegetale e costruiscono sapore senza affidare tutto al sale o ai condimenti. Una foglia di basilico appoggiata sulla pasta resta una guarnizione; un pesto, una salsa di prezzemolo o un’insalata die erbe sono già un ingrediente.

Al mercato i cartelli continueranno a dire soltanto «pomodori», «peperoni», «meloni». Tra colore, maturazione e destinazione in cucina, però, il banco ora si lascia leggere un po’ meglio.

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La seconda linea del fronte nella guerra di attrito tra Russia e Ucraina

17 Agosto 2026 ore 04:45

La guerra russo-ucraina del 2026 si combatte sempre più lontano dalla linea di contatto. Non perché il fronte terrestre abbia perso centralità, ma perché la difficoltà di ottenere sfondamenti rapidi ha spinto Mosca e Kyjiv a cercare nella profondità economica dell’avversario un moltiplicatore di pressione. Raffinerie, depositi, porti, ferrovie, reti elettriche e carburanti sono diventati parte della stessa equazione: quanto costa mantenere in funzione lo Stato mentre continua la guerra? Gli ultimi giorni lo rendono evidente. Il 13 agosto un attacco russo ha danneggiato infrastrutture del porto di Izmail, sul Danubio, interrompendo anche l’elettricità. Pochi giorni prima Odesa era stata colpita, mentre Kyjiv ha intensificato gli attacchi contro l’industria energetica russa.

Non è una semplice guerra contro la «società civile». Questa formula è politicamente comprensibile, ma analiticamente insufficiente. Un’infrastruttura può essere civile, militare o dual-use a seconda dell’impiego concreto. Il diritto internazionale umanitario consente di qualificare come obiettivo militare soltanto ciò che contribuisce effettivamente all’azione militare e la cui neutralizzazione offre, nelle circostanze specifiche, un vantaggio militare definito. Il solo valore economico di un bene non basta.

È una distinzione decisiva perché la guerra dei sistemi produce effetti economici anche quando l’obiettivo immediato è militare. Un porto colpito significa ritardi, assicurazioni più costose e merci deviate. Una raffineria danneggiata significa meno carburante, ma anche maggiore pressione sui prezzi e sulla logistica. Una rete elettrica degradata obbliga lo Stato a scegliere dove destinare generatori, trasformatori, difesa aerea e squadre di riparazione.

Odesa è il caso più importante. L’Ucraina dipende dal sistema portuale del Mar Nero per trasformare il proprio raccolto in valuta, entrate fiscali e continuità economica. A luglio i porti del Mar Nero avevano già perso circa un terzo della capacità di esportazione cerealicola, secondo associazioni agricole citate da Reuters. Ad agosto la situazione si è ulteriormente deteriorata: il blocco e gli attacchi hanno spinto Kyjiv e Moldova a valutare maggiori trasferimenti ferroviari attraverso il territorio moldavo.

La vulnerabilità ucraina, tuttavia, non coincide con la dipendenza. Kyjiv ha costruito ridondanze verso il Danubio, la ferrovia e l’Europa. Il problema è il costo: ogni tonnellata esportata attraverso una rotta alternativa può richiedere più tempo, capitale e coordinamento. La guerra diventa così una competizione sulla velocità con cui un sistema riesce a sostituire ciò che l’altro distrugge.

La stessa logica sta colpendo la Russia. Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno cominciato a trasformare una superiorità energetica strutturale in un problema di raffinazione, distribuzione e prezzi. L’Iea ha rilevato a luglio che l’intensificazione degli attacchi contro raffinerie e infrastrutture di esportazione russe aveva stretto il mercato dei prodotti petroliferi, incidendo sia sulle esportazioni sia sulle consegne interne. Il 13 agosto Reuters ha riferito che l’attacco alla raffineria di Orsk potrebbe provocare uno stop di mesi, anche per la difficoltà di reperire apparecchiature sostitutive.

È qui che cade l’idea secondo cui la guerra infrastrutturale favorisca automaticamente Mosca. La Russia possiede più territorio, materie prime e capacità industriale. Ma la massa non equivale all’invulnerabilità. Le raffinerie sono nodi concentrati; la logistica dipende dal carburante; il carburante dipende dalla raffinazione. Gli attacchi stanno già aumentando i costi del trasporto stradale russo e contribuendo alle tensioni sui prezzi.

L’Ucraina resta però il sistema più esposto. La Banca mondiale stima oltre 195 miliardi di dollari di danni diretti e quasi 588 miliardi di fabbisogni di ricostruzione. La differenza rispetto alla Russia è che una quota crescente della resilienza ucraina viene finanziata e organizzata dall’esterno: Unione europea, istituzioni finanziarie internazionali, partner occidentali. La vera partita, dunque, non è chi distrugge di più. È chi ripara più rapidamente, dispone di maggiore ridondanza e riesce a trasformare capitale in capacità operativa. Mosca parte con una profondità maggiore; Kyjiv con una rete esterna più ampia.

La seconda linea del fronte è questa: non il collasso immediato dell’economia, ma l’aumento progressivo del costo della normalità. Quando riparare diventa più lento del distruggere, la guerra economica smette di essere una conseguenza del conflitto e diventa essa stessa una strategia di coercizione.

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Vannacci promette sovranità e prepara l’impotente solitudine nazionale

17 Agosto 2026 ore 04:45

Non ho mai incontrato Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale. Ma ho conosciuto abbastanza bene il coordinatore del suo programma: un brillante giovane ultracattolico, nato dalle mie parti, esponente di un fondamentalismo clericale di matrice – non saprei spiegarmi meglio – più lefebvriana che ruiniana. Non mi sono quindi stupito nell’individuare i caratteri eccezionalmente antiliberali e organicistici del programma politico di Vannacci. Vediamoli punto per punto.

Uno Stato confessionale e identitario
Il programma definisce «non negoziabili» la difesa della vita «dal concepimento alla morte naturale», la «famiglia naturale» e l’«identità cristiana». Descrive la nazione come comunità «di diritto e di sangue», richiama i tratti fisici degli italiani e afferma che «per fare un italiano non ci vuole un corso di educazione civica: ci vogliono secoli». Soprattutto, ripete la formula vannacciana secondo cui «viene prima l’Italia, poi lo Stato e le Istituzioni». In una democrazia costituzionale e liberale basata sullo stato di diritto, lo Stato non stabilisce quale sia la «vera» identità religiosa o antropologica dei cittadini; la cittadinanza è un’appartenenza giuridica e politica, non etnica, biologica o confessionale; le istituzioni non sono subordinate a una presunta essenza della nazione, interpretata dal partito che governa. E i diritti non dipendono dall’adesione alla morale cattolica. Dietro la parola «libertà» compare una concezione sostanzialmente antiliberale: l’individuo è libero solo finché la sua condotta coincide con ciò che il programma considera naturale, cristiano e funzionale alla continuità della nazione. Lo stesso testo arriva a qualificare come «perversioni e piaghe sociali» alcuni comportamenti che l’«ideologia liberale» trasformerebbe in diritti individuali.

La «remigrazione» come discriminazione di Stato
Il capitolo più chiaro è quello intitolato non casualmente «Assimilazione e Remigrazione». Vannacci non si limita a proporre un controllo rigoroso dell’immigrazione clandestina, obiettivo compatibile con una politica liberale. Vuole ridurre anche la presenza degli stranieri regolari fino a renderla «eccezionale», «percentualmente irrilevante» e priva di «alcun impatto sociale». Tra le misure previste: selezione degli ingressi in base alla religione e alla «compatibilità culturale», privilegiando i paesi cristiani (si attendono ondate di austriaci, francesi e sloveni?); venti anni di residenza per ottenere la cittadinanza; dichiarazione obbligatoria di assimilazione alla civiltà «greca, romana e cristiana» (ebrei non graditi?); revoca della cittadinanza ai naturalizzati che commettano determinati reati; esclusione generalizzata degli stranieri da prestazioni sociali; stop ai ricongiungimenti familiari; incentivazione della partenza anche degli immigrati regolari; espulsioni automatiche, riduzione delle garanzie familiari e ricorsi da esercitare dopo il rimpatrio; preferenza occupazionale e contributiva per la manodopera italiana (oggi sacrificata? Non saprei).

Vannacci non propone una politica migratoria: la sua è una gerarchia legale tra persone costruita sull’origine, sulla religione e sul modo in cui si è acquisita la cittadinanza. La distinzione permanente tra cittadini «originari» e naturalizzati rompe il principio liberale di eguaglianza davanti alla legge. Smontare l’Unione europea senza dichiarare subito l’uscita La linea europea di Vannacci non è una riforma dell’Unione. È un progetto di regressione dall’Ue alla vecchia Cee: mercato comune tra Stati sovrani, senza vera autorità politica europea.

Il programma propone le seguenti misure: uso sistematico del veto, a partire dal prossimo bilancio pluriennale; prevalenza della Costituzione sui trattati e sul diritto europeo; restituzione agli Stati delle competenze trasferite; rifiuto del federalismo europeo, definito «federalismo al contrario» e «elefante eurocomunista»; creazione di cooperazioni alternative all’Ue con Ungheria, Slovacchia e altri governi nazional-conservatori; possibilità di uscire dall’euro; introduzione di una «moneta fiscale» nazionale; possibilità di recedere persino dalla Nato.

Quella di Vannacci è una strategia di disgregazione per tappe: non proclamare oggi l’Italexit, ma rendere l’Italia incompatibile con il funzionamento dell’Unione, paralizzarne le decisioni e tenere aperta l’uscita dall’euro. Vannacci pare non tener conto che nessuno Stato europeo, neppure grande, possiede da solo la massa critica necessaria per difendere sicurezza, tecnologia, industria, moneta e autonomia strategica nel confronto con Stati Uniti, Cina e Russia. La «sovranità nazionale» di Vannacci non restituirebbe sovranità effettiva all’Italia: la renderebbe più debole e più esposta alle grandi potenze – a una in particolare, minacciosa ma amica: la Russia.

Una politica estera aperta alla Russia e ostile all’Ucraina
Il documento non definisce la guerra come aggressione russa contro uno Stato sovrano. La chiama «operazione militare russa» e attribuisce un ruolo causale all’espansione della Nato, richiamando George F. Kennan e John J. Mearsheimer. Considera sbagliato l’invio prolungato di armi, insiste sui danni delle sanzioni all’Italia e propone di riaprire rapidamente i rapporti energetici e commerciali con Mosca. Ancora più significativo è il quadro generale: il programma presenta il multipolarismo delle «sfere d’influenza» come un’evoluzione positiva e immagina una convergenza tra l’Europa cristiana occidentale e la Russia cristiana orientale. In questa concezione, la libertà degli ucraini rischia di diventare una variabile subordinata all’equilibrio tra potenze e alla convenienza energetica italiana. Vannacci non accetta l’idea che l’interesse nazionale italiano non consista nel premiare l’aggressione e nel riconoscere implicitamente alle grandi potenze il diritto di dominare i vicini, e che coincida con un ordine europeo nel quale i confini non si cambiano con la forza e gli Stati scelgono liberamente le proprie alleanze.

Dalla sicurezza al diritto penale del nemico
Il programma contiene alcune proposte condivisibili – rafforzamento degli organici, digitalizzazione della giustizia, separazione delle carriere, interventi sulle carceri – ma le colloca dentro un impianto securitario e autoritario. Sono particolarmente critici i seguenti punti: l’affermazione che la sicurezza del cittadino onesto venga «prima dei diritti del criminale»; la contrapposizione tra vittima e garanzie dell’imputato; la presunzione assoluta di proporzionalità nella difesa domiciliare; la legittimazione dell’uso della forza anche per difendere beni materiali e durante la fuga dell’aggressore; l’esclusione del risarcimento persino nell’eccesso colposo di difesa; l’abbassamento a dodici anni dell’imputabilità; i riti sommari come regola per i reati in flagranza; l’impiego strutturale delle Forze armate nelle città; le «zone rosse» senza limiti temporali; il lavoro carcerario obbligatorio, con aumento della pena per chi lo rifiuta; la revisione del reato di tortura per ampliare la protezione degli agenti. Il liberalismo – inutile spiegarlo a Vannacci – non è indulgenza verso il crimine. È la convinzione che le garanzie valgano proprio quando lo Stato esercita la sua forza. La presunzione d’innocenza non protegge «il criminale»: protegge ogni cittadino dal rischio di essere trattato come colpevole prima di una sentenza.

Libertà economica proclamata, dirigismo nazionalista praticato
Nel capitolo economico si trovano anche obiettivi liberali ragionevoli: semplificazione fiscale, riduzione del cuneo, stabilità delle regole, tutela della concorrenza, proprietà diffusa. Ma l’impianto complessivo è quello di un’economia nazionale protetta e politicamente guidata: fondo sovrano pubblico; uso esteso del golden power; protezionismo, dazi e preferenze nazionali; restrizioni agli investimenti e alle acquisizioni estere; moneta fiscale parallela; deroghe ai vincoli di bilancio pur senza una quantificazione credibile; flat tax senza aggiustamenti fiscali, riduzioni dell’Iva, quoziente familiare, incentivi demografici e nuove spese, senza un quadro finanziario coerente.

Il documento di Vannacci promette contemporaneamente meno tasse, maggiori investimenti pubblici, più sicurezza, più carceri, più sostegni familiari, protezione industriale e maggiore libertà di deficit. Manca una stima dei costi e manca soprattutto una strategia seria per il debito pubblico. È un nazional-corporativismo economico rivestito di lessico liberale: il mercato viene accettato finché produce risultati conformi all’interesse nazionale definito dal governo.

Demografia e famiglia come strumenti di omologazione sociale
È legittimo sostenere natalità e famiglie. Diventa illiberale quando la politica demografica si trasforma in un criterio per distribuire diritti e opportunità. Il programma propone persino «quote azzurre» nei concorsi pubblici riservate ai genitori di famiglie numerose. In questo modo il merito, pure continuamente invocato, viene sacrificato a un’ideologia della procreazione. Chi non ha figli, chi non può averne o chi vive in una famiglia diversa da quella riconosciuta dal partito viene implicitamente collocato a un livello inferiore di utilità nazionale e quindi di minore partecipazione all’acquisizione dei diritti civili e sociali. Naturalmente, anche Vannacci, come gli autocrati di ogni stagione, propone – come ho segnalato – di fare cose buone. La mia opposizione radicale a Futuro Nazionale non nasce dal fatto che sia un partito di destra, ma dal fatto che propone una destra radicalmente antiliberale e antieuropea.

Nel suo programma la nazione viene prima delle istituzioni, l’identità religiosa prima della libertà di coscienza, l’origine dei cittadini prima della loro eguaglianza, la sicurezza prima delle garanzie e la sovranità nazionale prima della costruzione europea. Gli immigrati vengono selezionati secondo la religione, i naturalizzati rimangono cittadini revocabili, la cittadinanza richiede l’adesione a una civiltà ufficiale, la famiglia è definita dallo Stato e i diritti individuali sono subordinati a una morale collettiva.

In Europa Vannacci non propone di correggere l’Unione, ma di riportarla a una semplice area commerciale, usando il veto, rimettendo in discussione l’euro e costruendo alleanze con i nazionalismi illiberali. In politica estera sostituisce la solidarietà con l’Ucraina con l’accomodamento verso la Russia e il diritto internazionale con la logica delle sfere d’influenza. Anche quando parla di libertà economica, il programma approda al protezionismo, al dirigismo strategico e a una quantità di promesse fiscali e di spesa prive di copertura. E quando parla di sicurezza, considera le garanzie costituzionali un ostacolo, legittima una concezione sproporzionata della difesa privata e trasforma il diritto penale in uno strumento di esclusione sociale.

I liberali, i riformisti, chiunque si riconosca nella Costituzione e nella storia dell’Italia repubblicana, cercano un’altra Italia: una repubblica laica, liberale ed europea, nella quale la cittadinanza dipende dalla legge e non dal sangue o dalla religione; lo Stato protegge la libertà individuale senza imporre un’identità; la sicurezza è garantita nel rispetto del giusto processo; e la sovranità si esercita insieme agli altri europei, non nell’impotente solitudine degli Stati nazionali. E non possono condividere in nessun modo la concezione etnico-confessionale della cittadinanza, l’attacco all’Unione, la subordinazione dei diritti all’identità nazionale e l’indebolimento delle garanzie.

Un tempo avremmo chiamato il programma politico di Vannacci in un modo semplice: fascismo. Ma oggi, quando l’antifascismo proclamato si spinge a proporci modelli altrettanto autoritari, occorre trovare un altro termine. Chiamiamolo vannaccismo, per ora.

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Il burro diventa destinazione in un negozio parigino monoprodotto

17 Agosto 2026 ore 04:45

Quanto è buono il burro

Dopo il pistacchio, il tiramisù e la mousse al cioccolato, anche il burro conquista un indirizzo tutto suo. A Parigi, nel XV arrondissement, ha aperto Le Butter Shop, una boutique che ruota interamente attorno a uno degli ingredienti simbolo della cucina francese, e considerando quando questo ingrediente sia amato oltralpe, quasi ci stupiamo che non fosse ancora successo. Alla base, l’idea di trasformare un alimento di uso quotidiano in un’esperienza di degustazione, vendita e racconto, seguendo una formula che negli ultimi anni ha già premiato numerosi locali monotematici, dedicati a un solo prodotto. 

Sugli scaffali si trovano una trentina di burri provenienti da piccoli produttori francesi, dalle versioni classiche con fleur de sel fino a quelle aromatizzate con alghe, scalogno, pepe del Madagascar, tartufo, yuzu, vaniglia, lampone e perfino cioccolato. Il negozio propone assaggi prima dell’acquisto, confezionamento sottovuoto per chi viaggia e una selezione di vini, senapi e altri prodotti di gastronomia destinati a costruire il perfetto picnic parigino. 

L’elemento che ha contribuito alla viralità del locale, però, è un altro. Al centro dello spazio campeggia un enorme cono di burro salato, pensato esplicitamente per diventare sfondo di fotografie e video condivisi sui social. In pochi giorni dall’apertura, creator e turisti hanno trasformato il negozio in una tappa obbligata del loro itinerario gastronomico. 

