Studente accoltellato a La Spezia, Valditara incontra genitori. Padre del reo: "Chiediamo scusa"


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L’omicidio di Abanoub Youssef, il 18enne accoltellato da un compagno di scuola all’interno di un istituto professionale della Spezia, ha sollevato non solo un acceso dibattito politico sulla sicurezza nelle scuole, ma anche perplessità su una frase espressa dall’accoltellatore. Ai giornalisti viene riferito un episodio che coinvolge un’insegnante dell’istituto accusata di aver ignorato una dichiarazione di Zouhair Atif, mesi prima delle coltellate.
Secondo quanto riferito da alcuni compagni di scuola e testimoni, l’insegnante avrebbe chiesto agli studenti di esprimere un sogno durante un incontro in classe. Quando fu il turno di Zouhair, l’adolescente avrebbe pronunciato una frase che ha lasciato tutti senza parole: “Mi piacerebbe vedere che emozione si prova a uccidere una persona“. La dichiarazione, definita disturbante da chi era presente, non avrebbe suscitato, secondo alcuni, reazioni adeguate da parte dell’insegnante, che non avrebbe intrapreso alcuna azione per segnalare l’incidente o per affrontare il tema con il giovane.
Questo nuovo particolare, che getta luce su un episodio preoccupante mai affrontato a dovere, si aggiunge alla già complessa situazione riguardante la gestione della sicurezza nelle scuole. Se da un lato le forze politiche e i sindaci si confrontano sull’approccio giusto per prevenire simili tragedie, dall’altro emergono interrogativi sulle modalità con cui le istituzioni scolastiche affrontano la crescita del disagio giovanile. La sindaca di Genova, Silvia Salis, in una intervista, ha accusato il governo di ridurre il fenomeno della violenza giovanile a semplici slogan, proponendo misure punitive che non risolvono le problematiche profonde. “Cosa risolvi con multe alle famiglie in difficoltà?“, ha dichiarato, sollecitando un approccio più integrato, che includa politiche sociali e di sostegno psicologico, piuttosto che punizioni generiche.
Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha invece elogiato il coraggio dell’insegnante che ha affrontato l’aggressore, ma ha anche fatto un passo indietro rispetto all’uso esclusivo di misure repressive come metal detector nelle scuole. “Serve una rivoluzione culturale“, ha affermato, indicando che la violenza non può essere fermata solo con il controllo fisico, ma richiede un cambiamento nelle mentalità degli studenti e nelle dinamiche scolastiche.
“Io sono padre e penso ad un altro padre che ha perso suo figlio. Voglio chiedere scusa a lui, alle sorelle del ragazzo, a tutta la sua famiglia. Proprio perché padre capisco il loro dolore. Mi dispiace tantissimo per quello che è successo – dice in un’intervista al Corriere della Sera Boulkhir Atif, il padre del 19enne – Per noi era un ragazzo tranquillo. Ogni mattina si alzava, prendeva l’autobus, andava a scuola. Poi il sabato e la domenica ma anche durante l’estate, prendeva nuovamente il pullman, per andare a Lerici dove faceva il cameriere. Lo faceva per portare i soldi a casa e una parte poi li dava alla sua mamma”. In merito al coltello usato dal figlio, Boulkhir Atif spiega: “Noi in casa abbiamo solo questo per tagliare il pane e poi altri più piccoli per mangiare. Non ci sono altri coltelli in giro. Se lui lo ha portato a scuola sicuramente non lo ha preso qui in casa. Forse l’ha comprato da qualche altra parte. Giuro che io non l’ho mai visto con un coltello in mano in casa. Me ne sarei sicuramente accorto. Questa è una casa piccola. Dove poteva andarlo a nascondere? Qui in casa di coltelli non ne ha mai avuti. Questo è sicuro”.
