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Giovani e impresa: a Sant’Angelo Lodigiano la nuova tappa del roadshow “Generazione Impresa” di Regione Lombardia

17 Ottobre 2026 ore 07:54

Si è svolta nella giornata di ieri a Sant’Angelo Lodigiano la terza tappa del roadshow “Generazione Impresa” promosso dall’Assessorato allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia con l’obiettivo di favorire l’avvicinamento delle giovani generazioni all’imprenditorialità e alla possibilità di creare nuove possibilità per il tessuto produttivo e stimolare innovazione in termini di generazione di idee, capacità di fare rete e progettualità.

Sono state, in quest’occasione, raccontato diverse esperienze imprenditoriali del territroio, come quella di Claudio Curioni, falegname artigiano della Falegnameria Curioni, che ha ricordato il valore della storia di una tradizione imprenditoriale capace di adattarsi come volano per lo sviluppo e la narrazione imprenditoriale di un territorio intero. Emanuele Carelli, CEO di Minimals, ha sottolineato il valore della comunicazione nell’odierna imprenditoria non solo come fattore di promozione delle proprie idee ma anche di preciso posizionamento delle idee degli imprenditori o degli aspiranti imprenditori. Valentina Volpi, direttore commerciale e membro del consiglio di amministrazione di Volpi Pietro S.r.l., gruppo della ristorazione, è invece intervenuta sul tema dell’innovazione operativa e dello stimolo a una continua ricerca della qualità come chiave del successo.

Il convegno è stato arricchito dalla presenza dell’ex difensore del Milan Filippo Galli, che ha approfondito il valore del lavoro di squadra come volano di successo nel suo intervento e ha dichiarato che “spesso, cambiare ed innovare spaventa perché ci fa uscire dalla ‘nostra comfort zone’ eppure è il solo modo per creare valore ed opportunità per sé stessi e per gli altri”.

Dopo le tappe di Milano e Darfo Boario Terme, “Generazione Impresa” espande la crescente attenzione di Regione Lombardia per l’attrazione all’imprenditoria e in attesa dell’evento successivo, previsto a Monza per il 23 novembre, mira a affrontare una sfida esiziale per lo sviluppo del territorio: la competitività si giocherà sempre più, negli anni a venire, sulla capacità di mantenere attrattivo e dinamico un territorio di fronte alle sfide del presente e di farlo con un occhio al talento e alla capacità di fare impresa delle nuove generazioni. Il tema del talento è cruciale almeno quanto quello della promozione degli investimenti e dell’interconnessione del territorio, perché chiude il cerchio: capitali d’investimento, capitale industriale, capitale umano sono i tre pilastri su cui si sviluppa un tessuto imprenditoriale. Obiettivo della Lombardia in questa fase è quello di promuoverli contemporaneamente tutti e tre.

Sul fronte del talento, l’attenzione alle giovani generazioni va incontro a un territorio recettivo all’imprenditorialità. Un recente sondaggio di Regione Lombardia e Istituto Piepoli indica che circa il 20% dei giovani tra i 16 e i 30 anni intende promuovere una propria iniziativa imprenditoriale e oltre un terzo avrebbe in mente l’idea di farlo nel prosieguo della sua carriera. Nell’ottica della promozione di politiche per l’imprenditorialità, la Regione mette in campo il bando Nuove Imprese  con contributi a fondo perduto sul 50% delle spese e ha mobilitato 87 milioni di euro tramite il fondo di Venture Capital Lombardia Venture per sostenere start up innovative e trasferimento tecnologico di frontiera. Assieme a Lombardia Venture STEP, la dotazione complessiva è di 140 milioni di euro, mentre anche il microcredito è attenzionato con una dotazione dedicata di 24 milioni di euro.

Nei mesi scorsi, la misura “Talenti – Trasferimento della conoscenza” ha messo in campo 7 milioni per favorire azioni volte portare ricercatori qualificati nelle imprese lombarde e dunque puntellare un’architrave che tra nuove competenze imprenditoriali, nuove progettualità e capacità stratificate mira a portare nel futuro la capacità del tessuto lombardo di innovare e fare impresa. Una sfida di competitività e promozione sistemica che rappresenta una partita importante: il futuro del territorio lombardo, infatti, si scriverà attraverso la capacità del sistema di fare rete e restare produttivo, anche grazie al contributo di chi oggi mira a sbarcare nel mondo imprenditoriale nonostante una serie di contingenze interne e esterne critiche che spesso rendano complesso compiere il primo passo.