Il caso è interessante perché va oltre il semplice negozio specializzato e conferma una tendenza ormai consolidata: il successo dei format monotematici, nei quali il prodotto diventa protagonista assoluto, con un coté instagrammabile immancabile. Non si vende soltanto un alimento, ma un’esperienza facilmente raccontabile, riconoscibile e condivisibile: il valore percepito nasce tanto dalla selezione quanto dalla possibilità di dire «ci sono stato».

Per la Francia il burro rappresenta inoltre un simbolo identitario, al pari dell’olio extravergine in molte regioni italiane. Dedicargli un’intera boutique significa trasformare un ingrediente fondamentale della cucina in un oggetto culturale e turistico, rendendolo accessibile anche a un pubblico internazionale che spesso lo conosce soltanto attraverso marchi celebri.

Resta da capire se il Butter Shop sarà ricordato come una curiosità destinata a esaurirsi con il ciclo delle tendenze social oppure se inaugurerà una nuova categoria di negozi specializzati. In ogni caso, racconta bene una trasformazione del consumo contemporaneo: oggi anche il prodotto più ordinario può diventare destinazione, a patto di essere inserito in una narrazione capace di suscitare curiosità e desiderio.

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Perché Valter Lavitola avrebbe ordinato l’attentato contro Sigfrido Ranucci

17 Agosto 2026 ore 04:45

Questa è “Non ho capito”, la newsletter di Linkiesta che ogni sabato mattina rimette in ordine la notizia di cui parlano tutti e spiega perché i giornali ne parlano. È curata da Andrea Fioravanti. Se vuoi riceverla due giorni prima della pubblicazione online, puoi iscriverti, cliccando qui.

Qual è la notizia? La sera del 16 ottobre 2025 un ordigno è esploso davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore di Report, a Campo Ascolano, nel comune di Pomezia. La bomba, collocata vicino alla sua automobile, distrusse la vettura, danneggiò quella della figlia e il cancello della villetta. Nessuno rimase ferito. Inizialmente si pensò a una ritorsione per una delle inchieste della storica trasmissione di Rai 3. Dopo otto mesi di indagini, il 30 giugno 2026 i carabinieri arrestarono quattro presunti componenti del gruppo che aveva materialmente organizzato l’esplosione: Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e Marika De Filippis. Seguendo gli spostamenti di un’automobile, i telefoni e le conversazioni degli indagati, gli investigatori sono risaliti prima a Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense e presunto intermediario, e poi all’imprenditore Valter Lavitola, ex editore e direttore dell’Avanti! e oggi titolare del ristorante di pesce “Cefalù”, nel quartiere romano di Monteverde. Dal 2019 era anche un amico e una fonte di Ranucci: si sentivano quasi ogni giorno e frequentavano le rispettive famiglie.

Il 10 agosto Lavitola è stato arrestato come presunto mandante dell’attentato. Due giorni dopo ha ammesso di aver commissionato un’intimidazione, ma ha negato di aver ordinato la bomba: sostiene di aver chiesto quattro o cinque colpi di pistola contro il muro della casa, per convincere le autorità a rafforzare la scorta del giornalista. Secondo la procura di Roma, invece, Lavitola voleva accrescere la popolarità di Ranucci e preparare una sua possibile candidatura politica nel centrosinistra. Da mesi gli parlava della possibilità di diventare presidente del Consiglio e stava lavorando a un sondaggio sul suo consenso. Ranucci conosceva il progetto e aveva suggerito alcune modifiche al questionario, ma non è indagato: finora non è emersa alcuna prova che sapesse dell’attentato.

L’11 agosto il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha chiesto alla Rai di sospendere Ranucci dalla conduzione di Report. Il 13 agosto la Commissione etica della Rai ha consegnato all’amministratore delegato Giampaolo Rossi una relazione riservata. Secondo le indiscrezioni, il documento segnala criticità nell’amicizia di Ranucci con Lavitola, nell’invio all’esterno di una mail aziendale e nei giudizi di Ranucci su dirigenti e colleghi. Al momento sono state sospese le repliche estive di Report, ma non è stata decisa alcuna sospensione di Ranucci dalla conduzione.

Il punto. Domande e risposte.

Ho capito che Ranucci è il conduttore di Report, ma prima di spiegarmi tutto, dimmi chi è Lavitola.
Valter Lavitola, 60 anni, salernitano, è un imprenditore ed ex giornalista-editore. Dal 2003 al 2011 diresse e amministrò di fatto L’Avanti!, quotidiano distinto dalla storica testata ufficiale del Partito socialista italiano. Il giornale di Lavitola chiuse nel novembre 2011; l’Avanti! pubblicato oggi online non è collegato a lui. Nel settembre 2010 divenne noto al grande pubblico per aver ottenuto e pubblicato un documento del governo di Saint Lucia che indicava Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, come beneficiario della società proprietaria dell’appartamento di Montecarlo lasciato in eredità ad Alleanza Nazionale. Il caso fu centrale nello scontro politico tra Fini e Silvio Berlusconi. Lavitola era da tempo in rapporti diretti con Berlusconi, che accompagnò anche in alcuni viaggi internazionali, agendo come intermediario informale senza ricoprire incarichi di governo. Da qui è nata la fama di “faccendiere”. Nel 2012 patteggiò tre anni e otto mesi per truffa e bancarotta nella vicenda dei finanziamenti pubblici ottenuti da L’Avanti!. Nel 2014 divenne definitiva la condanna a un anno e quattro mesi per aver tentato di ottenere da Berlusconi cinque milioni di euro in cambio del silenzio su ciò che sapeva dell’inchiesta barese sulle escort. Nel 2015 fu inoltre condannato in primo grado a tre anni per aver fatto da intermediario nel pagamento di tre milioni al senatore Sergio De Gregorio, eletto con l’Italia dei Valori, affinché passasse al centrodestra e contribuisse alla caduta del governo Prodi. In appello il reato fu dichiarato prescritto: la condanna non divenne definitiva. Ha trascorso complessivamente più di quattro anni in carcere. Negli ultimi tempi, oltre al ristorante “Cefalù”, lavorava con Tavares a progetti ambientali in Camerun destinati a generare crediti di carbonio, ovvero dei certificati, ciascuno corrispondente normalmente a una tonnellata di anidride carbonica ridotta o assorbita, che possono essere venduti alle aziende per compensare le proprie emissioni.

Come ha conosciuto Ranucci?
I due furono presentati nel 2019 dal giornalista Guido Ruotolo all’interno del ristorante “Cefalù”. Ranucci cominciò a frequentare assiduamente il locale e il rapporto, inizialmente professionale, diventò progressivamente personale. Ranucci ha spiegato che voleva intervistare Marcello Dell’Utri e pensava che Lavitola potesse aiutarlo a stabilire un contatto. Lavitola, già oggetto di servizi di Report, divenne anche una fonte: fornì indicazioni per inchieste riguardanti gli appalti dei Canadair, gli elicotteri antincendio e il Cantiere Navale Vittoria. Ranucci, a sua volta, gli diede consigli sugli affari legati ai crediti di carbonio. L’amicizia andò oltre il lavoro. I due si telefonavano quasi ogni giorno, frequentavano le rispettive famiglie e Lavitola entrò più volte negli uffici Rai di via Teulada. Ranucci ha raccontato di essersi affezionato anche al figlio autistico di Lavitola e di averlo messo in contatto con sua figlia, che è psicologa. Nel maggio 2023 Il Riformista pubblicò un servizio di Aldo Torchiaro con le fotografie di una cena al “Cefalù” tra Ranucci, Lavitola e monsignor Gianni Fusco. Le immagini resero pubblica la frequentazione; successivamente Maurizio Gasparri chiese spiegazioni in Commissione di Vigilanza Rai e Ranucci confermò il rapporto di amicizia.

Perché avrebbe organizzato un’intimidazione contro un suo amico?
Lavitola ha raccontato al gip di avere appreso dell’esistenza di un presunto progetto dell’intelligence israeliana per uccidere Ranucci, apparentemente come conseguenza di un servizio di Report sul Cantiere Navale Vittoria di Adria, in provincia di Rovigo. Non ha però spiegato perché Israele avrebbe dovuto colpire il giornalista, né ha indicato la fonte della notizia o fornito elementi verificabili. Secondo il suo racconto, per proteggere l’amico avrebbe incaricato Gomes Clesio Tavares di trovare qualcuno disposto a sparare quattro o cinque colpi contro il muro della villetta, così da costringere le autorità a rafforzarne la scorta. Ranucci era tuttavia protetto ininterrottamente dal 2021. Il gip ha giudicato questo movente «inverosimile» e le dichiarazioni di Lavitola fumose, generiche e prive di riscontri. E ha confermato la custodia cautelare perché ci sarebbe sia il rischio di inquinamento delle prove, sia il pericolo di fuga, considerando la rete di rapporti di cui l’imprenditore dispone in Italia e all’estero. Al momento dell’arresto Lavitola aveva anche un biglietto per Addis Abeba, anche se la difesa lo collega a un incontro sui crediti di carbonio e non a un tentativo di fuga. Il suo avvocato ha annunciato ricorso al Tribunale del Riesame.

Quale sarebbe il vero movente, secondo la Procura?
Secondo la Procura, Lavitola voleva lanciare Ranucci come leader del centrosinistra. Per dare concretezza al progetto, nel febbraio 2026 contattò Stefano Cappellini, allora vicedirettore e oggi direttore ad interim di Repubblica, raccontandogli di un misterioso candidato con percentuali altissime in un presunto sondaggio americano. Cappellini, sperando di ottenere una notizia, il 20 aprile gli inviò una decina di domande generiche e suggerì di rivolgersi a un istituto demoscopico affidabile. Lavitola disse di aver consultato anche Paolo Mieli, ex direttore e firma del Corriere della Sera. Il 29 aprile sostenne che la bozza fosse stata esaminata da Mieli e Ranucci; il 9 giugno inoltrò a Cappellini alcune correzioni attribuite a Ranucci e gli rivelò che il candidato era lui. Cappellini rispose che era «una follia» e che Ranucci non avrebbe potuto prevalere su Schlein o Conte. Non pubblicò nulla perché non considerava credibili né il sondaggio americano né la candidatura. Per gli inquirenti, la bomba doveva completare il progetto: trasformare Ranucci in un giornalista perseguitato e aumentarne il consenso.

Ma come si è passati dall’idea dei colpi di pistola a una bomba?
Lavitola sostiene di avere ordinato soltanto quattro o cinque colpi contro il muro e che Tavares e gli esecutori abbiano deciso autonomamente di utilizzare l’esplosivo. Ha aggiunto che, una volta saputo della bomba, non protestò perché riteneva comunque raggiunto lo scopo dimostrativo. Il gip non considera credibile questa ricostruzione: secondo il giudice, gli elementi raccolti inducono a escludere che Tavares abbia scelto autonomamente le modalità dell’attentato o, quantomeno, che abbia agito senza il consenso preventivo di Lavitola. Attualmente Tavares si trova in Camerun ed è latitante; la Procura di Roma intende chiederne l’estradizione. La sua eventuale testimonianza potrebbe chiarire chi decise di utilizzare l’esplosivo e quali istruzioni ricevette da Lavitola.

Ok, ora voglio capire nel dettaglio com’è avvenuto l’attentato.
Alle 22.17 circa del 16 ottobre 2025 è esploso un ordigno nascosto in un vaso accanto all’automobile di Ranucci, parcheggiata fuori dalla villetta. La deflagrazione ha distrutto la vettura, danneggiato seriamente quella della figlia e colpito il muro e il cancello. Ranucci era rientrato da poco e la figlia era passata vicino alle automobili pochi minuti prima, ma nessuno è rimasto ferito. Non è stato accertato alcun comando a distanza: l’ipotesi della bomba telecomandata compare nelle conversazioni di un indagato, non nelle conclusioni tecniche. Nel loro comunicato sull’operazione, i carabinieri definiscono l’ordigno rudimentale e tecnologicamente superato, ma altamente distruttivo. Secondo il gip, è stato Antonio Passariello a collocare materialmente l’ordigno. La sera del 16 ottobre partì dalla Campania con Saverio Mutone a bordo di una Fiat 500X noleggiata. I due arrivarono vicino alla casa di Ranucci intorno alle 22.04, ripartendo subito dopo l’esplosione. Mutone è considerato partecipe dell’esecuzione, ma dagli atti pubblicamente noti non risulta che abbia materialmente sistemato la bomba.

Come sono stati scoperti?
Una telecamera sulla Pontina ha ripreso la 500X, che i carabinieri hanno seguito fino all’autonoleggio campano grazie alle registrazioni degli impianti pubblici e privati. I dati delle celle telefoniche hanno mostrato poi che i cellulari degli indagati avevano compiuto lo stesso percorso dell’auto, sia la sera dell’attentato sia durante il precedente sopralluogo. Una volta individuato il gruppo, le intercettazioni hanno fornito ulteriori riscontri: Passariello si vantò dicendo «La bomba sono andato a mettere là! Facciamo la storia», mentre gli altri parlarono dell’azione, del compenso e dei progetti per lasciare l’Italia. Gli indagati tentarono anche di distruggere schede telefoniche, cercare eventuali microspie e concordare una versione comune. Il 30 giugno 2026 Passariello, Mutone e D’Avino sono stati arrestati e portati in carcere; De Filippis è finita ai domiciliari.

Che cosa rischiano gli esecutori?
Passariello, Mutone, D’Avino e De Filippis sono accusati, a vario titolo, di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con le aggravanti di avere agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. La Procura contesta anche la strage, ipotesi che il gip non ha riconosciuto nell’ordinanza dei primi arresti. Se fosse accolta, l’articolo 422 del codice penale prevede almeno quindici anni di carcere. Se invece cadesse, resterebbero reati comunque gravi, le cui pene dovranno essere calcolate tenendo conto del ruolo attribuito a ciascun indagato.

Che cosa rischia Lavitola?
Se venisse riconosciuto come mandante, Lavitola potrebbe rispondere degli stessi reati commessi dagli esecutori anche senza avere materialmente trasportato o collocato la bomba. Vale quindi la stessa alternativa: almeno quindici anni se reggesse l’accusa di strage; una pena comunque di diversi anni per gli altri reati, aggravati dal metodo mafioso, se la strage venisse esclusa. La sua ammissione non comporta automaticamente uno sconto e il gip l’ha giudicata incompleta. Se il tribunale credesse alla versione secondo cui aveva ordinato soltanto alcuni colpi di pistola, dovrebbe stabilire se e in quale misura possa rispondere anche della bomba scelta dagli esecutori. I suoi precedenti potrebbero pesare sulla recidiva e sull’accesso ai benefici, ma non si aggiungono automaticamente alla futura pena.

C’è una prova che Ranucci sapesse dell’attentato di Lavitola?
No. Il 14 agosto l’avvocato Sergio Cola, difensore di Lavitola, ha riferito che il suo assistito, interrogato sulla possibilità che Ranucci avesse intuito o sospettato qualcosa, avrebbe risposto: «Non lo escludo». Non è chiaro, però, se si riferisse a un sospetto precedente o successivo all’attentato; soprattutto, la circostanza non è stata confermata dagli inquirenti. La Procura ha anzi smentito categoricamente la versione più esplicita secondo cui Lavitola avrebbe dichiarato: «Non escludo che Ranucci sapesse del mio piano». Negli atti conosciuti non ci sono messaggi, conversazioni o altri elementi che dimostrino un accordo precedente all’esplosione, né un successivo aiuto consapevole per ostacolare le indagini. Ranucci rimane la persona offesa, non è indagato e il gip scrive che «allo stato non è emerso alcun elemento» per ritenerlo d’accordo con Lavitola.

Ma io ho sentito un audio di Lavitola nel quale dice: «Se l’ha fatto Gomes, vuol dire che l’ho fatta fare io; e se l’ho fatta fare io, l’ho fatto d’accordo con Sigfrido».
La frase risale alla mattina del 9 agosto 2026, durante una telefonata-intervista concessa da Lavitola a MowMag, poco più di ventiquattr’ore prima dell’arresto. In quel momento Lavitola negava ancora qualsiasi coinvolgimento e presentò il ragionamento come «un’iperbole»: sosteneva per assurdo che, se avesse organizzato un attentato per favorire Ranucci, lo avrebbe necessariamente avvertito. Dopo la confessione, quelle parole appaiono contraddittorie e assumono un significato più inquietante. Non dimostrano però che Ranucci conoscesse il piano: Lavitola non disse che l’accordo fosse realmente esistito, ma lo utilizzò allora come ipotesi paradossale per proclamarsi innocente.

Ranucci voleva davvero entrare in politica?
Il giornalista lo ha negato, sostenendo che Lavitola sapesse che non si sarebbe mai candidato. Sapeva però che l’amico stava preparando un sondaggio per misurare le sue possibilità come candidato politico. Ranucci esaminò il questionario, successivamente pubblicato dal quotidiano Domani, e indicò due punti da «correggere o integrare»: il 9 e il 19. Il quesito 9 chiedeva agli intervistati quali giornalisti o conduttori televisivi venissero loro spontaneamente in mente e poi verificava se conoscessero il candidato; il 19 domandava quali temi dovessero avere la precedenza in un programma per le primarie del centrosinistra. In un messaggio vocale Ranucci spiegò di avere integrato la bozza inserendo l’intelligenza artificiale, la «gestione dell’egemonia digitale», l’ambiente e la transizione ecologica. Non si limitò quindi a leggere il sondaggio: contribuì concretamente alla sua preparazione.

Come sono arrivati da Gomes al nome di Lavitola?
Attraverso una serie di contatti precedenti e successivi all’esplosione. Dopo l’attentato D’Avino inviò a Tavares il messaggio «Tt ok». La mattina seguente Tavares raggiunse in treno Monteverde, il quartiere in cui Lavitola abita e lavora. Per gli investigatori era il resoconto dell’avvenuta esecuzione. Un’indicazione ancora più diretta sarebbe emersa durante una lite intercettata tra Tavares e la compagna: di fronte alle reticenze dell’uomo, lei avrebbe detto «Ci parlo io con Valter». Gli inquirenti hanno quindi riesaminato gli incontri precedenti. Il 15 settembre i telefoni di Lavitola e Tavares risultavano nella zona della casa di Ranucci; Lavitola sostiene che fosse una normale visita all’amico, mentre la Procura ipotizza un sopralluogo. La catena ricostruita è Lavitola-Tavares-D’Avino-gruppo operativo.

