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Il ruolo delle tecnologie spaziali per monitorare le infrastrutture che guidano la transizione energetica

17 Ottobre 2026 ore 07:26

Nel XXI secolo il nodo della sorveglianza delle infrastrutture critiche è ritenuto essere, oramai, un dettaglio fondamentale per le questioni inerenti la sicurezza dei sistemi-Paese più avanzati sotto diversi punti di vista: si va dagli scenari propriamente concernenti la sicurezza nazionale – e su questo fronte dalle infrastrutture fisiche a cavi sottomarini e data center la letteratura degli studi strategici è ormai ricca circa l’ottimo da definire in termini di sicurezza – a quelli inerenti la sicurezza economica e di percorsi come la doppia transizione, energetica e digitale. E su quest’ultimo fronte, in particolare, sono potenzialmente sdoganabili al massimo della loro capacità le potenzialità connesse alla sorveglianza satellitare delle infrastrutture energetiche abilitanti la transizione green.

Il monitoraggio della Terra tramite satelliti, compiuto sia tramite vettori operanti su orbite basse (Low-Earth Orbit, LEO) sia tramite i tradizionali satelliti geostazionari, aggiunge una netta verticalizzazione alla capacità di monitoraggio, coordinamento e controllo delle reti critiche. Scienza, sicurezza, monitoraggio, prevedibilità: le reti si fanno più complesse e più articolato si pone il loro monitoraggio. Si nota dunque una nuova capacità operativa nell’ambito della transizione energetica, che finisce per superare i domini terrestri delle reti fisiche passanti per terra e mare e delle connessioni digitalizzate decentralizzate orientante le nuove infrastrutture “intelligenti” per la generazione basata su rinnovabili per estendersi, verticalmente, allo spazio, che a sua volta è un laboratorio di transizione energetica per diversi motivi. Primo: la possibilità di testare tecnologie avveniristiche in materia di accumulazione in campi come il fotovoltaico; secondo: la prospettiva di analizzare gli impatti dei cambiamenti climatici in tempo reale e proporre soluzioni reattive per gli sviluppi in corso; terzo: la capacità di proiettare la sorveglianza anche alle infrastrutture che determinano il futuro della transizione green. Come le infrastrutture tradizionali, anche quelle della transizione sono soggette all’evoluzione del contesto globale fatto di crescenti eventi climatici estremi e rischi sistemici. Tra le aziende attive nella governance di questi sistemi complessi si segnala l’italiana CESI, multinazionale basata a Milano e partecipata da Enel e Terna, che opera sia nel campo della consulenza su grandi progetti energetici orientati alla decarbonizzazione sia nella certificazione dei sistemi volti ad abilitarli, ma è attiva anche in ambito di tecnologie spaziali e  monitoraggio infrastrutturale.

Un ecosistema complesso, quello di CESI, che analizza in profondità dati e necessità concernenti questi scenari in cambiamento. “Per monitorare gli effetti del riscaldamento globale sulla Terra, i dati satellitari sono diventati uno strumento fondamentale per gli scienziati, poiché con sentono di osservare tali variabili a livello globale e in tempo reale”, notava nel luglio 2023 l’Energy Journal edito da CESI , analizzando il ruolo della cosiddetta “intelligence climatica”, che “si sta rivelando come un’importante alleata per le aziende e le istituzioni: utilizzando grandi set di dati storici, è in grado di generare modelli di previsione avanzati per mitigare gli impatti e dare supporto nella pianificazione e nella gestione delle attività” e ricordando che “l’intelligenza climatica può generare opportunità di business: la crisi climatica ha portato infatti a una crescente domanda di prodotti e servizi a basse emissioni, sviluppando il mercato dell’innovazione sostenibile nell’era dell’economia green”. In un contesto segnato da crescenti spinte alla decarbonizzazione, volontà di spingere sulla neutralità climatica, sfide crescenti degli eventi estremi e necessità di governance tecnologica avanzata e interconnessione tra dati serve pensare olisticamente la transizione e le sue dinamiche digitali, fisiche e di governance, che toccano anche le reti. E per guardare alle reti nel migliore dei modi serve anche un monitoraggio che non può prescindere dai fronti legati all’osservazione satellitare. Abilitatori di sicurezza economica, energetica, tecnologica e, dunque, di prosperità pubblica. Aziende come CESI attraversano l’intera filiera di questa catena del valore multivettoriale, mostrando l’importanza di coniugare sviluppo tecnologico e visione a tutto tondo per guardare olisticamente a una transizione dove si toccano Terra e spazio, in un legame di crescente interdipendenza.

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Juice: la Terra oggi, Giove domani

16 Ottobre 2026 ore 19:15

Lo scorso 28 settembre la missione Juice dell’Esa ha superato un’altra importante tappa nel suo viaggio verso Giove: la sua penultima manovra di fionda gravitazionale, realizzata attraverso un flyby della Terra. Sorvolo che non è stato solo un passaggio essenziale sulla rotta della sonda verso Giove, ma anche un’opportunità per mettere alla prova le osservazioni e le operazioni che caratterizzeranno l’esplorazione del sistema gioviano da parte di Juice.

Fin dal suo lancio, avvenuto il 14 aprile 2023, Juice si sta dirigendo verso Giove e le sue lune ghiacciate, dove arriverà nel 2031. Arrivarci è però tutt’altro che semplice. «Per andare direttamente su Giove, occorre raggiungere una certa velocità», spiega Arnaud Boutonnet, mission analyst di Juice per l’Esa. «Ecco perché sono necessarie le manovre di assist gravitazionale».

Percorso completo dello scorso flyby di Juice sulla Terra. Crediti: Esa

Queste manovre sfruttano la gravità di un pianeta per alterare la rotta e la velocità di un veicolo spaziale. Con la sua recente fionda gravitazionale offerta dalla Terra, Juice ha ora completato tre dei quattro flyby previsti. Dopo il sorvolo di Venere, Juice aveva una velocità sufficiente rispetto alla Terra, ma non procedeva ancora nella direzione giusta. Quest’ultimo flyby ha modificato la direzione della traiettoria della sonda di circa 20 gradi, orientandola verso Giove, in vista di un’ultima correzione che avverrà nel 2029, durante il suo ultimo sorvolo del nostro pianeta.

Ma la manovra dello scorso settembre non ha riguardato solo la navigazione. Ha anche offerto ai team della missione una preziosa opportunità per simulare le sfide operative e scientifiche che attendono Juice su Giove.

