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La crisi del diritto tra ragionevolezza e autorità. Scrive il prof. Corbino

17 Ottobre 2026 ore 08:47

Tra le ragioni che hanno reso esasperatamente conflittuali le nostre società, credo meriterebbe molta più considerazione la crisi nella quale, da almeno un cinquantennio, è precipitato il diritto.

Politica e diritto hanno sempre convissuto. Non vi è stato tempo nel quale le società umane non siano state rette da leggi e costumi e dunque da una continua riflessione sul loro significato normante (diritto) cui guardare per le necessità della pratica. Quasi dovunque nella storia delle civiltà, questa concreta “determinazione” della regola è stata agevolata da “interpreti” accreditati. Nelle società antiche, erano in genere sacerdoti. Poi, nel tempo, persone individuate attraverso modalità più complesse. Le nostre attuali affondano le radici nelle due (non uniformi) visioni che ne praticarono Greci e Romani.

Ad Atene (che adottava la democrazia) era la collettività cittadina che “dichiarava” quale fosse il diritto cui fare riferimento. Vi provvedeva, in astratto, deliberando (in assemblea, a maggioranza) quale fosse il “senso” vincolante dei costumi (tali anche in ragione del consenso divino che li assisteva), che divenivano così “enunciati formali” di più definita configurazione (leggi appunto). E ne faceva seguire, in concreto, una decisione delle liti – orientata da quelle leggi – rimessa a tribunali popolari di così larga numerosità (centinaia, non raramente migliaia, di giudici sorteggiati) da potersi considerare sicuramente rappresentativi del pensiero della città. Il diritto nasceva, insomma, dal combinarsi delle tradizioni (come codificate) e dall’effettività sancita dal giudizio dell’autorità delegata (tribunale), cui spettava di sciogliere, con la decisione, le antinomie e le ambiguità.

A Roma (che adottava logiche politiche meno lineari), le cose presero una strada diversa. Dopo un’iniziale legittimazione di specialisti (ritenuti tali in ragione dello studio che dedicavano al problema) “anche” sacerdoti, la materia si considerò di competenza di specialisti spontaneamente accreditati nella pratica quotidiana. Gli interessati chiedevano loro “consiglio”, che essi elargivano e che gli altri specialisti approvavano/disapprovavano. Si formavano così nel tempo “opinioni” di largo seguito, alle quali si uniformavano gli attori della vita sociale (privati, magistrati e senato, giudici). Il diritto si fece “scienza”, espressione di un sapere coltivato liberamente (attraverso cioè il meccanismo dell’adesione/rifiuto), che generava “precetti” (ammaestramenti) di (tendenziale) generale condivisione. Condizionavano l’agire di tutti. Ne derivò un “ordinamento” della comunità (regole di organizzazione e di relazione) in permanente discussione. Quando la legge e il costume perdevano presa sociale, gli specialisti – forti del loro credito sociale di uomini di “scienza” (dal sapere perciò “convergente” e non “individuale”) – ne suggerivano (ordinariamente ascoltati) le opportune revisioni. Il “diritto” non si formava (come ad Atene) in ragione di “autorità” (una posizione eminente “attribuita”), ma di “autorevolezza” (una posizione eminente spontaneamente “riconosciuta”). Fatto che non impediva tuttavia che l’autorità conservasse un suo importante ruolo “politico”. Era pur necessario sciogliere infatti le ambiguità del costume e i dissensi degli specialisti. Da qui, la “legge” (un enunciato di “parole certe”) e il “decisore” (designato): un magistrato pubblicamente eletto (per gli affari politici) e un giudice “scelto” in accordo dai diretti interessati (per spegnere i conflitti insorti).