Parenti, amici e compagni della vittima hanno inscenato una protesta spontanea domenica mattina di fronte all’obitorio dell’ospedale cittadino. Un centinaio di persone ha occupato il marciapiede e la sede stradale esponendo cartelli per chiedere il massimo della pena nei confronti dell’assassino e l’impegno delle istituzioni nel rendere sicure le scuole. “La scuola è complice”, “Giustizia per Abu”, “Vogliamo una giustizia veloce”, “Abbiamo paura a tornare a scuola” si legge su alcuni dei cartelli mostrati dai manifestanti. Nessun momento di tensione, ma piuttosto di commozione per i parenti straziati dal dolore.
oggi è intervenuta anche la ragazza che frequentava Zouhair Atif: “Chiederei di non inventare gossip scherzando sulla morte di un ragazzo che tra l’altro ho fatto il possibile per evitare litigi fra i due. Non sono mai entrata in tribunale a difendere il mio ragazzo anzi non gli ho rivolto parola (come giusto che sia) sono stata sottoposta ad altro [il riferimento sarebbe ad un interrogatorio della polizia – ndr]. È stato sconvolgente anche per me. Chi ha visto parli, chi sa mi scriva, ogni testimonianza è importante. Sentirò tutti appena posso, sono l’unica che può fare qualcosa, e combatterò fino all’ultimo per lui e la sua famiglia. Le mie più grandi condoglianze alla famiglia, che cercherò di contattare al più presto“.
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“Non si era mai vista così tanta violenza prima d’ora tra i ragazzi. È venuta a mancare la percezione del senso del limite oltre ad esserci un vuoto etico spaventoso. Oggi avere una lama in tasca è normale e glamour”. A parlare, dopo gli ultimi episodi di aggressioni che hanno coinvolto dei giovani è Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta, uno dei maggiori esperti del mondo adolescenziale in Italia. Da oltre vent’anni si occupa di ragazzi, di famiglie, dell’età evolutiva. Basti citare i titoli di alcuni suoi libri: “La vita accade. Una storia che fa luce sulle emozioni maschili”; “Allenare alla vita. I dieci principi per ridiventare genitori autorevoli” e l’ultimo “Pronti per il grande salto. Come vivere la scuola media e gestire ansia, emozioni e nuove sfide” (tutti Mondadori). Di fronte all’omicidio per accoltellamento del 18enne in una scuola a La Spezia, al ferimento di un 17enne a Sora davanti al liceo artistico e al 16enne colpito con un’accetta da un coetaneo a Perugia, Pellai analizza le radici del fenomeno.
Siamo davvero di fronte a un nuovo fenomeno che deve preoccuparci o è solo la reiterazione di un atteggiamento che gli adolescenti hanno sempre avuto, amplificato dai media?
La violenza è sempre stata un canale di espressione, di affermazione disfunzionale di sé ma oggi ci sono modalità mai viste. C’è una normalizzazione dell’uso delle armi bianche che non abbiamo mai registrato negli ultimi quarant’anni. Tempo fa per una ragazza si faceva a botte non si adoperava un coltello per ammazzare.
A cosa è dovuto questo smoderato uso di armi da taglio? Tutta colpa delle serie televisive, dei social?
Dobbiamo riflettere sul fatto che le lame sono tutte in mano ai maschi. Possedere una lama è una prosecuzione o un completamento chiaramente disfunzionale della propria maschilità. Ma chi gliel’ha insegnato? Dove hanno imparato che mettere una lama nello zaino è normale o persino desiderabile? Il cosiddetto “ferro” così raccontato nelle serie TV è un concetto che è entrato a far parte degli adolescenti. Altro aspetto da considerare: quando un ragazzo mette un coltello nello zaino non lo fa pensando che lo userà ma quella lama è una protesi come un tempo lo era la sigaretta in bocca. Quando penso che in tre secondi, un giovane scarica tutta la sua rabbia trasformando la sua esistenza in anni di galera, credo che oggi vi sia una crescita dove l’emozione diventa azione senza alcun filtro valoriale, etico. Manca un lavoro sulla significazione, sulla riflessione intorno alle implicazioni e alle conseguenze dei propri gesti.
Quei coltelli li hanno con sé per difendersi, perché hanno paura o per attaccare, per aggredire?
La lama è solo un costruttore di significati. Vale sempre la pena di citare tre processi importanti: la desensibilizzazione, la normalizzazione, la glamourizzazione. La sensibilità fisiologica, la paura di un coltello è il primo fattore di protezione. Se non c’è più questa sensibilità diventa normale avere un’arma bianca in tasca. Non solo. E’ così comune da diventare desiderabile, glamour. A questo punto nessuno più urla al mondo se un compagno di classe ha un coltello con sé. Dovremmo davvero fare un profondo lavoro sulla cultura associata ai ruoli di genere tra i maschi.
Manca anche la percezione delle regole e delle conseguenze del non rispetto di esse?
