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Carlos Sainz, Williams
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Roarington World: la 1000 Miglia diventa digitale
La 1000 Miglia si prepara a correre anche nel mondo digitale. Il 12 ottobre, al Museo Nazionale dell’Automobile di Torino (MAUTO), Roarington ha presentato Roarington World, una nuova piattaforma che porta le auto storiche in un ambiente virtuale, trasformandole in protagoniste di esperienze di guida, sfide e percorsi ispirati alla realtà.
Dalla strada allo schermo
La prima proposta è dedicata proprio alla “corsa più bella del mondo”: un paesaggio italiano ricostruito digitalmente, cinque vetture e una prova di regolarità nella quale non basta accelerare, ma occorre avvicinarsi il più possibile ai tempi imposti, fino al centesimo di secondo. La novità è anche nell’accessibilità. Per partecipare basta un browser: non serve l’installazione di un programma o avere un simulatore, sebbene quest'ultimo sia l'ambiente ideale per un'esperienza totalmente immersiva. Un modo per avvicinare al mondo delle auto da collezione un pubblico più ampio, senza rinunciare alla precisione e alla componente competitiva.
Chi c’è dietro Roarington
Roarington è un progetto di The Classic Car Trust (TCCT), organizzazione fondata dal collezionista Fritz Kaiser che punta a mettere in relazione collezionisti, musei, marchi e appassionati. Con sedi a Vaduz (Liechtenstein) e a Milano, la piattaforma vuole trasformare la storia dell’automobile in un’esperienza da esplorare, condividere e, in certi casi, guidare. L’obiettivo dichiarato è creare un ecosistema digitale dedicato alla cultura dell’auto storica, capace di affiancare esperienze virtuali, conoscenza e patrimonio automobilistico. Accanto al nuovo mondo accessibile via browser, la piattaforma comprende esperienze per simulatori di fascia alta, progettati da Roarington in collaborazione con Pininfarina e Zagato e realizzati in Italia per essere venduti ai collezionisti e al pubblico. Il progetto coinvolge realtà come 1000 Miglia, Mercedes-Benz e MAUTO, spaziando dalla guida virtuale alla valorizzazione della storia e del design. Testimonial d'eccezione e volto dell'iniziativa, il campione di Formula 1 Kimi Raikkonen, che si è inoltre cimentato in una dimostrazione di uno dei simulatori Roarington davanti al pubblico.
Il gemello digitale di un’auto reale
Uno degli elementi centrali della tecnologia Roarington è il Digital Twin, la riproduzione digitale di uno specifico esemplare, non soltanto di un modello automobilistico. Attraverso scansioni tridimensionali ad alta risoluzione e una documentazione fotografica approfondita, la piattaforma mira a registrare anche i dettagli e la patina che rendono ogni vettura diversa dalle altre. L’azienda dichiara una precisione di scansione fino a 0,1 millimetri e associa al gemello un identificativo univoco e un certificato di autenticità. La riproduzione può diventare guidabile grazie alla calibrazione di numerosi parametri, dal comportamento del motore alla trasmissione, dalla fisica di guida al suono. Una tecnologia pensata per conservare la memoria di un’automobile e trasformarla in un’esperienza interattiva. Questo sistema non si limita soltanto alle auto, ma sarà inoltre possibile visitare i musei dell'automobile più importanti: a breve sarà resa disponibile il museo Mercedes-Benz di Stoccarda "in metaverso".
Non solo 1000 Miglia
Roarington affianca a World anche l’International Classic Racing Challenge, un calendario internazionale di competizioni virtuali disputate nei sim hub collegati. Nel programma 2026 figurano prove di regolarità ispirate alla 1000 Miglia, gare di velocità al Nürburgring e una sfida in salita al Bernina. Sono annunciate inoltre esperienze dedicate a musei, marchi e collezioni. La scommessa è convincere anche chi preferisce ancora la meccanica da toccare, il rumore del motore e i chilometri veri. Roarington sostiene di non voler rimpiazzare il mondo fisico, ma ampliarlo: il successo dipenderà da quanto il digitale saprà alimentare la curiosità per le automobili reali, anziché diventare un fine in sé.