Semplificando nel massimo, il “diritto” era, dunque, concepito a Roma come il frutto di una “razionalità” impersonale e politica. Impersonale, perché ricavata da una riflessione dialetticamente condotta. Politica, perché operante come sintesi colta (conseguita cioè da specialisti) e momentanea (provvisoria e rivedibile) del pensiero sociale. Si “imponeva” solo nel “caso” (l’affare in questione). Per un’evidente ragion pratica. Non si poteva non chiudere un conflitto aperto o non assumere una decisione richiesta dalle circostanze. Ma l’autorità (del magistrato o del giudice) vincolava solo nel caso a mani. Con conseguenze anche di efficienza. Di un giudice scelto (fiduciariamente investito) non si poteva contestare la decisione (non esisteva perciò appello). La discrezionalità del magistrato assicurava tempestività, ma era temperata dai limiti della collegialità. Subiva il “veto” del collega nella carica, del magistrato gerarchicamente superiore, di un tribuno della plebe. Fattualmente operante era però (in quella cultura di governo) non il “veto”, ma il “non veto”.

La descritta visione cedette nel tempo.

La difficoltà di coltivare un sistema di equilibri complessi come quelli accennati (in un tempo nel quale la città divenne la capitale di un impero universale di molto meno compatta cultura) aprì la strada alla crisi della repubblica e all’avvento (dopo un travagliato secolo di lotte intestine) del principato. Dilagò lo strumento (semplificante) dell’autorità. Si moltiplicarono le “leggi” e i sapienti (giuristi) non furono più legittimati da spontaneo consenso ma dal principe, che ora ne autorizzava direttamente l’attività (ovviamente, dei fedeli ideologicamente). Si spense la discrezionalità dei magistrati (tenuti ad osservare le direttive del principe). I giudici divennero pubblici funzionari (e i loro giudizi perciò appellabili). Il diritto non fu più espressione di una razionalità “impersonale” (e mediante), ma di una “personale” (e indirizzante). Conformativa. Non ne siamo più usciti.

Da quel momento, si è imposta come “naturale” l’idea di una giuridicità espressione di un soggettivo punto di vista (quello del “governante” insediato). Al punto che – caduto l’assolutismo – è stata fatta propria dai regimi (“liberali” e poi “democratici”) subentrati. Ne hanno solo spostato il focus. Non più il “monarca”, ma la “maggioranza”. È stata rimossa dal nostro orizzonte l’idea (di Roma repubblicana) di una “politica” che dovesse agevolare convergenze piuttosto che prevalenze.

Siamo così a oggi.

È divenuta comune l’idea che il “diritto” sia uno strumento rivolto ad “affermare” visioni e valori. A “plasmare” ideologicamente le società. Nelle “autoritarie”, spudoratamente. Surrettiziamente, purtroppo, anche nelle “libere”. Adottiamo costituzioni “rigide”, tarate non su una storia in movimento, ma su una cristallizzata (quella del tempo della loro scrittura). Non comprendendo che – divenendo quel tempo progressivamente più distante – tende a riflettere equilibri spesso non più sostenibili, che non sopiscono ma acuiscono le tensioni.

L’autorità è una componente ineliminabile della “giuridicità”. Non ne può essere però la dominante. Il diritto ha una funzione pratica. Serve a governare le “decisioni”. A scegliere tra possibilità. Altro, perciò, che la sua determinazione “autoritativa” (legge, sentenza) operi come criterio ultimo dirimente (il “punto di vista” di una provvisoria maggioranza o di un giudice), altro invece come criterio primo. Se si cancellano dall’orizzonte i costumi (che tuttavia vivono e orientano nei fatti) e si vede nella “legge” il solo criterio di riferimento, se il giudice diviene un “funzionario” preposto che esprime la “sua” razionalità (di individuo o di corporazione non cambia molto) e non quella ricavata da un’elaborazione studiata “aperta” (un approdo “mediante” di convergenti consensi), accadrà quel che osserviamo quotidianamente. Con il seguito di montanti tensioni che ne vengono.

Solo a titolo di esempio. La Corte costituzionale francese ha giudicato di recente “irragionevolmente” compressivo della libertà di espressione, limitare l’uso dei cellulari ai minori di 15 anni. Quella spagnola ha dichiarato addirittura che il mare non è una barriera e che chi, perciò, approda su una costa esposta non viola alcun confine. Due idee di “ragionevole” che non so quanti sottoscriverebbero.