Prova generale nelle tenebre

Lo scorso 12 agosto, molti hanno assistito alla spettacolare eclissi solare totale che ha attraversato la Groenlandia, l’Islanda, la Spagna e parti del Portogallo. Per gli osservatori sulla Terra, la fase di totalità è durata poco più di due minuti. Anche le sonde spaziali affrontano le eclissi. Durante la sua manovra gravitazionale lunare-terrestre nel 2024, Juice ha sperimentato un’eclissi della durata di 32 minuti. Il suo recente flyby terrestre, tuttavia, ha battuto un nuovo record per la missione. Prima del massimo avvicinamento, infatti, Juice è scivolata nell’ombra della Terra, trascorrendo tre ore in completa oscurità (ombra totale o umbra) e sei ore in ombra parziale. Fatto ancora più importante, l’eclissi ha replicato in modo molto simile le condizioni che Juice incontrerà su Giove, offrendo al Flight Control Team una rara opportunità per testare le future strategie operative anni prima dell’arrivo.

«I flyby sono diventati abbastanza di routine per la missione, ma richiedono comunque un’enorme quantità di preparazione. Per questo ci siamo preparati per più di un anno», ricorda Angela Dietz, spacecraft operations manager di Juice.

L’eclissi ha trasformato questa preparazione in una prova generale per Giove.

Tre ore senza Sole: batterie alla prova del buio

Juice è alimentata da due grandi pannelli solari, che insieme formano una superficie di 85 metri quadrati. Si tratta di un’area pari a circa la metà di quella di un campo da pallavolo. Questi pannelli saranno essenziali su Giove, dove la luce solare ha un’intensità pari a solo il tre per cento di quella terrestre, e le eclissi possono durare fino a cinque ore.

«Questa è stata la nostra prima opportunità per testare in volo condizioni di eclissi prolungata», spiega Dietz.

Con mesi di anticipo, il Flight Control Team dell’Esoc (European Space Operations Centre) ha simulato scenari di eclissi e procedure di emergenza, mentre i team delle operazioni scientifiche dell’Esac (European Space and Astronomy Centre) hanno preparato gli strumenti per le attività di osservazione e calibrazione. La sera del 27 settembre, mentre Juice entrava nella penombra ,alle 21:30 ora italiana, gli operatori di volo dell’Esoc, man mano che la telemetria giungeva a terra attraverso l’antenna per lo spazio profondo di Cebreros Estrack dell’Esa, monitoravano il calo di potenza dei pannelli solari e il conseguente aumento dell’utilizzo delle batterie. Nel corso dell’eclissi, la carica delle batterie è scesa fino al 54 per cento. I pannelli solari hanno ripreso a generare energia alle 04:14 ora italiana. Con il limite operativo fissato al 35 per cento e il veicolo spaziale che si è comportato in modo nominale, il risultato ha superato le aspettative.

«I dati sull’energia che abbiamo ottenuto da questo flyby sono molto importanti, perché verranno utilizzati per le future simulazioni delle eclissi gioviane», spiega Paula Betriu, science operations engineer di Juice che lavora a Esac per Starion.

Ma l’eclissi è servita a molto di più che a verificare come mantenere in vita la sonda.

Scienza oltre la sopravvivenza

Su Giove, Juice dovrà continuare a fare scienza anche durante i lunghi periodi di oscurità.

«Inizialmente pensavamo che non avremmo avuto abbastanza energia per la strumentazione scientifica di bordo. Ma dopo aver approfondito la questione, ci siamo resi conto che potevamo mantenere attivi diversi strumenti e sfruttare appieno l’opportunità», dice Dietz.

I dieci strumenti scientifici hanno tutti contribuito alla campagna del flyby, seppur non tutti in funzione contemporaneamente durante l’eclissi.

«È stata una campagna impegnativa», dice Pilar Esquej, science operations engineer di Juice che lavora a Esac per Starion. «L’eclissi ha imposto vincoli rigorosi, quindi abbiamo dovuto stabilire le priorità delle osservazioni con estrema attenzione e trovare dei compromessi».

La Terra ripresa dalla fotocamera a guida italiana Janus

Durante la fase di assist gravitazionale, dal 27 settembre al 2 ottobre, la fotocamera scientifica ad alta risoluzione a bordo di Juice Janus, realizzata con il finanziamento dell’Agenzia spaziale italiana (Asi), ha acquisito 740 immagini, utilizzando i diversi filtri dello strumento e a varie risoluzioni spaziali. Durante il sorvolo della Terra, dal limbo notturno a quello diurno, Janus ne ha osservato con continuità la superficie. In particolare, è stata ottenuta una lunga sequenza diurna attraverso l’Oceano Indiano occidentale, il Madagascar e l’Africa centrale, osservati con molteplici filtri. Prima e dopo l’arco di massima vicinanza, la sonda è stata puntata verso la Luna, consentendo a Janus di ottenere immagini del nostro satellite in fase quasi piena. Il 2 ottobre, prima di concludere la sequenza operativa, Janus ha osservato la Terra un’ultima volta.

Dettaglio di una sezione della fascia di osservazione che mostra l’intera larghezza dell’isola del Madagascar, con cumuli di bel tempo sopra la terraferma e le valli fluviali nella parte occidentale. L’area marina luminosa e color ocra su entrambi i lati è dovuta al riflesso della luce solare sulla superficie dell’acqua. Crediti: Esa/ Juice / Team Janus. Elaborazione: L. Penasa

«Uno dei possibili casi di studio», spiegano il principal investigator dello strumento, Pasquale Palumbo, e i membri del team scientifico Alice Lucchetti, Luca Penasa e Cecilia Tubiana, tutti dell’Inaf, «riguarda la vegetazione. I filtri Janus nel visibile e nel vicino infrarosso consentono, infatti, di misurare il forte contrasto esistente tra l’assorbimento della clorofilla nel rosso e l’elevata riflettanza della vegetazione nel vicino infrarosso. L’analisi dei dati permetterà di produrre, in via sperimentale, mappe di indici di vegetazione e confrontare regioni molto diverse tra loro, come Mauritius, Madagascar e diverse aree dell’Africa orientale e meridionale».

«Sarà possibile poi confrontare questi prodotti», continuano i quattro ricercatori dell’Inaf, «con osservazioni iperspettrali della Terra ottenute da missioni dedicate all’osservazione terrestre. In particolare, dati Prisma potranno essere utilizzati come riferimento per verificare quanto le informazioni contenute nei più larghi filtri Janus riescano a riprodurre la risposta spettrale osservata da uno spettrometro iperspettrale. Sono inoltre previste osservazioni EnMap di alcune regioni attraversate dalla geometria dell’assist gravitazionale, in particolare in Madagascar e nell’area di confine tra Congo e Zambia. Alcune di queste regioni includono aree minerarie ben caratterizzate e potranno quindi costituire casi di studio per confrontare tecniche di analisi dati applicate ai dati EnMap, alle immagini multispettrali Janus e, dove disponibile, alle osservazioni Majis».