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Tori scatenati: quelle Lamborghini “curiose” – parte 1
Miura e Countach ne hanno costruito il mito, ma la storia Lamborghini è costellata anche di esemplari unici sorprendenti e prototipi meno conosciuti. Alcuni nacquero dalla fantasia dei grandi carrozzieri italiani, altri a Sant'Agata Bolognese per sperimentare nuove soluzioni.
350 GTZ
Nel 1965 Ercole Spada veste per Zagato la 350 GT con una carrozzeria più aggressiva, ispirata alla contemporanea Alfa Romeo TZ2. Il passo viene accorciato di 10 cm e il V12 3.9 eroga 320 CV. Ne vengono costruiti appena due esemplari.
350 GTS
Sempre nel 1965 Touring trasforma la propria 350 GT nella prima Lamborghini scoperta. La meccanica conserva il V12 3.5 da 280 CV, mentre la carrozzeria viene modificata per accogliere la capote. Anche in questo caso gli esemplari sono soltanto due.
Monza 400
Una Lamborghini per Le Mans? È il desiderio del cliente americano che commissiona a Neri & Bonacini questa one-off del 1966. Sotto la leggera carrozzeria d'alluminio lavora il V12 3.9 da 320 CV, ma i regolamenti fermano le ambizioni agonistiche.
Flying Star II
Uno degli ultimi lavori della Touring è anche uno dei più originali. Nel 1966 la Flying Star II trasforma la 400 GT, con il suo V12 3.9 da 320 CV, in una shooting brake biposto dal passo accorciato e dalle forme tese, già proiettate verso gli anni Settanta.
Marzal
Gandini e Bertone stupiscono Ginevra nel 1967 con quattro posti e immense porte vetrate ad ala di gabbiano. Ancora più insolito il 2.0 sei cilindri in linea da 175 CV, ottenuto dimezzando il V12 della Miura. Alcune sue soluzioni confluiranno nella futura Espada.
Miura Roadster
A Bruxelles 1968, Bertone "scopre" la Miura. Gandini non si limita a eliminare il tetto: ridisegna parabrezza e coda, lasciando maggiormente in vista il V12 3.9 da 350 CV montato trasversalmente dietro l'abitacolo. Rimarrà un unico esemplare.
Miura Jota
Bob Wallace sogna invece una Miura da corsa. Nel 1970 alleggerisce e irrigidisce la vettura, ne modifica aerodinamica e V12 3.9, portato a 440 CV, e crea la Jota: laboratorio estremo ispirato all'Appendice J. L'originale verrà poi distrutta in un incidente.
Bravo
Nel 1974 Bertone studia una possibile evoluzione della Urraco. Nasce la Bravo, compatta biposto firmata Gandini e spinta dal V8 3.0 da 300 CV. Non è soltanto un esercizio stilistico: il prototipo è funzionante e viene intensamente collaudato.
Cheetah
Nel 1977 il Toro tenta persino la strada militare. Sviluppata con l'americana MTI, la Cheetah è una 4x4 con V8 Chrysler 5.9 da 183 CV sistemato posteriormente. Il contratto sperato non arriva, ma l'esperimento darà origine a una nuova stirpe.
Faena
Nel 1978 Pietro Frua allunga il passo dell'Espada e aggiunge due porte: nasce la Faena, insolita berlina Lamborghini con V12 3.9 da 350 CV. Frua spera in una piccola produzione, ma la quattro porte del Toro rimarrà un esemplare unico.
Athon
Lamborghini è in grave difficoltà, ma Bertone continua a credere nel marchio. Nel 1980 Marc Deschamps utilizza il V8 3.0 da 260 CV della Silhouette per creare la Athon, radicale barchetta dalle forme geometriche e dall'abitacolo futuristico.
LM-001
Nel 1981 Lamborghini riparte dalla Cheetah con la LM-001, spinta da un V8 5.9 da 180 CV, ancora sistemato posteriormente. I problemi nella distribuzione dei pesi suggeriscono a Giulio Alfieri un cambio d'impostazione: il V12 passerà davanti, aprendo la strada alla LM002.