Siamo sicuri che le nostre (intendo quelle “libere” nelle quali viviamo) siano ancora società presidiate da regole che abbiano la finalità di assicurare a chi vi appartiene limiti che siano espressione di una “razionalità” comune o non piuttosto aggregati che subiscono vincoli giustificati da una “razionalità” (rispettabile, ma) soggettiva? La “razionalità” che orienta il “decisore” pubblico di una vicenda a lui rimessa nasce ancora dai consociati o non piuttosto da una ristretta e “chiusa” cerchia di legittimati “autoritativamente”? È una razionalità che può dirsi ancora fonte di “diritto” (regola mediante e storicamente fluida) o non piuttosto di “legge” (regola imposta), per di più né di parole certe e nemmeno voluta da una maggioranza (come almeno la decisione parlamentare resta ancora)?

È davvero un progresso civile avere esasperato il ruolo della “legge” (la decisione “autoritativa”) e cancellato il “diritto-scienza” (la proposta “autorevole”) dai nostri orizzonti?

Da Lima a Santiago, così la diplomazia economica cerca nuovi sbocchi

17 Ottobre 2026 ore 08:13

C’è una parte dell’America Latina che sta attraversando una trasformazione politica destinata a incidere anche sui rapporti economici con l’Europa. È quella del Pacifico sudamericano, dove Cile e Perù, due economie ricche di risorse strategiche e profondamente integrate nei mercati internazionali, hanno recentemente inaugurato una nuova stagione politica. L’insediamento di José Antonio Kast alla presidenza cilena, nel marzo 2026, e quello di Keiko Fujimori in Perù, nel luglio successivo, hanno portato alla guida dei due Paesi governi conservatori che attribuiscono particolare importanza alla sicurezza, alla crescita economica e al rilancio degli investimenti privati.

Pur partendo da situazioni differenti, entrambi i governi manifestano un orientamento favorevole al rafforzamento delle relazioni con partner internazionali capaci di offrire investimenti, tecnologie e competenze industriali. Per l’Italia potrebbe aprirsi una fase particolarmente interessante, non soltanto per aumentare le esportazioni, ma soprattutto per consolidare una presenza industriale di lungo periodo. I Business forum Italia-Perù e Italia-Cile, svoltisi rispettivamente a Lima il 5 ottobre e a Santiago l’8 ottobre, nell’ambito della missione imprenditoriale guidata dal Sottosegretario al Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Maria Tripodi, rappresentano un segnale di questa possibilità. Due appuntamenti che, al di là delle singole iniziative, evidenziano il potenziale di un rilancio delle relazioni economiche con due partner strategici per l’Italia.

Due economie complementari al sistema produttivo italiano

Il Cile rappresenta storicamente uno dei mercati più aperti e istituzionalmente solidi dell’America Latina. Il nuovo governo punta a rafforzare la fiducia degli investitori e a rilanciare l’attività produttiva, anche attraverso una maggiore attenzione alla semplificazione amministrativa e al ruolo dell’impresa privata. Il Perù, dopo una lunga fase di instabilità politica, dispone a sua volta di importanti potenzialità di crescita, sostenute dalle risorse minerarie, dalla competitività del settore agro-esportatore e da una significativa domanda di infrastrutture.

La possibile convergenza con l’Italia non va tuttavia letta soltanto in termini di affinità politica. L’elemento più interessante è la complementarità tra le esigenze di sviluppo dei due Paesi e le competenze del sistema industriale italiano. Cile e Perù hanno bisogno di infrastrutture, tecnologia, macchinari e personale qualificato. L’Italia dispone di imprese e filiere produttive capaci di rispondere a una parte significativa di questa domanda, con un’offerta che combina innovazione tecnologica, specializzazione industriale e capacità di adattamento alle esigenze dei mercati locali.