Ho visto una fotografia di Tavares, Lavitola e Ranucci: si conoscevano?
Sì. La fotografia mostra i tre abbracciati ed è stata scattata nel gennaio 2022. Gomes Clesio Tavares la inviò a Lavitola nel gennaio 2025, quando il telefono gliela ripropose come ricordo; Lavitola la inoltrò poi a Ranucci. Lo scatto è entrato nell’ordinanza cautelare e, secondo il gip, dimostra che il giornalista conosceva Tavares almeno dal 2022. Ranucci ha raccontato di averlo incontrato già nel 2019, di passaggio al ristorante “Cefalù”. Secondo le conclusioni del gip, Ranucci conosceva anche il ruolo di Tavares come uomo di fiducia e guardaspalle di Lavitola perché il 17 ottobre 2024, quando Lavitola gli chiese come potesse aiutarlo in un momento difficile, Ranucci rispose scherzando: «Mi dovresti prestare Gomez», scrivendo Gomes con la z.

Lavitola e Ranucci si sono sentiti al telefono di recente?
Sì, alle 3:56 del 5 luglio 2026, appena conclusa la perquisizione a casa di Lavitola da parte dei carabinieri del Nucleo investigativo, Ranucci è rimasto al telefono con il suo amico per circa due ore. Non lo sappiamo dal racconto di uno dei due, ma da una captazione ambientale nell’automobile di Lavitola, riportata nell’ordinanza: accanto all’imprenditore era presente anche la compagna. I tre cercarono una spiegazione per la presenza di Lavitola e Gomes, il 15 settembre 2025, per circa mezz’ora nella zona della casa di Ranucci. Il giornalista ipotizzò una deviazione verso Terracina, dovuta a un ponte interrotto, oppure un pranzo o una visita. Nessuna spiegazione combaciava: il pranzo ricordato era avvenuto il 7 settembre e Gomes non era presente; il 15 settembre Ranucci non era in casa e Lavitola non provò a contattarlo. Per gli inquirenti si trattò quindi di un sopralluogo preparatorio. L’intercettazione dimostra che Ranucci, dopo avere saputo dell’accusa, aiutò l’amico a cercare una spiegazione. Non dimostra che prima del 16 ottobre conoscesse o avesse approvato l’attentato: negli atti noti non esiste una prova di un accordo precedente all’esplosione.

Che cosa ha detto Ranucci pubblicamente dopo l’attentato?
Il 17 ottobre 2025, poche ore dopo l’esplosione, ha detto: «Io non so ancora dare una chiave di lettura». Sottolineò che l’ordigno era stato collocato lungo il percorso che compiva abitualmente per entrare in casa, parlò di un «salto di qualità preoccupante» e aggiunse che «questa esplosione poteva ammazzare qualcuno». Dopo l’incontro con i magistrati riferì dell’esistenza di «quattro-cinque tracce importanti», precisando però che erano difficili da provare. Il 19 ottobre, intervistato da Monica Maggioni a In mezz’ora, avanzò una prima ipotesi: l’attentato poteva essere opera di «qualcuno legato alla criminalità» oppure di chi si serviva della criminalità. Escluse invece un ordine diretto della politica: «Non vedo scenari di mandanti politici, la politica ha altri strumenti se vuole fare male». Aggiunse però che qualcuno poteva avere agito per «fare un favore a qualche amico». Il 26 ottobre, aprendo la nuova stagione di Report, disse che la bomba era «probabilmente» collegata alle inchieste passate o future della trasmissione e rivolgendosi al pubblico concluse: «La loro scorta siete voi». Il 19 aprile 2026, durante la puntata di Report intitolata “Il cantiere dei misteri”, introducendo il servizio di Daniele Autieri, Ranucci disse: «Ecco un filo nero che parte da Adria, da Rovigo che passa per Manhattan, (…) fino ad arrivare il 16 ottobre scorso davanti casa mia, quando è stato piazzato un ordigno che ha fatto esplodere le mie auto, quella mia, quella di mia figlia». Nella stessa puntata mostrò una lettera anonima arrivata in redazione nel novembre 2025, secondo la quale il mandante della bomba sarebbe stato un politico e gli esecutori dei Casalesi. Ranucci non indicò il nome del presunto politico. Il servizio citò esponenti di Fratelli d’Italia nei diversi passaggi della vicenda, ma non sostenne che uno di loro avesse ordinato l’attentato. Lo stesso Ranucci concluse distinguendo i fatti dalle supposizioni: «Sono coincidenze? Non abbiamo gli strumenti per verificarlo».

Ranucci verrà sospeso da Report?
Non è stato sospeso e non è stato annunciato alcun sostituto alla conduzione. Il Comitato non può applicare sanzioni; la decisione sulla conduzione spetta ai vertici Rai, mentre un eventuale procedimento disciplinare richiederebbe un audit interno. Ranucci continua intanto a lavorare alla nuova stagione di Report, prevista da novembre, e secondo fonti Rai un suo passo indietro non sarebbe al momento previsto. Dopo la richiesta pubblica di Salvini, il conduttore ha reagito pubblicando diversi post. Ha rilanciato la lettera con cui l’eurodeputato del Partito democratico, l’ex giornalista Sandro Ruotolo, ha chiesto alla Commissione europea di verificare se l’intervento di Salvini violi le norme europee sull’indipendenza dei media. In un altro testo, intitolato “La voce che spaventa”, ha evocato Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, descritti come uomini uccisi per avere compreso e raccontato «il disegno intero». Non si è paragonato esplicitamente a loro, ma l’accostamento ha inevitabilmente suscitato polemiche.

Ranucci verrà interrogato nuovamente?
Probabilmente sì. I magistrati intendono ascoltarlo come persona informata sui fatti, non come indagato, dopo avere completato l’analisi dei telefoni, dei computer e delle memorie sequestrati a Lavitola. L’audizione non dovrebbe avvenire prima di settembre. I pm vogliono chiarire quando Ranucci abbia cominciato a sospettare dell’amico, che cosa sapesse del progetto politico e come interpretare la lunga conversazione avvenuta dopo la perquisizione.

Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede

Perché ne stanno parlando tutti?
Perché tutti vogliono capire chi sia davvero Sigfrido Ranucci. Il giornalista ha costruito la propria immagine pubblica come controllore inflessibile dei poteri forti. Ora il pubblico si domanda se sia una vittima ingenua, tradita da un amico del quale non aveva compreso la pericolosità, oppure un uomo affascinato dal proprio mito, che si è lasciato adulare fino a perdere il controllo di un rapporto pericoloso.

Come abbiamo raccontato nelle scorse newsletter, le due tifoserie cercano nel passato soltanto ciò che conferma il giudizio già formulato. Alcuni sostenitori ipotizzano che Lavitola possa essere stato usato da qualcun altro per avvicinare Ranucci e rovinarne la carriera. I detrattori di Ranucci, invece, hanno ripescato le dichiarazioni sull’attentato fatte a Report, di cui abbiamo già parlato, e alcuni brani de “La scelta”, il libro pubblicato da Bompiani nel 2024 e presentato come un autoritratto. Nel racconto compare Karoline, una producer della televisione svizzera che chiede di svolgere uno stage a Report: tra lei e il narratore nasce una relazione; quando scopre che lui frequenta un’altra donna, fugge sconvolta e muore investita da un Suv.

Il conduttore di Report ha successivamente precisato di non avere mai avuto rapporti con stagiste e ha definito romanzate quelle pagine. Durante la presentazione del libro a Breaking Italy, nel marzo 2024, era stato però meno netto: dopo che Alessandro Masala aveva letto il passaggio sessuale dedicato a Karoline e gli aveva chiesto perché lo avesse inserito, non aveva spiegato che la scena fosse inventata, ma aveva risposto con una battuta: «Dopo una vita di merda che faccio, una trombata me la fai fare?». È proprio questa ambiguità tra autobiografia e finzione ad avere alimentato le accuse di mitomania.

Particolarmente interessante è la segnalazione pubblicata da Selvaggia Lucarelli, opinionista e collaboratrice del Fatto Quotidiano, testata che condivide con Report l’attenzione per le inchieste giudiziarie e che viene spesso accusata dai propri avversari dello stesso approccio «giustizialista» rimproverato alla trasmissione. Il 12 agosto, nella newsletter “Vale tutto”, Lucarelli ha pubblicato lo screenshot di una recensione a cinque stelle comparsa su Amazon il 19 febbraio 2024. Il testo definiva “La scelta” «un capolavoro» ed era firmato «Emilio Cresci», ma nella schermata il nome associato all’account risultava «Sigfrido Ranucci». La recensione è stata successivamente rimossa e Ranucci, al 14 agosto, non ha fornito spiegazioni pubbliche.

2. L’amicizia tra Ranucci e Lavitola desta così curiosità nell’opinione pubblica perché sembra un errore di casting. Da una parte c’è il volto di una trasmissione che ogni settimana denuncia traffici, conflitti d’interesse e rapporti opachi; dall’altra un uomo definito per anni il faccendiere per eccellenza, condannato per truffa e tentata estorsione e divenuto uno stretto intermediario di Silvio Berlusconi, uno dei principali bersagli simbolici dell’universo di Report.

La loro amicizia rompe la divisione rassicurante tra buoni e cattivi. Ricorda che un giornalista può frequentare persone discutibili perché sono fonti e che, spente le telecamere, i rapporti seguono logiche meno manichee e umane, forse troppo umane. Il problema professionale nasce quando la fonte diventa un amico quotidiano, entra negli uffici, frequenta la famiglia, riceve confidenze e comincia a influenzare il modo in cui il giornalista interpreta ciò che gli accade. Non basta quindi chiedersi con chi cenasse Ranucci: bisogna capire se quella vicinanza abbia compromesso la sua capacità di valutare Lavitola.

3. Il caso è diventato anche un referendum su Report. I sostenitori della trasmissione temono che l’inchiesta venga usata per eliminare uno dei pochi spazi della televisione pubblica capace di indagare liberamente sulla politica e sui grandi interessi economici. I critici, invece, parlano di «metodo Report»: accumulare indizi, coincidenze e domande fino a suggerire una responsabilità senza affermarla direttamente.

Il cortocircuito è evidente. Ranucci denuncia che articoli e dichiarazioni lo abbiano trasformato, attraverso allusioni e ricostruzioni parziali, da vittima dell’attentato a suo possibile beneficiario. Le persone raccontate in passato da Report replicano che proprio lui starebbe subendo il metodo utilizzato dalla trasmissione. Sui social circolano così video di politici, imprenditori e altri protagonisti di vecchie inchieste che lo accusano di applicare a sé garanzie e giustificazioni che non avrebbe concesso agli altri.

4. Da quando Salvini ha chiesto alla Rai di sospendere Ranucci, la questione non riguarda più soltanto la credibilità del conduttore: riguarda il confine tra una legittima valutazione aziendale e l’intervento della politica sulla conduzione di un programma scomodo. Ranucci non è indagato e negli atti noti non esistono prove che conoscesse l’attentato, ma rimane grave il danno di credibilità per un’amicizia ambigua, soprattutto in un mondo televisivo che vive di apparenza e reputazione. In ogni caso, la Rai potrebbe essere criticata: se lo sospendesse sarebbe accusata di violare la libertà di stampa di un giornalista non indagato, se invece lasciasse tutto così com’è a ogni puntata di Report ci sarebbero critiche sulla credibilità del conduttore.

5. Questa storia permette di sbirciare per un po’ dietro le quinte del rapporto tra giornalismo e politica. Cappellini ha raccontato nel dettaglio com’è andata con Lavitola, spiegando di aver inviato alcune domande generiche perché sperava di ricavarne una notizia; ma quando scoprì che il candidato era Ranucci, definì il progetto «una follia» e non pubblicò nulla. Questa vicenda mostra il rischio ordinario del mestiere: un giornalista politico ascolta persone discutibili perché potrebbero avere una notizia, ma deve capire se gli stanno offrendo uno scoop, vendendo una fantasia o cercando di coinvolgerlo in qualcosa di losco.

Il caso mostra anche una particolare idea della politica italiana: che la notorietà televisiva, un sondaggio e l’immagine di un uomo perseguitato possano sostituire un partito, un programma e una lunga costruzione del consenso. Secondo gli inquirenti, Lavitola pensava che l’attentato potesse trasformare Ranucci nel leader del campo largo. Questa ricostruzione dice molto della concezione della politica di Lavitola, ma anche di come l’opinione pubblica italiana dal 1994 sia da sempre innamorata del volto nuovo, il salvatore della patria, che si tratti di un politico, un generale o un esponente della società civile.

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Valeria Parrella, e il corpo che cambia

17 Agosto 2026 ore 04:45

Vestito moda nuova

E poi è arrivato il pancino ormonale.

Io che per cinquant’anni mi sono stesa sulla spiaggia a prendere il sole e i laccetti dei bikini mi restavano tesi sulle creste iliache – mi piaceva da morire dirmi in testa «creste iliache» e intanto guardarmi i peli della fica oltre quella tavola perfetta, liscia, leggermente concava che era la mia pancia, una visione di me solo per me.

E quando è arrivato è cambiato tutto, ho perduto la forma. La forma prima era spigolosa, camminavo per la casa antica specchiandomi dove potevo, e dove potevo era tutto: i vetri delle finestre, la superficie argento del frigo, un quadro preso da una certa angolazione che non mostrava più il suo contenuto ma solo quella silhouette. E i quattro specchi che chiesi all’operaio di appendere nel bagno, uno lungo a tutta persona, uno tondo per il trucco, uno quadro sul lavabo. E uno rettangolare sul bordo della vasca. Anche quello lì: solo per me, per le mie docce, per i miei bagni.

All’inizio neppure ero sicura che stesse accadendo, che in quel punto lì del corpo non valevano allenamenti: i glutei andavano giù. Lì non valeva sacrificio alimentare: la rotondità restava. E le “maniglie” dove una volta c’erano le creste iliache: di quale amore parlavano tutti, se non riuscivo più a piacermi?

Dopo, c’è stata la soglia dello sguardo altrui.

Al mio cinquantunesimo compleanno le compagne del liceo, con le quali ho vissuto ogni momento straziante o bellissimo della vita, mi hanno regalato due completini intimi. Taglia 40.

Io le ho guardate, desolata, mi sono alzata in piedi a capotavola, loro hanno preso i calici e io:
«Ma io non sono più una 40».
Mi guardavano, ma non mi vedevano. Allora ho sollevato il lembo della camicia e mi sono messa di profilo:
«Guardate».
«Vabbè ma è un pancino ormonale».

«E comunque c’è lo scontrino cortesia: si possono cambiare».
Cambiare. Come è difficile cambiare.

Infine sono andata da A.V., che a modo suo anche lui è una nostra amica, solo che fa lo stilista da tanti anni, lì a Via dei Mille, ci mette su un palco rotondo davanti a uno specchio e già sa cosa, di quell’iride che ha appesa tutto d’intorno, potrà arrivarci addosso. Ci presta i vestiti quando un matrimonio, o una presentazione, o un incontro, o cosa. Ce li presta in certe veline leggerissime e noi poi li mandiamo in lavanderia e glieli ridiamo.

A.V. è stato il primo che mi ha saputo guardare tra le mie amiche.

Mi ha messo addosso una sottanina color champagne, con un bordo di pizzo macramè, mentre io davo le spalle allo specchio.

«Però voltati, sciù sciù».
«Ma io non sono più quella».
«Voltati, sali sui tacchi, tira dentro qua».
Zac: lo spillo.
«Tiro qua. Allargo qua. Mi raccomando senza calze. E stai dritta. Te lo mando domani, quando ti serve? Te lo mando stasera dopo le diciotto».

E quando me lo sono infilata, attenzione alla zip, attenzione al gancetto: ero tutta d’oro.

Il pancino ormonale c’era, ma mi donava, era sensuale. Ho guardato nello specchio: di nuovo io/io nuova.

Questo racconto di Valeria Parrella è tratto dall’undicesimo numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta, dedicato alla moda. È stato pubblicato per la prima volta nell’autunno 2025. Si può acquistare qui, allo store de Linkiesta.

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L’esplosione nella fabbrica di Colleferro, e l’esultanza dei propagandisti del Cremlino

15 Agosto 2026 ore 04:45

A helicopter drops water over the scene of an explosion at an ammunition plant in Colleferro, near Rome, Thursday, Aug. 13, 2026. (AP Photo/Gregorio Borgia)

Prima un incendio, poi un boato violento. Una colonna di fumo e fuoco si è alzata giovedì pomeriggio sopra lo stabilimento di Knds Ammo Italy a Colleferro, alle porte di Roma. L’esplosione è stata sentita a chilometri di distanza e ha fatto ricadere detriti incandescenti nell’area dell’impianto. Per fortuna non ci sono stati morti né feriti: i ventiquattro dipendenti presenti sono stati messi in sicurezza prima della deflagrazione.

Lo stabilimento è quello che per decenni è stato conosciuto come Simmel Difesa. Oggi appartiene a Knds, il gruppo franco-tedesco che produce sistemi d’arma, carri armati, munizioni e artiglieria. A Colleferro si producono munizioni di medio e grosso calibro per la difesa terrestre e navale e propellenti solidi per il settore aerospaziale. L’incidente, secondo le prime ricostruzioni, è partito dal reparto di pressatura delle polveri, dopo lo sviluppo di un incendio. Le cause precise, però, devono ancora essere accertate.

La Procura di Velletri ha aperto un’inchiesta per incendio. I vigili del fuoco devono ancora completare la messa in sicurezza dell’area prima di poter effettuare tutti i rilievi. Per ora gli investigatori hanno escluso una pista eversiva e un sabotaggio: non ci sono elementi pubblici che permettano di sostenere che l’esplosione sia stata provocata dall’esterno.

Non è però la prima volta che qualcosa esplode nello stabilimento di Colleferro. Nell’ottobre del 2007 un incidente alla Simmel Difesa provocò la morte di un operaio e il ferimento di altre tredici persone. La differenza, questa volta, è che nessuno è rimasto coinvolto. I sistemi di sicurezza e l’allarme hanno consentito di allontanare i lavoratori prima della deflagrazione.