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Il ruolo delle tecnologie spaziali per monitorare le infrastrutture che guidano la transizione energetica

17 Ottobre 2026 ore 07:26

Nel XXI secolo il nodo della sorveglianza delle infrastrutture critiche è ritenuto essere, oramai, un dettaglio fondamentale per le questioni inerenti la sicurezza dei sistemi-Paese più avanzati sotto diversi punti di vista: si va dagli scenari propriamente concernenti la sicurezza nazionale – e su questo fronte dalle infrastrutture fisiche a cavi sottomarini e data center la letteratura degli studi strategici è ormai ricca circa l’ottimo da definire in termini di sicurezza – a quelli inerenti la sicurezza economica e di percorsi come la doppia transizione, energetica e digitale. E su quest’ultimo fronte, in particolare, sono potenzialmente sdoganabili al massimo della loro capacità le potenzialità connesse alla sorveglianza satellitare delle infrastrutture energetiche abilitanti la transizione green.

Il monitoraggio della Terra tramite satelliti, compiuto sia tramite vettori operanti su orbite basse (Low-Earth Orbit, LEO) sia tramite i tradizionali satelliti geostazionari, aggiunge una netta verticalizzazione alla capacità di monitoraggio, coordinamento e controllo delle reti critiche. Scienza, sicurezza, monitoraggio, prevedibilità: le reti si fanno più complesse e più articolato si pone il loro monitoraggio. Si nota dunque una nuova capacità operativa nell’ambito della transizione energetica, che finisce per superare i domini terrestri delle reti fisiche passanti per terra e mare e delle connessioni digitalizzate decentralizzate orientante le nuove infrastrutture “intelligenti” per la generazione basata su rinnovabili per estendersi, verticalmente, allo spazio, che a sua volta è un laboratorio di transizione energetica per diversi motivi. Primo: la possibilità di testare tecnologie avveniristiche in materia di accumulazione in campi come il fotovoltaico; secondo: la prospettiva di analizzare gli impatti dei cambiamenti climatici in tempo reale e proporre soluzioni reattive per gli sviluppi in corso; terzo: la capacità di proiettare la sorveglianza anche alle infrastrutture che determinano il futuro della transizione green. Come le infrastrutture tradizionali, anche quelle della transizione sono soggette all’evoluzione del contesto globale fatto di crescenti eventi climatici estremi e rischi sistemici. Tra le aziende attive nella governance di questi sistemi complessi si segnala l’italiana CESI, multinazionale basata a Milano e partecipata da Enel e Terna, che opera sia nel campo della consulenza su grandi progetti energetici orientati alla decarbonizzazione sia nella certificazione dei sistemi volti ad abilitarli, ma è attiva anche in ambito di tecnologie spaziali e  monitoraggio infrastrutturale.

Un ecosistema complesso, quello di CESI, che analizza in profondità dati e necessità concernenti questi scenari in cambiamento. “Per monitorare gli effetti del riscaldamento globale sulla Terra, i dati satellitari sono diventati uno strumento fondamentale per gli scienziati, poiché con sentono di osservare tali variabili a livello globale e in tempo reale”, notava nel luglio 2023 l’Energy Journal edito da CESI , analizzando il ruolo della cosiddetta “intelligence climatica”, che “si sta rivelando come un’importante alleata per le aziende e le istituzioni: utilizzando grandi set di dati storici, è in grado di generare modelli di previsione avanzati per mitigare gli impatti e dare supporto nella pianificazione e nella gestione delle attività” e ricordando che “l’intelligenza climatica può generare opportunità di business: la crisi climatica ha portato infatti a una crescente domanda di prodotti e servizi a basse emissioni, sviluppando il mercato dell’innovazione sostenibile nell’era dell’economia green”. In un contesto segnato da crescenti spinte alla decarbonizzazione, volontà di spingere sulla neutralità climatica, sfide crescenti degli eventi estremi e necessità di governance tecnologica avanzata e interconnessione tra dati serve pensare olisticamente la transizione e le sue dinamiche digitali, fisiche e di governance, che toccano anche le reti. E per guardare alle reti nel migliore dei modi serve anche un monitoraggio che non può prescindere dai fronti legati all’osservazione satellitare. Abilitatori di sicurezza economica, energetica, tecnologica e, dunque, di prosperità pubblica. Aziende come CESI attraversano l’intera filiera di questa catena del valore multivettoriale, mostrando l’importanza di coniugare sviluppo tecnologico e visione a tutto tondo per guardare olisticamente a una transizione dove si toccano Terra e spazio, in un legame di crescente interdipendenza.