Marco Polo
Nel 1982 Giugiaro e Italdesign immaginano una Lamborghini quattro posti con enormi porte ad ala di gabbiano e Cx di appena 0,24. Pensata attorno al V8 3.0 da 260 CV, la Marco Polo nasce dall'evoluzione di uno studio inizialmente destinato alla DeLorean.
P132
Dietro la Diablo si nasconde una lunga gestazione. I primi prototipi del progetto P132, destinato a sostituire la Countach, iniziano a circolare nel 1987 partendo dalle forme radicali disegnate da Marcello Gandini. L'arrivo di Chrysler porta però a un progressivo ammorbidimento dello stile, fino alla Diablo definitiva del 1990.















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Torna la Targa Florio Classica
Palermo si prepara ad accogliere dal 15 al 18 ottobre 2026 l'edizione annuale della Targa Florio Classica, un evento che è molto più di una semplice competizione automobilistica: è una celebrazione della storia, della cultura e del paesaggio affascinante della Sicilia.
La corsa più vecchia del mondo
Nata nel 1906 dalla mente visionaria dell'imprenditore palermitano Vincenzo Florio, la Targa Florio è la corsa automobilistica più antica del mondo, un'epopea di motori e ardimento che ha visto correre sulle tortuose strade delle Madonie i più grandi piloti e le più iconiche vetture della storia. Hanno corso e vinto sullo storico “Circuito delle Madonie” piloti del calibro di Albert Divo, Achille Varzi, Tazio Nuvolari, Stirling Moss, Vic Elford, Graham Hill e Nino Vaccarella solo per citarne alcuni. Oggi, la Targa Florio Classica rievoca quei fasti, portando in scena un'esclusiva gara di regolarità per auto d'epoca che richiama collezionisti e appassionati da tutto il mondo.
La nuova edizione
L'edizione 2026 si preannuncia come un appuntamento imperdibile del Campionato Italiano Grandi Eventi per vetture storiche e moderne, di cui costituisce l’atto decisivo del Tricolore, con un programma che coniuga la passione per i motori con la scoperta delle bellezze dell'isola. Duecento equipaggi provenienti da tutti i continenti porteranno in Sicilia auto classiche e supercar, in gara nelle categorie Legend e Gran Turismo. La Targa Florio Classica sarà inoltre appuntamento privilegiato del Ferrari Tribute to Targa Florio. Organizzata da Automobile Club d’Italia, ACI Sport e Automobile Club Palermo, la manifestazione, che rientra nell’ambito delle attività del Club ACI Storico, rappresenta ogni anno un incontro unico tra sport, cultura automobilistica, patrimonio storico e valorizzazione del territorio. Tre giornate di gara: la prima nel trapanese, la seconda sulle Madonie e, in chiusura, il “Trofeo Monreale” nella giornata di domenica, che precede la cerimonia di premiazione al Palermo Marina Yachting. Dopo la scenografica partenza da piazza Verdi davanti al Teatro Massimo di Palermo, nel pomeriggio di giovedì 15 ottobre, gli equipaggi, nella prima giornata di gara di venerdì 16, si muoveranno alla volta del trapanese dove, oltre ad attraversare luoghi dalla grande suggestione storica e culturale, faranno tappa anche a Campobello di Mazara, considerato uno dei luoghi simbolo della disciplina della regolarità italiana.
Le tappe fondamentali
La prima tappa di gara prevede inoltre lo svolgimento della Power Stage Classic, l’avvincente prova spettacolo su tre rilevamenti cronometrici, allestita all’interno dell’abitato di Partanna, davanti al Castello Grifeo, antica fortezza araba del 1300. La seconda tappa del sabato ripercorrerà le mitiche strade del circuito stradale della Targa Florio di un tempo tra le Madonie che è stato nel corso degli anni il teatro delle gesta dei piloti più famosi dell’intero panorama automobilistico internazionale. Al via della Targa Florio Classica, tra le duecento auto provenienti da tutto il mondo, vi saranno tutti i top driver italiani in corsa per il titolo tricolore.