La fabbrica di Colleferro è diventata uno dei nodi della nuova industria europea della difesa. Knds Ammo Italy figura tra le aziende coinvolte nei programmi europei per la produzione di munizioni da 155 millimetri, il calibro utilizzato dall’artiglieria occidentale e diventato centrale nella guerra in Ucraina. Nel 2024 la Commissione europea ha inoltre assegnato 41,39 milioni di euro a un progetto coordinato da Simmel Difesa per aumentare la capacità produttiva di munizioni, esplosivi e propellenti.

Proprio a fine giugno avevamo raccontato della decisione di Berlino di acquisire il quaranta per cento di Knds attraverso la banca pubblica KfW, portandosi a una posizione paritaria con Parigi. La Germania vuole avere un peso diretto nelle decisioni di uno dei gruppi destinati a essere centrali nel riarmo europeo (e nel pacchetto c’è anche lo stabilimento di Colleferro).

Tra l’altro, l’episodio di giovedì non è un caso completamente isolato, in Europa. Il 10 agosto, quindi appena tre giorni prima, alcune esplosioni avevano interessato un deposito di munizioni della Emco a Belitsa, in Bulgaria. Negli ultimi anni altre esplosioni e incendi hanno riguardato stabilimenti dell’industria della difesa in diversi Paesi europei. In alcuni casi si è pensato a tentativi di sabotaggio, non accertati.

C’è poi un altro elemento da aggiungere all’equazione. Mentre gli investigatori cercano ancora di capire che cosa sia successo, alcuni dei più attivi propagandisti filorussi sui social hanno accolto la notizia dell’esplosione con evidente soddisfazione. Tra gli account che hanno rilanciato la vicenda ci sono anche profili riconducibili all’ecosistema mediatico russo: Elisabeth Eliseeva, corrispondente di Sputnik, e il canale italiano Donbass Italia, curato da Vincenzo Lorusso. E questo dice qualcosa sul modo in cui la nuova guerra industriale europea viene guardata dall’altra parte del fronte.

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Trump sta trasformando il rapporto tra Stato, aziende e uso della forza nel cyberspazio

15 Agosto 2026 ore 04:45

Donald Trump alla Spire Academy per i Patriot Games

Per capire la portata della nuova politica cyber di Donald Trump bisogna partire da una parola antica: corsari. Il paragone con le letters of marque non significa che le aziende americane stiano per diventare una Marina privata né che abbiano ricevuto una licenza generale per fare hack back. Serve però a cogliere la trasformazione in corso: lo Stato mantiene la direzione dell’operazione, ma autorizza soggetti privati a esercitare una capacità finora rimasta nelle mani di agenzie militari, di intelligence e di law enforcement.

Con un memorandum firmato mercoledì, il presidente degli Stati Uniti ha ordinato al dipartimento di Giustizia e al dipartimento per la Sicurezza interna di creare un programma attraverso il quale aziende statunitensi selezionate potranno condurre, sotto supervisione federale, operazioni offensive contro organizzazioni criminali transnazionali attive nel cyberspazio. Le società potranno svolgere attività di sorveglianza e, previa autorizzazione, azioni capaci di «manipolare, interrompere, negare, degradare o distruggere» sistemi informatici, reti, infrastrutture e dati.

È una differenza sostanziale rispetto al modello americano consolidato negli ultimi decenni. Il settore privato è da tempo parte integrante dell’ecosistema cyber statunitense: sviluppa strumenti offensivi, fornisce intelligence, identifica vulnerabilità, produce software e tecnologie utilizzate dalle agenzie governative. Ma fino a oggi la distinzione era relativamente chiara: le aziende fornivano capacità, mentre lo Stato decideva quando e contro chi usarle. Il nuovo programma porta l’impresa un passo più avanti: non soltanto fornitore di capacità, ma potenziale esecutore dell’operazione.

Non significa, però, che Washington abbia liberalizzato l’hack back. Il memorandum prevede una catena di controllo rigida: selezione delle aziende, contratti con il governo, standard tecnici e di sicurezza, approvazione federale e autorizzazione scritta prima di ogni operazione. Le procedure dovranno essere definite entro 60 giorni; le società dovranno inoltre mantenere un’obbligazione di almeno un milione di dollari ed essere sottoposte a valutazioni periodiche.

Insomma, non è una privatizzazione della guerra cibernetica. È qualcosa di più sottile: la privatizzazione dell’esecuzione di una parte dell’azione offensiva dello Stato.

Qui torna utile il paragone con i corsari. Le letters of marque autorizzavano privati a colpire il naviglio nemico per conto dello Stato: il privato metteva uomini, nave e capacità; lo Stato fissava il quadro. Nel cyberspazio il principio è simile, anche se il contesto giuridico e operativo è diverso: Washington identifica il problema, stabilisce le regole e autorizza l’operazione; l’azienda mette sul campo strumenti, operatori, intelligence e velocità.

Il motivo è concreto. Il cybercrime transnazionale ha ormai una scala che mette sotto pressione le capacità dello Stato. Secondo la Casa Bianca, nel 2025 gli americani hanno denunciato perdite per circa 20,8 miliardi di dollari legate a frodi e crimini informatici. Ransomware, truffe finanziarie e furti di criptovalute si muovono attraverso reti internazionali che non rispettano confini, giurisdizioni o tempi burocratici.

Da qui nasce la scommessa di Trump: se una parte significativa della superiorità tecnologica americana si trova nelle aziende private, perché lasciarla ai margini dell’azione offensiva dello Stato? È la stessa logica della strategia cyber pubblicata a marzo, che insisteva sulla necessità di «unleash the private sector». Il memorandum di agosto compie il passo successivo: dall’industria come fonte di tecnologia e intelligence all’impiego delle sue capacità operative contro i bersagli.

Il punto, però, va oltre il cybercrime. La nuova politica si inserisce in una trasformazione più ampia: le tecnologie militari e di sicurezza evolvono ormai a una velocità che gli apparati pubblici faticano a sostenere da soli. Droni, satelliti, software di targeting, sistemi di intelligenza artificiale e piattaforme cyber vengono spesso sviluppati, aggiornati e gestiti da aziende private che restano vicine al campo operativo molto più di quanto accadesse in passato. In Ucraina, per esempio, diversi contractor tecnologici hanno lavorato a stretto contatto con le forze armate per adattare rapidamente droni e sistemi digitali alle condizioni del fronte. Il memorandum cyber di Trump rientra in questa stessa tendenza: non solo comprare tecnologia dal mercato, ma portare il mercato dentro l’esecuzione dell’azione di sicurezza.

E qui cominciano i problemi.

Il primo è l’attribuzione. Il memorandum autorizza operazioni contro organizzazioni criminali transnazionali, non contro governi stranieri. La distinzione appare semplice sulla carta, molto meno nella realtà: una banda criminale può avere rapporti informali con apparati statali, un gruppo ransomware può offrire servizi a un’intelligence, hacker formalmente indipendenti possono essere tollerati o protetti da un governo. Prima di colpire un bersaglio, bisogna sapere chi è davvero il bersaglio. Questo crea un problema che nel cyber è particolarmente delicato: prima di colpire un bersaglio bisogna sapere chi è davvero il bersaglio.

Il secondo problema è la deconfliction. Gli Stati Uniti conducono già operazioni cyber attraverso Cyber Command, National Security Agency, Federal Bureau of Investigation e altre agenzie. Coordinare queste attività è complesso anche quando gli operatori appartengono tutti allo Stato. Inserire aziende private, con strumenti propri, clienti propri, interessi commerciali propri e grande velocità operativa, aumenta il rischio di sovrapposizioni.

Il memorandum prevede una procedura di coordinamento, compresa una parte classificata. Ma il successo dipenderà da regole che ancora non sono pubbliche. Il rischio non è soltanto che un’azienda sbagli bersaglio: è che troppi operatori inizino a muoversi nello stesso spazio digitale senza sapere cosa stanno facendo gli altri. È il motivo per cui diversi ex funzionari americani hanno espresso la stessa preoccupazione: il rischio non è soltanto che un’azienda sbagli bersaglio. È che troppi operatori inizino a muoversi nello stesso spazio digitale senza sapere cosa stanno facendo gli altri.

C’è poi la questione della responsabilità. Se un’azienda agisce sulla base di un contratto con il governo, dopo aver ricevuto l’autorizzazione dei dipartimenti di Giustizia e Sicurezza interna, dove finisce la responsabilità privata e dove comincia quella statale? Il memorandum può stabilire procedure e obblighi contrattuali, ma non cancellare le conseguenze internazionali di un’operazione.

Un’operazione autorizzata da Washington potrebbe coinvolgere sistemi in un Paese terzo, infrastrutture condivise, società straniere o persino apparati governativi. Se un errore provocasse un danno significativo, il fatto che a eseguirla sia stata un’azienda privata non farebbe scomparire il problema politico e giuridico per gli Stati Uniti.

È il paradosso dei nuovi corsari digitali: lo Stato può delegare l’azione, ma non necessariamente può delegare le conseguenze.

La storia offre un precedente. Nel 1856 la Dichiarazione di Parigi abolì il privateering, chiudendo l’epoca in cui gli Stati potevano affidare a privati una parte dell’attività bellica marittima. Il contesto non è trasferibile al cyberspazio, ma la parabola dei corsari pone una domanda attuale: quanto a lungo è possibile affidare a soggetti privati una capacità coercitiva senza perdere il controllo delle sue conseguenze?

Trump non sta copiando i modelli di Russia o Cina, dove hacker privati, contractor, gruppi criminali e apparati statali interagiscono da anni in modo opaco. La differenza americana dovrebbe essere una catena di autorizzazione esplicita e governativa. Ma il confine fra settore pubblico e privato si sposta comunque.

La risposta arriverà nei prossimi mesi, quando i due dipartimenti incaricati dovranno trasformare il principio politico in procedure concrete. Sarà lì che si capirà se i «corsari digitali» diventeranno una nuova arma contro il cybercrime transnazionale o una fonte supplementare di rischio per la macchina di sicurezza americana. La scommessa di Washington è portare dentro la capacità dello Stato la velocità del mercato. Ma il mercato, a differenza di un’agenzia governativa, non è nato per esercitare il potere dello Stato.

Ed è proprio questa la linea che Trump sta iniziando a riscrivere.

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L’intelligenza artificiale non ha bisogno di un’anima per cambiare il mondo (o distruggerlo)

15 Agosto 2026 ore 04:45

intelligenza artificiale robot braccio anima emozioni

Di intelligenza artificiale si inizia a parlare con quei toni solenni di solito associati alla religione e alla spiritualità. Le grandi aziende del settore parlano delle nuove tecnologie come della più grande invenzione della storia, qualcosa che potrebbe cambiare per sempre ciò che significa essere umani. Demis Hassabis, cofondatore di Google DeepMind, l’ha definita «la più importante invenzione che l’umanità farà mai». Alcuni ricercatori assegnano probabilità tutt’altro che trascurabili alla possibilità che una macchina possa arrivare a costruire da sola una versione più intelligente di sé entro pochi anni. Yann LeCun ha detto che l’enorme investimento finanziario nella corsa alla superintelligenza «è una grandissima stronzata». E per ora va benissimo così.

In alcuni casi il linguaggio si fa apocalittico, com’è normale che sia di fronte a una tecnologia in grado di sparare da sola e di bucare i sistemi di sicurezza di diverse aziende. Anche per questo c’è stato chi ha fondato una vera chiesa dedicata al futuro Dio dell’intelligenza artificiale. Un ingegnere di Google, dopo avere interagito con un chatbot che gli era sembrato dotato di coscienza, si è chiesto: «Chi sono io per dire a Dio dove può e dove non può mettere le anime?». E Ilya Sutskever, uno dei fondatori di OpenAI, è arrivato a bruciare simbolicamente un’effigie che rappresentava un’intelligenza artificiale non allineata con gli esseri umani, come in una sorta di rito medievale.

È dentro questa atmosfera che è intervenuta la Chiesa cattolica. Nell’enciclica Magnifica Humanitas, Leone XIV difende l’idea che l’essere umano occupi una posizione irriducibile nel creato e sostiene che le macchine, per quanto sofisticate, possano soltanto imitare alcune funzioni dell’intelligenza umana. È una visione che Sebastian Mallaby – autore del libro “The Infinity Machine: Demis Hassabis, DeepMind, and the Quest for Superintelligence” – prova a scandagliare in una lunga analisi su Foreign Affairs intitolata “God From the Machine. AI and the Future of Humanity” chiedendosi: siamo davvero sicuri che distinguere tra imitare l’intelligenza e possederla sia così semplice?

Il problema risale a molto prima delle ultimissime tencologie. Nel 1980 il filosofo John Searle propose il celebre esperimento mentale della «stanza cinese»: immaginiamo un uomo chiuso in una stanza che non conosce il cinese e che riceve istruzioni per manipolare simboli cinesi secondo precise regole. Dall’esterno, le sue risposte sembrerebbero quelle di una persona che comprende perfettamente la lingua. Ma l’uomo non comprende nulla: sta semplicemente applicando un insieme di istruzioni. Per Searle, era la dimostrazione che manipolare correttamente informazioni non equivale necessariamente a capire ciò che significano.

L’argomento è diventato uno dei pilastri della distinzione tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Una macchina può produrre una risposta convincente, riconoscere un volto, tradurre una frase o scrivere un saggio senza che questo significhi che provi qualcosa o che comprenda davvero ciò che sta facendo. Il corpo umano, ricorda Mallaby riprendendo un’obiezione dello scrittore di fantascienza Ted Chiang, non è un dettaglio trascurabile: «Avere un corpo è un prerequisito per avere emozioni». La disperazione, per esempio, non sarebbe separabile dall’esperienza fisica degli ormoni dello stress che attraversano il corpo.

È una distinzione intuitiva perché gli esseri umani nascono, soffrono, amano, si ammalano, muoiono; le macchine no, non sanguinano, non provano dolore e possono essere semplicemente spente. Esistono, scrive Mallaby, non dentro un universo morale ma dentro una matrice di ottimizzazione. Da questo punto di vista, si può sostenere che anche il più sofisticato modello di intelligenza artificiale resti soltanto una macchina che esegue operazioni straordinariamente complesse.

Anche il cervello umano è una macchina fisica. È fatto di materia biologica, obbedisce alle leggi della fisica e funziona attraverso impulsi elettrici e processi di elaborazione delle informazioni. «L’idea che la massa molle dentro il cranio contenga un’essenza ineffabile e non programmabile – la coscienza, lo spirito o qualcos’altro – può essere intuitivamente seducente. Ma dal punto di vista analitico è fragile», scrive Mallaby. E più l’intelligenza artificiale migliora, più quella distinzione diventa difficile da difendere. Gli ultimi modelli di IA non si limitano a consultare un gigantesco archivio di frasi e a scegliere meccanicamente quella successiva: costruiscono rappresentazioni matematiche dei concetti e delle loro relazioni, e possono associare parole, idee, emozioni e situazioni anche quando queste non sono mai state esplicitamente collegate nei dati di addestramento. Non significa che siano coscienti. Significa però che l’argomento «la macchina sta solo seguendo delle regole, quindi non può comprendere» diventa sempre meno risolutivo.

Quindi forse non arriveremo mai stabilire con certezza se una macchina abbia una coscienza. La buona notizia è che non abbiamo bisogno di risolvere questo problema per decidere come governarla. E anzi, concentrarsi troppo sulla domanda potrebbe farci perdere di vista quelle che sono già oggi le questioni più urgenti.

La Chiesa, nelle parole di Leone XIV, secondo Mallaby, ha ragione su una cosa fondamentale: l’intelligenza artificiale deve essere regolata. Può amplificare le disuguaglianze economiche, trasformare il mercato del lavoro, modificare il modo in cui impariamo, alterare le relazioni umane e rendere più facile l’uso della forza militare. Può perfino rendere più difficile stabilire chi sia responsabile di una decisione quando una parte crescente del processo viene affidata a una macchina.

Ma il Papa non inquadra per intero lo scenario. Magnifica Humanitas trascura alcuni elementi fondamentali. Ad esempio, invoca una gestione dei dati come «bene comune o condiviso», mentre il problema più urgente dovrebbe essere impedire che i dati vengano sottratti e utilizzati senza autorizzazione. E sul terreno militare l’enciclica afferma che «la decisione di usare la forza letale non può essere delegata a processi opachi o automatizzati», una posizione moralmente comprensibile ma che Mallaby nel suo breve saggio su Foreign Affairs considera difficile da applicare quando le macchine saranno in grado di prendere decisioni sul campo di battaglia più rapidamente e accuratamente degli esseri umani.

Per questo Mallaby trova almeno tre lacune nell’attuale risposta politica all’intelligenza artificiale. La prima lacuna riguarda la proliferazione. Se i modelli di IA più potenti finiranno per essere capaci di compiere attacchi informatici sofisticati, progettare nuove armi biologiche o svolgere altre attività oggi accessibili soltanto a Stati e grandi organizzazioni, il problema non sarà più soltanto chi controlla le aziende che li sviluppano: sarà che cosa succederà quando quelle capacità diventeranno disponibili in tutto il mondo, anche a criminali e terroristi. Per questo servirebbe arrivare a qualcosa di simile a un trattato di non proliferazione nucleare dell’intelligenza artificiale: un accordo internazionale che stabilisca che cosa gli Stati siano disposti a fare quando i modelli più pericolosi non saranno più nelle mani di pochi laboratori.

La seconda lacuna è economica. I sistemi fiscali dei Paesi occidentali sono costruiti anche sull’idea che il capitale serva a rendere più produttivo il lavoro umano. Per questo i governi hanno storicamente tassato il lavoro più del capitale. Ma se l’IA dovesse cominciare a sostituire i lavoratori anziché semplicemente aiutarli, questa impostazione rischierebbe di produrre l’effetto opposto a quello desiderato: tassare pesantemente il lavoro renderebbe infatti ancora più conveniente per le aziende sostituirlo con le macchine, proprio mentre diminuirebbero le entrate fiscali necessarie per sostenere chi perde il proprio impiego. Per ovviare a questo problema si potrebbe spostare una parte della pressione fiscale dal lavoro al capitale, introdurre forme di assicurazione salariale per chi viene sostituito e perfino distribuire ai cittadini una piccola quota della ricchezza generata dalle aziende di intelligenza artificiale.