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Risiko bancario, Mps verso l’ultima battaglia mentre incombe la sfida con Intesa

17 Ottobre 2026 ore 06:47

Il 29 ottobre l’assemblea dei soci di Monte dei Paschi di Siena (Mps) sarà chiamata a una scelta decisiva per il futuro del gruppo guidato da Luigi Lovaglio, protagonista su ogni fronte del risiko bancario che da oltre un anno e mezzo sta trasformando il panorama finanziario del sistema-Paese. I soci dovranno decidere sul piano del Ceo, tornato in sella ad aprile dopo esser stato estromesso dall’azienda sulla scia di una sinergia tra Delfin e i fondi internazionali, volto a lanciare offerte pubbliche di scambio, parallele, su Banca Generali e su Banco Bpm, elemento quest’ultimo ritenuto costitutivo per la definizione di un “Terzo Polo” nazionale della finanza, e per l’integrazione di Mediobanca. Alle spalle, incombe Intesa Sanpaolo, che a giugno ha messo sul tavolo 30 miliardi per scalare Mps e attende l’esito dell’assemblea senese per capire se la bocciatura del piano Lovaglio permetterà all’offerta del primo gruppo italiano, rilanciata nei giorni scorsi e portato a 1,6 azioni Intesa e 1,25 euro cash per ogni azione Mps ma ancora ritenuta insufficiente dal Cda senese.

Una difesa in profondità per il Ceo di Mps

L’azione di Lovaglio, a cui si somma la distribuzione di un dividendo straordinario, è paragonabile a un tentativo di difesa in profondità. Il risiko bancario non è una guerra di posizione ma una battaglia di manovra dove mosse e contromosse si susseguono in forma non lineare. Il vertice di Mps intende promuovere un’azione difensiva ponendo di fronte ai soci la prospettiva di un rafforzamento del sentiero avviato con il vittorioso affondo su Mediobanca, che ha posto Mps in una posizione più centrale nel risiko bancario italiano.

A tal proposito c’è da sottolineare che sul piano di Lovaglio Delfin, la finanziaria della famiglia Del Vecchio guidata dal presidente di Luxottica Francesco Milleri, che ha sostenuto l’ascesa in Mediobanca e ha rotto con Francesco Gaetano Caltagirone sul ritorno in scena di Lovaglio ad aprile, rompendo il fronte compatto che ha sostenuto l’azione su Piazzetta Cuccia, è ora nuovamente allineata al costruttore romano nel volersi opporre al progetto del Ceo.

La sfida del piano-Lovaglio

Delfin-Caltagirone-Edizione è un terzetto già visto nella battaglia per il Cda di Mediobanca di fine 2023, che vide la lista del primo gruppo sostenuto da Caltagirone e Benetton sconfitta dal Ceo Alberto Nagel, che ottene il successo in una battaglia di mercato tenendo le redini di Piazzetta Cuccia e una posizione forte in Assicurazioni Generali, di cui Mediobanca è primo azionista.

Corsi e ricorsi storici: fu il fallimentare tentativo di Nagel di far passare all’assemblea dei soci un piano di offerta pubblica di scambio su Banca Generali a spianare definitivamente la strada alla scalata di Mps sulla scia dell’azione promossa da Lovaglio nell’agosto 2025 e oggi il banchiere 71enne si trova a dover affrontare a Rocca Salimbeni una partita che passa anche per l’approvazione di un’operazione volta a aprire la porta a un’offerta indirizzata alla banca di Piazza Tre Torri. Chiaramente il contesto è molto cambiato, ma resta un minimo comune denominatore: Ceo che di fronte a sfide crescenti provano a difendere la posizione dei propri piani immaginando strategie a tutto campo e guardano al voto dei soci per capire la prospettiva di fattibilità.