È così, non c’è più il senso del limite e c’è un vuoto etico spaventoso. Un tempo quel comandamento “Non uccidere” seppur non lo sceglievi ti veniva imposto, entrava nella psiche. Prima di togliere la vita a qualcuno c’era una barriera tra la pulsione e l’azione. Ora per alcuni sottogruppi tutto ciò non esiste più.
Il governo è pronto a mettere in campo un pacchetto sulla sicurezza che prevede tolleranza zero sui coltelli. Può bastare?
Quella è la prevenzione secondaria o terziaria: un lavoro sul soggetto ad alto rischio. Serve anche l’educazione emotiva, affettiva, civica, etica, valoriale, empatica. E’ urgente un’educazione preventiva che renda la competenza più appetibile della prepotenza.
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«I nostri giovani vanno via perché li trattiamo male, così come trattiamo male chi viene da fuori. Lo diciamo da tempo, ma è la prima volta che sento un’analisi di questo tipo da chi gestisce i numeri della macroeconomia». Così Emiliano Manfredonia, presidente nazionale di Acli, commenta le parole di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, intervenuto all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Messina. In quell’occasione Panetta ha ricordato che «circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero».
I giovani laureati si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto, attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici
Fabio Panetta, governatore Banca d’Italia
Un vero e proprio esodo, dovuto anche a fattori economici: «Un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80% in più di un coetaneo italiano». Ma, ha precisato Panetta, «le differenze retributive non sono l’unica determinante della scelta di lasciare l’Italia. I giovani laureati si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto, attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici».

I numeri, in effetti, sono impressionanti. Come ricorda Manfredonia, «nel 2024 abbiamo raggiunto un record, con oltre 155mila laureati andati via. Un dato inquietante, che ha certamente una dimensione economica: chi ha la fortuna di avere un salario stabile in Italia versa il 33% dello stipendio all’ente previdenziale per ottenere una pensione che sarà di poco superiore al 60% dell’ultima retribuzione. La destinazione finale, soprattutto per chi ha salari bassi – giovani, donne e stranieri – è la povertà».
Precarizziamo i giovani a inizio carriera, depauperando le migliori energie del Paese con lavori umilianti, che sviliscono competenze, motivazione e desiderio di impegnarsi
Emiliano Manfredonia, presidente nazionale Acli
Ma il problema non è solo economico. «È anche culturale e riguarda la mancanza di opportunità, come ha riconosciuto lo stesso Panetta. In Italia i giovani non trovano la possibilità di essere valutati per il proprio merito né di intraprendere carriere che offrano una prospettiva di futuro. Precarizziamo i giovani a inizio carriera, depauperando le migliori energie del Paese con lavori umilianti, che sviliscono competenze, motivazione e desiderio di impegnarsi».
Una condizione che ha effetti diretti anche sulla natalità: «Se i giovani sono precari nel lavoro, lo sono anche nella vita. Facciamo esattamente il contrario di ciò che avrebbe senso fare: dovremmo pagare di più le persone quando sono giovani e di meno quando sono anziane e hanno già sostenuto i costi maggiori».
Come invertire questa tendenza? Da dove partire per fermare la fuga dei giovani o almeno favorire il loro ritorno, valorizzando in Italia le competenze acquisite all’estero? «Di certo non saranno bonus e fiscalizzazioni a risolvere il problema. Serve una riforma strutturale, costruita dal sistema Paese. Il limite della politica degli ultimi vent’anni è stato l’incapacità di immaginare il futuro e di lavorare sulle strutture», osserva Manfredonia.
Una riforma strutturale è necessaria anche sul tema della casa, una delle principali emergenze per i giovani e una delle cause della loro precarietà. «Gli affitti brevi hanno creato un mostro: nel nostro Paese la rendita è tassata meno del lavoro faticato, ed è un paradosso. Servono norme e politiche che garantiscano l’accesso alla casa a tutti, a partire dai giovani».
C’è poi il nodo dell’istruzione, anche professionale. «Abbiamo circa 30mila studenti che frequentano le scuole di formazione professionale dell’Ente nazionale Acli Istruzione professionale (Enaip). Registriamo un forte mismatch tra le richieste delle aziende e la preparazione dei ragazzi: è un problema che va affrontato».