Minerali critici ed energia, una partita strategica

Uno dei principali terreni di collaborazione riguarda le risorse minerarie e la transizione energetica. Secondo le stime 2025 dell’US geological survey, Cile e Perù contribuiscono insieme a circa un terzo della produzione mineraria mondiale di rame, una materia prima strategica per l’elettrificazione, lo sviluppo delle reti energetiche e le nuove tecnologie industriali. Il Cile riveste inoltre un ruolo di primo piano nella filiera mondiale del litio, collocandosi tra i maggiori produttori globali, con una quota superiore al 19% della produzione e circa un quarto delle riserve mondiali accertate.  Il litio è una componente fondamentale delle batterie ricaricabili, destinate ad assumere un ruolo sempre più centrale nella mobilità elettrica e nell’accumulo delle energie rinnovabili. Rame e litio collocano dunque Cile e Perù al centro di alcune delle filiere industriali più importanti per l’economia del futuro. Per l’Italia, caratterizzata da una forte industria manifatturiera ma da una disponibilità limitata di materie prime strategiche, il rafforzamento dei rapporti con questi due Paesi assume un’importanza che supera la dimensione commerciale.

La prospettiva più interessante non riguarda soltanto l’accesso alle risorse naturali, ma la possibilità di sviluppare filiere industriali integrate, nelle quali le imprese italiane possano contribuire con tecnologie di estrazione e trasformazione, macchinari specializzati, sistemi di automazione, efficienza energetica e soluzioni per l’economia circolare e il riciclo. Si tratta di un approccio che risponde anche all’interesse dei Paesi latinoamericani a sviluppare attività produttive a maggiore valore aggiunto. In questo quadro, l’Accordo commerciale interinale tra Unione europea e Cile, entrato in vigore nel febbraio 2025, contribuisce a creare condizioni favorevoli per nuovi investimenti sostenibili, in particolare nelle filiere delle materie prime critiche, nelle energie rinnovabili e nelle infrastrutture strategiche.

Infrastrutture, agroindustria e tecnologie: le opportunità per le imprese italiane

Accanto alle risorse minerarie, esistono importanti prospettive di collaborazione in altri settori. In Perù, la modernizzazione delle infrastrutture di trasporto, delle reti ferroviarie, dei collegamenti logistici e dei servizi essenziali rappresenta una delle principali esigenze di sviluppo. Sono ambiti nei quali le imprese italiane dispongono di competenze riconosciute, sia nella realizzazione di grandi opere sia nella fornitura di tecnologie e componentistica specializzata. In Cile, la transizione energetica, l’elettromobilità e lo sviluppo delle energie rinnovabili stanno creando nuove opportunità per le imprese attive nella produzione di tecnologie, nella gestione delle reti e nei servizi industriali avanzati.

Un capitolo particolarmente interessante riguarda l’agroindustria e il settore alimentare, nei quali entrambi i Paesi occupano posizioni di rilievo sui mercati internazionali. Il Cile è il secondo produttore mondiale di salmone, con circa un terzo della produzione globale, e si conferma leader internazionale nelle esportazioni di ciliegie fresche, grazie soprattutto alla crescente domanda dei mercati asiatici. Il Perù è invece il primo esportatore mondiale di mirtilli, con vendite all’estero che nel 2025 hanno sfiorato i 2,5 miliardi di dollari. A questi si aggiungono uva da tavola, avocado, agrumi e numerosi altri prodotti destinati ai mercati internazionali.

La collocazione geografica dei due Paesi, nell’emisfero australe, consente inoltre di esportare una parte importante della produzione ortofrutticola durante l’inverno europeo, in complementarità con le nostre stagioni produttive. Una vocazione agroesportatrice che apre opportunità significative per le imprese italiane nella fornitura di macchine agricole, sistemi di irrigazione, tecnologie per la lavorazione e il confezionamento alimentare, refrigerazione, catena del freddo e logistica. Settori nei quali l’Italia dispone di competenze industriali e di una rete di Pmi altamente specializzate, capaci di contribuire alla modernizzazione delle filiere produttive locali. Ulteriori prospettive riguardano la cooperazione scientifica e tecnologica, le applicazioni satellitari, le tecnologie sanitarie e i servizi ad alto valore aggiunto. Sono settori nei quali il tessuto italiano delle piccole e medie imprese può trovare opportunità importanti, anche attraverso partenariati con operatori locali.