“Per approvare le delibere straordinarie serve il voto favorevole dei due terzi del capitale presente: con un terzo già contrario, il margine per Lovaglio si assottiglia drasticamente”, nota StartMag, che al di là del terzetto Delfin-Cltagirone-Benetton ricorda che “tra gli investitori istituzionali presenti nell’azionariato di Mps figurano BlackRock, che detiene il 4,66% del capitale, oltre a Norges Bank Investment Management e Vanguard”, grandissimi nomi del capitalismo finanziario internazionale.. Le operazioni su Bpm e Banca Generali sono state bocciate dai proxy advisor dei fondi che saranno l’ago della bilancia decisivo per capire come si indiirzzerà la partita, mentre sembra più agevole il sentiero per l’integrazione Mps-Mediobanca deliberata dai rispettivi cda (un approfondimento di Advisor Online spiega bene i dettagli tecnici a riguardo).

Il risiko bancario è un rebus

In tal senso, la partita del risiko bancario sembra oggi, per citare Jorge Luis Borges, una “Biblioteca di Babele” finanziaria, dove ogni passaggio ne può aprire molti altri, ma è chiaro che il cda di Mps del 29 ottobre potrebbe essere l’occasione per rimettere ordine. O quantomeno distinguere gli scenari destinati ad essere plausibili da quelli remoti.

La sfida per il consolidamento proseguirà e Mps potrà aprire la strada a una nuova fase reattiva dopo l’operazione nei suoi confronti di Intesa o il piano Lovaglio sarà bocciato dai soci? Come si posizioneranno quei fondi internazionali che pochi mesi fa hanno rinnovato il mandato al Ceo e ora potrebbero aprire la strada alla bocciatura dei suoi piani? Se il piano sarà bocciato, quanto questo contribuirebbe a spingere l’offerta di Intesa che, ricordiamolo, è indipendente nelle logiche e segue binari propri? Quanto, in definitiva, questo poi impatterà sull’equilibrio del mondo bancario e assicurativo, tenendo conto che l’offerta di Intesa vede in prospettiva come partner Unipol e la partecipata Bper mentre, al contempo, l’asse Mps-Mediobanca richiama alla strategica partecipazione in Assicurazioni Generali? Queste domande non saranno risolte il 29 ottobre, ma l’indirizzo per molte risposte quel giorno si vedrà con più chiarezza, anche se l’unica certezza è che nulla è scolpito nella pietra nella partita della finanza tricolore.

Fonti

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Deepfake, social e stampa: l’IA “entra” nel codice penale. 

15 Ottobre 2026 ore 12:51

«Chi è senza deepfake scagli la prima pietra». Si potrebbe adeguare così il precetto evangelico, ma la legge non punta il dito contro ogni contenuto artificiale: il confine penale si supera quando la diffusione non consensuale di un falso credibile provoca un danno ingiusto alla persona coinvolta.

È questo il punto di partenza per leggere il nuovo art. 612-quater c.p., introdotto dall’art. 26 della legge 23 settembre 2025, n. 132. La norma si inserisce in una realtà nella quale immagini, video e voci possono essere alterati con l’intelligenza artificiale e passare, in pochi minuti, da una chat privata a una platea molto più ampia. Proprio per questo, la responsabilità non può essere ricavata automaticamente né dalla sola esistenza del deepfake né dal semplice fatto che qualcuno lo abbia condiviso.

Ma cosa si intende per deepfake? Stiamo parlando di un’immagine, un contenuto audio o un video generato o manipolato mediante intelligenza artificiale che riproduce persone, oggetti, luoghi, entità o eventi esistenti e che può apparire, a chi lo osserva, falsamente autentico o veritiero. In pratica, la tecnologia può ricreare realisticamente il volto, i movimenti o la voce di una persona, facendo sembrare che abbia detto o fatto qualcosa che non è mai avvenuto; esempi tipici sono il face swapping e il voice cloning.

La nuova regola

L’art. 612-quater c.p. prende in considerazione la condotta di chi, senza il consenso della persona rappresentata, cede, pubblica o altrimenti diffonde immagini, video o voci falsificati o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale, idonei a indurre in inganno sulla loro genuinità, cagionando un danno ingiusto.