Un’occasione per mettere alla prova il software di guida autonoma

L’eclissi ha anche fornito l’occasione per testare un altro sistema chiave necessario su Giove: il software Eagle (Enhanced Autonomous Guidance through Limb Extraction), un sistema di guida autonoma migliorata basato sul riconoscimento del bordo apparente dei corpi celesti.

Eagle utilizza le due telecamere di navigazione della sonda per migliorare la precisione di puntamento durante i sorvoli ravvicinati delle lune, tracciando il bordo illuminato – il cosiddetto lembo – di un satellite naturale e aiutando così Juice a determinare la sua posizione con maggiore precisione e a mantenere le osservazioni esattamente sul bersaglio.

Immagine della Luna ripresa dalla NavCam della sonda Juice durante il sorvolo della Terra. Crediti: Esa/Juice/Jmc

Per il suo primo esercizio in volo, la geometria Terra-Luna è stata sfruttata per replicare quella di Giove e Io, preparando Eagle ai futuri flyby delle lune galileiane. I risultati saranno analizzati nei prossimi mesi.

Nonostante le difficoltà che ha posto, l’eclissi si è rivelata per alcuni aspetti anche vantaggiosa. Attualmente Juice si trova in un ambiente di crociera “caldo”, in cui le temperature limitano le osservazioni. Avere il Sole temporaneamente bloccato dalla Terra ha consentito alla sonda una maggiore libertà di puntamento, permettendo osservazioni altrimenti impossibili.

Nel loro insieme, queste attività hanno reso il flyby molto di più di una semplice correzione di traiettoria. Hanno dato a Juice un primo assaggio delle sfide che la attendono del sistema gioviano e la possibilità di fare una prova generale con anni di anticipo.

Fonti: press release Esa, press release Dlr

Urso “Lo Spazio oggi è uno dei terreni su cui si misurano gli equilibri geopolitici”

16 Ottobre 2026 ore 18:05
Urso “Lo Spazio oggi è uno dei terreni su cui si misurano gli equilibri geopolitici”

ROMA (ITALPRESS) – “L’esplorazione spaziale è oggi uno dei terreni su cui si misurano gli equilibri geopolitici. In questo scenario l’Italia si presenta con un patrimonio di competenze solido e costruito nel tempo. Un’eccellenza riconosciuta a livello mondiale che porta in orbita il nostro Made in Italy. Stiamo infatti finalizzando, nell’ambito della missione Artemis, un accordo che prevede la presenza stabile sulla Luna di un nostro modulo, una “casa” italiana dove abiteranno gli astronauti, come previsto dallo Statement of Intent sulla cooperazione per la superficie lunare sottoscritto a Washington con la Nasa lo scorso Marzo. E’ la prova della capacità del nostro sistema industriale di essere protagonista nella space economy. In qualità di presidente del Consiglio Ministeriale dell’ESA ho sostenuto la proposta di organizzare una Ministeriale Intermedia a Roma il prossimo dicembre, con l’obiettivo di riallocare le risorse già assegnate all’esplorazione spaziale e di aggiornare le direttrici strategiche dell’Agenzia in funzione del livello di ambizione che l’Europa deciderà di perseguire. L’Italia dovrà svolgere un ruolo sempre più rilevante nelle iniziative che plasmeranno il futuro dell’esplorazione spaziale. È quanto ho detto nel videomessaggio inviato in occasione degli “Stati Generali della Space Economy” di Torino”. Lo scrive il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso sul suo profilo X.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

SpaceX CRS-35, ultimi pannelli solari iROSA verso la Stazione Spaziale Internazionale

15 Ottobre 2026 ore 19:44
SpaceX CRS-35, ultimi pannelli solari iROSA verso la Stazione Spaziale Internazionale

CAPE CANAVERAL (STATI UNITI) (ITALPRESS/ECONOMIADELLOSPAZIO) – Il lancio della missione SpaceX CRS-35, avvenuto il 13 ottobre 2026, porta verso la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) l’ultima coppia di pannelli solari iROSA, destinati a completare il potenziamento energetico della struttura dopo la loro installazione. Insieme ai nuovi componenti viaggiano rifornimenti e apparecchiature scientifiche, in un’operazione che conferma il ruolo dei servizi logistici commerciali nella manutenzione e nell’ammodernamento delle infrastrutture orbitali della NASA.

Il razzo Falcon 9 è decollato alle 6:33 EDT (12:33 ora italiana) dallo Space Launch Complex 40 della Cape Canaveral Space Force Station, in Florida. A bordo della capsula Dragon sono presenti oltre 2,8 tonnellate di materiali, tra rifornimenti, componenti hardware e strumenti destinati alla ricerca in microgravità. Si tratta della 35ª missione di rifornimento commerciale di SpaceX per la NASA, nell’ambito del programma Commercial Resupply Services (CRS), attraverso il quale l’agenzia statunitense affida a operatori privati il trasporto di materiali verso la stazione orbitante. L’aggancio autonomo della capsula al modulo Harmony è stato programmato per il 15 ottobre alle 11:00 EDT (17:00 in Italia). La missione comprende anche il successivo ritorno sulla Terra di campioni scientifici e altri materiali, completando un ciclo logistico che integra consegna dei carichi e recupero dei risultati sperimentali.

Tra i carichi più rilevanti figurano gli ultimi due pannelli International Space Station Roll-Out Solar Arrays (iROSA), destinati a completare il programma di incremento della capacità energetica della Stazione Spaziale Internazionale. I nuovi sistemi saranno installati dagli astronauti attraverso attività extraveicolari previste nel corso dell’autunno. Una volta integrati nell’infrastruttura esistente, contribuiranno ad aumentare la disponibilità di energia elettrica necessaria al funzionamento degli apparati di bordo, alle operazioni della stazione e alle attività scientifiche. Il potenziamento assume particolare rilevanza anche nella prospettiva della fase conclusiva della vita operativa della ISS.