Infine, il ruolo del Terzo settore, che può fare molto e in parte lo sta già facendo. «Dobbiamo soprattutto favorire la partecipazione, perché un giovane che si sente scartato rischia non solo di non votare, ma di non prendere parte alla vita attiva. Dalla ricerca che abbiamo realizzato con l’Iref, Né dentro né contro, emerge che i giovani sono interessati alle questioni sociali, ma non sentono il bisogno di impegnarsi in un’organizzazione. Per questo, come Acli, abbiamo dato vita a un Patto per la partecipazione: per ritrovare gioia, coraggio e forza nel mettersi in gioco, offrire la propria visione del mondo e provare a cambiarlo».
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Alla fine dell’anno è scattata l’immancabile repressione contro l’autunno caldo 2025, quel momento di particolare intensità raggiunto dalle lotte in solidarietà alla Flotilla, dalle proteste contro il genocidio a Gaza, contro le politiche di riarmo e l’economia di guerra. Una repressione che si è manifestata in vari modi, alcuni più eclatanti, come l’operazione scattata a Genova, altri rimasti più in ombra, ma non per questo meno significativi. A fine dicembre infatti sono arrivate le multe ai sindacati che il 3 ottobre avevano proclamato lo sciopero generale senza rispettare il preavviso minimo dei dieci giorni previsto dalle normative antisciopero. Una sanzione esclusivamente economica, concretizzatasi in una serie di multe fino a 20.000 euro, ma soprattutto un’azione repressiva di considerevole gravità.
Lo sciopero del 3 ottobre era stato indetto nella serata del 1° ottobre da Usb, Cub, Sgb, Cobas, Cib Unicobas, Cobas Sardegna e Cgil. Il mancato rispetto del preavviso previsto dalla legge 146 del 1990 era motivato dalla particolare recrudescenza della situazione politica e umanitaria a Gaza che si aveva in quei giorni e dal blocco e sequestro della Flotilla, avvenuto proprio il 1° ottobre; condizioni che per i sindacati proclamanti richiamavano la deroga prevista sempre dalla medesima legge per situazioni di particolare gravità. Nonostante la Commissione di Garanzia avesse emesso immediata indicazione di revoca, dichiarandolo illegittimo, lo sciopero è stato mantenuto, ottenendo adesioni come non se ne vedevano da anni, accompagnate, in molti luoghi, da pratiche di significativa radicalità concretizzatesi in blocchi di porti, ferrovie, snodi stradali e attività produttive. Nel periodo immediatamente successivo la Commissione di Garanzia ha aperto la procedura di infrazione e disposto gli accertamenti patrimoniali nei confronti delle organizzazioni sindacali. L’esito sanzionatorio era scontato, ma la formulazione della delibera, emessa il 18 dicembre, è stata l’occasione per esplicitare una presa di posizione politicamente marcata da parte dell’organo istituzionale.
Completamente disconosciute le motivazioni formali addotte dai sindacati, che sostanzialmente sottolineavano la gravità di un’aggressione armata da parte di Israele in acque internazionali contro imbarcazioni civili, 18 delle quali battenti bandiera italiana; la necessità di tutelare la sicurezza di lavoratrici e lavoratori imbarcati; la necessità di rendere disponibile per lavoratrici e lavoratori italiani lo strumento dello sciopero immediato quale mezzo per esprimere tempestivamente dissenso nei confronti dell’aggressione israeliana e del governo italiano che non intraprendeva nessuna azione a tutela dei cittadini italiani imbarcati, con grave pregiudizio delle fondamentali tutele costituzionali.
Messo da parte tutto questo, la Commissione di Garanzia ha ribadito che mancavano i requisiti di deroga al preavviso di sciopero. Non vi era infatti alcuna esigenza di difesa dell’ordine costituzionale, in quanto ciò – a parere del Garante – può configurarsi solo in caso di concreto attacco fisico, lesivo non tanto della Costituzione, che essendo semplicemente un “bene giuridico”, cioè un documento, non può subire attacchi fisici, quanto dello Stato e dei suoi gangli vitali.
Si diano pace quindi tutti gli accaniti difensori della Costituzione, perché la Commissione ha chiarito ciò che qualcuno di noi già sospettava da tempo, cioè che la Costituzione non conta nulla, conta lo Stato, contano i suoi apparati, contano le persone fisiche che rivestono alte cariche istituzionali.