La fattispecie richiede dunque una valutazione complessiva. Devono venire in rilievo l’impiego dell’intelligenza artificiale, l’idoneità del contenuto a sembrare genuino, l’assenza di un consenso rilevante nel contesto e la produzione di un danno ingiusto alla persona rappresentata. La mera circolazione di un contenuto manipolato, senza la verifica degli altri elementi e della concreta condotta del diffusore, non consente di concludere automaticamente per la responsabilità penale.

L’espressione «idoneo a indurre in inganno sulla loro genuinità» è quella utilizzata dalla legge. In pratica, per comprendere se il contenuto abbia questa caratteristica, si potrà considerare anche quanto appaia plausibile a un osservatore medio: non è però una formula testuale della disposizione, ma un possibile criterio di lettura. Anche il danno ingiusto deve essere valutato in concreto, tenendo conto della persona coinvolta, del contenuto e delle conseguenze della diffusione.

Quando l’IA rende il fatto più grave

La legge n. 132/2025 non si è limitata a introdurre il reato sui deepfake. Ha previsto anche un’aggravante comune, all’art. 61, primo comma, n. 11-undecies, c.p., per i fatti commessi mediante sistemi di intelligenza artificiale. Il semplice ricorso alla tecnologia, tuttavia, non basta: l’aggravante può rilevare quando il sistema, per la sua natura o per le modalità di utilizzo, costituisca un mezzo insidioso, ostacoli la pubblica o privata difesa oppure aggravi le conseguenze del reato.

Nel caso dell’art. 612-quater, l’impiego dell’IA è già un elemento costitutivo della fattispecie. L’aggravante non va quindi presentata come automatica conseguenza del deepfake: occorre verificare, caso per caso, un’ulteriore e concreta maggiore offensività nelle modalità del fatto.

Social, chat e repost

Post, reel, storie, thread, messaggi con allegati manipolati, audio clonati e condivisioni su WhatsApp o Telegram sono alcune delle forme nelle quali un deepfake può circolare. Anche l’inoltro o la ripubblicazione possono assumere rilievo, ma non per il solo fatto di aver rilanciato un contenuto: bisogna verificare se, nella concreta condotta del diffusore, ricorrano tutti gli elementi della fattispecie.

Lo stesso vale per chat e gruppi chiusi. La diffusione in un ambiente non aperto al pubblico può essere valutata alla luce delle modalità dell’invio, dell’ampiezza della cerchia dei destinatari, del contenuto e delle conseguenze prodotte. Non è dunque corretto considerare ogni condivisione privata automaticamente irrilevante, ma neppure ogni inoltro automaticamente punibile.

Per utenti, creator e gestori di pagine, la cautela consiste nel fermarsi prima del rilancio, soprattutto quando il materiale riguarda persone riconoscibili, dichiarazioni apparentemente autentiche o voci ottenute mediante clonazione. A seconda dei fatti, possono venire in rilievo anche la diffamazione, la disciplina sulla protezione dei dati personali, le norme sul cyberbullismo o altre tutele civili e penali. La loro applicazione, però, deve essere verificata caso per caso e non discende automaticamente dalla sola presenza di un deepfake.

La procedibilità è, in via ordinaria, a querela della persona offesa. La legge prevede tuttavia alcuni casi di procedibilità d’ufficio: quando il fatto è connesso con un delitto per il quale si deve procedere d’ufficio, quando la persona offesa è incapace per età o per infermità e quando il fatto è commesso nei confronti di una pubblica autorità a causa delle funzioni esercitate.

Quest’ultima ipotesi richiede particolare attenzione. Non basta che il contenuto riguardi genericamente un politico, un magistrato o un appartenente alle forze dell’ordine. Occorre verificare se la condotta sia stata realizzata nei confronti di una pubblica autorità e proprio a causa delle funzioni esercitate, secondo la condizione indicata dalla norma.