Secondo la NASA, la maggiore disponibilità di elettricità servirà infatti a sostenere le operazioni necessarie per il futuro deorbiting controllato della struttura. Dal punto di vista industriale, il trasporto degli ultimi pannelli iROSA dimostra come le missioni commerciali di rifornimento svolgano una funzione più ampia rispetto alla consegna di materiali di consumo per gli equipaggi. La capacità di trasferire in orbita componenti destinati all’ammodernamento di sistemi già operativi consente di programmare interventi infrastrutturali nell’ambito della gestione della stazione. La consegna dei pannelli costituisce tuttavia soltanto una fase dell’intervento: il completamento dell’aggiornamento energetico richiede anche la successiva installazione attraverso operazioni coordinate con gli astronauti presenti a bordo. La disponibilità del servizio logistico e la pianificazione delle attività extraveicolari sono quindi elementi complementari dello stesso programma infrastrutturale.

Accanto ai sistemi energetici, Dragon trasporta una serie di esperimenti che confermano la funzione della ISS come piattaforma di ricerca per applicazioni terrestri e future missioni spaziali. Tra le apparecchiature figurano sistemi destinati alla produzione di retine artificiali in microgravità, una linea di ricerca che potrebbe contribuire allo sviluppo di trattamenti per il recupero della vista. La missione comprende inoltre esperimenti su modelli tridimensionali di tessuto cardiaco, progettati per approfondire le possibilità di effettuare test farmacologici su larga scala durante future missioni spaziali. Sono previsti anche studi sulla formazione di nuove tipologie di vetro in microgravità e ricerche condotte su organoidi cerebrali, con l’obiettivo di individuare potenziali bersagli terapeutici per patologie neurodegenerative come Alzheimer, Parkinson e sclerosi multipla. Queste attività evidenziano il valore operativo della capacità di trasportare regolarmente strumenti, materiali biologici e apparecchiature sperimentali verso l’orbita bassa. La ricerca in microgravità richiede infatti una catena logistica affidabile, capace di supportare sia l’avvio degli esperimenti sia il successivo recupero dei campioni destinati alle analisi terrestri.

Secondo il programma comunicato dalla NASA, la capsula Dragon rimarrà agganciata alla ISS fino alla metà di novembre 2026, quando lascerà la stazione per rientrare sulla Terra con materiali scientifici e altri carichi, effettuando un ammaraggio al largo della California. La capacità di riportare a Terra risultati sperimentali costituisce un elemento significativo del servizio commerciale, soprattutto per le attività che richiedono analisi di laboratorio non eseguibili direttamente a bordo. Nel modello operativo della NASA, il programma Commercial Resupply Services affida agli operatori privati le capacità di lancio, trasporto e rientro previste dai contratti, mentre l’agenzia mantiene il ruolo di committente e coordinatore delle missioni. La CRS-35 riunisce così due funzioni essenziali per la gestione della ISS: il trasporto di componenti destinati al potenziamento dell’infrastruttura energetica e il sostegno alle attività scientifiche. La missione evidenzia come la logistica commerciale sia diventata parte integrante dell’operatività della stazione, collegando servizi industriali di trasporto, manutenzione orbitale e ricerca in microgravità.

– foto di repertorio IPA Agency –

(ITALPRESS).

Martian moons exploration è sulla rampa di lancio

15 Ottobre 2026 ore 10:28

La missione Martian Moons eXploration (Mmx) è pronta a partire a bordo di un razzo H3 dal Tanegashima Space Center, in Giappone, alle 4:41 ora locale del 20 ottobre 2026 (in Italia, le 21:41 del 19 ottobre 2026). Mmx – una missione guidata dalla Japan Aerospace Exploration Agency (Jaxa), in collaborazione con la Nasa, l’agenzia spaziale francese (Cnes), il Centro aerospaziale tedesco (Dlr) e l’Agenzia spaziale europea (Esa) – sarà la prima a raccogliere un campione dalla luna marziana Phobos e a riportarlo sulla Terra.

Marte ha due lune: Phobos (“paura” in lingua greca, con diametro medio di 22,2 km e massa circa un milionesimo di quella della Luna) e Deimos (“terrore” in lingua greca, con diametro medio di 12,4 km e quasi dieci volte più leggero di Phobos). Nonostante il gran numero di missioni inviate verso il Pianeta rosso, le sue lune rimangono ancora pressoché inesplorate e sollevano ancora grandi interrogativi su come si siano formate e sulla loro composizione. Nessun veicolo spaziale ha mai sostato a lungo nelle loro vicinanze, e le conoscenze raccolte finora si basano essenzialmente su ciò che è stato possibile osservare durante alcuni sorvoli.

Infografica in stile fumetto intitolata «La missione Martian Moons eXploration (Mmx)». I riquadri illustrano le diverse fasi della missione: «Ottobre 2026», Mmx parte dal Tanegashima Space Center, in Giappone; «Agosto 2027», Mmx entra in orbita attorno a Marte; «Settembre 2027», Mmx entra in orbita attorno a Phobos; Mmx osserva Marte dall’orbita, individuando il sito di atterraggio del rover e i siti di campionamento; la sonda principale di Mmx rilascia il rover Idefix, che atterra su Phobos; Mmx raccoglie campioni da Phobos, di due tipi diversi e da due zone differenti della luna; «Novembre 2030», il modulo di ritorno di Mmx inizia il viaggio verso la Terra, sorvolando Deimos e Marte lungo il percorso; «2031», Mmx raggiunge la Terra e rilascia la capsula per il ritorno dei campioni, che atterra nella Woomera Prohibited Area, in Australia; i campioni di Phobos vengono estratti e catalogati, pronti per le indagini scientifiche. Nei decenni a venire, gli scienziati studieranno questi campioni per rispondere a domande come: «Da dove provengono le lune di Marte?», «Che cosa possono rivelarci sull’abitabilità nel Sistema solare?» e «Come sono cambiati Marte e il suo ambiente nel corso del tempo?». Crediti: Esa

Non conosciamo, ad esempio, la loro origine. Potrebbero essere asteroidi catturati dall’attrazione gravitazionale di Marte e rimasti in orbita attorno al pianeta, oppure i resti dei detriti scagliati in orbita in seguito a una gigantesca collisione sulla superficie marziana. Per scoprirlo, Mmx sarà il primo veicolo spaziale a orbitare attorno a Phobos, seguendo un’orbita di tipo “quasi-satellite”, e il primo a raccogliere campioni dalla superficie di una luna diversa dalla nostra. Per consentire l’atterraggio, le manovre e la raccolta robotizzata dei campioni (circa 10 grammi, secondo i piani) nella gravità estremamente ridotta di Phobos, sono state sviluppate tecnologie specifiche.