La terza lacuna è quella che riporta Mallaby al punto da cui era partito: non sappiamo ancora abbastanza di ciò che accade dentro i modelli di intelligenza artificiale. È il problema dell’interpretabilità. I laboratori stanno cercando di capire come le reti neurali arrivino alle loro conclusioni, ma la ricerca è ancora lontana dal fornire una spiegazione completa dei processi interni dei sistemi più avanzati. E qui Mallaby rovescia l’argomento della Chiesa. Magnifica Humanitas sostiene che non possiamo conoscere il pensiero delle macchine perché nelle macchine non c’è un pensiero da conoscere. Ma forse è vero il contrario: se vogliamo controllarle, dobbiamo capire che cosa stanno facendo.

È probabilmente questo il punto più interessante dell’articolo di Foreign Affairs. Possiamo discutere all’infinito se le macchine abbiano una coscienza, ma nel frattempo l’intelligenza artificiale continuerà a entrare nel lavoro, nella finanza, nella guerra e nelle istituzioni. Non serve sapere se abbia un’anima per capire che ha già abbastanza potere da richiedere regole. «Le macchine non entreranno mai nel nostro universo morale – scrive Mallaby in conclusione del suo articolo – ma se gli esseri umani aspirano a controllarle, dobbiamo prima di tutto comprenderle».

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Chi dipende dal consenso non faccia vedere che tiene al denaro, e altri consigli agli influencer

15 Agosto 2026 ore 04:45

I preparativi per il red carpet del Festival di Cannes

Nemmeno sulle corna, nemmeno sui libri letti sotto l’ombrellone, nemmeno sui chili, nemmeno sui centimetri si mente con la voluttà con cui si mente sui soldi. Ogni tanto qualcuno dice che gli americani come prima cosa ti chiedono quanto guadagni e noi no perché abbiamo il senso di colpa rispetto al denaro, e io penso che noi non lo chiediamo perché sappiamo che la risposta sarebbe una menzogna.

Non ho idea di quanto guadagni nessuna delle persone che conosco, non ce l’ho neanche se me l’hanno detto. Toccherebbe capire se mi hanno detto di più perché sono dei megalomani, o di meno per paura che poi gli toccasse pagare la cena. Di sicuro non dicono la verità, sui soldi.

Ho un’amica che ha iniziato a farsi il Mounjaro, le punture per dimagrire americane, che costano più di quelle danesi. L’amica insegna in un liceo. Quanto guadagna, una professoressa? Duemila euro? Come ce li ricavi, vivendo in una città, quattrocento euro al mese di Mounjaro su uno stipendio di duemila? Hai delle rendite e non me l’hai mai detto per paura che ti lasciassi pagare la cena? La verità, vi prego, sui soldi.

Ieri un’altra amica mi ha mandato una notizia stupenda. Ai concerti degli Oasis dell’anno scorso tutti, anche quelli che erano dietro le quinte e ci tenevano molto a farsi foto dalla cui angolazione si capisse che erano amici di Noel e Liam, avrebbero pagato il biglietto. È una cosa inconcepibile in Italia, dove nessuno che anche solo lavori nei giornali ha mai pagato i biglietti per sé o per dodici dei suoi più intimi amici.

Ho visto il panico in certi dietro le quinte perché Tizia o Caio, in virtù dell’essere famosi e quindi abituati a vedersi offrire di tutto, non solo si erano presentati al concerto aspettandosi di entrare gratis, ma si erano pure portati otto nipoti, quattro amici, nove colleghi. I Gallagher, dice la notizia, avevano una lista di invitati, ma voleva solo dire che ai loro invitati avrebbero trovato i biglietti, che quelli però poi pagavano.

Considerata la regola di Geri Halliwell – «Perché Estée Lauder mi manda le creme adesso che posso permettermi di comprarle?» – per la quale nessuno che potrebbe permetterselo paga mai, e che gli amici dei Gallagher sono abbastanza ricchi e famosi da non pagare più niente da anni, spero che nel documentario che andrà a Venezia ci saranno dei bei primi piani sulle facce degli invitati cui è stato detto «fanno duecento sterline». La verità, vi prego, sui soldi.

Sui social girano due pezzettini di interviste presentati come mirabolanti, in cui due attori famosi dicono la stessa cosa a due diversi intervistatori. Uno è Matthew Rhys, quello di “The Americans”. L’altro è Morgan Freeman. Tutti e due, a domanda su come scelgano i ruoli, rispondono: quelli che pagano meglio. Immagino venga considerata una notizia perché gli artisti sono considerati gente che ha per spirito guida l’ispirazione, mica la possibilità di pagarsi l’aereo privato.

Siano benedetti quei due, che dicono la verità sui soldi, una cosa che devi poterti permettere di fare: puoi farla se sai fare qualcosa, anche solo una cosa scema come recitare, non se la tua sussistenza dipende dal consenso. Non sentiremo mai un[‘]influencer dire che le sue sponsorizzazioni sono quelle che pagano meglio: sono sempre prodotti che rispecchiano la sua identità e che consumerebbe anche senza retribuzione e con cui si sente in grande sintonia, mai aziende col budget più grosso.

Se dipendi dal consenso non puoi mai mai mai far vedere che ci tieni ai soldi, perché l’umanità ha un problema di memoria a breve termine e proprio non riesce a tenere a mente che esistono i ricchi e i poveri, se ne stravolge ogni volta. È tutt’uno scandalizzarsi perché i posti alla roba di Dolce e Gabbana alla quale Matteo Renzi e Katy Perry hanno passato la serata insieme (un evidente film postumo di Robert Altman) costavano migliaia di euro e noi a controllare i prezzi quando facciamo la spesaaaa. Chissà in che misura calerebbero i prezzi della verdura che compro, se i posti alle serate tamarre per ricchi costassero meno.

Ma che la verità non si possa dire sui soldi è chiarissimo a chi non ha lasciato la carriera politica nel passato, come Renzi e Justin Trudeau, e vuole invece farla nel futuro, come Alexandria Ocasio-Cortez, che dopo il primo post sul surgelamento degli ovuli ha fatto delle storie rispondendo a chi le chiedeva dei costi.

Ha spiegato i prezzi, che per gli stipendi americani sono invero bassini: la farmacia le aveva fatto un preventivo di ottomila dollari per le punture ma la sua assicurazione non le copre, e – come spesso accade negli Stati Uniti – a pagare direttamente costavano molto meno. Tremila e cinquecento di punture, e quattromila e cinquecento per l’intervento di asportazione degli ovuli. Più milleduecento per ogni anno in cui te li tengono in freezer.

Ho risparmiato tutta la vita per potermelo permettere, aveva detto, e io già lì trasecolavo: fai la deputata e hai risparmiato tutta la vita per pagare una cifra che guadagni in due settimane. Poi si è messa a fare un video al giorno in cui si fa le punture nella pancia come le influencer si pittano la faccia: perché la psicologia sociale le ha convinte che, se compi un’azione mentre parli, la gente ti ascolterà fino in fondo per vedere l’azione conclusa. (Che peccato essere morti per quando gli storici analizzeranno le convinzioni dementi di quest’inizio secolo: sarà divertentissimo).

In uno di questi video l’ho sentita dire che le generazioni precedenti si erano comprate casa, ma loro poveri millennial no, perché i soldi con cui avrebbe dato l’anticipo sul mutuo lei li investe nella sua fertilità. C’è una ragione se parlare con la telecamera del telefono è la modalità preferita d’ogni genere di piazzista: nessuno ti contraddice. Nessuno ti dice: Alexandria, ottomila dollari non bastano neanche per l’anticipo d’un garage. Sono disposta a pagare, per la verità sui soldi. Sono disposta a offrire la cena per sempre a qualunque amica mi confessi che con quel che guadagna dal suo lavoro dovrebbe vivere sotto i ponti ma invece è in questo albergo sul mare perché ha rendite familiari. Sono disposta a votare il primo che dica la verità sui soldi. Ma so già che non succederà.

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Tanto rumore per Ranucci, silenzio sulle munizioni per Kyjiv

15 Agosto 2026 ore 04:45

C’è una ragione profonda per cui l’Italia politica ferragostana si appassiona alle esplosioni di Pomezia e non a quelle di Colleferro e gli attentati a fin di bene di Lavitola a Ranucci suscitano un irresistibile rigurgito di passione civile nella destra ex-lavitolitana e nella sinistra ranucciana, mentre il non ancora qualificato incidente nello stabilimento KNDS Ammo Italy (ex Simmel Difesa) di Colleferro – un’esplosione terrificante, con palla di fuoco alta cento metri, dicono le cronache – non suscita che una sorvegliatissima indifferenza bipartisan, come se si fosse incendiato il deposito di un ferrivecchi.

La bomba di Pomezia consente alla destra e alla sinistra di muoversi – cioè di accusare e difendersi – all’interno di uno schema consolidato e familiare, che non obbliga a rinnegare niente, ma a sacrificare qualcosa o qualcuno di rinunciabile o di indifendibile, senza cambiare nulla né del copione, né della morale di quella eterna opera dei pupi, che è la mitografia fondativa dell’Italia bipolare.

Così la destra scopre oggi in Lavitola l’imbroglione che è sempre stato – anche quando trafficava con senatori e scoop-patacca, a maggior gloria della Real Casa di Arcore – per inchiodare Ranucci alle millanterie dinamitarde del suo amico, confidente, informatore e Rasputin politico.

Così la sinistra scopre e censura con ritardo le amicizie e vanità imbarazzanti di Sigfrido, ma distingue l’errante dall’errore e si guarda bene dall’esigere da lui le espiazioni morali pretese dagli altri coglioni a loro insaputa del campo avverso, che non potevano non sapere.

Eppure, a uno sguardo onesto – quello che nell’Italia bipopulista non ci si può permettere, né si può ad altri consentire – dalle relazioni pericolose tra il campione dei buoni e quello dei cattivi, bomba d’amore compresa, emerge l’irresistibile somiglianza – similis cum similibus – del cosiddetto giornalismo di inchiesta di Ranucci, indomabile eroe della resistenza antiberlusconiana, con quel mix di dossieraggi, dicerie, falsi d’autore e suggestive verosimiglianze costruite ad arte, che aveva fatto la fortuna di Valterino alla corte di Berlusconi e dei suoi gazzettieri. Sono due gocce d’acqua, semplicemente di colore diverso.

Rispetto all’esplosione di Colleferro il silenzio bipartisan è invece d’ordinanza, perché qualunque parola dovrebbe contemplare un’ipotesi che destra e sinistra continuano pregiudizialmente (e pateticamente) a escludere, cioè che la guerra di aggressione della Russia all’Europa abbia ampiamente oltrepassato i confini dell’Ucraina e che anche lo stabilimento di Colleferro, che produce esplosivi e munizioni, in particolare quelle da 155 millimetri destinate all’esercito ucraino, possa essere finito nel mirino del Cremlino.

Visto che una coincidenza è una coincidenza, ma molte coincidenze fanno prima un indizio e poi una prova, quello di Colleferro non è, dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina del 2022, il primo stabilimento militare impegnato nelle forniture a Kyiv ad avere registrato incendi e esplosioni. Ci sono molti precedenti in Bulgaria, Repubblica Ceca, Spagna, Polonia e Regno Unito. Un po’ troppi, visto che si tratta di siti produttivi protetti da massime misure di sicurezza.

L’inesistenza di un pericolo russo è l’imprescindibile presupposto del racconto pacifista e pacificato dell’Italia bipopulista. Qualunque cosa riconduca ad esso e palesi, in modo pure eclatante, non la semplice incombenza del pericolo, ma lo svolgimento di un programma di aggressione minuziosamente organizzato, deve essere esorcizzato come un fantasma partorito dalla fantasia bellicista dei fanatici dell’escalation militare, dei sabotatori della pace possibile e dei fomentatori del pregiudizio russofobo.

Chissà a quale esito giungeranno le indagini sull’esplosione di Colleferro, ma possiamo essere abbastanza sicuri che nell’Italia pacifista anche l’ipotesi di un attentato sarebbe ricondotta alla responsabilità della criminalità comune, come nella Sicilia degli anni ‘60, in cui la mafia ufficialmente ancora non esisteva, gli avvertimenti e gli omicidi delle cosche venivano rubricati come questioni private di corna o di onore.

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La premier ha costruito la trappola perfetta per Schlein e Conte

15 Agosto 2026 ore 04:45

Altro che economia o politica estera, il vero capolavoro di Giorgia Meloni è un altro. Una legge elettorale – ammesso e non concesso che vada in porto – che obbliga le coalizioni a indicare il nome del premier nel programma. Questo meccanismo ingrippa il cosiddetto campo largo perché lo costringe alle primarie. Se non ci fossero in campo ambizioni personali smisurate e ego sovraeccitate, si arriverebbe a un accordo su un nome; ma in assenza di quelle condizioni i gazebo non sembrano evitabili.

D’altronde, il punto dolente è che un terzo nome non viene fuori. E tutti i leaderini si preparano a correre per fare pubblicità al proprio partito: una logica politicamente demenziale. È chiaro a tutti che il problema dei capi del campo largo è questo e solo questo. Non si pensa ad altro. La discussione sulle regole delle primarie perciò è molto più delicata di quella sul mitico programma, che alla fine sarà un documento che terrà dentro tutto e il suo contrario. E comunque, piaccia o non piaccia, è molta la gente che va a votare per il leader più che per i pezzi di carta.

Ora, le primarie sono lo strumento più divisivo che esista. Una campagna elettorale senza esclusione di colpi che lascia detriti, malanimo, desideri di rivincita. Solo in un caso furono un formidabile propellente per il vincitore: quello di Romano Prodi, trionfatore annunciato e simbolo di un’inedita sintesi di diverse culture politiche di governo.

Ma oggi nulla ricorda quella stagione. C’è una coalizione nella quale è fortissima la competizione tra i leader di Partito democratico e Movimento 5 Stelle e rispettivi apparati, che per di più si innesta su un’annosa sfiducia reciproca tra i rispettivi elettorati. Per questo, molti prevedono che alle elezioni un pezzo di elettorato contiano non sosterrebbe Elly Schlein o che viceversa un pezzo di elettori dem e centristi non voterebbe Giuseppe Conte. Risultato: vince Meloni. È una previsione, non una certezza.

Che però dovrebbe essere sufficiente per i due partiti per rendersi conto che l’eventualità di andare a sbattere è alta. Dovrebbe soprattutto rendersene conto Schlein e gli strateghi che le sono vicini: perdere contro Conte, tra le altre cose, sarebbe un colpo micidiale per il Pd. Perché Conte candidato premier trainerebbe il M5S a percentuali importanti, sottraendo inevitabilmente voti a un partito guidato da una segretaria sconfitta. Verosimilmente, ma forse è già tardi, se il Nazareno si rendesse indisponibile a montare i gazebo, l’avvocato dovrebbe farsene una ragione.

Intanto, nello scontro tra i due big, il film che stanno realizzando i vari centristi per ora è abbastanza penoso. Non solo perché come al solito ci sono troppi galli a cantare ma per una ragione politica. Se il più lontano dai centristi-riformisti è – e non può non essere – l’avvocato del populismo, se si presentano uno o due di loro rischiano di favorirlo dato che toglierebbero voti alla segretaria del Pd. Il doppio turno eliminerebbe in parte questo problema (e infatti l’avvocato non lo vuole) anche se non si può escludere il rischio che al ballottaggio Schlein arrivi seconda, dunque già ammaccata.

Alla fine, dunque, il problema non sarà soltanto stabilire il nome del vincitore. Sarà capire che cosa resta della coalizione dopo le primarie. Dopodiché, vinca chi deve vincere. Che potrebbe non essere necessariamente il migliore.

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Lo spirito di Anchorage e la diplomazia senza strategia di Trump

15 Agosto 2026 ore 04:45

Il 15 agosto 2025 il presidente russo Vladimir Putin, all’epoca già ricercato dalla Corte penale internazionale e osteggiato dalla maggior parte dell’Occidente, mise piede sul suolo americano, ricevette un’accoglienza da tappeto rosso e si presentò al fianco del presidente degli Stati Uniti Donald Trump da pari a pari. L’Ucraina era assente. Sostenere Kyjiv sembrava costoso; negoziare con Mosca veniva presentato come più pratico. Il vertice non produsse né un cessate il fuoco né un accordo di pace, eppure Putin ottenne una riabilitazione pubblica senza fare alcuna concessione. Un anno dopo, la Russia ha trasformato il vertice in un proprio prodotto. È stata persino depositata una domanda di registrazione del marchio per un profumo chiamato «Spirit of Anchorage», l’etichetta preferita dal Cremlino per definire l’intesa che, secondo quanto sostiene, Trump e Putin avrebbero raggiunto in Alaska. Eppure non c’era alcun accordo da imbottigliare, nessuna pace da commemorare e nessuna svolta strategica da preservare – solo un’atmosfera. Mentre la sostanza evaporava, la Russia ha conservato il profumo.

La domanda ora non è se Trump sia passato da Putin a Volodymyr Zelenskyy. Non l’ha fatto. La domanda è questa: che cosa può offrire ciascuna delle parti a un presidente che vuole trasformare la politica estera in una transazione da portare a termine? Mosca offre accesso, energia e accordi geopolitici. Kyjiv offre tecnologia collaudata in combattimento e know-how industriale. Entrambe le cose potrebbero essere utili a Trump; nessuna delle due, però, dovrebbe confondere l’utilità con l’impegno.

Prima di incontrare Putin, Trump aveva già inquadrato le relazioni tra Stati Uniti e Ucraina in termini commerciali. All’inizio del 2025 aveva esercitato pressioni su Kyjiv affinché firmasse un accordo sui minerali che avrebbe garantito agli Stati Uniti un ritorno tangibile sul proprio sostegno. In Ucraina, la proposta ha suscitato timori che il paese potesse essere nuovamente trattato principalmente come fornitore di materie prime, piuttosto che come partecipante a catene di produzione a più alto valore aggiunto.