Il tema delle testate online

La logica della norma non si arresta ai confini dei social personali. Poiché l’art. 612-quater c.p. menziona la pubblicazione e la diffusione e si rivolge a «chiunque», il tema riguarda anche chi opera professionalmente nell’informazione. Per una testata online, incorporare, embeddare o ripubblicare un video, una fotografia o un audio proveniente da una fonte terza può porre un problema se il materiale è stato alterato con IA, appare idoneo a ingannare, manca il consenso e produce un danno ingiusto.

Questo non significa che ogni errore editoriale si trasformi in reato, né che la responsabilità del direttore, dell’editore o del responsabile digitale sia automatica. Eventuali profili penali devono essere accertati in concreto, considerando la condotta individuale, il contributo effettivamente prestato, le informazioni disponibili e l’elemento soggettivo richiesto dalla fattispecie. Dall’art. 612-quater non discende una generale posizione di garanzia riferibile indistintamente a tutti i ruoli della redazione.

Anche l’interesse pubblico della notizia e il diritto di cronaca non costituiscono un’esenzione automatica. La pubblicazione richiede di esaminare il quadro complessivo del caso: la natura del contenuto, le modalità di acquisizione e presentazione, la sua attendibilità, il consenso, il danno prospettato e tutti gli altri elementi giuridicamente rilevanti. In questa prospettiva, il dovere giornalistico di verificare le fonti assume un peso particolare quando il materiale è virale, sorprendente o destinato a incidere sulla reputazione di una persona.

La velocità della pubblicazione può rendere più difficile questo controllo, ma non sostituisce la verifica dei presupposti del reato. Una redazione che utilizza materiale prodotto da terzi si trova quindi davanti a un problema di metodo prima ancora che di tecnologia: capire da dove proviene il contenuto, quanto è verificabile e quale significato assume nel contesto in cui viene pubblicato.

Verifiche, tracciabilità e trasparenza

Controllare la fonte originaria, chiedere il file originale, confrontare versioni e metadati quando disponibili, conservare la documentazione delle verifiche e predisporre una procedura rapida per gestire contestazioni o richieste di rettifica sono buone pratiche di compliance editoriale. Possono ridurre il rischio di errori e aiutare a ricostruire il percorso seguito dal contenuto, ma non sono obblighi imposti direttamente dall’art. 612-quater e non eliminano da soli eventuali responsabilità.

È utile distinguere questo piano organizzativo dagli obblighi di trasparenza previsti dal regolamento (UE) 2024/1689, l’AI Act. L’art. 50, paragrafo 4, richiede al deployer che genera o manipola un deepfake di rendere noto che il contenuto è stato artificialmente generato o manipolato, secondo le modalità previste dal regolamento.

La stessa disposizione disciplina separatamente i testi generati o manipolati e pubblicati con lo scopo di informare il pubblico su questioni di interesse pubblico. Per questi contenuti, l’obbligo di disclosure non si applica quando il testo è stato sottoposto a revisione umana o controllo editoriale e una persona fisica o giuridica detiene la responsabilità editoriale della pubblicazione. Questa previsione non costituisce, invece, un’esenzione generale per i deepfake audiovisivi diffusi dalle testate.

Anche quando il regolamento modula gli obblighi informativi per opere manifestamente artistiche, creative, satiriche o fittizie, ciò non equivale a un’immunità penale. Restano da valutare la condotta concreta, il contenuto, il consenso, il danno e le altre regole applicabili al caso.

La verifica prima della viralità

L’art. 612-quater c.p. non considera illecito ogni contenuto sintetico e non trasforma ogni condivisione in una responsabilità già definita. Chiede piuttosto di misurarsi con una combinazione di fattori — IA, ingannevolezza, assenza di consenso, danno ingiusto e condotta di diffusione — che può cambiare a seconda delle circostanze.

Per gli utenti, la cautela riguarda il momento del repost. Per le testate, riguarda anche la qualità della verifica prima della pubblicazione e la capacità di documentare le scelte compiute. La velocità e l’interesse della notizia possono spiegare la corsa alla condivisione, ma non sostituiscono l’accertamento dei presupposti: prima della viralità, resta decisivo capire che cosa si sta diffondendo, con quale consenso e con quali possibili conseguenze.