Mmx impiegherà circa un anno per raggiungere Marte. L’ingresso in orbita attorno al Pianeta rosso è previsto per agosto 2027, mentre l’inizio delle operazioni in orbita attorno a Phobos è previsto a partire da settembre dello stesso anno. Dopo aver studiato Phobos (e Deimos) a distanza, all’inizio del 2029 Mmx rilascerà un rover chiamato Idefix, per poi atterrare essa stessa sulla superficie della luna per raccoglierne i campioni. La missione è dotata complessivamente di 11 strumenti scientifici: sette a bordo della sonda principale e quattro sul rover. La sonda principale è inoltre dotata di un monitor per le radiazioni, due fotocamere ad alta risoluzione e due diversi dispositivi per il campionamento: una carotatrice, che consentirà di raccogliere campioni fino a una profondità di due centimetri, e un campionatore pneumatico, che utilizza gas pressurizzato per sollevare il materiale dalla superficie e convogliarlo in un contenitore. Il rover Idefix, del peso di 25 kg, ha due compiti principali: fornire informazioni utili a preparare l’atterraggio della sonda principale per la raccolta dei campioni e analizzare la composizione e la consistenza della superficie di Phobos. La gravità su questa luna è così debole che, sulla sua superficie, Idefix peserà l’equivalente di appena 15 grammi.

Una volta raggiunto Marte, Mmx potrà anche contare sul supporto di una vera veterana del Pianeta rosso: la sonda Mars Express dell’Esa, operativa dal 2003. L’atterraggio della sonda principale su Phobos per la raccolta dei campioni è previsto per il 2030: il materiale raccolto verrà inserito in un modulo di rientro destinato al viaggio verso la Terra. Il modulo raggiungerà il nostro pianeta nel 2031 e rilascerà una capsula contenente almeno dieci grammi di materiale proveniente da Phobos. La capsula ha un diametro di circa 60 centimetri ed è dotata di uno scudo termico che le permetterà di resistere al rientro nell’atmosfera terrestre. Atterrerà in Australia e verrà trasferita subito all’Istituto di scienze spaziali e astronautiche (Isas) della Jaxa, a Sagamihara, vicino a Tokyo. Qui verrà smontata all’interno di un laboratorio specializzato e i campioni saranno estratti, catalogati e messi a disposizione per le indagini scientifiche. A poterli analizzare, ci sono anche gli scienziati europei: L’Esa sta infatti collaborando con Cnes, Dlr e Jaxa per pubblicare bandi che consentano ai ricercatori di candidarsi a studiare il materiale raccolto.

«Portare i campioni nei nostri laboratori più sofisticati sulla Terra moltiplica le possibilità di fare nuove scoperte, perché i nostri strumenti più precisi sono troppo grandi, complessi o sensibili per essere inviati nello spazio», dice Elliot Sefton-Nash, Project Scientist della missione Mmx all’Esa. «Anche dopo la conclusione della missione, le generazioni future di scienziati potranno studiare i campioni di Phobos con strumenti ancora più avanzati: i campioni riportati sulla Terra sono un dono che continua a dare i suoi frutti».

Guarda il servizio video su MediaInaf Tv:

 

NASA punta allo sviluppo del 5G sulla Luna, contratto da 38 milioni a Modulate Space

14 Ottobre 2026 ore 20:06
NASA punta allo sviluppo del 5G sulla Luna, contratto da 38 milioni a Modulate Space

ROMA (ITALPRESS/ECONOMIADELLOSPAZIO) – Lo sviluppo del 5G sulla Luna entra in una nuova fase industriale. La NASA ha assegnato a Modulate Space Corporation un contratto da circa 38 milioni di dollari per sviluppare elementi chiave di un sistema 5G destinato alla superficie lunare, con Wi-Fi 6 integrato. Un passaggio che porta tecnologie nate per le reti terrestri nella futura infrastruttura di comunicazione delle attività lunari.

Il contratto, gestito per il Glenn Research Center di Cleveland, assume rilievo industriale perché punta alla realizzazione di una capacità di comunicazione scalabile e basata su standard, concepita per supportare le future operazioni sulla superficie lunare. Non si tratta quindi soltanto di sperimentare la propagazione di segnali 5G in ambiente lunare: il programma comprende lo sviluppo di hardware, firmware e software e prevede di arrivare a una dimostrazione di volo sulla superficie entro la fine del 2028.

Per il settore spaziale, il passaggio è significativo. L’impiego di standard di telecomunicazione sviluppati su larga scala per il mercato terrestre può contribuire alla costruzione di infrastrutture lunari meno dipendenti da soluzioni concepite esclusivamente per singole missioni. È in questa prospettiva che il contratto affidato a Modulate Space assume una dimensione che supera il suo valore economico: rappresenta un intervento sulla futura infrastruttura abilitante delle attività lunari.

Formalmente denominato 5G System and Lunar Surface Communications Evaluation and Radio Propagation Measurements, l’accordo è un contratto firm-fixed-price e si articola in due principali aree di lavoro.

La prima riguarda lo sviluppo e la dimostrazione in laboratorio di un 5G Network-in-a-Box. Questa fase è prevista dal 1° ottobre 2026 al 31 gennaio 2028 e dovrà consentire di sviluppare e valutare una soluzione di rete prima del passaggio all’ambiente operativo lunare.

La seconda porta il sistema fuori dal laboratorio. Il programma Lunar 5G and Wi-Fi Integrated Surface Network and Flight Demonstration on the Lunar Surface avrà un periodo di esecuzione dal 30 novembre al 31 dicembre 2028. L’obiettivo indicato dalla NASA è integrare 5G e Wi-Fi in una rete di superficie e dimostrarne il funzionamento direttamente sulla Luna.

Questa scansione è rilevante anche dal punto di vista industriale. Il contratto collega infatti nello stesso percorso lo sviluppo tecnologico, la verifica a terra e una successiva dimostrazione nell’ambiente per il quale il sistema viene progettato. Attraverso queste attività la NASA acquisirà lo sviluppo delle tecnologie hardware, firmware e software necessarie a far avanzare il sistema integrato di comunicazioni lunari.

L’agenzia punta inoltre a ottenere informazioni sull’architettura del sistema e sulle sue prestazioni operative, mantenendo la flessibilità necessaria a far evolvere la tecnologia per le future comunicazioni sulla superficie. È un elemento importante: il risultato atteso non è soltanto una prova di connettività, ma una base tecnica dalla quale valutare come una rete di questo tipo possa essere adattata alle esigenze successive.