Il rapporto emergente in materia di difesa segue la stessa logica, ma cambia ciò che l’Ucraina può offrire. Kyjiv apporta sistemi collaudati in combattimento, dati dal campo di battaglia e un ciclo di innovazione plasmato dal costante adattamento alle contromisure russe – capacità che gli Stati Uniti non possiedono ancora con la stessa rapidità o su scala comparabile. I due paesi stanno portando avanti piani per la produzione congiunta di droni, tra cui uno stabilimento negli Stati Uniti che utilizzerà la tecnologia ucraina.

Sei produttori ucraini hanno aderito al programma Drone Dominance del Pentagono, nell’ambito del quale i loro sistemi saranno testati in base ai requisiti statunitensi e, per gli ordini futuri, prodotti attraverso partnership americane. L’Ucraina prevede di produrre tra i sei e i sette milioni di piccoli droni d’attacco nel 2026. Entro febbraio 2027, il programma da 1,1 miliardi di dollari del Pentagono ne avrà ordinati meno di 200.000.

Gli Stati Uniti mantengono vantaggi schiaccianti in termini di capitale, componenti e capacità industriale, ma restano indietro di anni rispetto all’Ucraina nella produzione di questa categoria di armi al ritmo richiesto in tempo di guerra. Washington sta cercando di convertire l’esperienza acquisita dall’Ucraina sul campo di battaglia in capacità americane. Ciò potrebbe creare un’interdipendenza pratica senza produrre un allineamento strategico. L’Ucraina potrebbe diventare più preziosa per Trump, ma non più sicura.

La partnership emergente offre a Kyjiv un’ulteriore fonte di leva a Washington, lasciando però condizionato il rapporto di base: il sostegno americano rimane legato a ciò che l’amministrazione può presentare come un accordo. Sullo sfondo di una cooperazione migliorata e di un clima crescente di fiducia e apertura tra le aziende della difesa americane e ucraine, ci si potrebbe aspettare un atteggiamento più positivo nei confronti del sostegno agli interessi ucraini nei negoziati.

Alcuni avrebbero persino potuto aspettarsi che Trump decidesse di mettere in pratica il proprio slogan elettorale, «pace attraverso la forza», e diventasse un leader statunitense filo-ucraino e atlantista. Tuttavia la logica della sua presidenza e le sue priorità personali contraddicono qualsiasi posizione “filo”. L’attuale presidente degli Stati Uniti non può avere un orientamento filo-ucraino o filo-russo: Donald Trump può essere solo filo-Trump, anche se alcuni potrebbero obiettare che non sia nemmeno sempre filo-americano.

Alla luce di ciò, qual è l’obiettivo di Trump nella sua politica nei confronti sia della Russia sia dell’Ucraina? Il persistente profumo di Anchorage che aleggia nel ministero degli Affari esteri russo ha indotto i suoi membri a credere che Trump voglia ingraziarsi Putin ed entrare a far parte del club degli autoproclamati machi sulla scena politica mondiale. L’appartenenza a questo club comporterebbe petrolio a basso costo e l’attuazione del pacchetto da 12 trilioni di dollari di Kirill Dmitriev per i progetti di sviluppo artico.

Questa linea di pensiero si inserisce inoltre perfettamente nella strategia volta a persuadere la Russia a opporsi alla Cina in un futuro scontro di egemonie, attualmente promossa da Elbridge Colby. Anche se la leadership russa non sostenesse questa idea, la utilizzerebbe comunque per attirare l’attenzione degli Stati Uniti su Mosca. Dal punto di vista dell’Ucraina, invece, la recente cooperazione, attiva e in gran parte produttiva, ha dato l’impressione che gli Stati Uniti non volessero più semplicemente «impedire all’Ucraina di perdere».

Sembrava che Washington fosse pronta a investire sia negli attuali progetti militari sia nella ricostruzione postbellica. È stato fatto molto lavoro per raggiungere un accordo sui metalli delle terre rare, creare un fondo per la ricostruzione e proseguire il dialogo sulla possibilità di produrre su licenza i missili PAC-3. Poiché gli americani non possono mostrare debolezza nei confronti della Cina, c’era la speranza che continuassero a sostenere attivamente il loro partner in Europa.

Tuttavia la verità è più semplice, proprio come la stessa politica estera di Trump. Ha semplicemente bisogno di un accordo. Non importa più molto chi uscirà vincitore dalla guerra e in quali condizioni. Se si tratta di un vero accordo che Trump possa firmare e che porti il suo nome, quell’accordo andrà bene per il presidente americano. Potrebbe essere utilizzato da Trump per rivendicare ancora una volta il premio Nobel per la pace.

Un accordo gli consentirebbe inoltre di dimenticarsi di questa parte del mondo – proprio come non ha reagito alla violazione dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas e come si è dimenticato della ripresa della guerra tra il Congo e il Ruanda o tra la Thailandia e la Cambogia. La durata di un trattato, l’adesione ai suoi principi o il lungo processo di costruzione di relazioni tra ex avversari interessano ben poco a questa amministrazione.

Un effimero spirito di Anchorage potrebbe risiedere nella politica della doppia pressione. Per ammissione dello stesso Trump, l’incontro con Putin in Alaska non ha avuto successo. A seguito di esso, non si è registrato alcun progresso su nessuna delle varie iniziative proposte dalla parte russa. L’incontro potrebbe comunque aver prodotto un risultato: un certo raffreddamento delle relazioni degli Stati Uniti con l’Ucraina. Un anno fa Kyjiv aveva appena iniziato a instaurare normali rapporti bilaterali con la nuova amministrazione statunitense.

A un anno dal vertice in Alaska, persiste lo stesso tipo di situazione indefinita che prevaleva allora. Da un lato, la Russia deve affrontare nuove sanzioni, mentre i suoi partner devono fare i conti con nuovi dazi e restrizioni commerciali. Dall’altro lato, l’Ucraina potrebbe ritrovarsi priva di difesa antibalistica durante l’inverno più difficile del periodo bellico. Come nell’estate del 2025, oggi permane la pressione su entrambe le parti affinché raggiungano un accordo il più rapidamente possibile. Non esiste ancora un piano strategico per l’attuazione di tale accordo e permane l’incertezza su ciò che la Casa Bianca intenda ottenere.

La dott.ssa Lesia Bidochko è policy fellow presso l’European Policy Institute in Kyiv (EPIK), ricercatrice non residente presso l’European University Viadrina di Francoforte sull’Oder e docente di scienze politiche presso la National University of Kyiv-Mohyla Academy.

Oleksandr Kraiev è direttore del programma Nord America presso il Consiglio per la politica estera «Ukrainian Prism» di Kyjiv e docente senior di relazioni internazionali presso la National University of Kyiv-Mohyla Academy.

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Il caso Garlasco e la presunzione di non colpevolezza nell’era dei verdetti televisivi

15 Agosto 2026 ore 04:45

Sono trascorsi diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi. Il delitto ha una data; il suo processo mediatico sembra non conoscere né conclusione né giudicato. Televisione e social chiedono continuamente al pubblico di scegliere: Alberto Stasi o Andrea Sempio, innocente o colpevole. Ma la cronaca giudiziaria non è un referendum e la verità non si misura con lo share. Stasi è stato condannato in via definitiva a sedici anni. L’affidamento in prova ai servizi sociali è una modalità di esecuzione della pena, non un’assoluzione e neppure l’effetto della nuova indagine. Sempio è indagato nell’inchiesta della Procura di Pavia, che lo considera il presunto autore dell’omicidio. Al momento in cui scrivo, non è imputato, non è stato rinviato a giudizio, si dichiara innocente e gli accertamenti proseguono. La difesa di Stasi prepara una richiesta di revisione, ma una revisione annunciata non è una revisione ammessa e non cancella automaticamente una sentenza.

Criticare un giudicato è legittimo. Gli errori giudiziari esistono e il giornalismo deve controllare anche la magistratura. Ma la giustizia non si corregge sostituendo un colpevole giudiziario con un colpevole televisivo. Per capire il cortocircuito, basta osservare come cambiano le parole. Una compatibilità diventa un’identificazione; una traccia diventa una prova; una lettura accusatoria diventa una confessione. Frammenti autentici possono così produrre un racconto complessivamente deformato.

La perizia genetica ha riesaminato i dati ottenuti nel 2014 dai margini ungueali di Chiara, perché il materiale originario era stato consumato dalle precedenti analisi. Sono emersi aplotipi maschili del cromosoma Y, misti e parziali, compatibili con Sempio o con altri uomini della sua linea paterna. È un dato importante, ma non identifica una persona. Non permette neppure di stabilire con rigore quando e come quel materiale sia stato depositato, né se derivi da contatto diretto, trasferimento secondario o contaminazione. Sminuirlo sarebbe scorretto; presentarlo come «il Dna dell’assassino» lo è altrettanto.

Lo stesso metodo vale per l’impronta 33. I consulenti della Procura e quelli di Stasi la attribuiscono a Sempio; i tecnici della sua difesa e quelli della famiglia Poggi contestano, con argomenti differenti, l’attribuzione o il collegamento con la dinamica dell’omicidio. Il test specifico eseguito nel 2007 per la ricerca di sangue umano diede esito negativo, mentre la difesa di Stasi ha proposto una diversa ricostruzione. L’impronta non è databile. Attribuzione, datazione e significato criminologico sono tre problemi distinti. Comprimerli nella parola «prova» non semplifica: altera. Anche alcune frasi intercettate nell’automobile di Sempio sono interpretate in senso accusatorio dalla Procura e ritenute prive di natura confessoria dalla difesa. Riferire entrambe le letture è cronaca. Chiamarle direttamente «confessione» significa promuovere la tesi di una parte a verità accertata.

Qui entra in gioco la deontologia. Non è un freno alla libertà di stampa né un espediente per evitare querele: è la struttura professionale della notizia. Il Codice deontologico impone accuratezza, completezza, verifica delle fonti e rispetto della presunzione di non colpevolezza. Prescrive inoltre di distinguere tra cronaca e commento; accusa e difesa; pubblico ministero e giudice; indagato, imputato e condannato; provvedimenti definitivi e non definitivi.

Non sono sottigliezze. Scrivere «secondo la Procura» chiarisce chi sostiene una ricostruzione. Precisare «consulenza di parte» ne indica origine e valore. Il condizionale non indebolisce una notizia: comunica onestamente il grado di certezza raggiunto. Essere super partes non significa assegnare lo stesso peso a ogni voce, ma dichiarare origine, limiti e forza dimostrativa di ciascun elemento.

È esattamente contro le scorciatoie della suggestione che ho scritto “Cento tecniche segrete del giornalista investigativo. Domande, strategie e consigli pratici per arrivare alla verità”. Il titolo parla di segreti, ma quello più importante è forse il meno cinematografico: non innamorarsi mai della propria tesi. Il manuale traduce in strumenti concreti il metodo già sviluppato in “Giornalismo investigativo e d’inchiesta”, pubblicato nel 2025 dall’Ordine nazionale dei giornalisti e dalla Fondazione sul giornalismo italiano Paolo Murialdi. Il principio è semplice: separare sempre il dato, la fonte, l’interpretazione e ciò che quel dato consente realmente di concludere.

Tra le cento tecniche c’è quella dei Tre Perché, che obbliga il giornalista a superare la spiegazione più comoda. Applichiamola a una frase diventata un classico di molte pseudo-inchieste: «Qui nessuno parla: hanno paura». Perché il silenzio dovrebbe dimostrare la paura? Perché escludere pudore, diffidenza, stanchezza, tutela legale o semplice indisponibilità? Perché una supposizione del cronista dovrebbe diventare la conclusione del servizio?

Se a queste domande non seguono fatti verificabili, non è stata scoperta l’omertà: è stato attribuito arbitrariamente un significato al silenzio. «Nessuno parla perché tutti hanno paura» è una suggestione a buon mercato venduta come inchiesta. È anti-giornalismo, perché trasforma l’assenza di risposte nella conferma della tesi che non si è riusciti a dimostrare. Il giornalismo investigativo non riempie i vuoti con l’immaginazione: li rende visibili e, quando non può superarli, ha l’onestà di dichiararli.

Il processo mediatico premia invece la certezza immediata. Una stessa fonte, rilanciata da programmi, siti e profili social, sembra diventare un coro di conferme indipendenti. Nascono tifoserie che non esaminano più gli elementi, ma difendono una narrazione. Non serve un complotto per deformare un caso: basta un sistema che remunera le certezze e considera il dubbio una debolezza.

Al centro dovrebbe tornare Chiara Poggi. Tutelare la presunzione di non colpevolezza di Sempio non significa assolvere Stasi; ricordare la condanna definitiva di Stasi non impedisce di analizzarla criticamente; rispettare la famiglia Poggi non autorizza a indicare un nuovo colpevole prima del giudice. Il pubblico non ha bisogno di un magistrato senza toga, di un detective da salotto o di un cronista che scambi i punti esclamativi per prove. Ha bisogno di professionisti capaci di spiegare che cosa è accertato, che cosa è contestato, chi sostiene ogni tesi e che cosa ancora non sappiamo. Il bravo giornalista non è quello che arriva per primo a un colpevole. È quello che, per arrivare alla verità, non sacrifica nessuno lungo la strada.

“Cento tecniche segrete del giornalista investigativo”, Alessandro Politi, Oligo editore, 280 pagine, 19 euro

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Guido Maria Brera, e l’illusione di fermare il tempo

15 Agosto 2026 ore 04:45

Clessidra orario tempo

Mentre scorrono i titoli di coda e le luci non sono ancora state accese e il buio della sera è intatto, lascio la fila di sedie del cinema all’aperto.

Sulla retina mi sono rimaste impresse – sovrapposte, eppure vivide – immagini di distruzione. Edifici disintegrati dalla guerra, edifici mutilati, muri anneriti dalle esplosioni. Edifici di nuova costruzione, in cemento.

Osservare rovine che non appartengono a un remoto passato sembra assurdo. Un controsenso, uno spreco, una presenza – o un’assenza – innaturale. Mi sono lasciato dietro il baracchino della biglietteria e sono fuori, in strada, eppure sento risuonare le parole che poco fa mi venivano incontro dallo schermo. “Odio il cemento, perché il cemento è arido. Su un edificio di cemento non cresce nulla, e non appartiene al mondo naturale”.

Nella grande piazza simmetrica, l’obelisco indica il cielo. Salgo su un taxi, do l’indirizzo e la macchina si muove nella sera inoltrata, lungo la direttrice nord-sud. Mentre i pensieri non riescono ad allontanarsi dalle immagini e dalle voci del documentario Architecton del regista russo Victor Kossakovsky, la macchina si muove per la città che il cemento ha reso abnorme, la città delle palazzine e dei palazzinari, delle borgate e dei quartieri oltre il Raccordo, oltre la cintura dell’Agro, oltre i confini – a forza.

Non è successo solo qui. Durante il boom edilizio del Novecento, l’Italia intera è stata sommersa da una colata di cemento. Edifici, infrastrutture: sono sorti in tutto il Paese, con la violenza della fame.

Era la fame di costruire, riempiendo il vuoto lasciato dalla guerra. Ed era la fame di speculare, estraendo valore dallo sfruttamento del territorio.

Oggi quel cemento si è deteriorato, e così ha svelato quanto fosse scarsa la sua qualità. Quale errore sia stato consegnarsi alla violenza di quella fame. Anche perché, oltre ai danni che il cemento subisce, c’è da mettere in conto la difficoltà di smaltirlo. Invece, la pietra è eterna. E il legno, che eterno non è, si smaltisce facilmente.

Abbiamo abusato del cemento nel tirar su le città degli ultimi ottant’anni, e nelle città abbiamo concentrato sempre più persone. L’insostenibilità è pesante come una coperta che non riusciamo a toglierci di dosso, e ci soffoca.

C’è una Roma della Pietra, che testimonia la sua eternità millenaria, e c’è una Roma del Cemento, che poggia le fondamenta sull’effimero. E io sto attraversando queste due città, io che non conosco la consistenza della pietra né quella del cemento. Io che sono nato e cresciuto qui e poi sono andato via – sono andato lontano. Io che conosco la consistenza impalpabile dei flussi di capitale, gli input intangibili che muovono denaro sulle dorsali delle transazioni finanziarie.

Mi chiamo Massimo De Ruggero, io. Ho cinquantacinque anni, il vestito scuro, la camicia bianca, un doppio passaporto. Per molti sono un uomo dell’alta finanza. Per i pochi che mi conoscono davvero, sono una delle menti che tessono la trama nascosta di un piano di dominio. Appartengo alla cerchia di invisibili impegnati in una guerra che non fa rumore. Una guerra per la supremazia dell’Occidente, per conservare l’equilibrio, lo stato di cose presente. Combattiamo una guerra contro l’entropia, contro la disgregazione inevitabile della realtà. Sì, abbiamo il potere che non ama i riflettori, l’unico potere che conta.

Ci chiamano i Diavoli.

Al centro dei mercati finanziari, ai vertici delle grandi banche d’affari, sull’onda più alta dei flussi di capitale, scongiuriamo crisi, sventiamo catastrofi, differiamo apocalissi. Sosteniamo la necessità del male minore per scampare al male più grande. Abbiamo inondato l’Occidente con un diluvio di cartamoneta quando il sistema del credito era inaridito, ai tempi della grande crisi finanziaria del 2007. Abbiamo abbassato i tassi d’interesse. Abbiamo attaccato i debiti sovrani e ancorato titoli di Stato allo zero. Inganniamo e manipoliamo. Nessun aspetto della vita umana elude il nostro controllo.

I giorni svaniscono. Il tempo procede secondo una direzione precisa: da ieri a oggi, da oggi a domani. Gli imperi collassano. Gli uomini invecchiano. Le alleanze si frantumano. Il moto disperde energia, l’energia si trasmette inderogabilmente da un corpo più caldo a uno più freddo. L’entropia cresce, il disordine aumenta. Dalle galassie nel vuoto cosmico fino ai corpi umani sui marciapiedi intorno a me: tutto si corrompe, trascinato dal divenire.