Il fattore decisivo delle competenze

Un elemento comune a molte di queste opportunità riguarda la disponibilità di personale qualificato. Gli investimenti nell’energia, nella mobilità elettrica, nelle attività minerarie e nell’automazione industriale richiedono competenze professionali che non sempre sono immediatamente disponibili nei territori interessati. In questa prospettiva, la capacità di sviluppare competenze locali adeguate alle nuove esigenze produttive rappresenta non soltanto una condizione per la sostenibilità degli investimenti, ma anche un’opportunità per costruire partenariati industriali più solidi e duraturi.

Un esempio viene dal Cile, dove si stanno sviluppando iniziative per collegare gli investimenti nell’elettromobilità alle esigenze di formazione professionale, anche attraverso il coinvolgimento di Enel, delle istituzioni locali e dei programmi europei di cooperazione. Analogo schema si sta promuovendo in Perù con Acea. È un approccio che potrebbe trovare applicazione anche nella filiera mineraria, nell’economia circolare, nel riciclo e nella meccanizzazione agricola. La capacità di integrare investimenti industriali e sviluppo delle competenze rappresenta infatti un elemento sempre più importante nella competizione internazionale.

Una nuova fase per le relazioni economiche

L’Italia dispone già di una presenza economica significativa nei due Paesi e di un articolato sistema di sostegno all’internazionalizzazione, che comprende la rete diplomatico-consolare, Ice, Cdp, Sace, Simest e le Camere di commercio italiane all’estero. A questi strumenti si affiancano i programmi di cooperazione italiana ed europea, anche attraverso iniziative promosse dall’IILA nei settori della sostenibilità produttiva, dell’innovazione e della formazione professionale. È una combinazione di strumenti che può favorire il passaggio dalla semplice promozione commerciale alla costruzione di partenariati industriali più strutturati, in linea con gli obiettivi della diplomazia della crescita e della strategia Global gateway a livello europeo.

Naturalmente, le opportunità non mancano di complessità. La stabilità normativa, la sicurezza, l’efficienza amministrativa e la competizione con altri partner internazionali continueranno a incidere sulle decisioni degli investitori. I recenti Business forum di Lima e Santiago hanno comunque riportato l’attenzione su due mercati che, per risorse, posizione geografica e prospettive di sviluppo, rivestono un interesse crescente per l’industria italiana. La nuova stagione politica di Cile e Perù offre dunque l’occasione per guardare alle relazioni con il Pacifico sudamericano con rinnovato interesse, esplorando possibilità di collaborazione che vanno ben oltre gli scambi commerciali tradizionali. Quanto questa fase saprà tradursi in nuove iniziative industriali e in rapporti economici più profondi dipenderà, come sempre, dalle scelte dei governi, dalle condizioni dei mercati e dalla capacità delle imprese di coglierne le opportunità.

Trump sospende le sanzioni alla Russia a due giorni dal via, Mosca esulta: “Momento storico”. Dazi bloccati per abbassare il prezzo del diesel negli Usa poche settimane prima delle elezioni di metà mandato

17 Ottobre 2026 ore 09:29

Pochi giorni prima della loro entrata in vigore, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha congelato con un ordine esecutivo un massiccio pacchetto di sanzioni e dazi contro la Russia. La misura, formalizzata avvalendosi di una clausola di deroga legata all’interesse nazionale, disinnesca le penalità previste dal “Lindsey Graham Act” per tutelare il mercato interno dei carburanti in vista delle imminenti elezioni di midterm del 3 novembre. Una decisione che riscrive gli equilibri geopolitici e commerciali del conflitto ucraino, innescando immediate reazioni a Washington, a Kiev e a Mosca.

Kirill Dmitriev, inviato presidenziale russo e negoziatore, ha affidato a Telegram la posizione ufficiale del Cremlino: “La sospensione del Graham Act da parte dell’amministrazione del presidente Trump segna un momento importante e davvero storico. Al posto di sanzioni e confronto, abbiamo dialogo, una cooperazione reciprocamente vantaggiosa e una responsabilità condivisa”.