L’utilizzo di 5G e Wi-Fi 6 introduce nella progettazione delle comunicazioni lunari tecnologie e standard strettamente associati all’ecosistema delle telecomunicazioni terrestri. La scelta può assumere un peso crescente se le attività sulla superficie passeranno da missioni isolate a operazioni che richiedono la connessione simultanea di astronauti, sistemi robotici, strumenti scientifici e altre infrastrutture.

È precisamente la scalabilità a rendere industrialmente rilevante il progetto. Una presenza lunare più articolata aumenta infatti la necessità di disporre di servizi trasversali utilizzabili da diversi sistemi. Comunicazioni, energia, navigazione e logistica diventano così componenti dell’infrastruttura necessaria a sostenere le operazioni, oltre che tecnologie incorporate nei singoli veicoli o payload.

Il contratto assegnato a Modulate Space si colloca in questa evoluzione. La NASA non ha annunciato con questo accordo una rete commerciale lunare già operativa né definito un mercato con dimensioni economiche determinate. Ha però affidato a un’impresa lo sviluppo di componenti e dimostrazioni destinati a verificare una capacità di rete standardizzata e scalabile sulla superficie.

La distinzione è importante per valutarne correttamente la portata. I 38 milioni di dollari finanziano un percorso di sviluppo e dimostrazione tecnologica, non la realizzazione definitiva di un’infrastruttura globale sulla Luna. Se le dimostrazioni previste produrranno le prestazioni attese, i risultati potranno fornire alla NASA dati concreti per decidere come far evolvere le comunicazioni di superficie.

La scadenza del 2028 rappresenta quindi una milestone anche sul piano industriale: permetterà di valutare se una rete costruita su tecnologie e standard già consolidati possa rispondere alle esigenze operative di attività lunari più articolate.

– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

Smile, si parte con la scienza

12 Ottobre 2026 ore 15:18

Illuminano i freddi cieli dei poli con colori che vanno dal rosso, al blu fino al verde. Sono le aurore polari. Queste affascinanti luci si formano quando il vento solare, un flusso di particelle energetiche proveniente dal Sole, interagisce con il campo magnetico della Terra che ci difende come uno scudo invisibile. Ad oggi, ci sono ancora varie domande aperte su come si formino queste tempeste geomagnetiche. Inoltre, anche se il nostro pianeta è protetto dal campo magnetico, il vento solare può comunque influenzarci: espone gli astronauti a livelli più elevati di radiazione durante le missioni, e può danneggiare i satelliti e disturbare i sistemi di navigazione, le telecomunicazioni e i servizi meteorologici.

La missione Smile (Solar wind Magnetosphere Ionosphere Link Explorer) per la prima volta permetterà di osservare simultaneamente l’azione del vento solare e la risposta della Terra. Smile è una missione congiunta tra l’Agenzia spaziale europea (Esa) e la Chinese Academy of Sciences. Lo scorso 23 settembre Smile ha ufficialmente avviato la sua attività scientifica, dopo un intenso periodo di in-space commissioning, iniziato quando il satellite è stato lanciato il 19 maggio di quest’anno e ha raggiunto la sua orbita operativa per le attività scientifiche il 20 giugno.

Rappresentazione artistica del satellite Smile. Crediti: Esa

Nella fase di commissioning, una parte importante è stata il collaudo dei quattro strumenti scientifici del satellite: la camera per raggi X a bassa energia (Soft X-ray Imager – Sxi), la camera per le aurore nell’ultravioletto (Uvi), il magnetometro e l’analizzatore di ioni leggeri. Ognuno di questi raccoglierà informazioni utili e diverse per comprendere meglio le tempeste solari, le tempeste geomagnetiche e la meteorologia spaziale.

Il video qui sotto mostra il primo filmato rilasciato da Uvi, la prima camera dal 2008 a catturare l’intero anello dell’aurora boreale intorno al Polo Nord nella luce ultravioletta. Uvi può osservare le aurore per quarantacinque ore consecutive, un vero record. Le immagini sono state riprese il 24 luglio 2026, appena due settimane dopo l’attivazione dello strumento. Mostrano l’attività nell’anello di aurora dovuta a una perturbazione del campo magnetico terrestre causata dalle particelle del vento solare.

Prime immagini della telecamera ultravioletta Uvi di Smile catturate il 24 luglio 2026. Le increspature nell’anello di aurora indicano una perturbazione della magnetosfera terrestre causata dal vento solare. I punti visibili a sinistra sono stelle lontane che emettono luce ultravioletta. Crediti: Esa & Cas/Smile/Uvi

Anche la camera a raggi X (Sxi) è stata attivata con successo. Una delle prime immagini di test, che vedete riportata qui sotto, è stata presa per verificare il corretto funzionamento dello strumento. L’immagine mostra i resti dell’esplosione di una stella lontana. Smile è il primo telescopio spaziale in grado di osservare il campo magnetico terrestre nei raggi X. Rileverà questo tipo di radiazioni emesse ai confini della magnetosfera quando questa viene colpita dalle particelle del vento solare. Sebbene questa telecamera lavori correttamente, attualmente rileva un eccesso di luce diffusa quando è puntata verso la Terra. Per ridurre questo fastidio, gli esperti stanno studiando correzioni specifiche e aggiornamenti software da implementare a bordo. Tuttavia, poiché Smile si sta orientando sempre più lontano dalla Terra e il Polo Nord emette meno luce mentre ci avviciniamo all’inverno boreale, la luce diffusa sta diminuendo naturalmente. Dovrebbe raggiungere un minimo a metà ottobre. A quel punto Sxi catturerà la sua prima immagine nitida della magnetopausa, la zona dove il vento solare incontra il campo magnetico terrestre.

Immagine di test della telecamera a raggi X di Smile che mostra il resto di supernova N132d nella Grande Nube di Magellano, distante circa 160mila anni luce. Crediti: Esa & Cas/Smile/Sxi

L’Esa ha realizzato un film documentario, dal titolo Let’s Smile, che descrive lo sviluppo della missione tra giugno 2024 e maggio 2026. Il video mostra le parti del satellite nelle varie fasi di lavoro: il loro arrivo al centro tecnico dell’Esa nei Paesi Bassi, l’assemblaggio, i test e infine l’invio allo spazioporto europeo in Guyana francese per il lancio. Smile segna inoltre la prima volta in cui l’Esa e la Chinese Academy of Sciences hanno selezionato, costruito e gestito insieme una missione.