Ho vissuto per oppormi a questo principio, per arrestare il Tempo – annullare la dispersione d’energia, dipanare il segreto dell’eternità, risolvere l’arcano del moto perpetuo. Di tanto in tanto, eventi non considerati mi ricordano la natura utopica del mio sforzo. Forse anche il mio progetto mostra delle crepe, di certo anch’io invecchio. Io, Massimo De Ruggero, un tempo al vertice della grande banca, oggi invisibile argine che contiene le spinte irrazionali dell’Occidente.

L’auto imbocca la consolare, scivola silenziosa tra i grandi volumi dei palazzi addossati l’uno all’altro. Pubblicità luminose, alberi scuri, l’asfalto crepato che fa sobbalzare.

Il tassista rallenta e accosta, senza spegnere il motore, in corrispondenza dell’indirizzo che gli ho dato. Lascio una mancia generosa e scendo, senza rispondere all’augurio di una buona serata.

L’edificio su cui sollevo lo sguardo è spettrale nella sua decadenza. Sta un passo indietro rispetto alla strada, con la sua ampia parete a vetri che deforma le luci dei lampioni e con i suoi tetri piani di cemento.

Fu realizzato negli anni Cinquanta, su progetto dello stesso architetto che poi avrebbe progettato un ponte di Genova diventato famoso, il viadotto Polcevera. Nessuno lo chiama così, da quand’è diventato famoso – da quando il ponte è crollato, il 14 agosto 2018, togliendo la vita a quarantatré persone e lasciandone oltre cinquecento senza casa.

Il nome di questo edificio, invece, è rimasto lo stesso nella fatiscenza e ancora è annunciato, in verticale, su un margine della facciata. Un nome che è un paradosso, a guardare il palazzo da così vicino: cinema Maestoso.

Come il cemento si corrompe e dà forma a una rovina, così l’uomo deperisce fino a sgretolarsi. Usare un materiale piuttosto che un altro misura l’ambizione della prospettiva. Come gli architetti si impegnano a innalzare costruzioni solide, così i Diavoli sono custodi dell’ordine costituito.

Dall’ombra, accanto all’ingresso, viene fuori la figura di un uomo. Mi fa cenno.

Lo avvicino, e l’uomo dice, in fretta: «Tutto a posto, signore. Per quanto strana fosse la sua richiesta, mi hanno detto di farla entrare. Prego, di qua…». Poi mi precede all’interno dell’edificio. Lo seguo, e passo di fianco alla biglietteria in disuso. Do un’occhiata distratta ai manifesti dei film, sulle pareti dell’atrio – locandine del 2018 che sembrano vecchie di decenni.

L’uomo mi fa strada fino a una grande sala. Si sposta di lato e mi guarda, come per interpretare la mia espressione. Mi alleno da una vita all’imperturbabilità. E poi qui regna la penombra.

Chiedo di essere lasciato solo, e l’altro annuisce: «Pochi minuti, però». Lo vedo allontanarsi, la porta antincendio si chiude.

Mi volto verso lo schermo enorme, spento, incapace di illuminare la distesa di poltroncine. E a passi misurati, quasi solennemente, vado a sedermi nell’ultima fila. Ritrovo il tessuto sdrucito della poltroncina – contatto morbido, familiare.

Quanti pomeriggi, quante sere, ho trascorso in questo cinema… Non saprei immaginare un numero, io che vivo di numeri. So che lo chiamavo il mio cinema, e che ero un ragazzino, nell’Italia innamorata dell’America reaganiana. Venivo a vedere immagini proiettate direttamente dalla Hollywood di quegli anni. Ero con gli acchiappafantasmi che riportavano New York fuori dal caos. Andavo avanti e indietro nel tempo con Marty McFly, con Doc e con la DeLorean. Facevo manovre coraggiose sui caccia in volo, e mi aggiustavo i capelli con le mani per avere il taglio di Tom Cruise. Avverto una stretta al cuore – la nostalgia si prende sempre più confidenza di quanta gliene accorderesti. Poi un rumore improvviso mi fa trasalire, e allora mi guardo attorno sforzando gli occhi. «C’è qualcuno?», domando. La sensazione insopportabile di essere colto di sorpresa.

La sala però risponde col silenzio. Tutto è immobile. Resto in attesa, per un tempo che mi sembra durare troppo a lungo. Finché in effetti una voce riempie l’aria, sfruttando l’acustica della sala. «È un buon investimento», dice, da qualche parte di fronte a me. Ha parlato in inglese, ma ho riconosciuto l’accento della East Coast.

Mi volto in direzione della voce, e distinguo a fatica qualcuno in piedi, tra il fondo e la metà della sala. Un uomo dai lineamenti che si confondono, nella quasi assenza di luce. Ma si vede com’è vestito: lo stile è quello appariscente dei vecchi finanzieri della Wall Street anni Ottanta. Le righe vistose della camicia macchiano di colore l’uniformità dell’ambiente in penombra. Le bretelle, evidenti, mi ricordano chissà perché le cinture di munizioni che fasciavano John Rambo. Scrollo la testa. «Pensavo di aver comprato il diritto di stare da solo in questo posto…».

Non mi muovo, seduto sulla poltroncina. Né si muove lui – in piedi, laggiù. «Non rimproveri i suoi interlocutori. Io per certi versi, qui…», e con un ampio, teatrale gesto della mano abbraccia l’ambiente, «…sono di casa». «Avrei detto che fosse newyorkese». «Quelli come noi sono di casa ovunque si possano far soldi». Socchiudo gli occhi, quasi per diradare l’oscurità che copre come una nebbia il viso dell’uomo. Non rispondo, mi limito ad accentuare la pressione del tacco sul pavimento.

«Faccio finanza anch’io», prosegue l’Americano, «da più tempo di lei. E la seguo da molto…». Con un gesto svelto, addirittura performativo, estrae dalla tasca un grosso sigaro e lo punta verso di me. «Massimo De Ruggero, classe 1969, nato proprio qui, a Roma. Appena ha potuto, ha lasciato l’Italia e ha fatto fortuna a Londra. Ha scalato la piramide fino ai vertici di una grande banca d’affari, una delle più grandi. È stato capo del fixed income. Area di responsabilità: Europa. Si occupava di titoli di Stato, poco prima del Great Crash del 2007. Poi è svanito nel nulla, proprio quando stava per avere inizio il gran banchetto sui debiti pubblici della periferia europea. Secondo qualcuno, ha avuto delle esitazioni… morali, per così dire, e questo sarebbe sbagliato perché il nostro mestiere non ammette esitazioni e nemmeno la morale. Secondo altri, un italiano come lei non piaceva al board della banca, e questo sarebbe miope. Adesso certe voci confidenziali dicono che è rimasto nel campo, Mr De Ruggero, ma ha cominciato a fare altro. O forse si è dato al cinema?».

Comincio ad applaudire. Lentamente, senza tradire emozioni, il viso chiuso, impenetrabile. «Tutta questa applicazione è sprecata, Mr…?». Lo sento ridere di gusto, a piccoli scoppi nervosi. «Gekko. Il piacere è mio». «Gekko?», ripeto. «Come Gordon Gekko?».

L’Americano non risponde, ma sembra annuire. Si mette il sigaro in bocca, lo accende. Un bagliore che dura troppo poco per poter afferrare i lineamenti.

«Non deve avere molta fantasia se sceglie il nome di un personaggio così famoso, una vera leggenda del cinema degli anni Ottanta, e proprio in un cinema…».

«Ecco!», esclama, scuotendo il sigaro. «Gli anni Ottanta: è un bell’argomento da affrontare in una sera d’autunno, in un luogo abbandonato della Città Eterna, come la chiamate. Perché in quegli anni era tutto più facile. Da una parte noi, dall’altra i comunisti. In quel periodo, Max… posso chiamarti Max, vero? In quel periodo abbiamo fatto soldi degni di questo nome. Quando Wall Street era ancora Wall Street e distruggere era un modo di creare. Compravamo aziende, le smembravamo e ne rivendevamo i pezzi pregiati. Lavoratori e sindacati erano solo variabili dipendenti delle nostre plusvalenze. La consunzione era un’opportunità. I mondi che franavano – posti come questo dove siamo – erano un pozzo di occasioni. Nessuna politica, nessuna teoria, nessuno scrupolo. Molti piaceri della vita: belle donne, ottimo whisky, ottimi sigari… Quando siete arrivati voi, era tutto finito».

Colgo il rammarico nella voce, il mito di una stagione dorata che ormai somiglia a un’era geologica addietro. L’idea della finanza come grande forza accaparratrice.

«Voi?», gli chiedo. «Non sono abituato a parlare a nome di altri». Inverto la posizione delle gambe – la poltroncina scricchiola. «In ogni caso, all’inizio sì, avevo pensato di comprare questo posto, insieme a un amico produttore. Pensavo a un cinema di nuova generazione, dove non si facessero solo proiezioni. Ma poi quell’investimento è saltato. Per un mio scrupolo, per una mia esitazione, perché ho l’impressione che i cinema stiano diventando come gli stadi del football: luoghi senza più anima, votati al consumo e all’intrattenimento e non al gioco in sé, non alla storia che va in scena. E non volevo contribuire a questa trasformazione, a snaturare la natura popolare dello spettacolo».

«Mah», commenta Gekko, «avrebbe potuto essere un buon business, avresti fatto soldi, che alla fine è sempre quello che conta». Il viso continua a restare in ombra, ma ho l’impressione che stia sogghignando. «Comunque, io una storia da raccontarti ce l’ho. Sempre che ti interessi sentirla…».

Scrollo le spalle. «Le buone storie dovrebbero essere gratis».

«Ah, questa lo è». L’Americano stira con la mano la cravatta, prima di attaccare: «Alcuni raccontano che ogni terzo mercoledì del mese, da diversi anni, in una stanza al tredicesimo piano di un grattacielo a Midtown Manhattan, si riuniscano delle persone. Dicono che in quella stanza ci sia un tavolo circolare e che intorno a quel tavolo siedano gli Invisibili: gli esponenti delle più importanti banche d’affari degli Stati Uniti, consulenti del Tesoro americano, uomini legati alla Federal Reserve Bank e una stretta selezione di raider dei più grandi hedge fund. Sono il cerchio magico che difende il nuovo ordine mondiale. Secondo qualcuno compongono una cupola, una super loggia che manipola i destini del pianeta. Io credo che funzionino piuttosto come una camera di compensazione, dove si mediano interessi e si formano orientamenti condivisi. Ma sta di fatto che nessuno ne sa niente. C’è perfino chi sostiene che il tredicesimo piano sia uno spauracchio costruito ad arte, una leggenda per montare le masse contro una presunta élite». Traccia disegni col fumo del sigaro, nell’aria ferma del cinema dismesso. «E alcuni raccontano che tu sia uno degli esponenti più in vista di questa cerchia».

«Mr Gekko, non ho molto tempo a disposizione, ma credo sia giusto darle una risposta», dico infine, dopo aver sentito scemare il fastidio per quell’espressione – “in vista” – così inappropriata, ridicola. «Quando ho cominciato, credevo non esistessero limiti. Viaggiavamo a velocità folle, in un contesto frenetico. Voi americani smantellavate il sistema di controllo sull’economia, abolivate la distinzione tra banche d’affari e banche d’investimento. Sembrava di scendere le rapide di un fiume di liquidità. I tassi erano bassi, e così abbiamo finanziato di tutto. Per avere la protezione garantita dal welfare bisognava passare dalle banche: casa, sanità, istruzione… La gente chiedeva soldi per comprare beni e sicurezza – diritti, li chiamerebbe qualcuno. I democratici a Washington erano i migliori alleati possibili, molto più dei vostri repubblicani degli anni Ottanta. La finanza stava cambiando, perché il mondo stava cambiando. Poi, ai tempi dei subprime, le vostre banche si sono salvate stampando dollari. Era l’unico modo per uscire dalla crisi nella direzione giusta. Così, abbiamo pilotato risorse pubbliche per salvare le banche. Abbiamo contribuito a destabilizzare i bilanci degli Stati, in Europa. Abbiamo aumentato la ricchezza di chi era già ricco, per evitare un’implosione definitiva. Abbiamo evitato la barbarie, come avrebbe detto qualcuno. E l’abbiamo fatto perché non c’era altra scelta, Mr Gekko: una cura estrema per una malattia acuta. Non se ne poteva uscire diversamente. Certo, una cura estrema comporta danni collaterali… Voi, invece, compravate e vendevate azioni, scalavate società e arrotolavate banconote piegati sui tavoli per tirare su l’umore».

L’Americano inizia a tamburellare ritmicamente le dita su una coscia. «Anche quella che hai raccontato è una storia. Mi chiedo se è a me che l’hai raccontata, o se cerchi di persuadere te stesso», dice. «Siamo più simili di quanto ti piaccia pensare, Max. In tempi diversi siamo stati l’1% dell’élite proprietaria del pianeta. Non siete la nuova Camelot, siete quelli di sempre. Vi piace immaginarvi come i cavalieri di una tavola rotonda, i rigorosi guardiani dell’esistente che hanno eletto l’invisibilità a norma, che odiano gli eccessi e non sono devoti del profitto, bensì della supremazia di un mondo. Vi piace dirvi monaci-guerrieri, mentre a noi bastava essere bastardi senza gloria. Siete solo venuti dopo di noi».

Le persone che mi provocano per innervosirmi ottengono sempre l’effetto opposto – rivelando quella speranza, mi fanno sentire più forte. La presunzione si esibisce solo quando si ha paura.

Con la voce calma, la voce di un saggio che vede nel buio, dico: «Lei forse conoscerà la leggenda del Grande Inquisitore. La storia dell’incontro, nella Spagna del Quattrocento, tra il Cristo risorto e l’uomo a capo dell’Inquisizione che lo ha fatto arrestare. Ebbene, Cristo non capisce di quale colpa sarebbe reo e il Grande Inquisitore dice che la libertà offerta ai cristiani dal suo esempio non è adatta a tutti gli uomini. C’è bisogno di un’autorità forte che amministri la libertà fingendo di farlo in nome di Cristo stesso. È un inganno freddo, sleale come ogni inganno, ma in ultima istanza necessario». Faccio una pausa, perché le parole in una sala cinematografica guadagnano un’eco, e quindi forza. Poi continuo: «Di certo, Gekko, saprà che ai suoi tempi la politica si ritraeva mentre la finanza avanzava. Nelle cose degli uomini non esistono i vuoti, non esistono altri mondi possibili: l’unico è quello garantito dall’1% di loro, e oltre i confini della realtà c’è solo catastrofe. Ecco perché nel qui e ora che modelliamo non esiste futuro, né movimento, né entropia. Solo un perenne inverno che conserva la civiltà sotto una coltre. L’unica esistenza ancora concessa all’Occidente. Così, i sigari diventano cenere, il ghiaccio si scioglie nei bicchieri da cocktail, la bellezza sfiorisce, la ricchezza si disperde, il cemento si sgretola, i bei film finiscono, i cinema chiudono… Siamo venuti dopo di voi, è vero, e abbiamo dovuto preoccuparci delle macerie che avete lasciato. Insomma, Gekko: non è mai una questione di soldi. È una questione di sopravvivenza e del potere che può garantirla. E l’unico, vero potere è la finanza».

Il sigaro dell’Americano si è spento, tra le sue dita, come se lo avesse stretto con troppa forza, o come se la sala rispondesse a proprie regole chimiche, che non permettono la combustione troppo a lungo.

Dalla penombra, sento Gekko dire: «Quelli come te sono una condanna all’immobilità. Se non ci foste e gli uomini fossero liberi da inganni e manipolazioni, allora le possibilità di ripartire si sarebbero già date. Saremmo già in un futuro diverso. Sei convinto di guadagnare tempo, Max, invece lo stai bruciando. Gli uomini non cambieranno mai, e tenerli prigionieri nelle maglie del controllo… semplicemente, non è giusto. L’avidità – non trovo una parola migliore – è giusta. L’avidità funziona, rende chiaro, fa suo lo spirito evolutivo. L’avidità in ogni forma: avidità di vita, d’amore, di sapere, di denaro… ha impostato lo slancio in avanti del genere umano. E sarà solo l’avidità a salvare l’Occidente, e il mondo intero. Il nostro tempo non è mai finito».

Chiudo gli occhi. Ho bisogno di una pausa, di un fotogramma nero. Controllo la respirazione.

Non appena sollevo di nuovo le palpebre intuisco che Gekko è scomparso, prima ancora di mettere a fuoco lo spazio vuoto. Nello stesso momento sono improvvisamente, terribilmente sicuro di aver vissuto un film. E che davvero è l’ultimo film andato in scena qui – in questa sala, in questo cinema che tanti anni fa, quand’ero soltanto un ragazzino, chiamavo mio.

Questo racconto di Guido Maria Brera è tratto dal nono numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta, dedicato al cinema. È stato pubblicato per la prima volta nell’autunno 2024. Si può acquistare qui, allo store de Linkiesta.

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Quello che il satellite vede a Gaza, e che la ricostruzione non racconta

15 Agosto 2026 ore 04:45

Gaza

Il 7 agosto il Board of Peace ha assegnato il suo primo contratto: una base militare, non un ospedale, non alloggi per gli sfollati. È l’organismo voluto da Donald Trump per gestire la ricostruzione di Gaza, che lui stesso presiede e la cui gestione operativa ha affidato al genero Jared Kushner e a Steve Witkoff. La base misura 100 metri per 120 ed è pensata per 150 soldati della forza di stabilizzazione internazionale. La costruisce la Arkel International, un’azienda della Louisiana che ha già lavorato per l’esercito americano in Iraq. Secondo l’anticipazione del Guardian, il contratto non è ancora formalmente chiuso, ma è alle battute finali.

Il punto di partenza è metodologico: il satellite non ha opinioni, misura. Da ottobre a oggi il contesto politico è cambiato. C’è un cessate il fuoco, c’è un piano in quindici punti, c’è un organismo internazionale con un nome che promette pace. La traiettoria fisica sul terreno, a giudicare dai dati che seguono, non è cambiata. L’analisi che segue non si limita a citare le fonti satellitari pubblicate da altri: per questo articolo sono state scaricate due immagini PlanetScope, datate l’8 gennaio e il 3 marzo 2026, sullo stesso punto della Striscia. Il confronto è la sintesi più chiara di questi sei mesi.