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Cina, il volo dell’export e la sfida commerciale di Pechino

15 Ottobre 2026 ore 11:07

L’export cinese continua a volare e i dati consolidati sui primi nove mesi del 2026 danno Pechino pienamente in linea per battere il record di oltre 1.200 miliardi di dollari di surplus commerciale registrato nel 2025. I dati dell’Amministrazione generale delle dogane per i primi tre quarti dell’anno in corso parlano chiaro: il surplus cumulato da gennaio a settembre è cresciuto del 7,2%, da 875,1 a 938,1 miliardi di dollari, sullo stesso periodo del 2025 e la crescita del 36,3% dell’export a settembre.

L’export record della Cina

I dati ripresi dal Financial Times sottolineano che la crescita delle esportazioni sopravanza anche un contesto che vede per Pechino un boom dell’import: +31% nel solo mese di settembre, con un impatto trainante dei costi energetici.

Il quotidiano della City di Londra ricorda che nella crescita dell’export gioca un ruolo sempre più solido l’industria tecnologica: il FT scrive che i suoi calcoli hanno ricostruito che “le due categorie di prodotti legate all’intelligenza artificiale – chip e macchine e componenti per l’elaborazione automatica dei dati – hanno rappresentato il 17,9% delle esportazioni totali della Cina a settembre contribuendo per 13 punti percentuali alla crescita delle esportazioni rispetto agli 11,3 punti percentuali di agosto”.

Finbarr Bermingham, corrispondente europeo del South China Morning Post, ha sottolineato come il boom dell’export e del surplus commerciale cinese verso l’Unione Europea sia stato considerevole, analizzando in una lunga analisi su X qui di seguito riportata l’aumento del 52% del surplus commerciale di Pechino sui Ventisette a settembre. Questo trend conferma un sentiero di espansione dell’export e del surplus commerciale cinese a scapito di economie tradizionalmente competitive come quella tedesca (o, in Asia, giapponese) in settori che i Paesi di stampo occidentale ritenevano loro prerogativa maggioritaria.

I spent ages this morning doing my sums on China's September's trade data but kept having to redo them because I thought – surely they can't be right?

China's trade surplus with Germany grew 201.7% in Sept alone (vs Sept 2025)

With EU up 52.3%

With France up 251.8%

Crazy! pic.twitter.com/TxsUHfrYuw

— Finbarr Bermingham (@fbermingham) October 14, 2026

Il secondo “China Shock”

Numeri alla mano, si manifesta l’ampiezza di quello che è definibile come il secondo shock cinese dell’era globalizzata. Il primo, a cavallo tra Anni Novanta e primi Duemila, vide emergere la “fabbrica del mondo” nel quadro dell’interconnessione economica trainata dalla globalizzazione neoliberista che spostava il centro manifatturiero del mondo verso l’Estremo Oriente e che fu coronata dall’ingresso della Cina nel Wto nel 2001. Tale “shock” colpì duramente molti produttori occidentali ma fece, a livello aggregato, le fortune dell’interconnessione commerciale internazionale in un’era di espansione degli scambi, tanto da portare la Repubblica Popolare ad essere salutata come un attore capace di riequilibrare le problematiche economiche globali con gli investimenti anticiclici dopo la Grande Recessione del 2008.

Prima che il differente percorso intrapreso da Pechino sul piano strategico e la volontà cinese di saldare la connettività euroasiatica con le Nuove Via della Seta emergessero, a Washington questo fu salutato come un rilancio del progetto di globalizzazione a guida statunitense. A dire il vero, però, la Cina mirava soprattutto a costruire una propria via autonoma usando l’interconnessione come cinghia di trasmissione del suo export. Vera e propria forza trainante della sua economia.

Oggi, il secondo “shock cinese” differisce notevolmente dal primo per entità, mole e profondità strategica. Sull’onda lunga di programmi varati nello scorso decennio dal presidente Xi JinpingPechino ha riorientato buona parte della sua industria su beni ad alto valore aggiunto, prodotti ad alta intensità tecnologica, settori dove la Cina miete i frutti di un raccolto irrigato con cospicui investimenti a trazione pubblica e sta da tempo erodendo i margini di partner e rivali commerciali nei settori trainanti dell’innovazione e dello sviluppo produttivo. In un contesto caratterizzato da problematiche che Pechino deve comunque tenere in considerazione, come la necessità di stimolare la domanda interna all’economia, questo ha prodotto un tumultuoso aumento dell’export che ha sfidato politiche tariffarie, conflitti economici e ricerche di alternative da parte dei concorrenti e oggi rappresenta una sfida strutturale.