«La missione Smile è una testimonianza della fiducia costruita tra i nostri team, della loro dedizione all’eccellenza e della loro determinazione a trovare soluzioni a ogni sfida», dice la professoressa Carole Mundell, Director of Science all’Esa. «Smile ora ha ottenuto il via libera per iniziare le attività scientifiche. Si tratta di un traguardo molto importante – un vero piacere da annunciare – e sono sicura che la nostra eccellente collaborazione fornirà dati rivoluzionari agli scienziati di tutto il mondo».

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L’industria della colonizzazione lunare

16 Luglio 2026 ore 11:03

Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale

Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza “realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su chi possiede cosa, chi fa le regole, chi controlla le risorse e chi trasforma un mondo vuoto in una nuova società.

È una delle intuizioni più potenti dell’opera: la colonizzazione di un nuovo spazio non comincia quando qualcuno dichiara la propria sovranità su un territorio, ma quando quel territorio viene, per l’appunto, “territorializzato”.

Ciò che vale per Marte nella finzione di Robinson, vale per la “nuova” rincorsa alla Luna, incarnata oggi dal programma Artemis (il programma della NASA che prevede di riportare l’essere umano sulla Luna entro il 2028). Una rincorsa che, mano a mano che si concretizza, somiglia più a una vecchia storia terrestre che a una fantasia futuristica. La storia è quella delle compagnie privilegiate che determinarono la forma del colonialismo occidentale in Asia a partire dal Seicento, delle ferrovie imperialiste in Africa, dei porti e delle rotte protette (o contese) dagli Stati, oggi come ieri, da Hormuz a Malacca. Anche nello spazio, prima delle miniere arriveranno  infatti i magazzini. Prima del commercio arriverà la logistica. E, come spesso è accaduto nella storia coloniale, chi controllerà la logistica controllerà la ricchezza della frontiera.

È da questo assunto che bisognerebbe partire quando si parla di space economy. Non dalle cifre vertiginose con cui si calcola il presunto valore di un corpo celeste, moltiplicando la quantità stimata di platino, nichel o cobalto per il prezzo corrente sulla Terra. Quella è la versione patinata, roba da prospetto per investitori. E in quanto tale occulta un fatto banalissimo: nessuna risorsa “naturale” è vera ricchezza finché non esiste una filiera in grado di estrarla e trasportarla. Il petrolio sotto un fondale oceanico non vale nulla senza piattaforme, porti e oleodotti. Parafrasando un vecchio spot di Pirelli: una risorsa è nulla senza infrastrutture.

Lo stesso varrà per qualunque futura attività estrattiva nello spazio. L’errore è immaginare l’estrazione come l’inizio della storia. La miniera in realtà arriva per ultima. Prima di lei c’è la mappa (anche se non più cartacea bensì digitale, e non più solo terrestre, ma extra-planetaria). Poi c’è il porto (o perlomeno un luogo dove immagazzinare e ridistribuire le risorse). E infine ci sono le norme e i rapporti di potere che regolano il possesso dei territori, la percorribilità delle rotte, la sicurezza dei trasporti. Prima ancora di estrarre valore, bisogna costruire, e rendere “sicuro”, il mondo che rende tale valore estraibile (ovvero trasportabile e quindi commerciabile).

I primi commerci spaziali

Le compagnie privilegiate dell’epoca coloniale lo avevano capito molto bene. La Compagnia britannica delle Indie orientali (EIC), la Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) e le altre grandi entità commerciali del Sei/Settecento non erano semplici imprese, ma operatori politici-logistici-amministrativi che agivano per conto di Stati che subappaltavano loro le operazioni necessarie allo sfruttamento del commercio oceanico. Per questo tanto la EIC quanto la VOC avevano facoltà di dotarsi di milizie, di esercitare poteri politici e giuridici, di costruire flotte, porti e depositi, di amministrare e pattugliare i mari. Il loro potere non stava tanto nelle risorse/merci che trasportavano, ma nelle rotte che controllavano.

La possibile economia spaziale del XXI secolo potrebbe assomigliare a quel modello più di quanto i suoi promotori siano disposti ad ammettere. Non avrà velieri, governatori coloniali e fortini tropicali, ma vettori riutilizzabili, lander commerciali e basi lunari. È un’economia che dipenderà, in ogni caso, da una commistione molto profonda tra imprese private e poteri statali.

Il modello è del resto già operativo nel contesto di Artemis. Il programma Commercial Lunar Payload Services (CPLS) della NASA, per esempio, non costruisce direttamente tutti i mezzi per arrivare sulla Luna, ma compra “servizi” da aziende private. I contratti CLPS hanno un valore massimo complessivo di 2,6 miliardi di dollari fino al 2028 e prevedono consegne commerciali sulla superficie lunare, dal compattamento dei carichi alla gestione della missione. Tra i nomi coinvolti ci sono Intuitive Machines, Astrobotic, Firefly Aerospace, Blue Origin (quella di Jeff Bezos), Draper e altri fornitori. È una logica da appalto di frontiera: lo Stato apre il mercato, paga i primi rischi, crea domanda, legittima gli operatori.

La prima base lunare permanente, se e quando arriverà, non sarà quindi una città sotto una cupola trasparente. Sarà un porto. Un nodo logistico per questi vettori di consegne.

Le prime commesse difficilmente saranno spettacolari. Non riguarderanno l’estrazione di metalli rari né l’apertura di miniere capaci di cambiare da sole le dimensioni dell’economia globale. Riguarderanno invece questioni meno appariscenti: trasportare strumenti, garantire comunicazioni, misurare il suolo e altre variabili ambientali per capire dove una base può sopravvivere più a lungo.

Le risorse lunari più importanti, almeno all’inizio, non saranno quelle vendibili sulla Terra, ma quelle più utili nello spazio. L’acqua ghiacciata che potrebbe trovarsi nei crateri permanentemente in ombra delle regioni polari non è preziosa perché qualcuno pensa di imbottigliarla e riportarla a casa. È preziosa perché nello spazio l’acqua è vita, ossigeno, carburante, massa da non dover lanciare dalla Terra. Separata in idrogeno e ossigeno, può diventare propellente. Usata localmente, può sostenere una base. Accumulata in depositi, può trasformare la Luna in un polo logistico per progetti più ambiziosi, anche (se non soprattutto) di tipo estrattivo.

Obiettivo: elio-3

Il premio più ambito potrebbe rivelarsi il mitologico elio-3 che, oltre agli utilizzi nell’ambito del quantum computing, da decenni viene evocato come elemento cardine di una futura fusione nucleare meno pericolosa e più efficiente. Nel corso di miliardi di anni, il vento solare ne ha depositate grandi qualità sulla regolite lunare, alimentando l’idea che il nostro satellite possa diventare una sorta di “bacino” extraterrestre: una riserva energetica sospesa sopra le nostre teste, pronta a ridisegnare gli equilibri energetici della Terra.