Interessante anche la motivazione con cui la Commissione ha deciso di multare i sindacati per lo sciopero del 3 ottobre, diversamente da quanto fu fatto in occasione degli scioperi per l’inizio della guerra nel Golfo (1991) e contro la partecipazione attiva dell’Italia alla guerra in Jugoslavia (2000). Anche allora si trattò di scioperi indetti senza preavviso e perciò dichiarati illegittimi, ma, a differenza del 3 ottobre 2025, all’epoca non furono emesse sanzioni perché “azioni di lotta in difesa della pace sono nella tradizione storica dei sindacati”. Voler instaurare questa differenza tra lo sciopero del 3 ottobre e i precedenti è un preciso atto politico, funzionale ad esprimere una condanna – che pretenderebbe di essere esemplare – nei confronti di uno sciopero di denuncia aperta del genocidio operato da Israele e delle politiche guerrafondaie e conniventi del governo italiano. La Commissione, organo apparentemente tecnico, si mostra per quello che è, emanazione diretta delle politiche governative.
Un’altra iniziativa repressiva di cui non si è parlato molto è stata messa in atto a dicembre 2025, in questo caso specificamente rivolta al settore scuola. Nello sciopero del 3 ottobre, così come in quello precedente del 22 settembre, il comparto scuola si è distinto per alta partecipazione, evidenziando una sensibilità marcata attorno alle tematiche della guerra e della situazione palestinese in particolare. Una vitalità del settore che non è certo sfuggita. L’annullamento del corso di formazione organizzato il 4 novembre dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, come pure l’insistenza sul settore scuola e università dei vari disegni di legge che equiparano antisionismo e antisemitismo [vedi altro articolo a pag. 5] non sono davvero casuali. Ecco dunque che a metà dicembre sono scattate ispezioni verso alcuni istituti scolastici che avevano attivato un collegamento webinar con Francesca Albanese per attività didattiche di approfondimento sulla questione palestinese. L’operazione è stata disposta in seguito a segnalazioni di esponenti della destra che hanno sollecitato l’intervento del ministro Valditara, ottenendone pronta e immediata risposta, annunciata seduta stante durante la kermesse Atreju di Fratelli d’Italia.
L’intervento ispettivo trovava motivazione formale nel mancato rispetto di una nota ministeriale del 7 novembre, rinforzata da una successiva nota del 12 dicembre, in cui si prescriveva di osservare il criterio del contraddittorio in attività scolastiche riguardanti trattazione di problematiche sociali. Le iniziative intraprese da alcune scuole interloquendo con Francesca Albanese in sostanza violavano la disposizione, in quanto la tematica sarebbe stata affrontata orientando ideologicamente e a senso unico gli studenti. Da qui le ispezioni e gli interrogatori a cui sono stati sottoposte le docenti coinvolte.
Aldilà della gravità delle ispezioni, che rappresentano un pesante attacco alla libertà di insegnamento e di apprendimento, ma che sono comunque un episodio, in ogni caso repressivo; aldilà di condividere o meno, come metodo didattico, il ricorso alla figura dell’esperto autorevole e titolato per affrontare questioni che fanno parte del campo dell’esperienza sociale e politica diffusa; aldilà di tutto questo c’è la gravità inaudita e il vasto portato repressivo di quelle note ministeriali, che chiaramente non si limitano al caso in questione e permangono oltre il fatto; ne è un esempio la scuola di Bologna in cui il dirigente scolastico, osservando la nota ministeriale, ha annullato l’incontro con due obiettori dell’esercito israeliano perché sarebbe mancato il contraddittorio.
Censura, ingerenza nella didattica, intimidazione, abusi di potere: di questo si tratta. Imporre il contraddittorio è aberrante. Ci sono questioni su cui non si discute, su cui non è ammissibile né tollerabile ascoltare “l’altra campana” o aprire all’assurda pratica anglosassone del “debate”. Questioni che anche nella scuola – con tutti i sui limiti istituzionali, gerarchici e classisti – hanno rappresentato punti fermi, almeno programmaticamente. L’antifascismo, l’antirazzismo, il contrasto delle discriminazioni, sia pure in salsa moderata e convenzionale, non sono mai stati messi in discussione, almeno sulla carta, ma la carta conta, è un vincolo e fornisce tutela. Non è un caso se un’altra carta ora pretende di dare disposizioni diverse, mascherando con l’esigenza di “garantire il pluralismo e l’educazione alla complessità” la volontà di legittimare politicamente i fautori dell’odio, della violenza, della sopraffazione. Il fascismo di chi ci governa ha anche questa faccia. Opporci a tutto questo è indispensabile e urgente.
Patrizia Nesti
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