La Linea Gialla, spiegata
Con il cessate il fuoco di ottobre 2025 è stata tracciata una linea di demarcazione, chiamata informalmente Yellow Line, che segna il limite fino a dove le forze israeliane si sono ritirate dalle posizioni di massima avanzata. Doveva essere una linea temporanea, il primo passo di un ritiro progressivo. Da allora quella linea non è arretrata: secondo le analisi satellitari raccolte da Al Jazeera, Forensic Architecture e BBC Verify, si è invece consolidata in un confine fisico, permanente, che oggi delimita una fascia compresa fra il 55 e il 60 per cento del territorio della Striscia sotto controllo israeliano diretto. A fine maggio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dato indicazioni di voler estendere il controllo militare fino al 70 per cento del territorio.

Wikipedia le ha dedicato una voce propria, «Yellow Line (Gaza)». È un indicatore di quanto la linea sia diventata un oggetto di cronaca permanente, non più un dettaglio tecnico di un cessate il fuoco.

Cosa documentano le fonti open source
Tre organizzazioni indipendenti, con metodo dichiarato e immagini datate, hanno seguito l’evoluzione della linea gialla mese per mese.

La Al Jazeera Open Source Unit ha pubblicato il 3 giugno un’analisi che, su dati satellitari fino a maggio 2026, identifica 40 avamposti militari israeliani distinti entro i confini di Gaza. Il dato più rilevante non è il totale, ma la scomposizione: otto di queste basi sono state costruite interamente dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco di ottobre 2025, una era ancora in costruzione attiva al momento della pubblicazione. Tra i siti documentati: una base costruita sulle rovine di un cimitero a Khan Younis, con lavori iniziati a novembre 2025 e «completamente equipaggiata» con piazzali per veicoli entro maggio; una struttura interamente recintata a Beit Lahiya; un ampliamento del 70 per cento della superficie di un sito a est di Gaza City tra ottobre 2025 e maggio 2026. Il 23 luglio Al Jazeera è tornata sul tema con un’analisi dedicata a un terrapieno con fossato lungo oltre 23 chilometri (la Striscia ne misura circa 40 in tutta la sua lunghezza), costruito nei mesi precedenti e documentato da un’immagine Planet Labs del 1° luglio, distribuita anche tramite Associated Press. In alcuni punti il terrapieno supera la linea gialla concordata: di circa 400 metri a Khan Younis, fino a 1.300 metri a Rafah.

Forensic Architecture, il centro di ricerca spaziale dell’Università di Londra Goldsmiths che da anni applica alla ricostruzione di eventi di conflitto la stessa logica di evidenza fisica usata nelle analisi Sentinel, mantiene sulla piattaforma Frames un monitoraggio continuativo della linea gialla: non un singolo pezzo, ma un archivio di verifiche datate e georeferenziate. Le loro misurazioni, aggiornate a fine maggio, parlano di 25 chilometri complessivi di nuovi terrapieni, con un singolo tratto continuo di 11 chilometri che corre da Wadi Gaza fino a Khan Younis, il tratto più lungo mai documentato finora. Avevano già seguito, da dicembre 2025, la costruzione di una base a Jabalia, nel nord della Striscia, progressivamente fortificata nei mesi successivi.

BBC Verify, la squadra di verifica satellitare della BBC, ha pubblicato il 29 luglio un pezzo firmato dalla corrispondente Yolande Knell insieme a Emma Pengelly e Benedict Garman, in cui le immagini satellitari analizzate mostrano, secondo la sintesi della stessa BBC, che «in alcune aree il terrapieno di terra sposta di fatto il confine» più addentro nella Striscia rispetto alla linea gialla nominale. Solo nel mese di luglio, secondo l’articolo, decine di edifici in più sono stati demoliti oltre la linea gialla nell’area di Khan Younis e Deir al-Balah. Andreas Krieg, del King’s College London, ha commentato lo spostamento dei blocchi di cemento gialli che segnano fisicamente il confine definendolo, in dichiarazioni riportate dalla stampa, uno strumento di pressione territoriale. Reuters, il 28 luglio, ha raccontato la stessa dinamica dal punto di vista dei residenti del quartiere di Zeitoun, a Gaza City, che si ritrovano i blocchi gialli spostati durante la notte.

Vale una precisazione, perché il tema del «confine mobile» e della Linea Gialla ricorre anche altrove: Bellingcat ha pubblicato a maggio un’analisi satellitare rigorosa su una Yellow Line, ma è quella del Libano meridionale, una zona di sicurezza israeliana distinta che ha danneggiato o distrutto almeno 46 città e villaggi libanesi. È lo stesso lessico militare israeliano applicato a due teatri diversi, non lo stesso confine. Chi scrive di questo tema dovrebbe tenerli separati con cura: per questo qui non viene citato come fonte su Gaza, ma segnalato come nota a margine sul metodo.

La mappa che segue (fig. 1) riassume in forma semplificata i punti citati sopra: l’andamento della linea gialla e le posizioni approssimative dei siti documentati da Al Jazeera, Forensic Architecture e BBC Verify.

Schema semplificato, non in scala geografica esatta, della Yellow Line e dei principali avamposti e terrapieni documentati dalle fonti open source citate nel testo. Elaborazione dell’autore su dati Al Jazeera Open Source Unit, Forensic Architecture, BBC Verify

Cosa mostrano le nuove immagini
Tutte le fonti citate sopra usano gli stessi strumenti satellitari impiegati per l’analisi di questo articolo, Planet Labs e in alcuni casi Sentinel Hub, ma restano fonti di seconda mano finché i dati non vengono verificati direttamente. Le due acquisizioni PlanetScope usate qui, datate 8 gennaio e 3 marzo 2026 (le più recenti disponibili al momento della scrittura), non riguardano l’intera Striscia ma un’area ristretta in cui le fonti citate sopra segnalavano nuova attività.

Il confronto (fig. 2) è netto. L’8 gennaio, sul lato orientale dell’area osservata, c’è un piccolo avamposto quadrato, recintato, isolato su un cumulo di terra spoglia: una struttura modesta, con un solo accesso visibile. Il 3 marzo, nello stesso punto, quella struttura è diventata un forte circolare. Un terrapieno ovale di un centinaio di metri di diametro racchiude una struttura fortificata centrale, e una rete di piste per veicoli si irradia verso l’esterno a raggiera. In meno di due mesi, un avamposto è diventato una posizione fortificata permanente.

Stesso punto, due date. L’8 gennaio 2026 (sinistra) c’è un piccolo avamposto quadrato su un cumulo di terra spoglio. Il 3 marzo (destra) è diventato un forte circolare con terrapieno perimetrale e piste di accesso a raggiera. Planet Labs PBC / Piero Boccardo

Il dato più interessante non è la crescita del forte in sé: è già documentata, in altre aree, dalle fonti citate sopra. Più utile è osservare un secondo punto, a poca distanza dal primo (fig. 3). Nell’immagine dell’8 gennaio l’area è tessuto urbano e agricolo continuo, attraversato solo da una strada preesistente in diagonale. Nell’immagine del 3 marzo, nello stesso punto, un corridoio di terra sgomberata affianca quella strada, con margini netti e rettilinei, incompatibili con un canale naturale. Una rete di piste per veicoli si irradia a raggiera da un punto centrale dove a gennaio non c’era nulla. È una fascia sgomberata ex novo, con le caratteristiche di un’area di transito o di sosta per mezzi, comparsa nella stessa finestra temporale in cui si sviluppa il forte descritto sopra.

Un secondo punto della stessa area, a poca distanza dal primo. L’8 gennaio 2026 (sinistra) il tessuto urbano e agricolo è continuo, attraversato solo da una strada preesistente. Il 3 marzo (destra, con l’evidenziazione in rosso) un corridoio di terra sgomberata affianca la strada e una rete di piste per veicoli si irradia da un punto centrale prima assente. Planet Labs PBC / Piero Boccardo

A scala di intera Striscia il confronto è meno conclusivo. Un’immagine del febbraio 2023 e una del marzo 2026, alla risoluzione necessaria per coprire tutto il territorio, non permettono di distinguere con certezza un nuovo terrapieno da una strada già esistente prima della guerra: un’opera larga pochi metri richiede di restringere il campo per essere identificata. Le immagini panoramiche mostrano il contesto, quelle a maggiore dettaglio come le due sopra mostrano la prova.

Il conto che non torna
Mettiamo insieme questi piani. La Fondazione Leone Moressa e altre stime indipendenti collocano il costo della ricostruzione di Gaza fra i 70 e i 75 miliardi di dollari, quasi 200.000 edifici da ricostruire secondo le stime circolate a più riprese nei mesi scorsi. Il Board of Peace, l’organismo che dovrebbe amministrare quei fondi e quel processo, ha aperto la sua attività assegnando un contratto per una base militare. Il disarmo di Hamas, intanto, non è nemmeno cominciato: Israele lo pone come condizione al proprio ritiro, Hamas pone il ritiro israeliano come condizione al proprio disarmo. Le case mobili per centinaia di migliaia di sfollati restano, a oggi, fuori dalla Striscia.

Ciò che si muove, con una regolarità che i comunicati ufficiali non hanno, sono i terrapieni, i blocchi di cemento giallo e le piste che collegano un vecchio posto di blocco a un nuovo forte, come mostra il confronto PlanetScope qui sopra su un singolo punto della Striscia osservato in meno di due mesi.

Cosa il satellite non può dire
Vale un avvertimento metodologico, oggi come sempre. Un’immagine satellitare dice che una struttura non c’era e poi c’è, che un terrapieno si è allungato di alcuni chilometri, che una fascia di terreno è stata spianata. Non dice chi ha deciso di costruirla, con quale catena di comando, né se sia parte di un piano di annessione permanente o di una misura di sicurezza temporanea che nessuno, nei fatti, ha più intenzione di rimuovere. Quella è una valutazione politica e giuridica che spetta ad altri: analisti come Andreas Krieg si stanno già esprimendo apertamente su questo. Il satellite misura. Il resto, la ricostruzione del significato, resta un lavoro umano, e va fatto con i dati alla mano, non con gli annunci.

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Sara Curtis ha vinto l’oro europeo nei 50 dorso, migliorando il record mondiale

14 Agosto 2026 ore 07:00

Sara Curtis ha vinto i 50 metri dorso agli Europei di nuoto di Parigi, stabilendo per la seconda volta in due giorni il record del mondo. La nuotatrice italiana ha concluso la finale in 26 secondi e 56 centesimi, davanti alla francese Mary Ambre Moluh e alla britannica Lauren Cox. Curtis, che compirà vent’anni il 19 agosto, aveva già ottenuto il primato mondiale nella semifinale di mercoledì, nuotata in 26 secondi e 63 centesimi. Quel risultato aveva migliorato il precedente record di 26 secondi e 86 centesimi, stabilito nel 2023 dall’australiana Kaylee McKeown. In finale l’italiana ha abbassato di altri sette centesimi il proprio limite. Partita dalla corsia quattro, Curtis ha costruito il vantaggio nella fase iniziale e lo ha ampliato fino all’arrivo. Moluh ha conquistato l’argento in 27 secondi e 6 centesimi, con mezzo secondo di ritardo. Cox ha chiuso al terzo posto in 27 secondi e 15 centesimi.

Prima della gara di Parigi, nessuna atleta italiana aveva mai vinto una medaglia nel dorso femminile agli Europei. Dopo la finale, Curtis, ha spiegato che il primato stabilito il giorno precedente aveva reso più complicata la preparazione alla gara decisiva. «Sono veramente contentissima, è stata dura gestire le emozioni dal record di ieri. Ho faticato ad addormentarmi e oggi ho cercato di tenere tutto da parte e giocarmela fino alla fine», ha detto.  L’oro nei 50 dorso si aggiunge alle altre medaglie ottenute da Curtis a Parigi. L’11 agosto aveva conquistato il bronzo nei 100 stile libero, chiusi in 52 secondi e 72 centesimi. Il giorno successivo aveva partecipato alla staffetta femminile 4 per 100 stile libero, arrivata seconda con il nuovo primato italiano.

Curtis è anche caporal maggiore dell’Esercito e gareggia per il Gruppo sportivo dell’Esercito Italiano. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si è congratulato con lei: «Andando oltre se stessa, Sara Curtis, atleta del Gruppo Sportivo Esercito Italiano e della Difesa, entra nella storia del nuoto italiano, battendo in soli due giorni il suo stesso record del mondo e portando l’Italia sul tetto d’Europa in questi Campionati di Parigi. Brava Sara, complimenti da tutta la Difesa!».

Nella stessa giornata un altro oro italiano è arrivato dagli Europei di atletica di Birmingham. Dariya Derkach ha vinto il salto triplo con 14 metri e 60 centimetri, misura ottenuta al quarto tentativo che vale il suo primato personale e la migliore prestazione europea della stagione. La trentatreenne italiana aveva preso il comando già con il primo salto e lo ha mantenuto per tutta la finale, precedendo la belga Saliyya Guisse, seconda con 14,46 metri, e la bulgara Aleksandra Nacheva, terza con 14,40. È il primo titolo italiano nella storia del salto triplo femminile agli Europei all’aperto.

Con questi successi l’Italia ha raggiunto le 32 medaglie complessive agli Europei di Parigi, dieci d’oro, nove d’argento e tredici di bronzo. Nove sono arrivate dalle gare di nuoto in vasca, dove il bilancio italiano è salito a tre ori, due argenti e quattro bronzi.

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Un giudice ha respinto le accuse di antisemitismo dell’amministrazione Trump contro Harvard

14 Agosto 2026 ore 07:00

Un giudice federale di Boston ha respinto la causa con cui la Casa Bianca accusava l’Università di Harvard di non aver protetto adeguatamente gli studenti ebrei e israeliani dalle molestie nel campus. Secondo il giudice Richard G. Stearns, il governo non ha fornito elementi sufficienti per dimostrare che l’università stia continuando a violare le leggi federali contro la discriminazione. La causa era stata presentata dal dipartimento di Giustizia a marzo e riguardava soprattutto gli episodi avvenuti durante le proteste per la guerra nella Striscia di Gaza nell’anno accademico 2023/2024. Il governo aveva inoltre citato alcuni fatti risalenti al marzo del 2025. Stearns ha stabilito che questi ultimi erano «troppo isolati ed episodici» per sostenere l’esistenza di una violazione persistente dei diritti civili.

Il procedimento si basava sul Titolo VI del Civil Rights Act del 1964, che vieta le discriminazioni fondate su etnia, sul colore della pelle o sull’origine nazionale nei programmi che ricevono finanziamenti federali. Per il giudice, la denuncia non descriveva in modo plausibile inadempienze ancora in corso dopo il giugno del 2025, quando il governo aveva comunicato formalmente a Harvard di ritenerla non conforme alla legge.

La decisione non esclude che nel campus si siano verificati episodi preoccupanti. Stearns ha però distinto la gravità dei singoli fatti dalla possibilità di attribuire all’università una condotta istituzionale tuttora contraria al Title VI. Nel provvedimento ha scritto che, considerati separatamente o nel loro insieme, gli episodi indicati dal governo non permettevano di concludere che Harvard continuasse a violare sistematicamente la normativa.

L’amministrazione Trump sosteneva che docenti e dirigenti dell’università avessero «ha chiuso un occhio sull’antisemitismo e sulla discriminazione nei confronti degli ebrei e degli israeliani». Secondo la denuncia, durante le manifestazioni filopalestinesi alcuni studenti ebrei erano stati molestati, aggrediti, seguiti e bersagliati con sputi. Il dipartimento di Giustizia aveva inoltre accusato Harvard di aver consentito ai manifestanti di limitare l’accesso alle aule e di aver lasciato sviluppare un ambiente ostile, nel quale alcuni studenti avrebbero nascosto la kippah sotto un cappellino. Le proteste erano cominciate dopo l’attacco compiuto da Hamas in Israele il 7 ottobre del 2023 e la successiva guerra nella Striscia di Gaza. Come in molte altre università statunitensi, le manifestazioni avevano provocato forti tensioni all’interno del campus e un confronto sulla capacità degli atenei di tutelare gli studenti ebrei senza limitare la libertà di espressione e di protesta.

Harvard ha sempre respinto l’accusa di aver tollerato l’antisemitismo. In una memoria presentata a giugno, l’università aveva chiesto l’archiviazione della causa sostenendo che il governo non avesse indicato violazioni in corso o imminenti.  L’università ha detto di condannare l’antisemitismo e di voler garantire agli studenti ebrei e israeliani la possibilità di partecipare pienamente alla vita accademica senza subire molestie o esclusioni. Non ha diffuso un nuovo commento immediatamente dopo la decisione.

Il giudice ha respinto anche la richiesta di risarcimento avanzata dal governo. Secondo Stearns, la legge imponeva all’amministrazione di inviare prima una comunicazione formale che contestasse la violazione. Quella comunicazione era arrivata nel giugno del 2025, mentre la maggior parte degli episodi descritti nella causa era precedente. Il governo non poteva quindi utilizzarli come fondamento per ottenere un risarcimento. Stearns non ha esaminato un’altra argomentazione avanzata da Harvard, secondo cui la causa sarebbe stata una ritorsione contraria al Primo emendamento. Ha ritenuto sufficiente stabilire che le accuse non dimostravano una violazione ancora in corso del Titolo VI. Il dipartimento di Giustizia non ha ancora comunicato se presenterà ricorso contro l’ultima sentenza. 

La vicenda fa parte del più ampio scontro tra Harvard e l’amministrazione Trump, che ha cercato di imporre cambiamenti  nelle politiche di ammissione di alcune delle principali università statunitensi. Nei documenti giudiziari, il governo aveva spiegato di voler «recuperare miliardi di dollari di sussidi pagati dai contribuenti a un’istituzione discriminatoria». Harvard ha resistito alle richieste dell’amministrazione e ha avviato diversi procedimenti giudiziari. In un’altra causa, un giudice aveva stabilito che il governo aveva sospeso illegalmente più di 2 miliardi di dollari di finanziamenti destinati alla ricerca. La Casa Bianca ha presentato ricorso contro quella decisione. Un tribunale federale ha inoltre bloccato il tentativo di revocare a Harvard la possibilità di iscrivere studenti internazionali.

 

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