Un nome che torna spesso in questa storia è quello di Harrison “Jack” Schmitt, geologo, astronauta dell’Apollo 17 e ultimo uomo ad aver camminato sulla Luna insieme a Eugene Cernan. Schmitt è da decenni uno dei più convinti sostenitori dell’idea che l’elio-3 lunare possa alimentare una futura economia della fusione. Più recentemente è entrato per questo nell’orbita di Interlune, una startup americana fondata da ex pezzi grossi di Blue Origin che promette di raccogliere elio-3 lunare e riportarlo sulla Terra.

Proprio l’elio-3 mostra tuttavia quanto la space economy sia costruita su promesse che funzionano politicamente prima che industrialmente. Oggi non esiste un’economia della fusione basata sull’elio-3 (lunare o meno). E tantomeno esiste una filiera in grado di estrarlo, separarlo, immagazzinarlo, trasportarlo e usarlo sulle scale necessarie ad avere un impatto. Per recuperarlo bisognerebbe trattare quantità enormi di suolo lunare (più di ogni altra attività  estrattiva terrestre a noi nota), riscaldarle, separare isotopi presenti in concentrazioni ridottissime e infine organizzare una catena di trasporto e utilizzo tutta da inventare.

Eppure l’importanza dell’elio-3 non va liquidata. Non perché sia già il petrolio del futuro, ma perché può svolgere la stessa funzione immaginativa che “i fiumi d’oro”, le spezie o il petrolio hanno svolto in altre epoche. Ogni espansione ha infatti avuto bisogno di un proprio Eldorado: una risorsa capace di giustificare costi e rischi enormi per essere raggiunta. L’elio-3 potrebbe essere questo tipo di risorsa: il mito che la rende possibile la colonizzazione lunare.

Colonizzare la Luna

Le frontiere, d’altra parte, non devono essere redditizie da subito. Devono essere credibili a sufficienza da attrarre Stati, capitali e apparati tecno-industriali. Molte infrastrutture coloniali sono state costruite prima che i profitti fossero certi. Le ferrovie tracciate nell’Ottocento verso l’interno del territorio americano non servivano a connettere comunità esistenti, ma a preparare un’economia futura. Una volta costruita la ferrovia, una nuova economia si organizzava attorno a essa. Una volta creato il porto, i flussi venivano orientati verso di esso. Una volta fondata una base lunare…

Il diritto internazionale, almeno in teoria, dovrebbe impedire una corsa coloniale vecchio stile (predatoria, violenta, conflittuale). Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico vieta agli Stati di appropriarsi della Luna o di altri corpi celesti. Nessun Paese può dichiarare proprio un cratere lunare o un asteroide. Ma il punto è che il controllo non coincide sempre con la sovranità formale. Si può non possedere un territorio e controllarne comunque l’accesso (come ha dimostrato di recente la vicenda di Hormuz). 

La geografia lunare, che immaginiamo come uno spazio vuoto e uniforme, è del resto piena di colli di bottiglia. Non tutti i luoghi hanno lo stesso valore. Alcune zone ricevono più luce e permettono una produzione energetica più stabile. Alcuni crateri potrebbero contenere più ghiaccio. Alcune aree sono più adatte alle comunicazioni. Come sulla Terra, la frontiera lunare si potrebbe rapidamente restringere attorno a pochi snodi strategici.

Ed è negli snodi che spesso risiedono tanto il potere quanto il potenziale per il suo abuso. La distopia più probabile non è uno Stato che pianta la propria bandiera e proclama la nascita di un impero lunare. È più banale e contemporanea: per esempio, una singola compagnia che gestisce (quasi) tutti i trasporti. Uno scenario in cui non è necessario possedere formalmente la Luna per possedere di fatto la Luna.

Un esempio concreto, e recente, di questo rischio è il contratto assegnato dalla NASA a Intuitive Machines nel 2024 per servizi di comunicazione e navigazione lunare: fino a 4,82 miliardi di dollari per costruire capacità di trasmissione di dati a supporto del programma Artemis. Non è una miniera né un atto di sovranità su un territorio. È però esattamente il tipo di infrastruttura da cui, domani, potrebbero dipendere tutti.

Anche in questo le future compagnie dello spazio potrebbero ricalcare il modus operandi delle compagnie privilegiate dell’epoca coloniale. Non perché avranno formalmente il diritto di governare territori, come facevano la VOC o la EIC, ma perché riceveranno dagli Stati capitali e legittimazione in cambio dei loro servizi e del know-how relativo. Lo spazio sarà dichiarato “pubblico” quando bisognerà pagare il costo della frontiera e “privato” quando sarà il momento di incassarne i profitti.

Questo intreccio è già visibile nella nuova economia spaziale: lanciatori privati finanziati da contratti pubblici, infrastrutture satellitari essenziali per scopi militari, aziende che diventano attori geopolitici in grado di influenzare conflitti, dipendenze tecnologiche che condizionano intere politiche statali. Portare tutto questo sulla Luna significa amplificarlo in un ambiente dove non esiste società civile locale, non esiste opinione pubblica residente, non esistono istituzioni proprie e ogni accesso passa attraverso sistemi tecnici estremamente costosi e complessi, che rendono le eventuali dipendenze ancora più profonde e difficili da scardinare.

La Luna, insomma, non è l’India, l’Africa o le Americhe dell’età moderna. Non ci sono popolazioni lunari da conquistare o schiavizzare, convertire o sterminare. Equiparare direttamente le due cose sarebbe moralmente osceno. Tuttavia alcune strutture del colonialismo possono ripresentarsi anche senza popolazioni indigene. La Luna è infatti vuota di abitanti ma non priva di significati. È un archivio geologico, un ambiente scientificamente prezioso, un oggetto culturale da sempre condiviso, potenzialmente una piattaforma astronomica per la proiezione spaziale della specie umana. Ridurla a bacino di risorse significa scegliere, in partenza, un modello di relazione tra un soggetto agente e un oggetto passivo.

L’argomento ambientale, infine, rende tutto ancora più ambiguo. Una delle promesse della space economy è che, spostando fuori dalla Terra una parte dell’estrazione, potremmo ridurre la pressione sugli ecosistemi terrestri. Ma questa promessa rischia di diventare l’ultima assoluzione dell’estrattivismo. Non cambiamo modello di consumo ma ne allarghiamo il raggio. Non mettiamo in discussione il processo di sviluppo. Al contrario: lo dotiamo di un’estensione cosmica.

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