Ferrari 156 “Sharknose”, il morso rosso del 1961
Guardando le Ferrari 156 F1 del 1961 si comprende facilmente perché qualcuno, a un certo punto, decise di chiamarla "Sharknose" (naso di squalo). Basta guardarle: muso basso, prese d’aria frontali spalancate e la carrozzeria che si assottiglia progressivamente verso il pilota. Werk83 ha scelto di raccontare con due interpretazioni in scala 1:18: la numero 20 di Wolfgang von Trips, schierata al Gran Premio di Francia di Reims, e la numero 38 di Phil Hill, terza classificata al Gran Premio di Monaco, che regalerà alla Ferrari il primo mondiale titolo costruttori.
Rosso, bianco e raggi sottili
Il muso è naturalmente il punto di osservazione privilegiato e questo modello riesce a riproporlo con una buona pulizia e proporzione delle forme. La verniciatura rossa è brillante, ma non finisce per divorare i particolari. Anzi, proprio il contrasto con il bianco ne valorizza ancor più il tono. I cerchi a raggi sono ben realizzati: sottili e fitti quanto basta per dare quella sensazione quasi artigianale che oggi associamo alle monoposto degli anni 60. Gli pneumatici hanno un battistrada scolpito e una consistenza visiva adeguata a una vettura che, rispetto alle Formula 1 moderne, sembra quasi appartenere a un altro pianeta. Il cockpit è altrettanto caratteristico.
Gloria e tragedia
Non c'è praticamente nulla di superfluo: sedile, volante, strumentazione raccolta davanti al pilota e un parabrezza di ottima trasparenza. Un modello storicamente ricco di ricordi, se da una parte nel 1961 aprì le porte a titoli piloti e costruttori per la casa modenese, dall'altra fu coinvolta nel più grave incidente nella storia della F1, con la morte a Monza del pilota Von Trips e 14 spettatori. Tra le tante Ferrari che riempiono normalmente le mensole dei collezionisti, la Sharknose la si noterà sempre anche affiancandola alle strette leggere e tremendamente pericolose monoposto dell'epoca. Interessante la proposta economica fissata a 79,95 euro sul sito del produttore (ck-modelcars.de) per tutte e 7 le versioni prodotte.

























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Salone di Parigi, quante novità negli anni
Siamo nel 2026 ma a vedere le auto esposte al Salone di Parigi sembra di essere tornati indietro nel tempo, tra nostalgie retro e citazioni di modelli storici. Renault ripesca l’Espace, Citroën cala l’asso della 2CV in chiave elettrica, Peugeot in un solo colpo cita la 205 T16 e la RCZ con due concept car evocative e Fiat si permette di giocare con il nome Multiplay per strizzare l’occhio ad un ritorno della Multipla. Se ai Costruttori – e agli automobilisti – evidentemente mancano le auto del passato, allora cosa c’è di meglio che andarle a rivedere, spulciando il catalogo delle première che hanno svettato sulle pedane parigine.
1976: la regina assoluta è la 512BB
Partiamo dal 1976, anno turbolento, con la crisi petrolifera che convinse la maggior parte delle Case a mantenere un basso profilo. Non sorprende quindi trovare tra le novità più interessanti del Salone la Citroën LN, antesignana delle citycar, con i suoi 3,38 metri di lunghezza, modello in realtà mai particolarmente amato dagli appassionati del marchio a causa del suo essere sostanzialmente una Peugeot 104 alla quale era stato trapiantato il bicilindrico di 602 cc raffreddato ad aria della 2CV e utilizzato al tempo su gran parte della gamma (Dyane, Ami 6, Ami 8). Vale la pena anche ricordare la prima timida apparizione dell’Alfasud Sprint, con un esemplare di preserie esposto dalla Italdesign, ma – a dirla tutta – è la Ferrari a sorprendere tutti, con la splendida 512BB, che prende il posto della 365 GT4/BB, rinnovandosi in alcuni dettagli estetici ma soprattutto portando a 5 litri la cilindrata del V12 boxer, una scelta che in realtà abbassava la potenza massima ma migliorava la guidabilità grazie alla maggiore coppia. E non finisce qui, perché lo stand Ferrari ospita anche la 400 Automatic, prima vettura del Cavallino Rampante dotata di cambio automatico. Tra le sportive, va ricordata anche la Alpine A310 che, proprio a Parigi, viene presentata con il nuovo V6 PRV da 150 CV e un restyling del frontale.