La legge sospesa, approvata dal Congresso con sostegno bipartisan e firmata dallo stesso Trump il mese scorso, è intitolata a Lindsey Graham, il senatore repubblicano scomparso a luglio pochi giorni dopo essere rientrato da Kiev. Il provvedimento avrebbe consentito a Washington di imporre dazi fino al 100% sulle merci importate dai cinque maggiori Paesi acquirenti di petrolio greggio o gas russo, sanzionando inoltre funzionari di Mosca, istituti bancari e la cosiddetta “flotta ombra” di petroliere utilizzata per aggirare i divieti occidentali. Nell’ordine esecutivo, Trump ha richiamato la Sezione 115 della normativa per bloccare l’applicazione di queste misure. “Ho trasmesso al Congresso la certificazione sulla concessione di tale deroga, in questo momento, è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti”, si legge nel documento pubblicato sul sito della Casa Bianca. Il provvedimento esenta dai dazi le merci russe a tempo indeterminato, sebbene Trump abbia precisato che le sanzioni preesistenti, varate con precedenti ordini esecutivi, rimangono in vigore.

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L’Inter deve ripartire, ma Bologna riapre vecchie ferite: Chivu senza Lautaro dopo il disastro in Champions | Orario, probabili formazioni e dove vedere in tv e streaming

17 Ottobre 2026 ore 07:34

Riprendere lo slancio in campionato per poi provare a dare una svolta anche a un inizio di Champions League disastroso. L’Inter di Cristian Chivu torna in campo oggi, alle 18, contro il Bologna. Non il campo migliore per reagire dopo i quattro gol subiti dal Brugge in Europa. Al “Dall’Ara” infatti l’Inter dal 2022 ha vinto una sola partita delle ultime cinque. Poi tre sconfitte e un pareggio: tra le due sconfitte anche quelle praticamente costate due scudetti ai nerazzurri. Quella con “papera” di Radu nel 2023 e poi quella famosa con rovesciata di Orsolini nel 2025.

Le squadre arrivano da due momenti opposti: il Bologna è reduce dalla prima vittoria in stagione per 1-2 contro il Lecce, mentre l’Inter dal 3-4 in casa in Champions League contro il Brugge. I nerazzurri però in campionato arrivano da un percorso quasi netto: cinque vittorie e un pareggio. L’ultimo successo per 3-0 contro il Parma. Una partita importante, con l’Inter che deve rinunciare a quattro giocatori importanti: non saranno infatti del match Lautaro Martinez, John Stones, Curtis Jones e anche Benjamin Pavard. Il Bologna invece dovrà fare a meno di Orsolini, Holm e Odgaard.

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Trump licenzia la portavoce della Casa Bianca dopo appena 5 giorni dal suo insiediamento (pieni di gaffe)

16 Ottobre 2026 ore 23:43

Katie Zacharia, portavoce della Casa Bianca, è stata licenziata dal presidente Trump dopo appena cinque giorni dal suo insediamento. Il presidente degli Stati Uniti, infatti, ha detto ai giornalisti di averle chiesto questa mattina di “ripensare” al proprio ruolo all’interno dell’amministrazione americana. “Katie, ne hai davvero bisogno? Non credo che tu ne abbia bisogno”, ha riferito di averle detto. Il tycoon ha affermato che i due ne avrebbero ridiscusso al suo rientro alla Casa Bianca e di voler comunque lasciare a lei la decisione finale; il New York Times e la Cnn, però, riferiscono che il licenziamento è già avvenuto.

Il profilo di Katie Zacharia ha attirato polemiche fin dalla sua nomina: Trump l’aveva definita “avvocata” durante la sua presentazione, ma i giornali americani avevano sollevato dubbi a riguardo dato che il suo nome non figurava negli albi professionali. Il Wall Street Journal poi, ha fatto emergere che la qualifica, effettivamente, non esisteva. La donna era già nota negli Stati Uniti e aveva già lavorato per Trump come consulente del gruppo che gestisce il profilo Truth del presidente. Zacharia poi era stata al centro del dibattito americano in seguito ad una conferenza stampa in cui si era mostrata molto incerta, pronunciando male delle parole e incappando in lapsus e inesattezze più di una volta.

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