La sovracapacità industriale della Cina

Nel 2024 Filippo Fasulo per Ispi notava che “la differenza con vent’anni fa sono il tipo di merci cinesi – basso valore aggiunto nei primi anni Duemila, leadership tecnologica oggi – e il fatto che l’economia cinese non sia in grado di assorbire almeno parte di questa crescita industriale”.

Fasulo sottolineava inoltre la necessità per la Cina di scaricare un surplus produttivo interno sui mercati internazionali. La cosiddetta overcapacity, sottolineava la sua analisi, si inseriva in un contesto in cui “Pechino non interpreta l’eccesso di capacità produttiva come un segno di debolezza e perché Xi Jinping non sembra incline a rivedere in tempi brevi il modello di sviluppo economico cinese”.

La necessità cinese di scaricare all’esterno la sovracapacità produttiva industriale è ritenuta un driver importante del boom dell’export e di recente, a tal proposito, a riguardo è stata sviluppata una ricerca della Banca d’Italia “il 75% della crescita dell’export cinese” dalla fine del 2023 “può essere spiegato da fattori domestici”, in un contesto in cui da un lato il boost statale è stato importante e dall’altro la crisi dell’edilizia ha portato “le istituzioni finanziarie statali a reindirizzare le risorse dalle costruzioni alla manifattura, espandendo ulteriormente la capacità produttiva”. Però la ricerca della Banca d’Italia ricorda che “nell’ultimo decennio la Cina ha investito pesantemente nella qualità dei prodotti, nell’efficienza della produzione, nella sofisticazione delle catene del valore e nella capacità di muoversi in settori complessi e ad alto valore aggiunto”.

Il peso cinese nell’IA

La sovracapacità che inonda i mercati mondiali, insomma, è una sovracapacità di beni ben rodati qualitativamente e strutturalmente capaci di essere all’altezza dei concorrenti occidentali anche giocando in trasferta e, magari, affrontando le Forche Caudine dei dazi in diversi settori e contesti nazionali. Il caso dell’automotive, paradigma della nuova ondata di export cinese e al centro del recente accordo negoziale Cina-Ue per il contenimento dell’export di ibride cinesi, è stato a lungo emblematico.

A questo contesto si aggiunge oggi il super-ciclo dell’intelligenza artificiale che vede nella Cina uno dei due principali polmoni globali, assieme agli Usa, e in cui l’export di Pechino potrebbe concentrarsi soprattutto nell’alimentare i progetti abilitatori dell’IA e delle tecnologie di frontiera nel Sud Globale. A tal proposito, il rapporto tra Cina e Paesi in via di sviluppo in questo settorer è stato indicato come un obiettivo strategico in un articolo di Xinhua, agenzia d’informazione ufficiale di Pechino, del 6 agosto scorso che proponeva come obiettivi chiave quelli di “potenziare il Sud Globale attraverso l’IA” e di sviluppare una “cooperazione inclusiva sull’IA”, in un contesto che vede la competizione globale sull’intelligenza artificiale sedimentarsi attorno alla sfida tra il modello dei grandi LLM statunitensi e quello dei modelli “a pesi aperti” di Pechino. E mentre la partita per gli algoritmi prosegue, quella per l’infrastruttura IA, ad alto valore aggiunto vista l’alta domanda industriale, può essere un boost ulteriore per la produzione cinese e, come dimostrano i dati, pesa sempre di più su un export in continuo aumento.

Per la Cina la sfida sarà trovare un bilanciamento tra nuove componenti della sua bilancia commerciale e il rischio che in settori già rodati la sovracapacità, inondando il resto del mondo, finisca paradossalmente per frenare i mercati di sbocco e alimenti tendenze alla reazione e al contrasto economico all’ascesa di Pechino. Il prospetto di un 2026 da record, in tal senso, deve invitare Pechino a capire come consolidare tali risultati e non è detto che sia un’ulteriore espansione del surplus la via maestra. Alla politica e alla dialettica commerciale il compito di capire come strutturare la risposta a questi dilemmi.

Fonti

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