1986: di tutto, di più
Tutta un’altra atmosfera nel 1986. In pieno “edonismo reaganiano” e con tutti gli indici economici positivi, le auto si vendono come caramelle, dalle utilitarie alle berline, per non parlare delle sportive. Anzi parliamone proprio, perché tra le novità più sfiziose di quell’anno c’è la Peugeot 205 1.9 GTI, ovvero la versione più potente (130 CV) che va ad affiancare la 1.6 di due anni prima, dando vita ad una delle “piccole bombe” più amate di sempre per la sua eccezionale dinamica di guida e le prestazioni esaltanti. Comprensibilmente, le Case francesi la fanno da padrone e Citroën svela la AX, rivoluzionaria nel design e nei consumi, mentre Renault fa debuttare ufficialmente la 21 dopo l’anteprima di pochi mesi prima a Ginevra. La Germania risponde con la Opel Omega, ammiraglia dal Cx record e la terza generazione dell’Audi 80 e c’è anche una meteora come la Cadillac Allanté firmata Pininfarina. Per quanto riguarda i marchi italiani invece, va ricordata l’Autobianchi Y10 che si presenta per la prima volta al pubblico in versione 4WD.
1996: cambiano le forme ma il design vince sempre
Tantissime le novità dell’edizione 1996, con modelli che hanno segnato la decade, alcuni di essi talmente rivoluzionari da dar vita a nuovi segmenti. Stiamo parlando della Renault Mégane Scénic, prima monovolume compatta della storia e grande successo commerciale che costringerà tutti gli altri Costruttori a seguirne le orme. Citroën risponde con la Berlingo, innovativa multispazio che rivisita il concetto di furgoncino in chiave famiglia e tempo libero e Peugeot cala l’asso con forse una delle più belle vetture della sua storia, la 406 coupé disegnata da Pininfarina. Un’altra vettura che sorprende per il design innovativo è la Ford Ka, mini utilitaria che porta al debutto lo stile “New Edge” che caratterizzerà tutti i modelli dell’Ovale per molti anni. La vera attrazione del Salone però è la Ferrari 550 Maranello che viene per la prima volta esposta al pubblico: il ritorno del V12 in posizione anteriore coincide con un design – ancora Pininfarina – che sposa perfettamente le tendenze degli anni 90 con la tradizione del marchio e fa battere forte il cuore a tutti gli appassionati.
2006: l’antidoto alla noia si chiama Alfa Romeo 8C Competizione
Arriviamo al 2006: 20 anni sono il confine che segna il passaggio di un’auto da “vecchia” a “youngtimer” e se andiamo a rivedere le auto presentate in occasione della rassegna parigina, innanzitutto sono tantissime e ci sono sia dei classici assoluti sia dei modelli che hanno avuto un grande successo commerciale. Eleggere la regina in compenso è facilissimo: con la 8C Competizione, Alfa Romeo sforna un capolavoro che ha pochi eguali e tutti gli sguardi sono per le sue forme muscolose e lussuriose che ricoprono una meccanica raffinata e un V8 Ferrari da 450 CV. Volvo porta la C30, erede concettuale della 480 sotto forma di compatta sportiva con personalità da vendere e un pratico portellone, mentre la Germania punta sui Suv premium, con la nuova generazione della Bmw X5 e l’Audi Q7 equipaggiata con il V12 Tdi da 500 CV.
Un pensiero al giorno d'oggi
Questo viaggio nel tempo, al netto della nostalgia per certe tipologie di vetture ormai estinte e per soluzioni tecniche che sono progressivamente messe da parte, ci dimostra inequivocabilmente che per entrare nella storia dell’automobile non è necessario essere una supercar. Certo, le regine dei Saloni saranno sempre le sportive, ma che bello quando una berlina, una station wagon o un’utilitaria facevano il loro debutto in società per poi affrontare una lunga vita sulle strade, accompagnando la vita dei loro proprietari. Il passato ci dice anche questo.






















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Jaguar E-Type, 65 anni di una leggenda
Escludendo la parte "mitologica", la più celebre Jaguar di sempre nasce anzitutto da un bisogno molto concreto: i modelli XK140 e XK150 erano stati criticati da proprietari e appassionati per la loro tendenza a divenire più ingombranti e pesanti della progenitrice 120, finendo così per diluire l'identità della linea XK. Occorreva una sostituzione moderna e aerodinamica, approfittando dell'aumento di cilindrata da 3,4 a 3,8 litri del motore XK rialesato come base di partenza, già previsto per il 1960 su tutta la gamma (220 o 265 CV a seconda dell'allestimento scelto). Il Direttore Tecnico William Heynes, presente fin dal 1935, assunse la guida del progetto, mentre il design della carrozzeria fu affidato al nuovo arrivato, Malcolm Sayer: è con i suoi input che l'azienda di Browns Lane compì un vero salto di qualità, partendo dai modelli C-type e D-type, straordinariamente efficaci in pista. Era chiaro che gli appassionati si aspettavano un veicolo altrettanto dominante su strada, non solo alla 24 Ore di Le Mans.
Arrivando per gradi
Sotto la direzione di Heynes, i lavori sulla E-Type iniziarono nel dicembre 1956. Il primo prototipo fu completato nel maggio del 1957 e prese la denominazione ufficiale di E-type 1 Aluminium, o E1A. Più piccola della E-Type definitiva, ma più grande della D-Type, con la quale condivideva la struttura centrale monoscocca (nata con il prototipo-studio di Heynes XKC 054/XP11, del 1953). Tuttavia, la E1A si distingueva dalla D-Type per l'adozione di un nuovo sistema di sospensioni posteriori indipendenti, una carrozzeria più slanciata e dal profilo ribassato, e il motore da 2,4 litri della berlina Mk1, lanciata nel 1955. Dopo i test dei collaudatori della Jaguar, nel maggio del 1958 Heynes decise di affidarla a Christopher Jennings, direttore della rivista The Motor, affinché ne fornisse una valutazione indipendente. Jennings rimase colpito dalla capacità della vettura di percorrere lunghe distanze rapidamente. La E-Type si evolse gradualmente nel corso dell'anno con un secondo prototipo più vicino alla versione finale; contemporaneamente partì anche il progetto Zenith, che diventerà la grande berlina di lusso MkX. Entrambe le auto avrebbero adottato le sospensioni posteriori indipendenti progettate da Bob Knight in soli 27 giorni, nell'ambito di una scommessa con Sir William Lyons. Sarebbero poi rimaste in uso fino agli anni 90...
Un concitato finale
Nel luglio 1959, la Jaguar aveva su strada un terzo prototipo, che l'anno successivo anche il pubblico poté ammirare: era la E2A da testare a Le Mans, imparentato con la D-Type ma meccanicamente molto acerbo. Così arrivò il momento di svelare la E-Type, al Salone dell'Auto di Ginevra del 1961. In precedenza, l'azienda aveva concesso in prova un esemplare ai due principali settimanali automobilistici britannici, The Autocar e The Motor. Tali prove si sarebbero rivelate fondamentali per la promozione della E-Type, ma sulla notizia vigeva un embargo fino alla presentazione ufficiale. C'era già un esemplare coupé esposto presso lo stand a Ginevra, targato 9600HP e portato lì su strada da Coventry da Bob Berry, PR Manager Jaguar, ma a William Lyons serviva una seconda auto da mostrare ai media. Quindi, verso le 19:00 di martedì 14 marzo 1961, il collaudatore Norman Dewis partì da Browns Lane, al volante della E-Type roadster targata 77RW. Guidò a ritmo serrato per tutta la notte fino a Ginevra, per oltre 1100 chilometri; qui si recò presso il distributore locale Jaguar, per un lavaggio e una lucidatura in appena 20 minuti, prima di dirigersi al Parc des Eaux Vives per la presentazione pubblica, con circa 200 giornalisti. Da qui in poi, come si dice, il resto è storia...


















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